C'è una frase di Simone Weil, richiamata ieri dalla teologa Lucia Vantini, durante l'incontro nazionale di studi delle Acli, in corso di svolgimento a Verona, che mi ha, da sempre, colpito:
«Il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di alcun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.»
Simone Weil scrisse questa frase all'interno del testo: "Condition première d'un travail non servile" ("Condizione prima di un lavoro non servile"), pubblicato nella temperie bellica del 1941 e successivamente confluito nella raccolta "La Condition ouvrière" ("La condizione operaia").
C'è anche una versione forse meno nota, ma davvero bellissima della frase che ho citato, contenuta.in un capitolo che si intitola, significativamente: «Mystique du travail» ("Mistica del lavoro)" che si trova all'interno della raccolta postuma degli scritti della Weil: "La pesanteur et la grâce" ("La pesantezza e la grazia", titolo tradotto più liberamente nel 1951 da Franco Fortini con: "L'ombra e la grazia"),
«I lavoratori hanno bisogno di poesia più che di pane. Hanno bisogno che la loro vita sia poesia. Hanno bisogno di una luce d’eternità.»
Sul finire dell'estate del 2004 o forse già con un autunno appena arrivato, come oggi, non ricordo bene sono passati ventidue anni, mi trovavo alle soglie della mia laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, presso la sede dell'Università di Trieste, situata sul confine di Gorizia, nell'ex seminario asburgico di Via Alviano.
Avevo ormai terminato la mia tesi di ricerca sul campo, ma anche di ricostruzione storica sulla "Diplomazia dell'Europa minore" e il ruolo degli enti locali e della società civile, con una visione europea e il supporto del Consiglio d'Europa, nel "mettersi in mezzo", insieme alle popolazioni e a supporto delle comunità locali durante la guerra civile balcanica degli anni Novanta.
Quello di "Europa minore", concetto non mio, ma suggeritomi dal sociologo di fama internazionale e relatore della mia tesi prof. Alberto Gasperini, ambiva a significare, contemporaneamente, due cose: da un lato la dimensione territoriale, piccola, degli enti locali e, dall'altro, la fragilità, ma anche la forza, la molteplicità di un "potere disperso" e per questo più facilmente meno condizionabile, meno lento, meno indifferente, meno nazionalista.
Non parliamo, quindi, di semplici gemellaggi perchè, nel pieno del fuoco del conflitto e poi nei difficili dopoguerra di "paci fredde", si provava davvero, tra milioni di difficoltà tutt'ora irrisolte (basti guardare ai terribili, recentissimi funerali del generale genocida Radko Mladic a Belgrado...) a cambiarla la storia.
Si provava, con la dimensione del pensiero/azione delle istituzioni locali, della società civile sia "occidentale", quanto "balcanica" e di un'autentica visione di un'Europa democratica e di Pace a "darsi il tempo", superare l'inerzia, l'indifferenza degli Stati nazionali, ma anche l'inefficacia, drammatica, delle Nazioni Unite.
Era questa la storia delle "Ambasciate (poi Agenzie) della Democrazia Locale".
Si provava, nella ricerca della verità e della giustizia, ad evitare di "bollare" come meramente etnico un conflitto che aveva molte e diverse dimensioni e cause, tra cui quella etnico-religiosa che non era, però, certamente, la sola.
Ho toccato con mano nelle mie missioni di ricerca in Bosnia, sia nella "famigerata" e "canaglia" Repubblica Srpska di Prijedor e Banja Luka (e di Mladic...), che nella federazione croato-musulmana, entrambe figlie dei discutibili compromessi della "pace" di Dayton, gli enormi interessi economici e geopolitici in gioco e messi in "palio", fin dal 1991 (e anche prima...), con la definitiva dissoluzione dell'ex Jugoslavia, in particolare nel cruento, complesso, sanguinoso, spietato conflitto bosniaco, dove lo "stupro etnico" era sostanzialmente la norma per tutte le parti in causa, come avvenne con l'uccisione e lo stupro di migliaia di bosniaci/che musulmani/e a Srebrenica.
In quei mesi la mia Università, in particolare a Trieste, ma coinvolgendo poi anche la sede decentrata e ancor più di confine di Gorizia, aveva dato corso ad un chiacchieratissimo e contestatissimo accordo con l'Esercito italiano.
La frase della Weil richiamata ieri alle Acli mi risuonava dentro come contrappiunto robusto e radicale all'idea dell'università come istituzione che dovrebbe dare non soltanto sapere, titoli, lavoro, ma anche dignità, senso e possibilità di realizzazione di senso a chi la abita, a chi la vive, la costruisce ogni giorno.
Fu così che decisi, davvero temerariamente, pochissime settimane prima della discussione della mia tesi a Gorizia, di organizzare una tappa della Carovana della Pace organizzata dai missionari comboniani (stasera saremo a cena da loro a Verona...) e, in particolare da padre Alex Zanotelli e Padre Dario Bossi (promotori in questi giorni dei "preti in cammino contro il genocidio palestinese"..) proprio nella mia Università, ma anche nella sede decentrata dell'Università di Udine, altro ateneo presente nella città di Gorizia.
Le accoglienze, pur entrambe fugaci, furono diverse: gelo e assenza nel mio ateneo, benvenuto e ascolto in quello "friulano".
