giovedì 16 aprile 2026

"IL PERSONALE E' POLITICO". LA VIOLENZA SESSUALE SUBITA DA DOLORES HUERTA, LA RIVOLUZIONE SINDACALE MANCATA DI CESAR CHAVEZ.


Il 18 marzo scorso il New York Times ha pubblicato un’inchiesta che documenta gravi abusi sessuali perpetrati da una delle figure più illustri (forse il più illustre) della storia sindacale americana:  Cesar Chavez riconosciuto e leggendario leader delle lotte per i diritti dei lavoratori agricoli in California, Arizona e nel resto del paese.

Ne è, comprensibilmente, scaturito un vero e proprio terremoto.
 
Quando, nel 2022, insieme ad Adriana Coppola, abbiamo dato alle stampe la nuova edizione del libro: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo" ne ero molto orgoglioso e controllavo sempre che la casa editrice spedisse l'edizione aggiornata che approfondiva sostanzialmente tre aspetti:

1) Il ruolo del Centro Studi Cisl di Firenze e della formazione sindacale nella protezione dei sindacalisti nei paesi privi di democrazia e, in particolare, nella Spagna guidata dal caudillo fascista Francisco Franco;

2) La versione rinnovata ed integrata di un saggio ad opera del compianto Emilio Gabaglio sul rapporto tra sindacati italiani e Polonia, in particolare negli anni Ottanta, precedenti al crollo del regime comunista;

3) Il significativo ampliamento e approfondimento del capitolo: "Si se puede! Cèsar Chàvez e la profezia praticata di organizzare i non organizzati".

Il mio saggio conteneva qualcosa che, almeno da trent'anni (dalla morte di Chavez nel 1993) nessuno approfondiva più: il rapporto del leader sindacale dei braccianti del Sud degli Stati Uniti, ispiratore, tra gli altri, di Barack Obama, con il sindacato europeo, italiano e la Cisl guidata da Pierre Carniti in particolare, anche attraverso la categoria dei braccianti: la Fisba.


Da allora la passione per questo leader di matrice spirituale e nonviolenta, antico e innovatore allo stesso tempo, inspiratore persino di un film hollywoodiano ("Cesar Chavez: an American Hero") non mi ha mai lasciato.

In un momento davvero drammatico per la mia vita personale e lavorativa, mentre mi trovavo a Bratislava, a fine settembre, per la mia terz'ultima trasferta sindacale (ad oggi) con i formatori e le formatrici di tutta Europa, ma con il carico delle proditorie, illecite e politiche contestazioni disciplinari da parte della Cisl, mi ero concesso, poco dopo le cinque del mattino, di frequentare la messa dei lavoratori e delle lavoratrici, dei migranti, davvero tantissimi nella capitale slovacca.
Una messa che finiva poco prima delle 6. Dei turni nelle fabbriche, come negli alberghi, come nella pulizia delle strade, come nelle case di riposo di un'Europa che invecchia sempre di più.

Di fronte a quella variegata umanità, mentre il cielo di inizio autunno rischiarava e tornavo a piedi al mio albergo, poco distante, mi era venuta in mente una delle immagini iconiche di Chavez, quella in cui, a Delano, uno dei suoi quartier generali, interruppe, insieme a Bob Kennedy, un lungo sciopero della fame di protesta contro le multinazionali agricole e i sindacati gialli, violenti e mafiosi dei camionisti e lo fece, insieme a Kennedy, assumendo, significativamente, l'Eucarestia.


Fu in quel momento che ricordai a tutti e in primis a me stesso il verso significato della parola "compagni", un tempo usata normalmente anche nella Fim e nella Cisl: come "cum panis": coloro che, come nel Vangelo, "spezzano il pane insieme".
Una frase che ritrovai, sei mesi dopo, uguale uguale al convento di San Domenico, a Pistoia, durante l'assemblea che ha lanciato la candidatura, nel centrosinistra, di Giovanni Capecchi.

