"Buongiorno Francesco!
Come sei mattiniero... Ti devo dire una cosa: purtroppo oggi don Tonio Dell'Olio non potrà partecipare alla nostra Route per un impegno improvviso sulla Pace in Regione Umbria, ma ci ha assicurato che ci manderà una sua... sostituta".
Questa inattesa notizia, arrivata non dico a motore ancora acceso, ma quasi, mi aveva un po' rattristato.
Devo dire che avevo affrontato, in gran parte con il buio, i circa 210 km che separano Pistoia da Assisi davvero contento di rivedere don Tonio, già coordinatore nazionale di Pax Christi, Presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi, direttore di Mosaico di Pace, giornalista, e vero e proprio punto di riferimento per tutti i pacifisti e i nonviolenti, italiani e non solo.
Uno, tra l'altro, che, ormai parecchi anni fa, si era fatto inopinatamente e davvero pazientemente riempire lo zaino da me, con alcuni dei libri che avevo scritto, quasi all'inizio di un'assolata (e non brevissima, come si sa...) marcia per la Pace Perugia Assisi... (sì, ci arrivo sempre dopo...)
Dopo aver sistemato la valigie nello spartano alloggio condiviso e aver gustato un buon caffè preparato dal cambusiere campano (una garanzia...), ho salutato i nuovi compagni di avventura del cammino sulle orme di Francesco e mi sono messo in attesa, come tutti e tutte i partecipanti della Route 2026 del Movi.
Ci siamo ritrovati, a ottocento anni dalla scomparsa di San Francesco d'Assisi, sulle sue orme, ma anche stimolati, accompagnati dal centenario della scomparsa di una importante, e ancora troppo poco conosciuta ulteriore figura, il "padre" del moderno volontariato italiano: Luciano Tavazza.
Ed eravamo tutti e tutte lì, nella bella sala riunioni, tra sedie e panche, ad aspettarla questa "sostituta" di Padre dell'Olio.
Una consacrata, ci avevano anticipato e, soprattutto, siamo pur sempre ad Assisi, una restauratrice professionista di opere d'arte.
Ed è così che Sara Panzino, "la sostituta", insieme all'arte che include, alle ferite, alla cura, al mantello, al restauro e al suo avvolgente e accogliente sorriso, è entrata, in punta di piedi, ma con grande forza ed empatie, nelle nostre vite, nella nostra storia, nel nostro percorso...
Sara ci ha mostrato degli affreschi distrutti, apparentemente devastati, a una prima vista irrecuperabili...
E ha proiettato di fronte a noi San Francesco che si disfa del suo prezioso mantello da cavaliere, deciso a donare con esso tutto se stesso, a "uscire fuori da sè", e a iniziare un'inedita e indimenticabile, indimenticata Vita.
Ci ha parlato della sua professione, che appare molto più: il restauro dell'arte.
Ci ha accompagnato nella prima, propedeutica azione da compiere: "la pulizia".
Un'operazione complessa, delicata che, ci ha detto Sara, punta a riportare l'opera d'arte alla propria autentica "verità".
Ci ha anche detto due cose, a mio parere, importantissime: il restauro non è mai definitivo (ma è volutamente leggero e reversibile) e, spesso, non è, non può essere perfetto.
Per non "tradire la verità", infatti, alcune parti, alcune "ferite" dell'opera d'arte, come delle nostre vite, possono anche non essere toccate. Permanere.
Tutto questo non uccide l'arte e non uccide la Vita: si può rimanere e restare con una o più ferite, senza per questo che la figura intera, l'affresco, la persona ne rimanga uccisa, lacerata, irrimediabilmente offesa.
Non occorre concentrarsi, ha continuato Sara, la "sostituta", solo su ciò che manca, dobbiamo, possiamo vedere quello che c'è, anche nel divenire...
Ci siamo noi e la nostra ferita, è vero, non scadiamo nel buonismo.
