sabato 11 luglio 2026

TIZIANO CARRADORI IL PORTAVOCE DEL POTERE NELLA (NUOVA) PALUDE PISTOIESE. ORA ANCHE BASTA.

Tutti/e conoscono, al di là del fatto che alcune delle ultime uscite del giornalista-ex assessore comunista abbiano creato qualche imbarazzo al neo sindaco di Pistoia, quanto stretto sia stato in questi mesi il rapporto tra Tiziano Carradori e Giovanni Capecchi.

Hanno, insieme, con metodo, ostinazione e scaltrezza, scalato Pistoia.

Soprattutto a partire dall'occasione in cui, il 28 febbraio scorso, nella famosa epica, affollata riunione nel convento di San Domenico che ha sancito l'inizio della rincorsa vittoriosa alla poltrona di sindaco sono state affermate alcune cose. Rilevanti.

Si tratta dell'evento pubblico nel quale lo stesso Capecchi aveva definito Pistoia una "palude", riferendosi, sia chiaro, principalmente ad altri ambienti di centrosinistra da lui ritenuti: "contrarissimi, anche realizzando dossier artefatti, alla mia candidatura."

Ora c'è un punto che non è chiaro a Carradori che non mi pare un'aquila (pur stando vicino a un condor...) e che gli andrebbe spiegato da qualcuno/a che abbia più pazienza del sottoscritto.

Un conto è quando si è candidati o proto-candidati (come erano a San Domenico), un conto è quando, legittimamente perché si è stati votati, si detiene il potere.

Non è possibile/corretto/lecito in questi casi stabilire se qualcuno in una città possa o non possa parlare e attaccare continuamente sul piano personale (peraltro mai frontalmente, ma sempre in maniera bieca e subdola, normalmente nelle bacheche di altri).

Carradori lo ha fatto infinite volte con me, ma anche ad esempio con figure non secondarie che non stanno nel famoso cerchio magico di Capecchi, pur appartenendo all'area in prevalenza moderata/riformista del Pd e del centrosinistra (che, per quello che conta, non è la mia).

Questo atteggiamento insopportabile, irritante di Tiziano Carradori non può che finire per coinvolgere lo stesso Giovanni Capecchi, almeno fino a quando il sindaco non ne prenderà finalmente pubblicamente le distanze (avvertenza: i sottovoce timidi non bastano).

Per carità, io non sono certo un maestro della comunicazione nonviolenta ed, esasperato, ho finalmente scritto a Carradori quello che penso di lui (in grande compagnia in città, mi pare), ma qui siamo su un piano più ampio e non meramente personale.

Ovviamente Carradori ha subito minacciato querele, ma, avendo definito le mie riflessioni politiche: "vaneggiamenti", credo non abbia molto filo, poi si vedrà, per carità.

Io non conto nulla, anzi sono sceso da un carro vincente mentre tanti, sgomitando, vi salivano, anche all'ultimo minuto, fiutando la vittoria.

Ho fatto le mie nette scelte motivate da accadimenti ben precisi e che ritengo di una gravità etica e politica incommensurabile e su cui attendo, ovviamente, con pazienza, sviluppi che, ormai, in gran parte non dipendono da me.

Non pretendo che tutto ciò sia considerato la verità, ma il mio sentire motivato dalla mia esperienza che, probabilmente, è diversa da quella di altri/e (e meno male, sarò stato sfortunato...)

Vincere un'elezione non significa, però, mettere le mani su una città ("perché Pistoia è nostra" etc. ) e annichilire, frantumare non nel merito, ma sul piano personale, chi non la pensa come la nuova maggioranza al potere, da qualunque parte provenga o si collochi.

Ciò, se si vuole innovare un po' la politica, come afferma pedissequamente Giovanni Capecchi, dovrebbe valere anche per Carradori e per il ruolo che, pur senza incarichi formali, (non è stato nominato portavoce del sindaco e ci sarà un perchè...) continua indiscutibilmente a rivestire.

Parliamo di un uomo pubblico che, coerentemente con la propria "cultura politica" che, nei fatti, al di là delle parole, è quella di un comunista stalinista puro, ha passato una vita, a Pistoia e a Firenze (almeno questa è la mia opinione) a fare lo scendiletto e il portavoce acritico del potere di turno.

Ora, è chiaro, come fossimo ancora prima del ventesimo congresso del Pcus, in cui Nikita Chruščëv (che Carradori, infatti, oltre settanta anni dopo, non sa nemmeno come si scriva) rivelò la verità su Stalin e le sue purghe, che una figura come Carradori faccia davvero fatica a concepire un pensiero altro, il pluralismo, il dibattito, la legittimità e la compresenza di opinioni diverse, magari anche in una colazione larga o comunque nello spazio pubblico di una media città.


No, l'altro, è un ostacolo, un folle, un "deviato", per usare un antico termine che negli anni Cinquanta e Sessanta (anche dopo, quindi, il ventesimo congresso) veniva ancora utilizzato anche nel Pci italiano.

L'idea, poi, che si possano esprimere idee senza un diretto tornaconto, senza incassare qualcosa, detto in senso ampio, ovviamente, è un altro aspetto del tutto alieno, avulso da figure come lui (ed è in buona compagnia, non dimentichiamocelo).

C'è, infatti, anche una "mistica", un po' povera, un po' provinciale, in questa nuova, rinnovata, multiforme, direi arricchita e allo stesso tempo miserevole, palude del potere pistoiese.

In questa sfrenata corsa all'occupazione del dominio e dei poteri ci si ritiene anche, persino, di buon cuore, generosi, prestati al bene comune (che coincide, ovviamente, con il proprio, ci mancherebbe).

