sabato 21 settembre 2019

Don Milani precursore del ’68 e del ’69?


Don Milani precursore del ’68 e del ’69?
Firenze 18 settembre 2019

Incontro Centro Studi Cisl Firenze – Corso Contrattualisti
Traccia Intervento Francesco Lauria
'67-'68'- 69: Confronto con Luciano Pero e Bruno Manghi



Gli usi della parola…
“Facciamo chiarezza.
Gira in rete questa falsa citazione rodariana: «Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo».
Qualche giorno fa l'ha condivisa una cara amica qui su facebook e le ho fatto notare l'errore.
Poi incuriosita sono andata a vedere google e lì ho trovato decine di foto e meme con la citazione (sbagliata) suddetta.
Quella buona invece dice così: 
"Tutti gli usi della parola a tutti: mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo".
La cogliete la differenza? Beh Rodari sì la coglieva: tutti gli usi delle parole è un motto che passando da Barbiana rivendica storicamente l'importanza del possesso della lingua, perché le parole uguali rendono liberi.
Non la lettura che ne è semmai una conseguenza. Si possono imparare parole leggendo ma anche ascoltando e dialogando.
Non c'è nessuna gerarchia nelle parole di Rodari: il testo scritto non viene prima, non rende migliori.
Un bel punto di vista, dal suono democratico.
Vanessa Roghi, 18 settembre 2019


Disobbedire a scuola…
“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente, disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire di sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada. (…) C’è sempre spazio dentro di noi: per tutto quello che c’è stato e per quello che c’è. La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a far del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno, fondamentalmente il mondo siamo noi: siamo migranti del tempo. Attraversando questo tempo dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare delle tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”
 Ermal Meta, cantautore, “Tutti a scuola, Taranto, 18 settembre 2017”.


Perché un libro su Don Milani e il mondo del lavoro (Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana, Don Milani e il mondo del lavoro).

L’idea non del libro, ma di approfondire il messaggio di Don Milani rispetto al sindacato e alla Cisl, nasce nel giugno 2017. Dai due momenti che ricordo nel testo:

·        la preghiera di Papa Francesco sulla tomba prima di Don Primo Mazzolari e poi su quella di Don Milani
·        la settimana successiva con l’incontro con Papa Francesco in occasione del congresso della Cisl.

Di lì è nata la necessità di risalire a Barbiana e l’incontro con la testimonianza e il libro di Michele Gesualdi, “L’esilio di Barbiana”, e, anche a causa della malattia di Michele, con la figlia Sandra.
Tutto il 2018 è stato dedicato a questo a rilanciare e rafforzare il filo teso tra: “Fiesole e Barbiana”, con due mostre presso il Centro Studi: “Barbiana, il silenzio che diventa voce” e: “Gianni e Pierino. La scuola di Lettera a una professoressa”, una serie innumerevole di visite guidate e di confronti, tante salite a Barbiana e uno spettacolo sferzante e spiazzante con cui abbiamo terminato il percorso del corso contrattualisti 2018: “Cammelli a Barbiana”.
Si tratta di un filo che non si è mai spezzato, nel corso dei decenn, infatti tantissimi gruppi sindacali hanno percorso il tragitto di circa un’ora che separa la collina di Fiesole da quella di Barbiana.

Non ci serve un Don Milani, così come non ci serve un Carniti in pillole.

In questo percorso fatto di incontri, testimonianze, interrogativi, Non abbiamo costruito un’icona. L’altro rischio è quello di mitizzare una figura, come quella di Don Milani, senza cogliere il profondo nesso, prima a Calenzano, poi a Barbiana, con il suo “popolo”. Due contesti diversissimi, uno industriale, come quello a cavallo tra Prato e Firenze, uno agricolo, montano, direi, disperso, come quello di Barbiana.

Dobbiamo quindi approcciare una figura che si “staglia” come quella di Don Milani e calarla nei contesti sociali (senza dimenticare la sua provenienza familiare e, in particolare, il rapporto con la madre).

