Care/e compagne/e dell'Arci,
una delle cose che mi ha sempre colpito, fin dal 2011-2012 quando mi sono trasferito a Pistoia da Roma (e da Parma...) è stato il peculiare resistere, quasi intatto, del sistema delle c.d. "Case del Popolo" aderenti all'Arci.
Nella mia terra, infatti, pur limitrofa alle celebri vicende di Peppone e Don Camillo, narrate dalla penna ribelle di Giovannino Guareschi, le Case del Popolo sono quasi scomparse, pur rimanendo attivo un sistema diffuso anche se parecchio variegato e non sempre coerente di circoli.
Va detto che, anche a Pistoia, prima nascono molte Case del Popolo e poi l'Arci, che viene costituita, a livello nazionale, a Firenze, nel 1957. L'anno prossimo si celebreranno i settanta anni dalla fondazione.
Il marchio di nascita storico di una associazione, pur erede della grande storia del mutualismo operaio italiano, collaterale e satellite del Pci, non mi ha mai permesso di diventare un vero e proprio attivista e militante dell'Arci, anche se sono stato per molti anni e tutt'ora lo sono, iscritto e fruitore di molte attività dei circoli (a Pistoia, come a Parma, come a Trieste, come a Roma).
In collaborazione con l'Arci ho mosso in primi passi lavorativi nei primi anni duemila, lavorando per il Cesos Cisl e l'Ires Cgil ad un progetto nazionale ed europeo sull'integrazione socio-lavorativa degli immigrati e la lotta alle discriminazioni, anche partecipando come relatore, peraltro, al "mitico" Festival antirazzista Arci di Cecina.
Perchè questa lunga introduzione?
Per dire che, davvero, nulla ho contro questa associazione, a cui sono peraltro iscritto, anzi.
Aggiungo anche che, forse, al di là delle collaborazioni lavorative il momento più intenso di cooperazione con l'Arci io l'ho vissuto pochi anni prima del mio esordio lavorativo durante la stagione dei movimenti per un'altra globalizzazione: da Genova, a Firenze, a Porto Alegre (pur non essendo mai stato fisicamente in Brasile).
All'epoca due figure dell'Arci erano particolarmente carismatiche ed attive: Tom Benetollo (il Presidente nazionale) e Raffaella Bolini (che si occupava di tutti i collegamenti, le reti altermondialiste).
Se Tom non fosse morto improvvisamente nel 2004, all'età di soli 53 anni, io credo, anche, che in quella fase di egemonia berlusconiana nella politica italiana, con una sinistra smarrita e divisa, sarebbe stata in campo una figura sociale di grande credibilità, non settaria e indipendente, pur provenendo storicamente dall'impegno attivo nel Pci guidato da Enrico Berlinguer.
Un tema, secondo me, molto critico è, però, quella del rapporto tra l'Arci e i partiti politici provenienti totalmente o parzialmente dalla diaspora ex comunista: Pd, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista.
E' un tema, ovviamente, non pistoiese, non toscano, ma nazionale.
Non scorderò mai, ad esempio, il 1998, quando il Pds di Parma esprimeva la maggioranza assoluta da solo in consiglio comunale e l'Arci poteva schierare ben sette consiglieri comunali di stretta osservanza.
Il crollo fu totale: il Pds (e indirettamente anche l'Arci) persero il 75% della propria rappresentanza e rovinosamente si aprirono le porte ad un civismo di centrodestra che, nel pieno della fu Emilia rossa, quasi non credeva ai propri occhi.
La (non nuova) commistione di potere tra Comune, Partito ed Arci era stata davvero fortissima, tutto (o quasi) fu trascinato in una caduta rovinosa che necessitò di almeno quindici anni per una ripresa.
Proprio per questo, come tanti/e nel centrosinistra pistoiese, sono rimasto davvero perplesso dello schierarsi, fin nei dettagli, dell'Arci nelle ultime elezioni amministrative di Pistoia.
Attenzione! Non è in discussione il sostegno al campo largo che è fisiologico per l'Arci, ma una dinamica strettissima di nuovo tra associazione, partito (partiti...) e governo municipale (assessorati in particolare).
Oggi si apre la festa provinciale dell'Arci di Pistoia, presso il bellissimo circolo delle Fornaci.
