sabato 31 ottobre 2026

LA NOTTE DI TUTTI I SANTI! CAMMINANDO CON IL VESCOVO AUGUSTO NELLA LUCE DI PISTOIA. IL GIORNO DOPO...

"Guardi, per visualizzare i canti e le letture deve inquadrare il Qr code predisposto dalla Diocesi..."

Alla consegna del minuscolo fogliettino, peraltro brandizzato con logo della vaglia, Valentina, una giovane insegnante consacrata seduta vicino a me sui banchi della Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, si mette a ridere vedendo il mio disagio: le dico che anche al ristorante mi dichiaro anziano e, quando possibile, mi faccio dare il menù cartaceo, magari impolverato, magari nemmeno aggiornato...

La veglia guidata dal vescovo Augusto Mascagna, che comunque appare quasi subito in semiborghese a gestire democraticamente i canti (lo sento chiedere un "canto nazionalpopolare" che tutti conoscano..., magari anche lui non si trova tantissimo con il Qr code, chissà...), è un po' in ritardo.

Con Valentina, mentre accendiamo con tutti i fedeli un lume, custodendo la fiamma tra le nostre mani, abbiamo tempo di raccontarci un po' delle nostre vite, dei nostri Cammini verso Santiago, delle conoscenze in comune, peraltro al Borgo Tutto è Vita, dei nostri approdi a Pistoia, di fatto in tempi simili e dalla stessa città, Roma...

Avevo notato altre volte lo sguardo acceso e accogliente di Valentina, che mi racconta il suo carisma, l'essere una "suora immersa nel mondo", con una propria casa, un proprio lavoro, testimoniando con la vita e con lo sguardo. Appunto...

Augusto, con la consueta semplicità, prende la parola, la veglia della "Notte di tutti i Santi!" ha inizio...

Prima della veglia, sul sagrato della Chiesa di San Filippo c'erano state l'adorazione eucaristica e una cena condivisa, un'altra idea geniale del nuovo vescovo, ma io non avevo fatto in tempo...

Mentre mi incamminavo verso Piazza Spirito Santo (uno dei luoghi, con i suoi comizi, ormai "storici", della sconfitta del centrodestra in città...) avevo incontrato, con la moglie, l'ex sindaco Alessandro Tomasi. Alessandro  mi aveva chiesto se, come lui, fossi un "taxista di adolescenti ad Halloween" e gli avevo risposto di no, ero stato dispensato...

Già fuori dalla chiesa è un andirivieni a tratti gioioso e a tratti un po' ripetitivo di dolcetti e scherzetti, travestimenti noir, suore finte che si confondono con le suore tradizionali, quelle con "l'abito", mica Valentina :-)

Alla fine mi rassegno, guardo le poche copie cartacee della veglia, svanire davanti a me, in quanto, in gran parte appannaggio del clero pistoiese, e inquadro il Qr code...

Troviamo la concentrazione e la contemplazione, la preghiera condivisa.

La veglia ha questo titolo: "Santi, pellegrini di speranza".

E un sottotitolo che anticipa il Vangelo della domenica 1 novembre, Matteo, le Beatitudini: "Camminiamo nella luce di Cristo. Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio". (Matteo, 5, 8).

In pochi minuti ci trasferiamo dalla Chiesa alle case, alle strade, alle piazze...

Camminiamo nella luce di Cristo, con le nostre luci tra le mani, proteggendole dal vento leggero, scottandoci ogni tanto con la cera che si scioglie lentamente...

C'è un po' di confusione, ma non importa, il distacco con il "mondo" è evidente, ma subito la veglia ci richiama, non siamo a parte, siamo nel mondo, immersi, con le nostre contraddizioni, nel mondo. 

Ci dirigiamo, a tappe, verso la Chiesa di San Paolo.

Chi volesse leggere l'intero testo della veglia lo trova qui, al link di approdo del famoso Qr code...: https://www.diocesipistoia.it/wp-content/uploads/2026/10/vegliasanti2026.pdf

Leggo, Non camminiamo da soli: Cristo è la nostra luce, i santi sono nostri fratelli e sorelle, la Speranza è la nostra strada.

Anche all'apertura della scuola teologica, il vescovo Augusto ci ha richiamato a due aspetti: la santità come quotidianità, quasi come normalità, approdo naturale del dare la propria vita vivendola pienamente, e l'interrogativo che non può non accompagnarci, come una "sentinella nella notte": "tu, tu che cammini, che leggi, che preghi, che cosa stai facendo della tua vita?"

Perchè camminando nel centro della città, tra una suora tradizionale, una innovatrice e una falsa, di Halloween, è facile sentirsi sicuri, al centro, "giusti".

E' facile giudicare comodamente, guardare dall'alto in basso la notte che "dal vino è bagnata", i ragazzi, le ragazze, ma anche gli adulti, presi della frenesia di Halloween, quasi smemorati del fatto che è, anche, la Notte di tutti i Santi...! 

Con il punto esclamativo, lo ha voluto, immagino, il Vescovo Augusto...

La veglia ci chiede di "imparare a riconoscere", di liberarci dall'egoismo e dalla divisione, aprirci al futuro.

Il tempo ci è, infatti, vicino. 

La prima sosta ci ha parlato dei "martiri e della fede che resiste".

Con la mente torno al giorno di Santo Stefano e a Maresco Ballini, ragazzo di San Donato, il primo dei "figli" di Don Lorenzo Milani a diventare sindacalista, già fin con la Libera Cgil, che ha anticipato, tra il 1948 e il 1950, la nascita della Cisl.

