venerdì 27 marzo 2026

IL TESTO UNICO SULLA RAPPRESENTANZA è ancora ATTUALE????

Sono passati più di 10 anni dalla firma del Testo Unico sulla Rappresentanza (10 gennaio 2014). Ma quelle regole sono ancora in grado di rispondere alle sfide del mercato del lavoro attuale?

Insieme a Mattia Scolari (Segretario generale CUB Milano), Federico Antonelli (Filcams CGIL Nazionale) e Giovanni Graziani (Autore ed ex dirigente sindacale CISL) analizziamo:
📉 Il presunto declino delle RSU.
⚖️ L'efficacia dei contratti collettivi.
🔍 La misurazione della rappresentatività sindacale.
Un tema tecnico, ma vitale per chiunque abbia a cuore la democrazia nei luoghi di lavoro.
👇 Guarda il video completo qui:
Fateci sapere nei commenti: secondo voi le regole della rappresentanza vanno cambiate o basterebbe applicare meglio quelle che abbiamo? ✍️👇

giovedì 26 marzo 2026

CAOS GLOBALE - ECONOMIA DI GUERRA. MILANO 28 MARZO: CONVEGNO NAZIONALE CUB. IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI CONTRO LA SVOLTA REPRESSIVA

Per quel che può valere, a Milano, domani, in ascolto ci sarò anche io. 
Qualcuno mi ha accusato di essermi "radicalizzato", tipo estremista islamico. Invece, avendo seguito la preparazione di questo convegno, realizzata da amici giovani che sono cresciuti a pane e Carniti (prima parte...) ritrovo alcuni valori, come quello dell'autonomia dai Governi, che qualcuno sembra avere completamente e tragicamente perduto.
Il convegno è pubblico. Via De Amicis 17 (un circolo orgogliosamente socialista, non di Tupac Amaru...)

                 28 MARZO 2026, MILANO - CONVEGNO NAZIONALE CUB: 

                            CAOS GLOBALE - ECONOMIA DI GUERRA. 

        IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI CONTRO LA SVOLTA REPRESSIVA.

                 ELABORIAMO UNA VISIONE RADICALMENTE ALTERNATIVA.

Terminata la crisi pandemica internazionale, il mondo si trova di fronte ad una situazione di “caos globale ed economia di guerra”.

Al declino del vecchio ordine internazionale post-bellico non ne sta subentrando uno nuovo.

Come risulta ormai evidente, se lo scontro principale sul mercato mondiale vede due attori principali (Stati Uniti e Cina) è nei singoli teatri di conflitto regionali – Ucraina, Iran, Palestina, Venezuela, Cuba ecc… - che possiamo misurare gli effetti più devastanti.

La rincorsa al riarmo e l’aumento delle spese militari stanno trovando la loro giustificazione proprio in una ristrutturazione dell’economia mondiale che vede nell’accorciamento politico delle catene di produzione e di fornitura il loro asse principale.

È in questo contesto, che tutti i leader mondiali si stanno muovendo – chi in maniera più scomposta, chi in maniera più silenziosa – per cercare di ritagliarsi un ruolo in un nuovo scenario che sarà sempre più caratterizzato da un rallentamento degli scambi e da un aumento delle tendenze protezionistiche/autoritarie.

Il genocidio del popolo palestinese, il rapimento di Nicolas Maduro ed il bombardamento unilaterale dell’Iran hanno certificato non solo la fine del “diritto internazionale”, ma il consolidamento di una condizione di disordine mondiale permanente in cui conteranno sempre di più le testate missilistiche e le portaerei.

All’interno di questo scenario che abbiamo provato a descrivere, l’Unione Europea e l’Italia, non fanno alcuna eccezione.

Basti elencare le principali recenti scelte: demolizione del redito di cittadinanza, liberalizzazione dei contratti precari, riduzione delle spese di welfare, aumento delle spese militari ed ulteriore stretta repressiva contro ogni forma di dissenso.

Al movimento delle lavoratrici e dei lavoratori si imporranno scelte complicate e che dobbiamo già essere in grado di discutere.

Sarà sempre più necessario recuperare una prassi sindacale basata sul valore dell’autonomia non solo dai padroni e dai partiti, ma anche e soprattutto dai governi, in secondo luogo, l’unico strumento che ci resta poter contrastare l’offensiva dei padroni e dei loro governi è la solidarietà fra le classi subalterne e la possibilità di organizzare una risposta conflittuale che si muova alla stessa altezza delle nostre controparti.

