" (...) Ancora una cosa prima che scenda la sera.
Davanti a me ho un giovane. Lui ascolta, io termino di raccontare.
Osservo con attenzione Il quarto stato di Pelizza da Volpedo: siamo nel 1901, vedi quei lavoratori?
Non vogliono il "potere ai soviet" , ma un mondo migliore, un po' più di eguaglianza e di giustizia sociale.
Ogni tanto accarezzo l'idea che il ragazzo lì dietro, di lato, con i pugni serrati, assomigli un poco a com'ero io da giovane.
I ricordi, quando si è stanchi, cominciano a sovrapporsi fino a dare forma a strani pensieri.
Uno di questi mi fa sorridere in bilico tra passato e futuro.
Ha a che fare con la convinzione che in tante parti del mondo, di sicuro anche qui da noi, ci siano ancora ragazzi e ragazze in tutto simili al giovanissimo tipografo con in mano la licenza media nella Cremona degli anni Cinquanta: un po' timido, piccolo, magro, capelli cortissimi, tagliati a spazzola.
Scoprono quasi senza volerlo la vocazione a contestare il mondo così com'è, per poi apprendere d'incanto la misteriosa dota di portarsi appresso tanti altri come loro.
Cominceranno così la loro avventura di sindacalisti, magari in prima fila, alla testa di un corteo.
A seguirli, appena qualche passo più indietro, accanto a un ragazzo con piercing, felpa e zainetto del sindacato a tracolla, intravedo l'ombra sorniona del vecchio Pierre, addosso un vestito fuori moda, stretto fra i denti il suo amato sigaro toscano, mai spento (...)"
Credo di aver letto almeno un milione di volte questo passaggio, raccolto da Paolo Feltrin in occasione degli ottanta anni di Pierre Carniti, indimenticabile segretario generale della Fim e della Cisl, e pubblicato nel bellissimo, prezioso, volume, solo in parte autobiografico: "Pensiero, azione autonomia".
Pierre, un mese fa, se fosse ancora a lottare e ad amare qui con noi di anni ne avrebbe compiuti novanta.
E, se non fosse stato costretto, come purtroppo spesso gli accadeva negli ultimi anni, agli "arresti domiciliari sanitari" sarebbe oggi con me e altri/e in piazza, insieme ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze di questo tempo, proprio come in questo passaggio stupendo e commovente della sua autobiografia.
Pierre fu anche definito, cosa che non gli piacque mai, un "sindacalista d'assalto", ma, è vero, ancorato alla terra e alla concretezza del sindacato è uno che, con i metalmeccanici, negli anni Sessanta e Settanta, ha praticato quello che veniva definito: "assalto al cielo".
Cambiando i versi di una bellissima canzone del gruppo musicale dei Gang, in tante aule di formazione, ho definito il "tempo della speranza" di Pierre e della "generazione Carniti" invece come un: "abbraccio al cielo".
E, ieri, mentre con l'ex candidato sindaco di Pistoia Rossa, il docente Fabrizio Mancinelli, risalivo il corteo dei ragazzi e delle ragazze, ascoltavo le loro parole, leggevo, felice, i loro cartelli, sentivo la loro musica, le loro chiacchiere, mi sfamavo e mi dissetavo dei loro sorrisi, ho pensato, contemporaneamente a mio figlio Jacopo, quindici anni, una contestazione totale nei miei confronti, che oggi sarà in manifestazione e, con dolcezza infinita, proprio al "vecchio Pierre".
E' difficile, con di fronte il Pelizza da Volpedo di questo nuovo secolo e di questo furioso inizio di millennio, non pensare che cosa avrebbe detto Pierre a questi ragazzi, a queste ragazze, con la speranza tra le dita.
Qual è, oggi, il loro, il nostro "tempo della Speranza"?
Ho ricordato quando, tra le lacrime di commozione, come quelle di questa mattina, sbobinavo le ultime parole di Pierre per i giovani, "astrolabio" per i ragazzi e le ragazze di questo tempo, poche ore prima che sarebbe morto.
Sapevamo tutti/e che la "terra del tramonto", l'orizzonte del cielo (senza assalti...) erano ormai giunti per Pierre.
Che l'ultimo, resistente, sigaro, almeno apparentemente, si sarebbe spento.
Ma non potevo immaginare che, in quel giugno 2018, mancassero solo poche ore a tutto questo.
Pierre aveva chiarissima, pur sindacalista metalmeccanico, l'orizzonte della crisi climatica.
Nel 2009, in una riunione semiclandestina al Teatro San Genesio di Roma (atto di libertà che già allora pagai abbastanza caro...) con i giovani sindacalisti e sindacaliste provenienti da varie parti d'Italia e da vari sindacati, ci ammonì che non potevamo continuare a: "produrre inutili frigoriferi o condizionatori, fino ad ammassarli alle porte delle nostre case e a non poter più uscire".
