Ci sono luoghi, succede a tutti e a tutte o quasi di imbattervisi, a un certo punto dello strano viaggio che chiamiamo vita, nulla di eccezionale, in cui, prima, ti sentivi a casa e che, all’improvviso o progressivamente, diventano stranieri, respingenti, lontani.
Luoghi, spazi in cui fluivano parole, sorrisi, narrazioni,
incontri, note di un pianoforte, qualche morigerata bevuta e tanti, tantissimi
caffè, e che diventano, non serve qui stabilire la classifica delle colpe,
silenzio, esilio, respingimento, dannazione probabilmente perpetua, menzogna.
Uno di questi, ovviamente per me, per altri/e continua ad
essere casa, “oikòs”, è la libreria Lo Spazio, in Via Curtatone e Montanara, a
Pistoia.
Un posto che, nelle sue diverse formazioni (Mauro più Alice
e poi Mauro più Mario e poi Mauro più Mario più altri/e) si è addirittura
meritato un articolo sulla rivista online de Il Mulino (certo l’autore è Cesare
Sartori, ma bisogna, nella vita, accontentarsi…)
Un luogo in cui, un po’ come in una catena di montaggio, a dir
la verità, ma con ammirevole costanza, si susseguono, senza sosta, mostre,
incontri, dibattiti, presentazioni, letture.
E in cui, fra cinque giorni, io non ci sarò, il sindaco di
Pistoia Giovanni Capecchi festeggerà il proprio cinquantacinquesimo compleanno presentando
il suo ultimo libro su Pinocchio (una pubblicazione, a mio onesto parere, non proprio
imperdibile e piuttosto compilativa, lo confesso).
Per correttezza, dalla libreria nessuno mi ha cacciato,
anzi, erano disposti (probabilmente ora non più) a continuare a svolgere iniziative
insieme, come quella, piuttosto surreale, su immigrazione, accoglienza, scelta della convivenza, svoltasi lo scorso 13 maggio, per me in piena tempesta e poco
prima delle elezioni amministrative di Pistoia.
Ormai divenuto cliente di Feltrinelli (nessuno è perfetto,
nemmeno io…) più di una settimana fa, mi sono imbattuto, in un bar, in uno dei
titolari della libreria.
Mi aveva attaccato da poco sui social (niente di minaccioso
o volgare) e lo rivendicava con orgoglio, brandendo, con movenze venete, la tazzina
del caffè.
Qual era stata la mia rinnovata, esecrabile, condannata, vergognosa
colpa?
Avevo appena pubblicamente difeso, nel merito e nel metodo,
la consigliera di opposizione Francesca Capecchi da attacchi fuori misura,
pregiudiziali e anche un po’ violenti (ma, si sa, lei è una fascista, per molti
sinistri pistoiesi la si può insultare, deve solo: “tornare nelle fogne da dove
è venuta…”).
Da Francesca Capecchi, nei cui confronti condivido il
reciproco rispetto umano e un atteggiamento inevitabilmente critico verso
questa Giunta, mi divide, politicamente, tutto: se penso al Governo Meloni e a
Fratelli d’Italia, io non sono solo distante, io sono proprio radicalmente all’opposto (d'altronde, esattamente un anno fa, pur semplificando, non uno ma cinque quotidiani nazionali mi definivano il "sindacalista anti Meloni...")
Ma, a differenza non solo del mio interlocutore, ma di tanti/e
hoolingan di questo sindaco e di questa amministrazione, a me Francesca
Capecchi, non metto le virgolette a caso, “non fa ribrezzo”.
E non credo, nemmeno, faccia: “politica con la testa bassa”.
Come persona, come donna, come lavoratrice, come madre, come
rappresentante delle istituzioni, eletta a suon di voti, non cooptata, che si
impegna per la propria comunità, certo con una logica anche di “parte”, di “partito”,
con contenuti e politiche molto lontani da me.
Eppure, come ho risposto scrivendo al mio interlocutore nel
frattempo dileguatosi come un’anguilla, se una persona di destra, afferma, in
questo caso sulla Giunta in carica, ma in generale, cose giuste e che condivido, io lo
riconosco e, da persona indipendente, lo apprezzo anche.
Senza che nessuno/a possa tacciarmi di livore e di voglia di
vendetta, perché argomento e, pazientemente (e con la mia consueta prolissità)
spiego.
