mercoledì 4 novembre 2026

UN ANNUNCIO MERAVIGLIOSO, UNA ROSA BIANCA NEL SILENZIO. PAPA FRANCESCO, LE PECORE PERDUTE E IL DIALOGO CON E TRA GLI STUDENTI E LE STUDENTESSE. SOTTO LE STELLE, PARLANDO ALLA LUNA, CON I PIEDI RADICATI NELLA TERRA.

E' stato davvero bello, ispirante e anche foriero di una giornata ben più positiva della precedente, iniziare il dì, sempre a Roma, con una visita alla tomba di Papa Francesco, nella basilica di Santa Maria Maggiore.

Sono arrivato sul sagrato della chiesa qualche minuto prima delle sette del mattino, orario di apertura: di fronte a tornelli bianchi, camionette dell'esercito e un gruppo, non enorme, multinazionale ed intergenerazionale di fedeli, giunti prima di me.

Avevo con me un piccolo trolley data la mia permanenza di tre giorni nella capitale con diversi committenti lavorativi e la necessità di alloggiare in posti sempre spartani, ma anche sempre differenti.

Un senzatetto subito mi avverte: "attento se c'è la polizia, con il trolley (manco fossi a Pistoia :-) ) non ti fanno entrare".

Sono, apparentemente, fortunato, entro.

Ma mi devo, però, fermare subito: un nugolo di sacerdoti, vescovi, cardinali, anche di chiese cattoliche orientali, mi passa di fronte, diretto verso una cappella laterale per celebrare l'Eucarestia.

Passato il clero arriva, inesorabile, un agente in borghese, che mi dice, gentile, quello che mi aveva anticipato, con la stessa gentilezza, il senza dimora/mendicante che mi aveva avvertito: "con il trolley, pur piccolo, in Basilica non si può stare".

Lo guardo come Calimero il suo guscio e lo intenerisco.

Ho il permesso di posizionare temporaneamente il trolley in un angolino nascosto dai confessionali e di pregare per tre minuti, tre sulla tomba di Papa Francesco.

Contento e, come sempre maestro al contrario di orientamento, seguo un gruppetto di fedeli, ma toppo in pieno: la tomba non c'è, c'è un'altra Messa.

Osservo una signora, con il velo nero, sempre come un piccolo, indifeso Calimero.

Mi dice, quasi compassionevole: "hai sbagliato di poco, è qui accanto".

Memore del timer dell'agente, manco fossi Carl Lewis dei tempi d'oro, pronto per la medaglia d'oro olimimpica dei cento metri e, se occorresse, anche del salto in lungo senza trolley, mi dirigo verso la tomba del pontefice: "arrivato e scelto dalla fine del mondo".

Siamo soli, insieme.

Io e lui. Lui e io.

Non proprio soli, quaggiù. Si sente, sento la forza dello Spirito Santo, non su di me, per carità, nell'aria, nel respiro, nel battito, nella preghiera al fotofinish.

Sapevo dell'essenzialità della tomba, un pugno e uno schiaffo all'eccesivo barocco che, ancora oggi, purtroppo c'è nella Chiesa cattolica e che anche Papa Francesco non è riuscito a limitare davvero, solo a scalfire.

Mi concentro, ho ancora pochissimi istanti liberi.

Sorrido di fronte a una rosa bianca, simile a quella che era sbocciata, inaspettata e opportuna a Gello (Pistoia) nel mio giardino, nel giugno 2018, un istante dopo la scomparsa di Pierre Carniti, grande, indimenticabile sindacalista da marciapiedi, cattolico adulto, cresciuto tra nebbia e pianura, con don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") amico della sua famiglia e di suo padre in particolare.

Accarezzo Pierre con il pensiero.

Il mio tempo scade.

Recupero il trolley, il confessionale, di prima mattina, è più solo della tomba di Papa Francesco.

Saluto l'agente, lo ringrazio, gli auguro, ricambiato, buona giornata e buon lavoro.

Esco e questa volta i carabinieri (giusto per essere ecumenici) mi aprono la transenna, posso dirigermi verso la sede nazionale delle Acli, dove incontrerò il Presidente Nazionale Emiliano Manfredonia, sfidando il traffico intensissimo causato dalle deviazioni dovute alle installazioni militari connesse alla festa del 4 di novembre.

Porto dentro di me quella rosa bianca, certo non priva di spine, ma cosparsa di candida e autentica poesia, di Vita e non di morte.

Perchè, come scrisse il giornalista Paolo Giuntella in un suo bellissimo e, purtroppo, ultimo libro ("L'Ipod, l'aratro e le stelle"): "la morte non avrà l'ultima parola".

Quel silenzio, quella inaspettata "solitudine" di Papa Francesco, mi ha parlato, mi parla, mi sostiene, mi solleva, perchè segno di condivisione, pur nella differenza.

Si può essere il Papa, un Papa certo discusso e discutibile, ma infinitamente amato (soprattutto da chi stava ai margini della Chiesa e "fuori dalla città del lavoro"), ed essere soli, pur vigilati da agenti in borghese e sfiorati da mille cardinali.

Si possono toccare le stelle o, per citare Papa Giovanni XXIII, rivolgere un, indimenticabile "discorso alla Luna", aprire, dopo secoli e secoli, addirittura un Concilio.

Ma, insieme a fuoco e spirito, aria e acqua, siamo tutti cielo e terra, terra e cielo.

Insieme e soli, viviamo nascite ed addii, gioia e dolore, silenzio e parola, testimonianza e cadute, interi e ferite, pane e poesia, amore e rabbia, agorà ed esili.

Di lì a poco, all'Archivio storico nazionale delle Acli, insieme all'insostituibile Simone Cittadini, avrei analizzato gli ultimi faldoni da visionare, frutto della donazione di Emilio Gabaglio, grandissimo presidente nazionale delle Acli (pur "deplorato" da Paolo VI per la svolta a sinistra e "anti DC" dell'Associazione Cristiana dei lavoratori Italiani all'inizio degli anni Settanta del Novecento).

Emilio, indimenticato sindacalista senza frontiere, a livello nazionale, europeo e mondiale.

E sarà un bella sorpresa riscoprire tra le sue carte, tra un'intervista in spagnolo, un discorso in francese e un articolo di giornale in tedesco, il suo contributo al dossier della Fondazione Ezio Tarantelli/Centro Studi Cisl sul sindacato mondiale (in una collana online allora da me diretta, su mandato del Presidente Giuseppe Gallo e della segreteria generale nazionale della Cisl).