La seconda edizione

Questa seconda edizione, che presentiamo oggi, include un testo in memoria, ma allo stesso tempo anche uno scritto di Maresco Ballini, l’allievo che è punto di congiunzione tra Calenzano, Fiesole e Barbiana. Come ci insegnava Pierre Carniti, non siamo qui per celebrare o autocelebrare. E’ questo la miglior via per dimenticare.
Noi vogliamo “ricordare insieme”, con occhi nel mondo.
L’altro grande tema approfondito nella seconda edizione è quello de L’obbedienza non è piu una virtù. C’è qui sia l’approccio storico (la “germinazione fiorentina”, per dirla con La Pira dell’obiezione di coscienza), sia una quello delle esperienze individuali (Franco Bentivogli, Maurizio Locatelli) che quell’dell’attualità (da Don Milani a Konrad, l’elemosiniere “disobbediente” di Papa Francesco).
C’è una frase della Lettera ai giudici che ne precede una celeberrima che credo sia utile ricordare qui: “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto… I Care”

Un’immagine che vi voglio proporre è quella dell’Astrolabio.
Abbiamo scelto l’Astrolabio del sociale anche come simbolo del Premio Pierre Carniti. E’ il simbolo dell’intreccio tra studio e lavoro. Dell’imparare facendo e, grazie a questo, del trovare una direzione, meglio la propria direzione e affermazione.
In questo c’’è poi il grande messaggio di Lettera a una professoressa. Del rapporto tra i “Gianni” e i “Pierini”: “Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Non dimentichiamo, nel cominciare a riflettere sul rapporto tra l’esperienza di Don Milani e della sua scuola, con il sindacato, il ruolo di Lettera a una professoressa nell’ideazione e implementazione di una scuola diversa per adulti: la grande esperienza delle 150 ore per il diritto allo studio e il progetto, dopo la scuola popolare di Calenzano, di una scuola sociale a Firenze, mai realizzata per la Fondazione Lavoratori Officine Galileo.

Don Milani, il lavoro, il sindacato

“Praticare l’amore, con la politica, il sindacato, la scuola..”, è una frase molto celebre del priore di Barbiana.
Don Milani e il suo rapporto con il lavoro e il sindacato sono i temi conduttori di: “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana.
Una frase che però non è sufficiente per comprendere la ricchezza e la peculiarità, il fortissimo legame che c’è nel percorso sociale ed educativo di Don Milani con il lavoro e la sua rappresentanza.
Sono tanti, ad esempio, i contratti di lavoro presenti nella canonica in cui i ragazzi facevano scuola.
Il primo testo pubblico a noi conosciuto di Don Milani è del 1949 nella rivista Adesso di Don Primo Mazzolari. L’articolo racconta di Franco, giovane disoccupato di Calenzano. Don Milani si rivolge a lui con una frase fulminante: “Perdonaci tutti, comunisti, industriali e preti”.
In questa frase si riassume mirabilmente la crisi profonda, l’inadempienza, la miseria del capitalismo, del comunismo e dell’istituzione ecclesiastica, le “ideologie” dominanti del tempo.
Tornando al rapporto con la Cisl e con il Centro Studi di Fiesole, nel libro proprio Agostino Burberi riporta l’immagine di Don Milani in lambretta che incontra Luigi Macario al Centro Studi per perorare la causa di Maresco Ballini, che era destinato ad essere inviato nell’alto milanese e che Don Milani avrebbe voluto trattenere in Toscana, vicino alla madre del suo allievo, rimasta vedova.
Agostino, Paolo Landi, entrambi i fratelli Gesualdi ci raccontano del “filo” teso con il sindacato dei tessili, anche se non va dimenticato che, ad esempio, Michele Gesualdi incontra il sindacato in Germania. Paolo Landi, come tanti altri allievi e come tanti giovani italiani di oggi, va a lavorare a Londra.
Una dimensione cosmopolita, anche attraverso il lavoro, che è, appunto, di insegnamento anche per il tempo presente.
Scriveva Don Milani, da San Donato al regista francese Maurice Cloche nel 1952: “Il disoccupato e l’operaio di oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù ha vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore”.
Se poi ci avviciniamo alla lettera ai giudici, all’obbedienza non è più una virtù penso sia significativa la pubblicazione, nel libro, il documento dei lavoratori del nuovo Pignone e di altre aziende fiorentine a sostegno dei sacerdoti fiorentini che si erano pronunciati per l’obiezione di coscienza.

Il laboratorio fiorentino: Pistelli, Turoldo, Balducci, La Pira, Benedetto de Cesaris. Un pensiero che coinvolge la Cisl e il suo Centro Studi
Fermento preconciliare: “E’ tempo di costruire: tempo eccezionale della storia della Chiesa. Finisce un’epoca e una nuova sorge” (Giorgio La Pira).

