domenica 18 ottobre 2026

"DETONAZIONE": "LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO". UN TESTO ANCORA ATTUALE DI FRONTE ALLA VIOLENZA E AL POTERE.

"Il sapere che finora possediamo ci dice che

abbiamo bisogno di cose che cambiano,

ma abbiamo anche bisogno di cose che restano".

Giorgio Abraham

Pur avendo contrastato personalmente e con vigore, in decenni di impegno e di attivismo politico e sociale, anche con il mio corpo, tutte le politiche repressive dei Governi (di ogni colore) e delle forze militari e di polizia, non ho mai, mai giustificato la violenza in piazza, in qualsiasi luogo e tempo.

Mai. Radicalmente, senza se e senza ma. Senza balbettare.

Oltre ai motivi etico-morali e, aggiungerei, spirituali anche per un motivo molto semplice e pratico: la violenza quando la realizzano, magari anche gratuitamente, i manifestanti è funzionale, direbbe Michel Foucault, alle politiche repressive e securitarie del potere (di turno), alla cancellazione, anche mediatica, delle giuste ragioni delle proteste.

La violenza di piazza è assurdamente funzionale ad allontanare le moltitudini pacifiche che, purtroppo, trovano così l'alibi per non impegnarsi, per smobilitare, per lasciare il campo all'indifferenza o, peggio, al fastidio, al giudizio.

In questo senso il "battesimo del fuoco", i lacrimogeni, le manganellate, la paura, i black block, il sangue e la ferita di Genova 2001 sono stati e sono tuttora per me indelebili. 

Tutto ciò vale per gran parte della mia generazione mobilitante e mobilitata, che a Genova c'era e c'era stata, ad esempio, nella bellissima, gioiosa, colorata manifestazione dei migranti del giovedì, che aveva poi sofferto per la morte violenta subita da Carlo Giuliani e per gli scontri e la successiva gravissima repressione militare e di polizia nel weekend di quel rovente luglio 2001.

La mia è anche la generazione della scuola Diaz, di manifestanti, attivisti, giornalisti nonviolenti, massacrati e denigrati, vilipesi attraverso una "macelleria messicana" e la messa in atto (è dimostrato da sentenze definitive) di false prove da parte delle forze dell'ordine.

Io, all'epoca, ero un giovane studente lavoratore che, da allora, non ha mai dimenticato.

Perchè lo stato repressivo, quando vuole fare davvero male, lo ha dimostrato, nel nostro Paese, la neofascista strategia della tensione con le sue stragi violente, non si fa remore e non rispetta, purtroppo, è gravissimo, nemmeno le proprie regole, le proprie leggi, i diritti umani fondamentali.

Poi è chiaro, occorre anche contestualizzare storicamente e geograficamente, altrimenti, sbagliando, prenderemmo anche le distanze dalla Resistenza partigiana tra il 1943 ed il 1945.

Su tutto questo, su questa "Detonazione", a venticinque anni da Genova 2001, abbiamo riflettuto e discusso sulla rivista "Le parole e le cose", con il filosofo dell'educazione e della pace Aluisi Tosolini e con Lotta, musicista e attivista contro la crisi climatica, nata nel 2002, che quindi, a differenza nostra, a Genova 2001 non ha proprio potuto esserci!

Qui il link al testo della rivista: https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/  e qui il link alla versione internazionale in lingua inglese della conversazione, pubblicata dal portale di ecologia politica e sociale "Undisciplined Environments": https://undisciplinedenvironments.org/2026/08/06/genoa-2001-2026-detonation/

Quanto ho scritto, però, non giustifica mai, e sottolineo mai, almeno per me, alcuna violenza, nemmeno dimostrativa.

Ieri, non comprendendo la cautela di alcuni leader politici e sociali nel condannare le cieche violenze di piazza, ancor più gravi, inquietanti e interroganti perchè spesso realizzate da giovanissimi, mi è venuta in mente una mia lettera aperta che fece abbastanza scalpore nel c.d. mondo "No Global" cui appartenevo e in cui rivendico, ancora oggi, il mio pieno coinvolgimento.

2005, Gorizia-Gradisca d'Isonzo, Nord Est, vicino al confine orientale, allora il confine di Schengen, dell'Europa fortezza.

Avevo da poco terminato l'Università e mi ero laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche, con una tesi sull'impegno nonviolento e popolare nella guerra civile e nella successiva "pace fredda" dei Balcani, da parte dell'"Europa minore", quella degli enti locali, della società civile, del volontariato, del Consiglio d'Europa.

Quella che, anche sotto le bombe e tra le mine antiuomo, costruiva, ostinata e coraggiosa, Ambasciate, poi Agenzie della Democrazia Locale.

Avevo anche contribuito in maniera importante, insieme a tanti amici e compagni universitari e universitarie, alla carovana della Pace dei missionari comboniani partita, nel 2004, proprio da Gorizia e da Gradisca d'Isonzo, uno dei borghi più belli d'Italia, in cui era stato aperto un famigerato Cpt (Centro di Permanenza Temporanea per Migranti, ora Cpr).

Un luogo di "stato di eccezione", di sospensione del diritto, cui fare, civilmente e nonviolentemente resistenza, disobbedienza.

Un luogo istituito, nel 1998, dal Governo di centrosinistra guidato da Massimo D'Alema, attraverso la c.d. "Legge Turco Napolitano" sull'immigrazione, poi emendata, ma neanche tanto, nella altrettanto celebre e famigerata: "Legge Bossi Fini".

A cavallo dei fatti di Genova 2001, Luca Casarini e i suoi disobbedienti (le "tute bianche"), spesso funzionali al potere dominante, cercavano di egemonizzare, soprattutto mediaticamente, il movimento "per un altro mondo possibile e necessario".

Erano forti soprattutto nel Nord Est, ma anche a Napoli e si appoggiavano alla politica dei partiti, "infiltrando" i Verdi, nel Triveneto e la bertinottiana Rifondazione Comunista nel centro sud.

Nel centro sud, Università di Pisa compresa, i disobbedienti facevano allora riferimento proprio a quel Francesco Caruso, autore, da parlamentare Prc di dichiarazioni davvero geniali nel loro delirio che misero in molto in imbarazzo anche Fausto Bertinotti che lo dovette sospendere dal gruppo parlamentare per affermazioni infami come: "Marco Biagi e Tiziano Treu assassini..." 

Francesco Caruso cui, mi risulta (ma spero di essere da lei smentito), faceva pieno riferimento politico anche la leader studentesca di Rifondazione Comunista presso l'Università di Pisa, l'attuale assessora alla cultura del Comune di Pistoia Marica Setaro, proprio oggi (nel senso del 19 ottobre 2026...) sproloquia sulle pagine nazionali de la Nazione, affermando più o meno, senza vergogna (e, ahimè, senza alcuna mia sorpresa) che la violenza, la rivolta vanno bene, ma, rispetto alle sue, oggi, manca un po' troppo l'ideologia...

Per carità Setaro, ognuno si tiene i "maestri" e i riferimenti che vuole, io mi limito ad apprezzare (davvero) come utilizzi oggi il termine "disobbediente" nelle tue stesse pubblicazioni scientifiche sulla psichiatria e l'etnopsichiatria (in particolare in saggi su bambine in manicomio etichettate, condannate, ahimè, come "disubbidienti" o "incorreggibili"...) 

Memore di Genova 2001, mi opponevo all'idolatria di subdolamente affascinanti "cattivi (e sopravvalutati) maestri", come Toni Negri, fin dall'inizio del 2002, rischiando più volte e in prima persona, tra Gorizia e Trieste, di subire atti di violenza politica.

Non ho mai avuto paura reverenziale, ieri come oggi, di sfidare i poteri, fossero essi politici, militari, accademici o di movimento.

Provammo, all'inizio del 2005 (io collaboravo, dopo la laurea, con l'insegnamento di Scienze della Politica presso l'Università di Trieste) ad opporci all'utilizzo della violenza in piazza, agli scontri organizzati e mediatici con le forze dell'ordine.

