In quel momento ci siamo guardati negli occhi. Dopo tanto frastuono, eravamo rimasti solo noi e le due hostess di terra di Austrian Airlines. Ciascuno si portava con sè una storia diversa e un diverso viaggio alle spalle. Cinque uomini e una donna, quest'ultima dalla parlata toscana e il nome slavo. Un solo posto, per salire sul Vienna Bologna. Una sola chanche per tornare in Italia entro la mezzanotte. Tutti rinunciano, ascoltando la mia storia. Solo uno, mio coetaneo, sembra resistere, racconta che all'indomani la figlia deve iniziare la prima media e che, nemmeno lui, c'era il primo giorno della sua prima elementare. Poi cede, non senza uno sbuffo, guardandomi negli occhi. La mia terra promessa è , in realtà, un volo che arriverà nella notte a Bologna e poi una serie di improbabile di incastri tra Flixbus e mezzi notturni, per arrivare a Pistoia in tempo, l'indomani mattina presto. Nemmeno il tempo di gioire e avvicinare l'imbarco che, come un fantasma, meglio un naufrago, uno scherzo del destino, arriva un altro passeggero, con diritto di salita. E' giovane, barbuto, spettinato, affannatissimo, continua a correre. Viene dalla tempesta di Amsterdam, quella che io avevo dovuto evitare, virando da Varsavia a Vienna. Due ore di ritardo e un minuto di anticipo. Su di me. Nella sorpresa totale delle hostess scansisce la sua carta di imbarco e, ancora correndo, entra, ultimo, verso l'agognato aereo. Siamo ancora sei, tutti a terra, e stiamo per iniziare un'altra incredibile, stravagante, a tratti, estenuante, avventura. Ci avviamo tutti insieme al primo dei corner cui ci invia la compagnia aerea. Ci chiude davanti. Inizia un incredibile peregrinare che approda ad un enorme coda che, però, si dirige verso una hostess italiana. Fa per prenderci in considerazione, ma la rivolta vichinga dei naufraghi del cielo di Oslo, in fila da prima di noi, ci stronca sul nascere. Il tempo passa, inesorabile. Veniamo rimpallati da un desk all'altro, fino all'ufficio principale in cui a centinaia sono in fila, prima di noi. Il vento e gli overbooking hanno fatto andare letteralmente in tilt tutto l'aeroporto di Vienna. E' bello vedere chi, tra noi reduci del mancato imbarco, si prodiga con generosità e un po' di confusione, prima per gli altri che per sé. Un po' alla spicciolata, dopo una serie irraccontabile di inefficienze, ma anche di creatività italo-emiliana in perfetta tensione con le rigidità teutoniche, riusciamo a conquistare almeno un albergo e un taxi per la notte, già fonda. Condivido questa parte dell'avventura con Pietro, uno dei sei, imprenditore sassuolese della ceramica, in arrivo da un volo andata e ritorno in giornata da Riga. Recuperiamo un tassista turco semiabusivo e arriviamo, quasi alle due di notte, al maestoso hotel Intercontinental nel cuore di Vienna. Il caffè dell'albergo è ancora aperto, non chiude praticamente mai. In un'atmosfera surreale, tra piloti, hostess, altra bizzarra umanità, danze mediorientali, saltiamo i superalcolici elaborati e conquistiamo due hamburger, alti come grattacieli e due birre artigianali. Sopra il bancone e tutta questa compagnia un enorme lampadario di cristalli, figlio di un altro tempo, ma entrato nel nostro.