Don Milani, Lettera a una professoressa e il ‘68

Quando nell’autunno 1967 prese inizio nelle università italiane il ciclo di proteste studentesche, Lettera a una professoressa, ancora fresca di stampa, divenne rapidamente uno dei testi più importanti di riferimento della contestazione.
Il contesto in cui era nata la Lettera era molto diverso da quello universitario e l’obiettivo della sua pungente polemica non era il sistema accademico, ma la scuola dell’obbligo e superiore.
Come giustamente è scritto nel bel testo: “Salire a Barbiana. Don Milani dal sessantotto a oggi (Velia, 2017), c’è da chiedersi se è vera l’ipotesi di Lettera a una professoressa come un “fatto” nel pieno di quello che è stato definito un unico ciclo di contestazione, partito nell’estate del ’60 a Genova contro il governo Tambroni di centro-destra, passando per la mobilitazione dei giovani operai di Piazza Statuto a Torino nel 1962. Allargando lo sguardo possiamo citare i sit-in degli studenti di colore nel Nord Carolina nel 1962, la nascita del Civil Rights Movement, e le famose manifestazioni studentesche di Berkley, iniziate nel 1964 ed esplose nel 1968.
I giovani compaiono prepotentemente nell’agone sociale, come soggetto, portatore di proprie istanze culturali e di partecipazione.
L’idea della Lettera nasce nell’estate del 1966, quando due ragazzi di Barbiana, presentatisi per la seconda volta come privatisti alla fine del primo anno dell’Istituto magistrale di Firenze, erano stati nuovamente respinti.
La professoressa che aveva “immotivatamente respinto” i due ragazzi rappresentava tutto un sistema scolastico visto con gli occhi del ragazzo che era stato respinto. Il libro metteva in luce la dispersione scolastica nelle scuole elementari e medie e che le vittime principali della dispersione fossero le classi sociali più povere. Denunciava le storture di un sistema che impartiva un’istruzione nozionistica molto lontana dalla vita reale, funzionale a preservare e consolidare i privilegi delle classi più ricche.
Le Lettera divenne uno dei testi più citati, insieme a Guevara, Mao, Lenin, Marcuse, Dutschke. La si leggeva in classe, nelle commissioni delle scuole occupate, in assemblea, nei gruppi di amici, nelle parrocchie e nei gruppi cattolici.
Il contesto sociale in cui era nata la Lettera era molto diverso dalla realtà giovanile delle università italiane, era il mondo dei contadini di montagna.
Nonostante ciò la lettera fu un filo conduttore nella sfida all’intero sistema di istruzione dalla scuola elementare all’università, affrontando la questione comune delle selezione e del suo significato sociale.
La connessione tra scuola e società, anche grazie a Lettera a una professoressa, divenne un tema cruciale della contestazione.

Non dimentichiamo però alcuni spunti da scritti precedenti come la Lettera ai giudici: “La scuola deve essere per quanto può un profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso.”

In un'altra ottica possiamo dire anche che Don Milani non è l’ultimo, ma il primo, non chiude, ma apre. E’ spesso solo, ma non isolato.
Scrive Vanessa Roghi: viene in mente, pensando a Don Milani, quello che scrive Alex Langer di un altro educatore, Ivan Illich: “qualcuno ne rimane deluso e lo trova poco organico, altri ne ricavano spunti decisivi per orientare la propria visione del mondo.”

Cinquanta anni dopo: quali parole per l’oggi?

La parola: ai confini della città del lavoro. Quali sfide per il sindacato e le associazioni laicali, per la scuola, l’Università e la formazione?
Papa Francesco: il suo monito nel porci come sindacato tra profezia e innovazione.
Stare ai confini della città del lavoro e aprire, rappresentare gli ultimi, coloro che sono ai margini, nel mondo dei frammenti. Si vedano gli interventi di Maresco Ballini e Michele Gesualdi al congresso Cisl del 1969 (Potere contro Potere, tema della sussidiarietà e della “fine” della politica).
Scriveva Giancarlo Zizola nel 1987 e le sue parole sono assolutamente attualissime: “Sono passati venti anni dalla morte di Don Milani e la parola ai poveri continua ad essere un messaggio estremamente valido, purchè sia reinterpretato alla luce della nuova condizione dei saperi tecnologici, oggi. Noi viviamo in un processo di crescente omologazione. Il problema, quindi, non è quello di dare la parola. Essa è data, ma è una parola che fa poveri. Questa è la differenza fondamentale. E’ una parola che non libera più poveri, ma li rende schiavi”.
Questo è uno dei punti decisivi per la discussione.
Non è un caso che Pasolini fosse molto affascinato dalla scuola di Barbiana.
Gunther Anders ha definito la società consumistica come: “sirenico-spettacolare”. L’uomo odierno sembra quasi completamente irretito e in questo contesto la presa di coscienza e la radicale presa di responsabilità che ha insegnato Don Milani anche come fine dei processi educativi e formativi appaiono sempre più difficili.
E’ questo irretimento che favorisce etero direzione, controllo, manipolazione politico-mediatica, crescita del conformismo, del populismo e oblio della consapevolezza liberante dalla subalternità.

