Molti/e, anche giornalisti (non migliaia eh, sia chiaro...) si aspettano che io dica/scriva qualcosa in vista dell'udienza contro la Cisl nazionale, in programma domani mattina presso il Tribunale del Lavoro di Firenze.
Firenze, non Roma, visto che lo svolgimento delle mie mansioni è stato in ampia prevalenza, almeno negli ultimi tredici anni, non nei precedenti sette, proprio presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole.
A Roma, invece si discuteranno la quasi totalità delle reciproche doglianze di livello personale relative ad alcuni dirigenti (diversi, almeno tre, pur dirigenti apicali, incredibilmente risultati, dopo i miei ricorsi ai probiviri, NON iscritti alla Cisl: Danilo Battista, Roberta Roncone, Andrea Benvenuti. Una cosa, davvero degna di un film tragicomico...)
Su Firenze so che, per chi le ha, deluderò, invece, le aspettative.
Sto terminando di realizzare le controdeduzioni alle centinaia e centinaia di affermazioni temerarie, imprecise, incredibili, strumentali, false, imbarazzanti, contraddittorie, che sono contenute nelle novantadue prolississime pagine di difese della Cisl rispetto ai miei ricorsi (il plurale non è casuale).
Molto meglio di me, soprattutto su due temi fondamentali non legati alla mia persona, ma generali, relativi al ruolo e alla postura del sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici nella società contemporanea, è stato scritto ieri sul benemerito blog il 9 marzo.
Ecco qui il link: https://www.il9marzo.it/?p=11430 ("Due parti in commedia sono troppe").
Sfido, invece, ogni scongiuro, citando un altro articolo, ancora più bello, scritto dalla stessa inconfondibile penna di giornalista di razza, mesi fa.
G. (nome vero), scrisse quelle parole, delicatissime, bellissime, quando io decisi, con la morte nel cuore, di rinunciare, dopo i primi sette scandalosi lodi, agli ulteriori ricorsi ai probiviri Cisl (confederali, dei territori e delle categorie) dimettendomi da socio dell'organizzazione.
Eccolo qui: https://www.il9marzo.it/?p=10861
Il titolo sembra non portare bene, in vista di domani: "Le organizzazioni non perdono mai".
In realtà non si parla di cause perse, ma di sonno perduto, del "consumarsi in attesa di una notizia", della paura e dell'isolamento, del senso difficilissimo di responsabilità, in primis verso la propria famiglia, ma anche verso se stessi.
Del tremare di ogni passo.
Quella del 2026, dopo vent'anni, è, infatti, la prima tessera Cisl che non ho nel mio portafogli...
Ma oggi non sono io al centro.
Ci sono, nel mio cuore, nelle mie lacrime, nella mia paura, nella mia attesa insonne in vista di domani mattina, i tantissimi e le tantissime sindacalisti/e, lavoratori, lavoratrici licenziati/e perchè hanno deciso di non rinunciare alla dignità.
La dignità, infatti, non si da.
Si può solo riconoscere.
Oggi, al centro di questo articolo, più breve del solito, anche perchè sono stanco, esausto, frammentato, proprio come piace a qualcuna di super apicale, non ci sono io.
C'è anche un'altra G. (nome e iniziale di fantasia).
G. è una giovane donna che lavora nel commercio.
Una ragazza del sorriso, minuta e sempre efficiente, di solito entusiasta della vita.
Oggi, sarà che quando sei ferito, riesci a vedere meglio le ferite degli/delle altri/e, non le ignori, ho notato che il suo sorriso era spento.
Imprevisti duri in famiglia mi ha detto.
Immagino un genitore, magari due, un fratello o una sorella.
Non ho chiesto per rispetto.
G. ha poco più di venti anni.
Problemi conseguenti, anche economici.
Mentre mi serve il caffè, circondata, da sola, da tantissimi altri clienti, mi confida di aver chiesto, invano, di svolgere qualche ora di lavoro in più.
Come è noto, nel commercio, il part time involontario è diffusissimo, a partire dalle donne.
Uno strumento di conciliazione e di emancipazione è diventato una trappola, una gabbia.
Anche di genere.
La osservo sistemare file di tazzine, un po' troppo in alto per lei.
G. non è altissima, ma alla fine ci arriva sempre. Anche alla tazzina più lontana.
Non è certo l'unica, in quel luogo, a lamentarsi dei ritmi, degli orari e delle condizioni di lavoro.
Lo fa però sottovoce, si guarda intorno.
Mi dice che lei vorrebbe non dico protestare, ma farlo presente.
Ma ha paura di rimanere sola.
Aggiunge: "è già tanto che ci danno lo stipendio, non possiamo pretendere di più".
Provo, stimolato, a controbattere: "non è già tanto, è semplicemente giusto".