Piano, piano, con Pietro, ci raccontiamo frammenti delle nostre vite. Il taxi che, alle 4.30, ci riporterà all'aeroporto alla ricerca dell'imbarco per Malpensa (unica soluzione possibile per noi) è distante solo un paio d'ore. Ma anche l'aurora non risparmia le sue fatiche all'inesorabile ticket counter di Austrian Airlines. Riusciamo, tutti e sei, l'unione fa la forza, a far valere, almeno un po', i nostri diritti, ottenere, non senza scoscese salite, un biglietto che ci avvicina a casa e una promessa di risarcimento. Il dialogo con Pietro, non si interrompe, fino a Milano Centrale, quando le nostre strade si dividono. Parliamo di impresa e lavoro, rappresentanza e ceramiche, grande distribuzione e internazionalizzazione, ma anche di dune dell'Oman, delle chiese di Pistoia, di presenze e assenze, di fatica e di figli, di amore e passioni, politica e biciclette, Nek, Kerakoll e Medjugorie. Alla fine, del nostro viaggio comune, dialogando sulla bellezza delle donne baltiche, scopro il motivo della sua malinconia discreta. Un grande amore è scivolato via, nel cielo. Troppo presto. Non si può dimenticare. Ci salutiamo, finalmente sorridiamo, siamo vicini alle nostre mete. Io proseguo il mio interminabile cammino. Tutto fila, incredibilmente liscio, fino a Pistoia, dove trovo un altro aiuto, inaspettato e generoso. Arrivo, sfacciatamente, un minuto prima dell'uscita di Jacopo dal suo primo giorno di scuola. Mi vede, mi abbraccia, un po' disorientato, ma già grande. Almeno per me. La confusione dell'aeroporto, nella mente, si fonde con quella dei bambini e delle mamme apprensive, fuori dai cancelli della scuola. Jacopo mi guarda. E io sono felice. Francesco Lauria
... Quasi dieci anni dopo (e racconterò purtroppo qualcosa di terribile su Pietro nella seconda parte...) ieri mi è capitato davvero: "un giorno da spento".
Per fortuna nella Vita possiamo incontrare altri occhi e accogliere un altro sguardo.
“L’armonia degli
sguardi. Politica e potere non sono la stessa cosa. Verso una Rivoluzione, una Rivolta
della Speranza”.
Intervento di Francesco Lauria (e
non solo…)
Non domandare:
“Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?”,
poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza.
Qoèlet 7,10
Chi non spera l'insperabile, non lo
troverà
Eraclito, Frammenti, 18
La Speranza, diceva Aristotele, è un bellissimo sogno.
Da fare da svegli!
Pierre Carniti
Marco Deriu ci ha appena spiegato, con lungimiranza e precisione, come le questioni
ecologica e climatica pongano, oggi, una sfida
radicale al modo tradizionale di pensare la democrazia, facendo
emergere conflitti e limiti, ma anche le opportunità
di ripensamento e di reinvenzione.
Marco ci ha ricordato, inoltre, che
occorre contrastare le seduzioni dell’autoritarismo ecologico e tecnocratico,
e mostrare come l’unica strada percorribile per una politica ecologica sia
quella di ripensare ciò che includiamo nel demos e nella cittadinanza.
Ciò significa riconoscere ed esplorare
le diverse soggettività viventi e i diversi rapporti
di interdipendenza che ci legano assieme in un destino comune e
immaginare nuove forme di partecipazione e di pratiche
istituenti considerando che la democrazia non è una realtà data una
volta per tutti, ma un meccanismo capace di ripensarsi e
di rigenerarsi, anche nella vulnerabilità, maturando in
rapporto alle sfide e alle aspirazioni cui
deve rispondere.
Occorre dunque – ha concluso -
riconoscere che non può esistere una reale transizione ecologica senza
una transizione democratica e viceversa.
Alle parole di
Marco, voglio aggiungere quelle di una donna, una sindacalista che, in questi
mesi mi ha insegnato molto, cambiando radicalmente, ho la presunzione di
affermare in meglio, il mio sguardo: “Forse
una transizione ecologica e democratica comincia anche da qui: dall’imparare ad ascoltare non solo le voci
che parlano, ma i silenzi che ci interrogano. I silenzi dei territori
feriti, delle generazioni future, dei viventi che non hanno linguaggio politico
ma condividono il nostro stesso destino. Uno sguardo davvero democratico non è
solo inclusivo: è responsabile anche verso ciò che non può difendersi, né
rappresentarsi da sé”.
Proverò a
proporvi una riflessione in tre parti: la prima dedicata di una nuova “armonia degli sguardi”, la seconda
al rapporto tra “politica e potere”,
senza dimenticare la dimensione della violenza, l’ultima, sempre
accompagnata dalla metafora dello sguardo e del volto, relativa
ad una desiderabile: “rivoluzione e
rivolta della Speranza”.
1.Una rinnovata:
“armonia degli sguardi”
Riprendo le
suggestioni di un testo di Luigi Maria Epicoco: (“Io sono come guardo”, Tau Editrice, 2025): prima di affermare
qualsiasi cosa sul mondo che ci circonda dobbiamo porci questa domanda: “Io come guardo?”