Trovo le sottolineature blu di Emilio al suo testo, dedicato al decisivo impegno a Vienna, nel 2006, esattamente venti anni fa, nel costituire un'unica, più forte, plurale e pluralista, centrale confederale sindacale a livello planetario.

Un sindacato che prova ad essere, tra mille limiti e difficoltà, adatto alle sfide del presente e del futuro e che è oggi guidato dal sindacalista cristiano belga (ma un po' anche "calabrese", almeno per matrimonio...) Luc Triangle.

In quel dossier, insieme a un mio ricordo, credo bello e significativo di Alberto Tridente, intitolato: "Mia patria è il mondo intero", c'è il testo dell'intervento in Vaticano che avevo predisposto per la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan che, peraltro, incrocerò del tutto per caso, dopo anni e anni, vicino al Pantheon, proprio nel pomeriggio.

Il titolo: "Il lavoro e il movimento dei lavoratori al centro dello sviluppo umano, integrale, sostenibile e solidale".

Tutto il Dossier-Working Paper "Radici e sfide del sindacato mondiale", è scaricabile qui: https://www.centrostudi.cisl.it/wp-content/uploads/2018/02/WP11_2018.pdf

Mi appresto a raggiungere Piazza Navona per la Messa che inaugura la seconda giornata del congresso nazionale Anpc, l'Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani (programma in buona parte dedicato a Tina Anselmi) con la medaglia al valore di mio nonno, il partigiano cristiano Anesio Finardi, orgogliosamente e responsabilmente nel taschino della giacca.

Prima di uscir ho dato, come sempre, una lettura, uno scorcio al Vangelo del giorno.

Scrive l'evangelista Luca (Lc 15,1-10).

"In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: 

“Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. 

Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Commentò così questo Vangelo, nell'Angelus del 15 settembre 2019, lo stesso Papa Francesco:

"Il Vangelo di oggi (…) inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: 

«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v. 2). 

Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. 

Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. 

È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. 

E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano (…), dice: 

«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» (v. 4) Chi di voi? 

Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore. 

Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. 

Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. 

Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio". (Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2019)

"Tu sei tu e nessuno può sostituirti".

E' una carezza bellissima, in tempi di esili e di "bandi", non tanto europei, ma proprio dalla, nella "città dell'uomo".

Di carceri e di fortezze, non di porti aperti e spazi di inclusione.

So che il mio prossimo incontro, il mio prossimo pane spezzato insieme (compagni, "cum panis") preferibilmente non sarà con un potente, un vincente, un segretario generale, un onorevole, un ricco.

Nulla contro di loro (o quasi...)

Ma è quasi al margine che si ascoltano i consigli giusti, quelli che ti aiutano a non sbagliare strada anche se, come me, hai scarso senso dell'orientamento.

Sono i poveri che ci indicano la "strada verso la libertà", altro libro di Paolo Giuntella, certo, senza idealizzare la loro condizione perchè, come scrive il Presidente dell'Alleanza contro la Povertà, l'aclista Antonio Russo: "Non è destino, si chiama povertà" (è il titolo del suo ultimo libro che l'editore Franco Angeli porta in tutte le librerie dal 10 di novembre...) 

Bisogna stare, sostare davvero con i poveri, condividere con loro la vita, come ci hanno insegnato San Francesco e Papa Francesco, per superarla la povertà, non con le donazioni paternalistiche e compassionevoli, ma cancellando insieme le cause delle diseguaglianze, l'economia e la società dello scarto e dell'esclusione.

Ascoltando in differita, in una delle mie tante aurore da sveglio, Emma, rappresentante degli studenti e delle studentesse di Pistoia, intervistata, sotto le stelle e la luna, da Tvl, una emittente locale, mi ha colpito molto il suo appello, di diciassettenne, piena di fuoco, ma anche di intelligenza a: "non essere divisivi, ad andare oltre i colori di parte, a concentrarsi sulla soluzione dei problemi e sui doveri" (si ha detto proprio così..., i "doveri").

E ancora: a "non rinunciare al dialogo, a costruire patti sociali e politici, fatti anche di alti compromessi".

Chapeu Emma.

Chapeu.

Non so se leggi il Vangelo di Luca, ma proprio non mi importa, spesso, come ci ha insegnato il Cardinal Carlo Maria Martini (uno che voleva una Chiesa più femminile e non in ruolo ancillare...): a insegnarci di più sono le "cattedre dei non credenti".

Allora oggi, con nonno Anesio, scomparso quasi settanta anni fa, con una rosa bianca nel cuore, senza ignorarne le spine, pecora smarrita, ma in ricerca e in ascolto, cammino, ascolto, con stima, Emma, la studentessa che parlava in televisione tra le stelle di Piazza Duomo, a Pistoia.

Agorà spirituale, ma anche civile.

Perchè, credenti o non credenti, la politica è sortirne insieme, parlandosi, confliggendo quando serve, agape di fratellanza e di sorellanza, senza contrapposizioni tra i generi, unendoli, abitandoli, pur nella differenza.

Papa Francesco, però ci invitava, soprattutto negli incontri con i movimenti popolari e il sindacato, con i "cartoleros", i movimenti dei senza casa argentini che lui amava tantissimo, a studiare, prima di giudicare, a vedere, prima di parlare, a progettare, prima di agire.

Il dialogo, cari politici, di ogni colore e di ogni divisa, è uno straordinario strumento di Pace.

San Francesco, durante la crociata, va ad incontrare il sultano, senza rinnegare se stesso e il suo credo, ovviamente.

Non va a omaggiare il Papa, con il Papa, invece, ci discute.

Ricordiamocelo, specialmente in un ottavo centenario che deve "tradurre" Francesco nel nostro tempo.

Non tradirlo.

Al lavoro, alla lotta, alla Messa (per chi vuole eh...) e alla... poesia!

Francesco Lauria

martedì 3 novembre 2026

"PARTIGIANI CRISTIANI PER L'EUROPA, COSTRUTTORI DI PACE": IL 4 E 5 NOVEMBRE, A ROMA, IL XVIII CONGRESSO NAZIONALE ANPC.

Si tiene a Roma presso l’Istituto Sturzo, in Via delle Coppelle 35, il 4 e 5 novembre il diciottesimo congresso nazionale dell’Associazione Nazionale dei Partigiani Cristiani.

I lavori congressuali inizieranno alle ore 16 di mercoledì 4 novembre con la relazione della presidente uscente, l’onorevole Maria Pia Garavaglia, per proseguire con gli interventi dei delegati e delle delegate e la proiezione del documentario: “Storie della Resistenza. 80 anni di libertà”, realizzato da Alessandro Arangio Ruiz e Isabella Insolvibile.