Il tema è di quelli importanti e un po' troppo sottotraccia oggi: il presente e il futuro di Cuba.
Ma, al di là degli incontri che possono essere più o meno interessanti/visionari, tenuti da figure più o meno credibili, quello che appare importante, fondamentale. specialmente in questa nuova stagione di campo largo pistoiese, è il mantenimento dell'autonomia.
Se il volontariato, infatti, come affermava Luciano Tavazza, padre del volontariato politico in Italia, non può essere il "barelliere dello Stato", non può nemmeno, a mio parere, diventare il "barelliere dei partiti" o, peggio ancora, la stampella "degli assessori".
Riuscirà l'Arci provinciale di Pistoia, forte della sua importantissima, rilevante, positiva rete di circoli e di volontari/e (veri/e) non solo a mantenere, ma anche a rivendicare questa autonomia?
Sinceramente non lo so.
Certamente aiuterebbe una comunicazione più veritiera e trasparente e certamente è una questione che non riguarda solo i dirigenti dell'Arci, del Pd o di Sinistra Italiana, ma è un aspetto che si intreccia con la democrazia, la partecipazione e la sussidiarietà in senso più ampio.
Venendo, ad esempio, al programma di questa sera: se è vero che si può essere "attivisti/e" anche di un partito, sarebbe bene, una volta tanto, affermarlo esplicitamente, anche perchè non c'è, ovviamente, nulla di male.
Non ci può nascondere, secondo me, magari adottando come scusa una comoda multiappartenenza, dietro mille bandiere, indossando, ostentando pubblicamente, a seconda delle convenienze personali, un panuelo femminista o una stella associativa.
Non si può, almeno secondo me, rivendicare furbamente provenienze dal basso, per poi, invece, diventare nei fatti, quasi ce lo si si fosse tatuato, i più "fedeli alla linea" dei dettami a livello comunale, provinciale, regionale, nazionale di un partito.
Magari appoggiandosi anche, in campagna elettorale, al suo segretario nazionale o al suo indiscusso capo locale.
La mia generazione, formatasi nel trauma, ma anche nella grande esperienza collettiva di Genova 2001, di cui porta, come giustamente ha rilevato il Manifesto, ancora le "cicatrici", ha perso la guida di Tom Benetollo nel 2004, ma l'anno dopo ha letto, in massa, Giulio Marcon, co-fondatore di Sbilanciamoci, quando ha pubblicato il saggio: "Come fare politica senza entrare in un partito".
Un manuale pratico per chi avesse voluto impegnarsi nella società e nei movimenti dal basso, senza deleghe e al di fuori delle tradizionali strutture, appunto, di partito.
Ma tanti/e di noi si sono formati/e, nell'impegno pubblico leggendo di un fiato anche il: "Manifesto per la soppressione dei partiti politici" di Simone Weil.
Se i partiti per Simone, almeno negli anni Quaranta del Novecento, erano ancora "macchine per generare passione collettiva" essi, nei tempi delle ideologie, utilizzavano le emozioni collettive per soffocare la personalità individuale, imponendo, autoritariamente, un pensiero rigido e unico ai propri iscritti/e.
Secondo la Weil, ed è forse l'aspetto più attuale del suo saggio, i partiti si rivelano avere l'autoconservazione come unico fine: il primo obiettivo di ogni partito è la propria crescita materiale, non il bene comune.
Il partito ci costringe, quindi, alla rinuncia della ricerca autonoma della verità e della giustizia, diviene una "macchina" del potere che smette di essere un mezzo per raggiungere il bene pubblico, ma risulta invece fine a se stesso, focalizzato esclusivamente sulla raccolta di denaro, posti ed elettori/elettrici.
Di fronte ai partiti liquidi, personali, ai cambi di simbolo, nome, statuto, abbiamo abbracciato il sentire della Weil che evidenziava (sotto le bombe, nel 1943!) come la lotta tra partiti riduca la democrazia a una mera competizione per il potere, distruggendo la vera partecipazione democratica.
Ma non abbiamo mai pensato, sempre coerenti con il pensiero della Weil, che tutto questo comportasse un distacco qualunquista dalla politica stessa.