Credo che Chavez mi abbia sempre coinvolto per due diversi motivi: il suo essere incredibilmente moderno, con l'alleanza tra cittadini e lavoratori, la dignità nei territori che si fa mobilitazione mondiale e che, di fronte al boicottaggio dell'uva delle multinazionali californiane, alla richiesta (poi vinta) di realizzare la contrattazione collettiva (non solo la rivoluzione!) costringe il Presidente conservatore americano Richard Nixon a mangiare l'uva in diretta tv e a spedirla in fretta e furia, affinchè non marcisca, alle truppe americane impegnate in Vietnam.

Così mi aveva colpito tantissimo il racconto di Marco Ricceri, ora responsabile internazionale di Eurispes, e allora giovanissimo esponente dell'Ufficio Studi della Cisl, che va a trovare nel deserto Chavez e trova nella sua sede, siamo nel 1979!, i primi enormi computer, volti a facilitare il ruolo sindacale nel collocamento dei disoccupati e del governo del mercato del lavoro.

Eppure oggi Chavez, come ha ricordato esattamente una settimana fa il quotidiano Il Manifesto con un articolo di Luca Celada è un: "idolo che crolla".

Come è noto Chavez, nato nel 1923 a Yuma, sul confine fra Messico ed Arizona, da una famiglia immigrata due generazioni prima dal Messico, cresce al tempo degli stenti della grande depressione e delle discriminazioni di classe e di razza dei libri di Steinbeck, durante il quale lavora con la famiglia nei campi dell’Arizona e della California. 

Dopo il servizio militare in marina torna lavoro agricolo a Delano, piccolo centro della Central Valley, nel cuore del paniere californiano. Qui comincia a lavorare all’organizzazione sindacale dei braccianti ispanici e filippini, fino a fondare, assieme a Dolores Huerta, la United Farmworkers Union (Ufw).

Chavez, come scrive appunto il Manifesto, è il volto carismatico del movimento a cui applica l’esperienza nonviolenta di Ghandi e l’attivismo del movimento per i diritti civili degli Afroamericani. 

E' un leader carismatico, ma insieme a lui si mobilitano in tanti, ho citato Bob Kennedy, potrei citare anche Doroty Day, leggendaria anarchica cristiana nonviolenta, tanto cara a Papa Francesco.

Assieme a Huerta, sarà protagonista di battaglie che riusciranno a lungo andare a migliorare sensibilmente le condizioni abbiette di vita e lavoro. 

Per il suo ruolo nel promuovere il progresso sociale sarà successivamente elogiato da politici e presidenti. La sede storica della UFW nella California centrale verrà proclamata museo e monumento nazionale. Non è eccessivo comparare la sua importanza per la comunità ispanica ed il movimento sindacale a quella di Mandela in Sudafrica.

Scrive ancora il Manifesto:
"Non deve quindi sorprendere l’effetto bomba delle rivelazioni del Times. L’indagine dei giornalisti Manny Fernandez e Sarah Hurtes, si basa su una ricerca meticolosa durata oltre 4 anni e delinea una serie di abusi e molestie da parte di Chavez ai danni di giovani donne impiegate dal sindacato. Due vittime hanno testimoniato di essere state oggetto di avances quando erano ancora adolescenti e in un caso di essere stata violentata all’età di tredici anni, quando il leader ne aveva 45".

Fra i dati più scioccanti rivelati dall’articolo c’è la testimonianza della stessa Huerta (oggi 96enne) leader storica del sindacato di Chavez, che rivela di essere stata lei stessa soggetta alle sue violenze sessuali, episodi da cui sono nate due figlie, successivamente date in affidamento ad altre famiglie.

Mentre precedenti biografie avevano rilevato episodi di infedeltà coniugali (Chavez era stato lasciato dalla moglie per questa ragione), l’inchiesta del Times è ben altro. Le accuse sono corroborate e le testimonianze delle vittime sembrano dipingere un altro aspetto, più inquietante, del sindacato come associazione governata da un culto della personalità, autocraticamente gestito da Chavez anche in chiave delle proprie proclività sessuali.

Parlare di caduta di un idolo è dir poco. 

Le rivelazioni sono piombate come un fulmine a ciel sereno sul sindacato che oggi continua a rappresentare migliaia di lavoratori agricoli, ma il cui peso simbolico è molto maggiore della sua funzione prettamente sindacale.