Però, mi si conceda un pensiero, una volta tanto sintetico: non prendiamoci per il culo.

E chi, come il nuovissimo, bravissimo, encomiabile sindaco, pronuncia tanti discorsi su pace, temperanza e nonviolenza prenda nota e cerchi di frenare chi è rimasto senza freni e senza misura (ammesso li abbia mai avuti...), visto che, a differenza del coraggiosissimo Chruščëv non si hanno, nemmeno lontanissimamente, nè la forza nè la visione di cambiare il metodo e la sostanza del fare politica a Pistoia.

 

D'altronde, come scriveva, George Orwell: «Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire»

Con preventiva, e direi anche generosa (da parte mia intendo...) gratitudine.

Francesco Lauria

giovedì 9 luglio 2026

"DOVE PRENDI LE ENERGIE PER FARE ANCORA?"...LUISA E ALEX, RADICALITA' E/O RIFORMISMO. UNA DOMANDA ALL'ON. MARCO FURFARO, SUL CALARE DELLA NOTTE.

Ieri sera, a differenza di quanto successo con Giovanni Capecchi, a cui si può dire tutto, ma non che riempia ovunque sale e piazze, non c'era proprio il pienone alla Festa dell'Unità della frazione di Torbecchia ad ascoltare l'on. Marco Furfaro.

E' stata quindi l'occasione di una chiacchierata più informale del solito, in cui il deputato del territorio, alla sua prima legislatura, ma considerato vicinissimo alla segretaria Pd Elly Schlein, ha potuto raccontarsi un po' anche a livello personale: dalla famiglia ad Agliana abituata ad avere difficoltà ad arrivare a fine mese, agli studi di ragioniere (sempre ad Agliana) e in Economia, alla scelta di tornare in Italia da Bruxelles dove lavorava al Parlamento Europeo, dopo la vittoria, post primarie (come a Pistoia...) di Nichi Vendola in Puglia, fino al "senso di colpa" di stare spesso lontano dai figli piccoli, a causa della sua attività parlamentare, comunque da "privilegiato".

Furfaro ha anche concluso con un pieno mea culpa personale sull'aver sostenuto il taglio dei parlamentari, azione improvvida che ha privato tantissimi territori in Italia di una rappresentanza in Parlamento, di qualunque colore essa sia.

Colpito, direi positivamente, da questo approccio piuttosto sincero e conoscendo, pur indirettamente, Furfaro da tantissimi anni, quando è stato aperto il dibattito, ho riavvolto i nastri della memoria.

Mia e sua.

Sono tornato ai tempi in cui lavorava, a Bruxelles, ma in tutto il mondo in realtà, anche con Luisa Morgantini, ex sindacalista pasionaria della radicale Fim Cisl di carnitiana e tiboniana memoria, pacifista, femminista, all'epoca, con Rifondazione Comunista, vice presidente del Parlamento Europeo.

Non si può non associare Luisa alle battaglie nonviolente nei Balcani, ma soprattutto in Palestina, con le "donne in nero", all'immagine viva del mettere il proprio corpo a disposizione di ogni lotta impegnativa, volta a costruire pace, ponti, speranza, contraddizione negli ingranaggi del potere e dell'autoritarismo.

Pane e Rose come spesso, citando Ken Loach e un'antica rivendicazione di operaie americane, conclude i suoi interventi il deputato pistoiese.

Al di là di sterili etichette, sintetizzando, la mia domanda è stata: "tu che vieni dal femminismo politico e dal pacifismo radicale, a fianco di Luisa, e che hai avuto un percorso politico che dall'estrema sinistra ti ha portato nel Partito Democratico, come combini, oggi, radicalità e riformismo?

Poco prima, credo volutamente, anche se in forma implicita, Furfaro aveva citato Alexander Langer e quel suo infinito e impegnativo, paradossalmente immortale lascito: "non siate tristi, continuate in ciò che era giusto".

Il deputato ha risposto rivendicando i suoi contenuti radicali e un percorso che lo ha portato sempre a credere, al di là dei suoi posizionamenti che sono cambiati nel tempo, nella dimensione politica di un "campo largo" nel quale possono coesistere e anche confliggere, con delle regole (e sempre come a ... Pistoia) istanze maggiormente radicali e posizioni più moderate.

Pensando a Luisa che con il proprio corpo si è mille e mille volte "messa in mezzo", noncurante dei fucili spianati sul suo volto; al manuale, incompiuto, ma attualissimo sulla creazione dei corpi (parola non casuale) civili di Pace ad opera di Alex,ad Antonella Bundu sulla flottilla, con il volto a terra, legata, mentre i militari fascisti israeliani la sbeffeggiavano, ma anche agli operai pachistani dell'Acca di Seano con cui ho dialogato intervenendo a nome della Cub (Confederazione Unitaria di Base) durante la manifestazione a Prato contro la repressione, ho guardato negli occhi Furfaro che, giustamente, ha rivendicato le sue battaglie di contenuto, a partire dall'impegno e dalla legge (approvata, ma inattuata) per fornire una residenza (e quindi un'assistenza medica di base) ai senza fissa dimora.

Ma anche dall'incredibile e infame scelta del Governo Meloni di azzerare non solo il fondo affitti, ma anche quello sulla morosità incolpevole (solo 50 milioni...).

Però la politica è, ahimè, anche tanto altro: è dolore, finitezza, purtroppo, come dice spesso brutalmente l'ultranovantenne ex deputato socialista Rino Formica: "sangue e merda".