Scrissi anche un breve e prudentemente non firmato articolo sul quotidiano Il Manifesto che, complice la mia vanagloria e un contesto universitario piccolissimo come quello di Gorizia, dopo tre minuti tre dalla pubblicazione sul giornale, tutti/e, ma proprio tutti/e sapevano lo avessi scritto io.
Nell'articolo citavo un testo pubblicato una decina di anni prima, all'inizio deli Anni Novanta da Raffaele Simone e intitolato: "L'università dei tre tradimenti".
Questo volume rappresenta davvero, ancora oggi, una delle analisi più severe e puntuali dell’università italiana.
Il linguista e saggista vi individua, appunto, tre tradimenti: verso lo Stato, che finanzia l’istituzione senza riuscire sempre a governarne efficacemente i meccanismi; verso la ricerca, quando logiche corporative e di cooptazione prendono il posto della qualità scientifica; e verso gli studenti, che finiscono per pagare il prezzo delle inefficienze del sistema.
Al centro
del saggio c’è quindi una critica a un’università che rischia di diventare meramente autoreferenziale e più attenta alla propria
riproduzione interna che alla sua funzione pubblica.
Rileggere oggi "L’università dei tre tradimenti" di Raffaele Simone, a più di trent’anni dalla sua prima pubblicazione, offre una chiave di lettura interessante per interrogarsi su alcune vicende più recenti dell’università italiana.
Il punto interessante, almeno con gli occhi del 2026, appare chiedersi che cosa succede quando le regole formali di un sistema
meritocratico entrano in tensione con i suoi meccanismi informali di potere.
Vale, con sfumature diverse, per l'Università, come per un Comune, un'associazione, un sindacato, un partito, lo Stato.
Una selezione accademica, una commissione, una valutazione scientifica, una progressione di carriera, o più semplicemente una scelta ufficiale, come fu il creare una sorta di corsia preferenziale e di modalità semplificate ad hoc per offrire, dietro il pagamento di finanziamenti dedicati, lauree in Scienze Politiche ai militari dell'esercito italiano, sono infatti procedure formalmente regolate.
Ma la loro credibilità dipende anche da elementi meno
visibili: l'indipendenza di chi giudica, l'assenza di conflitti di interesse,
la trasparenza dei criteri, la coerenza delle decisioni e, soprattutto, la
possibilità di verificare dall'esterno che il risultato non sia stato
determinato da rapporti personali o da logiche di appartenenza, di potere, financo di corruzione.
È precisamente su questo terreno che una vicenda individuale può diventare una questione più generale.
Non perché un
singolo caso dimostri da solo l'esistenza di un sistema malato, ma perché
consente di verificare concretamente quanto le garanzie previste sulla carta
funzionino nella realtà.
La domanda posta da Raffaele Simone, in fondo, rimane allora
semplice e scomoda: l'università (ma anche la politica) riesce davvero a proteggere la ricerca
e il merito dalle proprie dinamiche di potere, oppure talvolta finisce per
proteggere soprattutto se stessa?
E quel rapporto con il mondo militare (senza criminalizzare ovviamente nessuna categoria) ci rapporta al mondo di oggi: in cui si è passati, tristemente, dalla riconversione del lavoro e della produzione dal militare al civile, all'esatto opposto.
La mia domanda che non richiede anticipazioni di giudizio o imputati.
Richiede piuttosto
di ricostruire i fatti, seguire le responsabilità e mettere a confronto ciò che
le regole prevedono con ciò che, concretamente, è accaduto.
Cercherò di fare tutto questo "disarmando le parole", avendo a mente un bell'articolo sulla rivista della Federazione Acli Internazionali: "Mondo", ad opera del portavoce nazionale dei Giovani delle Acli, Simone Romagnaoli e, ovviamente Papa Leone XIV.
"Le parole - come scrive Simone (in questo caso Romagnoli..) - cambiano il mondo prima che lo facciano le armi. Lo anticipano, lo giustificano, a volte lo nascondono. E' la lezione più antica della storia, quella che ogni generazione dimentica. Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato; prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso "nemico" con una parola".
Nel mio caso personale, sinceramente, non ci si è limitati alle parole, ma sono state compiute azioni gravi, così assurde da sembrare quasi uno scherzo di pessimo gusto.
Cosa che, purtroppo, non è.
Anche nell'ottobre 2004, accettai di pagare il prezzo, normale, nulla di eroico, di non venirmi riconosciuta la lode e che la mia Preside di Corso di Laurea, Maria Paola Pagnini, si autoespellesse dalla commissione di tesi (cosa mai vista in quasi quindici anni) per non dover laureare: "quello ... che ci ha portato Zanotelli in Università".
E pensare che a quella stessa donna di immenso potere, accademico e politico, avevo velleitariamente, ma sinceramente regalato, come segno di distensione tra noi, un'agenda della Pace, predisposta, in quel caso, non dai missionari comboniani, ma da quelli saveriani che hanno sede mondiale nella mia città, a Parma.
Non potevo regalarle, perchè non era ancora uscito, il bel libro di Padre Alex: "Prima che gridino le pietre".
E ancora, in vita mia, anche se di lì a pochi mesi pochi mesi cambiò tutto, mai avevo ancora messo piede in una città come Pistoia...
Francesco Lauria
(continua...)





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