martedì 18 agosto 2026

UN MASSO A NATALE, UN SENSO UNICO ALTERNATO, L'ALGORITMO. GIOVANNI (CAPECCHI), ALESSIO (BARTOLOMEI) E POLICARPO (PETROCCHI) TRA PROMESSE, DEDICHE E POESIE. A CASTELLO DI CIREGLIO.


Il mio sguardo e quello degli altri (pochi) automobilisti, ricordo, era rimasto oggettivamente sorpreso, quasi attonito.

Prima mattinata del 26 dicembre 2021: la via Modenese, porta di accesso alla collina e alla montagna pistoiesi, un po' prima di casa mia a Gello, aveva avuto, nella notte tra Natale e Santo Stefano, un ospite inatteso: un grande blocco di pietra, un enorme masso si era staccato, a causa del maltempo, dal versante collinare che, in parte, era anche franato.

Se il distacco fosse avvenuto in un giorno e in un'ora più trafficati eventuali automobilisti o, peggio, ciclisti, avrebbero potuto patire, indubbiamente, serie conseguenze.

Via Modenese fu bloccata per quasi due mesi, l'amministrazione comunale di centrodestra decise, dopo un periodo di disorientamento, di adottare il senso unico per proteggere e mettere in provvisoria sicurezza parte della carreggiata, per poi cambiare idea di fronte alle proteste dei residenti e degli utenti e introdurre, dal febbraio 2022, l'attuale senso unico alternato, con odiatissimo semaforo annesso.

Da allora molta acqua è, letteralmente, passata e la collina sopra la via Modenese continua a guardare minacciosa in giù, con una popolazione residente, tra Capostrada e il ponte di Gello, particolarmente arrabbiata, colpita, almeno per un tratto, non solo dai disagi alla mobilità e dall'inquinamento delle macchine ferme al semaforo, ma anche da cronici allagamenti dovuti alla pendenza sbagliata della carreggiata, all'intasamento di parte delle condotte fognarie e da una collina sempre più incolta, a tratti selvaggia, nonostante si trovi, quasi, in piena città.

Siamo poi vicini a cinque anni pieni ormai trascorsi e almeno ai quattro rispetto ai quali Alessio Bartolomei, ex democristiano, poi berlusconiano, poi centrista e futurista finiano, indi salviniano, e ora vannacciano, allora Assessore ai lavori pubblici, assetto idrogeologico e protezione civile, aveva promesso una soluzione celere e "decisa", diremmo oggi, seguendo il suo nuovo mentore, "maschia", mediterraneamente patriarcale.

E' noto che il problema risenta del contenzioso su a chi spettino i costosi lavori di messa in sicurezza della collina: se al proprietario privato o al Comune di Pistoia, ma, come ha detto giustamente ieri il sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi a Castello di Cireglio, non è che si possa battere il record del mondo del mancato intervento e un investimento, anche ingente, su quel tratto stradale/boschivo va fatto.

Occorre quindi la messa in sicurezza della zona sovrastante, ripristinando la viabilità originaria ed eliminando l'odiatissimo, inquinante semaforo.

Per una strana coincidenza, in tutt'altra situazione, tra gli ombrelloni di Poveromo (Marina di Massa), mi ero trovato a discutere del masso natalizio di Capostrada e delle sue durature conseguenze, solo ventiquattro ore prima, con un commerciante proprio della zona, esausto e arrabbiato per le reiterate mancate soluzioni delle Giunte Tomasi/Celesti che hanno avuto tre effetti fortemente negativi:

- le conseguenze sulla viabilità di una fondamentale via di accesso alla collina e alla montagna pistoiesi;

- l'aumento esponenziale dell'inquinamento, in particolare nel tratto tra Capostrada e il ponte sull'Ombrone a Gello, anche per la consuetudine, sempre impunita, degli automobilisti di non spegnere mai il motore in attesa al semaforo;

- la desertificazione commerciale della zona, spesso denunciata anche con manifestazioni e sui media locali, che ha visto, come affermato da Giovanni Capecchi durante l'incontro con la cittadinanza al circolo "Il cantuccio" di Castello di Cireglio, sparire negozi (spesso "saltati" tramite tangenziale) e, soprattutto, botteghe alimentari, scomparse da Ponte Calcaiola alla montagna (Cireglio capoluogo compresa...)