Provammo, provai, esponendomi molto durante le riunioni preparatorie della manifestazione "anti Cpt" organizzata da un movimento complesso e davvero plurale, molteplice, a far togliere ai disobbedienti, alle tute bianche di Luca Casarini, la testa del corteo.

Volevamo depotenziare la voglia, il desiderio perverso di scontri, di violenza.

Purtroppo non ci riuscimmo, se non all'inizio della manifestazione.

Fu un disastro.

Ricordo Gradisca d'Isonzo blindata, tutti i negozi chiusi, la popolazione che ci guardava di nascosto dalle finestre e dalle saracinesche abbassate.

Un grande, enorme errore, da noi pagato duramente per anni.

E io, risalendo, solo e arrabbiato, il corteo dopo gli scontri, ne pagai il prezzo, come racconta la mia (per nulla tenera) lettera aperta di allora, cui, peraltro, rispose non Luca Casarini, ma, in maniera stupenda, uno storico grande pacifista italiano come Enrico Peyretti.

Ma voglio scrivere un'ultima cosa. 

Quest'anno a Milano, epicentro degli scontri di piazza di questi giorni, al convegno del quarantesimo anniversario di Ipsia, la Ong delle Acli nazionali presieduta dal mio amico Marco Calvetto, ancora oggi molto attiva nei Balcani e in Bosnia in particolare, ho reincontrato Luca Casarini.

E' molto cambiato. 

Ha capito tante cose; ha vissuto un profondo e sincero percorso di conversione accompagnato, a suo tempo, da Papa Francesco che ha anche curato la prefazione ad un suo libro.

Non so, non credo che Luca Casarini, dopo tanti anni, mi abbia riconosciuto.

Ma ci siamo comunque scambiati un sorriso e, siccome doveva scappare, gli ho pure ceduto il microfono, facendo in modo che lasciasse ad Ipsia il suo messaggio di "buon compleanno" proprio prima del mio.

I casi, belli, della Vita. 

La Speranza che non si arrende mai. (F.L.)

LETTERA APERTA AI DISOBBEDIENTI CHE MI HANNO AGGREDITO (27 Febbraio 2005).

https://liste.peacelink.it/pace/2005/02/msg00323.html

LA STORIA APPARTIENE A CHI AMA, NON A CHI GRIDA PIU'
FORTE.

Egregi disobbedienti,
scusate, ma non riesco ad essere ipocrita.

E rivolgermi a voi in maniera più amichevole.

Siete calati, in centinaia su Gradisca d'Isonzo.

Per la manifestazione unitaria contro l'apertura del
Centro di Detenzione/Permanenza per Migranti.

Dal Piemonte, dall'Emilia, dal Veneto, dal Friuli
Venezia Giulia.

Come dicono ossessivamente i vostri capi : una
moltitudine.

Avete preso treni, contrattando di non pagare
biglietti (solo voi, però, i comuni mortali, il
biglietto sullo stesso treno lo hanno pagato, magari
controvoglia...), siete giunti con potenti mezzi,
aveti zittito tutti con i vostri watt.

Avete finto uno scontro patetico con la polizia.

Due tre manganellatine di fronte alle telecamere,
giusto il minimo necessario per "egemonizzare giornali
e telegiornali", e poi ...

Poi nulla.

Io queste cose le avete denunciate prima, le sapevo.

Succede a Gorizia, quando ci siete di mezzo voi sempre
così.

I vostri capi, i Casarini e gli Olivieri (il capetto
locale di Trieste) erano scuri in volto.

Quelle persone che vanno avanti per la loro strada,
senza curarsi di nulla di quello che hanno attorno, di
nulla e di nessuno.

Avete violato i patti con tutti, non tanto con gli
"sbirri"(chi se ne...), ma quelli con tutte le altre
moltitudini di cui a voi non frega nulla.

Poi a Gradisca d'Isonzo era finito tutto.

In silenzio i compostissimi e numerosi anarchici
(compostissimi, silenziosi, veramente, non ci sono più
gli anarchici di una volta...), silenziosi i giovani
comunisti, impauriti i confederali.

Io raggiungevo i pochi cattolici di base presenti.

Ero solo.

Nella vostra moltitudine.

Poi, accerchiato, ho subito una aggressione fisica
(una testata sul volto), sono strattonato da una
decina di voi e mi è stato detto che siccome avevo
offeso i vostri fratelli (cioè il capetto bulletto di
periferia Andrea Olivieri, di Trieste)se non me ne
andavo mi avreste ammazzato.

Non era un esagitato, nè un conflitto, era una
precisa, intimidazione collettiva di stampo mafioso.

Tra voi e i boss della camorra di Scampia non c'è
nessuna differenza.

Tra voi e le squadracce fasciste di ogni età e
latitudine non c'è alcuna differenza.

Poi, guardavo i vostri capoccia.

Tutti maschi.

Siete anche pedine del potere.

Utili, finanziati, foraggiati, coccolati.

In particolare nel Nord-Est, un anno fa avete potuto
girare con mazze nel pieno centro di Gorizia, in una
città in cui anche starnutire forte viene sanzionato,
segnalato.

Siete, pedine della strategia della tensione di questo
governo.

I vostri leader sono rivoluzionari di professione, nel
senso che per organizzare le vostre recite (quanto
diverso è il conflitto sociale vero!) sono finanziati,
e sostenuti.

Beh, io sono proprio stufo.

Non starò in silenzio di fronte alle vostre botte e
alle vostre minacce ed intimidazioni.

So bene di essere solo l'ultimo di una lunga serie,
anche al vostro interno i dissidi li regolate così,
branco altro che moltitudine...

Lo faccio senza rancore, alle vostre mazze e alla
vostra collusione, funzionalità al potere e ai potere
non posso che opporre questa frase di Albert Camus che
in un periodo di grandi lotte affermava:

"Non essere amati è soltanto cattiva sorte; non amare
è una tragedia. Tutti noi oggi stiamo morendo di
questa tragedia. La violenza e l'odio infatti
disseccano il cuore nel profondo; la lunga lotta per
giustizia e l'amore che pure l'aveva ispirata. Nel
clamore in cui viviamo, l'amore è impossibile e la
giustizia non basta".  (A. CAMUS, Les justes, 1950).

Ecco cari disobbedienti.

Imparate un po' ad amare.

Io non è che ce l'abbia con voi.

Solo, non sopporto i prepotenti.

Si chiamino Bush, Putin, De Gennaro, Fini, Sharon, Al
Sistani, Casarini, Caruso od Olivieri. - e non dite
visto con chi vi ho messo in compagnia che non vi dò
peso :-) ...

Francesco Lauria
(aggredito a Gradisca d'Isonzo sabato 26 febbraio, nel
pressi del muro del CPT in costruzione, da un folto
gruppo di disobbedienti, dopo una fatwa emessa il
giorno prima dal capo locale Andrea Olivieri.
Aggredito negli unici dieci minuti in cui ero solo.)

Ecco diciamo anche che oltre che prepotenti siete un
pochino vigliacchi.

Ma quindi potete anche (solo) migliorare... 

P.S. 2026: E, almeno Luca Casarini, parecchio migliorato lo è!

sabato 17 ottobre 2026

STORIE CHE SI FANNO STORIA, NON "CINGHIALI CHE FANNO EQUAZIONI"... RACCONTO DI UN AMORE GRANDE E INTERROTTO.

"Il nostro non è mio" (Proverbio Africano; Silvia, Forum Sociale Mondiale, Nairobi 2007).

No, nell'articolo di ieri non ho raccontato tutto sulla mia (parziale) giornata bolognese.

Ho omesso qualcosa che, per un po', mi ha suscitato imbarazzo, mi sono sentito un debole.