Giovedì 5 novembre, dopo la Santa Messa che verrà celebrata alle ore 9.30 presso la Chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore nella centralissima Piazza Navona, si svolgerà la “lectio” del senatore Mario Monti, intitolata: “L’Unità europea di fronte alle ipocrisie nazionali. Poteri politici, interessi economici e coscienza civile”.

Dopo i saluti istituzionali si svolgerà successivamente un panel in ricordo di Tina Anselmi, partigiana e prima Ministra donna nel nostro Paese, con gli interventi di: Silvia Costa, Vice Presidente Nazionale Anpc, Albertina Soliani, Presidente di “Paesaggi della memoria”, Valentina Magrin, nipote della stessa Tina Anselmi.

Al termine della tavola rotonda interverrà anche Kim Aris, figlio della leader birmana Aung San Su Kyi.

Seguirà nel pomeriggio una sezione dedicata agli 80 anni della Repubblica e al contributo dei cattolici alla Resistenza e alla democrazia in Italia e in Europa, con gli interventi di Suor Grazia Loparco, docente alla Pontificia Facoltà Ausilium, Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Giorgio Vecchio, Presidente del Comitato scientifico dell’Istituto Alcide Cervi.

Interverrà ai lavori anche Pier Virgilio Dastoli, Presidente del consiglio Italiano del Movimento Europeo.

Il congresso, che sarà anche trasmesso in diretta streaming sul canale You Tube di Anpc Nazionale, si concluderà con l’elezione e la proclamazione delle nuove cariche sociali a compimento di quello che la Presidente di Anpc Maria Pia Garavaglia ha definito un: “eccezionale triennio di anniversari – ottantesimo della Liberazione, del voto della costituente e, nei prossimi anni, della promulgazione della Costituzione – che hanno visto e vedranno l’Associazione Nazionale dei Partigiani cristiani pienamente operativa e dedita a molteplici e significativi eventi”.

Ulteriori info: https://anpcnazionale.com/

lunedì 2 novembre 2026

"LETTERE A NESSUNO", AMORE CHIAMA AMORE. IL MIO VIAGGIO E QUELLO DI BRUNO (LEKA), LAVINIA (FERRARI), SHAHRAM (KHOSRAVI), ALAN (KURDI). MIGRARE E' UN DIRITTO. NESSUNO/A E' ILLEGALE.

"Chi vince genera odio, chi è vinto
soffre, con serenità e gioia si vive
se si superano vittoria e sconfitta."
-Dhammapada
(versetti della tradizione buddhista, XV, 5 (201).

"Secondo me Francesco, se vogliamo raccontare una storia di migrazione e impegno significativi e di successo dobbiamo coinvolgere Bruno, Bruno Leka.... E' politicamente parecchio diverso da me, ma è davvero bravo, una persona interessante. Lo conosci?"

No (ancora per poco) non lo conoscevo.

Avevo solo letto, anni prima, un trafiletto sul giornale con una piccola foto sfuocata: "Leka (Giovani Pd), eletto alla consulta degli studenti", o giù di lì.

Come per molti/e a Pistoia, io a differenza di Lavinia, non lo conoscevo direttamente, non avevo condiviso con lui lotte e battaglie, per me Bruno Leka, superficialmente, era una sorta di anagramma mal riuscito del ben più noto Bernard Dika, una operazione, come dicono nelle parti del Pd a lui avverse, a Pistoia, come a Quarrata, "degli albanesi".

Oggi, insieme, con Bruno, su questa stupida e ignorante definizione, ci scherziamo sopra (anche se è vero, che se digiti "Bruno Leka" su Google, una foto su tre che ti appare è di Bernard, ma vabbè, è anche vero che esiste la teoria che ci siano più Bernard Dika, contemporaneamente, ogni giorno, in giro per la Toscana :-) )

Con Lavinia, stavamo preparando l'evento sull'immigrazione che si sarebbe tenuto alla Libreria Lo Spazio di lì a tre settimane, in Via Curtatone e Montanara, a Pistoia.

Titolo: "La scelta della convivenza".  echeggiante Alexander Langer, valicatore di confini, costruttore di ponti.

Obiettivo dell'iniziativa, peraltro idea più sua che mia, virare in positivo, anche con un intervento deciso del candidato del c.d. "campo largo" Giovanni Capecchi, fresco vincitore delle primarie, e di Lavinia stessa, anche lei candidata, l'involuta riflessione pistoiese su Ramini e Vicofaro, parliamo di accoglienza e integrazione dei migranti.

Non solo: sul tema delle migrazioni (rifugiati e migranti economici) mostrare modelli, esperienze, investimenti di comunità, storie personali e collettive importanti, con un ruolo di primo piano degli enti locali, territoriali.

Non modelli perfetti, buone prassi in assoluto, ma azioni concrete che, a livello di letteratura internazionale, vengono definite "meaningful", che significa: "meritevoli di attenzione", ma anche volte ad "apprendimento e comprensione reali".

Io avevo alle spalle circa trent'anni di impegno volontario e ventuno di impegno professionale (non esclusivo) sul tema dei migranti e in particolare della loro integrazione socio-lavorativa e sindacale.

Lavinia, oltre probabilmente a molto altro, penso all'impegno contro la marginalità dei senza dimora, anche a Pistoia, era da poco tornata da circa sei mesi passati nell'inferno greco.

Si, quell'inferno, vicino ai paradisi del turismo, che ho visto lateralmente anche io, oltre dieci anni fa, in viaggio di nozze, mentre l'Unione Europea, la nostra Unione Europea minacciava, ricattava il governo Tsipras di tagliare i fondi, persino i contanti nei bancomat.

Me lo ricordo bene quel ricatto, successivo al referendum dell'orgoglio, del popolo, della democrazia, della partecipazione che aveva ribaltato, purtroppo solo provvisoriamente, l'imposizione dell'austerità: 5 luglio 2015. 

Pochi giorni più tardi il voto popolare, mentre a Kos e a Rodi io, Serena e il piccolo Jacopo, ci dirigevamo nei luoghi e nei villaggi turistici e incrociavamo, un po' di sfuggita, i naufraghi della notte, famiglie intere, anche minori soli, costretti a lunghe code e permanenze nelle gabbie delle stazioni di polizia, spesso sotto un sole rovente.

Noi li guardavamo da lontano, sui pullman turistici delle escursioni del villaggio, da privilegiati. Oserei dire, io in primis, da privilegiati distanti.

Era, appunto, l'anno 2015. 