Che fare?

Costruire un diverso modello di sviluppo. Fridays for future?
Come? Stare dentro il sistema e al tempo stesso spingerlo verso soluzioni alternative.
Noi dobbiamo renderci conto che un mondo diverso è possibile e necessario.
Esportare il Metodo della Barbiana del Mugello nelle Barbiane del mondo.
Costituzione, Resistenza, nonviolenza. Punti di riferimento nella scuola di Barbiana e in quella di Calenzano.
Stiamo perdendo gli ultimi testimoni.  Stiamo scivolando sui valori fondamentali.  Per questo non dobbiamo mai fermarci, educare, educare ancora.
Una traccia di lavoro da riscoprire: Pippo Morelli, ma anche su un terreno diverso Tullio De Mauro e Alexander Langer, attraverso una formazione trasformativa.

Una proposta concreta per abitare le periferie:
Reinventare nel tempo di oggi le 150 ore per il diritto allo studio, la scuole popolari, (pensiamo al tema dei migranti e delle nuove tecnologie, ma anche dell’analfabetismo di ritorno e al lavoro come emancipazione per le fasce più fragili e deboli, alla narrazione e al teatro) . E all’impegno del sindacato, attraverso la promozione del lavoro come fatto sociale, relazione ed emancipativo, nelle frontiere più difficili della società come, ad esempio tra i carcerati, gli alcolisti, i soggetti affetti da dipendenze in generale. Su questo ci aiuta, fra le altre, la testimonianza viva di Maresco Ballini, a partire dal suo intervento al congresso nazionale della Cisl del 1969.

Conclusioni

Scriveva Balducci nel 1987 (Ci aspetta domani).  Se noi ricostruiamo la realtà storica di Milani, anche nella sua lontananza, tenendo conto della diversità della situazione e poi la interroghiamo, scopriamo che Don Milani è uno di quei maestri che non ci richiamano al ricordo del passato, ma che ci hanno dato appuntamento nel futuro.
Soltanto una società e, io aggiungo, un sindacato fondati sulla partecipazione cosciente e responsabile, possono contrastare la globalizzazione neoliberista e rifondare la politica e la rappresentanza, ricollegare etica, politica e diritto, ridare pienezza ad una democrazia spesso ormai solo formale.
Forse, ancora di più, senza rinunciare ad un profilo di senso, dobbiamo ripartire dalla società dei frammenti, come ci insegna Ivo Lizzola. Ripartire dal cooperare e da una comunità inclusiva, da luoghi apparentemente deboli e periferici come le montagne spopolate (le Barbiana di oggi) nella megalopoli interconessa e supersonica globale.
In tutto questo Don Milani e i suoi allievi ci hanno lasciato un percorso peculiare che incontra il valore del sindacato come strumento comune della giustizia, come luogo educativo, trasformativo, esperienziale di una società più giusta. A partire dagli ultimi, anche nel lavoro. A partire da quella dimensione planetaria che ha a cupre l’umanità e la terra.
Il lavoro come cura, il sindacato come tessuto di uguaglianza.
Lavoro e sindacato di ieri, di oggi, ma certamente, pur con profondissime trasformazioni, di domani.

lunedì 8 luglio 2019

Il Cielo sopra San Pietro (Podcast puntata 7 luglio)

ll podcast della puntata...
La visita di Putin a Papa francesco; la situazione del Venezuela; il libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro." Subito dopo la celebrazione della Messa il libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro". Arianna Voto ne ha parlato con il curatore Francesco Lauria, ricercatore del Centro Studi CISL.
Conduce Francesca Paltracca.

sabato 6 luglio 2019

Quel filo teso oggi a: "Il cielo sopra San Pietro"

"Il sindacato come via per praticare l'amore e dare una finalità alla vita".
Oggi su Radio Uno Rai ,nel corso della trasmissione: "Il cielo sopra San Pietro", conversazione sul libro: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro", Edizioni Lavoro 2019, a cura di Francesco Lauria. Al centro la storia degli allievi di Don Milani diventati sindacalisti e le sfide della rappresentanza ai confini della città del lavoro, come la definisce Papa Francesco. 
Appuntamento tra le 10.30 e le 12 su Radio Uno.


lunedì 1 luglio 2019

La necessità della disobbedienza civile. Da Don Milani a Konrad a Carola.

https://www.c3dem.it/la-necessita-della-disobbedienza-civile-da-don-milani-a-don-konrad-a-carola/



Di Francesco Lauria[1]

Nel mese di maggio 2019, il cardinale elemosiniere vaticano Konrad Krajewski, con il pieno sostegno di Papa Francesco, si è personalmente calato in un tombino per riallacciare l’energia elettrica agli occupanti di uno stabile romano.
Si è trattato di un gesto di disobbedienza civile che ha fatto molto scalpore nell'opinione pubblica e che affonda le proprie radici nella coscienza che alimenta atti concreti, fino alla scelta di non rispettare norme giuridiche ritenute inconciliabili con la religione o l’etica.