Uscito, arricchito ed ispirato dalla cooperativa sociale Accaparlante, nella periferia del capoluogo della mia Regione,  mi trovavo sempre più in ansia, visto che tutti gli autobus erano bloccati, non si trovavano taxi (pur perdendo tantissimo tempo con le app surreali di intelligenza artificiale che nelle cooperative di taxisti hanno già sostanzialmente sostituito gli essere umani...) e mi trovavo a molto più di un'ora a piedi della stazione centrale di Bologna.

Dovevo infatti tornare il prima possibile a Pistoia, venticinque bambini e bambine del doposcuola rischiavano di rimanere con una sola volontaria e io, nonostante avessi predisposto tutto con largo anticipo e margini di tempo, dovevo far fronte all'imprevisto di una città militarizzata e bloccata a seguito della reazione alle manifestazioni studentesche per il clima e contro la guerra.

Alla fine, per una volta, sono stato davvero fortunato, ho acciuffato il treno per Prato delle 14.05 davvero per i capelli (o per i binari...), con un margine inferiore ai venti secondi e tanto, tanto fiatone.

Prima, da solo, avevo pianto. A dirotto.

No, nessuna aggressione, nessun furto, nessuna caduta, nessuna notizia inaspettata e terribile.

Ma mentre dialogavo con Alice o Alexia le tassiste artificiali, non cantanti pop degli Anni Ottanta e Novanta, mentre, contemporaneamente, ordinavo, pranzavo, prendevo il caffè e digerivo, ho visto, prima di sfuggita e poi con più attenzione, un ufficio nel centro commerciale di Viale Pirandello.

Tra una pasticceria e un supermarket, tra un fondo sfitto e un vetro rotto.

Si trattava, inaspettatamente, di un piccolo ufficio, un presidio sindacale di periferia.

Di quelli che stanno resistenti nelle aree disagiate, vivono soprattutto di servizi individuali: Caf, Patronati, Uffici Vertenze (diciamocela tutta) e, quando va bene, ospitano una sparuta Lega di pensionati (che si occupano dei servizi e dell'accoglienza ecc., ecc.).

Di fronte alle inaspettate bandiere che ho servito per oltre vent'anni, che ho portato in tutta Italia, in Europa e, un po', anche nel mondo, mi si è fermato il cuore.

Non è un'esagerazione, sarà che tutto mi aspettavo tranne che una, pur piccola, sede sindacale in quel contesto, sarà che si avvicina inesorabile la prima udienza del mio processo del lavoro intentato contro la Cisl nazionale. 21 ottobre, mercoledì mattina, tribunale di Firenze.

Ho pensato a tutta la sofferenza, al deserto degli ultimi quattordici mesi, al fatto che l'udienza si terrà in un inesorabile, quasi perfetto, anniversario della vergogna, di quanto subito, di quanto sopportato.

Stoicamente direi.

E allora, guardando le bandiere della Cisl, i cappellini nella vetrina trasparente del sindacato mi sono sentito come in una relazione d'amore ventennale interrotta, con buone probabilità finita.

Sepolta dalle menzogne e dallo scontro, dal silenzio e dall'ipocrisia, dal conformismo complice, dall'incomunicabilità, forse reciproca.

E però, come in un amore profondo che ti ha preso la vita e l'anima, la terra e il cielo, non riesci a cancellarle le emozioni, i tanti volti incontrati, le forse migliaia di persone formate, le sveglie alle quattro del mattino per dirigerti in chissà quale posto d'Italia o d'Europa e provare a rappresentare, a testimoniare, come mestiere e missione, tra mille limiti, quella "giustizia insieme" che è l'etimologia della parola sindacato.

Tra "profezia e innovazione", sapendo bene di non avere tutte le risposte a tutte le domande.

E non li puoi dimenticare i volti dei braccianti agricoli in nero, i lavoratori fintamente distaccati dalla Macedonia, così tanto non si deve rispettare nessuna regola comunitaria, non te la scordi quella volta in cui ti sei fermato, inginocchiato a Oste, di fronte alla fabbrichetta, in cui una giovane lavoratrice, Luana D'Orazio, a un millimetro dalla provincia di Pistoia, ha trovato la morte in un orditoio cui erano stati volutamente tolti i sigilli di sicurezza, giusto per diabolicamente produrre un po' più in fretta.

Economia dello scarto e dell'appalto, potere della moda, sfruttamento della logistica.

Capi a pochi euro, quelli che tutti e tutte (o quasi) ordiniamo su internet, in qualche piattaforma.

Quella stessa lavoratrice, con il padre, era stata nei corridoi della Cisl a Pistoia forse un anno prima o poco più, perchè sfruttata in tutto un altro settore, il commercio, un ristorante.

Sempre di più, di fronte al franare della dimensione collettiva, il sindacato si trova a difendere e rappresentare i lavoratori e le lavoratrici ad uno ad uno, ad una ad una. Vertenze individuali, tentativi di conciliazione e di accordo.

Il sindacato, spesso quando il lavoro cessa di essere un fatto "sociale e relazionale" (Pierre Carniti) si reinventa a gestire e provare a riequilibrare, molto spesso con la giurisprudenza del lavoro, asimmetrie di potere sempre più inintellegibili, perchè dall'altra parte ci sta spesso un'impresa fantasma, una "letter box company" o, in contesti più grandi, un lontanissimo gelido, quasi anonimo fondo d'investimento, magari speculativo, internazionale.

Lo storico conflitto tra capitale e lavoro si trasforma quindi in un confronto disorientante e disorientato, dove, nel tempo dell'Ia, è persino  difficile capire chi sei, cosa fai, chi chi lo fai, che cosa e come produci.

E se non sai chi sei, difficilmente puoi capire da dove vieni, anche quali gloriose radici hai, ma soprattutto chi puoi e vuoi essere nel costruire il tuo futuro, individuale e collettivo.

E allora, portando come un macigno la mia ferita, il mio dolore, il mio silenzio, la mia solitudine, ieri, a Bologna, ho pensato alle ferite degli altri.

Alle decine di sindacalisti e sindacaliste (non solo della Cisl!) che mi hanno contattato in questi mesi perchè epurati, violentati nell'animo, perchè non allineati e rimasti/e fedeli ai lavoratori e alle lavoratrici, non al potente dirigente di turno.

Ai lavoratori e alle lavoratrici, spesso in appalto, esternalizzati, non visti, molto, troppo faticosamente rappresentati dal sindacato tradizionale, soprattutto confederale.

Ai lavoratori dell'Acca a Seano (Provincia di Prato, Diocesi di Pistoia...) trascinati sull'asfalto rovente dalla polizia mentre i padroncini distruggevano, frantumavano il loro presidio sindacale.

Ma ho pensato anche all'accordo collettivo che è stato successivamente da loro firmato dopo settanta giorni di presidi ininterrotti, durante l'estate più calda del secolo, che ha riconosciuto non solo i contratti, non solo i diritti, ma soprattutto la dignità.

Perchè la dignità non la si da, non la si concede.

Si vede, si riconosce, anche grazie ad un "sindacato libero", anche nella lotta alle violenze e alle molestie sul lavoro...

E allora, proprio pensando a questi lavoratori fragili, tutelati da un sindacato con una sigla strana Sudd Cobas, presente quasi solo a Prato e nell'area fiorentina, ho pensato che in una relazione d'amore come è stata la mia con la Cisl e con il sindacato, anche quando si rompe, rimangono dentro, tra fratture e ferite, anche le cose buone, gli istanti belli, il bene provato, ricevuto e vissuto, il bene donato.

Quegli istanti che dentro di te e dentro tanti sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici durano una vita.

Perchè fare, essere un sindacalista, come diceva Pierre Carniti è una scelta di vita e per la vita. Non si smette mai di essere un sindacalista, nemmeno in pensione.

