"Jacopo, ma tu me lo racconteresti un tuo ricordo di Lorenzo?"
"Babbo, mi ricordo un episodio durante il lungo in viaggio in treno verso Termoli. Eravamo con la squadra dell'H2Sport, avevamo quasi raggiunto i campionati di nuoto.
Mi ricordo che il treno, all'improvviso, ha fatto una brusca frenata, stavo cadendo.
E mi ricordo che Lorenzo c'era, era lì a sostenermi. Non sono caduto grazie a lui".
Questa conversazione ha, ormai dodici mesi meno un giorno, perchè questo è il lasso di tempo che ci separa dai partecipatissimi e commoventi funerali di Lorenzo Andreotti, studente del liceo Forteguerri di Pistoia, volontario della Maic, scacchista, nuotatore, musicista e tanto, tantissimo altro.
La malattia inesorabile, terribile, beffarda di Lorenzo è durata sostanzialmente un mese.
Nessun appello, un soffio di una sera di fine estate lo ha portato terrenamente via.
Fulmineo lo ha sottratto ai suoi genitori, a suo fratello, agli amici, alle tante persone con le quali faceva volontariato, inserito anche in un percorso di Fede, ai compagni della scuola e della squadra, ai suoi scacchi, ai tasti neri e bianchi della sua tastiera,, ebano e avorio, al bellissimo cane King.
Quando, ieri sera, sono salito sul palco principalmente per dare coraggio e forza a Ylenia, l'allenatrice di Lorenzo, Jacopo e dei ragazzi e ragazze dell'H2 sport che, insieme a centinaia e centinaia di persone affollavano la sala polivalente del Naturart Village, mi tremavano le gambe.
Io che non ho mai paura di nulla, che parlo in pubblico fin da quando ero bambino, ieri tremavo senza difese di fronte alla bellezza d'infinito, alla luce che irradiava su ciascuno e ciascuna, questo ragazzo.
Ho cercato, per fare forza a me, lo sguardo di Paolo, il babbo di Lorenzo.
Ho misurato in lui l'essere sbriciolati dalla tragedia e dal dolore, provvisoriamente annientati.
E' però, nelle tantissime iniziative che sono state raccontate ieri sera, nella sala Polivalente di Naturart Village della Giorgio Tesi Group che, dopo anche la benedizione del Vescovo di Pistoia Augusto Mascagna, è diventata la sala "Lorenzo Andreotti", noi non abbiamo trovato solo il "fare" volontariato, il "fare del bene".
Abbiamo incontrato un "bene che nasce".
Noi, tutti e tutte noi, abbiamo ritrovato la storia di Lorenzo, il suo essere ed esistere, la sua voce attraverso una musica che è anche struggente preghiera.
I sogni, i sorrisi, l'esserci sempre di Lorenzo, come anche su quel treno per Termoli. I sassi.
Già, quei sassi che vengono portati sulle cime delle montagne, prevalentemente del nostro Appennino, con scritta una frase di Lorenzo che ce lo racconta, come un tatuaggio ricordandoci: "la grandezza delle piccole cose".
Negli occhi di Paolo e di Gianmarco, fratello di Lorenzo, divenuto inaspettato studente di Medicina dopo la tragedia e che oggi, con determinazione, responsabilità e coraggio, presiede l'associazione: "Fengari - In Cammino con Lorenzo" abbiamo ritrovato il dolore e la ferita, ma anche la rinascita.
La resurrezione di Lorenzo.
Fengari, in greco moderno, significa "luna" e, coerentemente con questo stupendo giovane ragazzo pistoiese, è stato scelto come nome dell'associazione in sua memoria e in suo futuro, come simbolo di luce e di speranza.
Potrei scrivere a lungo di quante cose sono state fatte in un anno da chi ne ha voluto ricordare e onorare la memoria: dalle sculture, alle borse di studio, di quanto è stato vissuto da Lourdes a Cutigliano, fino alla dedica del campo estivo che si conclude oggi. dei ragazzi e delle ragazze del Liceo Forteguerri.
Ma voglio fare eco, risonanza delle parole di ieri sera di don Diego Pancaldo, Presidente e assistente spirituale della Fondazione Maic, amico e insegnante di religione di Lorenzo, al liceo.
Don Diego ci ha raccontato tanti aspetti di un percorso di volontariato, studio e spiritualità iniziato da giovanissimo, approfonditosi, rafforzatosi nel tempo.