Ci ricorda, infatti,
Epicoco, il modo in cui guardiamo afferma: “chi
siamo, chi sei”.
Se pensiamo, ad esempio, alla Bibbia,
che non è un libro di persone perfette, ma di uomini e donne veri, con ferite,
fragilità e ombre, ricorda il sacerdote abruzzese, troviamo un’insistenza
straordinaria proprio sullo: “sguardo”.
Gli occhi entrano in gioco sempre prima
sia del cuore che della mente, e cambiano tutto: “aprono la vita o la chiudono”.
Non è un dettaglio: è la sostanza del
cammino umano.
Dobbiamo, innanzitutto, “guarire per vedere”.
Un testo perfettamente in linea con
questa riflessione è il volume pubblicato meno di un paio di anni fa dal
Presidente Nazionale delle AcliEmiliano Manfredonia che si intitola
appunto: “L’armonia degli sguardi”(San Paolo, 2024).
Leggere il libro di Emiliano mi
ha fatto venire in mente la toccante testimonianza di un mio corsista, nel
percorso nazionale dei contrattualisti, attivo, durante il Covid 19 a Nembro e nei comuni vicini, nel martoriato territorio bergamasco.
Daniele Vedovati raccontava nel suo testo,
che non ho mai potuto dimenticare, che a volte il sindacalista, il sindacato
non sempre possono fornire tutte le risposte, a volte basta esserci, basta: “non distogliere lo sguardo”.
Quella testimonianza venne rilanciata da Gad
Lerner su Repubblica a monito di un’economia che, avrebbe detto Papa Francesco, letteralmente uccide,
un’economia che nemmeno di fronte alla mancanza del respiro, di fronte alla
pervasività della morte, aveva accettato di fermarsi, di arrestare il profitto.
Nel suo volume, Manfredonia ci confida che alle domande che la contemporaneità moltiplica, non sempre i paradigmi
sociali, politici, valoriali in cui viviamo immersi sono in grado di offrire risposte.
Il Presidente nazionale delle
Acli mi ha aperto, qualche mese fa, uno squarcio nella sua vita.
Mi ha ricordato quando, per fortuna solo per una notte, in terapia intensiva
con il Covid, c’è finito lui stesso.
In quel periodo, mi ha confidato, ha imparato, forse per la prima volta: “l’importanza
dello sguardo”.
L’importanza degli occhi, della loro dignità quando i volti sono celati dalle
mascherine.
L’importanza del respiro, un atto che può sembrare naturale e scontato, ma che
per molti, per troppi, purtroppo, durante la pandemia, non lo è stato
assolutamente.
Oggi sembriamo più vicini, magari
attraverso i social e gli schermi, ma in realtà siamo più lontani, proprio
perché possiamo innaturalmente “guardare
senza essere guardati”.
Il Presidente delle Acli
nazionali, mi ha confidato, in una intervista edita da Il Diario del Lavoro che
la forza per scrivere il suo libro gli è arrivata da un piccolo volumetto dal
titolo: “Tornino i volti” di Don Italo Mancini (Lampi di stampa,
1999).
Si chiedeva Mancini, e con lui
Emiliano, “Come mettere insieme l’umanità
sconfitta e quei pochi germogli che riescono a crescere in terreni diserbati?”
Torniamo ai volti, riconoscendo
l’altro/a, perché, come scriveva Fedor
Dostoevskij: “Io mi sento responsabile
appena un uomo posa lo sguardo su di me”.
“Tutto nasce e si risolve nel volto dell’altro”. Questa è
la grande verità, la lezione di Italo Mancini, mi ha ribadito Emiliano
Manfredonia.
Non ci sono i tempi, per citare
Sant’Agostino, ci siamo noi che possiamo “fare
buoni i tempi” e lo possiamo realizzare guardando l’altro negli occhi,
riconoscendolo per quello che è, per le sue paure, le sue aspettative, le
fragilità, le sue risorse. Il volto è il
confine che abbiamo per incontrare l’altro, aprirsi all’incontro può solo renderci più umani.
Aprirsi al dialogo, “strumento prezioso
di Pace” è la vera risposta alla diffidenza, all’individualismo strisciante
che ci rende tutti egoisti.
