giovedì 22 ottobre 2026

"NON UNA DI MENO". LA VIOLENZA (POLITICA?) E IL PROCESSO (DEL LAVORO). "MANIFESTO". Prima parte...

Esattamente a un anno (23 ottobre 2015), dal mio licenziamento subito dalla Cisl nazionale, peraltro con carattere incomprensibilmente retroattivo, dopo circa venti di anni di impegno, lavoro e passione, mi sono chiesto che cosa potessi scrivere ancora, senza ripetermi e senza risultare autoreferenziale.

Mi sono detto, intanto, che occorre guardarsi non i piedi, ma essere attenti, vigili, empatici rispetto a quanto avviene intorno a noi, in questi furiosi e roventi anni Venti del Duemila, nel tempo della c.d. "psicopolitica".

E allora ripartiamo, ahimè, dalla (mai giustificabile) violenza e dalla risposta repressiva da parte delle istituzioni di questi giorni e di queste ore.

Consiglio, su questo, di ascoltare, attentamente e senza pregiudizi, il video di Giacomo Poretti, il componente con i baffi del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo, sugli scontri violenti in piazza a Milano di questi giorni.

È bene ascoltare direttamente la sua voce, ma, in sintesi, che cosa ci vuole comunicare Giacomo?

Il comico milanese non esprime alcun giudizio sommario sui giovani e sui fatti convulsi e gravi che sono avvenuti; non è, per fortuna, un Bruno Vespa qualsiasi.

Poretti, dopo i fatti di Milano, ovviamente nello sconcerto per i bambini, per i giovanissimi adolescenti coinvolti e fermati, racconta, invece, la sua esperienza, anche lui da adolescente, nei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e del suo rapporto personale e vissuto collettivo rispetto alla violenza.

Ci parla, poi, del rapimento di Aldo Moro e del suo accorgersi che proprio la violenza politica che, in alcuni gruppi, veniva teorizzata e praticata, a sinistra come a destra, non avrebbe portato da nessuna parte.

Perché colpire il “nemico” non porta a nulla.

“Allora e anche adesso - ci dice Giacomo - mi sono convinto e accorto che siano necessari il dialogo, l’approfondimento, la fatica del confronto anche aspro, ma che la violenza ne porta solamente dell’altra e basta”.

Eco qui il link diretto del filmato, tratto dal canale Youtube e Facebook di Famiglia Cristiana: https://www.facebook.com/reel/1515647780394759

Sembra che non c’entri nulla (ma non è così…), ma in decine, dal minuto uno della fine dell’udienza del Tribunale del Lavoro di Firenze dello scorso 21 ottobre, mi hanno chiesto notizie, anche con insistenza, su come sia andata e che prospettive abbia la mia triplice causa di lavoro contro la Cisl nazionale.

Un procedimento, quello contro la Cisl oggi guidata da Daniela Fumarola, che, paradossalmente, indirettamente, ma obbligatoriamente, è un po’ come una causa “contro” metà della mia vita, o quasi…

Cosa che non mi succedeva più dalle scuole medie inferiori (e peraltro per ben altri motivi...), il 21 ottobre scorso ho trovato persino un bigliettino cartaceo e anonimo (per fortuna di incoraggiamento e sostegno) nella mia cassetta della posta...

L'articolo "C'è di più" che ha raccontato e re-introdotto la mia vicenda, di cui ho parlato poco e molto meno negli ultimi sei mesi rispetto a prima, ha avuto davvero tante visite sul mio blog, oltre ai social o altri siti che lo hanno, in toto o in parte, ripreso…

Chi volesse, con tanto di omonima canzone di Nek, lo ritrova a questo link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/10/ce-di-piu-le-mani-tese-di-g-e-il-fine.html

A un anno esatto dal mio infame, gravatorio, illegittimo, politico, discriminatorio, direi incredibile e paradossale licenziamento (più o meno come da impugnazione) per “ingiusta causa”, provo a rispondere, in maniera non autoreferenziale, ma generale, alle curiosità (o al sincero interesse sindacale e civile), senza essere elusivo, ma rispettando alcuni miei liberi impegni di riservatezza.

Sono passati quasi ormai diciotto anni da quando, con il Dipartimento delle Politiche Mercato del Lavoro della Cisl nazionale (segretario confederale Giorgio Santini) e l'omologo Dipartimento Politiche Organizzative (segretario confederale Paolo Mezzio) lanciammo un seminario nazionale sul tema della riforma del processo del lavoro, introdotto in Italia, con la “stagione dei diritti”, nel 1973 (in contemporanea con le 150 ore per il diritto allo studio che, però, lo ricordo non furono normate da una legge ad hoc, ma costituirono una conquista contrattuale, partita dai metalmeccanici e velocemente estesa a tutto il mondo del lavoro, privato e pubblico…)

Era il novembre del 2008 e il seminario si sarebbe, di lì a poco, tenuto a Roma, presso l'Auditorium di Via Rieti, il 9 dicembre dello stesso anno.

