Certo avevo letto con attenzione il volantino dell'Associazione Acqua Cheta ed ero preparato ad incontrare una donna generatrice di cambiamento, una giovane, ma già di grande spessore ed esperienza, imprenditrice sociale.
Ma l'incontro è andato oltre ogni previsione e, sono certo, dato che presso le suore domenicane di Pistoia non c'era nemmeno un posto libero, anzi, in molti hanno dovuto ascoltare in giardino o nel corridoio, che in tanti e in tante hanno pensato la stessa cosa.
I numeri non dicono tutto, ma dicono molto: in un contesto difficilissimo, da un punto di vista umano, sociale, ma anche e soprattutto lavorativo, come la Cisgiordania palestinese, Sulaima che, in arabo significa "pacificatrice" forma oltre 1200 tra donne, ragazze e bambine ogni anno.
Formatori e formatrici sono, poi, l'architrave di un progetto di cambiamento che investe sulle competenze in un contesto in cui, a causa delle riduzioni delle tasse girate dal Governo israeliano all'Autorità Nazionale Palestinese, la scuola è stata ridotta, così come lo stipendio degli insegnanti, da cinque a tre giorni settimanali.
Quando va bene.
I prodotti artigiani, i tessuti che sono realizzati attraverso l'impresa sociale Ibitkar sono un strumento di resistenza pacifica, emancipazione e riscatto.
Ibtikar, che in arabo significa "innovazione", è un incubatore d'impresa e un laboratorio comunitario con sede a Betlemme.
Questa scommessa di futuro offre corsi di formazione professionale, tutoraggio, percorsi di avvio alla micro-imprenditoria, supporto psicologico e sociale, in un tessuto, anche familiare, sempre più frammentato, sfrangiato, violato.
La produzione e la valorizzazione di manufatti tradizionali e artigianali: borse, tessuti ricamati, realizzati dalle donne della comunità anche a domicilio, sono un elemento di resistenza anche culturale, di fronte alle gravissime violenze subite dalla popolazione palestinese.
Terminata la conferenza mi sono avvicinato a Sulaima, ci siamo sorrisi e le ho detto, tra le altre cose:
"Thanks for your capacity to aspire...!"
Ho sempre creduto nell'impostazione del socio-antropologo indiano Arjun Appadurai, attivo nelle baraccopoli di Mumbai, per il quale le "aspirazioni nutrono la democrazia".
Le aspirazioni delle persone, in particolare delle donne nel Medioriente e dei territori occupati, non sono, infatti, una minaccia per la democrazia, come continuano a pensare coloro che la intendono come un modo di costruire consenso per decisioni già prese altrove e da altri.
Le aspirazioni, Sulaima è maestra e testimone in questo, invece, nutrono la democrazia, e la stessa capacità di aspirare è per i poveri (parte gigantesca dell'umanità) la premessa per riconoscere la propria condizione, per prendere parola, per protestare e federarsi, per cambiare la propria vita, il proprio destino già scritto da altri.
Per usare il lessico di Ota de Leonardis nell'introduzione ad alcune opere del pensatore indiano, quello che Ibitkar prova a suscitare, stimolare, diffondere, proteggere è la "meta-capacità di ogni capacità".
La cultura, perchè con la sua imprenditorialità sociale Sulaima, questo fa è quindi la capacità di avere aspirazioni e di pensare il futuro.
La giovane donna palestinese ha detto, ad un certo punto, nel suo perfetto inglese: "non voglio oggi parlare di politica".
Ma il suo agire è, nel senso più nobile del termine, fare politica, alimentato da culture condivise che si esprimono attraverso un "fatto collettivo".
Costruire futuri possibili, anche grazie alle proprie radici, ma nell'incontro e nella contaminazione con l'altro (la famiglia di Sulaima è per metà cristiana e per metà musulmana) è un grande, opportuno atto politico.
Supportare le persone non in una logica caritatevole ed assistenzialista, ma di riconocimento e affermazione della dignità, pur in un contesto, quello dell'occupazione israeliana, sempre più feroce e violento, significa aiutarle a "trovare il loro posto nel mondo".
Come soggetti che aspirano, non come oggetti di aiuto.
Il saggio di Ota de Leonardis, intitolato "E se parlassimo un po' di politica?" confronta in maniera peculiare l'impegno di emancipazione negli slums di Mumbai con il percorso di de-istituzionalizzazione manicomiale della psichiatria.
Appadurai (e Sen) in rapporto a Basaglia e Foucault, insomma.