Perchè fare, essere un sindacalista, non solo nel Novecento, ancora di più in questi tempi strappati, individualisti, violenti e precari, ma anche opportuni, possibili vuol dire, proprio come affermava Don Lorenzo Milani con i "suoi" ragazzi e le "sue" ragazze in Lettera a una professoressa: "praticare l'amore, dare un senso alla vita, cercare un fine".

Cercare un fine. 

Anche nelle emozioni, nel volto e nei volti dell'altro/a, attraverso la vita e il lavoro.

Cercare nuove soluzioni, anche contrattuali, negoziare a schiena dritta e con mandato chiaro "anche con il diavolo", riscoprire il dialogo senza cancellare mai il conflitto, passando, un po' come nella Piana toscana, e non solo, dalla "violenza all'incontro".

E' questo il frutto di una vera cultura sindacale, una cultura molteplice e sempre in divenire, come ho provato a raccontare (mentre mi arrivavano le prime bordate da Via Po e intorni) in una bella (e lunga) intervista in una trasmissione sociale che si può ritrovare qui: https://www.youtube.com/watch?v=djnH30U_yDA&t=97s

Perchè, come ci diceva ormai dieci anni fa Papa Francesco, ammonendoci di non scadere nell'ovvio, nel già visto e, soprattutto nella burocrazia e nella corruzione, c'è ancora tanto, tantissimo bisogno di sindacato e di sindacalisti/e, specialmente ai "margini della città del lavoro".

Nelle periferie del caporalato, sia esso agricolo, commerciale o edilizio, come nelle piattaforme digitali.

Nelle fabbriche in cui si muore ogni giorno, nei cantieri in cui si cade dall'alto.

Ma anche nelle aziende in cui si può scommettere nella partecipazione e in una organizzazione del lavoro condivisa, oserei dire paritaria, in cui ascolto, eguaglianza, solidarietà, cooperazione non sono più parole proibite o desuete.

Ma "abiti puliti" da indossare insieme, nuovamente, ogni giorno.

Perchè nel lavoro (e attraverso il sindacato, quello vero...) si possono ritrovare, ricostruire, reindossare la libertà e la cittadinanza, la Costituzione, soprattutto se sei un immigrato o una immigrata a cui, magari dopo dieci anni, la cittadinanza italiana ancora viene stupidamente, ostinatamente negata.

E come ci dice da sessanta anni il sociologo Bruno Manghi, nel lavoro e nel sindacato, noi possiamo ritrovare e condividere ("cum panis" - compagni e compagne, coloro che spezzano il pane insieme...) proprio il pane e le rose, la poesia e la prosa, i desideri e i bisogni, le aspirazioni e i sogni.

"Dobbiamo creare tutto dal nuovo", proprio come ci indicava, in un contesto molto diverso, all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, il grande leader sindacale Giulio Pastore.

Perchè il sindacato, riprendo il titolo del volume pubblicato in occasione degli ottant'anni di Pierre Carniti è, soprattutto: "Pensiero, azione, autonomia".

Ma il sindacato, ci diceva sempre lo stesso Carniti è anche "cosa impossibile da dire", lo devi vivere, lo devi essere, non puoi solo raccontarlo, teorizzarlo.

Il sindacato è sogno e orizzonte di senso, perchè, senza orizzonte di senso, come diceva Fabrizio De Andrè, l'uomo è come "un cinghiale che fa le equazioni".

Non so se è vero (lo spero!) quanto, "con affetto e rispetto",  mi ha recentemente scritto in una lunga e bellissima, commovente lettera Savino Pezzotta, già segretario nazionale generale della Cisl che custodisco per me e di cui riporto qui solo un piccolo stralcio: 

"Francesco, ho letto le tue parole una volta, poi una seconda. E confesso che, più che le situazioni che racconti, mi è arrivata addosso la fatica che le attraversa e che mi hanno ricordato le mie vicende personali e l’ostracismo che nella Cisl dura nei miei confronti

Ti ho sentito stanco. Profondamente stanco.

Non la stanchezza di una discussione, di una polemica o di una battaglia sindacale. Quella passa. Mi è sembrata la stanchezza di chi per molto tempo ha provato a reggere contemporaneamente il peso delle proprie ferite, delle proprie responsabilità e delle sofferenze degli altri, fino a sentirsi consumato.

Non credo di avere le parole giuste per rispondere a tutto quello che hai scritto. Sarebbe presuntuoso. Posso però dirti che dietro la tua lettera ho riconosciuto una persona che sta soffrendo e che, nonostante tutto, continua a preoccuparsi più degli altri che di sé stesso (...)"

Riaprendo gli scatoloni del mio ufficio di Fiesole mi è capitato, recentemente, un libro, per me molto importante in passato: "La ferita dell'altro. Economia e relazioni umane", pubblicato da Luigino Bruni, per la casa editrice Il Margine.

Parlando kantianamente dell'"insocievole socievolezza" dell'umanità, Bruni sceglie, quasi come monito, che indirizzo in primis a me stesso, una citazione non notissima di Salvatore Quasimodo:

"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo ...

Quell'eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua giornata..."

E però, Bruni, e qui provo a chiudere con "nuovi desideri", asciugando le lacrime e la rabbia e riscoprendo gioa, amore, gratitudine, sguardo verso l'alto e l'altro, ci riscatta attraverso questo passo della Genesi:

"Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò... e passò il guado dello Iabbok.. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: "Lasciamo andare perchè è spuntata l'aurora". Gli domandò: "Come ti chiami?" Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perchè hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!" 

Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose: "Perchè mi chiedi il nome?" E qui lo benedisse". (Gen 32, 23-30).

"Ma che Film la Vita!" https://www.youtube.com/watch?v=dxLfLjU0nYY&list=OLAK5uy_kzVXG4svCc_H4o8V6FMXZcfSuCwmGo6Qk&index=3

Francesco Lauria

venerdì 16 ottobre 2026

"SI PUO' FARE!" TRA RASTRELLIERE E LAMPADINE: RICUCIRE LE PERIFERIE DELLE CITTA'. L'INCLUSIONE E' LA "GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE".

A volte l'algoritmo di Facebook ti fa qualche brutto scherzo. 

Ieri sera, ad esempio, sono tornato a casa stanchissimo, ma si sa, ormai, siamo tutti, anche io, malati di social network e di iperconnessione.

Ho quindi acceso il computer e il telefonino che, al doposcuola Carlo Acutis, avevo volutamente tenuto spento per concentrarmi pienamente sui bambini e sui ragazzi (anche volendo è sinceramente difficile distrarsi con le plurime esigenze di tutti/e).

La giornata era cominciata la mattina presto, viaggio in treno di lavoro verso Bologna, via Prato, non ovviamente tramite Porretta (se hai fretta anche quando le coincidenze ci sono, la linea Porrettana, con il cambio, è assolutamente improponibile, inutilizzabile...).

Al mio arrivo Bologna, fin dalla stazione centrale, mi è apparsa una città già militarizzata, polizia antisommossa, autobus quasi fermi già poco dopo le otto del mattino.

Siamo nel 2026, ma ci avviciniamo, almeno con la memoria e speriamo, ovviamente, senza le sue tragiche conseguenze, al 1977, con i carri armati in Via Zamboni...

Come è noto erano in programma lo sciopero e la manifestazione degli studenti, con una piattaforma variegata, ma principalmente contro la crisi climatica e l'inazione della politica, tema curiosamente di fatto quasi ignorato dai media mainstream che hanno seguito le manifestazioni dando spazio, come al solito, soprattutto agli scontri con le forze dell'ordine.

Ho atteso a lungo dovevo far un viaggio piuttosto complicato verso la periferia, mi aspettavano ad Accaparlante, una cooperativa sociale storica attiva in città dal 1982, anche con una importante rivista, oggi divenuta collana editoriale.

Accaparlante è, oltre quarant'anni un segno resistente e di inclusione rispetto alle disabilità, all'inizio prevalentemente fisiche, oggi anche di natura psichica.