Le strategie contrattuali non potranno farsi ingabbiare in un sistema della rappresentanza che, limitando e sanzionando il diritto di sciopero, è finalizzato a smobilitare una reale opposizione nei luoghi di lavoro e nella società.

È per cercare di riflettere intorno a questi problemi e per elaborare una risposta e una visione radicalmente alternativa che la Cub Nazionale ha deciso di promuovere un convegno di studi, affidando un blocco tematico ad ogni relatore.

-         Ernesto Screpanti è stato per tanti anni docente di economia politica all’Università di Siena. È noto a livello internazionale sia per i suoi contributi intorno ad una riscoperta “libertaria” del pensiero di Marx, sia per i suoi studi sull’economia mondiale ed i “cicli imperiali”;

-         Piergiorgio Ardeni è professore di economia politica e dello sviluppo all’Università di Bologna. Negli ultimi anni, ha pubblicato tre libri che sono alla base delle nostre riflessioni: il primo sulle radici sociali del populismo, il secondo è uno studio quantitativo sulle classi sociali in Italia ed il terzo è un’analisi sui motivi dell’arretratezza dell’economia italiana degli ultimi decenni;

-           Eugenio Losco è avvocato penalista tra i più noti nel nostro paese. Da sempre si distingue per una azione di difesa delle avanguardie sindacali conflittuali, a cui accompagna una attività di divulgazione sui contenuti più “nascosti” dei decreti in materia di sicurezza.

Appuntamento a Milano, sabato 28 marzo, dalle ore 10 fino a circa alle ore 16.00, al Circolo Caldara, Via de Amicis 17.

mercoledì 25 marzo 2026

UNA COLLINA A GORIZIA E QUELLA PIAZZA A BUENOS AIRES. SOGNARE E LOTTARE: DIGNITA' E GIUSTIZIA

Pubblicato suhttps://www.reportpistoia.com/una-collina-a-gorizia-e-quella-piazza-a-buenos-aires-sognare-e-lottare-dignita-e-giustizia/

Ricordo molto bene quando io e miei compagni del corso di laura in Scienze Internazionali e Diplomatiche arrivammo, da mille strade, in Via Alviano, a Gorizia, nei primi giorni di novembre del 1998.

Avevo ancora negli occhi e nel cuore le onde del mare di Trieste, sede centrale dell'Ateneo, dove, poche ore prima avevo ricevuto il mio libretto universitario: color amaranto, con i caratteri color oro, in rilievo.

A Gorizia, in realtà le Università erano due, c'era, da qualche anno, anche l'Università di Udine, nell'eterna competizione tra Friuli e Venezia Giulia, in particolare con il corso di Relazioni Pubbliche, che si trovava in centro.

Noi no, per arrivare all'ex seminario di Via Alviano, ci si doveva avvicinare al confine internazionale della "Casa Rossa" e salire un piccola collina.

In quegli anni, su quella collina, salivano, insieme agli zaini, i sogni di ragazzi e ragazze, provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, si incrociavano speranze, qualche festa, gli appelli d'esame, non pochi amori.

Io in realtà, l'Amore, un grande amore, di quelli che se anche "finiscono" ti accompagnano con il loro profumo e la loro preghiera per tutta la Vita, l'avevo trovato "straniero", sconfinando proprio a Relazioni Pubbliche... Una delle prime "coppie miste" avrebbero detto quelli del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario isontino...

Alla fine degli anni Novanta, Gorizia era più simile ai decenni precedenti che ad oggi, non c'erano collegamenti nè bus, ne ferroviari con Nova Gorica, la parte slovena della città (e che bello aver ricevuto ieri conferma che i collegamenti messi in opera per la capitale europea della cultura, condivisa nel 2025 tra le due città, diventeranno permanenti!) 

Si era, pienamente, frontiera di Schengen, perchè non solo la Croazia (con tutti i Balcani) era fuori dall'Europa, ma lo era ancora anche la giovane e già rampante Repubblica Slovena.