«Come molti, sono rimasta scioccata,» ha dichiarato alla radio NPR. Monica Ramirez, direttrice dell’associazione Justice for Migrant Women. «È devastante. È molto triste. Penso che molte persone, me compresa, si siano sentite un po’ smarrite. Perché è difficile da credere, soprattutto quando così tanti di noi sono cresciuti ammirando Cesar. Questa notizia, mi ha scosso nel profondo».

Nel 2014 Barack Obama ha istituito il Cesar Chavez Day come un giorno nazionale in suo onore, è il culmine di un movimento ispanico che da molti anni lo ha chiesto (fra i fautori più in vista c’è stato il chitarrista Carlos Santana)

In California, Arizona, Utah, Texas, Colorado, Oregon, Minnesota e altrove, il 31 marzo è da anni un giorno per parate, attività didattiche e proclami ufficiali. Molte scuole sono intitolate a Chavez, così anche centinaia di parchi municipali, molti con statue o monumenti raffiguranti i leader operaio dalle umili origini assurto ad emancipatore dei campesinos. Per gli Ispanici, particolarmente di estrazione messicana Chavez è (era...) un Martin Luther King.

Quando il NY Times ha pubblicato le rivelazioni mancavano due settimane al Cesar Chavez Day ed è facile immaginare lo sconvolgimento provocato dalla notizia. Poche ore dopo la UFW ha diffuso un comunicato: «Queste accuse inquietanti riguardano comportamenti inappropriati da parte di Cesar Chavez nei confronti di giovani donne e minori; sono sconcertanti, indifendibili e le prendiamo molto sul serio. Consapevole della gravità delle accuse, la Fondazione UFW ha annullato tutte le attività previste per il Cesar Chavez Day di questo mese».

Huerta che il 10 aprile ha compiuto 96 anni, non ha mai interrotto la propria militanza ed è a tutti gli effetti la matriarca delle lotte sindacali ispaniche nel paese – è stata lei, ai tempi dei picchetti sotto il sole e la pioggia nei campi, a coniare lo slogan del movimento («Si se puede!», poi adattato da Obama in «Yes we can!»). L’articolo del Times descrive come sia «scoppiata in singhiozzi» nell’apprendere delle altre vittime."

Insieme all'articolo di Celada, il Manifesto ha pubblicato un intervento molto importante di Francesca Coin, dal titolo: "Dolores Huerta, non chiediamole perchè".


Coin sostiene giustamente che Huerta è stata messa in una posizione insostenibile dall’uomo con cui ha collaborato, di cui è stata vittima e di cui ha taciuto le violenze per proteggere, in definitiva, il movimento che avevano costruito assieme.

Scrive ancora il Manifesto: "Gustavo Arellano, editorialista e massimo commentatore di affari chicanos al Los Angeles Times, ha annunciato che non avrebbe rimosso la foto che da anni tiene sulla scrivania e che ritrae di Chavez e Huerta assieme al congresso Ufw del 1973, scegliendo di conservare un simbolo che tanto peso aveva avuto nella propria formazione politica e in quella dei suoi genitori e nonni. La scelta, in sostanza, di preservare il simbolo a scapito delle azioni dell’uomo. È tuttavia impensabile che quel simbolo sarà ormai per sempre anche quello della violenza patriarcale da cui non sono certo immuni i movimenti «progressisti».

«Cesar Chavez è stato un leader visionario nel movimento per i diritti dei lavoratori» ha detto Monica Ramirez. «E ora veniamo a conoscenza di queste accuse di violenza sessuale, ed entrambe le cose possono essere vere. Penso che ci vorrà del tempo per poterlo realizzare appieno».

Tutto questo, non dimentichiamolo, colpisce la "sinistra" al tempo delle rivelazioni su Epstein e, soprattutto, del dominio patriarcale, maschilista, militare di Donald Trump che, proprio contro gli immigrati di Chavez e Huerta, se le prende con violenza, fino a dare spazio alle campagne di "remigrazione".