Gli atti, riveduti, rivisti ed ampliati, sono stati pubblicati, dalla Cisl e da Edizioni Lavoro, in un volumetto, credo ancora utile e prezioso, a cura mia e di Marilena Sias, intitolato: “Il processo del lavoro. Spunti di riflessione su una possibile riforma”.

Non si trattava di un'iniziativa estemporanea, proprio come si leggeva nell’intervento di apertura del segretario confederale Giorgio Santini (cui ovviamente avevo fortemente contribuito), intitolato: “Regole nuove per contrastare la deregulation”.

Il tema, sottolineava Santini, e io con lui e per lui nelle aule di formazione e nelle sedi sindacali in molti luoghi d’Italia, era trovare un equilibrio avanzato tra: “diritti ed efficacia”.

Il quarto Governo Berlusconi, memore dell'insuccesso del suo precedente attacco frontale all'articolo 18 della stagione 2001-2003, del più di un milione di cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici in piazza a seguito della sola Cgil di Sergio Cofferati, ma anche del successivo ricompattamento sindacale che si era realizzato con la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti, con tanto di scioperi generali comuni, aveva deciso di intraprendere una strada diversa, più complessa, ma potenzialmente politicamente più accorta, per ottenere i propri scopi di indebolimento della parte già debole nel rapporto di lavoro (il lavoratore ovviamente…)

Il tema della riduzione del contenzioso in materia di lavoro (anche per la questione dei tempi e delle spese di giustizia) e della valorizzazione delle azioni extragiudiziali, c'era tutto, non era inventato, ma solo utilizzato strumentalmente dal Governo e dalla maggioranza di centrodestra.

Spese e tempi della giustizia del lavoro, insieme, ovviamente, all’inversione dell’onere della prova che è, almeno su alcuni temi, a carico del datore di lavoro, non del lavoratore, sono tra i capisaldi, non solo in Italia, della giustizia del lavoro, insieme ai percorsi extragiudiziali, come conciliazione e, soprattutto nei paesi anglosassoni, arbitrato, compreso il delicato giudizio “per equità”.

Scriveva Santini (e io con lui…): “Le trasformazioni della società e dell’economia, nella regolazione del mercato del lavoro, nei modelli industriali e nell’organizzazione stessa del lavoro, sono l’elemento cardine per analizzare le conseguenze che tali trasformazioni hanno comportato nell’intero sistema delle relazioni di lavoro, di cui il processo e le controversie di lavoro sono un aspetto e un indicatore importante”.

Continuava il contributo programmatico e progettuale: “L’evoluzione del lavoro e della sua organizzazione è un percorso complesso: oggi assistiamo alla diluzione delle grandi identità collettive, mentre i conflitti e la rappresentanza tendono a frammentarsi insieme alle imprese. Questa evoluzione e queste nuove contraddizioni non devono annullare il percorso e le conquiste del processo di modernizzazione”.

Il tema, come sempre, era l’effettività e non la mera forma e consistenza solamente teorica dei diritti e delle tutele.

C’era un ulteriore punto della relazione che avevo preparato con Giorgio Santini che mi preme ricordare ed è quello finale (e non mi ero ancora sposato, pur provvisoriamente, con una espertissima responsabile di Uffici Vertenze Cisl...)

“Gli Uffici Vertenze della Cisl sono un punto di riferimento importante per queste e per tutte le altre problematiche emergenti dal multiforme sistema dei lavori nel quale oggi si esprime la potenzialità e il cambiamento del nostro apparato economico. È del tutto evidente che il problema della vertenza e del contenzioso individuale, nel rapporto di lavoro, sta diventando, se non è già diventato, un tema non più residuale nell’attività del sindacato”.

C’è, in nuce, nella frase finale, presentata anche come documento nel congresso confederale nazionale del 2009, il percorso di ricerca, soprattutto internazionale relativo ai c.d. “servizi collettivizzanti” che ha caratterizzato successivamente il mio operare scientifico nella Cisl e non solo, negli ultimi otto anni, in particolare con il progetto europeo Breakback, realizzato insieme a numerose Università internazionali e Centri di ricerca europei.

Le (pur provvisorie) conclusioni del progetto sono riscontrabili su pubblicazioni scientifiche anche internazionali (ad esempio la rivista Transfer, promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati) e, in italiano e in inglese, sul sito www.breackback.cisl.it . Senza dimenticare i contributi sempre scientifici (come ricordo sempre a Sara, una delle mie avvocatesse pistoiesi, sono un ricercatore non un saggista!) in diversi libri collettivi e sulla rivista della Fondazione Giacomo Brodolini: “Economia & Lavoro”.