L'anno della morte sulla spiaggia di Alan Kurdi, di soli tre anni.  

Alan era morto, e la sua foto, inerme sulla spiaggia,, aveva sensazionalisticamente, e purtroppo anche voyeuristicamente, fatto il giro del mondo, poco tempo dopo il nostro rientro dalla Grecia.

Era l'inizio di settembre: eravamo tornati in Italia, a Pistoia, ma ci trovavamo, inesorabilmente, con il pensiero, ancora di fronte a quelle coste turche, a Bodrum, che videro il suo naufragio, la sua morte solitaria e disperante e la nostra orrenda, consueta, pressochè silente complicità.

Complicità personale e politica.

Su questi temi io e Lavinia, che su molto altro siamo parecchio diversi, forse antitetici, un po' come lei e Bruno Leka (invece, secondo me io e Bruno differiamo solo per la "fede" calcistica...) ci capivamo con uno sguardo, non serviva una sola parola.

Quando, come me, in una notte, accogli a Gorizia, quarantacinque curdi, bambini compresi, al confine di Schengen o, come Lavinia, vedi con i tuoi occhi l'orrore di un bambino in un naufragio, nella tua testa, nel tuo cuore, nel tuo cervello, non c'è spazio per la teoria, l'ideologia, la filosofia.

C'è solo un'idea, ricorrente e costante: mai più frontiere, mai più naufragi e naufraghi, mai più persone definite illegali solo perchè persone, mai più morte, mai più silenzio.

Tanta, tantissima rabbia, tante urla nel petto.

Sul blog dell'Associazione Sognare da Svegli: http://sognaredasvegli.blogspot.com si trovano tante delle idee e proposte sorte prima, durante e dopo l'iniziativa del 13 di maggio scorso.

Perchè sull'immigrazione, sulla "convivenza", per citare Alex Langer, sulla "co-esistenza", per usare un termine ancora più vicino, deve tornare la politica.

Basta paura, basta sensazionalismi, basta opportunismo, basta distorsioni mediatiche.

A parlarmi di Bruno Leka, in un primaverile pomeriggio di metà aprile, come molti/e avranno già compreso, era stata Lavinia Ferrari, futura consigliera comunale a Pistoia per Sinistra Italiana, e un'esperienza significativa sul campo, in Grecia, nel soccorso umanitario ai migranti che giungono esausti dopo migliaia e migliaia di chilometri, per terra e per mare.

Dalla Turchia, ma anche dalle carceri libiche.

Un racconto di questo faticosissimo, lunghissimo itinerario che poi prosegue spesso con la c.d. "rotta balcanica" si trova in molti libri.

Un volume che davvero consiglio, edito dalla casa editrice anarchica Eleuthera (che, a proposito di greco antico e moderno, significa: "libertà") e si intitola: "Io sono confine", scritto, raccontando la sua incredibile vita, fino in Svezia, dall'iraniano Shahram Khosravi.

Non voglio sintetizzarlo, dico solo che è uno di quei libri che, dopo averlo letto, non ti lascia uguale. Ti cambia. Ti cambia lo sguardo.

Ed è una definizione più che positiva che ho condiviso con Mauro Pompei, fondatore della Libreria Lo Spazio.

Ci sono tante, infinite cose, bruttissime e terribili, spesso anche molto sbagliate. che io e Lavinia ci siamo scambiati in questi difficili, tormentati, violenti mesi.

E pure io, per alcuni aspetti, davvero paradossalmente, le sono riconoscente.

Per avermi fatto conoscere, indirettamente, Bruno Leka.

Di fronte alla becera propaganda di Giorgia Meloni e dello sbagliato Ministro Valditara sui tetti ai bambini stranieri in classe (problema, in parte, reale, soluzioni del tutto irreali...) Bruno, oggi anche lui consigliere comunale e, poi, ha voluto esagerare, anche provinciale, (il primo """straniero""") ci ha opportunamente raccontato la sua storia di bambino migrante.

Mentre sul tema politico generale, suggerisco questo approfondimento della rivista Il Mulino: https://www.rivistailmulino.it/a/di-studenti-stranieri-e-segregazione-scolastica ; sulla sua bella, commovente, autentica storia (proprio come diceva Lavinia) ci sono i suoi post sui social e questo servizio di Tvl: https://tvl.it/notizie/qualche-anno-fa-ero-il-bambino-straniero/

Ma ringrazio Lavinia, per avermi aperto gli occhi, non solo, in positivo, su Bruno, ma indirettamente anche sull'ipocrisia disperante di buona parte della sinistra pistoiese.

Ma anche perchè, questo l'ho sempre pensato, oltre a dipingere davvero bene, ad avere una cultura ampia e multiforme, ad avere una creatività ammirevole, Lavinia scrive come pochi.

Forse così bene come nessuno/a.

E certe cose, più di me, ce le raccontano, "Maremma cane" (è il titolo della newsletter da cui è tratto il testo che segue), con autenticità, con verità proprio le sue: "Lettere a nessuno", pubblicate, all'inizio di marzo scorso, quando era appena tornata a Pistoia dalla Grecia.

Proprio come me in quella estate nuziale del 2015, quando lei aveva solo 13 anni...

Le parole, ma soprattutto gli occhi di Lavinia, non meritano solo di essere lette, meritano di essere viste, visti... 

Altrimenti, davvero, di fronte alle Persone, che "passeranno anche questa notte", siamo solo dei ciechi egoisti.

Bastardi.

Scrive, con splendido, umano, consapevole dolore, Lavinia Ferrari:

https://farinalevvari.substack.com/p/lettere-a-nessuno

"Ho lasciato i miei casi alle altre ragazze, me ne sono andata. Li ho messi in fila tutti, otto pagine di fogli word. Un numero telefonico dopo l’altro, un numero di caso registrato, per quelli che sono riuscita a registrare. Poi un nome, di solito, ma non sempre. I nomi non servono. Servono nel logorarti, nel dare una faccia a dei numeri. Tremendo. Poi una, due frasi, per spiegare brevemente cosa ho fatto in questi mesi per queste persone. Due, tre parole per spiegare quali erano le loro richieste. Sei sezioni: i casi attivi, divisi per i nomi delle nuove ragazze, i casi chiusi, i casi dormienti. Poi: sezione casi chiusi di cui non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer, e i casi dormienti di cui, ancora, non sono riuscita a trovare i numeri telefonici o i codici registrati su whatsapp web al computer. Perchè ci sono troppe chat attive, whatsapp smette di funzionare. Il conto totale fa 150 casi. 25 persone al mese, se fosse una media perfetta. Ma io questo lavoro ho dovuto imparare a farlo, quindi possiamo pure dirci che i mesi passati a lavorare sono stati 5, non 6. La media sale, 30. Un giorno a persona, ma non bastano i giorni lavorativi in un mese; nel caso di Febbraio nemmeno quelli reali, ne fa 28 di giorni. Ma a cosa serve dirsi queste cose? A niente, a rimuginare, a vomitare, avrei voglia di vomitare.