Spesso è schiacciare l'altro, annientarlo, tanto più se è un affine, se può essere un concorrente o un ostacolo, anche per un, certo importante, ma piccolo, piccolissimo seggio in consiglio comunale, magari in una città, altrettanto piccola, chiusa, spesso non libera, spesso bastardamente, maledettamente giudicante e omertosa, come, senza alcun dubbio, almeno dalla mia personale esperienza, è Pistoia.

Così, lasciata in tutta fretta Torbecchia per andare a prendere, a proposito di amore e sensi di colpa, mio figlio nel vicino paese di Arcigliano, mentre camminavo verso la macchina, ho ripreso e riletto le domande trovate, dopo la morte, sul computer di Alexander Langer.

Sono domande, quesiti esistenziali, che, cambiando luoghi (del mondo e della politica) e tempi, tutti/e noi non possiamo smettere di farci, soprattutto se, tra radicalità e riformismo, non sempre in contraddizione, ma a volte alleati, come dice Furfaro, badiamo, con tutti i nostri limiti, non solo ai nostri meri interessi personali o di gruppo/clan e crediamo nel potere non soltanto come dominio, ma come servizio, qualcosa non "su", ma "per" e, soprattutto, "con".

Sulle tracce di Luisa. Nel solco di Alex. Affrontando la radicale, violenta brutalità e solitudine del nostro tempo.

Senza, però, mai perdere una ostinata, smarginata, Speranza di Pace.


In questa serie di domande, trovate nel suo computer e datate 4 marzo 1990, intravvediamo il travaglio di un uomo che continuamente si interroga, non solo riguardo alle possibili soluzioni, ma anche riguardo alle motivazioni della sua lotta. Riteniamo superfluo ogni commento, e lasciamo quindi la parola ad Alex, ascoltando in rispettoso silenzio il procedere della sua ricerca.

"Cosa ci può realmente motivare?

Cambiare il mondo o salvaguardarlo?

Solidarietà come autocompiacimento?

Abbandonare la radicalità?

Etica della rivoluzione?

Conseguenze della rivoluzione nonviolenta all'est

Navigare a vista?

Esiste da qualche parte una linea di demarcazione tra amici e nemici?

A chi ci si può affidare?

Esiste un'ascesi che uno aiuta e uno forgia?

Negare se stessi - credibile o pericoloso (disumano, burocratico, ipocrita)?

Cosa ti dice il sud del mondo? Solo cattiva coscienza?

Perché cercare la salvezza altrove (perché poi dover andare lontano...)?

Vivresti effettivamente come sostiene si dovrebbe vivere?

Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà?

Professionalità. Potresti vivere anche senza politica?

Ti sei davvero domandato cosa ti procura e ti ha procurato?

Altruismo/egoismo?

Quali costanti?

Quali sintesi (p. es. giustizia, pace, salvaguardia del creato)?

Cosa faresti diversamente?

Potenzialità della disobbedienza civile...

Tu che ormai fai "il militante" da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del '68 (già "da grande"), dell'estremismo degli anni '70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia - da dove prendi le energie per "fare" ancora?"

Chiediamocelo davvero e senza sconti qual è il fondamento, l'energia del nostro fare politica. Dove sta la nostra ferita.

E come, sinceramente, questa ferita, può trasformarsi in feritoia di luce. 

Per noi stessi e per ogni altro/a. Anche ogni altro/a difficile, non per forza amico/a, fratello/sorella, compagno/a.

Tra fare, essere, ed esistere.

Non dimenticare... 

La mia voce di Francesco Camattini, liberamente ispirata a Mahmud Darwish"

"La mia voce risale dagli abissi del mare.

La Poesia, la mia "patria", il mio tetto, il cantare...

Mentre conti le stelle..."

https://www.youtube.com/watch?v=R8pgO2hQJ58&list=RDR8pgO2hQJ58&start_radio=1

Francesco Lauria

mercoledì 8 luglio 2026

CINEMA ALL'APERTO A PISTOIA: NON TUTTO E' ORO QUEL CHE LUCCICA

E' stata presentata ieri presso il Comune di Pistoia, con grande enfasi, la stagione del cinema all'aperto che inizierà il prossimo 20 luglio. I social dei sostenitori più accaniti del sindaco Capecchi hanno, prontamente, gridato al miracolo, già ancora quando l'assessora alla Cultura Monica Setaro, stava spiegando i dettagli dell'operazione.

Sui contenuti sinceramente appare una stagione di buon livello con iniziative coraggiose e anche peculiari come la rassegna sul Medio Oriente e i film in lingua originale.

Anche i prezzi appaiono in linea con i cinema estivi e ci sono anche alcune (poche) serate gratuite.

Ovviamente il fatto che il bando lanciato dalla giunta uscente di centrodestra fosse andato deserto ha permesso in queste settimane infiniti attacchi e una visione del nuovo sindaco e della nuova Giunta Capecchi come dispensatori di miracoli e buona amministrazione.

E' noto che l'errore della precedente giunta Tomasi/Celesti sia stato quello di predisporre un bando solo annuale e non triennale come i precedenti, cosa che aveva però una motivazione: non si voleva rinunciare dal 2027 alla location che era apparsa ideale e che nell'estate 2026 era (è) occupata, almeno per un periodo, dall'evento internazionale sportivo Eurogym.

Le dichiarazioni di Giovanni Capecchi mi avevano, però, messo subito sull'attenti, perchè si parlava di "pagare" eventuali nuovi gestori.

Ora è noto che non siamo negli anni Cinquanta del Novecento e, nel tempo post Covid delle piattaforme digitali casalinghe, con i cinema all'aperto o al chiuso, obiettivamente, non si diventa ricchi.

