venerdì 23 ottobre 2026

"MA C'E' SPERANZA PER NOI?" GAIA ORLANDINI, GIOVANNI CAPECCHI, FRANCESCO E CHIARA, VON WEIZSACKER, EL ALAMEIN. E, APPUNTO, NOI.

Mi sono profondamente, intimamente interrogato, in questi giorni, in queste ore, sul senso della "gloriosa" sconfitta di El Alamein.

Pistoia è stata, per carità pacificamente, invasa, da ogni lato, dalla Folgore, dai paracadutisti, dagli ex paracadutisti.

Il prode sindaco Giovanni Capecchi, quello che ricordava un po' strumentalmente in campagna elettorale di essere cresciuto facendo, in famiglia, obiezione di coscienza e fiscale alle spese militari, è, di fatto, scomparso.

Capecchi, che nelle situazioni complesse, come hanno rilevato in tanti (vedi questione dei "bambini mai nati", ma anche la mia personale vicenda) svanisce sempre come neve al sole, ha lasciato la cerimonia allo stadio Melani con la Folgore e le scuole alla vicesindaca, la sempre brava anche in contesti difficili Stefania Nesi (quanto spesso io sbaglio le mie valutazioni, in senso positivo o negativo sui politici!).

Ha, invece, consegnato al fidatissimo assessore Riccardo Trallori il presidio della tardiva, ma opportuna espiazione di Palazzo di Giano, dove si è tenuto un più contenuto convegno per gli studenti, utile e interessante, con la funzione di aggiustarsi un po' la coscienza e di "riequilibrare" la rievocazione militare dei parà.

Qui il link ai lavori (che iniziano al minuto 12 e 15 secondi...) https://www.facebook.com/share/v/1CBDXsd3PV/

Il sindaco, novello Walter Veltroni dell'allora sfortunato "ma anche", ha concesso il patrocinio un po' a tutti, ci mancava solo il dittatore egiziano, responsabile almeno morale dell'omicidio di Giulio Regeni, Al Sisi, ma chissà, diamo tempo al tempo...

Il senso degli ottantaquattro anni da El Alamein è quello del saperli contestualizzare, sono in piena consonanza con lo storico Francesco Filippi, incolpevole e bravissimo relatore principale della faccia "de sinistra" della poliedrica Giunta Capecchi, quest'ultimo uomo davvero per tutti i fiumi e tutti i mari, come diceva una canzone.

Non possiamo prescindere dal tempo e dallo spazio di quel 23 ottobre 1942: quando, per fortuna, fascisti e nazisti hanno perso di fronte alle truppe inglesi ed indiane, fermando, di fatto, la loro avanzata sul fronte Sud nell'impero britannico.

C'è forse un aspetto non pienamente compiuto nella ricostruzione di Filippi: se è vero, infatti, che le truppe nazifasciste guidate da Rommel fossero senza alcun dubbio neocoloniali, certamente coloniali, in Egitto, lo erano anche l'Impero e l'esercito britannici.

La battaglia va poi ricordata come effettivamente fu e andò e per me non è corretto dire che, come afferma, invece, il motto autoconsolatorio di El Alamein, per me farlocco e passato interessatamente alla storia: "mancò la fortuna, non l'onore".

La vera verità, come affermarono, con amara ironia, negli anni successivi molti reduci della battaglia, fuori dalla retorica che ha inquinato anche l'Italia repubblicana, e come ha ricordato anche Filippi, ieri nella sala del Comune di Pistoia, è che invece: "mancò la benzina, non il calore".

I fanti italiani furono, infatti, mandati al macello dai comandi nazisti, cui l'esercito italiano si era inginocchiato.

E i circa 5000 - 5500 caduti sono il prezzo umano, enorme, cui dobbiamo rispetto infinito, di quella che fu, però, per l'umanità, senza alcun dubbio, una opportuna, auspicata, auspicabile sconfitta.

Sono rimasto, quindi, colpito dalle parole di Gaia Orlandini, da poco tempo segretaria provinciale di Gioventù Nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia.

Qui il suo video di ieri: https://www.facebook.com/reel/29831422309778861

Gaia è una giovane donna di vera e autentica passione politica, non una passante.

Perciò sentirla esporre tutta una retorica nazionalista e bellicista che mi pare persino datata, mi ha fatto male e preoccupato, per volendo io intavolare con lei e con altri, un dialogo franco, senza patenti di verità o, peggio, di presunta superiorità morale della sinistra.

Da pacifista radicale, da obiettore, ovviamente, l'esibizione delle armi, anche al mercato, con il patrocinio della Giunta pseudopacifista a targhe alterne di Giovanni Capecchi, non mi ha proprio convinto.

Non pretendo di convincere nessuno, nè di imporre le mie idee ad altri/e, ma per me gli unici fucili utili sono quelli spezzati non quelli lucidati ed esposti, magari alle scolaresche.