Un po' come la mia avvocatessa del lavoro, l'epica Daniela Breschi di Pistoia, che, come Pierre, rifugge le luci della ribalta, anche quando vince, quasi da sola, durissime battaglie sull'esposizione dei lavoratori all'amianto, e che, con coerenza, anche con quaranta gradi, il condizionatore non lo accende mai, anzi, se possibile, tra buu e improperi, lo disinstalla.
Oggi, aprendo una delle mie copie di Pensiero, azione, autonomia, riscoprendo il "kairòs", il tempo opportuno, circolare, attuale di Pierre e dei ragazzi e delle ragazze con cui condivideremo la piazza, le vetrine colorate, non le vetrine rotte, frantumate, (almeno spero) ho trovato qualcosa che mi ha lasciato felice e senza fiato.
Sulla prima pagina del libro di Pierre, probabilmente solo per un prova, ma mi piacerebbe pensare come un passaggio di testimone (anche io comincio ad essere "vecchio") c'era una firma, a matita, grigio leggero, di mio figlio Jacopo.
Ho pensato, a quando, camminando verso Santiago, attraversando a piedi il grande ponte fluviale tra Spagna e Portogallo, salendo verso nord, cambiando le lancette di un vetusto orologio, inseguendo il fuso orario e l'apertura di un ostello, ammirando i murales, gli ho raccontato, travalicando i confini, tra le stelle e la acque d'Europa, della "Rivoluzione dei garofani".
Un altro, bellissimo 25 aprile/ 25 de abril...
Pierre si chiamava così, alla francese, perchè suo padre, grande amico di Don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") colui che fu definito da Giovanni XXIII, il papa buono, "tromba dello Spirito Santo", ma che fu anche molto perseguitato dalla Chiesa, aveva deciso, scelto di ribellarsi, quasi anarchicamente, all'autarchia e al nazionalismo fascista, anche nel linguaggio, anche nel dare il nome a suo figlio, nel 1936.
E Pierre, che andò spesso a Barbiana, con l'amico Mario Colombo, che fu sposato insieme a sua moglie dallo stesso Don Lorenzo Milani, impersonava proprio quel sindacalista, certo mai perfetto, che il priore definiva ai suoi ragazzi/e come colui/colei che, "in questo tempo, il Novecento, cerca un fine, da un senso alla vita, cerca di praticare l'amore".
E' un ritratto, bellissimo, impegnativo, esigente.
Qualcosa, il sindacato, diceva Pierre, che è "impossibile da dire".
Provo a camminare ancora, ogni giorno, con lui e con Don Lorenzo, come in quel congresso nazionale a Roma, nel 2017, in cui, lentissimamente, ci siamo presi insieme sotto braccio, abbiamo attraversato, al passo del bastone, un lunghissimo corridoio, siamo entrati nella grande sala, salutato tutti/e, almeno duemila persone.
I ragazzi e le ragazze - ricordava spesso Carniti (e con lui Don Milani...) - non hanno bisogno di parole vuote.
Di prediche. Di ammonimenti. Di indirizzi.
I ragazzi, le ragazze, "santi scolari", proprio come nell'immagine preziosa del libro di Pierre, in questo tempo, in queste ore, in tutta Italia, in tutta Europa, in tutto il pianeta, l'unico che abbiamo, sono in piazza, in corteo.
E, ricordiamocelo sempre: i loro occhi sono le nostre bandiere, la nostra identità in divenire, il nostro futuro presente.
Scriveva Don Lorenzo, con i ragazzi e le ragazze della scuola di Barbiana in "Lettera a una professoressa":
"Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come si vuole amare se non con la politica, o con il sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".
Sulle spalle dei giganti: Pierre, Don Lorenzo, ma anche con le proprie gambe, i propri sogni, le proprie scelte, con la licenza di sbagliare.
Noi veniamo presi sulle spalle dai nostri ragazzi, dalle nostre ragazze.
Viviamo questo tempo: "con tutte le sue difficoltà" (Aldo Moro).
D'altronde, migliaia di anni fa, lo aveva già capito benissimo il profeta Gioele:
"E diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;
i vostri anziani faranno sogni (proprio come Pierre...)
i vostri giovani avranno visioni".
Risuona una vecchia canzone scout e la voglio cantare oggi, in piazza, insieme a Pierre che si definiva, non a caso, "sindacalista da marciapiede"...
"L’appel de la route”, Il richiamo della strada:
Se il tuo cuore qualche volta
è catturato da grandi sogni,
se tu cerchi le forti virtù che ci sollevano,
ben lontano dai sentieri battuti
segui la strada senza tregua.
Ohè, ragazzo, ragazzo,
tu che cerchi, tu che dubiti,
presta l’orecchio alla mia canzone:
ascolta il richiamo della strada.
Tu che conoscesti i molti segreti di questa strada,
i calvari drizzati al cielo, sotto la grande volta,
tu sarai per l’amore di Dio
ogni giorno in ascolto.
Quando la notte avrà diffuso il silenzio nel bosco,
tu ti addormenterai senza paura, pieno di speranza,
e la voce del Signore dentro di te
sarà la tua ricompensa."
Sognare da svegli...
Seminando amore come il mais (Antonietta Potente).
Francesco Lauria


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