Va detto, però, che il Comune di Pistoia nei tre anni precedenti al 2026 non erogava, ma riceveva risorse economiche (pur basse, bassissime, per carità). dalla società Mabuse che si era aggiudicata il bando per gli anni 2023, 2024 e 2025.

Insomma la società pagava per realizzare il cinema all'aperto (sempre apprezzato dai cittadini e anch'esso di buona qualità, con film anche culturali, non solo "da cassetta") non, al contrario, era pagata.

E' lo stesso Comune di Pistoia, peraltro comunicando di aver utilizzato un protocollo firmato nel 2021 con la Fondazione Caript e altri soggetti, proprio dalla Giunta Tomasi e di aver utilizzato (giustamente per carità) anche fondi ministeriali del Governo Meloni, ad aver annunciato che quest'anno (solo per quest'anno!) erogherà circa 24.000 euro alla società che si è aggiudicata con una sorta di affidamento diretto (legittimo e forse con i tempi stretti anche inevitabile, per carità).

Qui sta il primo problema: questa somma ingente, a fronte di una stagione estiva comunque al 95% a pagamento, è giustificata? Da quali spese?

Ma c'è un secondo problema: sotto il cappello della realtà non pistoiese che si è aggiudicata la gestione del cinema all'aperto c'è, cosa comunicata ufficialmente sempre dalla Giunta Capecchi, l'Arci provinciale di Pistoia.

Non è una sorpresa: conoscendo, peraltro da socio, le attività estive dell'Arci di Pistoia in vari circoli, a partire da quello di Bottegone, che esprime l'assessore a tutto quanto Matteo Giusti, immaginavo che con il nuovo sindaco, che ha avuto un sostegno fortissimo dall'Arci provinciale fin dalle primarie, si sarebbe finiti lì.

Il circolo di Bottegone, ad esempio, organizza da anni e anni riuscite serate di cinema all'aperto, normalmente gratuite.

Quindi ricapitolando: un Comune che prima (al di là della non riuscita vicenda del 2026) riceveva un pagamento a seguito di bando pubblico per la realizzazione (di buon livello) del cinema all'aperto ora finanzia con cifre di molto superiori chi farà lo stesso, sostanzialmente identico, servizio.

E chi sceglie il Comune di Pistoia per erogare, in forma diretta, questi fondi? Una sorta di consorzio in cui è protagonista l'Arci provinciale che esprime in giunta gli ex compagni di stanza (ora hanno certamente uffici più capienti) Mattia Nesti e Matteo Giusti.

 

E' noto che nel 2026 l'Arci guidato da Silvia Bini in piena discontinuità (come lei rivendica) rispetto alle gestioni precedenti e con il ruolo fondamentale (da lei pubblicamente riconosciuto anche in forma scritta) dei neo assessori Matteo Giusti e Mattia Nesti, si è mobilitato pancia a terra non tanto per il centrosinistra (cosa abbastanza comprensibile), ma prima, durante le primarie, per il solo Giovanni Capecchi e poi per l'elezione trionfale dei futuri assessori, con deleghe pesantissime, Giusti e Nesti.


Tutto questo nonostante si fossero candidati, sempre nel centrosinistra, altri dirigenti e militanti appartenenti all'Arci provinciale che sono stati sostanzialmente ignorati.

Quindi: bene che si sia recuperato il cinema all'aperto con una iniziativa di buon livello che si svolgerà nei mesi più caldi dell'anno rimediando agli errori, più tecnici che politici, del centrodestra, male tutto il resto.

Avevo scritto in tempi non sospetti che una esposizione così forte, radicale, estrema dell'Arci Provinciale di Pistoia rispetto a questa giunta con assessori (soprattutto Giusti) che hanno deleghe in totale continuità con il loro lavoro precedente nell'associazione, avrebbe generato inevitabili e palesi conflitti di interesse.

Così è avvenuto, magari persino in buona fede, volendo aiutare subito la nuova amministrazione a "compiere il miracolo" della cultura estiva.

Però no, rispetto al CINEMA ALL'APERTO A PISTOIA NON TUTTO ORO E' QUEL CHE LUCCICA.

Comunque la si pensi politicamente e quali che siano le preferenze in fatto di cinema.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Culturale Sognare da Svegli

P.S. Ma un fotografo che faccia foto dritte e non tagliate in Comune non ce l'hanno? Si fa un bando o un affidamento fiduciario diretto?

LANGER E QUEL "DANNATO" e MANCATO POSTO A BOTTEGHE OSCURE. "CONTINUIAMO IN CIO' CHE ERA GIUSTO..."


E' impossibile raccontare la ricchezza del bell'incontro di ieri sera a Pistoia su Alexander Langer e il concetto di "convivenza-coesistenza" che ha visto protagonisti, dopo un reading poetico, Giorgio Mezzalira e Maria Chiara Rioli.

Conoscevo e ho sempre apprezzato il pensiero di Mezzalira su Langer, ma Maria Chiara, docente dell'Università di Modena e Reggio Emilia e mia amica di lunga data, mi ha sorpreso perchè ha approfondito un tema non così comune anche fra chi conosce bene il grande ecologista sudtirolese e su cui sinceramente ho misurato la mia scarsa conoscenza: l'impegno costante e il pensiero profondo di Langer rispetto al conflitto israelo-palestinese. 

Le utilissime riflessioni di Maria Chiaria sono peraltro contenute, almeno in parte, in un suo prezioso saggio pubblicato, nel 2025, dalla rivista Italia Contemporanea, organo della "public history" italiana.

Lateralmente, sempre ieri sera, nell'ambito del festival Farestoria organizzato dall'Istituto Storico della Resistenza cittadino, è stata poi ricordata la lettera aperta al Pds di Langer pubblicata su Cuore del 25 giugno 1994.