Non ho salutato nessuno andandomene. Non ho detto a Khaled che non mi avrebbe più vista, non ho avvisato nessuna delle persone con cui ho parlato tutti i giorni per sei mesi. Perchè l’ho fatto? Forse anche io, come Hussein, non sono brava con gli addii. Anche io mi sono alzata dal tavolo e me ne sono andata a pagare senza dire niente a nessuno. Sono a pagare qua, in Italia. Sapessi cosa pago, poi. Pago le parole, pago i lamenti, pago gli occhi lucidi e i fazzoletti regalati per asciugare le lacrime. Pago la colpa che sento, tutta mia, tutta su di me. La colpa di aver visto e aver fatto poco. Mariangela — l’assistente sociale che ci ha formato e con cui abbiamo lavorato in questa metà anno — dice che non sappiamo mai quello che facciamo per gli altri, che una volta un collega ha convinto a parlare un uomo senza saperlo. Che quest’uomo portava tante persone al community center, le accompagnava, ma non si fidava di nessuno. Faceva gli esami medici venti volte per ogni esame, diciannove volte di troppo, che sembrerebbe una follia, ma so che è possibile. La quantità di cose, l’estensione delle cose che posso credere, si è ampliata. So che è possibile che un uomo abbia lavorato per pagarsi esami medici non una, ma venti volte, decidendo se mangiare o meno. È una speciale forma di follia che coglie nella miseria: non riuscire a mettere più i pensieri in fila, fare scelte insensate per il resto del mondo, perchè sei stato tradito tante volte che non ti fidi più nemmeno dei risultati dei tuoi esami del sangue. Divago: vorrei sapere che vi fidate di quello che racconto.

Quest’uomo portava tante persone in cerca d’aiuto e non chiedeva mai niente per sé. Per mesi, per anni, inseguendo la sua follia e offrendo razionalità agli altri. Il collega di Mariangela lo incontra per qualcosa di burocratico, una minuzia di fronte al resto. Gli spiega cosa è possibile fare, molto chiaro su quello che invece non è possibile fare. Qualche tempo dopo quest’uomo chiede un colloquio privato a Mariangela, e dice cose brutte, cose bruttissime. Dice delle torture nelle carceri libiche, di quanto tempo ci abbia passato, e di tutto il resto che Mariangela non riesce a dire perchè le si rompe la voce. Chissà cos’era, per non riuscire a ripeterlo. Non io, io sono debole, ma Mariangela, che fa questo lavoro da vent’anni. Chissà lui, quest’uomo, che violenza si è fatto, per raccontarlo dopo così tanto tempo, e che bisogno di dire aveva. Ma perchè lo ha raccontato a lei, e in quel momento? Perchè non prima? Questo Mariangela glielo ha chiesto. Cos’è cambiato? È cambiato che il collega di Mariangela, che era strato molto chiaro su cosa fosse possibile fare e cosa no, aveva fatto quel poco che aveva detto. Mariangela allora era andata da lui per complimentarsi. Il collega non aveva idea di chi fosse questa persona che aveva aiutato. Il collega non ricordava né il nome, né il volto. Nemmeno la nazionalità, nemmeno cosa aveva fatto per questa persona. Una come tante, una come tutte, l’ennesima, per cui fai le cose che fai per tutti, niente di più e niente di meno. Mariangela allora ci dice: non sapete mai quando cambia la vita di una persona, le cose succedono mentre ne pianifichi altre.

È bello, probabilmente è vero. Non mi basta, come non mi è mai bastato niente. Non so cosa farmene di questo accontentarsi continuo a cui le persone sono costrette. Non so come fare a accontentarmi, anche volessi farlo: mi inseguono gli occhi di tutti, mi insegue la rabbia che non vedo in quegli occhi. Mi sento di aver contratto un debito con queste vite: averle viste e doverle raccontare, condannata a non trovare pace fino a che tutti non le conosceranno. Fino a quando non saremo in debito tutti, non solo io, al di là di questo mare. Il debito di questo mondo, che vive mangiandosi quell’altro: quello in cui veder morire una persona non è cosa strana. Non dico la Libia, dico la Grecia, dico i confini meridionali dei nostri Stati, in cui diventiamo tutti cannibali.

Non so dove cominciare a raccontare, mi scappa il filo. Le immagini si sovrappoingono, vogliono uscire tutte insieme. Ma io non ho una bocca abbastanza grande, nemmeno gli occhi: la bocca si tappa, gli occhi, strato su strato, mescolano figure e colori. Diventa tutto nero. Un nero denso, fitto, in cui è difficile addentrarsi. Vorrei saper dare un ordine, ma non c’è ordine. L’ordine non mi appartiene, lo ha preso tutto il Sistema, e io non sono il Sistema. Non voglio avere niente in comune con il Sistema. Voglio essere il resto, ogni spazio che rimane. Ma ne rimane di spazio? O il buio ha occupato tutto? Mi sembra di vivere queste vite per tramite. Come fossi la protesi del braccio mancante. Del braccio di Ahmad, perso in guerra, o la protesi inesistente dei due moncherini — un pensiero di braccia, un’idea formatasi troppo velocemente, di fretta — con cui l’uomo basso e sempre sorridente sulla porta del community center maneggia il telefono. Penseranno, le protesi? A me sembra di pensare troppo, mi aggroviglio. Che pace che c’è qui. Che pace la mattina, con gli uccellini che cinguettano fuori dalla finestra. Ma cosa cinguettano? Non si accorgono di cos’è il mondo? Che pace la sera, quando cala il sole, e non c’è nessuno a dormire sotto la porta di casa. Perchè sono tutti sotto la porta della mia casa precedente, ad Atene.

Che pace, quando tornando a casa a notte, non devo pensare a guardarmi i piedi, per evitare di pestare un braccio sul marciapiede piuttosto che una radice. Come si descrive una pace fatta di fantasmi? I corpi dei morti girano per le nostre città.