Ne ho scritto in: "Spendersi per un ideale. Il Kairòs di Maresco: sindacalista, discepolo e testimone di un disegno sapiente" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2022/12/il-kairos-di-maresco-discepoli-e.html

Maresco era scomparso nella notte di Natale del 2018.

E il 27 dicembre 2018 Don Sandro Lagormarsini nel celebrarne il funerale a San Donato di Calenzano, parlò di un disegno sapiente nelle tre feste che seguono il Natale: Santo Stefano, San Giovanni Evangelista, i Santi Innocenti. 

Il prete, amico di vecchia data di Maresco Ballini, aveva ricordato come Santo Stefano sia da considerare un’avanguardia nell’ascolto dello Spirito Santo. Il primo martire cristiano aveva capito prima degli altri che la fede doveva staccarsi dalla sua matrice mosaica. Un modello, forte nella parola ma generoso nel perdono verso i persecutori: «Signore, non imputare loro questo peccato».

I Santi Innocenti – recita un antico poeta cristiano – rappresentano, poi, tutti gli esseri umani travolti senza colpa dal turbine della Storia e dall’odio dei potenti (...)

Ho pensato, durante la preghiera, al Santo Scolaro della Chiesa di Barbiana, un mosaico, arte povera, realizzata da Don Lorenzo e dai suoi ragazzi e ragazze.

E ai ragazzi e alle ragazze che, anche a Pistoia, come in tutta Europa, hanno manifestato pacificamente e creativamente nelle piazze, tra le case, hanno urlato al cielo il loro concreto desiderio di Amore.

Al mio desiderio di spiegare, con l'esempio, non con le parole che cosa sia questo, per loro, "alieno", sindacato che il priore definiva una delle strade maestre per "praticare l'amore e cercare di dare un fine alla vita".

La veglia, coerente con il calendario e le letture liturgiche vira sull'Apocalisse di Giovanni (7,13-14):

"Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». 

 Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, i martiri e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello.

Risuonano, durante la veglia, le parole di Papa Francesco:

«Il martire può essere pensato come un eroe, ma il fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: c’è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri».

La testimonianza diventa vicinanza, Amore. 

Alla santità, è scritto nella Veglia, "rispondiamo con la Vita"...

Le Beatitudini recitate durante la Messa successiva alla veglia, mentre io vacillavo dal sonno, ci raccontano che la felicità nasce dall’affidarsi a Dio, dalla misericordia, dalla giustizia e dalla pace.

Continua la Veglia, spargendo sale sulle mie ferite, sui miei errori, sulle mie debolezze: "(...) Essere misericordiosi significa non ridurre nessuno ai suoi errori. Essere operatori di pace significa cominciare dalle parole, dall’ascolto e dalle divisioni che ci impegniamo a superare".

Ecco la mia beatitudine: 

"Liberaci dalla voglia di apparire e dal bisogno di avere sempre ragione. Donaci occhi capaci di vedere, orecchie capaci di ascoltare, mani pronte a servire e un cuore disposto a perdonare. Fa’ della nostra vita una piccola Beatitudine vissuta".

Una piccola Beatitudine vissuta, come in una: "scuoletta".

Una piccola, grande, infinita, eterna, ma anche finita, imperfetta scuola di montagna.

A Barbiana, un puntino nell'universo.

Ma non solo a Barbiana, scendendo nelle città, nelle classi multietniche di Prato, nella piana come nelle montagne dove, anche nei paesi un tempo abbandonati, come Mezzana, sopra Vernio, vicino a Barberino, dove: "Tutto è Vita".

La veglia sembra davvero scritta da Don Lorenzo:

"Non basta sono testimoni di Cristo. Non basta trasmettere parole: siamo chiamati a rendere visibile il Vangelo".

Risuona la riflessione della catechesi di Papa Francesco del 22 marzo 2023:

 «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, [...] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». 

L’evangelizzazione è più che una semplice trasmissione dottrinale e morale. È prima di tutto testimonianza: non si può evangelizzare senza testimonianza; 

E' così, come nella veglia di Maresco Ballini: "siamo discepoli e testimoni, ben prima che maestri".

Ognuno di noi è chiamato a rispondere a tre domande fondamentali, così formulate da Papa Paolo VI: “Credi a quello che annunci? Vivi quello che credi? Annunci quello che vivi?”. C’è un’armonia: credi a quello che annunci? Tu vivi quello che credi? Tu annunci quello che vivi?

La santità, è scritto nella Veglia, non è riservata a pochi. 

Lo ripete sempre Augusto, la santità è, almeno in potenza, in ognuno/a, ciascuno/a.

Nulla di semplice! Anzi, un grande portato di responsabilità.

Con San Francesco, testimone di Pace, preghiamo anche per Pistoia, "città da illuminare con la speranza".

Ogni luogo, ogni angolo di Pistoia può diventare spazio di incontro, ogni persona un fratello o una sorella da amare.

Come si fa, con tutti i nostri limiti a diventare, essere strumenti di dialogo e di Pace, in primis per le persone ferite dalla violenza, dalla guerra, dall’ingiustizia e dall’indifferenza?

Come si fa, ci chiede Augusto, facendo risuonare le Beatitudini del Vangelo di Matteo a far sì che "la nostra città diventi una casa aperta, dove nessuno sia dimenticato?"

Camminiamo ancora, con le nostri luci, per le strade di Pistoia.