Questo non toglie che in limitatissimi e precisi contesti storici (vedi la Resistenza, che, però, è stata, soprattutto, una grande esperienza popolare di lotta disarmata...) si possa imbracciare un fucile: "non per bellezza".

Ma è un'extrema ratio, non certo la terribile e inquietante, interrogante normalità di questi tempi bellici e militarizzati.

Tutto questo vale anche per la violenza di piazza che oscura le ragioni delle proteste e che, almeno per me, non è mai e sottolineo mai nemmeno lontanamente giustificabile.

Nell'ottavo centenario della morte terrena di San Francesco d'Assisi, leggendo un libretto come sempre bellissimo di Don Luigi Maria Epicoco: "Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna" ho provato a fare un passo avanti.

Che dedico, in particolare, a Gaia Orlandini, nell'ottica di un dialogo franco e amichevole, spero non di un monologo.

Rispetto a Giovanni Capecchi so, purtroppo, lo scrivo davvero senza astio, ma con un minimo di verità, che sono, invece, parole nel deserto, manco ci trovassimo, davvero, ad El Alamein.

Scrive Epicoco, riferendosi al giovane Francesco: "Fermiamoci un istante: c'è un momento in cui questo ragazzo nella sua crisi riesce a tornare dentro se stesso. 

Nella vita di Francesco perdere la battaglia contro Perugia (vedi le coincidenze della vita, altra sconfitta militare e città che, per varie ragioni, in questi tempi contemporanei, si intreccia con Pistoia...) lo costringe al carcere per un anno e questo fallimento e questa sosta forzata lo costringe a fare i conti con se stesso, con la propria interiorità.

A questo periodo di prigionia si aggiunge un periodo di malattia che tocca il suo corpo.

Quando noi incrociamo queste cose nella vita le chiamiamo "disgrazie", ma in realtà quello può essere il momento in cui - come san Francesco - si può cominciare a invertire la rotta, ad accorgersi che tutto quello che si stava cercando fuori di sè in realtà esiste, ma è dentro di noi. Francesco non lo comprende come un'illuminazione che a un tratto gli cambia le cose, ma lo comprende un po' alla volta, a tentoni (...)

Continua, più avanti, il giovane sacerdote abruzzese:

"Come mai questo è importante? Perchè non esiste vita umana che non contempli il trauma di una disgrazia, di un imprevisto"".

Tutto questo a San Francesco avviene nel mondo, non solo in se stesso.

Gaia, a partire dalle sconfitte, dal dolore, dalla morte e dalla guerra può davvero iniziare un percorso diverso, differente di rinascita, di democrazia, di Pace. 

Quando è che San Francesco compie il suo giro di boa?

Ce lo dice ancora Don Luigi Maria Epicoco:

"San Francesco vive un incontro, anzi due! Il primo è l'incontro con il lebbroso, e, successivamente, con la parola del Crocifisso di San Damiano, l'incontro con le macerie di questa chiesetta e di questa immagine sacra: "Francesco vai, ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina". 

L'incontro con la lebbra, con il lebbroso, non è semplicemente un'opera di misericordia che Francesco fa scendendo da cavallo (e andando oltre l'immagine del "maschio, guerriero, generoso e trionfante", aggiungerei io...), ma va incontro a quest'uomo, gli dà un abbraccio, un bacio di pace..

La lebbra - continua Epicoco - è una malattia contagiosa, non bisognava fare in nessun modo come Francesco ha fatto".

Che cosa significa per noi, oggi, a ottantaquattro anni da El Alamein, a ottanta dal voto anche alle donne, per la Repubblica e per l'Assemblea Costituente, in questo tempo, lo ripeto, ANCHE di buio, morte, violenza, guerra?

C'è Speranza per noi?

Gaia, scrive ancora Epicoco:

"Quando incontri una tribolazione, un male, una disgrazia e tu sei costretto a fare i conti con te stesso, a essere in compagnia di te stesso, (come, aggiungo ancora io, certamente lo sono stati non solo i caduti di El Alamein, ma anche i tanti prigionieri italiani, detenuti in pessime condizioni dagli inglesi nel deserto) questo non porta gioia, ma disperazione (...)

Vedendo solo i nostri difetti, le nostre sconfitte, scrive Epicoco: "siamo dei lebbrosi che non accettano di essere dei lebbrosi".

E quindi: "Francesco abbracciando quest'uomo sta facendo pace con la sua lebbra, sta facendo pace con se stesso e questo lo traghetta in un'altra dimensione. Quindi non basta tornare dentro noi stessi perchè noi potremmo tornare dentro noi stessi e stare dentro noi stessi in maniera malata".

Ed è per questo che, tornando al nostro contemporaneo, al nostro rovente 2026, noi non siamo solo una "cosa" da aggiustare, ma una persona da accettare, innanzitutto.