Dormono fuori dai nostri esercizi commerciali, spiriti che non hanno fatto pace con il loro modo di vivere e morire: sono anche qui, in italia, a Pistoia, tra noi, non li vedete? Se non li vedete siete ciechi. Se non li vedete, forse aveva ragione Abe nel sogno dello Sfo, quello che mi ha raccontato l’altro giorno, quello che ha fatto lo stesso giorno in cui anche io ho sognato Abe, a mangiare insieme a tutte le persone che conosco. Ecco, finalmente cos’era! Non riuscivo a capire, mancava qualcosa. Ho sognato tutti, è vero, ma tutti quelli che appartengono al di qua e non al di là del confine in cui mangiamo gli uomini. Strana la testa, ma insomma, nel mio sogno siamo tutti e tutti insieme, io arrivo tardi e abbraccio qualcuno, dico, Scusate, siete già tutti qua! E poi mi siedo, mangiamo e ridiamo e beviamo, e c’è anche Abe che è morto, e invece a tavola con noi è vivo, e ride. Finisce.

Nel sogno di Sfo siamo sempre a tavola, ma siamo meno, e ci sono anch’io e c’è anche Abe, e Sfo gli chiede, Ma tu che ci fai qua, che sei morto? E Abe dice, Sfo, siamo tutti morti.

Davvero non vi accorgete, negli spostamenti d’aria, che accanto a voi c’è qualcuno che non vedete? Mangiato dai pesci, mangiato dalla droga presa per dormire, per addormentarsi per strada un anno a fila. Se non li vedete ha ragione Abe, siete tutti morti. Morti che camminano, morti ciechi, morti che lascieranno questo mondo senza traccia. Gli altri, invece, che tracce lasciano! Pesanti, corpi troppo pesanti per volare. Potrei scommetterci, anche per arrivare a Pistoia hanno dovuto attraversare i Balcani. Qualcuno magari è morto congelato, e poi trovandosi ancora lì, ha deciso di continuare questo sporco pellegrinaggio fino a qua. Pistoia, la via Jacopina. Pellergini arrivati da morti. Forse trovano almeno ora spazio nelle chiese, che di solito per loro non si aprono. Per quelli morti prima, non dubito che esistano trafficanti di morti, Caronti contemporanei, che chiedono pegno come quelli per i vivi.

Nella morte, gli spiriti delle persone in movimento possono finalmente attraversare i confini, la polizia di frontiera è più morta di voi, cieca di odio, più di voi. Non li vede, eppure vorrebbe. L’odio cieco — quello che non vede — li protegge da morti, ma li ha ammazzati da vivi.

Chissà come sta Ramadan, se ha smesso con la droga, o se si approssima alla morte il più possibile.

Dormire se ho capito bene è la radice quadrata di quando si muore, lo cantava Giorgio Poi.

Ramadan ha comprato un mese fa una dose di fronte a casa mia, e io l’ho visto. E sono entrata in casa, mentre Ramadan mi guardava. Mi sono fermata a fumare una sigaretta sul terrazzo, per guardarlo. Non l’avrei fatto, a dire la verità, perchè ero stanca, perchè non volevo guardare. Volevo chiudere gli occhi e correre veloce fino al giorno successivo. Ma Bea voleva controllare che fosse tutto apposto, dolce Bea. È sempre questione di qualche minuto in più in cui non chiudi gli occhi. Ramadan è caduto, spento, di colpo, la macchina lo ha nascosto. Si vedevano solo i piedi dal terrazzo, i piedi dei morti all’obitorio. Siamo volate giù in ciabatte, piedi vivi, veloci. Ramadan era tra la ruota della macchina e il marciapiede, incastrato, un uomo incastrato tra le ruote della macchina e la strada. L’ho scosso, l’ho schiaffeggiato, abbiamo cercato di metterlo su: gli abbiamo urlato. Il suo nome, il suo nome e poi Alzati, e poi Apri gli occhi, e ancora Se non ti svegli dobbiamo chiamare l’ambulanza, se l’ambulanza arriva viene anche la polizia, ti portano dentro, Per favore Ramadan svegliati, che i tuoi documenti Libanesi te li hanno rubati, quelli Greci anche, sei un senza niente, sei un nessuno, e tu là dentro ci muori. L’ultima parte l’ho pensata, mi sembrava pericoloso dirla.

Ramadan non si è alzato, è stato a terra senza sensi per quindici minuti, mentre io e Bea ci parlavamo l’un l’altra senza finire le frasi.

— Aspettiamo cinque minuti,

— Non voglio un morto sulla cosienza,

— Lo portano dentro,

— È troppo tempo,

— Due minuti,

— Prendo l’acqua,

— Chiamo,

— Lo portano dentro,

— Chiamo io.

Ramadan si è svegliato dopo venti minuti, mentre cercavo di non dare i suoi dati personali all’ambulanza. Al centralino mi hanno detto, Se è sveglio è meglio che attacchi ora. Ho attaccato. Ramadan ha aperto gli occhi e mi ha chiesto quando era l’appuntamento. Appuntamento? È notte, non hai un appuntamento. E lui, cercando di tirarsi su dal buco in cui era finito, Domattina, domattina, quando è? Non ho l’orologio, non ho il telefono, mi hanno rubato tutto, me lo hai detto tu dell’appuntamento domani, quando è? Muhami, muhami.

L’avvocato. Ramadan si era svegliato dopo venti minuti in cui aveva perso i sensi e l’unica cosa a cui sapeva pensare era l’appuntamento con gli avvocati, per fare denuncia di smarrimento dei documenti. Mi ci vogliono vari minuti per capirlo. Pensavo dicesse cose senza senso, è pericoloso perdere i sensi così a lungo, il cervello non torna intero, muore un po’ alla volta. Pensavo fosse confuso, ed era lucido, maledettamente lucido, più di me, più di Bea. Non conosciamo, noi due, bisogni così impellenti e necessari. Che ti vogliono lucido.

Alla polizia non la fanno denuncia di smarrimento, ci avevo provato proprio con lui due giorni prima. In qualunque paese europeo in cui Ramadan entri, gli controlleranno le impronte, e lo rimanderanno in Grecia, primo paese UE in cui ha fatto richiesta d’asilo. Deportato. Ma in Grecia, dove ha avuto e poi perso i documenti, senza una foto del permesso di soggiorno non gliela fanno la denuncia di smarrimento. Dicono che non hanno il macchinario per controllare le impronte. Allora serve passare dagli avvocati, trovare una NGO che non te li faccia pagare, Ramadan non ha soldi, mangia un pasto al giorno dal Lunedì al Giovedì nella nostra mensa, serve prendere appuntamento, aspettare settimane. Mettersi in coda la mattina presto, scoprire se riescono a vederti.