Ha dichiarato Dolores Huerta: "Quando le persone mi chiedono perchè non ho parlato devo tornare alle conquiste che abbiamo ottenuto per i braccianti. Ora, quando lavorano, hanno diritto ad utilizzare i servizi igienici, l'acqua potabile, hanno diritto a periodi di riposo e a essere trattati come esseri umani".

In quel momento, difficilissimo anche per le repressione cui erano sottoposti il sindacato e i sindacalisti, la lotta ebbe la priorità sulla persona, sulla sua dignità di essere donna e madre.

Huerta temeva, insomma, lo ricorda anche Francesca Coin, che se avesse denunciato sarebbe stata accusata di aver sabotato la rivoluzione.
Il tema che risuona oggi è questo: Dolores, e le altre donne, ragazze, bambine, abusate con lei, era "ancillare" alla lotta o un suo soggetto?

Dolores, serviva solo e si "prendeva cura" della rivoluzione? 
Se è così, la violenza, ingiustificabile, appare però automatica.

Ma se Dolores e le sue compagne erano soggetti, parte attive della rivoluzione dei diritti e sindacale, allora, questa rivoluzione, interamente, non c'è mai stata, perchè è una rivoluzione che ha poggiato sulla violenza patriarcale.

Non serve oggi, sono d'accordo con Francesca Coin, chiederci perchè Dolores ha taciuto, magari colpevolizzarla con il senno di poi.

Serve chiederle come possiamo, uomini e donne, esserle di aiuto per permetterle di esprimere il dolore e la rabbia che ha serbato nel cuore per tutti questi anni.

No, non metterò al rogo le pagine del mio libro.

Però sono riuscito ad aggiornare un mio saggio in uscita sulla rivista Economia & Lavoro con l'interezza della vicenda, con le gravissime violenze, insieme alla rivoluzione.

La rivoluzione di Chavez non potrà mai dimenticare e dimenticarsi di Dolores, delle vittime.

Che non saranno, certamente perfette, ma sono le precondizione di una soggettività che necessita di ritrovare la centralità e la parola. Direi persino la "presenza".
 La rabbia e la speranza, il pane e le rose, poter esprimere, finalmente, il dolore e trasformarlo in cambiamento radicale.

Per le donne. Tutte le donne. Ma anche per gli uomini.
Quelli che si immischiano e che vogliono essere parte, soggetti anch'essi, di questo cambiamento necessario e urgente.

Grazie Dolores, siamo con te e con tutte le Dolores Huerta del mondo.

Non dimentichiamoci mai, infatti, con Carol Hanisch, attivista e teorica femminista, anch'essa statunitense, che: "il personale è politico".

Francesco Lauria

"L'UNICA FERRARI CHE NON INQUINA!". NEGLI OCCHI DI LAVINIA L'UTOPIA DI MARIO. CON GIOVANNI CAPECCHI CAMBIEREMO PISTOIA

Anni '70: Mario Tommasini

"Di impossibile non c'è niente! Va beh?

Di impossibile non c'è niente!

Perciò anche il manicomio si può trasformare, cambiare, distruggere!"

Primi anni 2000: Mario Tommasini

"Noi lavoriamo per la nostra felicità e per la felicità anche degli altri.

Perchè si vive meglio in una città dove sia più la felicità che i mugugni, la depressione e la sfiducia".

Niente di scritto è paragonabile alla voce e al volto unici, popolarmente parmigiani nel mondo, di Mario Tommasini: "Eretico per Amore": 

https://www.facebook.com/reel/1594920798477478

Chissà, mi sono chiesto se, con i social, specialmente lo spezzone degli anni Settanta, sarebbe stato sommerso di insulti, incredulità, inviti ad andare a lavorare o a finire nel manicomio stesso (in questo caso quello di Colorno, ilpaese di origine di mia madre, occupato da Tommasini, chiuso con la riforma di Franco Basaglia).

Chissà, mi sono chiesto, quanto lo avrebbero preso in giro sui social per il suo credere nella politica come ricerca e ottenimento (individuale e collettivo) della felicità.

Mario è morto venti anni fa, nel 2006, ha solo sfiorato l'era dei social. 