Arrivavano la notte a Gorizia molti migranti seguendo la prima rotta balcanica e di lì a poco con altri universitari e giovani delle città, insieme alla Caritas, si sarebbe messo in piedi il Centro di Accoglienza San Giuseppe, dove, anche in una sola notte, potevano giungere, fermati dalle pattuglie miste italo-slovene, decine e decine di profughi, dalla Siria, dal Kurdistan, dall'Iran, dall'Iraq, dal Pakistan, dall'Afghanistan. E dall'Africa, dalle tante Afriche...

A Gorizia, poi c'era la minoranza slovena. E tutto tra loro era duplicato, tranne il quotidiano in lingua: due palestre (una per gli sloveni bianchi e una per gli sloveni rossi) due auditorium (idem), due squadre di calcio, due gruppi scout, etc.

Chissà come doveva essere complicato, soprattutto a Trieste, quando pure gli sloveni rossi si dividevano, soprattutto all'inizio, tra seguaci di Tito e seguaci di Stalin e del Pcus...

Tornando a noi e a via Alviano, dentro, noi studenti, ma anche l'Ateneo avevamo l'ambizione di incontrare e, un po', persino cambiare, magari un po' pomposamente, il mondo.

D'altronde, pur fallendo, il Sid (sta per Scienze Internazionali e Diplomatiche...), nato nel 1989, alla fine della nostra Prima Repubblica, dova rappresentare una specie di Ena francese, di scuola per le elites.

Anche se il fenomeno era in via di superamento, non erano pochissimi poi i miei compagni figli o nipoti di senatori (italiani e non) e di Ministri e ambasciatori (italiani e non).

Ma, a superare i tre giorni di test ed esami, per fortuna, c'erano anche tanti ragazzi e ragazze "normali", come me.

Il Sid accoglieva, spesso tramite le lauree honoris causa, big mondiali della politica e della diplomazia: si passava senza troppo pudore da Andreotti, al Dalai Lama, mettendoci magari in mezzo il Ministro degli Esteri della perestroika gorbacioviana, il georgiano Shevernadze.

Nessuno le dette la laura honoris causa (se ricordo bene), ma l'incontro più importante che io ebbi, in via Alviano, con una personalità fu con una donna.

Chiamata dall'Ateneo, ma che poi, a Gorizia, come a Trieste, non si risparmiò incontri, abbracci, lacrime, rivendicazioni di dignità e di giustizia.

Sto parlando di Hebe de Bonafini, una delle guide delle "Madri di Plaza de Mayo", le donne argentine che mai (ancora oggi!) si sono piegate alla violenza della dittatura, che, spesso, ha strappato loro, in una spirale di violenza perversa e infinita, figli e nipoti, magari beffardamente cresciuti da militari e generali della c.d. "giunta militare".

Quella della dittatura argentina di cui ieri si sono ricordati con dolore e con una grande manifestazione di popolo a Buenos Aires, i cinquanta anni dall'inizio, è una storia troppo poco ricordata, tanto è efferata, tragica, violenta.

A volte la violenza è così grande che è quasi incredibile, preferiamo chiudere gli occhi e il cuore. Non vedere o, se si è visto, dimenticare.

Pensavo alla forza dolce di Hebe de Bonafini, incontrata tra i banchi dell'ex seminario di Via Alviano, proprio ieri, mentre stringevo tra le mani la nuova edizione del libro: "Le pazze. Incontro con le Madri di Plaza de Mayo" scritto da Daniela Padoan.

Le mamme di Plaza de Mayo, ormai, sono diventate le nonne di Plaza De Mayo.

E noi, del 1978, ricordiamo ancora il gol ai padroni di casa di Roberto Bettega ai mondiali, organizzati vergognosamente proprio in Argentina, non l'inizio di una lotta e una rivolta, principalmente femminile, che ha ancora molto, moltissimo da insegnare al mondo.

Il Governo Milei, il più a destra del pianeta, più di Trump, prova a dimenticare, sminuire, deridere, in qualche caso, imitare, anche se la giunta di Videla e degli altri generali, è un residio dell'autoritarismo violento del Novencento. Oggi, va più di moda il turbocapitalismo anarco-nichilista rispetto al peronismo di destra.

Queta mattina, però, ho rifatto con la memoria la salita di quella collina sulla frontiera di Gorizia.

Mi sono lasciato, come allora, sulla destra il bar Balù, ho guardato dall'alto il confine, i camion sul piazzale, la pizzeria a prezzo fisso.

Sono rientrato, lentamente, in Via Alviano.

