lunedì 20 luglio 2026

GENOVA 2001-2026 "DETONAZIONE". CONVERSAZIONE CON LOTTA E ALUISI TOSOLINI (LE PAROLE E LE COSE).

Proprio in queste ore, venticinque anni fa, con un caldo enorme, uscivo dalla fabbrica metalmeccanica tra Parma e Reggio Emilia in cui lavoravo per l'estate.

Avevo chiesto un giorno di ferie, il giorno prima, un giovedì (uno dei due giorni di ferie a cui avevo diritto) per partecipare alla bellissima manifestazione dei migranti a Genova.

Di lì a due ore e mezzo sarebbe stato ucciso Carlo Giuliani in Piazza Alimonda.

Di lì a poche ore molti partiti, organizzazioni, sindacati della sinistra (non tutti ovviamente) avrebbero deciso di fare marcia indietro e di non partecipare all'ultima grande manifestazione di sabato 21 luglio contro il G8 di Genova e per un altro mondo possibile.

Io, invece, con alcuni amici avrei preso alle cinque del mattino il pullman della Rete di Lilliput di Parma e a Genova a manifestare ci sarei tornato l'indomani, con tutti gli annessi e i connessi.

Portando a casa la cicatrice e la ferita che, come tanti e tante, ancora mi porto tatuate dentro, nel profondo.

E allora quest'anno ho pensato, venticinque anni dopo, di provare a curarla questa ferita.

Di parlare, dialogare non solo con una generazione militante precedente alla mia, a Genova avevo da una settimana compiuto 22 anni, ma soprattutto con chi, oggi impegnato in tutto il mondo nella lotta al cambiamento climatico, nel luglio 2001, non era ancora nato/a.

Ha scritto il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, in un articolo pubblicato postumo, citando la politologa e attivista Susan George, che la gran parte dei manifestanti di Genova ha rappresentato “il primo movimento di massa della storia che non chiese nulla per sé, voleva solo giustizia per il mondo intero”.

Ma, al di là della retorica degli anniversari e dei reducismi, che cosa rimane di quel grande movimento di massa, represso brutalmente dal potere? 

Che cosa rappresenta oggi Genova per chi l’ha vissuta e che cosa per chi, impegnato/a nella lotta al cambiamento climatico e nella ostinata costruzione di un mondo più giusto, nel 2001 ancora non era nato/a?

Ne ho discusso con LOTTA, classe 2002, giovane artista e attivista “vegan e queer” e Aluisi Tosolini, classe 1959, filosofo dell’educazione e coordinatore nazionale delle Scuole per la pace

Tre diverse generazioni in dialogo.

Sono davvero molto orgoglioso, contento, direi felice di quello che è venuto fuori che, a breve, verrà anche pubblicato in lingua inglese.

Ringrazio in particolare Emanuele Leonardi e la rivista culturale: "Le parole e le cose".

Buona lettura!

Francesco Lauria

GENOVA 2001-2026 "DETONAZIONE" 

CONVERSAZIONE CON LOTTA E ALUISI TOSOLINI

https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/

domenica 19 luglio 2026

PALERMO, GENOVA, BOLOGNA: TRA LEGGE E DIRITTO, UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA. IN MEMORIA DI ABDERRAHIM FAKIR.

Alla fine dell'anno scorso, tornato dalla vacanza più costosa (e allo stato dei fatti irripetibile) della mia vita in Islanda, peraltro senza neve e con temperature incredibili intorno ai dieci gradi (fino a ventitrè gradi in alcuni fiordi, mi è stato detto) terminai una lettura di un libro (solo teoricamente un romanzo) che mi colpì tantissimo: "Gli inadeguati".

Era la storia, raccontata da Cosimo Calamini, di Riccardo Magherini, un ex giocatore della Fiorentina morto nel quartiere di San Frediano, a Firenze, il 3 marzo 2014, durante un lunghissimo controllo/fermo dei carabinieri.