“Coesistere – concludeva Manfredonia nella nostra
intervista - è prendere parte insieme,
partendo dal volto di ognuno”, dobbiamo fare nostra, aggiungo, io la
lezione di Emmanuel Levinas e Jacques Derrida, che, proprio nel nome
del “Volto” e dell’”Altro”, hanno costruito una filosofia,
per la quale, insieme allo sguardo, “occorre
cominciare con il rispondere” proprio a chi si trova di fronte a noi.
Lo ribadisco, però, nell’azione
sociale ci ricorda proprio Derrida, commentando Levinas: siamo proprio
costretti a partire dall’Altro, e, partendo dall’altro, senza pretendere di
avere tutte le risposte, “bisogna
cominciare con il rispondere”.
L’altro non merita, il silenzio, si
merita, appunto, il nostro sguardo, il nostro tentativo di risposta,
individuale e collettivo.
Spesso nel nostro agire sociale e
sindacale siamo, però, abituati a “fare” e a parlare troppo, senza chiederci: “Ma l’altro/a come sta, davvero, dentro?
Cosa lo muove, cosa sente, cosa vive?”
Non possiamo “rappresentare” nessuno/a,
a maggior ragione nel sindacato,
senza farci, quotidianamente, queste domande, nella sincerità degli occhi.
Per guardare avanti, per guardare
l’altro/a, infatti, occorre prima: “essere”
e solo, dopo, “fare”, o, persino,
“fare bene”, solo così possiamo non
smettere di interrogarci, di cercare nel “mistero” dell’altro la ricerca della
verità, senza affossarlo con le nostre aspettative, con le nostre,
autoreferenziali, private, certezze.
Mentre scrivevo queste parole mi
è venuta in mente una poesia del poeta palestinese Maḥmūd Darwīsh:
“Pensa agli altri”.
Ve la leggo.
"Pensa agli altri"
di Maḥmūd Darwīsh
“Mentre prepari la tua colazione, pensa
agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli
altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua,
pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa
tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa
agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore,
pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani,
pensa a te stesso,
e di’: magari fossi una candela in mezzo al buio”.
2.Rispondere
al volto e alla domanda dell’altro/a: politica e potere
Proprio Mahmud Darwish, nella sua
Trilogia palestinese, si chiedeva «Cos’è la patria? Custodire la tua memoria,
questo è la patria. Le parole sono le materie prime per costruire una casa. Le
parole sono una patria».
Come è stato opportunamente
ricordato da Carlo Vulpio sul
Corriere della Sera del 23 gennaio scorso, quello che Josè Saramago definitiva il
“più grande poeta del mondo”, scriveva della tragedia di essere scacciati dalla propria terra
(l’esilio) e della condizione umana in cui non solo non si sa più di chi si è
figli (il pater, la patria), ma si dubita della propria stessa esistenza,
perché, scriveva Darwish, «chi è nato in
un Paese che non esiste, a sua volta non esiste».
Tuttavia – continua Vulpio
- per il figlio che custodisca la memoria della patria, sarà sempre possibile
tracciare la linea che lo riconduca al padre. E se c’è un padre, a maggior
ragione deve esserci anche una madre,
la quale, a differenza del padre, è sempre certa ed è sempre una sola.
La patria, dunque, ma anche la “matria”. Anzi, la patria che è al tempo
stesso matria, così come «Dio è papà, e più ancora è madre»,
secondo le parole che, anche se pronunciate quando non ero ancora nato, mi
hanno sempre colpito e commosso. Sono le parole di Papa Giovanni Paolo I – Albino Luciani, il Papa dei trentatré
giorni – durante l’Angelus del 10 settembre 1978.
Matria anche come terra dei popoli senza stato, senza “potere”
istituito: i palestinesi, i baschi, gli inuit, e, soprattutto, i curdi, circa quaranta milioni di
persone, sparse in più Stati.
Un figlio di questo popolo senza
Stato, il poeta curdo siriano Hisam
Jamil Allawi, 45 anni, di Aleppo, ha scritto “Matria. La madre e la patria” (Infinito edizioni, 2025), una
raccolta di poesie stupende, opportune, talvolta, anche intime, per i tempi
folli e “violentemente violenti” di
oggi, che è stata presentata a Parma,
la mia città natale e la sua città di adozione, lo scorso 29 gennaio.