E' lì, ce la portiamo sulle spalle, ci pesa, rende più faticoso il nostro cammino, fa sanguinare le nostre ginocchia, molto spesso ci urla in faccia anche la nostra, spesso apparente, qualche volta tragicamente reale, solitudine, frequentemente non priva di rabbia.
Molto spesso, è successo a lungo, ce lo ha confidato, anche a Sara, vediamo solo noi stessi e la nostra ferita, ciò che ci manca, ciò che non è più.
Non è nemmeno più la verità dell'intero.
A volte, come su un affresco, su una vita, per restaurarla nella verità, farla tornare a se stessa, occorrono uno sguardo esterno e attento, una mano disponibile e forgiata dall'esperienza, un incontro, un'attesa che si immergono in una relazione e in una reciprocità, mai materialista, mai soppesata, mai calcolata.
Una reciprocità, per citare il "cantiere dei sogni possibili", di questa nostra giornata alla Route, che si manifesta, si sviluppa, volontariamente, tra: "gratuità e libertà".
Ma Sara, sempre meno la "sostituta" non si è fermata qui.
Ha abitato, ci ha proposto, con un concreto racconto di vita, sincero, personale, non privo di salite e di curve, il ponte necessario tra queste due sponde.
Un ponte esigente, un obiettivo, un divenire nel presente, che si raggiunge sempre con il "Noi", certo, dopo aver risvegliato anche il nostro: "Io".
Il ponte tra "gratuità e libertà", ci ha raccontato Sara, condividendo l'accompagnamento complesso, il "fare, essere famiglia" con una madre e una figlia giunte dall'Africa con una malattia rarissima della piccola, è, non può che essere, la "giustizia".
La giustizia è anche un limite che ci fa scoprire lo spazio dell'altro/a, specialmente se più fragile, senza mai dimenticare la sua soggettività, senza mai smettere di riconoscere e di riconoscerci, con responsabilità, una reciproca, gratuita, libertà.
E Sara, insieme ai volontari e alle volontarie del progetto "Arte che include", disabili e non, fragili e non, giovani e non, ci ha anche accompagnato, nel pomeriggio, alla visita del bellissimo ciclo pittorico di Giotto, presso la Basilica Superiore di Assisi.
Ci ha accompagnati nell'incontro con San Francesco, con la sua stupefacente e generativa vita, al suo "sogno da svegli", al suo continuo camminare domandando, costruendo, favorendo, abitando incontri, relazioni di Pace, anche con i mussulmani, in Egitto, nonostante la quinta crociata,
Al suo cercare e vivere la Parola, cercandola nel silenzio e nel dialogo, oltre che nell'autenticità di una povertà che prima che regola è la condivisione, la messa in gioco della vita stessa.
Un Francesco fin da subito normalizzato, reso beffardamente comodo, persino rassicurante, da chi ha voluto tradire i suoi opportuni e profondi segni di contraddizione per la Chiesa, come per la società.
Per la violenza dell'Occidente cristiano.
Un Francesco che dobbiamo riscoprire, "restaurare" nella sua autentica radicalità evangelica.
Ma qual è, dov'è il nostro mantello? Ci siamo chiesti.
Quali sono, dove sono i nostri sogni, le nostre stelle, ci hanno chiesto i ragazzi immergendoci nell'"Arte che include?"
Dove si curano le nostre ferite e le nostre paure, il nostro "non essere pronti, non sentirci adatti" se non in una "condivisione fraterna", assolutamente non clericale, posto che Sara lavora soprattutto con atei...?
Come educhiamo, come "tiriamo fuori" e mettiamo in gioco veramente il nostro "Io" più vero e autentico, prezioso e singolare, in un "Noi" plurale, unità nella differenza, che include, non esclude, non separa, non uccide?
Un Noi di Pace e di Arte, di Sogno e di Imperfezione, un Noi che è Spazio, proprio perchè conosce anche la dimensione del vuoto, della ferita e del divenire, di un'identità che si nutre, che si contamina positivamente dell'incontro con l'altro/a.