In politica sono debitore di un approccio e un’ispirazione che
erano quelli di Aldo Moro: per il grande statista pugliese, da padre costituente
della Repubblica, ma anche da uomo di partito, non solo di governo, valeva la
considerazione/ammonimento, eravamo nel pieno degli anni Settanta del
Novecento, che la politica non rappresentasse, nella vita, tutto.
Che la politica, specialmente quella di parte, di partito,
di schieramento, non fosse più importante delle persone, non si doveva fare,
secondo dettami ideologici o logiche di clan, sopra le persone, ma con le
persone e per le persone.
Anche quelle distanti da noi.
Se è vero che “tutto è politica”, infatti, “la politica”, “il
potere”, “il successo”, “la carriera”, persino “il Governo” non sono tutto.
Prima della politica, prima dello Stato, anche prima delle
leggi (no Biancalani, valuta bene… non ti sto giustificando) viene quella che
Kant definiva la legge morale interiore.
La scelta e il "cielo stellato" sopra di noi, sono più
importanti, penso ad esempio all’obiezione di coscienza, nelle sue varie forme.
Tutto questo non è eroismo, pur nello “stato di eccezione
permanente” in cui ci tocca oggi vivere e in cui, direbbero sia Giorgio Agamben
che don Giuseppe Dossetti, è previsto, anche il “diritto alla resistenza”.
All’essere altro/a. All’essere, allo stare, al resistere
altrove.
Possiamo, infatti, leggere, scrivere, presentare tutti i
libri che vogliamo. Ritenerci dottissimi.
Ma se non siamo in grado di “liberarci del nostro mantello”
e di “uscire all’aperto”, non andiamo da nessuna parte.
Per me, che non considero Francesca Capecchi una fascista
che mi provoca ribrezzo, ma una competente e più che onorevole, più che
rappresentativa dirigente dell’opposizione della mia città, che, certo, può
commettere anche errori, vale prima lei, come persona e come cittadina, del suo
schieramento politico.
Faccio mia la lezione di un grandissimo della sinistra
radicale del Novecento, Vittorio Foa, intellettuale, partigiano di Giustizia e Libertà,
leader della sinistra sindacale, persona curiosa, fuori dagli schemi, concreta
e visionaria.
Dolce.
In una famosa tribuna politica, nella televisione in bianco
e nero, spiegò a Giorgio Pisanò, fascista, ex repubblichino, volontario della X
Mas, allora esponente del Movimento Sociale Italiano, quale fosse la sua
concezione di democrazia.
Foa rifiutava, ovviamente, ogni revisionismo, rimaneva, di fronte
a Pisanò, visceralmente, esistenzialmente antifascista. Rifiutava anche ogni
equiparazione.
Distinguendo tra vivi e morti e riconoscendo pietà per tutti
i morti, Foa disse a Pisanò, in diretta televisiva, una famosa frase, senza
arroganza, senza atteggiamento di superiorità: “Se aveste vinto voi, io sarei
ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore. Ecco, ci
rifletta. Ci rifletta un istante."
Seguiamo, tutti e tutte, il consiglio di Vittorio Foa, rileggiamoci anche un suo libro poco conosciuto, in dialogo con altri interlocutori e interlocutrici: "Scelte di vita".
Concediamoci, un attimo, vale in primis per me, la “rivoluzione
del silenzio”, riflettiamo almeno un istante.
Pur, come direbbero i Gang, reduci dal concerto di Palazzo
di Giano, tra: “silenzi e spari”, torniamo, tutte e tutti, umani.
Cominciamo a guardarci negli occhi, a vedere.
Scopriremo, come ci ha insegnato Fabrizio De Andrè, che l’altro/a,
fosse persino un fascista vero come Pisanò e quindi, politicamente,
assolutamente da combattere, respingere, dal punto di vista umano ha un cuore,
due occhi e, anch’egli uno sguardo.
La divisa c’è, per carità, ma è secondaria.
Se non cominciamo noi stessi a guardare gli altri/le altre,
a partire dagli “altri difficili”, questo mondo non lo ricuciremo mai.
E la bandiera pace, l’arcobaleno della pace, unità nella
diversità, rimarrà un vessillo finto. Una foglia di fico.
Non l’emblema di un’utopia concreta per cui lottare ogni
giorno, combattere, oggi disarmati, con la nonviolenza.
In ogni tempo.
In ogni “Spazio”.
Persino quello di Via Curtatone e Montanara.
Persino, me lo si conceda, in una: “piccola città, bastardo posto” (cit.
Francesco Guccini su altra città di provincia…).
Francesco Lauria (continua?)





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