Cerchiamo, portiamo e troviamo una luce nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali e nelle case di riposo.  

Respirare è come camminare, come desiderare un volto di fronte a noi.

No, non è il nostro.

Non è la nostra eco.

E', proprio come il Santo Scolaro, proprio come nel Piccolo Principe che, durante la stesura del mosaico, Don Lorenzo leggeva, con i ragazzi e le ragazze, con i bambini e le bambine nella scuola alle pendici del Monte Giovi.

Accompagnaci, accompagniamoci nel cammino.

Ricerchiamo il mare, l'oceano

Persino una piccola piscina, un po' storta, nella città.

Siamo come bambini e bambine, figli e figlie di mezzadri che non hanno mai nuotato, non hanno mai visto il mare.

E che devono imparare a nuotare, superare la paura.

E la paura la superi, vivendola, in un solo modo.

Nuotando insieme. 

Nella piscina di prima montagna, come nelle città.

Oltre la paura, sostenuti/e, bracciata dopo bracciata, da un Amore imperfetto.

E proprio perchè imperfetto, santo, quotidiano. Senza fine.

Cercare un fine. Praticare l'amore, Dare un senso alla vita.

Una meta per il cammino.

Un cammino che è esso stesso meta.

Bracciata paziente nell'oceano d'Amore della Vita...

Francesco Lauria

P.S. A proposito di volti che ti fanno sentire "a casa", anche senza averle mai parlato, uno di questi è quello di Annagiulia Ghinassi, psicologa, psicoterapeuta, docente e direttrice didattica del Master Tutto è Vita in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire.

Annagiulia, in un podcast del quotidiano Avvenire ci spiega, perchè oggi, tra un dolcetto e uno scherzetto,: "andiamo ancora al cimitero".

Ecco il link: https://www.avvenire.it/podcast/dentro-lavvenire/perche-andiamo-ancora-in-cimitero_114938

venerdì 30 ottobre 2026

I GIOVANI NELLE PIAZZE: UNA MOBILITAZIONE CHE INTERROGA E PARLA AL SINDACATO E ALLA POLITICA (ADISTA).

                  


di Francesco Lauria e Mattia Scolari

ROMA-ADISTA. 

Bruno Manghi, sociologo e grande artigiano della formazione e del sindacato, suscitatore di “fuoco” in generazioni di giovani sindacalisti, concludeva così un testo di qualche anno fa: «Per quelli di oggi e di domani servirà a rispondere alla seguente domanda: Da dove veniamo? Che certo non risolve tutto, ma ci sorregge su altri interrogativi: chi siamo e dove andiamo?»

In tanti, di fronte alle mobilitazioni prevalentemente giovanili e studentesche per il diritto alla democrazia, allo studio, al lavoro, alla casa in Serbia, Francia, Spagna, Germania (con un più forte profilo pacifista e antimilitarista) e, infine, anche in Italia, si sono chiesti: «Ma chi sono questi giovani, dove stanno andando? Ce li siamo, forse, persi?». 

Probabilmente sì, almeno per ora ce li siamo proprio persi, vale per il sindacato in ogni declinazione, vale per la politica, vale, forse un po’ meno, anche per le grandi associazioni. I giovani, dove si prendevano decisioni che incideranno sul loro presente e, soprattutto sul futuro loro e del pianeta, non c’erano e, se c’erano, non erano e non sono né visti, né ascoltati.

Affermava, quindici anni fa, il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo ultimo bellissimo, ultimo libro: Conversazioni notturne a Gerusalemme, citando il profeta Gioele: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». Per costruire, sindacalmente, socialmente, politicamente un’agenda alternativa, come ben rilevato nell’articolo di Diego Motta su Avvenire del 27 ottobre, si può ripartire proprio da un’altra frase dell’ex arcivescovo di Milano: «Forse basta solo partire dai bisogni e dalle domande dei giovani e non da quello che si desidera loro insegnare».

Il sindacato è, insieme, poesia e prosa, pane e rose, ideali e necessità concrete, cielo e terra. 

Lottare contro il carovita, l’economia dello scarto e dello sfruttamento, la precarietà che da lavorativa si trasforma in esistenziale, significa, facendo propria e attualizzando la lezione di un grande, indimenticato sindacalista “da marciapiede” come Pierre Carniti, considerare il lavoro, ma anche lo studio, un «fatto sociale e relazionale».

Sta qui, nelle relazioni, certo non prive di conflitto, il nuovo alfabeto dei giovani che dobbiamo imparare, per ascoltare e contribuire a risolvere le domande urgenti, che sono, innanzitutto, domande di futuro e, quindi, di speranza. Le fratture, infatti, non sono solo le vetrine rotte, ma molto di più: siamo di fronte a una società della repressione, sempre più militarizzata, in cui la guerra e la crisi climatica rischiano di essere considerate la nuova normalità. 

Allora cresce un’onda, una grande, transnazionale, domanda di partecipazione e democrazia, perché i giovani di oggi, un po’ come i loro nonni nel 1973, con la grande conquista contrattuale delle 150 ore per il diritto allo studio, partita dai metalmeccanici e poi diffusa in tutto il mondo del lavoro, vogliono, da un lato, avere il tempo, lo spazio, la legittimità del desiderio di «imparare a suonare il clavicembalo» del nostro tempo, e dall’altro, hanno anche esigenze concrete, quotidiane, urgenti, contrattuali, magari senza sapere cosa sia un contratto.