Nel tempo del terribile e
probabilmente definitivo assedio di Kobane,
leggere Allawi è quasi una (piacevole e ispirante) espiazione per la nostra
cecità e il nostro silenzio:
«La patria prima di essere una terra/ è una donna che trasforma
l’assenza in presenza/ e la presenza in una preghiera/ che si sussurra solo nel
silenzio del cuore»
E ancora: “ La madre è una patria che non si occupa/ e la patria è una madre che
non muore…/ Le ho unite in un solo nome, in un solo corpo,/ e ne ho scritto
come si scrive della luce:/ non si tocca, ma si vede,/e si abita nel cuore come
un tatuaggio eterno.”
A partire da questi versi, proverò,
in questa seconda parte, ad entrare in uno dei cuori della mia riflessione: il rapporto tra politica, potere, il rapporto,
la relazione con l’altro/a”.
A proposito di esilio, è un tema, non posso non
ammetterlo, al quale penso, ormai ogni giorno, dal mese di giugno 2025 e cioè
da quanto la mia esperienza
professionale e umana nella Cisl è progressivamente esplosa. Ci ho pensato,
proprio il 29 gennaio, quando, dopo tre mesi di lettere tra avvocati, sono
finalmente riuscito a recuperare i miei effetti personali, tra cui le foto di
mio figlio quando era piccolo, a pochi passi da qui, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze,
dove ho lavorato fin dall’ottobre 2012 e fino all’ottobre 2025.
Ho incontrato, infatti, in questi
mesi tutta la violenza, il fragore e l’assordante silenzio del potere per il potere, un potere che è “potere su”, vero e proprio dominio su persone e “cose”, e non un “potere per”… in una logica di servizio e progetto.
Ho pensato, ogni giorno, tra me e
me, ma anche incontrato altri volti, altri occhi, altre lacrime nella mia stessa
identica condizione, ad un potere strabordantemente maschile (anche quando, paradossalmente, è guidato da donne),
simbolo del vuoto, della mancanza assoluta, non solo di ideali e di politica, ma
anche di un’etica ordinaria,
quotidiana, minimale.
Ho pensato, a lungo, al rapporto
tra potere e violenza e mi è venuta in mente una frase di un grande
protagonista, quasi inavvertito, del nostro Novecento: Pietro Ingrao. Nella biografia di Ingrao scritta da Antonio Galdo, (Pietro Ingrao, il
compagno disarmato, 2004), il politico sardo afferma:
“Ho speso un’esistenza battendomi per cose essenziali: il
diritto di mangiare, crescere, istruirsi, curarsi, essere creativi nel proprio
lavoro. Ma la mia biografia, come quella di tanti compagni, dimostra che non
abbiamo avuto una vera distanza critica dalla violenza. È venuto il momento di
affermarla…”
Ovviamente Ingrao, la sua storia/biografia
lo testimonia, non si riferiva alla violenza
di natura prettamente politica, da lui sempre condannata, è stato un
baluardo contro il terrorismo di ogni colore, Presidente della Camera, durante
gli anni di piombo, si riferiva, invece, alle dinamiche potenzialmente violente
del potere, nei diversi contesti, anche istituzionali, soprattutto tra le
persone.
Luisa Muraro e Chiara
Zamboni, nell’introdurre il volume del collettivo Diotima: “Potere e politica non sono la stessa cosa”
(Liguori, 2009) affermano che, in tutto il femminismo del ventesimo secolo, non
si sono cercati né i posti, né i mezzi per il potere.
Le due autrici intendono i mezzi
di chi può comandare su altri senza
misurarsi con la loro libertà e i loro desideri, così come i mezzi
impersonali della vita pubblica, dalle leggi alle organizzazioni.
C’è quindi un nesso tra mezzi del potere e cultura patriarcale.
Riprendo, su
questo tema, ancora le parole della sindacalista della Cisl senza la quale oggi
non sarei qui o, meglio non sarei qui così: “Il
confine più profondo tra politica e potere passa dal rapporto con il limite. Il potere tende a rimuoverlo, a dominarlo o
a negarlo; la politica, quando è tale, lo assume come misura e come spazio di
relazione. Dove tutto deve essere controllato, l’altro scompare; dove il limite
è riconosciuto, può nascere una responsabilità condivisa”.