Ho ritrovato gli occhi di Hebe, scomparsa, come ormai tutte le leader del movimento, nel 2022, all'età di 93 anni.

E ritrovato gli occhi, la speranza, la rabbia, la lotta, anche una sana paura, da trasformare in energia, di Buenos Aires, dove nuove generazioni, come hanno fatto l'altro ieri, continuano a chiedere con forza dignità e giustizia.


Nunca mas! Mai più!

Il Novecento è finito. Siamo nei: "furiosi anni Venti del Duemila". Seconda metà.

Ma la Speranza, la buona rivolta non passano di moda.

Fermano lo sguardo. Mettono in moto i pensieri.

Sconfinano i confini. Nel tempo come nello Spazio.

Abbiamo un solo Pianeta.

E, proprio come gridavamo nel 2001, a Genova e a Porto Alegre, pochi mesi dopo aver incontrato Hebe de Bonafini:

Un Altro Mondo non solo è Possibile...

E' necessario.

Francesco Lauria

martedì 24 marzo 2026

PER UNA MODA DEI DIRITTI (FIGLI DI OPERAI E PONTI DI DIGNITA' NELLA GLOBALIZZAZIONE DEL FASHION)

Non posso che essere grato a Filomeno Viscido e al canale Youtube da lui instancabilmente animato: "Rosso Fastidio":  

https://www.youtube.com/@rossofastidio

Grazie al canale ho potuto interloquire sulle culture sindacali della Cisl, raccontare la vicenda incredibile e dolorosa che ha portato al mio licenziamento, promuovere un incontro su Alexander Langer, apostolo laico della convivenza, confrontarmi sulla "svolta dell'Eur" del febbraio 1978 e sul successivo modello concertativo che ha trasformato il sindacato in Italia.

Questa volta, di fronte al vergognoso intento (per fortuna, almeno per ora, fallito) della maggioranza di Governo di costruire uno "scudo penale" per le aziende italiane della moda, abbiamo approfondito il tema della costruzione di ponti di dignità nella globalizzazione del fashion.

Grazie a Filomeno, ho potuto interloquire con due amici: Deborah Lucchetti, ex sindacalista metalmeccanica, anima e coordinatrice in Italia della Campagna Abiti Puliti (ascoltate direttamente da Debora la storia di questa campagna di mobilitazione, partita a fine anni Ottanta in Olanda: www.abitipuliti.org ) ed Emanuele Leonardi, attivista sociale, ricercatore militante e docente presso l'Università di Bologna.


Deborah ed Emanuele, entrambi provenienti da famiglie operaie, costruiscono, da tempo, percorsi e ponti di emancipazione, dove i diritti sociali e la visione ecologica non sono posti in contraddizione, ma in sinergia tra di loro.

Nell'autunno del 2025 è stato presentato il prezioso rapporto: "Fabbriche Verdi, Lavoro Grigio", cui entrambi hanno dato un contributo fondamentale: https://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2026/02/FAIR_FabbricheVerdiLavoroGrigio_Sintesi_Report2026.pdf

Il grande tema di questo dibattito è la costruzione di una rete, un'alleanza per la dignità, a partire dalla filiera tessile, dalle sue lavoratrici, troppo spesso afone o inascoltate, a partire dal Bangladesh.

In questo filmato, registrato il 9 di marzo, giornata di mobilitazione di Non Una di Meno, viene ricordata una giovane lavoratrice tessile, Luana D'Orazio, morta come nell'Ottocento, in una fabbrichetta situata tra Pistoia e Prato.

Ma non si dimenticano nemmeno le oltre 1300 vittime del Rana Plaza, proprio in Bangladesh, a circa tredici anni, dal disastro enorme dell'economia dello scarto e del turbocapitalismo globalizzato delle tenebre.

I morti del Rana Plaza, chiusi dentro dai loro datori di lavoro, nonostante le avvisaglie del crollo dell'enorme struttura in cui si trovavano, lavoravano, infatti, per brand occidentali, europei, italiani.

Noi portiamo, pertanto, sui nostri corpi i risultati dello sfruttamento globale

Pensiamoci, quando compriamo una maglietta a sette euro. Chiediamoci da dove viene, come e da chi è stata prodotta.

Cosa produrre, come produrre, sono dilemmi che il sindacato più avveduto si è posto già alla fine degli anni Settanta del Novecento e che sono al centro anche del "Manifesto per una transizione giusta nella filiera della moda" la cui genesi Deborah Lucchetti spiega nel corso del filmato.