Dopo due condanne in appello, le forze dell'ordine sono state assolte in Cassazione, ma, venti giorni dopo la pubblicazione della mia recensione del libro, lo Stato italiano è stato, invece, condannato dalla Corte Europea per i diritti dell'uomo proprio in merito a quel fatto.

La Grande Camera della CEDU ha stabilito che lo Stato italiano è responsabile per aver violato il diritto alla vita, poiché non c'era "l'assoluta necessità" di mantenere Magherini immobilizzato a terra in posizione prona e senza adeguate linee guida a tutela della sua incolumità. 
La Corte ha anche ordinato all'Italia di risarcire la famiglia per i danni subiti e ha evidenziato gravi lacune nella formazione delle forze dell'ordine sulle tecniche di immobilizzazione e sui rischi di asfissia.
Chi volesse approfondire la storia dolorosa di Riccardo Magherini trova il mio articolo qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2025/12/gli-inadeguati-unombra-oscura-nella.html
Lungi, da garantista sempre, dal voler compiere processi sommari, ma anche consapevole che, spesso, in casi simili la verità è stata occultata (pensiamo, solo per fare due esempi fra i tanti, a Federico Aldovrandi o a Stefano Cucchi) mi ha molto colpito il comunicato stampa che ho ricevuto, di prima mattina, sul mio cellulare da parte della Cub, il sindacato a cui, da novembre, aderisco, su quanto avvenuto ieri a Bologna, quando una persona, Abderrahim Fakir, è morta durante un fermo di polizia.

Ripeto, nessuno processo sommario, il fatto è avvenuto, peraltro, il 19 luglio, giorno in cui, oltre al giudice Paolo Borsellino si ricordano gli agenti e la agente della sua scorta caduti/a con lui:  Agostino Catalano, Emanuela Loi, (prima donna caduta in servizio della Polizia di Stato), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Tornando a Bologna e ai fatti tragici di ieri, tutti da verificare con oculatezza e senza pregiudizi, ma anche senza sconti, praticamente nessuno ci ha raccontato, oltre alle "origini marocchine" e alle "escandescenze" non ben precisate, chi fosse: Abderrahim Fakir, l'uomo di quarantatre anni morto, completamente disarmato, durante il fermo.

Intanto non era uno sbandato (non che la cosa cambi qualcosa ovviamente sulla dignità della vita umana), ma un lavoratore, un ex militante sindacale e non lavorava in un posto qualsiasi, ma nel luogo principe, a Bologna, della postmodernità turbocapitalista, ma anche di alcune pratiche sindacali innovative: l'interporto.

Era in Italia dall'età di sette anni, quindi, non so se di diritto, certamente di fatto, era cittadino italiano (e anche questo non cambia nulla sulla dignità della vita umana, ma è bene ribadirlo).

Questo il testo del comunicato della Cub:


La Confederazione Unitaria di Base condanna fermamente quanto accaduto a Bologna, dove Abderrahim Fakir, lavoratore ed ex iscritto al SI Cobas, è morto durante un intervento della Polizia di Stato.

Le immagini diffuse sollevano interrogativi gravissimi sulle modalità dell’immobilizzazione e sull’uso della forza. «Basta, aiuto», si sente urlare nel video, mentre l’uomo viene trattenuto a terra. È necessario accertare rapidamente e con piena trasparenza la dinamica dei fatti e tutte le eventuali responsabilità.

Quanto avvenuto si inserisce in una successione sempre più preoccupante di episodi caratterizzati da un uso sproporzionato della forza, che rischiano di rendere il nostro Paese sempre più simile agli Stati Uniti di Trump e alle pratiche repressive dell’ICE.

La CUB esprime solidarietà alla famiglia, ai compagni di lavoro e al SI Cobas e sosterrà lo stato di agitazione proclamato nella provincia di Bologna e lo sciopero indetto per lunedì 20 luglio, dalle ore 22, in tutte le aziende dell’Interporto di Bologna.

Invitiamo le lavoratrici, i lavoratori e i compagni, anche provenienti da altri luoghi di lavoro e da fuori Bologna, a partecipare affinché sia forte e ampia la denuncia per la morte di Abderrahim Fakir. 