La riflessione di Muraro e
Zamboni su potere e politica nel contesto odierno si rapporta con l’osmosi tra privato e pubblico, con il
ruolo dei media e dell’invadenza digitale e social.
Anche nel lavoro l’intervallo tra privato e pubblico si va assottigliando per
effetto di due fattori: da un lato nuove forme produttive che adoperano le
risorse delle persone prese nella loro interezza, comprese dunque le relazioni,
le passioni e gli affetti, dall’altro la crescente presenza di donne nel
mercato del lavoro, donne che tendono a non separare la vita dal lavoro o,
meglio, non interamente come hanno fatto e come continuerebbero a fare gli
uomini.
Passando dal lavoro alla politica
(in senso ampio) le due autrici si soffermano non tanto sulla scontata “sete di potere”, ma sul più insidioso e
pervadente “attaccamento al potere” come surrogato all’incapacità di
agire, diremmo di rispondere efficacemente all’altro/a.
Non si tratta, ammoniscono, solo
di una questione morale, ma di uscire, letteralmente e strategicamente
dall’impotenza, facendo leva sul: “reale
che racchiude possibilità inedite”.
Come agire di fronte alla
molteplice crisi politica, economica,
antropologica ed ecologica del nostro tempo?
È possibile un agire politico che
non soccomba meramente ai rapporti di
forza?
Dov’è la politica se non quando
si prende a cuore un problema, quando si sente l’impulso di uscire
dall’interesse privato e ci si coinvolge (nell’armonia degli sguardi) con altri?
Quanto questo coinvolgimento suscita passione e risposte?
È proprio mettendo in gioco il
nostro vissuto, la nostra vita, il nostro sguardo che possiamo rapportarci al passaggio simbolico tra politica e potere
e viceversa.
Relazione politica, significa,
infatti, da un lato: “strappo interiore”,
dall’altro relazione verso l’esterno, sempre nella consapevolezza che
partire da se stessi, se si è consapevoli che esiste l’altro/a, significhi
anche mettersi a distanza da sé anche
per leggere attraverso di sé la realtà cui partecipiamo.
Viene in mente un altro libro
pubblicato dal collettivo Diotima: “Immaginazione
e politica”, (Liguori, 2009).
Un testo che si dedica all’attenzione
alla capacità simbolica della politica, ma anche dell’essere e del fare
sindacato in un certo modo, di aprire, all’interno della realtà data, nel
tessuto dei fatti, un cammino nuovo, costellato di eventi che rivelano noi a
noi stessi insieme alle possibilità racchiuse nel reale, nel possibile e nel
desiderabile. Anche in rapporto alla dimensione
del lavoro e del rapporto tra vita e lavoro.
Senza mai dimenticare, qui sulle
orme della sola Luisa Muraro, che l’impegno condiviso è un “fieri” per
l’essenziale, cioè un accadere e un diventare, ed è sempre attuale perché, come
sottolinea la pensatrice femminista: “non
c’è istituzione al mondo che sia capace di sostituire la fiducia tra gli esseri
umani e d’impedire che i conflitti degenerino in guerre”.
Il potere sottolinea Muraro, ripercorrendo anche la storia del
movimento operaio e socialista, da mezzo
che doveva essere, ha finito per diventare il fine di tutto e la fine di tutto.
C’è, infine, una bellissima
immagine che voglio riprendere, contenuta nel saggio di Muraro nell’ambito
dell’interscambio tra il gioco della
lotta per il potere (gli scacchi) a quello delle relazioni (la dama).
L’intuizione è davvero
importante: appare possibile passare
dall’uno all’altro gioco, utilizzando la medesima scacchiera.
Tutto ciò ci spiega i rapporti di
estrema vicinanza, ma anche di reciproca esclusione, tra potere e politica nel
continuo interscambio tra relazioni basate sui rapporti di forza e di scambio tra
le persone.
L’immagine finale di Muraro a me
pare centrale: “L’imparare a parlare si
può perfino leggere come una specie di successo politico, risultato di uno
sbilanciarsi che mette al centro lo scambio con l’altro”.
L’agire politico, insomma, può essere visto come
un:
“imparare a parlare”,ma, se
vogliamo tornare a Levinas, anche come il: “respirare il volto dell’altro/a”.