Il sindacato, come seppe fare negli anni Settanta in tempi certamente di maggiore forza e potere, deve cominciare guardare oltre se stesso, ricucire le ferite, a partire dal lavoro e dai lavori, attraversare la modernità digitale, le solitudini, oggi frequenti anche nel mondo del lavoro, dello smart working, della logistica, delle partite Iva, siano esse reali o fasulle… 

Il sindacato deve porre il suo sguardo ai confini della città del lavoro, proprio come indicava papa Francesco, rappresentare uno spazio aperto, inclusivo, organizzato, ma non soffocante, libero. Uno spazio coerente con l’etimologia della parola sindacato: in cui «essere insieme giustizia».

La cosiddetta “Generazione Z” che a Genova 2001 non era ancora nata è questo e molto di più: non ragiona più solo per settori, territori, nemmeno per ideologie, ma ha un’idealità tenace, una gratuità politica che, a volte con comprensibile rabbia, parla e ci parla. 

È una generazione che prova a sperimentare anche nuovi modelli di leadership, non autoritari, non maschilisti o paternalisti: ed è anche per questo che non torna quanto viene imputato dalla Procura di Milano, abbastanza incredibilmente, ad uno di loro, solo con qualche anno in più: il giovane bresciano di seconda generazione Youssef Siher, per fortuna scarcerato. Senza ovviamente essere vincolati alle sue discutibili posizioni, non lasciamolo solo Siher, costruiamo con pazienza e tenacia, anche a partire dalle condizioni di lavoro, un mondo nuovo e possibile per tutti e per ciascuno, in cui riconoscersi soggetti non significa cedere all’individualismo e al nichilismo, in cui la “rivolta è senza armi”, ma pretende anche di essere sentita e vista.

Questi giovani non chiedono una nuova politica, sono, con le loro contraddizioni, con i loro opportuni errori, loro stessi una politica nuova, potenzialmente anche un sindacato nuovo, attuale, reale, necessario.

Unire le lotte significa ricucire la speranza, condividere l’orizzonte: ne abbiamo bisogno tutti e tutte, oltre le generazioni. 

L’intero, la società nel suo complesso vive oltre le proprie ferite, avendone cura, cerca di comprendere se stessa, anche per costruire alternative su dove andare, su come camminare, domandando, verso il futuro. 

«I giovani hanno visioni. I vecchi fanno sogni», lo diceva il profeta Gioele, ben prima di questo rovente, furioso, ma anche potenzialmente, laicamente benedetto 2026. 

Non dimentichiamolo.

Francesco Lauria è formatore Cub (Confederazione Unitaria di Base), Mattia Scolari è segretario generale Cub Milano

Vedi anche: www.cubmilano.org 

giovedì 29 ottobre 2026

SEMINANDO AMORE COME IL MAIS. IL "QUARTO STATO" IN PIAZZA: LE VISIONI PROFETICHE DI RAGAZZE E RAGAZZI. E IL SOGNO, IL SIGARO, IL FUOCO MAI SPENTI DEL "VECCHIO PIERRE"...

" (...) Ancora una cosa prima che scenda la sera.

Davanti a me ho un giovane. Lui ascolta, io termino di raccontare.

Osservo con attenzione Il quarto stato di Pelizza da Volpedo: siamo nel 1901, vedi quei lavoratori?

Non vogliono il "potere ai soviet" , ma un mondo migliore, un po' più di eguaglianza e di giustizia sociale.

Ogni tanto accarezzo l'idea che il ragazzo lì dietro, di lato, con i pugni serrati, assomigli un poco a com'ero io da giovane. 

I ricordi, quando si è stanchi, cominciano a sovrapporsi fino a dare forma a strani pensieri.

Uno di questi mi fa sorridere in bilico tra passato e futuro.

Ha a che fare con la convinzione che in tante parti del mondo, di sicuro anche qui da noi, ci siano ancora ragazzi e ragazze in tutto simili al giovanissimo tipografo con in mano la licenza media nella Cremona degli anni Cinquanta: un po' timido, piccolo, magro, capelli cortissimi, tagliati a spazzola.

Scoprono quasi senza volerlo la vocazione a contestare il mondo così com'è, per poi apprendere d'incanto la misteriosa dota di portarsi appresso tanti altri come loro.

Cominceranno così la loro avventura di sindacalisti, magari in prima fila, alla testa di un corteo.

A seguirli, appena qualche passo più indietro, accanto a un ragazzo con piercing, felpa e zainetto del sindacato a tracolla, intravedo l'ombra sorniona del vecchio Pierre, addosso un vestito fuori moda, stretto fra i denti il suo amato sigaro toscano, mai spento (...)"

Credo di aver letto almeno un milione di volte questo passaggio, raccolto da Paolo Feltrin in occasione degli ottanta anni di Pierre Carniti, indimenticabile segretario generale della Fim e della Cisl, e pubblicato nel bellissimo, prezioso, volume, solo in parte autobiografico: "Pensiero, azione autonomia".

Pierre, un mese fa, se fosse ancora a lottare e ad amare qui con noi di anni ne avrebbe compiuti novanta.

E, se non fosse stato costretto, come purtroppo spesso gli accadeva negli ultimi anni, agli "arresti domiciliari sanitari" sarebbe oggi con me e altri/e in piazza, insieme ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze di questo tempo, proprio come in questo passaggio stupendo e commovente della sua autobiografia.