A Parma c'è una mostra bellissima, prorogata fino al 10 maggio, in cui si può riscoprire COME fu occupato il manicomio (ma anche il brefotrofio) e cosa si è proposto per restituire quella felicità che era stata tolta anche ai "brutti, matti e cattivi".

In queste settimane ho paragonato l'impegno del 1998 a favore di Mario Tommasini, eretico della sinistra per amore, alla campagna per le primarie di Giovanni Capecchi.

L'ho fatto convintamente, ben sapendo che nessuno è perfetto, non lo era nemmeno Mario che ha passato la vita a liberare gli oppressi, non solo nella sua Parma, ma fino all'Africa.

Ieri sera, conversando con Lavinia Ferrari, la ragazza 24enne (appena compiuti!), pistoiese nel mondo, che ha introdotto e presentato il comizio finale per le primarie del centrosinistra di Giovanni Capecchi, in Piazza Spirito Santo, di fronte a circa mille persone ce lo siamo detti negli occhi: "nessuno/a è perfetto".

Proprio per questo esiste l'incontro con l'altro/a, quel NOI che Giovanni ha saputo declinare in maniera magistrale (e che era tanto caro anche a un grandissimo leader come Mario Tommasini), affermando, in tempi di machismo celodurista di ritorno, che: "IO senza VOI, senza il NOI, non sono NESSUNO!".

Poteva dire: "non sono abbastanza". Ha detto, più radicalmente: "non sono nessuno".

L'intervento di Lavinia Ferrari è stato postato (non tutto in verità) sui social e ha avuto migliaia di visualizzazioni.

Eccolo quihttps://www.facebook.com/reel/762489986801952

Certo c'è chi l'ha elogiata, ma i commenti sessisti, sulla sua giovane età, sul "vai a lavorare", sul "sei appena nata, non puoi fare politica", sul "con quella bocca etc.", sono stati, di gran lunga, prevalenti.
L'energia, la profondità, la maturità dell'intervento di Lavinia a sostegno di Giovanni Capecchi hanno colpito tutti/tutte, purtroppo anche in negativo: c'è chi alla ricerca delle felicità, preferisce l'esplosione del rancore, della rabbia, della discriminazione, della svalutazione generazionale e di genere.
L'esplosione del silenzio imposto, non di quello cercato, che diventa, invece, ascolto, speranza, NOI sempre nuovo e rinnovato.
Conoscendo meglio Lavinia, andando oltre il suo sorriso e il suo eloquio disarmante, ho trovato, in verità, anche la rabbia.
Ma è una rabbia che può farsi, senza retorica, cogliendo l'insegnamento senza spazio e senza tempo di Mario (ma anche di Giovanni) speranza, responsabilità, rappresentanza, energia, cambiamento.
Potente energia. Cambiamento radicale.
Scherzando le ho detto che mai si candidasse alle elezioni avrei pronto anche lo slogan: "L'unica Ferrari che non inquina!".
Ecco, io vedo un filo rosso (o verde come la Speranza) negli occhi di Mario, di Giovanni e di Lavinia.
Sono gli stessi occhi di Francesco Branchetti che, quattro anni fa, mi fecero votare con felicità (già con felicità), credo per la prima volta in vita mia, la sua formazione politica: civica ed ecologista (e, ovviamente, di sinistra).
Proprio come Giovanni Capecchi.
Proprio come Lavinia Ferrari, laddove: "eresia" in greco significa: "scelta".
Scelta d'Amore. Comizi d'Amore, avrebbe detto Pier Paolo Pasolini.
Forza Giovanni, forza Lavinia, forza Pistoia: c'è il sole oltre la palude e i sogni... quelli belli: si avverano!
Francesco Lauria

mercoledì 15 aprile 2026

LAVORARE NON BASTA PIU'? LA VERITA' SUL LAVORO POVERO. CONVERSAZIONE CON GIANFRANCO ZUCCA (DIRETTORE IREF-ACLI)

Si può essere poveri pur lavorando a tempo pieno? Purtroppo, la risposta è sì.

Oggi a Il Buon Lavoro iniziamo un viaggio in tre tappe per capire cosa sta succedendo al mercato del lavoro in Italia.