3.Verso una
Rivoluzione e una Rivolta della Speranza
No, non ce la faccio oggi
a non parlare di Domenico.
Frapoco
più di un mesesarannopassaticinquantacinqueannidall’occupazioneedallastupendavertenza dell’Istituto
per ciechi di Genova, David Chiossone.
Una vicenda che
dovremmo raccontare in tutte le scuole, le aule di formazione, e in tutti i
luoghi in cui possiamo rieducarci a imparare dalla realtà rivoluzionante e di
Speranza dei nostri sogni.
Come ci hanno
ricordato con il loro bellissimo spettacolo Mario Calabresi e Benedetta
Tobagi, noi ricordiamo gli anni
Settanta per lo Statuto dei lavoratori, i diritti civili, magari le 150 ore
per il diritto allo studio,il
servizio sanitario nazionale, la svolta nella psichiatria. E, certo, anche per
le stragi e il terrorismo.
Ma c’è una lotta, una
vittoria apparentemente minore, su cui è bene soffiare via la polveredell’oblio.
Una lotta che ho
conosciuto anche grazie al sindacato, meglio a un sindacalista, operaio e
intellettuale, un punto di riferimento per la mia vita e il mio lavoro: Domenico Paparella.
Preparando questo interventonon hopotuto nonpensarealui
eaquellastoria.
Nel 1971, nel nostro Paese, i ragazzi ciechi non potevano frequentare
la scuola pubblica. La scuola dei “normali”.
Una legge lo vietava.
Per loro si aprivano le porte degli
istituti e percorsi di vita già preordinati, solo apparentemente “protetti”.
Come Mirco, il protagonista reale della
favola cinematografica (il film, “Rosso
come il cielo”) che ha raccontato venti anni fa questa lotta, dalla
Toscana, i bambini potevano essere costretti ad allontanarsi di centinaia di
chilometri dalle loro famiglie, per arrivare a Genova.
C’èunadata: il5 marzo1971.
La polizia caricò gli
studenti ciechi dell’Istituto Chiossone di
Genova e i loro amici. Quella data è un simbolo: significa l’inizio della
rivolta degli handicappati, degli emarginati, davvero gli ultimi, l’inizio di
una lotta per una nuova organizzazione
sociale.
C’erano state tre
precedenti rivolte negli istituti per ciechi: nel ’68 al “Cavazza” di Bologna,
i cui studenti poi solidarizzarono con i compagni di Genova; nello stesso anno
anche all’Istituto Configliachi di Padova, dove il movimento fu represso dalla
polizia; nel 1970 all’Istituto di Torino, che fu chiuso per il radicalismo
della protesta.
Come hanno scritto,
dopo un laboratorio con me, gli ex ragazzi del Chiossone, nel 2011, a Genova,
nell’estate del ’71, andò diversamente: scesero in campo e in piazza, in difesa
dei giovani ciechi rivoltosi, i consigli
di fabbrica, la Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici. Il
movimento sindacale contribuì in forma decisiva ad ottenere la riammissione
degli studenti espulsi, le dimissioni del direttore e il commissariamento
dell’istituto.
La lotta aprì una
nuova fase che portò al superamento dell’Istituto chiuso, all’inserimento dei ciechi nella scuola di tutti, all’integrazione
sociale.
E Mirco, insieme al
giovane sindacalista Fim Domenico, fu tra i protagonisti di una rivolta durata alcuni mesi per
rovesciare quell’atteggiamento istintivo, così comune nei confronti della
diversità che, anche se non di aperta intolleranza, è di imbarazzo e
compatimento.
La negazione della
libertà che il direttore dell’Istituto, cieco a sua volta, voleva imporre ai
suoi studenti.
I ragazzi non vedenti
del Chiossone, sostenuti dai consigli di fabbrica, dagli operai
dell’acciaieria, da due grandi giovani sindacalisti come Domenico Paparella della Fim e Franco
Sartori della Fiom, riuscirono non solo a lottare, ma anche a negoziare per i loro diritti, perliberare le loro vite.
Una liberazione da
quella che Franca Ongaro Basaglia,
nell’introdurre il volume dedicato alla vicenda: “Lotte da orbi”, aveva
giustamente definito: “falsa tutela e vera violenza”.