Al contrario, ci siamo impegnati allo spasimo auspicando che la nascita e lo sviluppo dei movimenti permettesse la creazione di spazi "civici" locali e globali in cui i cittadini e le cittadine potessero scambiare opinioni liberamente e formare il proprio impegno realmente collegati e dal basso, senza alcun vincolo artificiale di appartenenza o di sottomissione a una leadership.
Come scriveva il compianto Goffredo Fofi: "Non ci sto. Al mondo così com’è non ci sto. Non posso accettarlo perché è falso, è brutto e ingiusto. E' un atto di rivolta individuale che si radica in una scelta prima di tutto etica, che inevitabilmente comporta implicazioni più ampie, un orizzonte di azione collettivo dentro il tempo, dentro la storia."
Non possiamo dimenticare, però, che la sconfitta dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha aperto la strada all’affermazione piena di un modello
economico e sociale entro i cui confini esseri umani e natura, la vita stessa
nella sua elementarità, si confermano (molto più oggi che in qualsiasi altra
fase del percorso compiuto dal capitalismo nei suoi trecento anni di storia)
mezzi per attingere l’unico fine in apparenza legittimo: l’espansione senza più limiti delle
pratiche del capitale potenziate come mai prima d’ora dallo sviluppo della
tecnica e, oggi, dell'intelligenza artificiale.
Continuava, pasolinianamente, Fofi: "Si è affermato un «nuovo fascismo» che per persuadere non ha più bisogno solo della violenza, dei manganelli: sono sufficienti l’omologazione veicolata dal consumismo imperante e l’uso pianificato dell’informazione e della formazione come strumenti di produzione del consenso".
Come smontare tutto questo?
Qui torno alla mia riflessione principale su Arci, assessorati, movimenti e attiviste/i: sulla politica istituzionale, per Fofi, non si può fare affidamento, compresa quella che dice di essere di sinistra se poi nei fatti (alla prova del governo) fa le stesse cose della destra.
Diverso il discorso sui movimenti. Perché se è vero che una certa parte di essi (Fofi fa l’esempio del volontariato e del terzo settore) si sono fatti integrare nel sistema, restano invece ben vivi fuochi di resistenza su diversi fronti: razziale, ecologico, post e decoloniale, di genere e di orientamento sessuale.
Ma, era ben scritto sul quotidiano il Manifesto di circa un mese fa, i movimenti, privi per Fofi di un
pensiero unificante, sono per lo più chiusi in ambiti identitari ristretti, che
raramente comunicano tra di loro. E non va bene, perché credere che ci si possa
liberare solo per sé (individuo o gruppo o comunità che sia) è un’illusione
destinata a sicuro fallimento.
Che fare allora?
Tenere fermo, rispondeva Fofi richiamando la lezione di Aldo Capitini, il punto della rivolta etica, del «non accetto» individuale, e costruire legami liberi e sostanziali tra le minoranze attive provando a far emergere dalle pratiche di opposizione uno sguardo (un orizzonte) comune.
«Si agisce, si
trasmette, si forma – scriveva Fofi – da pochi a pochi. È il poco che siamo in
grado, in pochi, di fare. Di controllare. Per forza di cose e per persuasione
profonda. Senza mai dimenticare che ogni nostra piccola impresa ha uno scopo
immenso: la liberazione di tutti/e».
Ma, in conclusione, cari/e compagni e compagne dell'Arci di Pistoia, è dalle parole bellissime di Raffaella Bolini su Tom Benetollo che possiamo trovare le energie per "fare ancora" e fare bene. Per, cito Alexander Langer: "continuare in ciò che era giusto".
Sono parole scritte, con amore, dolore e speranza, ormai dodici anni fa, nel decennale della scomparsa del grande Presidente nazionale dell'Arci.
Un aspetto della biografia di Tom Benetollo che non traspare dalla bellissima lettera-testimonianza di Raffaella, e che mi ha giustamente ricordato l'ex Presidente Nazionale delle Acli Franco Passuello, è la sua provenienza dal mondo cattolico postconciliare con l'impegno prima nella rivista Com e poi, dopo la fusione, nel 1974, con il periodico evangelico Nuovi Tempi, con la pubblicazione unitaria ed ecumenica Com-Nuovi Tempi.