In questa prima puntata, Stefano Gregnanin Stefano, Francesco Lauria e Carmine Marmo incontrano Gianfranco Zucca (Direttore IREF - Acli - Associazioni cristiane lavoratori italiani) per analizzare i dati di una ricerca che fotografa un’Italia a due velocità.


Non sono solo numeri:
📍 È la mappa di un'Italia dove il codice postale conta ancora troppo.
👠 È la conferma di un divario di genere che penalizza le donne nella retribuzione e nel tempo.
🏠 È il racconto di come la mancanza di un salario dignitoso tolga ossigeno alla nostra capacità di prenderci cura dei nostri cari.

👇 Guarda il video completo e facci sapere nei commenti: secondo te, qual è la priorità per combattere il lavoro povero oggi?

E' NATA: "SOGNARE DA SVEGLI".

Ringrazio ancora mio figlio Jacopo per aver ideato il logo...

Stay tuned: https://sognaredasvegli.blogspot.com/

domenica 12 aprile 2026

UNIRE PER VINCERE: UN "NOI" CHE, CON GIOVANNI CAPECCHI, DIVENTA UNA SINISTRA CAPACE DI FUTURO.

"Saluto a distanza Stefania. La chiamerò, ci sentiremo sicuramente tra poco".

Sta in queste parole il fulcro della campagna elettorale e, ancor di più, della vittoria di Giovanni Capecchi.

Ovunque, in Nuova Zelanda, come in Ungheria, a Prato, come, che ne so, al circolo di Piteccio, è il/la perdente che, normalmente, telefona al vincitore.

E invece, dopo aver rivendicato la scelta, fondamentale, delle primarie, Giovanni Capecchi ha pensato, a rendere vivo e reale, il proprio slogan elettorale: "unire per vincere".

Ha detto, chiamerò io Stefania Nesi.

Probabilmente le telefonate si sono, in realtà, quasi intrecciate, ma ciò che conta, a partire dalla gentilezza, sono la voglia/aspirazione di futuro, di partecipazione, di cambiamento.

Un NOI che ieri sera, tra attese, e poi, abbracci, lacrime, urla di gioia, è stato tangibile, concreto.

Ora la sfida, non semplice, è trasformare quel NOI bellissimo, in un NOI ancora più grande per cambiare il segno della storia.

E' inutile che ce la raccontiamo, il centrodestra, come ha detto giustamente Riccardo Trallori durante la campagna delle primarie, si è radicato in città e ha una candidata forte, percepita come "moderata".

Tra i principali sostenitori di Annamaria Celesti, non dimentichiamolo però, c'è chi si ostina a chiamare, anche in filmati ufficiali, Piazza della Resistenza, Piazza d'Armi, negando le radici profondamente antifasciste di cui questa città va, da sempre, fiera.

Si arrabbierà il giovane Gabriele Sgueglia, ma in questi tempi, dare questi messaggi, non è un peccato accessorio, significa, invece, porsi al di fuori del perimetro democratico, al di fuori di quella Costituzione che, in tanti e in tante, anzi in tantissimi/e, abbiamo difeso strenuamente con il partecipato Referendum dello scorso marzo sulla magistratura e la separazione dei poteri.

E' vero, però, che la destra non ha distrutto la città, non l'ha nemmeno cementificata come mi sarei immaginato e, benissimo ha fatto, Giovanni Capecchi (in questo dimostrando, sinceramente, più lungimiranza di Stefania Nesi) nel non proporre una visione catastrofica degli ultimi nove anni.

Quello che ha contraddistinto Pistoia dal 2017 è, invece, l'isolamento, il chiudersi dentro se stessa, l'abbandono totale di alcune politiche, come, solo per fare due esempi, l'integrazione rispetto ai migranti e la costruzione, non di eventi, ma di una strategia per la cultura.

Pistoia, infatti, durante la giunta di Alessandro Tomasi/Annamaria Celesti, pur non distrutta da nessuno/a, non è stata guidata nè da una visione, nè da particolare concretezza.