Ne avevo discusso, nel corso degli anni, anche pubblicamente, con alcuni amici e collaboratori di Langer, a partire da Uwe Staffler, suo ultimo assistente al Parlamento Europeo.

Come è noto, nel 1994, dopo la rovinosa sconfitta da parte di Silvio Berlusconi della "gioiosa macchina da guerra" costituita dai Progressisti guidati dal segretario del Pci-Pds Achille Occhetto, si era aperta nel partito una discussione aperta sulla successione che vide tre possibili esiti: 

- un "papa straniero" figura di garanzia e di libertà totalmente esterna al gruppo dirigente postcomunista (come in parte sarà la candidatura di coalizione di Romano Prodi l'anno successivo); 

- la disfida dei fax tra gli eterni rivali Walter Veltroni e Massimo D'Alema, con palese, ma effimera vittoria del primo; 

- una scelta tutta interna al gruppo dirigente che finirà per convergere proprio su D'Alema.

Durante il periodo di transizione Langer ruppe gli indugi e lanciò la sua candidatura da esterno alla guida del Partito Democratico della Sinistra, allora ancora dotato di falce e martello all'ombra del simbolo della Quercia. (non era ancora giunta la mozione del cattolico, ex democristiano Ermanno Gorrieri nel 1998 che la cancellò sostituiendola con la rosa, simbolo del socialismo europeo).

Con la sua proverbiale serietà e il suo consueto rigore Langer, in quell'estate post elettorale e di cura delle ferite nella sinistra italiana, lanciò il cuore oltre l'ostacolo e inviò una lettera aperta al settimanale satirico Cuore, diretto da Michele Serra.

La lettera, intitolata dal giornale: “Voglio quel posto a Botteghe Oscure”, affermava tra l’altro: 

“Bisogna far intravvedere l’alternativa di una società più equa e più sobria. Compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli. 

Da molte parti si trovano oggi riserve etiche da mobilitare che non devono restare confinate nelle “chiese”, e tantomeno nelle sagrestie di schieramenti e ideologie (…). 

Un “Papa straniero” può agire con candore, determinazione e libertà inedite (…) 

Se oggi vi offro di esaminare – nei modi che riterrete più congrui – una mia candidatura alla vostra guida, non lo faccio per presunzione o brama di una poltrona tutt’altro che comoda, ed in ogni caso chiederei un mandato a tempo determinato. 

Un gesto rivoluzionario del PDS, quale quello di affidarsi a una guida “esterna” (non ostile) per cultura e militanza, con la disponibilità ad utilizzare appieno le potenzialità di rottura e diversa ricomposizione all’interno e verso l’esterno (anzi, forse questi due termini non conserverebbero il loro valore), potrebbe mettere in moto una reazione a catena e restituire a molti tra coloro che oggi si sentono sconfitti e delusi un senso di riscoperta e di nuova motivazione a rimettersi in cammino”. 

Come detto, era il 25 giugno del 1994 e queste parole erano intese sul serio: proprio per questo Alex le aveva indirizzate a Cuore, giornale satirico della sinistra, con una nota di accompagnamento che diceva: “Certe proposte, proprio per la loro serietà, possono essere fatte solo attraverso mezzi d’informazione estremamente seri”.

Di lì a poco le fallaci sirene del blairismo, connesse a una figura ancora legata al centralismo democratico comunista come quella di D'Alema saranno per almeno sei anni la guida della sinistra italiana in difficile e conflittuale coesistenza con l'altra "anima" guidata, anche lì non senza contrasti e difficoltà, da Romano Prodi.

Ci sarà la sfida del governo, prima di Prodi e poi di D'Alema e, infine, di Giuliano Amato. 

E un ulteriore cambio di leadership con la candidatura (sconfitta) alle elezioni politiche del 2001 di una figura come Francesco Rutelli.

Un Rutelli pur trasformatosi e ruinizzatosi, ma paradossalemente proveniente proprio dai partiti di Alex (Verdi, ma anche Partito Radicale), nel frattempo purtroppo tragicamente scomparso, con il drammatico suicidio perpretato nelle colline di Firenze, il 3 luglio 1995.

Chissà come sarebbero stati diversi la storia e lo sviluppo della sinistra italiana, se quella "folle", ma seria" proposta di Langer fosse stata, imprevedibilmente, presa in considerazione e non sdegnatamente ignorata.

La prospettiva non settaria, non ideologica, ma radicalmente riformatrice di una "alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli", è infinitamente, dannatamente attuale in questo rovente e bellico 2026.

Trentuno anni dopo la sua scomparsa, che va rispettata, pur nel dolore, Langer ci manca tremendamente, tra l'altro proprio mentre la storica sede del Pci di Togliatti, in via delle Botteghe Oscure, vicina all'altrettanto storica sede della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù, è stata, trasformata, paradosso della storia, in un hotel di lusso a cinque stelle.

Le proposte, le intuizioni, il "metodo" di Langer ci sono ancora, le possiamo, senza costruire santi e santini, fare ancora nostre, magari aggiornandole, arrichendole, interpretandole senza tradirle.

Sta a noi, tirando le somme, essere fedeli allo stupendo e impegnativo lascito di Alex: "non essere tristi e continuare in ciò che era giusto".

Anche per lui. Anche con lui.