Pierre fu anche definito, cosa che non gli piacque mai, un "sindacalista d'assalto", ma, è vero, ancorato alla terra e alla concretezza del sindacato è uno che, con i metalmeccanici, negli anni Sessanta e Settanta, ha praticato quello che veniva definito: "assalto al cielo".

Cambiando i versi di una bellissima canzone del gruppo musicale dei Gang, in tante aule di formazione, ho definito il "tempo della speranza" di Pierre e della "generazione Carniti" invece come un: "abbraccio al cielo".

E, ieri, mentre con l'ex candidato sindaco di Pistoia Rossa, il docente Fabrizio Mancinelli, risalivo il corteo dei ragazzi e delle ragazze, ascoltavo le loro parole, leggevo, felice, i loro cartelli, sentivo la loro musica, le loro chiacchiere, mi sfamavo e mi dissetavo dei loro sorrisi, ho pensato, contemporaneamente a mio figlio Jacopo, quindici anni, una contestazione totale nei miei confronti, che oggi sarà in manifestazione e, con dolcezza infinita, proprio al "vecchio Pierre".

E' difficile, con di fronte il Pelizza da Volpedo di questo nuovo secolo e di questo furioso inizio di millennio, non pensare che cosa avrebbe detto Pierre a questi ragazzi, a queste ragazze, con la speranza tra le dita.

Qual è, oggi, il loro, il nostro "tempo della Speranza"?

Ho ricordato quando, tra le lacrime di commozione, come quelle di questa mattina, sbobinavo le ultime parole di Pierre per i giovani, "astrolabio" per i ragazzi e le ragazze di questo tempo, poche ore prima che sarebbe morto.

Sapevamo tutti/e che la "terra del tramonto", l'orizzonte del cielo (senza assalti...) erano ormai giunti per Pierre.

Che l'ultimo, resistente, sigaro, almeno apparentemente, si sarebbe spento.

Ma non potevo immaginare che, in quel giugno 2018, mancassero solo poche ore a tutto questo.

Pierre aveva chiarissima, pur sindacalista metalmeccanico, l'orizzonte della crisi climatica.

Nel 2009, in una riunione semiclandestina al Teatro San Genesio di Roma (atto di libertà che già allora pagai abbastanza caro...) con i giovani sindacalisti e sindacaliste provenienti da varie parti d'Italia e da vari sindacati, ci ammonì che non potevamo continuare a: "produrre inutili frigoriferi o condizionatori, fino ad ammassarli alle porte delle nostre case e a non poter più uscire".

Un po' come la mia avvocatessa del lavoro, l'epica Daniela Breschi di Pistoia, che, come Pierre, rifugge le luci della ribalta, anche quando vince, quasi da sola, durissime battaglie sull'esposizione dei lavoratori all'amianto, e che, con coerenza, anche con quaranta gradi, il condizionatore non lo accende mai, anzi, se possibile, tra buu e improperi, lo disinstalla.

Oggi, aprendo una delle mie copie di Pensiero, azione, autonomia, riscoprendo il "kairòs", il tempo opportuno, circolare, attuale di Pierre e dei ragazzi e delle ragazze con cui condivideremo la piazza, le vetrine colorate, non le vetrine rotte, frantumate, (almeno spero) ho trovato qualcosa che mi ha lasciato felice e senza fiato.

Sulla prima pagina del libro di Pierre, probabilmente solo per un prova, ma mi piacerebbe pensare come un passaggio di testimone (anche io comincio ad essere "vecchio") c'era una firma, a matita, grigio leggero, di mio figlio Jacopo.

Ho pensato, a quando, camminando verso Santiago, attraversando a piedi il grande ponte fluviale tra Spagna e Portogallo, salendo verso nord, cambiando le lancette di un vetusto orologio, inseguendo il fuso orario e l'apertura di un ostello, ammirando i murales, gli ho raccontato, travalicando i confini, tra le stelle e la acque d'Europa, della "Rivoluzione dei garofani".

Un altro, bellissimo 25 aprile/ 25 de abril...

Pierre si chiamava così, alla francese, perchè suo padre, grande amico di Don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") colui che fu definito da Giovanni XXIII, il papa buono, "tromba dello Spirito Santo", ma che fu anche molto perseguitato dalla Chiesa, aveva deciso, scelto di ribellarsi, quasi anarchicamente, all'autarchia e al nazionalismo fascista, anche nel linguaggio, anche nel dare il nome a suo figlio, nel 1936.

E Pierre, che andò spesso a Barbiana, con l'amico Mario Colombo, che fu sposato insieme a sua moglie dallo stesso Don Lorenzo Milani, impersonava proprio quel sindacalista, certo mai perfetto, che il priore definiva ai suoi ragazzi/e come colui/colei che, "in questo tempo, il Novecento, cerca un fine, da un senso alla vita, cerca di praticare l'amore".

E' un ritratto, bellissimo, impegnativo, esigente.

Qualcosa, il sindacato, diceva Pierre, che è "impossibile da dire". 

Provo a camminare ancora, ogni giorno, con lui e con Don Lorenzo, come in quel congresso nazionale a Roma, nel 2017, in cui, lentissimamente, ci siamo presi insieme sotto braccio, abbiamo attraversato, al passo del bastone, un lunghissimo corridoio, siamo entrati nella grande sala, salutato tutti/e, almeno duemila persone.

I ragazzi e le ragazze - ricordava spesso Carniti (e con lui Don Milani...) - non hanno bisogno di parole vuote.

Di prediche. Di ammonimenti. Di indirizzi.