E' anche un luogo che insegna a comunicare (nelle varie accezioni) e a scrivere e leggere in maniera inclusiva, d'altronde Accaparlante, significa l'handicap che parla, non sta zitto (con un termine un po' desueto, ma risalente, nel caso della cooperativa, appunto agli anni Ottanta del Novecento).

L'handicap, la disabilità che non resta ai margini, si riconosce soggetto, conquista spazi di emancipazione, libertà e inclusione, con fatica e impegno quotidiano, con l'urgenza e la quotidianità della concretezza, senza mai rinunciare alla visione.

In Viale Pirandello a Bologna, poi c'è forse una delle biblioteche, cartacee e digitali, maggiormente fornite e aggiornate sui temi, appunto della disabilità e dell'inclusione.

E' iniziato da qui il mio viaggio nelle oasi del volontariato e della fraternità, una ricerca sull'Italia che ricuce che ho contribuito a scrivere e che, pur tra mille tagli e difficoltà, è stata finanziata, tra l'altro, da una piccola fondazione bancaria.

La giornata è poi proseguita tra colloqui di lavoro (e sia lì che ad Accaparlante non c'è scampo sempre all'algoritmo: "Sì Lauria, conosciamo perfettamente il suo caso, era su tanti giornali, ma poi basta fare un click su google o sull'Ia; le diamo tutta la nostra solidarietà....") e un ritorno a Pistoia faticosissimo, ma tutto sommato, per una volta fortunato, almeno nei tempi. 

Solo un'ora di ritardo, nulla considerando che Bologna era tutta bloccata, con zero autobus e zero taxi.

E per me c'era una distanza a piedi rispetto alla stazione centrale, che non avrebbe colmato in tempo nemmeno Gelindo Bordin, medaglia d'oro nella maratona alle olimpiadi di Seul del 1988.

Dicevo all'inizio dell'algoritmo di facebook.

Che, beffardamente, chissà perchè, mi ha riproposto questa foto (scattata a me e Giovanni Capecchi, il 2 aprile scorso, al circolo Arci di Capostrada, dall'attuale assessore Riccardo Trallori):

La foto era tratta da questo articolo: "DAL FIUME AL MARE". IL SOGNO, "FATTO DA SVEGLIO", DI GIOVANNI CAPECCHI: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/04/dal-fiume-al-mare-il-sogno-fatto-da.html?fbclid=IwY2xjawU_m0dleHRuA2FlbQIxMABwZG9mBWJyaWQRMUFYekFkaG9PY2RxZjZMQWxzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-TX693-lOOc3Y6Ys0HxySkqeLgTXeQKJbIBhLPQquIlGOVfv5OFLRh9YmOM_aem_TB9ttm0DtVnD4gAfgiyiDA

Nella foto si vede la grande "lampadina dei sogni", uno dei tre doni pubblici che avevo fatto al candidato (ancora alle primarie...) Giovanni Capecchi durante il mio intervento, svolto durante una strana serata, passata da centinaia di persone a discutere quasi al buio, per un inatteso blackout...

Tra i sogni c'era anche quello di una città più inclusiva, tra dono e fiducia appunto, proprio come piacerebbe ai variegati membri di Accaparlante...

E' una città più inclusiva è anche una città più sicura, a partire dai bambini e dalle bambine, a partire dai doposcuola (laici e cattolici) che hanno una tradizione consolidata e bellissima in questa città...

Più inclusiva e sicura lo è, certamente, anche una città delle biciclette, mezzo molto usato dal sindaco Giovanni Capecchi (il precedente, Alessandro Tomasi, come è noto, ha sempre preferito la vespa...)

Da circa un mese sono senza macchina, dopo un cortocircuito che ho raccontato qui... https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/io-capecchi-giovanni-monica-bellucci-il.html

Uso quindi molto di più la mia di bicicletta.

Mi sono chiesto, pensando alla periferia di Bologna, ad Accaparlante e allo sciopero degli studenti per il clima, che cosa possiamo fare per migliorare il mondo a partire dalle nostre città.

Come ci ha insegnato, tra campi scuola e racconti missionari Beppe Stoppiglia, prete operaio, formatore e sindacalista occorre: "Piantare alberi e costruire altalene"...

E, sicuramente, usare molto di più i mezzi dolci, come le due ruote senza motore, con o (meglio) senza supporto elettrico.

Il sindaco Giovanni Capecchi ha realizzato, con il fido social media manager Alessio Dolfi, un video di sè in bicicletta con cui promuove il mezzo non inquinante e salutare, un mezzo attraverso il quale, dice il sindaco-professore, si può anche: "guardare meglio e con più lentezza la città".

Tutto vero.

Però io sono emiliano. 

Da noi le biciclette sono forse dieci volte tanto quelle che circolano a Pistoia.

Una piccolo grande segno, da noi, un po' ovunque, ci sono le rastrelliere per parcheggiarle ordinatamente e in sicurezza le biciclette.

A Pistoia no. Non ci sono.

E da noi in Emilia, anche nelle città medio-piccole, come in tutta Europa e in tutto il mondo, ne parlavo ieri sera con il bravo segretario del circolo del centro del Partito Democratico, l'archietto e professore Roberto Agnoletti, c'è anche il bike sharing comunale, non solo per le biciclette, ma anche, ormai, per i monopattini elettrici (e, infatti, mentre realizzavo l'intervista con uno degli storici responsabili di Accaparlante, ieri, Miriam, 25 anni, servizio civile, ha superato i blocchi della polizia, arrivando fin nella periferia, proprio con il monopattino in sharing...)

A Pistoia no. Non c'è nessuno sharing. 

Non c'è nessuna condivisione dei "mezzi dolci", propagandati, con poca concretezza, dal sindaco Giovanni Capecchi.

Io credo che una città inclusiva, ricucita e meno inquinata, si costruisce, invece, proprio partendo, operando dalla "grandezza delle piccole cose".

Se condivise meglio...

Da una lampadina sostituita e avvitata, da una rastrelliera per biciclette presente, da un bike sharing realizzato, promosso e custodito con cura.

Tra rastrelliere e lampadine, caro Giovanni Capecchi, ci si può impegnare di più e meglio.

Diamoci da fare...

"Si può fare!"

Francesco Lauria

giovedì 15 ottobre 2026

PRENDERSI CURA E' FARE POLITICA. DOPO LA TEMPESTA IN CONSIGLIO RESTIAMO UMANI/E CON STEFANIA E FRANCESCA (e non solo...) RICORDIAMO E ONORIAMO TUTTI/E IL SACRIFICIO PER LA VITA DI UGO SCHIANO.


Guardare negli occhi la sofferenza delle persone? 

I significati più profondi?

Bagaglio o lasciapassare? 

Quali principi morali e politici?

Tralasciando chi, almeno per l'inesistente credibilità umana e politica che le riconosco, non merita di essere citata, mi voglio soffermare sulle parole (molto belle se non fossero state soprattutto un sotterfugio tattico-procedurale) del capogruppo Avs-Sce-Possibile Francesco Branchetti nel consiglio comunale di Pistoia dello scorso lunedì.

Sono frasi con cui ha furbescamente anticipato le diverse comunicazioni del centrodestra sullo scempio istituzionale, avvenuto la settimana prima, in merito alla porzione del cimitero della Misericordia di Pistoia dedicato ai bambini e alle bambine mai nati/e e che sono in totale contraddizione rispetto al precedente improvvido comunicato di Alleanza Verdi Sinistra realtà a cui sempre lo stesso Branchetti appartiene (gemellato con il quasi partito Avs, attraverso una specie di sua residuale associazione locale...) 

Un comunicato, quello di Avs-Sce-Possibile, che è stato, forse ancor più delle dichiarazioni del sindaco (forse a sua insaputa) Giovanni Capecchi, e forse escludendo le recenti devastanti, violente e patriarcali "posizioni" di Non Una di Meno Pistoia, davvero il punto più basso di questi difficili, brutali e anche penosi, dieci giorni.