Sospira, vede, intelligente e sensibile, la dolcezza ferita nel mio sguardo, accenna un timido sorriso.
Allarga le mani.
In quel momento ci capiamo profondamente, uno negli occhi dell'altra, uno nella ferita dell'altra.
Giovedì, il giorno dopo mercoledì.
Il giorno dopo l'udienza della "reciproca carneficina", dalle 14.30 alle 16.30 riapriamo, a Pistoia, una nuova sede sindacale.
Timidamente, ci sarà tempo per le inaugurazioni.
Penso, però, chissà che, probabilmente, non riuscirò ad essere utile a G.
La sua paura è davvero tanta, troppa.
E io la rispetto profondamente.
Non mi permetto di giudicare.
Conosco abbastanza della sua storia e so quanto retta, diritta sia questa ragazza.
Quanto sia capace. Onesta. Vera.
So anche che noi sindacalisti non abbiamo mai tutte le risposte.
L'ho imparato bene da un mio corsista bergamasco, di Nembro, durante il tempo lungo e sospeso del Covid.
Non ho dimenticato.
E' però oggi, almeno per un po'...
non compiango la mia ferita.
Penso a G. e alle tantissime ragazze, donne di ogni età come lei che, tra una tazzina e uno scaffale, sono vittime della cultura e dell'economia dello scarto.
Del predominio del capitale sul lavoro (il contrario dell'articolo 2 dello Statuto della Cisl, almeno di quella vera, che ho conosciuto e amato, per cui ho vissuto).
So anche, per ragione di gusti musicali, di giocarmi probabilmente l'amicizia di Alessandro e di Giulia, ma mi viene, arditamente, da citare una canzone di Nek.
Uscita nel 1996, esattamente trenta anni fa.
Lavoravo in nero, d'estate, a Parma, in un campo di cipolle.
Mi feci anche molto male.
Una mia scelta, ho imparato dai miei errori.
Se abbiamo di fronte, cito Nek, decine di "mani arrese" (magari anche le nostre...)
non possiamo e non dobbiamo voltarci dall'altra parte.
Cercare luoghi più facili di sindacalizzazione, dove non si incontra la paura.
Perchè quella stessa paura può diventare speranza, se ci si riconosce nella dignità.
Non in teoria, nella prosa ostinata e tenace, generosa, di ogni giorno.
"Bisogna cominciare..."
Questo per me è il fine intimo e ultimo del sindacato: "essere insieme giustizia - sun dike".
Colmare, attraversare le asimmetrie di potere, essere compagni e compagne, fratelli e sorelle, spezzare, nel lavoro e nella vita, il "pane insieme": "cum panis".
Perchè noi "vogliamo il pane e le rose".
E, dopo la prosa, anche la poesia.
Domani nel mio cuore, di fronte ai miei sicuri "sicari" probabilmente ancora non iscritti, porterò le mani minute e belle di G.
E le mani e la penna dell'altro G. (quello vero...)
Mani non arrese.
Ma tese.
In attesa non di una elemosina, di un po' di paternalismo aziendale, di una pacca da qualche parte.
Mani tese.
Dignitose. Aperte.
Mani viste.
Da stringere, perchè: "c'è di più", G. e G.
E Francesco.
Non, non facciamoci raccontare, definire, da chi ha perduto l'umanità, non solo il sindacato.
NOI SIAMO, di più della paura e della solitudine.
Di un "tempo violento".
Con la forza dolce e politica, sindacale dell'empatia e della cura.
Possiamo e vogliamo restare umani/e...
"Stiamoci accanto!"
Francesco Lauria, "sindacalista e formatore da marciapiede".
Link: https://www.youtube.com/watch?v=Tzffxkh5Dr0
Nek - Filippo Neviani
Di più.
Non c'è tempo
Cammina per i fatti suoi
Con dentro noi
E non so quali facce incontrerò
O se un fucile in faccia avrò
Con di dietro un uomo
Fino a che son qui
Appartengo al mondo
Troppo facile dire, "Che ne so"
E restar nascosto dietro ad un no
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Ma stammi accanto
C'è molto di più della TV
Che appanna i pensieri ormai
Che pensa anche per noi
Non sempre tutto è come vuoi
E calci in bocca prendi e dai
Ma alla fine tu sei quello che fai
Anche quando non ce n'è più
Per qualcuno è già importante
Oh noi, tra quelle cose che non vediamo mai
Decine di mani arrese
E tese verso noi
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Restiamoci accanto
C'è molto di più
E lo sai anche tu
Insieme si cade giù
Ma insieme si torna su
Del mantenerci vivi
C'è di più
Dell'essere aggressivi
C'è di più
Bisogna cominciare
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è molto di più e lo sai anche tu
E molto di più, di più, di più, di più, di più
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