Giovanni Capecchi, che a Castello di Cireglio da ex Presidente del Parco Letterario intitolato a Policarpo Petrocchi, giocava in casa, dopo la lunga introduzione dell'Assessore Mattia Nesti, sull'annoso tema della raccolta dei rifiuti in montagna, ha promesso che risolverà quanto prima possibile il problema sulla via Modenese, e che il Comune di Pistoia:" ci metterà i soldi, dovessimo anche ristrutturare, per questo, due palestre in meno..."

Senza evocare di nuovo l'ex generalissimo Vannacci (non me ne voglia il suo neo discepolo pistoiese Bartolomei...) sui rifiuti e il rapporto con Alia/Plures, pur con il pregio di una tendenziale sincerità, Mattia Nesti, con i suoi modi felpati, sempre molto in punta di piedi, mi ha fatto venire in mente una battuta che, una decina di anni fa, mi aveva fatto l'ex storico grande leader della Cisl Pierre Carniti mentre mi parlava delle differenze caratteriali tra lui e il duraturo segretario generale della Cgil Luciano Lama...

"Sai Francesco -  mi aveva confidato, sorridendo, Carniti - la differenza tra me e Luciano è presto detta: se io tornassi a casa e trovassi mia moglie a letto con un altro, inizierebbe certamente una mia zuffa furibonda con l'amante, mentre se la stessa cosa fosse successa a Luciano lui, senza dubbio, avrebbe detto all'intruso: a questo punto, consideriamo la situazione complessiva, i pro e i contro, e, anche con mia moglie, parliamone e trattiamo!".

Un sindacalista vero come Carniti tutto era, in realtà, tranne che, , un "sindacalista d'assalto",  nonostante il titolo mai amato di una sua biografia.

Semmai, stando sempre tra i lavoratori e le lavoratrici, come amava lui stesso dire, Carniti poteva  definirsi, " sindacalista da marciapiede", e la sua affermazione su Lama, pur nell'ironia, non rappresentava una critica feroce, ma l'espressione di una vera ammirazione e simpatia per chi avrebbe contrattato, come l'amico e compagno Luciano, "anche con il diavolo".

Per inciso, va ricordato che, nel 1984-1985, Lama, pur piegandosi, non aveva condiviso,  almeno tatticamente, forse qualcosa di più, le scelte di Enrico Berlinguer che portarono all'inattesa e rovinosa sconfitta nel referendum promosso dal Pci sulla sterilizzazione parziale della scala mobile, promossa, previo accordo con Cisl, Uil e socialisti della Cgil, dal governo guidato da Bettino Craxi.

Tornando, segno dei tempi, da Carniti, Lama e Berlinguer a Mattia Nesti, l'assessore ha promesso, sui rifiuti, degli aggiustamenti, delle garbate proteste, ma ha anche ammesso che, sul metodo di raccolta , il Comune sia vincolato ai contenuti dell'accordo stretto con Alia-Plures per almeno altri quattro anni.

Ieri sera, devo ammetterlo, mi sono perso la prima parte dell'incontro, provenivo, infatti, da Momigno, dove avevo lasciato mio figlio con un amico, e avevo dato retta, non alla mia esperienza di ormai "immigrato stabile" a Pistoia (non me ne voglia sempre il Bartolomei...), ma all'algoritmo di Google Maps.

Al di là del fatto che le competenze siano ripartite tra Comune e Provincia di Pistoia, la scellerata scelta di fidarmi della multinazionale mi ha portato a viaggiare, al buio, tra Fagno, Sarripoli, Gello, Campiglio per poi risalire, tra stretti tornanti mal asfaltati, verso Castello di Cireglio.

Ieri sera, trattando anche dall'antica annosa, dibattutissima questione dell'arrivo del metano a Castello e delle lunghissime trattative con Toscana Energia, si è dibattuto del ritorno della popolazione verso la montagna pistoiese, anche a seguito degli effetti del cambiamento climatico.

Sono tutti temi che portano a riflettere, progettare, investire sulla montagna, anche quella maggiormente periferica rispetto a Castello (ieri erano presenti cittadini persino di Orsigna) spesso, in questi ultimi decenni, trascurata, abbandonata anche perchè ormai poco rilevante demograficamente e, quindi, elettoralmente.

