Ricordo molto bene quando io e miei compagni del corso di laura in Scienze Internazionali e Diplomatiche arrivammo, da mille strade, in Via Alviano, a Gorizia, nei primi giorni di novembre del 1998.
Avevo ancora negli occhi e nel cuore le onde del mare di Trieste, sede centrale dell'Ateneo, dove, poche ore prima avevo ricevuto il mio libretto universitario: color amaranto, con i caratteri color oro, in rilievo.
A Gorizia, in realtà le Università erano due, c'era, da qualche anno, anche l'Università di Udine, nell'eterna competizione tra Friuli e Venezia Giulia, in particolare con il corso di Relazioni Pubbliche, che si trovava in centro.
Noi no, per arrivare all'ex seminario di Via Alviano, ci si doveva avvicinare al confine internazionale della "Casa Rossa" e salire un piccola collina.
In quegli anni, su quella collina, salivano, insieme agli zaini, i sogni di ragazzi e ragazze, provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, si incrociavano speranze, qualche festa, gli appelli d'esame, non pochi amori.
Io in realtà, l'Amore, un grande amore, di quelli che se anche "finiscono" ti accompagnano con il loro profumo e la loro preghiera per tutta la Vita, l'avevo trovato "straniero", sconfinando proprio a Relazioni Pubbliche... Una delle prime "coppie miste" avrebbero detto quelli del Consorzio per lo sviluppo del Polo Universitario isontino...
Alla fine degli anni Novanta, Gorizia era più simile ai decenni precedenti che ad oggi, non c'erano collegamenti nè bus, ne ferroviari con Nova Gorica, la parte slovena della città (e che bello aver ricevuto ieri conferma che i collegamenti messi in opera per la capitale europea della cultura, condivisa nel 2025 tra le due città, diventeranno permanenti!)
Si era, pienamente, frontiera di Schengen, perchè non solo la Croazia (con tutti i Balcani) era fuori dall'Europa, ma lo era ancora anche la giovane e già rampante Repubblica Slovena.
Arrivavano la notte a Gorizia molti migranti seguendo la prima rotta balcanica e di lì a poco con altri universitari e giovani delle città, insieme alla Caritas, si sarebbe messo in piedi il Centro di Accoglienza San Giuseppe, dove, anche in una sola notte, potevano giungere, fermati dalle pattuglie miste italo-slovene, decine e decine di profughi, dalla Siria, dal Kurdistan, dall'Iran, dall'Iraq, dal Pakistan, dall'Afghanistan. E dall'Africa, dalle tante Afriche...
A Gorizia, poi c'era la minoranza slovena. E tutto tra loro era duplicato, tranne il quotidiano in lingua: due palestre (una per gli sloveni bianchi e una per gli sloveni rossi) due auditorium (idem), due squadre di calcio, due gruppi scout, etc.
Chissà come doveva essere complicato, soprattutto a Trieste, quando pure gli sloveni rossi si dividevano, soprattutto all'inizio, tra seguaci di Tito e seguaci di Stalin e del Pcus...
Tornando a noi e a via Alviano, dentro, noi studenti, ma anche l'Ateneo avevamo l'ambizione di incontrare e, un po', persino cambiare, magari un po' pomposamente, il mondo.
D'altronde, pur fallendo, il Sid (sta per Scienze Internazionali e Diplomatiche...), nato nel 1989, alla fine della nostra Prima Repubblica, dova rappresentare una specie di Ena francese, di scuola per le elites.
Anche se il fenomeno era in via di superamento, non erano pochissimi poi i miei compagni figli o nipoti di senatori (italiani e non) e di Ministri e ambasciatori (italiani e non).
Ma, a superare i tre giorni di test ed esami, per fortuna, c'erano anche tanti ragazzi e ragazze "normali", come me.
Il Sid accoglieva, spesso tramite le lauree honoris causa, big mondiali della politica e della diplomazia: si passava senza troppo pudore da Andreotti, al Dalai Lama, mettendoci magari in mezzo il Ministro degli Esteri della perestroika gorbacioviana, il georgiano Shevernadze.
Nessuno le dette la laura honoris causa (se ricordo bene), ma l'incontro più importante che io ebbi, in via Alviano, con una personalità fu con una donna.
Chiamata dall'Ateneo, ma che poi, a Gorizia, come a Trieste, non si risparmiò incontri, abbracci, lacrime, rivendicazioni di dignità e di giustizia.
Sto parlando di Hebe de Bonafini, una delle guide delle "Madri di Plaza de Mayo", le donne argentine che mai (ancora oggi!) si sono piegate alla violenza della dittatura, che, spesso, ha strappato loro, in una spirale di violenza perversa e infinita, figli e nipoti, magari beffardamente cresciuti da militari e generali della c.d. "giunta militare".
Quella della dittatura argentina di cui ieri si sono ricordati con dolore e con una grande manifestazione di popolo a Buenos Aires, i cinquanta anni dall'inizio, è una storia troppo poco ricordata, tanto è efferata, tragica, violenta.
A volte la violenza è così grande che è quasi incredibile, preferiamo chiudere gli occhi e il cuore. Non vedere o, se si è visto, dimenticare.
Pensavo alla forza dolce di Hebe de Bonafini, incontrata tra i banchi dell'ex seminario di Via Alviano, proprio ieri, mentre stringevo tra le mani la nuova edizione del libro: "Le pazze. Incontro con le Madri di Plaza de Mayo" scritto da Daniela Padoan.
Le mamme di Plaza de Mayo, ormai, sono diventate le nonne di Plaza De Mayo.
E noi, del 1978, ricordiamo ancora il gol ai padroni di casa di Roberto Bettega ai mondiali, organizzati vergognosamente proprio in Argentina, non l'inizio di una lotta e una rivolta, principalmente femminile, che ha ancora molto, moltissimo da insegnare al mondo.
Il Governo Milei, il più a destra del pianeta, più di Trump, prova a dimenticare, sminuire, deridere, in qualche caso, imitare, anche se la giunta di Videla e degli altri generali, è un residio dell'autoritarismo violento del Novencento. Oggi, va più di moda il turbocapitalismo anarco-nichilista rispetto al peronismo di destra.
Queta mattina, però, ho rifatto con la memoria la salita di quella collina sulla frontiera di Gorizia.
Mi sono lasciato, come allora, sulla destra il bar Balù, ho guardato dall'alto il confine, i camion sul piazzale, la pizzeria a prezzo fisso.
Sono rientrato, lentamente, in Via Alviano.
Ho ritrovato gli occhi di Hebe, scomparsa, come ormai tutte le leader del movimento, nel 2022, all'età di 93 anni.
E ritrovato gli occhi, la speranza, la rabbia, la lotta, anche una sana paura, da trasformare in energia, di Buenos Aires, dove nuove generazioni, come hanno fatto l'altro ieri, continuano a chiedere con forza dignità e giustizia.
Il Novecento è finito. Siamo nei: "furiosi anni Venti del Duemila". Seconda metà.
Ma la Speranza, la buona rivolta non passano di moda.
Fermano lo sguardo. Mettono in moto i pensieri.
Sconfinano i confini. Nel tempo come nello Spazio.
Abbiamo un solo Pianeta.
E, proprio come gridavamo nel 2001, a Genova e a Porto Alegre, pochi mesi dopo aver incontrato Hebe de Bonafini:
Un Altro Mondo non solo è Possibile...
E' necessario.
Francesco Lauria
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