I ragazzi, le ragazze, "santi scolari", proprio come nell'immagine preziosa del libro di Pierre, in questo tempo, in queste ore, in tutta Italia, in tutta Europa, in tutto il pianeta, l'unico che abbiamo, sono in piazza, in corteo.

E, ricordiamocelo sempre: i loro occhi sono le nostre bandiere, la nostra identità in divenire, il nostro futuro presente.

Scriveva Don Lorenzo, con i ragazzi e le ragazze della scuola di Barbiana in "Lettera a una professoressa": 

"Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come si vuole amare se non con la politica, o con il sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

Sulle spalle dei giganti: Pierre, Don Lorenzo, ma anche con le proprie gambe, i propri sogni, le proprie scelte, con la licenza di sbagliare.

Noi veniamo presi sulle spalle dai nostri ragazzi, dalle nostre ragazze.

Viviamo questo tempo: "con tutte le sue difficoltà" (Aldo Moro).

D'altronde, migliaia di anni fa, lo aveva già capito benissimo il profeta Gioele:

"E diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

i vostri anziani faranno sogni (proprio come Pierre...)

i vostri giovani avranno visioni".

Risuona una vecchia canzone scout e la voglio cantare oggi, in piazza, insieme a Pierre che si definiva, non a caso, "sindacalista da marciapiede"...

"L’appel de la route”, Il richiamo della strada:

Se il tuo cuore qualche volta

è catturato da grandi sogni,

se tu cerchi le forti virtù che ci sollevano,

ben lontano dai sentieri battuti

segui la strada senza tregua.

 Ohè, ragazzo, ragazzo,

 tu che cerchi, tu che dubiti,

 presta l’orecchio alla mia canzone:

 ascolta il richiamo della strada.

 Tu che conoscesti i molti segreti di questa strada,

 i calvari drizzati al cielo, sotto la grande volta,

 tu sarai per l’amore di Dio

 ogni giorno in ascolto.

 Quando la notte avrà diffuso il silenzio nel bosco,

 tu ti addormenterai senza paura, pieno di speranza,

 e la voce del Signore dentro di te

 sarà la tua ricompensa."

Sognare da svegli...

Seminando amore come il mais (Antonietta Potente).

Francesco Lauria

mercoledì 28 ottobre 2026

INSIEME FONDERE 37 TONNELLATE DI PIOMBO E DI ARMI: LO "SPAZIO" PER UNA PACE POSSIBILE. IN COLOMBIA E A PISTOIA, "PICCOLA CITTA', BASTARDO POSTO".

"Nel 2005, quando ha 26 anni, Mauro Pompei, «romano de Roma», e Alice Trippi, sua coetanea e allora compagna, entrambi forti lettori e con studi universitari alle spalle (Filosofia lui, seguita da una breve esperienza di lavoro in una libreria, Storia dell’arte lei), si accorgono di non sopportare più la vita nella capitale e decidono di salire a Pistoia, città di origine di Alice, per aprire una loro libreria (...)"

Esordisce così il giornalista comunista Cesare Sartori, King Maker, a Pistoia, dell'Era E.G.C (Era Giovanni Capecchi, Anno I°) sulla prestigiosa rivista Il Mulino (qui il testo integrale open acces: https://www.rivistailmulino.it/a/lo-spazio-di-pistoia )

Continua Sartori, sempre sulla storica rivista bolognese:

"Non il solito negozio di libri: i due fin da subito hanno chiaro in testa quello che vogliono. 

Intanto una libreria di proposta con la saggistica ben visibile sugli scaffali anche a scapito della narrativa; il rifornimento preferibilmente con distributori indipendenti; poi ai clienti dovrà essere offerta l’opportunità di godersi un buon tè seduti sui divanetti di un angolo di lettura/conversazione; e ci dovrà essere anche lo spazio per allestire piccole ma raffinate mostre d’arte e per presentare libri e autori che i due giovani librai, in piena autonomia di giudizio e senza i condizionamenti di mode e classifiche, decideranno di ospitare. 

Scelte arrischiate, continua Sartori nell'interlocuzione: «Sì – ricorda oggi Mauro – ma vuoi mettere la soddisfazione quando il libro Donzelli della Kristeva su Hannah Arendt vendette più dell’Harry Potter ammazza classifiche uscito quell’anno?!».

Lo ammetto, frequento, con andamenti variegati, la Libreria Lo Spazio fin dal mio arrivo a Pistoia nel 2011, me lo ha ricordato un paio di mesi fa proprio Mauro Pompei con un'episodio che io, sinceramente, mi ero proprio dimenticato:

"Lauria, eravamo ancora in via dell'Ospizio, forse era il 2012, ai tempi della disfida Bartoli-Bertinelli. Inaugurazione di una mostra, quadri delicatissimi. Certo l'affollamento durante l'inaugurazione c'era. E tu Lauria - ha continuato Mauro -, appoggiandoti al muro, come un bradipo, facesti inavvertitamente cadere un quadro, danneggiandolo leggermente. Manco ti scusasti".

Non ti ricordi - ha concluso deciso Mauro Pompei - come ti ho incenerito con lo sguardo?"

No, sinceramente non me lo ricordavo. 

In realtà Mauro, che non sempre mi appare un sacerdote della sincerità, al massimo può sembrare, con lo sguardo, truce come il Tenerone di Drive In che, impersonato dal comico Gianfranco D'Angelo, riporto in foto, per i/le più giovani...