"C'è tempo.": https://www.youtube.com/watch?v=4iA6g0rHhUo&list=RD4iA6g0rHhUo&start_radio=1


"Dicono che c'è un tempo per seminare

E uno che hai voglia ad aspettare

Un tempo sognato che viene di notte

E un altro di giorno teso

Come un lino a sventolare

C'è un tempo negato e uno segreto

Un tempo distante che è roba degli altri

Un momento che era meglio partire

E quella volta che noi due era meglio parlarci

C'è un tempo perfetto per fare silenzio

Guardare il passaggio del sole d'estate

E saper raccontare ai nostri bambini quando

È l'ora muta delle fate

C'è un giorno che ci siamo perduti

Come smarrire un anello in un prato

E c'era tutto un programma futuro

Che non abbiamo avverato

È tempo che sfugge, niente paura

Che prima o poi ci riprende

Perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo

Per questo mare infinito di gente

Dio, è proprio tanto che piove

E da un anno non torno

Da mezz'ora sono qui arruffato

Dentro una sala d'aspetto

Di un tram che non viene

Non essere gelosa di me

Della mia vita

Non essere gelosa di me

Non essere mai gelosa di me

C'è un tempo d'aspetto come dicevo

Qualcosa di buono che verrà

Un attimo fotografato, dipinto, segnato

E quello dopo perduto via

Senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata

La sua fotografia

C'è un tempo bellissimo, tutto sudato

Una stagione ribelle

L'istante in cui scocca l'unica freccia

Che arriva alla volta celeste

E trafigge le stelle

È un giorno che tutta la gente

Si tende la mano

È il medesimo istante per tutti

Che sarà benedetto, io credo

Da molto lontano

È il tempo che è finalmente

O quando ci si capisce

Un tempo in cui mi vedrai

Accanto a te nuovamente

Mano alla mano

Che buffi saremo

Se non ci avranno nemmeno

Avvisato

Dicono che c'è un tempo per seminare

E uno più lungo per aspettare

Io dico che c'era un tempo sognato

Che bisognava sognare"

Francesco Lauria

martedì 7 luglio 2026

"PER I MORTI DI REGGIO EMILIA". PENSANDO, PREOCCUPATI, AL PRESENTE.

Mentre, con un treno regionale in forte ritardo, passo, senza fermarmi, da Reggio Emilia, non posso non pensare che oggi non è un giorno qualsiasi.

Oggi è quel giorno. Il 7 luglio, come sessantasei anni fa.

Sembra passato un intervallo giurassico, soprattutto in un tempo imprigionato dall'eterno presente, in cui la storia e la memoria ci sembrano corte, magari legate semplicemente all'esito di un click passivo in mano, senza controlli, all'intelligenza artificiale.

C'è chi dice che, ormai, usando l'Ia si potrebbe costruire un passato parallelo, del tutto avulso dai fatti realmente avvenuti.

E allora no. Senza retorica, ma con intelligenza, responsabilità e rigore, bisogna ricordare, tramandare, narrare, documentare.

«Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli,

e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli

dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti

Voialtri al nostro fianco per non sentirci soli»

La canzone di Franco Amodei, "Per i morti di Reggio Emilia", oltrepassa, con la sua dolorosa poesia, i margini del tempo, il silenzio dell'oblio, la sciatteria dell'ignoranza.

La strage di Reggio Emilia avvenne quindi il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città, dove le forze dell'ordine uccisero cinque civili inermi e ne ferirono altri ventuno, le vittime furono tutti operai iscritti al PCI: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli.

Sono, appunto, per sempre, “i morti di Reggio Emilia”.

La gravissima strage fu l'apice di un periodo di grande tensione in tutta Italia, in cui avvennero scontri molto duri con la polizia. 

I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, e l'avallo della scelta di Genova (città partigiana, medaglia d'oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino, per la prima volta davvero determinante per le sorti della Repubblica nata dalla Resistenza.

Va ricordato che la scelta di Tambroni di accettare, direi di chiedere i voti del Msi, spaccò anche la Democrazia Cristiana: i ministri Giorgio Bo, Giulio Pastore (ex leader della Cisl) e Fiorentino Sullo si dimisero subito, già ad aprile del 1960.

Le reazioni d'indignazione allo sviluppo dell'azione del Governo più a destra dell'ancora recente storia repubblicana furono molteplici mentre la tensione in tutto il paese portò, progressivamente, a una grande mobilitazione popolare.

L'allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, di cui è uscita abbastanza recentemente una documentata ed equilibrata biografia, era prima che di destra (fu piuttosto girovago tra le correnti democristiane) soprattutto un grande, oscuro, pittoresco opportunista del potere.

Il notabile democristiano marchigiano diede alle forze dell'ordine e all'esercito libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza" e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. 

Per fortuna le dimissioni di Tambroni, che peraltro resistette ostinatamente il più possibile, furono, alla fine, inevitabili.

Tornando a Reggio Emilia, la sera del 6 luglio la Camera Confederale del Lavoro di Reggio proclamò per giovedì 7, uno sciopero generale provinciale dalle 12 alle 24 «in seguito a gravi fatti avvenuti a Licata e a Roma».

La macchina preventiva della repressione governativa si era già mossa: era, infatti, previsto solo un comizio al coperto nella centrale Sala Verdi (ridotto del teatro Ariosto) perché la Prefettura lo aveva proibito all'aperto, negando anche la possibilità di usare altoparlanti per diffondere all'esterno le voci dei relatori.

I manifestanti del 7 luglio furono circa ventimila, compresi trecento operai delle Officine Reggiane.

Riprendo da una cronaca dei fatti:

"Alle 16:45 una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vicequestore Giulio Cafari Panico, investì la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, parteciparono alla carica entrando in piazza dal lato opposto. 

Sorpresi e incalzati dai caroselli delle camionette, dai getti d'acqua e dai lacrimogeni, gli scioperanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, tentando di proteggersi dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. 

Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell'ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare ad altezza d'uomo. Secondo diversi testimoni i primi spari cominciarono persino prima della resistenza dei manifestanti." 

Alcuni lavoratori provarono a rifugiatisi in chiese limitrofe che trovarono sventuratamente chiuse.

Cinque persone rimasero uccise:

Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino;

Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti;

Marino Serri (1919), operaio[3] di 41 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, sposato e padre di due bambini;

Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, ex-partigiano della 76ª SAP, è il quinto di otto fratelli;

Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, ex-partigiano nella 144ª Brigata Garibaldi (commissario politico distaccamento "Amendola"), sposato, con due figli.

Furono sparati 182 colpi di mitra, 14 di moschetto e 39 di pistola.

Risultarono crivellati tutti gli edifici che danno sulle due piazze attigue, così come molte vetrine di negozi mentre nel corso della giornata vennero inoltre effettuati 23 arresti, e decine di persone furono denunciate.

Ai funerali delle vittime parteciparono circa centocinquatamila persone mentre è meglio non raccontare le deludenti vicende processuali che portarono quanto meno dopo circa venti anni a dei sacrosanti risarcimenti destinati ai parenti delle vittime.

Oggi, nel 2026, la repressione, anche dei lavoratori e degli scioperi, risulta sempre più forte. I presidi degli operai vengono sgomberati con la violenza e i molteplici decreti sicurezza cercano di intimidire ogni anelito di libertà e giustizia.

Proprio per questo non bisogna dimenticare e, al di là di ogni sfumatura politica, anche se non si è comunisti, non si può cessare di ricordare e di cantare: "Per i morti di Reggio Emilia"...

https://www.youtube.com/watch?v=aWRm1zcbZk0

"Compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo la` in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera Fischia il vento infuria la bufera A diciannove anni e` morto Ovidio Franchi per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli e` morto per riparare al torto di chi si è gia` scordato di Duccio Galimberti Son morti sui vent'anni per il nostro domani Son morti come vecchi partigiani Marino Serri e` morto e` morto Afro Tondelli ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia e` sangue di noi tutti Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi Come fu quello dei Fratelli Cervi Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso e` sempre quello stesso che fu con noi in montagna Ed il nemico attuale e` sempre ancora eguale a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna Uguale la canzone che abbiamo da cantare Scarpe rotte eppur bisogna andare Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti voialtri al nostro fianco per non sentirci soli Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!"

Francesco Lauria

domenica 5 luglio 2026

CHE COSA RESTA OGGI DELLA CORAGGIOSA E PROFETICA FRAGILITA’ DI ALEXANDER LANGER?


Ventuno anni fa, in questi giorni di inizio estate, tragicamente, decidendo di porre volontariamente fine alla sua vita, da solo, dopo una camminata nelle prime colline fiorentine, ci lasciava Alexander Langer.

Ma chi era Langer?

Un politico?

Certamente. È stato il fondatore delle liste Verdi in Italia e in Europa, è stato capogruppo dei Verdi al Parlamento Europeo.

Ma se ci fermassimo qui, non comprenderemmo nulla della grandezza e della infinità attualità di Alex Langer.

Non dobbiamo, ovviamente, farne un santino, utile, con sempre maggiore franchezza e ritualità, solo per gli anniversari e, sempre più stanche, commemorazioni.

Ha scritto Chrsitine Stuffering, Presidente della Fondazione Alexander Langer, nella sua nota di presentazione al libro curato da Goffredo Fofi su Alex: “in questo mondo pieno di ferite, spesso molto profonde e ancora aperte, c’è stato un uomo che ha passato la propria vita a fare (“essere”) ponte e a cercare necessarie, nuove forme di convivenza tra le persone e con la natura”.

In un mondo fatto non più solo per “giudei” e “greci”, Alexander Langer travalica, trasforma, ma non abbandona il concetto di comunità. Non fu un transfuga, al limite Langer è stato un consapevole e ostinato “disertore” dei nazionalismi, macro o micro che siano. 

Un costruttore paziente di un’Europa e di un Mondo che, dal basso, da una sussidiarietà orizzontale, verticale e, diremmo oggi, circolare, tessono mosaici, non alimentano divisioni, autoritarismi, violenza.

È stato, avendo incontrato tanti suoi amici e stretti collaboratori posso affermarlo, un uomo di tenero, fragile, ma di ostinato, costante, coerente coraggio (anche nelle difficili, per la sua storia, scelte politiche di fronte alla complice pubblica inerzia durante la guerra nei Balcani).

Possiamo comprendere Langer se partiamo dal concetto profetico, quando lui lo ha coniato, di: “conversione ecologica”.

Un concetto che tanto ha ispirato, senza alcun dubbio, anche Papa Francesco nello scrivere l’enciclica Laudato sì.

Ma per entrare nel profondo di questa unica umanità rimane fondamentale, a mio parere, ripartire dalle celebri domande, risalenti al 4 marzo del 1990, trovate nel computer di Alex Langer.

Le riprendo:

Cosa ci può realmente motivare?

Cambiare il mondo o salvaguardarlo? Solidarietà come autocompiacimento?

Abbandonare la radicalità? Etica della rivoluzione? 

Conseguenze della rivoluzione nonviolenta all'est; Navigare a vista?

Esiste da qualche parte una linea di demarcazione tra amici e nemici? A chi ci si può affidare?

Esiste un'ascesi che uno aiuta e uno forgia? Negare sè stessi - credibile o pericoloso (disumano, burocratico, ipocrita)? Cosa ti dice il sud del mondo? Solo cattiva coscienza? Perché cercare la salvezza altrove (perché poi dover andare lontano...)?