E’ risultato totalmente assurdo sinceramente, me lo si conceda, che si sia di fatto chiesto alla capogruppo-consigliera Cinzia Cerdini di non affrontare nulla che si collegasse alla vita e alla cura.

Ma, cattolici o non cattolici, quale perverso nichilismo dei valori e dell'etica si è abbattuto, come uno tsunami, su buona parte della cosiddetta "sinistra" pistoiese?

In particolare su quella che nel 2022 si definiva: "del sogno, della cura, del servizio" e che io stesso, all'epoca, ho convintamente votato?

Ma stiamo scherzando?

Nel consiglio comunale del 12 ottobre, invece, interventi farlocchi e strumentali a parte, c'è stata anche una importante, opportuna riflessione, laica, come ha affermato giustamente la vicesindaca Pd Stefania Nesi, su un tema delicato e intimo, non solo su un luogo.

Affidiamoci allora al suo e al, come sempre, opportuno, intelligente, corretto, intervento della capogruppo Fdi in consiglio comunale Francesca Capecchi.

Per chi voglia imparare un po' di "Amore politico" sono recuperabili qui...

Francesca Capecchi: https://www.facebook.com/share/v/1DLGZVrLWo/

Stefania Nesi: https://www.facebook.com/share/v/1F6ppYNYLs/

In sintesi, utilizzando il filo del discorso, intelligentemente convergente di due donne di grande valore e sensibilità come Stefania e Francesca...

Il 3 ottobre scorso, in consiglio comunale, è stata ricordata la celebrazione di una funzione religiosa in un cimitero dell’Arciconfraternita della Misericordia e che accompagna tante fragilità, con regolare e quasi decennale convenzione, a fianco del Comune di Pistoia e delle Diocesi di Pistoia e di Pescia.

La Misericordia, che, come ha rimarcato inutilmente e strumentalmente il novello mangiapreti Branchetti, ha origini e valori di fondo cristiani, è oggi un’associazione pienamente laica, senza, per questo, dover rinnegare le proprie radici, la propria storia.

La convenzione con il Comune di Pistoia, nella sua versione più recente, è del 2019, e, rispetto a quella precedente, è stata rinnovata e rivista a seguito dell'ampliamento del cimitero (che, lo dice Francesco Lauria, non Francesca Capecchi o Stefania Nesi, a differenza di quanto scrive con ignoranza non giustificabile Non una di meno di Pistoia è privato, appunto convenzionato, non pubblico, nel senso di statale-comunale. Ma sono sottigliezze che, a chi vive imbevuto della propria cieca, intollerante e intollerabile ideologia, non si possono davvero chiedere...)

Nella convenzione rinnovata e rivista nel 2019, anche a seguito dell'ampliamento del cimitero, è stato inserito il servizio della sepoltura dei feti.

Che cos’è questo luogo? 

Come ha detto, in questo caso, Stefania Nesi?

E' un luogo che raccoglie tante storie, private, intime e molte di queste storie sono storie di sofferenza che non conosciamo (non ha detto tutte, Lavinia Ferrari, Non una di meno, Dimmi dove quando, Benji e Fede, etc...).

Sensibilità diverse, plurali, ma accompagnate da una sofferenza che deve trovare un luogo in cui questa sofferenza sia custodita.

E’ quello il senso di questa porzione di cimitero: un luogo per custodire un figlio una figlia che (magari per ragioni diverse, molteplici, senza alcun giudizio) non è mai nato/a.

Un nome, un volto che magari i genitori hanno visto o anche solo immaginato…

Ci avviciniamo, ci hanno detto, da donne e da madri, da responsabili esponenti delle istituzioni, Francesca e Stefania, a comprendere cosa sia questa sofferenza, il dolore immenso della perdita di un/una figlio/a

Un dolore cui possiamo esprimere soltanto laicamente vicinanza e rispetto (…)

In questo dibattito, come ha detto anche Francesca Capecchi, nessuno/a ha messo in discussione, nemmeno per un attimo, la Legge 194 del 1978.

E Francesca e Stefania, pur con le loro più che legittime convinzioni personali, intime, come la loro storia, non la mettono mai in discussione la Legge 194 (al di là, su Stefania, delle voci messe in giro ad are dal mondo vicino a Giovanni Capecchi durante la competizione per le primarie di coalizione del campo largo, voci che ha dovuto smentire con un famoso video...).

E' stato affermato in consiglio comunale...

"La legge 194/1978 è una Legge della Repubblica firmata dalla cattolica Tina Anselmi (…) che riconobbe, promulgandola, che le storie delle gravidanze non sono tutte uguali.

(…) Oggi dobbiamo uscire da quest’aula con un intento condiviso: la libertà di scelta dell’interrompere una gravidanza, non esclude la libertà di ricordare il proprio dolore privato in un luogo pubblico."

E io, nel giorno, nella mattina in cui Pistoia ricorda l'assassinio di Ugo Schiano (personalmente non ci sarò perchè a Bologna ad iniziare il mio viaggio di ricerca e narrazione nelle "oasi del volontariato e della fraternità") sono orgoglioso di Francesca e di Stefania.

Ma ho ascoltato e ascolto con rispetto e doverosa attenzione, lo dico con orgoglio, nonostante le nostre enormi differenze politiche, anche Cinzia.

Ho ascoltato, parlando di una autentica difensora, facilitatrice, suscitatrice della Vita, anche nella professione, Anna Maria Celesti

 

Ovviamente, cari pseudosinistri e pseudosinistre pistoiesi...

Ugo Schiano, operaio metalmeccanico comunista, padre, è stato ucciso dal piombo del potere,  il 16 ottobre 1948 durante una manifestazione passata alla storia come la “marcia della fame”.

Anche Schiano, insieme alla dignità del lavoro e della cittadinanza, della democrazia, difendeva la vita.

E non c'è alcuna contraddizione, nel rispetto del credo e della storia personale di ognuno/a (la mia, su questo punto è, come quella di tanti/e, intimamente dolorosa) tra la porzione del cimitero della Misericordia e il suo sacrificio di uomo del popolo, ultimo tra gli ultimi, fragile tra i fragili.

Quello di Ugo Schiano è  stato un sacrificio, un altissimo prezzo pagato per tutti/e coloro che credono nella libertà, nell'uguaglianza, nella solidarietà, nella democrazia.

Nel Respiro della Vita.

Una testimonianza, quella di Ugo Schiano, che va trasmessa con impegno e costanza, non solo negli anniversari, alle giovani e alle future generazioni.

Senza memoria, infatti, non ci può essere futuro.

Solo così, andando alla ricerca della nostra identità perduta, in questo presente strappato, repressivo, potremo, insieme, difendere la democrazia, il lavoro, i diritti, il futuro, il pianeta (oggi è anche il giorno dell'importante sciopero per il clima promosso da Fridays for Future...)

Io sono orgoglioso e debitore della memoria e del sacrificio del comunista Ugo Schiano.

Ma ringrazio, da persona e da cittadino, anche Cinzia, Francesca, Anna Maria, Stefania.

Da loro, soprattutto su certi temi, ho solo da imparare.

E' vero, senza voler per questo alimentare stereotipi di genere al contrario, un uomo, un maschio normalmente ha, su alcuni argomenti, una marcia in meno.

Ma io ci sto, ogni giorno, e non da solo, lavorando, credendo nella difesa e nella promozione della Vita, in ogni sua forma; opponendomi con costanza all'economia e alla incultura dello scarto, con ogni mia energia, con ogni mio battito, con ogni mia speranza di futuro.

Sono un "maschio che si immischia" che prova ad avere cura, che prende parte e che crede, con amici e testimoni che mi insegnano e mi correggono, in una "maschilità di pace", opportuna contraddizione nonviolenta in un mondo in guerra.

Ho imparato, in oltre venti anni di impegno sindacale, con gli ultimi e per gli ultimi, che il conflitto non va cancellato, negato, fa parte della vita.