De Leonardis scrive:
"Dal confronto con i matti e la psichiatria, ma non solo, ho imparato in proposito tre cose:
- che un welfare degno di questo nome non (re) distribuisce bene (e nei territori palestinesi c'è, purtroppo, ben poco da redistribuire...), ma produce capacità - con ciò redistribuendo piuttosto poteri (e qui c'è anche tutto il tema dell'emancipazione femminile, in una società in cui tantissimi uomini vengono rinchiusi nelle carceri israeliane, anche preventivamente...);
- che le capacità delle persone, capacità di essere e di fare, si esprimono e crescono con l'uso, in quanto cioè sono praticate per realizzarsi in e realizzare qualcosa (e i laboratori di artigianato di Ibtikar, guardando ai processi, non solo ai prodotti sono proprio questo...);
- che le condizioni perchè questo avvenga sono di natura squisitamente sociale. A cominciare dal contesto in cui si possono semmai praticare e coltivare, esse richiedono di porre mano a dotazioni costitutivamente collettive - da soli nella città e nei campi profughi si resta comunque incapaci: ed è qui, su queste dotazioni, che entrano in gioco poteri, istituzioni e saperi dedicati a produrre welfare, o meglio, well being, lo star bene e ancor di più lo star meglio.
Star meglio insieme, è una grande scommessa ed è il fulcro in contemporanea di un'attenzione alla persona, focalizzato anche sulle aspirazioni personali, individuali, sulla soggettività che diviene tessera peculiare in un mosaico comune, condiviso, molteplice.
Come hanno spiegato in un libro che ritengo fondamentale Paolo Venturi e Flaviano Zandonai: "Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale", la scommessa di Sulaima e del team che la accompagna ci racconta che nessun cambiamento umano, sociale ed economico è possibile se manca "chi" lo desidera così tanto da farlo accadere.
Sulaima ci ha spiegato, con i fatti e i progetti, non in teoria, che la creazione di valore, tanto più in contesti fragili e costantemente sotto attacco come la Cisgiordania, ha bisogno tanto di compentenze (e Ibitkar ha come mission centrale proprio la formazione) quanto di significati.
E' l'orizzonte condiviso di senso, senza volontà forzatamente uniformatrice, a legare le azioni (il fare) alle aspirazioni (l'essere e il divenire) diventando sfida di tutti/e e di ognuno/a.
E' questo l'impatto sociale di Sulaima, la "pacificatrice".
E allora Sulaima chiama anche noi.
Ci dà occasione di riaccendere e risignificare il nostro operato, il nostro desiderio, la nostra aspirazione di cambiamento.
Quella che ci è stata raccontata il 15 settembre scorso a Pistoia, presso il convento delle suore domenicane, è una impresa di comunità che si fonda su innovazione, partecipazione e sviluppo locale.
Proprio per questo Sulaima ha ribadito più e più volte che non le interessano doni a fondo perduto e che forma le ricamatrici di Ibitkar perchè siano esse stesse veicolo di soggettività e coscientizzazione, con le loro opere.
Come scrive Ivo Lizzola: "si sta nelle comunità per prendersi cura e per essere cura, perchè si è rispettati se non si può dire e pechè si ha da dire".
Certo, pur nella grande positività di questa donna che ha avuto un ruolo molto importante anche nello sviluppo del microcredito in Cisgiordania, non mancheranno, immagino, malinconia e rabbia, sofferenza e silenzio.
Immagino che di fronte all'ennesimo sopruso subito dal governo israeliano o dai coloni, o dall'inefficienza spesso corrotta della fragile Autorità nazionale palestinese, sia stata pronunciata, più volte e comprensibilmente, la frase: "non ce la faccio più".
Ma Sulaima ci ha trasmesso anche il fatto che in quei luoghi fragili, circondati, provvisori, nei campi profughi, non molto diversi dagli slum di Mumbai, si vivono anche la calma e l'ascolto, la liberazione e il rispetto e, in ultimo, la dignità.
Una dignità che non può essere offerta da nessuna "illusione umanitaria", ma che va semplicemente riconosciuta.
La "soglia" collettiva di Sulaima è, in fine dei conti, pur in contesti difficilissimi: il riconoscimento del "poter essere quel che si è, in una propria possibilità e anche in una propria grazia".
Prima di allontanarmi da San Domenico ho guardato ancora una volta questa giovane donna, così grande, ma anche così normale, prossima.
Ero entrato nella sala chiedendomi che cosa "potessi dare" a Sulaima.
Ne sono uscito, con responsabilità, grato per quello che lei mi e ci ha donato.
Come cantavano, quando ero giovane giovane, gli Stadio:
"Stabiliamo un contatto. Ma stabiliamolo adesso!".
Per una solidarietà che è reciprocità o non è.
Palestina libera!
Francesco Lauria

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