Ci ha raccontato del luglio 2025 e dell'accompagnamento da parte di Lorenzo, un mese prima del sorgere della malattia, due prima della morte, di un ospite disabile piuttosto anziano e "impegnativo" della Fondazione Maic, durante il soggiorno comunitario al mare, di due settimane.
Ma ci ha raccontato anche del "mistero di Lorenzo", il suo esserci per il mondo ogni giorno, a partire da chi gli era prossimo/a.
Esserci alle lodi mattutine delle otto, poi in un servizio fedele che era diventato amicizia spontanea e riconoscente, perchè il Bene moltiplica il Bene, fino alla Messa delle sette e un quarto della sera.
Ha paragonato la figura di Lorenzo a quella, bellissima, tragica e dolcissima di Etty Hillesum (1914-1943).
In soli ventinove anni di vita, prima di essere inghiottita come Anna Frank dal buio del lager, Etty Hillesum ci ha lasciato un eccezionale tesoro di pensiero sulla vita offesa, su Dio, sul male e sulla bellezza, sulla speranza che non si rassegna.
Una vita breve e intensissima, una testimonianza folgorante.
Etty, proprio come Lorenzo, ci illumina e ci interroga.
Ci chiama.
Ci chiede di essere compagni e compagne, "cum panis", coloro, credenti e non credenti non importa, che spezzano il pane insieme.
Lorenzo ed Etty, anche tramite la bellezza del volontariato, quello vero, non paternalismo caritatevole, ma scommessa, condivisione e occasione di Vita, ci mettono di fronte all'imprevisto della Fede.
E ci invitano ad uscire all'aperto.
Proprio come hanno fatto, pur feriti nell'anima, Paolo e Giancarlo e, in modo diverso, intimo, ne sono certo anche la mamma di Lorenzo.
Non esiste, infatti, Resurrezione senza Crocifissione, con lo smarrimento profondo che tutto questo comporta.
"Oltre l'invisibile, c'è un abisso di energia" come cantano i Gen Rosso.
Si è parlato ieri di Lorenzo, citando Papa Francesco, come di un: "santo della porta accanto".
E ci è stato raccontato come in un tema, imperfetto, Lorenzo avesse colto le mille sfumature che Papa Leone XIV, eletto da soli sei giorni, riusciva ad utilizzare per definire e promuovere la Pace.
Non ci serve, però, mitizzare questo ragazzo che, come tutti gli adolescenti, avrà avuto anche le sue cadute, le sue difficoltà, le sue ferite.
La sua imperfezione che era, certamente, anche continuo "divenire".
Non ci serve "allontanare" Lorenzo dai suoi amici, dalle sue comunità, metterlo in una teca di cristallo, magari con qualche reliquia.
Fugacità di un attimo, battito del ciglio, levità di un angelo: come possiamo sussurrare, annunciare, ricordare?
Prendiamoci Lorenzo sulle spalle e nel cuore.
Senza interpretare, ma lasciandoci attraversare dai suoi sogni, pur nel dolore, inevitabile e duraturo, del distacco.
Ascoltiamo, ripetiamo, custodiamo dentro, una frase del profeta Isaia che lui stesso aveva scelto e che tanto ha stupito e ammirato il Vescovo di Pistoia Augusto:
"Il più piccolo diventerà un migliaio.
Io, il Signore, affretterò le cose a suo tempo".
Ylenia ieri sera ha rivelato a tutti e a tutte una cosa che io non sapevo.
Due anni prima di vincere le gare Lorenzo non sapeva nuotare.
Un po' come i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine che, con Don Lorenzo Milani, abitavano la piccola scuola di Barbiana, alle pendici del Monte Giovi.
Per superare la paura di nuotare, costruirono, insieme, una piscina, peraltro imperfetta e un po' storta.
Nella piscina, che ancora oggi si trova Barbiana, proprio verso le pendici del monte da cui scende la fonte dell'acqua, si imparava a nuotare, si sorrideva, si sognava, si amava.
Si viveva e superava insieme la paura di affogare, di non farcela, di non essere adeguati/e.
A Termoli o in altri luoghi, due anni dopo Lorenzo, che poco prima non sapeva nuotare, vinceva le medaglie.
Non aveva questo come obiettivo principale, proprio come quei ragazzi figli di poveri mezzadri e che mai, nella loro vita, avevano visto il mare.
La storia, la vita di Lorenzo ci dicono, anche, che non sempre serve e si può toccare per primi il bordo della piscina.
Che la meta è il cammino.