Vivresti effettivamente come sostiene si dovrebbe vivere? Passeresti il tuo tempo con coloro ai quali rivolgi la tua solidarietà? Professionalità.

Potresti vivere anche senza politica? Ti sei davvero domandato cosa ti procura e ti ha procurato?

Altruismo/egoismo? Quali costanti? Quali sintesi (p. es. giustizia, pace, salvaguardia del creato)? Cosa faresti diversamente? Potenzialità della disobbedienza civile...

Tu che ormai fai "il militante" da oltre 25 anni e che hai attraversato le esperienze del pacifismo, della sinistra cristiana, del '68 (già "da grande"), dell'estremismo degli anni '70, del sindacato, della solidarietà con il Cile e con l'America Latina, col Portogallo, con la Palestina, della nuova sinistra, del localismo, del terzomondismo e dell'ecologia - da dove prendi le energie per "fare" ancora?

Un mese prima della scrittura, intima, privata di questi interrogativi, nel febbraio del 1990, Langer scriveva uno dei suoi contributi più belli, ispirati e poetici: "Caro San Cristoforo".

In questa lettera aperta, l'attivista e politico altoatesino utilizzò la figura di San Cristoforo — il leggendario gigante traghettatore tradizionalmente affrescato sulle chiesette di montagna — come metafora del ruolo che l'umanità e i movimenti ecologisti avrebbero dovuto assumere per affrontare la crisi ambientale e sociale globale.

Nel testo, Langer si rivolgeva al santo ponendo una domanda centrale: qual è il fiume difficile da attraversare e quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo, da traghettare oggi?

Langer individuava la risposta nella transizione culturale ed ecologica: con il passaggio cruciale da una civiltà del "di più" a una civiltà del "può bastare" o del "forse è già troppo".

Celebre il suo motto, consegnato ad Assisi ai giovani: “Lentius, profundius, suavius”.

La critica di Alex sottolineava che per cambiare rotta non sarebbe bastata la semplice paura della catastrofe climatica o dei primi collassi della civiltà industriale.

Sarebbe stata soprattutto necessaria una spinta culturale e interiore in modo da rendere la conversione ecologica e la limitazione dei consumi desiderabili, piacevoli e socialmente accettate, anziché percepite come un sacrificio punitivo.

Oltre al significato ecologista, Langer si identificava profondamente con San Cristoforo anche per un'altra ragione: la sua attitudine a fare da ponte, diremmo traduttore.

Cresciuto in una realtà di confine come il Sudtirolo, Alex ha dedicato la vita a tradurre concetti, culture e istanze tra il mondo tedesco e quello italiano, cercando di favorire la convivenza interetnica e la risoluzione pacifica dei conflitti, anche andando contro, disobbedendo a certezze inossidabili come la proporzionale e la concordata “spartizione” etnica tra tedeschi, italiani e ladini nella sua terra.

Per aver rifiutato di indicare, da persona dall’identità molteplice, la propria nazionalità nel censimento gli fu, ignobilmente, vietato di presentare la propria candidatura a sindaco di Bolzano nel 1995, cosa che gli procurerà, anche per le incomprensioni e i pregiudizi subiti, molto dolore.

Ha scritto Alex Langer nel suo biglietto di addio, il 3 luglio 1995, anch’esso espresso in più lingue/dialetti:

“I pesi mi sono divenuti davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa mia dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi e oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

In questo tragico biglietto, ritrovato in occasione della sua scomparsa nella periferia fiorentina, c’è tutta la contraddizione voluta e irrisolta dell’esistere non solo di Langer, ma di ogni uomo, ogni donna.

Una contraddizione, un dolore sanguinante che, paradossalmente, ci cura, si prende cura del nostro presente, ci prende in spalla come San Cristoforo con il Bambino.

Anche se quello di Alex, ha sottolineato giustamente Giorgio Mezzalira, è stato un: “modo di stare al mondo”, non “il modo di stare al mondo”.

Langer, che si chiedeva provocatoriamente e intimamente: “passeresti del tempo con coloro che dici di voler aiutare”, ci lascia un ulteriore compito, decisivo nello sfrangiato mondo rovente e in guerra permanente di oggi:

“È tempo di essere piccoli. Non abbiate fretta. Vi invito a sostare, a coltivare il dubbio, a praticare l’ascolto, a custodire il fragile”...

E, forse non è un caso che il Vangelo di Matteo, nella domenica che segna l’anniversario della morte di Alex, ci consegni questa Parola: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero”.

Ad Alex Langer, con l’Associazione Amici della Politica, abbiamo dedicato a Pistoia un evento pubblico nel settembre del 2025, incontro in cui intervennero il “sociologo della decrescita e della rigenerazione” Marco Deriu e Uwe Staffler, amico di Langer e suo ultimo assistente al Parlamento Europeo.

È importante che quest’anno, a Pistoia, nell’ambito del festival Farestoria, organizzato da numerose realtà, sia stata programmata una serata dedicata a Langer e al concetto di “coesistenza”.

L’incontro, in cui interverranno Giorgio Mezzalira e Maria Chiara Rioli, si svolgerà martedì 7 luglio alle ore 21 presso il Giardino Puccini Gatteschi.

Sarà davvero importante partecipare: anche per ritrovare, in questo tempo, nuova forza, individuale e collettiva, grazie alla profetica e coraggiosa fragilità di Alex.

Pensando a lui, al pieno e al vuoto che ha lasciato in tanti di noi, forse è proprio vero quanto affermava Gilbert K. Chesterton: “Solo quando si naufraga veramente, si trova quello che si vuole davvero.”

Francesco Lauria