Una Pistoia policentrica e attenta alle fragilità, non può che partire da qui, sperando che quelle pronunciate ieri sera, a partire dalla soluzione per Via Modenese, non rimangano solo promesse.

Mentre riprendevo la macchina, a incontro terminato (e facevo il salame a Google e al relativo algoritmo, procedendo verso Le Piastre...) osservavo la statua austera e vigile dell'agitatore, lessicografo, letterato e poeta, il "castellano", Policarpo Petrocchi.

Ci eravamo trovati nei locali della storica associazione: "Onore e Lavoro", promossa dallo stesso Policarpo e che ebbe, come presidente onorario, Giuseppe Garibaldi.

Policarpo Petrocchi, come è noto, attaccatissimo a Castello di Cireglio, fu un grande riformatore sociale (e quando serviva, con gli operai, i carbonai e i contadini, anche agitatore) e promotore di bene pubblico.

Se Petrocchi è ricordato per aver portato a Castello la scuola elementare, ma anche il collegamento stradale proprio con la Via Modenese, è interessante ricordare come fu promotore anche dell'acqua come bene pubblico, comune, condiviso, facendo installare, a Castello, due fontane.

Ieri sera Giovanni Capecchi ha promesso anche di intervenire celermente sulla fonte del Faggione, sempre a Castello, storicamente legata alla memoria del paese, ma oggi sostanzialmente prosciugata, poichè patisce problemi di scarsità d'acqua purtroppo sempre più frequenti, in questa epoca rovente, nell'Appennino pistoiese.

Del futuro del Parco Letterario, istituito nel 2021, si discuterà nella Festa del Parco stesso, tra il 28 ed il 30 di agosto prossimi.

Come ha scritto proprio Giovanni Capecchi in un saggio di, ormai diversi anni fa: "Petrocchi, non è semplicemente nato a Castello di Cireglio. La sua presenza e il suo legame con il paese sono molto forti (...) Ci sono scrittori che non hanno raccontato i posti in cui hanno vissuto e altri che, invece, hanno dedicato a questi luoghi poesie, racconti e romanzi (...)".

Proprio rispetto ai "suoi" carbonai Petrocchi denunciava:  “lavoro continuo, pochissimo riposo, prezzi bassi, nutrimento cattivo.".

Nel settembre 1896 si impegnò, come detto, a formare una “lega di carbonai per far cessare gli abusi che i padroni fanno all’operaio”. Parlava, discuteva, cercava di convincere ed operava con la solita tenacia con cui aveva lavorato per migliorare il suo paese, sopportando “spine”, “bene” e “beghe” (un po' come il mio amico, Marco immigrato a Castello...). 

Come ho già accennato, fu così che fu fondata nel 1880 con “ i capi famiglia di Castello” la Società di mutuo soccorsoOnore e lavoro sorta per migliorare come e meglio si può la condizioni morali e materiali del paese”. 

Rileggiamole le poesie, ma anche i libri, "I fiori di campo", le "letture toscane" di Policarpo Petrocchi.

Rileggiamo i suoi incipit leggeri, le sue dediche poetiche, concrete e mai immuni alla Speranza...

"(...) C'è un'infinita tratta di gente cui quattro mura intanfite (mura di scòla, per esempio) han levato la forza di salir alto, eppure è tutta gente che ha desiderio di vita. Raccomandati a loro. Se fra tanti campi dove c'è viva la Natura, s'annoveri anche ultimo il tuo non ti paja poco figliolo; avrai toccato il cielo con un dito. Addio, portati bene e spera. Tu non sei più tra' pupilli; non ho il diritto di dirti più. Stai sano e vivi felice."

A Castello di Cireglio, come ovunque nel mondo, si parte e si resta, si dimora e si sconfina. Si nasce, si cresce, si ama e si muore. Si sogna.


Si piange, si ride, si attende.

Ciò che rimane nel cuore di un figlio, di figli e figlie anche non di sangue, è l'orizzonte, saldo nelle proprie radici, grato alla memoria, ma infinitamente rapito nello sguardo. 