Che ogni bracciata è respiro, attimo immenso, infinito.
Gratitudine e gratuità senza difese, senza tempo eppure nella storia, nella nostra storia e nella nostra Vita.
Perchè, soprattutto, Lorenzo c'era.
C'è.
Ci sarà sempre.
E noi, grati e grate, non possiamo non esserci, non "stare" con lui.
Avvolto e avvolti nel suo Mistero.
Cercatori/cercatrici mai stanchi di infinito, riconoscenti a una Vita trafitta, che sconfigge la tenebra, la morte, che ci riscalda e ci cura dal vento forte e dalla pioggia battente.
Lorenzo a me pare come la piccola imbarcazione del quadro impressionista del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".
Ha lasciato questa terra, come ci hanno ricordato Paolo, Giancarlo e don Diego, infatti alla sera, poco dopo le ore venti.
Eppure quel quadro, come ci suggerisce don Gianluca Zurra, già assistente giovanile dell'Azione Cattolica, potrebbe essere ribattezzato: "Uscire all'aperto" o, forse, ancora meglio, "Rinascita".
A differenza di molte altre opere, anche più conosciute di Monet, in cui tutti i dettagli, cose e persone, vengono sfumati, come se fossero avvolti da un velo nebbioso, in "Barca a vela, effetto sera", l'imbarcazione è, invece, ben delineata.
Non c'è posto, infatti, per la nebbia: la barca che prende il largo, come Lorenzo e noi con lui, trova la propria identità, come i ragazzi e le ragazze di diciotto anni o poco più, l'età di Lorenzo al momento della sua scomparsa.
Delinea i propri contorni, lasciandosi cullare dalle onde, muovendo verso un orizzonte che ricerca sfumature di serenità, bellezza e Vita.
Quel quadro e quei colori furono realmente dipinti da un Monet riconoscente nell'ottobre del 1885, dopo giorni e giorni di pioggia, buio, tempesta.
Lorenzo è quindi, per noi, senza caricarlo di aspettative, ma non sfuggendo all'incontro con lui e con la sua storia autentica: una possibilità di cambiamento e, per chi crede, di conversione.
Un "autore e perfezionatore" della Fede. Di "molte fedi", in realtà.
Non ci rassicura Lorenzo, il suo dramma, la sua perdita sono di fronte a noi e ignorarle sarebbe come tradirlo.
E' però è lì a dirci, un po' come Padre Ernesto Balducci, che il tramonto (la sera che lo ha portato via...) e l'alba hanno colori molto simili.
Che le sfumature dell'aurora, se rimaniamo svegli, come ci hanno insegnato Cervantes, Dossetti e Guccini, possono albeggiare dopo i giorni di buio.
Non possiamo controllare tutto: l'imprevisto, il rischio della Fede sono di fronte a noi.
Scompaginano le carte, stracciano le agende, ridefiniscono, stravolgono le nostre priorità.
Lorenzo, con la sua storia, con la sua Vita, ci invita, laicamente, ad essere discepoli e, allo stesso tempo testimoni.
Una possibilità e una scelta che, se le vogliamo vivere insieme, continueranno ad alimentarsi del suo sguardo, dei suoi sogni, delle sue note.
Strumenti di Pace.
Per tutto questo, e concludo, ci dice Lorenzo-Leonida bisogna lottare senza risparmiaci, cercare un fine, donare la vita, non rinunciando, quando serve, ad una lancia nonviolenta.
Proprio come quella che sta nel logo dell'associazione "Fengari-In Cammino con Lorenzo".
Quando serve, infatti, "per cambiare il mondo, a partire dalla grandezza delle piccole cose", bisogna esserci", bloccare il passo e, allo stesso tempo, aprire varchi, costruire ponti, valicare fiumi, oltrepassare confini, spezzare fucili, fare scudo con il proprio corpo e con la propria anima.
Non avere paura e nuotare. Anche in mare aperto.
Nuotare fin che ce n'è, fino all'ultimo respiro, all'ultimo soffio, gustando l'ultimo sorso di acqua fresca, come ha fatto Lorenzo un giorno prima di morire.
Non avere paura, senza ubrìs, nemmeno se, come gli spartani di Leonida, si è in trecento di fronte a trecentomila.
"Dove due o più di due sono riuniti nel mio nome, io, sono con loro..."
E Lorenzo, non da solo, c'è.
Ci sarà.
Sempre e per sempre.
Ora, imperfetti e storti,
tocca a noi.
Francesco Lauria




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