Scrive, a parte gli scherzi con una bella penna, ancora Cesare Sartori, in arte CCKM (Capecchian Condor King Maker...)

(Mauro & Alice) "Trovano due locali in una via che è sì nel centro storico, ma nascosta: via dell’Ospizio, nel nome un destino, stretto budello lastricato senza altri negozi, praticamente il retrobottega delle animate strade pistoiesi dello struscio e del commercio".

Ha poi aggiunto Mauro Pompei, con una combattività e un'idealità che, probabilmente, ha perso negli anni, con la vecchiaia (siamo perfettamente coetanei...) e che gli risveglia, giusto un pochino, quando, memore dei suoi giurassici studi di filosofia, magari guardando  ai movimenti studenteschi della Pantera, parla di Michel Foucault e del rapporto con il potere:

"Comprare i libri da noi era un gesto non soltanto di solidarietà, ma anche di protesta, una scelta di campo contro lo strapotere delle majors editoriali».

Continua, aulico Sartori: "Centinaia e centinaia di presentazioni (anche 4 a settimana, esclusi il periodo natalizio e un paio di mesi estivi), decine e decine di mostre: è il bilancio di quasi 15 anni di vita dello «Spazio». Prima Mauro e Alice insieme, poi, quando si è sciolto il sodalizio di coppia e d’impresa, Mauro da solo, (poi Mauro & Mario, quando Mario De Togni in Mazzeo, il "demolitore", è sbarcato a Pistoia dal Nord Est... NdR).

Sempre stringendo i denti e sul filo del rasoio". 

Continua Sartori su Il Mulino, manco fosse Leopardi che compone l'Infinito: 

"Poi il trasloco (in Via Curtatone e Montanara NdR) e una nuova vita, con un incoraggiante andirivieni di clienti; si mettono in piedi laboratori e corsi per bambini, riprendono gli incontri e le presentazioni dopo le ristrettezze provocate dalla pandemia (...)"

Ed ero proprio in Via Curtatone e Montanara, in una delle ultime volte in cui ho frequentato la libreria (con bacaro e pianoforte su cui ho anche composto una canzone senza parole...) quando Mauro Pompei mi disse, con, per me imbarazzante, naturalezza:

"Laurì la guera è la guera. E in guera non ci sono regole, nè etica, rasssegniate" (si "rasssegniate" con tre s, non con due e con la i...)

Nonostante fossi sinceramente disperato, incredulo ed anche non poco arrabbiato ebbi la lucidità di rispondere al novello Gutenberg de Fiumicino:

"No Mauro, almeno io non sono in guerra con nessuno/a, tantomeno con voi. E comunque, persino in guerra, ci sono delle regole. Altrimenti la Convenzione di Ginevra non sarebbe mai stata firmata..."

Non immaginavo che l'immagine del prigioniero, di lì a pochi giorni, per fortuna per poche ore, si sarebbe drammaticamente concretizzata, nella menzogna e nella violenza più cieca, più armata, sulla mia pelle, sulla mia carne, nella mia anima.

Mauro non esprimeva nè distanza, nè condanna, solo, per me opportunistica, equidistanza (e oggi voglio proprio essere generoso...).

No so se, da ex studioso di filosofia la sua proverbiale, cinicissima atarassia si fondesse con l'esistenzialismo residuale o se si fosse messo sulle orme, fin da Fiumicino, del "distacco emotivo metropolitano" di Georg Simmel, ma a me quell'atteggiamento che Bersani (Samuele) definirebbe di: "scrutatore non votante", colpì molto, anzi, come cattivissimamente scrissi subito al socio veronese Mario, mi fece proprio incazzare...

E così ho pensato a Mauro & Mario, che in queste settimane, direi giustamente e sinceramente, inevitabilmente ho criticato in ogni modo, quando oggi ho letto la bellissima introduzione al libro (è abbastanza intellettuale, secondo me a "Lo Spazio" lo hanno): "Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre" (autori Adolfo Cerretti e Roberto Cornelli, edito dalla tanto  vituperata, da M&M, Feltrinelli...)

"Per una pace possibile" inizia così:

Introduzione: per iniziare con un'immagine di pace

"Lo squarcio di bellezza e di senso donato da Fragmentos è quasi indicibile. 

Chi lo visita, nel quartiere coloniale Santa Barbara di Bogotà, si trova gettato dentro a uno spazio di arte e memoria. 

La sua realizzazione è stata resa possibile da una precisa direttiva dell'Accordo di pace siglato nel 2016, che ha previsto espressamente la costruzione di un monumento utilizzando le 8994 armi che gli ormai ex guerriglieri delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - Esercito del Popolo) avevano consegnato alle Nazioni Unite dopo aver concordato con le istituzioni statuali di non voler continuare a combattere la loro battaglia rivoluzionaria.

Doris Salcedo, l'artista colombiana di fama internazionale che ha vinto il concorso bandito per la realizzazione del progetto, lo ha concepito come un contro-monumento.

Se è vero che ogni monumento intende veicolare un messaggio e un significato, il contro-monumento si pone in un rapporto complesso con la memoria e con il significato da attribuirle, lasciando spazio all'esperienza emotiva e intellettuale che nasce dall'incontro tra il visitatore e l'opera.

Con Salcedo hanno lavorato diciassette donne vittime di violenza sessuale agita da combattenti armati di diversi gruppi coinvolti nella guerra civile che per cinquantadue anni ha diviso politicamente e socialmente il Paese.