Quasi due mesi dopo, in condizioni diverse, ancor più drammatiche, la comandate della nave Sea Watch 3 Carola Rachete, dopo una lunga ed estenuante attesa, ha violato il divieto di attracco al porto di Lampedusa, portando in salvo oltre quaranta migranti, accettando l’arresto come conseguenza del proprio atto di disobbedienza civile.

Tornando a don Konrad, la motivazione del gesto è stata quella di: "soccorrere quanto prima, in stato di emergenza, piccoli e ammalati fortemente compromessi dalla mancanza di energia elettrica".
Dopo aver sollecitato inutilmente l'intervento delle istituzioni pubbliche locali, il cardinale si è assunto la piena responsabilità della propria azione, come dimostrato dal biglietto da visita lasciato sul luogo e dalla dichiarazione successiva, con la disponibilità a sanare economicamente la situazione. Un gesto politico, non solo umanitario e, come quello della giovane “capitana” tedesca della Sea Watch, di disobbedienza civile: è considerato possibile, per motivi gravi, agire contro una legge (non contro l'autorità), assumendosi la relative responsabilità.

Un gesto che aiuta a riflettere, facendo eco del pensiero di Paul Ricoeur, sul rapporto tra amore e giustizia, poichè: “il giusto appartiene al buono, prima ancora che al legale”. Se, come scriveva il filosofo francese, “l’amore obbliga ad una giustizia educata all’economia del dono”, esso ci porta anche ad “uscire” da una giustizia istituzionalizzata, assumendo, come ci insegnano Papa Francesco e in primis il Vangelo, il volto di una profezia intransigente e dell’azione dirompente, disubbidiente, destabilizzante della misericordia.

Come ha ricordato l'ex presidente dell'Azione Cattolica Luigi Alici, commentando il gesto dell'elemosiniere del Papa in una bellissima riflessione sul proprio blog, l’amore, ammoniva Ricoeur, esprime la propria forza nella fragilità, destabilizza, disorienta una concezione puramente utilitaria della giustizia e la instrada verso una nuova dimensione di cooperazione e di “mutuo indebitamento”. Per spostare di poco la barriera, scriveva ancora Ricoeur, sono stati necessari atti intempestivi, spesso illegali nei riguardi della legislazione vigente.
Coerentemente a tutte queste riflessioni è stata ampiamente rilevata, nell’occasione dei gesti del cardinal Krajewski e di Carola Rachete, ma, indirettamente anche di Papa Francesco, l'eco degli scritti e delle azioni di don Lorenzo Milani[2].
La scelta della disobbedienza civile, come è noto, costò al priore di Barbiana un processo (e una postuma condanna) per apologia di reato. Quando, nel marzo 1965, fu pubblicata la “Lettera ai cappellani militari”, l’obiezione di coscienza al servizio militare non era, infatti, un diritto riconosciuto dalla legge, nonostante già diversi anni prima, il politico cattolico fiorentino Nicola Pistelli, ne avesse proposto la piena accettazione in Parlamento.
I gesti di Konrad, Carola (e Francesco) hanno sortito un risultato concreto per famiglie,  minori e migranti in difficoltà, ma, soprattutto, hanno coraggiosamente rilanciato, il dibattito (e anche le polemiche) sul valore e la legittimità, oggi, della disobbedienza civile.

Un dibattito, non fine a se stesso, è bene ricordarlo, ma rivolto alla modifica di leggi profondamente ingiuste, come lo erano quelle che, negli anni sessanta, punivano duramente l’obiezione di cosicenza al servizio militare e così come lo sono quelle contenute nei decreti sicurezza dell’era Salvini.

Una differenza rilevante con il 1965 è che il pontificato di Papa Francesco appare chiaramente da una parte, anche se, purtroppo, non riesce a mobilitare dietro di sè l’intera comunità ecclesiale.

L’eco di Barbiana è, però, davvero forte nelle parole e nei gesti di un pontificato che ha definitivamente “riabilitato” e pienamente riconosciuto la figura, gli scritti, le opere di Don Lorenzo Milani e che si confronta apertamente con le sfide complesse della nostra modernità.