Come mi ha spiegato,
ormai quindici anni fa, quando, per ricordare Domenico, ho voluto incontrare a
Genova molti di quei “ragazzi del Chiossone” Claudio Cassinelli, protagonista della rivolta, poi divenuto
responsabile dell’istituto, questa vicenda è anche qualcosa di più.
È lastoria
di un’amicizia che è motore, rivoluzione della Speranza, sogno che si fa, insieme, da svegli.
Un’amicizia tra un gruppo di giovani ciechi e un sindacato
potente, in una città industriale, un sindacato che sapeva guardare oltre
da sè, rappresentarsi, viversi come cerniera
e cura anche nella fragilità.
I ragazzi
incontrarono, infatti, nella loro difficile mobilitazione gli studenti della
scuola di assistenti sociali, i comitati studenteschi, i consigli di fabbrica e
i sindacati - che minacciarono se non fossero stati ritirati i provvedimenti
disciplinari contro gli occupanti, di spegnere l’altoforno dell’acciaieria - le
comunità cristiane di base, gruppi giovanili dei partiti e dei movimenti.
Mondi diversissimi che
aiutarono questi giovani a diventare soggetti
del cambiamento, non mere vittime da
salvare, trasformando dapprima il Chiossone e poi frantumando le leggi e le
pratiche, spesso arretratissime,sulle
scuole differenziali.
Unanuovaconcezionediscuolaper
tutti/e stava, infatti,allabasedi quella rivolta che portò a una rivoluzione
che dobbiamo, con la massima cura, preservare.
Tirando le
fila da questa vicenda non posso non sottolineare che “rappresentare - cito ancora uno sguardo femminile proveniente dal
sindacato - non significa parlare al
posto di qualcuno, ma esporsi insieme a qualcuno. Ogni vera rappresentanza
comporta il rischio di lasciarsi modificare dallo sguardo dell’altro. Se non
cambia nulla in noi, probabilmente non stiamo rappresentando nessuno”.
Mentre immagino Mirco, il ragazzo toscano, divenuto
cieco per un tragico incidente a dieci anni, sperimentare le bobine di un
vecchio registratore per poi diventare uno dei più quotati tecnici del suono
del cinema italiano, penso a Domenico
e al suo foglio in cui annotava, da contrattualista,
da un lato le richieste dei ragazzi e dall’altro le risposte della direzione
dell’Istituto.
Contribuendo a
sciogliere i nodi, uno ad uno. Questo è
il vero sindacato!
L’amicizia tra questi
giovanissimi e il “sindacato”, i sindacalisti, ci regala l’eco di una battaglia
sociale e di riscatto esemplare.
Gli ultimi si liberano e trovano il
movimento delle lavoratrici e dei lavoratori al loro fianco.
No, non è un sogno, è
la cronaca e la storia di quei mesi decisivi per la vita di molte persone.
Ha scritto Erich Fromm, in un volume, famosissimo, intitolato, non a caso: “La
rivoluzione della Speranza”.
“Un’altra definizione di uomo potrebbe essere Homo esperans, l’uomo che spera. Sperare è una condizione
essenziale dell’essere umano. Se egli ha rinunciato a ogni speranza, ha
lasciato alle spalle la sua stessa umanità”.
“La Speranza – chi
parla è ancora la ferita che si è accompagnata alla mia, trasformandosi e
trasformandomi in feritoia di luce - non
è l’attesa che le cose vadano meglio, ma la decisione di non smettere di agire
anche quando non ci sono garanzie. Non è ottimismo: è fedeltà alle relazioni,
alle persone e ai legami che rendono possibile un futuro condiviso”.
Nel continuare il nostro incontro di
oggi, penso, pensiamo a Domenico, a quel sindacato, ma soprattutto ai
coraggiosissimi ragazzi del Chiossone, portatori , con i loro corpi, i loro
cuori, le loro anime in rivolta, di Speranza.
Perché: "Ilpassato non ci dàrisposte, maciaiutaaformulare,
meglio, nuove domande..."
Non scordiamolo. E non
dimentichiamo che, tornando al tema da cui abbiamo iniziato questa mattina: “la crisi
ecologica costringe la democrazia a misurarsi con un tempo che non le è
familiare: il tempo lungo. Governare
il presente non basta più; occorre rispondere, nelle varie dimensioni della
rappresentanza e della partecipazione, anche a chi non è ancora qui, ma subirà
le conseguenze delle nostre scelte”.