Insieme hanno fuso le trentasette tonnellate di piombo delle armi e poi dato forma alle lamiere battendo con dei martelli per dare voce alla rabbia e alle altre emozioni che hanno accompagnato la loro esperienza di sottomissione al dominio maschile e della guerra.

E' così che sono stati lastricati i pavimenti di tre stanze di un edificio che stava andando in rovina.

Il contro-memoriale è quel pavimento su cui tutte e tutti possono camminare e che, come in un sacrario, possono riempire di emozioni, pensieri e responsabilità.

Fragmentos è una lezione magistrale sul significato simbolico e sociale della demilitarizzazione, sull'impatto della violenza e sulle possibilità di comporre i frammenti personali e politici in un progetto di convivenza".

So che sto per scrivere qualcosa di enorme, pesantissimo, forse discutibile.

Ma io, dalla sera/notte del 4 maggio 2026, a Pistoia, "piccola città bastardo posto" (rispetto alla quale la Modena di Francesco Guccini sembra San Francisco...) a Bonelle-Ramini, mi sono sentito vittima violata, proprio come le autrici di Fragmentos.

Violata in gruppo, da un gruppo di potere. 

Fascismo "rosso" e venduto, proprio come quello delle Farc in Colombia.

Lo scrivo dopo averci pensato per settimane, con senso di infinito rispetto e piena responsabilità.

Ma sono pronto, per la mia parte e ovviamente in un percorso lungo e difficile, spero meno di cinquantadue anni, ad essere coerente con il: "trionfo di un ideale di pace".

Pienamente coerente.

Francesco Lauria

P.S. E, almeno io, non voglio mai più essere "Lo scrutatore non votante" (Samuele Bersani) link: https://www.youtube.com/watch?v=itN_yyg59rE&list=RDitN_yyg59rE&start_radio=1

Lo scrutatore non votante
È indifferente alla politica
Ci tiene assai a dire oissa
Ma poi non scende dalla macchina
È come un ateo praticante
Seduto in chiesa la domenica
Si mette apposta un po' in disparte
Per dissentire dalla predica
Lo scrutatore non votante
È solo un titolo, un'immagine
Per cui sarebbe interessante
Verificarlo in un'indagine
Intervistate quel cantante
Che non ascolta mai la musica
Oltre alla sua in ogni istante
Sentiamo come si giustifica
Lo scrutatore non votante
È come un sasso che non rotola
Tiene le mani nelle tasche
E i pugni stretti quando nevica
Prepara un viaggio ma non parte
Pulisce casa ma non ospita
Conosce i nomi delle piante
Che taglia con la sega elettrica
Prepara un viaggio ma non parte
Pulisce casa ma non ospita
Conosce i nomi delle piante
Che taglia con la sega elettrica
Lo scrutatore non votante
Conserva intatta la sua etica
E dalle droghe si rinfresca
Con una bibita analcolica
Ha collegato la stampante
Ma non spedisce mai una lettera
Si è comperato un mangiacarte
Per sbarazzarsi della verità
Lo scrutatore non votante
È sempre stato un uomo fragile
Poteva essere farfalla
Ed è rimasto una crisalide
Telefonate al cartomante
Che non contatta neanche l'aldiquà
Siccome è calvo usa il turbante
E quando è freddo anche la coppola
Lo scrutatore non votante
Con un sapone che non scivola
Si fa la doccia dieci volte
E ha le formiche sulla tavola
Prepara un viaggio ma non parte
Pulisce casa ma non ospita
Conosce i nomi delle piante
Che taglia con la sega elettrica
Prepara un viaggio ma non parte
Pulisce casa ma non ospita
Lo fa svenire un po' di sangue
Ma poi è per la sedia elettrica

RAPPORTO ASVIS 2026: OCCORRE UNA GOVERNANCE ANTICIPANTE, ENTRARE NEI CANTIERI DELLA STORIA

Alla sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati a Roma è stata realizzata la presentazione del Rapporto Asvis 2026 sulla sostenibilità, intitolato significativamente: "Agenda per la prossima legislatura. E non solo".

Si tratta del momento istituzionale in cui viene presentato un lavoro, scientifico e politico, molto complesso e profondo, svolto durante l’intero anno.

Un punto fondante del Rapporto, che incrocia l'implementazione concreta in Italia della Vig, (Valutazione di Impatto Generazionale), è la necessità, ben spiegata dall'ex Ministro e fondatore di Asvis Enrico Giovannini, di attuare, anche in coerenza con gli sviluppi legislativi, una: "governance anticipante", un ecosistema di futuro.

Occorre attuare politiche trasversali per i giovani e con i giovani (ma anche per le future generazioni) e impegnarsi nella salvaguardia ecologica e sociale del pianeta.

Con il suo Rapporto, che evidenzia anche gravi peggioramenti e contraddizioni nel nostro Paese in rapporto con l'Agenda Onu 2030, l'Asvis si pone anche in dialogo positivo con le importanti mobilitazioni studentesche di queste settimane.

Il rapporto dell'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile può essere scaricato, con le slides e la sintesi, sul sito di Asvis: www.asvis.it

Ripariamo insieme il pianeta, sosteniamo una "Magnifica Umanità" ha detto Enrico Giovannini, citando Papa Leone XIV, seguiamo l’esempio del profeta Neemia, il quale “ascolta il grido di una città ferita… organizza il lavoro affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme”.

Non possiamo essere: “spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto”.

"Per cambiare il mondo bisogna esserci" (Tina Anselmi).

Francesco Lauria