Ma ho imparato anche, tra mille errori fatti e che continuo a fare, che non esiste guerra (comprese quelle dirette contro le persone) che non meriti di essere disonorata, disertata.

Che non esiste fucile che non meriti di essere spezzato.

Non esiste esercito che non meriti di essere disarmato.

Non immagino per-dono, certo in un percorso riparativo e ricucitore di verità e giustizia, che non meriti di essere donato. Con fiducia, e senza pretese, affidato.

Tutto questo lo provo a vivere ogni giorno, pur nelle mie contraddizioni e cadute, anche nel confronto arricchente e difficile con mio figlio Jacopo e, in una sofferta separazione, reciprocamente rispettosa e amorevole, con mia moglie Serena.

Ed è qui, nell'intersezionalità delle condizioni e dei generi, uso una parola del lessico del vero femminismo, non di quello farlocco e impostore, egemone a Pistoia, che possiamo costruire una nuova e rinnovata cultura delle emozioni e del rispetto.

E' qui che possiamo non solo combattere, ma proprio provare ad eliminare la violenza di genere e tra i generi.

Diritti sociali, civili, inviduali e diritti del lavoro non sono mai stati in contraddizione.

Vogliamo il pane.

Ma vogliamo anche le rose.

E non possiamo fare a meno della poesia.

Come scriveva una grande donna del Novecento, Simone Weil, ma anche come ci ha testimoniato negli anni, a Pistoia, un grande ed umile uomo di cui ho sentito parlare da Annamaria Celesti in consiglio comunale, senza averlo mai direttamente conosciuto.

Parlo di Massimo Passi, da poco prematuramente e dolorosamente scomparso che, non a caso, era Presidente di una cooperativa sociale che si chiama: "Il Poeta", 

Restiamo umani/e.

Sempre, per sempre e comunque.

Francesco Lauria

mercoledì 14 ottobre 2026

NOMINANDO DEI DRACULA ALL'AVIS... PD PISTOIA E GIUNTA CAPECCHI (GIOVANNI): ULTIMA SPIAGGIA? PAZZA IDEA PER UNA "PAPESSA" OMONIMA E STRANIERA A CENTO ANNI DALLA NASCITA DI MICHEL FOUCAULT...E TRENT'ANNI DOPO "IRENE" DEI DHAMM. (prima parte).

Mi è stato chiesto pubblicamente da Iacopo Bojola di aiutarlo a comprendere le non intellegibili, cruente (e oggettivamente anche autoreferenziali - Irene Bottacci dixit) avulse dinamiche e fratture interne del Partito Democratico a Pistoia.

Affrontare, oggi, le convulsioni di un potere locale, provinciale, come quello del Partito Democratico di Pistoia non può esimerci dal ricordare che siamo esattamente a cento anni dalla nascita dello storico e del filosofo della politica e del potere, Michel Foucault, nato a Poitiers, in Francia, il 15 ottobre 1926 e scomparso, prematuramente, nel 1984.

Pensare a Foucault oggi, alla sua opera al "presente plurale", come scrive perfettamente oggi il quotidiano Il Manifesto, ci invita a indagare senza riserve "le parole e le cose" del potere e del dominio, delle "istituzioni totali", della vita.

Non solo il potere repressivo fascista, autoritario, ma anche le mille distorsioni e perversioni della sinistra, ricordando, sempre con Foucault che dobbiamo sterilizzare, fermare, attraversare, trasformare quello che di: "fascista e autoritario c'è in ognuno di noi".

Tornando a Pistoia, forse un po' troppo speranzoso/fiducioso nei miei confronti, Iacopo Bojola è persona moderata di centrodestra, davvero di grandissima e molteplice esperienza (si veda il suo cv sul sito storico del consiglio comunale di Pistoia: https://archivioconsiglio.comune.pistoia.it/il-comune/consiglio-comunale/consiglieri/iacopo-bojola ).

Non potevo davvero lasciare inevaso il suo espresso desiderio.

Almeno ci provo perchè non è semplicissimo.

Premetto che sono esattamente dieci anni che non ho più la tessera del Partito Democratico; la lasciai quando decisi di impegnarmi come rappresentante di lista per il No allo sciagurato referendum costituzionale Renzi-Boschi.

Mi sembrava incoerente continuare a fare parte di un partito che reputavo scivolato gravemente verso destra, fino a toccare pericolosamente gli equilibri costituzionali con, tra l'altro, l'obiettivo, per sconcertante e inaccettabile (almeno per la mia concezione di democrazia compiuta e di sussidiarietà verticale e orizzontale) dell'abolizione delle Province e del Cnel.

All'epoca tutti attaccavano le Province e tutti attaccavano il Cnel (compresi i successivi presidenti, Tiziano Treu di centrosinistra e l'attuale, Renato Brunetta, di centrodestra...), io no.

All'epoca tutti, o quasi, erano favorevoli alla riduzione dei parlamentari, io no, perchè avvertivo il rischio evidente, conclamato, di lasciare interi territori senza alcuna rappresentanza politica e istituzionale.

La storia mi ha dato, ampiamente, ragione (e persino indirettamente  l'on. Marco Furfaro, anche se questo, devo ammetterlo, mi ha messo gravemente in crisi...)

Avevo anche un altro antidoto dentro di me: l'aver potuto toccare con mano, già nel 2005, a seguito di alcune ricerche sull'immigrazione e l'integrazione socio-lavorativa dei migranti e delle loro famiglie, i disastri, soprattutto nell'organizzazione interna dell'ente, realizzati da Matteo Renzi, succeduto come Presidente della Provincia di Firenze all'ex allievo di don Milani e sindacalista della Cisl, il compianto Michele Gesualdi.

Erano i tempi in cui a Pistoia, lo possono testimoniare decine, forse centinaia di ex studenti e studentesse, il "sacerdote" Don Massimo Biancalani, per me una specie di ateo devoto conservatore e di destra che portava a scuola Libero e il Giornale (un po' come oggi blandisce, secondo me senza comprenderlo/leggerlo davvero, il Manifesto) si dichiarava pienamente favorevole alle invasioni americane dell'Afganistan (ve lo ricordate l'Afganistan...?) e dell'Iraq, peraltro totalmente in Barba (sarà che, più o meno, lì ci abita?) al diritto internazionale...

Biancalani si "convertirà" poi sulla via di Damasco e di Vicofaro (e di quello che, checchè ne dica la pseudo sinistra radical chic da salotto/Ztl, è, da sempre, stato più un ammassamento di corpi e di anime che reale accoglienza...).

Il "presbitero" di Barba-Ferruccia, penserà (ma lo pensa davvero?) di essere diventato di sinistra, rimanendo, invece, sempre quello che era sempre stato prima: un esponente bizzarro e incoerente, assimilabile, almeno per me, alla destra radicale evangelica americana, pieno di sè e della propria inenarrabile pochezza e inaffidabilità, di maschio occidentale  bianco, prevaricante quanto non autorevole, paternalistico e infantilizzante quanto non autentico, patetico e totalmente privo di spiritualità, sia dal punto di vista sacerdotale che di educatore ed insegnante (Preside-Presidente Paolo Biagioli ci sei? Batti un colpo!)

Tornando al futuro (sic) segretario del Pd (vi rendete conto, non è un incubo, Matteo Renzi è stato segretario del Pd per davvero!) la postura del Matteo di Rignano, allora tra i venti e i trent'anni, la sua spregiudicatezza, il suo passare sempre sopra al merito e alle persone, erano già evidentissime oltre venti anni fa, direi certificate e certificabili.

Insieme ai poteri che, già allora, scommettevano su di lui e lo sostenevano.

Mentre tutti (o quasi) si illudevano su Matteo Renzi, io sapevo, avevo visto, toccato inequivocabilmente con mano.