Oggi, giunti nella seconda parte dei "furiosi anni Venti", come li ha correttamente definiti qualche tempo fa lo studioso americano Alec Ross, in un libro omonimo e preziosissimo, ci troviamo di fronte alla Volkswagen in Germania che riconverte, proprio in questi giorni, importanti stabilimenti di auto in fabbriche, avanzate, di armi.

La guerra è prodotta dall'economia di guerra, non possiamo dimenticarlo.

Ed è solo un altro lato della medaglia del turbocapitalismo nichilista dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Per una "moda dei diritti", non deve rappresentare quindi solo uno slogan azzeccato, ma diventare in noi un tatuaggio indelebile, permanente, che fa la differenza, intrecciando democrazia politica e democrazia economica. 

Ogni giorno.

Francesco Lauria

lunedì 23 marzo 2026

CASO TEATRO DUE E CULTURA DELLO STUPRO: UNA QUESTIONE DI POTERE (LETTERA APERTA)

Questa lettera, nonostante la pazienza e il tentativo di dialogo degli estensori/estensitrici, non è stata pubblicata dal giornale cui era rivolta, scelta che, trattandosi della Gazzetta di Parma, sinceramente, non stupice.

Vi chiediamo di leggere, meditare, diffondere, commentare, aderire. 

Non possiamo fare finta di nulla, non possiamo pensare, "a me, a noi non accadrà mai".

Uomini e donne dobbiamo, vogliamo. cambiare.  Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi.

Altrimenti, come ha detto Gino Cecchettin: "cambieranno solo i nomi delle vittime". 

No, noi non ci stiamo. 

(per aderire alla lettera/appello: sognaredasvegli@gmail.com) 

Caro Direttore,

Siamo rimasti molto colpiti dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo. (https://www.gazzettadiparma.it/home/2026/03/15/news/parla-l-avvocato-di-walter-le-moli-ricorreremo-contro-la-sentenza-930268/ )

Pur non essendo tutti di Parma, stiamo seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con correità del Teatro perché, come ha sottolineato anche la Casa delle Donne di Parma, non è stato messo in campo tutto quello che si poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.

La Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima

Una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sembrerebbe stia subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

Ciò che ci ha lasciati basiti nell'articolo del giornale non è il richiamo alla presunzione di innocenza fino alla Cassazione, ma l'approccio che, in maniera persino sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.

La vicenda principale, che ha visto due attrici coinvolte, viene distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, risultano molto ben delineati. 

Sostanzialmente si normalizza la violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che, anziché di atti conclamati, stiamo parlando di normali relazioni sentimentali.

Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive

Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoce della sola difesa del "potente", del “capo”, senza apportare alcun dubbio.

Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.

Anzi, le prove portate coraggiosamente dalle vittime stesse non sembrano mai sufficienti, come se fosse necessario vedere il loro “sangue” sul pavimento.

Troppo spesso e, purtroppo, il vostro articolo ne è una dimostrazione plastica, si cercano spiegazioni semplici a situazioni complesse e dolorose, e spesso si finisce più per giudicare chi subisce violenza, invece di osservare chi compie del male.

È più “comodo” pensare che la vittima avrebbe potuto fare qualcosa, perché così si mantiene l’illusione di controllo: del: “a me non succederebbe”

Ma è una difesa psicologica, non la realtà. 

La realtà è molto più complessa: chi subisce violenza, spesso, è in una situazione di paura, dipendenza, manipolazione e isolamento.

Non è vero che: “non ha fatto nulla”: resistere, adattarsi, sopravvivere sono già azioni.

Denunciare non è semplice né sicuro, farlo richiede un’enorme forza. Inoltre il tempo non invalida ciò che è successo.

Non deve servire il peggio, il sangue, la tragedia irreversibile, perché le persone inizino a credere e a empatizzare con le vittime.

Il dolore non diventa più “vero” solo quando è visibile o estremo.

Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?

Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro, rafforzata da una gestione perversa e manipolatoria del potere?

A Parma, come ovunque, se assecondiamo questo tipo di "cultura", rischiamo di indirizzare contro le donne gravissime forme di vittimizzazione secondaria perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce, come si intuisce anche dai toni liquidatori dell’avvocato di Walter Le Moli pubblicati sul vostro giornale.