Occorre fare pace con noi stessi, così come avvenne nel 1985 in Germania Ovest, lo ha ricordato Filippi ieri durante il convegno in Comune.

Per te Gaia che sei un frutto giovane degli anni Duemila, il 1985 è un tempo lontano. A metà, esattamente, tra noi oggi ed El Alamein.

Mi riferisco al celebre discorso del Presidente della Germania Ovest, Richard von Weizsäcker, pronunciato l'8 maggio 1985 davanti al Bundestag, in occasione del 40° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa.

Questo discorso è passato alla storia come una pietra miliare della memoria collettiva, soprattutto tedesca per alcuni motivi:

Von Weizsäcker introdusse, del tutto a sorpresa, il concetto nuovo per la Germania Ovest, di: "giorno della liberazione": per la prima volta in modo solenne e ufficiale da parte di un leader conservatore (conservatore come te, Gaia...), l'8 maggio 1945 (la resa incondizionata della Germania nazista) non venne definito come il giorno della "sconfitta" o della catastrofe nazionale, ma come un giorno di liberazione dalla tirannia del nazionalsocialismo. Lo sbarco in Normandia degli Alleati ne costituì la premessa militare fondamentale. 

Il Presidente tedesco, cui fece ulteriormente eco venti  anni dopo l'altrettanto conservatrice Angela Merkel, si assunse una grande responsabilità storica e il superamento del tabù.

Von Weizsäcker ruppe il silenzio su molti aspetti del passato, affermando chiaramente che chiunque in Germania avesse voluto informarsi all'epoca sapeva dei treni e delle deportazioni degli ebrei, respingendo l'idea di una totale ignoranza collettiva.

Fu un discorso ridefinì l'identità storica tedesca, contribuendo a far guadagnare alla Germania la fiducia internazionale necessaria per la successiva riunificazione del 1990.

Tu Gaia, non eri ancora nata e di parecchio, perchè in campagna elettorale hai ricordato più volte di essere la candidata più giovane di Fratelli d'Italia, essendo nata nel 2003.

Ma io, bambino, me lo ricordo bene, come fosse ora, il respiro, il suono e il sapore della Speranza, quando il violoncello del maestro Rostropovich suonava, in un istante immenso, infinito, indelebile, mentre crollava il muro di Berlino, con le sue sofferenze violente, con l'intrusione perversa. traditrice dello Stato del socialismo reale, la Ddr, nelle "vite degli altri".

Abbiamo gioito Gaia, del superamento definitivo del socialismo reale, ma abbiamo anche creduto e, almeno io, ci credo ancora, ogni giorno, anche nel superamento strutturale del capitalismo, dell'economia dello scarto, un'economia che uccide e distrugge noi ed il pianeta, l'unico che abbiamo.

C'è stato chi parlò, sbagliando in pieno, un po' come io rispetto all'attuale sindaco di Pistoia, almeno fino a tre giorni prima del voto di maggio, di: "fine della storia".

E allora, qui unifico El Alamein, San Francesco e l'ottica tedesca sulla fine della Seconda Guerra Mondiale, noi dobbiamo, proprio, ripartire dalle sconfitte.

Non per santificarle, ma per uscire da noi essendo, riscoprendo pienamente chi noi siamo, anche in divenire.

Perchè noi siamo interi, anche con le nostre ferite e le nostre battaglie, ma non immobili.

El Alamein ci insegna, innanzitutto con i suoi tanti morti, non solo quelli italiani, che nell'insocievole socievolezza della nostra magnifica umanità, c'è posto per la Pace, per la riconciliazione, per l'accoglienza, per il perdono, per la nonviolenza, per la cooperazione, per il diritto, per la giustizia riparativa, per la ricerca della verità, non per le armi, pur gloriose, anche se senza carburante, non per la guerra.

E allora Gaia, proprio come Francesco e Chiara, ad Assisi, occorre spiritualmente e politicamente, vivere, testimoniare, annunciare la forza dolce della Pace.

Perchè i santi, ce lo ha ricordato benissimo Papa Francesco, non sono altro da noi, siamo noi.

Tutti noi (vabbè quasi :-) )

La traccia indelebile di Francesco e Chiara, oltre ogni anniversario, che può essere anche tradimento, se non ben gestito, è proprio la loro umanità.

Il loro essere terra e cielo, tanta terra, non solo tanto cielo.

E' dentro questa normalità Gaia, che è accaduta la straordinarietà della loro storia, tra gratitudine e rivoluzione.

Non lo so, come prenderai questa lettera Gaia.

Consideralo, davvero, è una preghiera, non un obbligo, come il potenziale inizio di un dialogo.

Che, mi hanno insegnato, è soprattutto, nella sua normalità, uno stupendo, magnifico strumento di Pace.

Una nota o, se preferisci, uno spartito da provare a suonare insieme.

Con stima autentica,

Francesco Lauria








Nessun commento:

Posta un commento