IO SARO' PRESENTE!    #cubnazionale #cubbologna #sciopero #giustizia

Anche se stasera non potrò, per ragioni familiari, essere presente fisicamente a Bologna ho deciso che, come ho fatto con Riccardo Magherini, la cui vicenda, risarcimento alla famiglia da parte dello Stato italiano compreso (quando morì, Magherini aveva un figlio, Brando, di soli due anni...) non ho mai più smesso di seguire, non mi dimenticherò, anche quando i riflettori si saranno spenti e gli scioperi di solidarietà terminati, di Abderrahim Fakir. 

Parlando in generale, a un giorno dall'anniversario del corteo del G8 di Genova, nel ricordare anche la morte di Carlo Giuliani (senza renderlo un eroe, cosa che, da nonviolento, non ho mai voluto fare) non possiamo mai accettare che, per citare il libro/conversazione su polizia e democrazia, ad opera del mio amico, poliziotto e sindacalista parmigiano Luigi Notari, le forze dell'ordine operino, come, senza alcun dubbio è successo a Genova, e come dovrà essere accertato rispetto a quando è avvenuto a Bologna: "al di sotto della legge".


Riuscimmo, pur a fatica, ad evitare questa deriva al tempo del terrorismo politico, degli anni di piombo e delle stragi (nere, di Stato e di mafia), a maggior ragione dobbiamo farlo oggi, ai tempi dell'ICE e delle folli giustificazioni/strumentalizzazioni politiche delle pallottole in libertà e degli omicidi compiuti a sangue freddo, come nel caso, sinceramente incredibile, di Mario Roggiero.

Anche le forze dell'ordine, non così di rado, sbagliano. 

E, come ha ammonito la Corte Europea dei diritti dell'uomo, come è successo al giovane Placanica durante il G8 di Genova del 2001, può capitare di non essere adeguatamente formati e, anche, semplicemente, di commettere errori (gravi).

Nel ricordare che ieri è morto un uomo: c'è una cosa che non possiamo assolutamente permettere, anche perchè, come hanno ben capito gli abitanti di Minneapolis durante i raid e gli omicidi deliberati dell'ICE, (non sto affermando che ieri a Bologna sia avvenuta la stessa cosa) tutti, cittadini e cittadini, siamo a rischio, insieme alla democrazia, alla libertà, alla giustizia, alla stessa umanità.

Nessuna impunità quindi, si faccia piena luce su quanto successo ad Abderrahim Fakir. 

Anche per rendere la giusta memoria a chi, giudice antimafia o poliziotto/a di una scorta, il 19 luglio 1992, ha perso la vita per difenderla, la nostra fragile, imperfetta, precaria, inadeguata democrazia.

Francesco Lauria

OSVALDO BAGNOLI, IL VERONA E QUEL MIRACOLO QUASI OPERAIO NEL FREDDO 1985...

Pasticceria di periferia a Verona (consumando rigorosamente solo un caffè...) una domenica mattina presto, dopo la Messa.

Sfogliando l"Arena, non ci si può non riconoscere nell' abbraccio della città a Osvaldo Bagnoli, buon calciatore, ma soprattutto l'allenatore della squadra del mitico, impensabile scudetto del 1985.

Anno del grande freddo e delle immense nevicate.

L"anno dopo sarebbe sbarcato nel calcio, col suo elicottero, Silvio Berlusconi a interrompere, a suon di miliardi, i filotti juventini.

Michel Platinì, sua maestà,  mio mito di bimbo di sette anni, avrebbe lasciato il calcio, dopo un unico gol stagionale nel 6-1 della Juventus all' Ascoli.

Ma prima e in mezzo ci furono Osvaldo Bagnoli e il Verona.

Uno scudetto stravinto e unico.

Un' epopea e una favola paragonabili forse al solo Leicester di Claudio Ranieri in Inghilterra nel 2016.

Oggi ricordiamo Osvaldo Bagnoli, famiglia operaia della Bovisa di Milano, mani quasi sempre in tasca, sguardo fiero, mai arrogante.

