"Come hai dormito Lidia?"
"Tranquillo Francesco, come un sacco di patate!"
Il sorriso di Lidia Menapace non era un sorriso che si possa dimenticare facilmente e io, da quel giorno, era il 2002, forse il 2003, non me lo sono, infatti, mai scordato. Come non mi sono dimenticato la sua rassicurazione nella locanda in cui aveva dormito, dopo il lungo viaggio in treno che, già più che ottantenne, l'aveva portata da noi giovani universitari a Gorizia.
Avevamo organizzato in Via Alviano, proprio sul confine tra Gorizia e la Slovenia, presso il corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, un ciclo di incontri, finanziato dall'Università di Trieste, ateneo che frequentavamo.
L'iniziativa era portata avanti da due associazioni: quella da me presieduta, che era anche una rivista niente male e si chiamava "Europa Plurale" e un gruppo, guidato, tra le altre, da Chiara Marchetti, una sorta di collettivo ecologista, quasi del tutto femminile che si chiamava: "Terre offese".
Un nome originale e debitore a due poesie: una, la più celebre, di Pablo Neruda, sulle violenze fasciste avvenute durante la guerra civile spagnola, l'altra, anch'essa molto bella, anticolonialista, del poeta e politico angolano Agostinho Nieto.
Il titolo della rassegna aveva un titolo per me bellissimo: "Negli occhi dell'altro" e si fregiava, nella locandina, anche di un'immagine d'autore di Tadej, giovane e talentuoso fotografo sloveno, che l'aveva scattata in Kenya, immortalando un montone e un giovane ragazzo che si guardavano negli occhi, testa su testa.
Lidia Brisca Menapace (1924-2020), novarese, trasferitasi a Bolzano, è stata staffetta partigiana, giornalista, scrittrice, insegnante, attivista, senatrice.
Lidia è giustamente considerata una figura importantissima del Novecento italiano: fu anche la prima assessora donna presso la Provincia di Bolzano, nel 1964, con la Democrazia Cristiana.
Fu anche protagonista, nel 1968, di un celebre divorzio con il partito di De Gasperi culminato con l'approdo nelle file della sinistra, prima il Pdup e, molto più tardi, anche Rifondazione Comunista, di cui è stata senatrice.
Nel luglio 1995, all'indomani della tragica morte di Alexander Langer, suo corregionale, Lidia Menapace ricordò, su Il Manifesto, l'amico sudtirolese, compagno di tante battaglie fin dagli anni sessanta.
Il censimento etnico introdotto nella provincia di Bolzano, contro il quale Langer si era battuto, perdendo la possibilità di insegnare e di candidarsi alle elezioni, aveva contribuito a isolarlo all'interno del mondo politico e delle istituzioni.
Riprendo integralmente lo scritto di Lidia, nel suo abbraccio ad Alex, nel luglio di trentuno anni dopo quel tragico, maledetto albicocco di Pian dei Giullari, a Firenze.
Ho entrambi nel cuore, idealmente abbracciati e sorridenti.
Perchè anche il sorriso-rifugio di Alex, che non ho mai conosciuto direttamente, a detta di tanti, una volta incontrato, non si dimenticava mai...
Scriveva Lidia, con diversi aspetti che rimangono di più che assoluta attualità...
"Che vuole dirmi Alex Langer con la sua morte così "ostentatamente" celebrata? Non sopporterei lo spreco del suo gesto. E allora ripercorro qualche memoria di un'amicizia intensa, affettuosa, calda, anche se saltuaria, fatta spesso solo di incontri nelle stazioni dei treni per raggiungere riunioni, dibattiti.
Ne ridevamo, l'unico luogo - ci si diceva - in cui potremmo darci appuntamento e ritrovarci sono le ferrovie. "Anzi" - mi raccontò l'ultima volta che l'ho visto vivo, in una gelida notte dello scorso inverno in arrivo ambedue a Bolzano: "ho avuto una visione di te, quest'estate a Firenze Campo Marte, alle due di notte: stavi su una panchina con due bambini addormentati che ti posavano la testa in grembo: sembravi la Madre Terra. Eri tu?"
"Quale madre terra?" avevo risposto io che amo l'understatement.
"Ero una prozia fradicia". Avevamo preso un tremendo acquazzone e ci stavamo asciugando nella calda notte in attesa di un treno per Bolzano, con un'ora di ritardo.