Tanti i gravi limiti dell'amministrazione bi-uscente: ad esempio nel non aver saputo intercettare, al tempo del Pnrr, irripetibili finanziamenti europei, se non in minima parte e nel non aver tenuto conto di una linea programmatica fondamentale che ha ben comunicato, in queste settimane, Giovanni Capecchi, forte anche delle sue importanti precedenti esperienze, non solo in quanto politico: "prima si fanno i progetti e poi si cercano, con determinazione, i fondi".

Mi permetto, avendo delineato, vinto, coordinato, gestito decine di progetti europei in questi ultimi quindici anni, di essere profondamente d'accordo, anche su questo, con Giovanni Capecchi.

Il progettificio non serve, infatti, a nessuno, tanto meno a un ente pubblico: serve, invece, una pianificazione strategica, un "foresight" che delinei gli scenari e le politiche per conseguirli della Pistoia del 2036, non del 2027, tenendo anche presenti le evidenti e, purtroppo non rassicuranti, prospettive demogratiche.

Guardando avanti, lasciandoci alle spalle una campagna per le primarie non semplice, in cui il clima non sempre è stato sereno, mi permetto di fare, timidamente, tre proposte programmatiche.

- Partecipazione dal basso: Pistoia ha meno di 100.000 abitanti e secondo il Testo Unico degli Enti Locali, non può costituire formalmente delle circoscrizioni vere e proprie. Può, però, articolare il territorio in altro modo, ad esempio con le consulte di quartiere. Pensiamoci...;

- Crisi climatica e crisi democratica vanno affrontate insieme: come afferma Marco Deriu, sociologo dell'Università di Parma "Dobbiamo valutare attentamente quanto l'«ondata» di assemblee dei cittadini/e per il clima (perchè non costituirne, seriamente, una anche a Pistoia?) possa rappresentare un’occasione per ampliare il canone della democrazia».

Deriu, sociologo dell’Università di Parma, da anni affronta il rapporto tra clima e democrazia e il suo pensiero su questo tema, contenuto nel saggio: "Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro" insieme alla raccolta critica di esperienze comunali di assemblee cittadine per il clima, possono aiutarci a porci in maniera innovativa tra sogno e concretezza, tra locale e globale, tra partecipazione ed ecosistemi di futuro, non solo sostenibili, ma desiderabili;

- Infine, la questione dell'educazione emotiva e della violenza di genere. Si, già la vedo la destra scatenata su questo tema da: "femmine". No, è un tema, soprattutto, da "maschi". Uscire da una cultura patriarcale e violenta, in un tempo di guerra permamente, combattere le discriminazioni, le molestie e le violenze di genere, è un'emergenza (qui sì, la parola ha un senso) democratica, civile e anche amministrativa, non un vezzo post femminista e aleatorio. 

Pistoia è stata all'avanguardia europea su questi temi, anche e soprattutto, a partire dalle c.d. doppie discriminazioni, dalle fragilità più conclamate e, spesso, invisibili, ignorate.

Dal bullismo nelle scuole, agli inferni nelle pareti domestiche, da una società che, invece, che ascoltare e capire, tende a rassicurarsi nel vittimizzare una seconda volta, indignandosi fugacemente solo quando deve raccogliere il sangue delle vittime dai pavimenti.

E' chiaro che tutto questo non può essere solo "politica istituzionale", Pistoia dovrà diventare, progressivamente, una città della "sussidiarietà circolare", dove il Comune non si ritrae, ma si allea, con la società, con gli enti intermedi, l'associazionismo, i talenti, le persone.

Ieri notte si è festeggiato a Pistoia, sull'Ombrone come a Budapest, sul Danubio.

Qui, abbiamo, però un bel vantaggio da non sciupare alle elezioni di maggio, non è una destra più presentabile ad aver sconfitto una destra pesantemente autoritaria, ma si è scatenato, dal basso, davvero dal basso, un sogno di uguaglianza, cambiamento, partecipazione.

Non abbiamo paura di dirlo: abbiamo di fronte la prospettiva potenziale di una sinistra, vera, che può tornare a vincere, governare bene, "sognare da sveglia".

Ognuno/a può fare la sua parte, fin da ora, insieme a Giovanni Capecchi.

Francesco Lauria, Associazione Sognare da Svegli.