Voglio ri-trasmettere le parole su Tom in particolare a chi, con gratuità e impegno disinteressato, tiene viva la rete dei circoli e delle Case del Popolo e non merita di essere strumentalizzato da improbabili attivisti/e o dirigenti di partito, il cui unico obiettivo pare essere la mera conquista, personale o di clan, del potere per il potere.
Che poi diviene anche, paradossalmente, il dominio del patriarcato, che, come scriveva Raffaella Bolini, era l'esatto contrario di Tom Benetollo.
(...) Tom, la relazione al tuo ultimo congresso dell’Arci nel 2002 si
concludeva con una citazione di Al Ghazali, filosofo medioevale persiano: «Devi
evitare di frequentare principi e sultani, perché dalla loro compagnia e
frequentazione deriva gran danno. Ma se sei obbligato a frequentarli, evita
complimenti e adulazioni, poiché Iddio l’Altissimo si adira quando vengono
lodati malvagi ed oppressori».
E infatti ti sono sempre piaciuti i dissidenti. Una delle tue stelle polari era Alexander Dubcek, l’eroe della Primavera di Praga schiacciata nel 1968 dai carri armati sovietici -costretto per anni a pulire giardini fino alla «rivoluzione di velluto» del 1989 che lo riportò alla testa del suo paese. Nessuno costrinse mai te a fare il giardiniere, anche se coltivavi i pomodori sui vasi in balcone.
Però te ne andasti da Botteghe Oscure.
Per anni avevi accettato di negoziare parola per parola perfino il testo dei volantini pacifisti, ma dopo Berlinguer la mediazione interna ti pareva finalizzata solo a produrre immobilismo.
Rinunciasti a una sicura carriera politica per esiliarti
all’Arci, che a quel tempo stava sull’orlo del fallimento. Con Nuccio Iovene e
Giampiero Rasimelli, vi caricaste di una enorme quantità di debiti e di una
storia tutta in salita. Ma avevate un piano: creare uno spazio libero per la
sinistra, ancorato alla dimensione politica del sociale.
Tu eri comunista. Il Pci rispondeva per te alla esigenza di trasformare in forza collettiva l’anelito individuale contro ogni oppressione. La possibilità di dare agli ultimi gli strumenti per «imparare a non togliersi il cappello davanti al padrone» come dicevi sempre. Produttore di emancipazione e cambiamento, come il sindacato.
Poi, il Pci si fece cadere in testa il Muro di Berlino. Per
te, che quel muro avevi sempre combattuto, il 1989 avrebbe dovuto essere una
festa e aprire la strada a una sinistra più forte e più grande, non ideologica,
plurale e unitaria. Fu al contrario la resa al pensiero unico.
Tu rimanesti convinto fosse necessario innestare sulla migliore cultura comunista il portato dei nuovi movimenti. Il pacifismo, la nonviolenza attiva, l’ambientalismo, i diritti civili, il femminismo, l’antirazzismo stavano facendo crescere in tutto il mondo generazioni nuove e nuove pratiche, arricchivano l’orizzonte della lotta per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale.
Lo hai creduto e praticato fino all’ultimo, accompagnando il movimento altermondialista, tollerando sempre più a fatica «la debolezza e la subalternità delle forze del centrosinistra e della sinistra», fino a dire nel tuo ultimo intervento che «l’autoriforma della politica non c’è stata e non ci sarà: ne deduco che sia necessaria una vera e propria rivoluzione, rovesciando i meccanismi che conducono alla formazione della volontà politica».
L’avresti fatta, la rivoluzione della politica dal basso e da sinistra. Avresti saputo farla. Perché avevi capacità di visione e guardavi lontano. Eri curioso del mondo, capivi le sfide del futuro prima che diventassero evidenti.
Sapevi come mettere un passo dietro l’altro per avanzare. Costruivi alleanze, per aumentare l’impatto. Sapevi coinvolgere tutti, e non lasciavi indietro nessuno.
Ti stavi attrezzando, grazie agli anni di immersione nel
sociale. Ci avresti indicato la strada, come sempre. Non hai fatto in tempo.
E noi siamo qui, dopo dieci anni, a rimpiangerti – Tom
Benetollo, che potevi sfidare il potere perché non lo invidiavi. Tu credevi
nella forza dei piccoli. E per questo eri un grande".
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.
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