Era affannato, ma non lo si è mai visto calmo; sorridente, nonostante il dolore di una recente, piccola operazione di cui la ferita gli doleva, ma quando non riusciva a nascondere tutto sotto un preciso, forte, ironico sorriso?
Non sempre fu capito - nei gruppi del dissenso cattolico e poi nella "nebulosa" bolzanina del Sessantotto, e nelle successive scelte politiche - anche se fin da giovanissimo si imponeva per la ricchezza della cultura, la velocità dell'idea-azione, la straordinaria limpidezza etica.
La più parte dei fraintendimenti derivavano non solo dalle posizioni talora estreme, o dal celere ragionare, ma soprattutto da una grande capacità di previsione, non accompagnata da una pari attitudine al mediare.
Si può reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari, sciocchi, vani e pericolosissimi?
Mentre le mediocri biografie di personaggi per lo più meschini occupano colonne e colonne di giornali, voci e intrighi si svolgono intorno a qualsiasi vicenda, tutto è grigio e noioso?
E strumento del dibattito politico diventa il pitale che misura la gettata del piscio?
Intanto riprendono gli esperimenti nucleari, Francia e Germania entrano nella guerra balcanica, la guerra appare ai potenti del mondo la "soluzione finale" del problema dell'occupazione, guerra, violenza, sopraffazione sono del tutto legittimate.
Si può reggere? Si può, se si ha un contesto di amicizie e affetti, incombenze quotidiane, se si bada a molte cose impellenti e oneste nella loro modestia, come preparare pranzi, raccontare storie a bambini e bambine.
La vita quotidiana delle donne può sopportare la viltà dell'ora, la minaccia del futuro, lo ricorda anche Alex a Valeria.
Quando nel lasciarci ci dice di continuare a fare le cose giuste Alex vuol cercare di svegliarci, farci capire appunto le cose giuste e importanti, la pace e la guerra, la povertà dei continenti, la miseria delle ricche metropoli, l'ineguaglianza delle vite infantili destinate ai massacri, malattie, morte per fame o alla ferocia dei popoli avanzati.
Alex - avendo destinato intera la sua vita ad altri - non ha potuto reggere, come ci ha scritto prima di lasciarci: significa che dobbiamo ricostruire vite meno tese, isolate, derise, misconosciute, riscoprire rapporti, relazioni, legami, rispetti, forme decenti di colloquio e di parola.
Certamente alcuni fatti recenti lo debbono avere sconvolto, schiantato di un peso non sopportabile: i cancri del nazionalismo, i recinti etnici, lo scivolamento dei potenti verso la guerra, il silenzio dei popoli incattiviti e scontenti e tragicamente distratti.
Tutto ciò gli deve essere caduto addosso come una sconfitta definitiva, oltre la quale gli si prospettava solo una grigia sopravvivenza.
Voglio ricordare quella che fu forse la sua lotta più anticipatrice, causa di non indifferenti difficoltà personali, e anche il momento della massima solitudine, aspro isolamento, emarginazione, rifiuto.
Quando Spadolini, allora presidente del Consiglio, pensò che sarebbe passato alla storia come il risolutore della questione sudtirolese, se avesse introdotto - come da richiesta SVP malcontrastata - nel censimento la dichiarazione di appartenenza etnica, non anonima e numerica, da riportare all'anagrafe, Langer rifiutò, perdendo quasi la cittadinanza (non potè più insegnare al liceo tedesco di Bolzano, non potè mai candidarsi in elezioni locali).
Prevedeva che non solo era ingiusto inchiodare una persona a una dichiarazione di appartenenza etnica (poichè le etnie, essendo fatti culturali, possono mutare) era cosa cattiva non favorire incontri e mescolanze paritarie (una volta ricostituiti i sudtirolesi nella pienezza dei diritti conculcati sotto il fascismo), era iniquo violare l'anonimato del censimento (poichè questo significa appunto un limite al proprio potere che lo Sato si riconosce e rispetta, quello di non entrare nelle scelte individuali, nè di elencarle o registrarle nominativamente).
Sono quasi certa che questa è stata la goccia di troppo: l'albicocco nelle vicinanze della villa di Spadolini è troppo simbolico, per non essere stato voluto da uno così preciso, severo, come era Alex.
I pericoli ci sono e sono veri.
Che ci vuole infine ancora per bucare le nebbie dei nostri cervelli, il lardo delle nostre coscienze?" (Da "il manifesto", 6 luglio 1995).
Francesco Lauria



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