Credo, senza autocelebrarmi, di aver influenzato su questo tema, almeno un po', diversi ricercatori e formatori sindacali, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze e non solo in ambito Cisl.

Affermavamo sia al seminario nazionale che in occasione del congresso confederale Cisl del 2009 svoltosi, come di consueto, al Palazzo dei Congressi dell’Eur:

“Bisogna dunque operare attivamente per far crescere e rafforzare il rapporto diretto tra sindacato e lavoratore, non solo per precisare e definire l’ambito del contenzioso nei rapporti di lavoro, ma soprattutto per estendere l’ambito del proselitismo con la pratica delle politiche sociali e di servizio di cui il sindacato deve diventare sempre di più il promotore e l’organizzatore”.

In realtà non inventavamo nulla di nuovo: nella nascita e nel rafforzarsi del sindacato libero negli anni Cinquanta, come ho spiegato forse mille volte (magari anche di più) nelle aule di formazione sindacale italiane ed europee (e in qualche caso anche extraeuropee, penso all’Ilo e all’Etf a Torino…) il ruolo degli uffici vertenze individuali era risultato fondamentale non solo per la tutela dei diritti, ma anche per i progressivi processi di sindacalizzazione di massa.

Il sindacato libero e progressivamente autonomo (l’autonomia anche formalizzata del sindacalismo italiano dai partiti si ottiene non con il Secondo Dopoguerra, ma solo a partire dal famoso congresso nazionale Cisl del luglio del 1969, noto, un po’ sommariamente, come quello del: “Potere contro potere”, tenutosi alla vigilia dell’autunno caldo e prima dell’adozione dello Statuto dei Lavoratori) si fondava, infatti, nella debolezza e frammentarietà della legislazione sul lavoro e sulla rappresentanza, nella non completa applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, su due pilastri iniziali.

Parliamo  della tutela, in particolare attraverso gli uffici vertenze sindacali, dei diritti individuali e della contrattazione collettiva, ovviamente prima nazionale e, solo in alcuni settori, territoriale e poi, solo dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento, anche aziendale.

Nel libretto di riflessione sulle possibili riforme del processo del lavoro che, unico tra le mie pubblicazioni, ho brandito e citato durante l’udienza del 21 ottobre scorso (ho ovviamente ancora tantissime frecce intellettuali nel mio arco e nei miei borsoni…potremmo vederne davvero delle belle nelle prossime udienze in aula…) c’è anche uno specifico contributo solo a mia firma.

In quel testo, intitolato: “Un percorso legislativo complesso”, ho affrontato, anche in chiave storica, sulla scia del giuslavorista De Luca Tamajo, la questione della valorizzazione dell’autonomia collettiva di fronte all’innegabile processo di flessibilizzazione del rapporto e del mercato del lavoro, sia in ambito privato che pubblico.

Ricordavo, ovviamente e ancora una volta, i sempre validi principi cardine della Legge 533/73 che ha introdotto l’allora “nuovo” processo del lavoro in Italia: celerità, concentrazione e riconoscimento al giudice di ampi poteri istruttori, inversione dell’onere della prova, esecutorietà delle condanne a carico del datore di lavoro, etc.…

Ho sempre pensato che la memoria, senza nostalgie ed ingessature, le "radici", siano davvero fondamentali per il divenire e le "ali" delle giovani e future generazioni...

Citavo inevitabilmente la “crisi” del processo del lavoro nel nostro Paese e i risultati della “Commissione Parlamentare Foglia” (2001), mettendo in evidenza la sofferenza del processo del lavoro nel contesto più generale della sofferenza del processo civile e l’insoddisfacente resa della conciliazione e dell’arbitrato, con, sul tavolo, anche la questione della conciliazione endogiudiziale (tentata dal giudice o dal conciliatore individuato tra quelli iscritti ad un apposito albo).

C’era poi, come noto, il tema del rafforzamento dell’arbitrato attraverso la possibilità di affidare il mandato arbitrale allo stesso conciliatore e la possibile creazione di un’azione sommaria tipica per tutte le ipotesi di tutela obbligatoria, con conseguente modifica del termine per l’impugnazione (che in diversi casi, anche in disegni di legge parlamentari, si voleva elevato a 120 giorni).

Il punto dirimente, almeno per me (che su questo ero, forse immeritatamente, referente nazionale), e, almeno in quella fase, anche per la Cisl, era quello di manutenere, non certo di smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, facendo però fronte, come scrivevo nel mio personale contributo, anche alla: “scarsa effettività dell’ordine di reintegrazione e all’eccessiva durata del processo che rende sempre più difficile il reinserimento, dilatando enormemente l’entità del risarcimento del licenziamento illegittimo”.