Non un'identità millenaria e immobile, e spesso violenta, autoritaria, patriarcale, maledetta.
Possiamo ritrovare un Noi che, come il restauro, come il volontariato, almeno nella concezione gratuita, libera ed equa, di Luciano Tavazza, conosce la dimensione politica, oltre che umana, della cura.
Un volontariato che non è, ci hanno insegnato camminando, facendo, essendo, tessendo, la barella o la stampella dello Stato o dei partiti, nemmeno delle istituzioni, ma è, invece, "fraternità (e sorellanza) gratuita e libera nella giustizia".
Un volontariato che, nel guardare oltre noi, oltre l'io, non per forza lontanissimo, anche nella prossimità, può rappresentare una stella.
E "nella vita, la bellezza di una stella illumina il buio".
Ce lo siamo detti con gli occhi e con il cuore, senza bisogno di parole, anche oggi, di primissima mattina, quasi all'aurora, recitando insieme le Lodi all'Eremo delle carceri.
Foschia, brezza intensa che ti accarezza e ti sveglia, fiori, uccelli.
Falchi pellegrini e greppi sulle alture del Monte Subasio.
Grazie Francesco e grazie Sara, ex sostituta (non ce ne voglia Don Tonio...)
Grazie Sara anche per la Parola del Profeta Isaia che ci hai consegnato come lascito nel salutarci alla fine del nostro incontro:
(...) Perché", dicono essi, "quando abbiamo digiunato, non ci hai visti? Quando ci siamo umiliati, non lo hai notato?" Ecco, nel giorno del vostro digiuno voi fate i vostri affari ed esigete che siano fatti tutti i vostri lavori.
Ecco, voi digiunate per litigare, per fare discussioni, e colpite con pugno malvagio; oggi voi non digiunate in modo da far ascoltare la vostra voce in alto.
È forse questo il digiuno di cui mi compiaccio, il giorno in cui l'uomo si umilia? Curvare la testa come un giunco, sdraiarsi sul sacco e sulla cenere, è dunque questo ciò che chiami digiuno, giorno gradito al Signore?
Il digiuno che io gradisco non è forse questo: che si spezzino le catene della malvagità, che si sciolgano i legami del giogo, che si lascino liberi gli oppressi e che si spezzi ogni tipo di giogo?
Non è forse questo: che tu divida il tuo pane con chi ha fame, che tu conduca a casa tua gli infelici privi di riparo, che quando vedi uno nudo tu lo copra e che tu non ti nasconda a colui che è carne della tua carne?
Allora la tua luce spunterà come l'aurora, la tua guarigione germoglierà prontamente; la tua giustizia ti precederà, la gloria del Signore sarà la tua retroguardia.
Allora chiamerai e il Signore ti risponderà; griderai ed egli dirà: "Eccomi!" Se tu togli di mezzo a te il giogo, il dito accusatore e il parlare con menzogna, se tu supplisci ai bisogni dell'affamato e sazi l'afflitto, la tua luce spunterà nelle tenebre e la tua notte oscura sarà come il mezzogiorno; il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; tu sarai come un giardino ben annaffiato, come una sorgente la cui acqua non manca mai.
I tuoi ricostruiranno sulle antiche rovine; tu rialzerai le fondamenta gettate da molte età e sarai chiamato il riparatore delle brecce, il restauratore dei sentieri per rendere abitabile il paese" (...)
Camminando, ascoltando la Parola, domandando, sulle orme di Francesco, nel ricordo di Luciano e insieme a Sara la "sostituta", guardando verso l'alto come il santo di Assisi, "s'apre il cammino..."
L'Aurora lascia spazio al giorno (e al caffè..); si scende dal monte.
Ogni mattino è un'incredibile occasione d'Amore se, insieme alla nostra ferita, sappiamo, pur strani, inadatti, magari un po' poeti, guardare con occhi diversi, abbracciare, benedire l'altro/a che ritroviamo di fronte a noi.
Francesco Lauria

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