Francesco Lauria, Parma-Pistoia,

Francesco Camattini, Parma,

Silvia Barbanti, Sesto San Giovanni,

Savino Pezzotta, Bergamo,

Emanuele Leonardi, Parma,

Debora Lucchetti, Genova,

Sara Chierici, Parma

Vincenzo Battaglia, Cuneo,

Carmine Marmo, Bologna,

Dante Ghisani, Parma.

Per chi volesse aderire è sufficiente inviare una mail con nome, cognome e città a: sognaredasvegli@gmail.com 

domenica 22 marzo 2026

“EDUCARE IL LUPO CHE E’ IN NOI.” IL CORAGGIO E LA RETE DI ERMAL META CONTRO IL PATRIARCATO

Un forte e coraggioso discorso di Ermal Meta, membro del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, sul patriarcato, la violenza sulle donne e i femminicidi(di Valentina Dirindin, Vanity Fair)

Le parole di Ermal Meta sulla violenza sulle donne sono tutt'altro che banali, e mettono in luce un aspetto della questione (drammatica) su cui si fa ancora troppa poca luce: la responsabilità collettiva degli uomini, e quella individuale di ogni singolo uomo, di abbandonare la propria posizione dominante in cui secoli di patriarcato lo hanno posto. Una posizione di cui originariamente non ha certamente colpa: ogni uomo nasce così, socialmente, culturalmente, economicamente superiore a una donna, senza che nulla abbia fatto per meritarselo, ma solo perché la storia lo sistema lì, in un luogo inarrivabile per una donna a pari condizioni. E in un luogo che talvolta - purtroppo - lo porta a esercitare un potere tale che degenera in violenza, in supremazia, in sopraffazione. Finanche in un omicidio, quando la donna sembra non accettare la sua posizione di sottomissione, e magari osa dire un no.

Nonostante il singolo uomo non abbia alcuna colpa di questo, nonostante la maggior parte degli uomini si dissocino - a parole e con i fatti - da tutto questo, quello che può fare ogni uomo, prima di tutto, è prendere atto del fatto che questa situazione esiste, esiste da secolie rende coinvolto anche l'uomo migliore del mondo, quello che mai approfitterebbe di una situazione di dominanza che comunque la storia e la cultura ancora gli assegnano.
Ed è esattamente quello che ha fatto Ermal Meta, uno dei più attivi membri del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, dal palco della prima tappa del suo tour nei teatri, all'Auditorium Parco della Musica.

«In quanto uomo sono spaventato dal mostro che dorme dentro di me. Perché io so che c'è, così come lo sente dentro di sé ogni uomo», ha esordito il giovane cantante in un messaggio di grande forza e di coraggio.

«Quando io e quella Fondazione di cui faccio fieramente parte, Una Nessuna Centomila ci riuniamo, nei laboratori ci chiediamo sempre “Ma noi uomini cosa possiamo fare? cos'è che possiamo dire noi?” Dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che dentro di noi c'è un cane che dorme. Il più delle volte è un lupo ed è spaventoso. Attraverso l'educazione, attraverso l'amore, attraverso il dialogo il più delle volte, la maggioranza delle volte in verità, riusciamo a tenerlo a bada. Riusciamo a non cedere a quel tipo di istinto, ma c'è».

«Inutile negarlo, c'è», ha concluso Ermal Meta, che sul tema del consenso ha dichiarato «Un'altra cosa che mi spaventa è quando la vittima viene vittimizzata due volte. Quando la colpa è sempre sua. 

In quale percorso della nostra società si è interrotto qualcosa, dove si è spaccato qualcosa per colpevolizzare chi sta soffrendo? Per addossargli anche questo peso?». Un tema che ritorna tristemente di attualità a ogni femminicidio che avviene in questo Paese.

«Molti di voi conoscono la mia storia. Io ci sono passato, quando ero piccolo», ha proseguito. «Però adesso non sono più piccolo, adesso ho una figlia piccola che è la luce dei miei occhi. La mia domanda è: “Ma io cosa posso insegnare a questa bambina? Ed è giusto insegnarle di non avere paura? Perché a volte la pura è autoconservazione”», ha detto Ermal Meta, facendo riferimento alla figlia Fortuna, nata a luglio scorso dalla relazione con la sua compagna Chiara Sturdà.