Compito di chi si sente “dalla stessa parte” non è quello di sentirsi appagato da “gesti eroici”, ma di attingere all’esempio di Konrad, Carola, Francesco.
Per cambiare il corso della storia, esattamente come nel 1965, occorre, infatti, incidere concretamente sulle contraddizioni morali, sociali, economiche, giuridiche e politiche che hanno generato la necessità e l’urgenza stessa di questi gesti di disobbedienza civile.



[2] Si veda, a mero titolo di esempio, l’articolo di Alberto Chiara: “Legge e coscienza, da Don Milani a Konrad” in Famiglia Cristiana del 15 maggio 2019.

venerdì 28 giugno 2019

Perché l’esperienza di Barbiana è stata unica e imitabile (Luigi Lama, intervento 19 giugno 2019)

https://www.stamptoscana.it/perche-lesperienza-di-barbiana-e-stata-unica-e-inimitabile/


Perché l’esperienza di Barbiana è stata unica e imitabile


Firenze – L’unicità di Barbiana è frutto di una particolarissima combinazione di elementi. Un composto chimico irripetibile per l’unicità degli elementi che lo costituiscono. Al primo posto metto gli abitanti di Barbiana, i parrocchiani di don Lorenzo. Metto al primo posto il popolo di Barbiana perché è grazie a loro che si realizza il salto di qualità rispetto alla scuola popolare di Calenzano.
Sono molto diversi dalla popolazione prevalentemente operaia di Calenzano. Qui don Lorenzo incontra gli ultimi fra i contadini, quelli più deboli, poveri ed emarginati se comparati non solo agli operai, anche rispetto agli altri contadini delle pianure o del versante meridionale dello stesso monte Giovi. Ultimi anche in senso temporale. Lo sviluppo industriale già allora favorisce l’esodo dalle campagne e per i contadini delle zone più aspre e meno redditizie si ampliano le possibilità di spostarsi in zone migliori o in città a lavorare nell’edilizia o nelle fabbriche.
Se consideriamo il popolo di Barbiana da cui vengono i ragazzi della scuola il combustibile di quell’esperienza il comburente è don Lorenzo. Possiamo avere tutta la benzina che vogliamo ma senza ossigeno non ci sarà fuoco. Un comburente con una doppia valenza.
Da un lato il suo patrimonio di risorse che investe a Barbiana. Risorse proprie, costituite dal bagaglio culturale personale vasto e originale di don Lorenzo, e risorse indirette frutto dell’estesa e più che qualificata rete di relazioni che mette a disposizione di Barbiana.
Per colmare grandi lacune occorrono grandi risorse. In questo caso in primo luogo culturali, ma alcune materiali, pur piccole, hanno avuto importanza concreta e simbolica. Penso all’ospitalità delle famiglie della buona borghesia milanese che hanno ospitato i ragazzi in occasione delle trasferte per le opere alla Scala. Oppure le tubature che hanno permesso di portare l’acqua dalla sorgente alla pieve. Hanno reso ben visibile ai ragazzi e alle loro famiglie l’investimento che veniva fatto nella scuola e alcuni risultati immediatamente percepibili.
Il secondo aspetto di don Lorenzo è la sua straordinaria capacità di motivare. È frutto del suo innamoramento per la sua gente e per la fede. Don Lorenzo supera lo sconforto per il sentirsi ingiustamente punito, esiliato in una realtà marginale, per l’esiguità del suo popolo. Riesce a motivare i suoi ragazzi ad affrontare l’impresa che li porterà a superare i limiti di una cultura specifica, legata intimamente ad un contesto, però incatenata a questo, debole e condannata alla subalternità se non riesce a connettersi ad un mondo più ampio.
Infine c’è un elemento catalizzatore di cui ho imparato a capire l’importanza parlando con Michele Gesualdi. È Eda, la sua perpetua. Spesso la sua importanza non è stata considerata abbastanza. La relazione con i Barbianesi sarebbe stata più difficile senza il suo ruolo di connettore, di filtro.
Ho scritto che Barbiana è unica e imitabile. Si può cercare di ottenere reazioni simili con elementi diversi. Si tratta di seguire l’indicazione di don Lorenzo riferita da Adele Corradi: «fate scuola, fate scuola; ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze»
È un monito importante. Temo che talvolta ci sia stato un eccesso polemico nell’accusare infedeltà di chi ha cercato di trarre indicazioni da Barbiana e si è sforzato di metterle in pratica. Capisco altresì l’irritazione di chi lo ha conosciuto in prima persona e ha visto e vede appropriazioni indebite del suo messaggio. Oggi è più popolare che cinquanta anni fa e ci sono spericolate operazioni di marketing.
Non posso evitare di parlare del Centro Studi Cisl in questa occasione. C’è un filo che lega il Centro Studi Cisl a Barbiana. Francesco Lauria ha fatto un bel lavoro di ricerca storica. E oggi? Siamo un centro di formazione, facciamo scuola. Possiamo dire che non solo ci ricordiamo di Barbiana e don Lorenzo ma addirittura cerchiamo di imitarne alcuni aspetti?
Oso dire di sì. Almeno nelle intenzioni. La nostra attività non è rivolta a persone analoghe ai ragazzi di Barbiana. Chi partecipa ai corsi a Firenze è quasi esclusivamente una persona impegnata a tempo pieno nel sindacato e per lo più con un ruolo dirigente.
L’ispirazione alla scuola di Barbiana la vedo nella volontà di combinare rigore e apertura. Rigore e apertura nella ricerca di contributi formativi nel mondo accademico, in quello delle aziende e delle organizzazioni con il criterio che diano un effettivo contributo in termini di sapere e competenze ai nostri corsisti, al di là di essere più o meno amici della nostra organizzazione.
Rigore e apertura nella valutazione dell’apprendimento di chi partecipa ai nostri corsi; rigore proporzionato al ruolo, quindi maggiore verso chi ha maggiori poteri e responsabilità.
Rigore e apertura nel cercare di dare maggiori opportunità, che vuol dire maggiore impegno sia per il formatore sia per il formando, alle persone che hanno alle spalle un percorso con minore scolarità.
Certo, nessuno di noi è paragonabile a don Lorenzo. Ci consoliamo ricordando una sua affermazione: «Guai se vi diranno: il Priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà».
Luigi Lama – Centro Studi Cisl Firenze
Fra gli autori del libro Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana, don Milani e il mondo del lavoro, a cura di Francesco Lauria (Edizioni Lavoro)