E quel miracolo veronese del 1985. 

Prima del riscaldamento globale.

E prima che i miliardi, con la sola parziale eccezione della Sampdoria di Vialli e Mancini nel 1991, diventassero troppi per qualsiasi altra sorpresa, almeno in Italia.

Figuriamoci poi se, come con Osvaldo Bagnoli, si tratta di un'impresa di origini romanticamente operaie .

Francesco Lauria

sabato 18 luglio 2026

"SE MI GUARDI, VEDI". GANG, PASOLINI E MADRE TERESA: ASCOLTARE CON GLI OCCHI

Che cosa hanno in comune i Gang, Pierpaolo Pasolini e Madre Teresa di Calcutta?

Tante cose in realtà, ma due in particolare: una storia antica e una canzone.

C'è un'oasi nell'album Controverso pubblicato dai fratelli Severgnini (I Gang...) nel 2000, un brano sull'empatia, il valore dell'ascolto, ma anche sul riconoscimento del dolore e della speranza dell'altro/a: "Se mi guardi, vedi".

Ma cosa c'entrano Pasolini e Madre Teresa? 
Pasolini, nel 1961, diede di lei, quando era sostanzialmente sconosciuta in Italia e in Europa, chiamandola in uno dei suoi reportage sul quotidiano Il Giorno, "Suor Teresa", una celebre definizione che i Gang hanno implicitamente citato nella canzone: "quando guarda, vede"..
E' una storia bellissima, quella raccontata da Pasolini nel suo viaggio in India e a Calcutta in particolare, svolto insieme ad Alberto Moravia ed Elsa Morante in onore del poeta Tagore.
Una storia quasi dimenticata e che, anche con questa canzone, i Gang hanno contribuito, quaranta anni dopo, a liberare dalla polvere.
Tornando alla canzone, vedere significa, quindi, non fermarsi alla superficie delle cose, all'apparenza delle persone, ma avere la capacità di scavare nell'anima (a partire dalla propria), accorgersi della sofferenza, della storia, della dignità, ma anche dei desideri, dei sogni, delle aspirazioni di chi si ha di fronte. 
E' bellissimo il verso: "Ho la pelle fatta di sale d'attesa, delle notti ho l'età": che, insieme, esprime, evoca stanchezza, maturità, resistenza e resilienza e si immerge tra le mille tempeste attraversate, siano esse personali o sociali.
"Ho trascinato l'alba con gli zingari di neve..."
La neve c'è spesso, nelle canzoni, anche diversissime tra loro, dei Gang.
Note e parole attente che si contrappongono alla violenza del mondo e nel mondo.
Proprio come, nella loro estrema diversità, nel loro sguardo attento, sincero, mai conformista, mai comodo: Pierpaolo Pasolini e Madre Teresa di Calcutta.
Non c'è contraddizione, per i Gang, tra silenzio interiore, sguardo di cura e impegno, urlo sociale: tra la solidarietà gridata nei loro inni più famosi (a partire da "Ombre Rosse") e la connessione, intime, tra gli esseri umani. 
Sono facce della stessa medaglia.
A partire, come sempre nella musica di questo gruppo rock, dagli ultimi, dai dimenticati, dai negletti.
Dagli innominabili.
"Se mi guardi, vedi" .
Se c'è ancora spazio, vita, amore nel cuore, tra "silenzi e spari", non si può non ascoltare, "vedendo". 
Anche grazie a questa stupenda canzone, forse un po' sottovalutata persino dai fan dei Gang....
Francesco Lauria