Ovviamente questa era l’impostazione del centrosinistra e di Tiziano Treu mentre quella del centrodestra e di Maurizio Sacconi, un vero demonizzatore del conflitto, era, direi opposta, pur partendo dalle stesse innegabili problematiche oggettive.

Il centrodestra puntava, poi, un po’ ossessivamente, sulla certificazione dei contratti di lavoro e sullo spostare sui lavoratori, almeno in alcuni casi, le spese della lite.

Si proponeva poi l’incentivazione dell’arbitrato individuale con una questione delicatissima: l’introduzione per legge e/o tramite contrattazione collettiva, di clausole individuali (le famigerate clausole compromissorie) con cui, di fatto, il lavoratore rinunciava a parti importanti dei propri riconosciuti diritti, come quello di poter ricorrere pienamente in giudizio, accettando, sempre individualmente, una sorta di obbligatorietà dell’arbitrato, compresa la decisione secondo equità.

Sullo sfondo c’era, ovviamente, non solo l’arbitrato, ma anche il tema della obbligatorietà (o meno) e dell’effettività del tentativo di conciliazione, con del tutto aperta la questione del ruolo e del “potere” dei rappresentanti e dei conciliatori sindacali.

La cosa curiosa è che ero solo all’inizio del mio, anche personale, percorso su questi temi.

Il disegno di legge sull’arbitrato, il c.d. “Collegato Lavoro” cominciava allora il suo quasi infinito e controverso iter parlamentare.

Come è abbastanza noto, la vera pietra dello scandalo che causerà il rinvio alle Camere della Legge, da parte di un indignatissimo (e, in verità, prima di allora, sempre moderatissimo, riformistissimo) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sarà la clausola compromissoria al momento dell’assunzione.

Rinunciare individualmente a molti dei propri diritti, articolo 18 compreso, in uno dei momenti di maggiore debolezza del lavoratore (appena prima dell’assunzione appunto) equivaleva di fatto, più o meno, alla pratica delle dimissioni in bianco, solo legalizzata e/o contrattualizzata.

Io, sempre sul filo del ruolo tra tecnico e politico, mi sarei opposto come un leone, ma non senza qualche inevitabile contraddizione organizzativa, alle successive tentazioni presenti anche in alcune parti della Cisl di smontare, a pezzi, l’articolo 18 (dove qualcuno, anche a livello apicale, ovviamente non Giorgio Santini, confondeva la sacrosanta e identitaria, storica preferenza dell’organizzazione per promozione di conciliazione ed arbitrato, con lo smantellamento, proprio a pezzetti e a macchia di leopardo, dei cardini e dei principi fondanti del processo e della legislazione del lavoro in Italia).

La vera questione, poi, come correttamente notava, sempre nel volume citato, il noto giuslavorista cislino Carmine Russo, grande esperto di lavoro pubblico, era quello non di mettere in competizione legge e contrattazione collettiva, ma come era avvenuto positivamente per lo Statuto dei Lavoratori del 1970, di farle quotidianamente cooperare, nei diversi ruoli e nelle diverse e intrecciate funzioni.

Arriveranno poi altre e complesse stagioni, altre e complesse risposte.

Ci sarà la famigeratissima lettera della Banca Centrale Europea (a firma Mario Draghi) che si occuperà sia dei licenziamenti collettivi che di quelli individuali.

Una lettera che io e Giorgio Santini, un po’ casualmente e non del tutto consapevoli, almeno in quel preciso momento, dell’importanza e della rilevanza politica di quel documento (era la fine di settembre del 2011, mio figlio Jacopo era nato a Pistoia da dieci giorni...), leggemmo insieme e in diretta, in forma cartacea, prima di una cena, dopo che lui era tornato, di corsa, da Palazzo Chigi.

Cose reali, ma da film…

Arriveranno, poi, Mario Monti e Matteo Renzi… (centrosinistra ricordalo!)

Ma questa è un’altra storia che, se lo vorrò, racconterò in seguito…

Intanto ritorno al 1973, anno, in Italia, dell'introduzione delle 150 ore e del nuovo processo del lavoro, ma, in Cile, purtroppo, del terribile golpe fascista del generale Augusto Pinochet.

Come feci nel 2020, all'interno del mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli, riprendo, debitore e riconoscente, Victor Jara e la sua canzone, Manifesto, pubblicata proprio nel 1973.

Una canzone scritta da Jara poco prima di essere assassinato dalle infami, vigliacche pallottole del potere fascista, appena insediatosi, del generale Pinochet.

Perchè...

"Là dove tutto giunge,

e dove tutto ha inizio

un canto che sia stato coraggioso,

sarà sempre una canzone nuova".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Xyyu5AN_H0g

Francesco Lauria (fine prima parte...)

Nessun commento:

Posta un commento