giovedì 27 giugno 2019

"Disobbedire culturalmente per migliorare il mondo: dire dei sì, dicendo di no"

In questi giorni ho misurato diverse sensazioni: da un lato un senso di impotenza, con le famose "camere eco" dei social in cui tutto è scontro, senza possibilità di confronto e dialogo; dall'altro lato la nuda vita (ma anche la nuda morte e la solitudine) che si intromette nei nostri dialoghi virtuali. 
Ci scopriamo spesso senza quella pazienza e quel tempo necessari per farci un'idea autonoma e non superficiale di ciò che si sta intorno, di ciò che si muove vicino, accanto, sotto e sopra di noi.  Del valore delle parole, direbbe Tullio De Mauro.
Nell'impostare la nuova edizione di: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro" ha subito pensato che dovevo trovare, invece, parole di introduzione semplici e incisive, non per forza citazioni dotte e, a volte, un po' autoreferenziali.
Quasi per caso, ho ascoltato alcune frasi di Ermal Meta, pronunciate ormai quasi due anni fa, all'apertura dell'anno scolastico a Taranto, alla presenza di tanti ragazzi e insegnanti oltre che del Presidente della Repubblica Mattarella. Ho capito che racchiudevano tutto: 
"Dire dei sì, dicendo di no"." Come in queste ora sta facendo l'equipaggio della Sea Watch.
Disobbedire culturalmente diceva ai ragazzi e alle ragazze Ermal Meta, essere migranti del tempo (oltre che dello spazio, come lui, proveniente dall'Albania) e migliorare il pianeta in cui viviamo, partendo dal cuore, dalle menti, dai destini degli altri.
Infine quella chiusura che, davvero, evoca, forse inconsapevolmente, Don Milani: "non sprecate nemmeno un'ora del vostro tempo".
Ecco, di fronte all'odio e all'indifferenza, ma anche alle sole mobilitazioni da tastiera, riporto queste parole, nella speranza di raccontare una memoria importante, un'esilio che si è fatto dono per il mondo e che ci parla e ci scuote (probabilmente purtroppo non abbastanza) ancora oggi.   (Francesco Lauria)

"Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada. […] C’è sempre spazio dentro di noi: per tutto quello che c’è stato e per quello che c’è. La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo […]. Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a far del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri […]. Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo".
Ermal Meta, cantautore, Tutti a scuola, Taranto, 18 settembre 2017

https://www.youtube.com/watch?v=Vix1Ia2Ch48&list=RDVix1Ia2Ch48&start_radio=1




sabato 22 giugno 2019

Don Milani: suo rapporto con mondo lavoro in un libro di Lauria Nel volume allievi diventati sindacalisti alla scuola della Cisl