SE MI GUARDI, VEDI (THE GANG)
Ho la pelle fatta
di sale d'attesa
delle notti ho l'età
Ho curvato i giorni
come fanno i treni
e ho sorpreso le città
cose che soltanto il cuore
può vedere
corrono i miei anni
vanno sotto gli occhi
se mi guardi, vedi......
ho giocato ai fiori
fra silenzi e spari
ma non ho tradito mai
grandine di rose
ne ho piene le tasche
te ne do quanta ne vuoi
cose che soltanto il cuore
può vedere
corrono i miei anni
vanno sotto gli occhi
se mi guardi, vedi...
e ho trascinato l'alba
con gli zingari di neve
per trasparire il mondo
e ricordare
che l'erba un tempo era
la pianura
cose che soltanto il cuore
può vedere
corrono i miei anni
vanno sotto gli occhi
se mi guardi, vedi...
cose che soltanto il cuore
può vedere
corrono i miei anni
vanno sotto gli occhi
se mi guardi, vedi...

venerdì 17 luglio 2026

"SIAMO CERCHI NELL'ACQUA CHE NON SANNO NUOTARE". EPPURE...

Ieri notte, per la prima volta in dodici mesi di insonnia più o meno grave, sono riuscito, del tutto inaspettatamente, a dormire otto ore di seguito.

Il clima di San Vigilio di Marebbe ("Al Plan de Mareo" in ladino), in Val Badia, con i suoi quindici gradi notturni, ha aiutato. 

Così come sono state importanti le nuotate e le camminate in montagna, praticate cercando, ovviamente senza successo, di tenere il ritmo di mio figlio Jacopo che, oltre che quindicenne, è anche un super sportivo di livello agonistico.

Una notizia bella era stata, però, decisiva per il mio riposo, dopo le delusioni profonde e il dolore, per me frantumante, di quest'ultimo anno.

Forse posso esprimere il mio sentire con una poesia.

Sarà la stupefacente resistenza/resilienza centenaria del popolo ladino, frammentato in cinque province diverse, ma in me, in questo piccolo paese in cui il novantadue per cento della popolazione parla questa lingua, si è risvegliata la passione per le piccole lingue minoritarie. 

Quelle che curano le radici, senza per questo produrre micro-nazionalismi.

Come ha ben scritto il poeta curdo Allawi, a stupirci, accompagnarci, curarci sono le "matrie", le patrie dei popoli senza stato, talvolta, come i ladini, anche senza armi e senza eserciti. 

Angelo Trebo, forse il più grande dei poeti ladini, scrisse, centocinquanta anni fa, una stupenda poesia, magari, proprio dopo una notte come la mia.

In lingua originale suona così:

Ala net 

Net tan dejidrada, vi!

Vi, o regno scür dai semi!

Vi con töa pêsc dal ci!

Tèmo sö te tü bi grëmi!

Stopa con to velo grisc

düć chisc gragn tormonć dla vita!

Pôrtemo tʼ en bel paîsc,

co ligrëzes inće pîta!

Döt le bel spo ôi somié;

da zacan spo les ligrëzes

dötes ôi alerch cherdé,

desmonćé mʼ ôi les tristëzes.

Che in italiano si può tradurre (non senza "tradire" Trebo un po'...) in questo modo:

Alla notte 

Notte, tanto agognata, vieni!
Vieni, o regno oscuro dei sogni!
Vieni con la tua pace dal cielo!
Accoglimi nel tuo bel grembo!
Copri con il tuo velo grigio
tutti questi grandi tramonti della vita!
Portami in un bel paese,
che offra anche delle gioie!
Allora vorrei sognare tutto il bello;
del tempo passato poi le gioie
vorrei tutte chiamare a raccolta,
vorrei dimenticare le tristezze.
La novità, bella e anche ufficiale, complice della piena notte di sonno è che, da settembre, dopo aver vinto una selezione, insegnerò, con un piccolo contratto annuale, presso l'Università di Torino, corso di Relazioni Industriali, Dipartimento di Giurisprudenza.
Non è una delle notizie che, economicamente, ti cambiano la vita, specialmente quando, dopo venti anni da dipendente, hai aperto una Partita Iva.
Soprattutto dopo aver scoperto, tuo malgrado, di dover consegnare al fisco circa il 60% dei tuoi ricavi, essendo obbligato a utilizzare, almeno per un anno, il regime meno vantaggioso.
Ma, come  ha detto qualcuno o qualcuna, "i soldi non fanno la felicità" e, comunque, ho altri quattro, dicasi quattro, contratti in essere (sembra notevole, ma si veda l'amara frase precedente...)
Tornando a noi, stavo macinando un tornante di montagna e, quando ho avuto la lieta novella, memore di tutta la fatica e la solitudine di quest'anno, non so come, ma mi sono messo a piangere come un bambino.
La formazione, la didattica, mi mancano tantissimo, più della ricerca che ho continuato costantemente a praticare. 
Mi mancano gli occhi, i cuori, l'anima delle persone, persino nei corsi online (certo, quando le webcam sono accese...)
Mi manca quel "guscio fragile" che è la formazione, specialmente degli adulti, quell'istante lungo da ascoltare, praticare attraverso il dialogo ("sfregamento" delle idee). 
Un istante in cui si può raggiungere , nsieme, come affermava Platone,  l'intuizione, la scintilla, il fuoco della verità.
Proprio per questo oggi, mentre circumnavigavo l'incommensurabilmente bello lago di Braies con Jacopo (che, per fortuna, si era fatto male a un dito del piede, inciampando comicamente in camera sua sulla valigia, e andava un pochino più piano...) ero sereno, finalmente un po' pacificato.
I tradimenti, i silenzi, gli opportunismi, il conformismo, le menzogne susseguitisi dopo la fine traumatica del mio rapporto di lavoro e di militanza con la Cisl, sembravano volati via, in qualche modo assorbiti.
Così come le fatiche e le salite più recenti, arrivate, a Pistoia, come un'astronave inaspettata e maledetta, certamente in divieto di sosta e probabilmente motorizzata Euro 1.
Osservavo l'acqua del lago, le sculture "artigianali" di sassi bianchi, le barchette in legno, i giapponesi con il bastone del selfie e pensavo al fatto che, spesso, nella vita, da soli, non sappiamo nuotare.
I nostri pensieri, le nostre speranze, le nostre fatiche, i nostri respiri sono come: "cerchi nell'acqua".
Frantumi e ricomposizioni allo stesso tempo, così uguali, ma anche così diversi, irripetibili.
Respiri comunque democratici, come nella canzone di Paolo Benvegnù...
Certo, ormai per entrare a Braies (anche nelle frazioni non solo al lago...), come a Venezia, si paga un ticket. 
Non è, in sè, un male, perché qui il ticket limita davvero l'overtourism, ma non si può non constatare, ad esempio, che anche le barchette in legno, pur autogestite e prive di gondoliere (o gondoliera, anche Venezia evolve...) costano, ormai, quasi come una gondola.
Con la scusa dell'overtourism si rischia, quindi, di destinare la bellezza solo ai ricchi.
Alla fine circumnavigare insieme un lago alpino, tornando al punto di partenza, è proprio, sanamente, "riconoscersi per creare", ma soprattutto: "camminare senza chiedersi il perchè... proprio come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare".
E, forse, proprio per questo, almeno qualche volta, sanno riconoscersi, dandosi la mano, accompagnati da una: "Luce invisibile. Da succhiare"...
Come la luce invisibile contenuta nella stupenda lettera di Alex Langer (che qui era di casa) a San Cristoforo, il santo spesso ritratto nelle chiesette di montagna.
Un uomo grande e buono che attraversa l'acqua e i suoi cerchi su una barca, che traghetta sull'altra sponda un bambino, portandosi sulle spalle il suo peso, solo apparentemente leggero, perchè rappresenta il futuro del pianeta...

Cerchi nell'acqua (Paolo Benvegnù)

"Frantumare le distanze
Superare resistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché

Il tuo viso le mie mani
Sono la stessa gioia immensa
È luce invisibile da succhiare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
Che il respiro è un dettaglio che ci rende uguali
Come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare e si infrangono

Frantumare le distanze
Superare le esistenze
E riconoscersi per creare
Camminare senza chiedersi perché

E fermarsi un istante per considerare
Che ogni istante si scioglie in quello a venire
Come cerchi nell'acqua che non sanno nuotare
E si infrangono."
Francesco Lauria