Anche in questo caso, direi, la storia mi ha dato, amplissimamente, ragione nonostante oggi Matteo Renzi, un po' come Massimo Biancalani, voglia sembrare di sinistra, provi a recuperare la verginità politica inequivocabilmente perduta, direi gettata al vento con disinvoltura imbarazzante.

Che dire?

E' già la seconda volta in pochi giorni che mi trovo d'accordo con il padre padrone di Report Q, Alberto Vivarelli (e questo, dopo la consonanza con Marco Furfaro, è davvero, per me, un colpo basso, un necessità stingente di autoverifica...) e direi che già lui qui ha detto molto e con la sintesi che mai mi appartiene... https://www.reportpistoia.com/il-congresso-lultima-spiaggia-per-mettere-le-cose-a-posto-dentro-il-pd/

Aggiungo, per trasparenza, che ci sono almeno tre procedimenti giudiziari, da me intentati, contro altrettanti dirigenti ipercapecchiani del Pd di Pistoia (due donne e un uomo), uno dei quali pure firmatario del famigerato documento di minoranza della cosiddetta area Trallori (a proposito di conversioni discutibili e di passate aree Matteo Renzi/Massimo Baldi...)

Sono abbastanza certo che, qualora, come è probabile, la già lunghissima attesa (circa sei anni) dei congressi comunale e provinciale del Pd a Pistoia si protragga ancora fino a dopo le elezioni politiche, arriveranno, a norma di Statuto e non su segnalazione ovviamente mia, prima le espulsioni dei tre esponenti (due nel Comune di Pistoia e una nel comune di Serravalle Pistoiese) che i congressi stessi.

Per il momento registro un fatto credo indiscutibile: una sparuta minoranza del Pd comunale di Pistoia, con firmatari dipendenti del Comune di Pistoia stesso, presenta, a sorpresa, un proprio documento in assemblea comunale, dopo che per settimane, nonostante l'incomprensibile e ottusa, scarsamente democratica opposizione del segretario provinciale scadente del Pd pistoiese Mazzanti, si era discusso un altro documento (quello del Pd di Ponte Buggianese) ben più compiuto, non autoreferenziale, democratico, unitario.

Il documento della mini-minoranza assessorile rivendica una sorta di genuflessione del Pd comunale di Pistoia all'infallibilità del sindaco di Giovanni Capecchi (davvero temeraria di fronte all'inconsistenza amministrativa e politica del nuovo primo cittadino...) e una promessa, al di là di parole di circostanza, di completa sudditanza alla sua evanescente e per nulla "gentile" Lista Civica.

Il documento poi si rimangia anzitempo anche l'accordo di permettere a Irene Bottacci il normalissimo doppio incarico di capogruppo in consiglio comunale e segretaria comunale del Pd (si è sempre proposto e si propone, ad esempio, il doppio incarico, vedi Matteo Renzi, ma anche Elly Schein di segretaria del Partito e Premier...) 

Quest'ultima dimostrazione di inaffidabilità e di doppiezza della c.d. "area Trallori Giusti Boa" (che già così fa un po' amaramente sorridere...) ha portato alla perdita di pezzi significativi della già minuscola e minoritarissima compagine.

E'  noto, infatti, che una persona seria e intelligente come Walter Tripi (cui si deve, tra l'altro, l'ottima intuizione della proposta di ingresso in politica proprio ad Irene Bottacci...) non abbia condiviso la ridicola, penosa pantomima avvenuta in assemblea comunale Pd qualche giorno fa, dove è stato presentato a sorpresa il prolisso (se lo dico io...) e verboso documento della mini minoranza.

Salvo poi, prendere atto della propria ridicola inconsistenza, non solo di contenuti e trasparenza, ma anche numerica, dandosi tutti a gambe a levate, come novelle cenerentole che dovevano rispettare il limite invalicabile della mezzanotte.

E' vero, invece, che una figura come Pietro De Caria, direttore di una importante libreria cattolica a Firenze, ufficiale cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Pietro è persona che stimo, ma direi non proprio un Che Guevara...) si sia da un mese dimesso dalla segreteria comunale Pd di Irene Bottacci e si sia già quasi ufficialmente candidato alla segreteria comunale del Partito Democratico al suo posto.

Quindi la "povera" Irene, una specie di benedizione inaspettata e fortunatissima per il Pd di Pistoia, una giovane donna di esperienza, valore e valori, competenza, cultura politica, capacità operativa, trasparenza e umiltà, si troverebbe in quattro e quattro otto, dopo aver rinunciato volontariamente e per coerenza e generosità politica all'assessorato nella (iper deludente) giunta di Giovanni Capecchi (certo lì dentro non tutti/e hanno le medesime responsabilità...), a perdere (a favore del Boa?) il ruolo di capogruppo e di segretaria comunale (a favore di Pietro De Caria?)

Il Pd di Pistoia, è un partito dove, in una recente riunione pubblica delle c.d. "Donne Democratiche", alla Galleria Moon, una stimata militante del Pd comunale, esponente di spicco della società civile regionale, è stata quasi fisicamente aggredita (direi senza la proverbiale capecchiana "gentilezza") da una "illustre" compagna di partito.

Il tutto solo per aver blandamente e rispettosamente criticato un grave, pubblico, notorio infortunio sessista del neo sindaco Giovanni Capecchi, proprio nei confronti di Irene Bottacci (ma, si sa, le Donne Democratiche al maschio dominante del momento sempre tutto sono generosamente disposte a perdonare...).

Anche in considerazione di ciò, io credo che, non si possa davvero fare follemente a meno, maggioranza e minoranza, dell'attuale bravissima, direi quasi eroica, segretaria comunale.

Del suo equilibrio, del suo entusiasmo (resistente...), della sua visione, della sua pazienza (poi, per carità, Irene ha anche dei difetti, ad esempio non risponde quasi mai al telefono, e non tanto a me, avendo, a sua discolpa, anche un lavoro vero e impegnativo, assolutamente non legato alla politica...)

Certo il Pd, tra liste bloccate e congressi convocati e sconvocati, è finito nei "Fossi..." e, appunto, bloccato (come gli sciaguratissimi listini alle elezioni regionali) ed è abituato uso nominare, soprattutto a livello provinciale e regionale, dei Dracula all'Avis...

Ma a tutto, davvero a tutto, ci dovrebbe essere un limite...

Non sia mai che, come successo ai "cugini" del Pd di Prato, sia necessario rivolgersi ad un commissario/reggente esterno, magari non preso addirittura all'estero come nella città della "cultura" tessile dello scarto, ma dall'esterno sì...

Magari, pazza idea, (devo essere sincero, tutto il merito di questa mia creatività è di Mario De Togni della libreria Lo Spazio) chiamando, scompaginando radicalmente tutte le carte, una "papessa straniera" (nel tempo in cui, qui sono serio, ricordiamo e facciamo il tifo per Papa Leone...).

Una outsider, una "underdog", che, al di là delle apparenze e delle appartenenze, a me pare paradossalmente (sarà l'influenza dei nonni progressisti..) molto, molto, molto più di sinistra della c.d. "Finta Sinistra Dem pistoiese", assessorile e digital-mediatico-serravallina.

Una che porta poi, oltre a un nome davvero bello (sono di parte...) un cognome nobilissimo... cui a Pistoia, peraltro, è già stato dedicato un vicolo...: 

"dei Capecchi"! ...

Francesco Lauria (fine prima parte...)

P.S. Nel video, risalente alla metà degli anni Novanta, un giovanissimo, irriconoscibile Riccardo Trallori, capellone e senza barba, canta, insieme al gruppo pop-rock melodico dei Dhamm, la canzone... "Irene"...

Trent'anni dopo, si comprendono molte cose...anche se, all'epoca della canzone, Irene Bottacci aveva circa tre anni... :-)

E', però purtroppo vero, come cantano qui Trallori e i Dhamm, che nel Partito Democratico di Pistoia, ad ogni livello, "la notte non passa mai".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=00jOp2_ztoQ