(ANSA) - FIRENZE, 19 GIU - Si intitola 'Quel filo tra Fiesole e Barbiana' (Edizioni lavoro, 265 pp, 18 euro) il libro a cura di Francesco Lauria presentato oggi a Firenze. 
"Si tratta - ha spiegato l'autore - di una nuova edizione del volume che racconta del rapporto tra Don Milani, la scuola di Barbiana, il mondo del lavoro e dei sindacati. Racconta degli allievi di Don Milani, diventati sindacalisti alla scuola nazionale della Cisl di Firenze negli anni '50 e '60". Tra questi, ha aggiunto Lauria, "la figura più conosciuta, che a Firenze ha fatto da ponte a questi due mondi, è quella di Michele Gesualdi, uno dei primi sei allievi a Barbiana di Don Milani. Un uomo che, tra gli anni '80 e '90, prima di diventare presidente della provincia a Firenze fu segretario provinciale della Cisl". 
Per il segretario della Cisl di Firenze e Prato Roberto Pistonina, "quella di Don Milani è una grande lezione di vita, oggi riattualizzata con grande importanza". E' necessario affermare "l'importanza della scuola e dell'istruzione, quella che dovrebbe salvare gli uomini dalla miseria e portarli in una democrazia matura. Purtroppo oggi c'è una involuzione culturale da questo punto di vista". 
Tra gli interventi quello di Sandra Gesualdi, figlia di Michele: "Spero che questo libro - ha detto - non sia un modo per fare l'ennesimo altarino a Don Milani ma per dire che il sindacato deve rimettere al centro l'ultimo dei lavoratori, colui che ha meno diritti". 
"Questo volume - ha detto l'assessore al lavoro del Comune di Firenze Andrea Vannucci - ci ricorda una volta di più quanto la lezione di Don Milani sia tutt'altro che appartenente ai libri di storia ma calata nella cronaca e nella attualità".(ANSA).

giovedì 20 giugno 2019

Don Milani e Lettera a una professoressa traccia di maturità al Liceo di Scienze Umane.


"Una scelta che ci riempie di gioia". Con queste parole la Fondazione Don Lorenzo Milani ha commentato la scelta di uno dei brani di quest'ultimo per la seconda prova della Maturità 2019 al liceo delle Scienze umane. "Ritengo che si poteva fare anche qualche anno addietro", ha aggiunto Giancarlo Carotti, il presidente della Fondazione, sottolineando che è "veramente una cosa bella, perché quello che fece Don Lorenzo fu una mezza rivoluzione. Lettera ad una professoressa venne scritta nel 1965 ed entrò nelle scuole nel '68 e, con la cooperazione dei suoi alunni, Don Lorenzo cercò di spiegare la complicata e difficile situazione scolastica italiana di allora, tentando anche di dare un'alternativa".

Al Liceo delle Scienze Umane

Al Liceo delle Scienze Umane la traccia richiede un ragionamento tra la condizione socioculturale e il rendimento scolastico nella riflessione psicopedagogica del 900. All’interno della traccia c’è il riferimento a “Lettera a una professoressa“, scritto dagli alunni della scuola di Barbiana sotto la guida di Don Milani, e c’è anche il riferimento a “Storia della Scuola” di Saverio Santamaita.

martedì 18 giugno 2019

19 giugno ore 16.30 Università di Firenze (Via Capponi N°9) Don Milani e il mondo del lavoro


Il dibattito “Don Milani e il mondo del lavoro. Memoria, attualità, futuro”, si svolgerà nel plesso universitario fiorentino di Via Capponi N°9 mercoledì 19 giugno, a partire dalle 16.30.  I lavori si concentreranno non solo sulla memoria, ma anche sull’attualità e sul futuro del ruolo del sindacato ora che il Novecento, evocato da Don Milani e dai suoi ragazzi in Lettera a una professoressa, appare abbondantemente alle nostre spalle.
Prenderanno parte all'incontro: Giancarlo Carotti Presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani, Alessandro Martini, assessore del Comune di Firenze, Franca Alacevich, professore ordinario di sociologia dei processi economici e del lavoro per l'ateneo fiorentino, Francesco Lauria, curatore del libro, Beppe Matulli Presidente dell'Istituto Storico Toscano della Resistenza e collaboratore della scuola di Barbiana nella preparazione di Lettera a una professoressa, Agostino Burberi ex sindacalista ed allievo di Don Lorenzo Milani, Luigi Lama del Centro Studi Cisl di Fiesole, Sandra Gesualdi della Fondazione Don Lorenzo Milani.
I lavori saranno coordinati da Mario Lancisi, verranno conclusi da Roberto Pistonina segretario generale della Cisl Firenze Prato, promotrice dell'evento insieme alla Fondazione Don Lorenzo Milani e al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Firenze.