Se altra polizia, in un controllo come tanti, o in una retata come quelle che giornalmente vengono fatte in Viktoria, lo trova senza documenti, lo mette in carcere. Quanto ci vuole prima di capire che è stato un errore del Sistema? Troppo. Ramadan ha paura, una paura che solo i disperati conoscono. Ramadan piange, si scusa, dice che ora se ne va. Dove vai? Non lo so, cammino. Devi stare attento con il Bonzai, ti fa male. Lo sa, ma dice che è un anno che dorme per strada. Non riesce più a dormire, ma deve dormire, deve. E deve farlo per strada, non c’è altro. Non trova lavoro senza documenti. Non può pagarsi 250 euro per una stanza condivisa con altre quattro persone. Ma che ne sappiamo noi? No, scusate, voi siete buone. Noi non siamo buone Ramadan, siamo preoccupate. Anche io lo sono, sono vecchio, ma non dormo. Solo il Bonzai mi fa dormire. Ma non lo fa dormire, gli fa perdere i sensi. Marjiuana sintetica, che si compra per pochi spicci, e dopo averla comprata, la fumi, poi collassi. Gli spacciatori ti scippano. Rimani in terra, da solo, con meno di quello che avevi, il mondo della miseria è cattivo, non conosce rispetto. Il Bonzai da dipendenza tanto quanto il crack, veloce come il crack, ma costa meno del crack. Basta una volta, e poi è questione di tempo prima di morire con il cervello sbrindellato, dal colpo che hai battuto per terra o dalle lesioni interne che ha causato, le connessioni neuronali che si spengono, una a una, per venti minuti, mentre sei per terra e ti scordi di respirare.

Gli abbiamo comprato le sigarette. Ci benedice, dice che con questo pacchetto va avanti due giorni, non uno, che le conta le cicche lui. Chiede di fumarne una insieme, me la offre. Non ho voglia, ma insiste, prendo un po’ di questo pane, Gesù Cristo con Giuda, fumiamo.
Ramadan cerca di alzarsi, non ce la fa, stringe le mie mani. Lo tiro su, dice Grazie, scusatemi, ci vediamo domani, andate a casa bambine. Gli si spengono gli occhi tristi, se ne va, noi rientriamo in casa. Scriviamo un messaggio sul gruppo di lavoro, prendiamo la mattina libera.

Perchè noi siamo, libere. Di fare e di non fare, di guardare e non vedere, di prendere una pausa, di fumare una sigaretta in più perchè possiamo permettercelo. Giuda, che ha casa, tradisce.

Lettere a nessuno: della rabbia che mi appesta.

Della rabbia che appesta me, perchè non riesce con gli altri, che sono troppo occupati a sopravvivere per guardare un passo indietro le vite a cui sono costretti. Della violenza e della vendetta che spero, per queste vite che nessuno conosce.

Non ci sono parole per dire la violenza di questo sistema. Ho trovato quello che cercavo. Un punto fermo, una fine, un punto di non ritorno. Eccolo: tra le mie mani. Come le tante vite che tra le mie dita e la tastiera di un computer sono passate, una dietro l’altra. Un nodo stretto, come quello che mi corre lungo la gola. Una trachea fatta di nodi che si sciolgono solo con l’urlo che ho tirato dal terrazzo con Beatrice. Ma quante urla dovrei tirare per spianare tutto. Non si può. Servirebbe un urlo collettivo, non solo mio e di Bea, ma anche di Batoul, di Balkis, di Mohamad, di Souleymane, di tutti. Un urlo per ogni corpo martoriato, ma non abbiamo abbastanza voce. Alcuni di quei corpi hanno perso le corde vocali. Tante di quelle gole non sanno articolare sillabe nelle lingue che conosciamo. Queste bocche non sanno parlarci, non possono. Abbiamo infilato loro colpe giù per la trachea, fino alla pancia. Finiscono tutte per appartenegli, e a me rimbombano nelle orecchie, come le parole dell’uomo ubriaco di fronte al Community Center, L’unico modo di salvarsi è da soli. Rimbombano, senza che possa farci niente. Aveva ragione Chiara, il cuore non si spezza; è davvero un muscolo. Aveva ragione mamma, il mio è allenato bene. Quanta rabbia che mi fa poter passare oltre. Quanto odio che provo, per l’idea che dimenticherò la maggior parte dei nomi, che già li ho dimenticati. Sapere di aver visto e poter scordare. Che privilegio infame. Che orrore abbandonare per preservarsi. Che male che fa questo cuore che si ricompone, che torna al suo posto una volta dietro l’altra, e che arroganza ha nel dire, Andrai avanti.

Non si va avanti, voglio che la mia gola urli abbastanza per tutti, o che per tutte le voci si faccia rifugio: e smetta di parlare. Per la sposa bambina che mi ha chiesto se sono sposata, guardandomi giocare con i suoi figli, esausta. Per lei, che ha due anni meno di me e, silenziosa nel suo terrore, ha chiamato la polizia a casa. Solo dopo che il marito è scappato è venuta a cercarci, per dire Ha lui paura adesso, non io. Che rabbia per questo coraggio, che le è stato strappato fuori dalle mani, fino al telefono, con la forza cieca della sopravvivenza. Tra vivere e sopravvivere esiste troppo spazio. Sei lettere che si allungano all’infinito. Sei lettere che non hanno fine, maledette come chi le allunga.

Maledette come il nostro mondo, in cui non sappiamo più niente, niente di niente, né del coraggio, né della perdita, né dello sforzo costante e immane a cui costringiamo gli altri. Cosa mi trattiene ancora? Quale ordine così ben imparato mi dice di fermarmi? Vorrei saper odiare meglio, di più, vorrei che il mio odio uscisse fuori e inondasse tutto. I padroni di questo Sistema infame, per primi, vorrei avere la forza di Dio e fare giustizia. Gli uomini, per secondi. Una giustizia privata, come lo sono tutte. E poi vorrei rifugiarmi in un angolino, spaventata dalle conseguenze del mio vomito acido, e stringere forte a me tutte le persone che l’odio degli altri lo hanno già visto, quelle che sono state costrette a prenderlo e a costruirci una casa dentro. Vorrei stringere forte e avere la capacità di proteggere. Ci sono altre parole per dire di questa rabbia? Non ci sono, andrebbero inventate. Forse ci sono e io non le so, forse devo imparare una lingua nuova, ancora. Sogno di fare cose mostruose. Odio chiama odio, ma a volte non c’è scampo".

E' vero, penso ad Alan, a volte non c'è scampo.

Rimane solo la rabbia.

Ha ragione Lavinia.