«Io non ho una risposta a questa domanda, ma secondo me noi tutti insieme ce lo chiediamo forse ad una risposta ci arriviamo, ognuno nel suo piccolo. Di cosa bisognerebbe veramente avere paura? Di se stessi.

Perché noi siamo capaci di qualsiasi cosa. Ognuno di noi così come siamo capaci del bene, siamo capaci anche del male. Dobbiamo decidere da quale parte della palizzata vogliamo cadere ogni volta. Cerchiamo di cadere dal lato della gentilezza. Dal lato del non irrimediabile perché si può essere irrimediabili anche a parole, non solo nei gesti. Le cose che più mi ricordo con dolore della mia vita non sono schiaffi, non mi hanno mai lasciato tanti lividi, ma sono le parole che più mi hanno accoltellato, che più mi hanno fatto sanguinare.

Partiamo da quelle. A tutti i miei fratelli dico: “Tenete gli occhi aperti, un occhio verso di voi e un occhio verso quella donna lì, quella ragazza, quella bambina lì”. Perché tutti insieme possiamo fare rete e la rete è il simbolo del salvataggio».

sabato 21 marzo 2026

IL SINDACATO E' ANCORA "LIBERO"? IL BUON LAVORO (PRIMA PARTE)

Benvenuti a una nuova puntata de "Il Buon Lavoro".

Partiamo dalle basi della nostra democrazia: l'organizzazione sindacale è ancora libera oggi, così come previsto dall'Articolo 39 della Costituzione? In questo primo appuntamento di una serie divisa in tre parti, affrontiamo un tema centrale per il mondo del lavoro: la rappresentanza sindacale e la partecipazione. Francesco Lauria, Carmine Marmo e Stefano Gregnanin, ne discutono con con tre ospiti d'eccezione: Mattia Scolari – Segretario Generale CUB di Milano Federico Antonelli – Filcams CGIL Nazionale Giovanni Graziani – Autore ed ex dirigente sindacale



Insieme analizziamo lo stato attuale delle tutele collettive e il ruolo dei sindacati in un contesto del lavoro in continua evoluzione. 📌 In questa puntata parliamo di: La libertà sindacale nell'Art. 39 della Costituzione. Sfide attuali della rappresentanza. Il dialogo tra diverse sigle e visioni del sindacalismo. 🔔 Iscriviti al canale e attiva la campanella per non perdere la Parte 2 e la Parte 3 di questo approfondimento! #IlBuonLavoro #Sindacato #Lavoro #Costituzione #Rappresentanza #Articolo39 #DirittiLavoratori Cenni sul sistema di rappresentanza sindacale in Italia

Il sistema di rappresentanza sindacale in Italia si basa sulla presenza nei luoghi di lavoro (con più di 15 dipendenti) di organismi eletti o nominati dai lavoratori, principalmente le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) e le RSA (Rappresentanze Sindacali Aziendali). Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 regola la misurazione della rappresentatività per la contrattazione collettiva, con CGIL, CISL e UIL che costituiscono le principali confederazioni di carattere confederale. · RSA (Rappresentanza Sindacale Aziendale): Previste dall'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, sono nominate dai sindacati firmatari del contratto collettivo applicato in azienda. · RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria): Organismo elettivo a suffragio universale, introdotto nel 1993 e oggi prevalente, che sostituisce le RSA. I componenti sono eletti per 2/3 su liste sindacali e per 1/3 designati dalle organizzazioni firmatarie. · Differenza Principale: Le RSU sono elette da tutti i lavoratori e rappresentano l'unita sindacale; le RSA sono di nomina sindacale e rappresentano solo i propri iscritti. · Ruolo: Hanno poteri di contrattazione di secondo livello (aziendale), diritto di assemblea e tutele per i rappresentanti. · Settore Pubblico: La disciplina RSU è regolata da accordi quadro (ARAN), che prevedono norme specifiche sulla rappresentatività, richiedendo la partecipazione di sindacati firmatari. ll Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale (RLST) è una figura prevista dal D.Lgs. 81/08 che tutela la salute e sicurezza sul lavoro nelle aziende, specialmente piccole, dove non è eletto un RLS interno. Non eletto dai lavoratori, ma designato dalle associazioni di categoria, svolge compiti di controllo, formazione e promozione delle misure di prevenzione. Le tutele per i rappresentanti sindacali includono il trasferimento vietato senza nulla osta e la procedura d'urgenza in caso di licenziamento.