Ma, sarà il mio pallido essere cattolico, moralista e bacchettone, profondamente, ripetutamente incoerente...

Penso, davvero e per fortuna, che sia vero anche che:

..."Amore chiama Amore".

E che, cattolici o non cattolici, atei o non atei, non abbiamo diritto, MAI, anche per Alan, di perdere la Speranza.

MAI.

Francesco Lauria

domenica 1 novembre 2026

SETTE SPIGHE DI SOLE. SE FOSSE TUO FIGLIO. DOPO AYLAN. DURANTE GAZA. DOVE SONO I NOSTRI OCCHI? DOV'E' L'UMANITA'?


SE FOSSE TUO FIGLIO 
(di Sergio Guttilla)

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.
Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo/a
E soprattutto sicuro/a.

Non è tuo figlio.
È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.

Aylan Curdi, tre anni, coste turche. 

Magari ve lo ricordate.

Bellissime coste.

Aylan è morto. 

Solo, annegato, senza più respiro.

Acqua nei polmoni.

Privato di ogni umanità.

2 settembre 2015.

Noi siamo colpevoli.

Non abbiamo alcuna giustificazione, alcuna attenuante.

Nessuna.

Noi non c'eravamo.

Oltre undici anni dopo Aylan, senza dimenticare Aylan, non posso non parlare di Moahamed Sababa.

Chi sia stato ve lo rivelerò alla fine.

Ora, se avete un Dio, un demone, un battito, un frammento di cuore rimasto vivo, leggete.

Leggete, per Dio o senza Dio, leggete.

Tutto, fino alla fine.

Non mi importa nulla di quello che state facendo.

Fermatevi, arrendetevi, issate una bandiera della Pace.

Un fazzoletto bianco.

Leggete.

La notte nella città è buia.

E' buio, eppure c'è tanta luce a Parma, vicolo Sant'Tiburzio.

Oratorio sconsacrato, eppure pieno di religione, fede civile, bellissimo.

Proprio come le coste turche.

Contraddizione.

Un violoncello, resiste.

Suona Bach.

Suite in re. Minore.

5,7 Km di grida nel silenzio.

21000 bambini e bambine, tutti di Gaza, tutti a Gaza, 

e non sono tutti/e, purtroppo.

21000 nomi, 5,7 chilometri di tessuto, bianco, nero, rosso di sangue.

Lo hanno cucito in centinaia, mamme e padri, artisti, artigiani tessili, associazioni, collettivi.

Memoria e partecipazione.

Non basta. 

E' un inizio.

Silenzio, parola, musica, poesia, lacrime.

Tante lacrime.

Se non piangete di fronte ai nomi, uccisi, di 21000 bambine e bambine,

allora non avete diritto voi di vivere, di respirare.

Smettetela, smettiamola di respirare, di consumare, di inquinare.

Dove sono i nostri occhi?

Dove sono?

Dov'è l'umanità?

Undici anni dopo Aylan. Durante Gaza.

Certo l'umanità ferita, uccisa, non si ferma qui.

L'istallazione nell'oratorio nel centro della città, nell'opulento Occidente, ci parla.

Ci schiaffeggia.

Fuori dall'oratorio, due ragazzi bosniaci, due fratelli, nostri fratelli, si stringono in una coperta, sotto le stelle della pianura.

A Parma, la sera, a novembre, comincia a fare freddo.

Ci stringiamo, dentro l'oratorio di San Tiburzio. Ci guardiamo negli occhi.

Occhi negli occhi.

Ascoltiamo la poesia, importante come il pane, Bach, opportuno come spartito, uno strumento, un violoncello di dolore, di pace, di speranza.

Ostinata speranza. Come Rostropovich e il suo violoncello, quella notte, sempre di novembre, mentre crollava il muro di Berlino.

Certo c'è molta meno luce di allora.

Però, sarebbe troppo facile disertare dall'umanità, in "tempi bui", come direbbe Hannah Arendt.

L'Umanità, invece, è, sempre, "magnifica".

Aylan non è solo la sua morte.

Aylan, troppo, troppo, troppo brevemente, invece, ha vissuto.

Aylan ci parla, occhi negli occhi.

Non abbiamo diritto di piangere.


Noi siamo fortunati, privilegiati, complici.

Rimane il sorriso di Aylan.

Rimane il silenzio.

La "rivoluzione del silenzio".

All'oratorio, per sempre, prendiamo quel tessuto, quel sangue, quell'umanità, con noi la solleviamo.

Nelle nostre mani.

Con le nostre, imperfette, ferite, mani.

Siamo un grande gomitolo, contraddittorio, di Amore.

Ognuno di noi legge un nome.

Un nome è qualcosa di diverso dai numeri.

I numeri sono grandi, distanti, misurabili.

Un nome, no, non lo misuri.

Un bambino, una bambina, proprio come Aylan, lo/la immagini, lo/la abbracci, ti abbraccia, ti travolge.

Ti sorride.

Respiro.

Respira.

Un bambino una bambina, ucciso/a, nella sua casa.

Una "casa assassinata".

Un'umanità assassinata, eppure che non deve più essere uccisa.

Oikòs, "bene fragile".

Bene comune.

Mohamed Sababa.

Mohamed Sababa.

Moahamed Sababa.

Mohamed Sababa.

La "grandezza delle piccole cose".

Ho vicino a me Francesco Camattini, come al solito ci sfottiamo, questa volta con un po' di amarezza.

Penso a Pistoia, penso a Lorenzo.

Esplodo dentro.

In silenzio.

Rabbia e Amore.

Eppure, grazie a loro, sento, finalmente, la mia voce.

La tua voce.

La nostra voce.

Rinuncio, provvisoriamente, a Bach.

Ma non dimentico: "chi in silenzio è obbligato a restare".

Mahmoud Darwish, Per gli altri.

"Pensa agli altri".

"Le voci degli altri".

Aylan, Lorenzo, Mohamed.

"Morte aspetta un momento.

Mia sicaria del cuore.

Vorrei prendere un libro

Poi sono pronto ad andare...

Non dimenticare chi vuole la pace,

chi chiede la pace.

Voglio sulla mia bara,

sette spighe di sole

Niente fiori nè viole.

Voi potete danzare

La mia voce risale

Dagli abissi del mare.

La poesia è la mia patria.

Il mio tetto è il cantare"...

Aylan,

Lorenzo,

Mohamed.

"La mia voce" (Francesco Camattini) 

Link: https://www.youtube.com/watch?v=R8pgO2hQJ58&list=RDvGcdPS-PHxE&index=11

Francesco Lauria