Come nel provvisorio incanto di un'illusione"profumata" e mai rinnegata.

Francesco Lauria

domenica 16 agosto 2026

MONTALE: NEL CAMBIAMENTO CLIMATICO IL RADDOPPIO DELL'IMPIANTO SI PUO' E SI DEVE DEMOCRATICAMENTE E RESPONSABILMENTE EVITARE.

Il tema del c.d. "raddoppio" del termovalorizzatore di Montale sta monopolizzando l'attenzione dell'opinione pubblica di tutta la provincia di Pistoia (e non solo...) con fratture trasversali a tutto il mondo politico di centrosinistra e centrodestra.

Va ricordato che, alla fine del 2025, undici partiti del centrosinistra-campo largo di Pistoia hanno sottoscritto, anche sulla gestione del ciclo dei rifiuti, un accordo programmatico, poi fatto integralmente proprio dai candidati alle primarie Giovanni Capecchi (vincente) e Stefania Nesi.

Sul tema, annoso e complesso, della gestione dei rifiuti gli undici partiti (poi diventati dodici con l'arrivo di Azione di Calenda...) scrivevano, riprendendo la parola d'ordine: "Rigenerare Pistoia"...

"Rigenerare Pistoia significa anche rigenerare il rapporto tra servizio pubblico e comunità. Per questo vogliamo una nuova stagione di politiche sui rifiuti, basata sulla prossimità ai cittadini, sulla sostenibilità ambientale e su scelte fondate su  efficienza e innovazione." Sulla raccolta la questione appariva piuttosto lineare e il programma si sviluppava correttamente così: "il modello porta a porta dovrà essere il riferimento del sistema, ma con un principio chiaro: ogni territorio ha bisogni, densità e morfologie differenti. La gestione in montagna non può essere uguale a quella dei quartieri urbani o del centro:    per    questo    dovranno    essere    pianificati    servizi    calibrati,    misurati    su    percorrenze    reali,    costi,    distanze    e    capacità    di    conferimento." Il campo larghissimo aggiungeva: "il Comune dovrà contrattare con Alia le modalità di raccolta dei materiali in modo da essere meno invasivi e più rispettosi nelle strutture storiche della città e degli agglomerati periferici". 

Oltre ad un piuttosto generico impegno sulla riduzione dei costi della Tari non mancava una riflessione più ampia: "Accanto all’organizzazione tecnica, serve un investimento culturale e digitale: percorsi informativi con la cittadinanza, strumenti semplici per monitorare il servizio, ascolto attivo delle esigenze locali e trasparenza sui risultati del ciclo di raccolta. Vogliamo fare di Pistoia una città modello nell’economia circolare, con un’attenzione concreta al recupero dei materiali, alla riduzione degli sprechi, al ciclo completo del rifiuto: un obiettivo prioritario, dopo aver rimediato ai disastri    della destra, è creare le condizioni per andare verso la strategia rifiuti zero. (...) Una città che migliora il sistema dei rifiuti rigenera la fiducia dei cittadini e rigenera l’ambiente, trasformando un servizio essenziale in una leva di innovazione, partecipazione e sostenibilità sociale."   

Appare sinceramente un mistero come tutti questi condivisibili obiettivi si concilino con gli impegni stringenti che il Comune di Pistoia ha già preso con Alia-Plures, durante la precedente consiliatura e che saranno comunque validi ed operativi (Assessore Mattia Nesti a Castello di Cireglio dixit...) per i prossimi cinque anni.

Tornando alla questione "Montale", va sinceramente riconosciuto che la proposta attualmente in discussione sulla gestione del ciclo dei rifiuti non rappresenti semplicemente il "raddoppio" dell'impianto esistente. 

Lo scenario gestionale "ottimizzato" prevede la realizzazione a Montale di un nuovo termovalorizzatore da circa 100.000 tonnellate annue, quindi con una capacità circa doppia rispetto all'attuale impianto, ma considerato che il vecchio impianto verrebbe progressivamente dismesso/smantellato e sostituito dal nuovo, caratterizzato (e ci mancherebbe dopo tanti anni...) da tecnologie più avanzate.

Il problema di fondo è rappresentato  dalla carenza di alternative per la chiusura del ciclo dei rifiuti nell'ATO Toscana Centro (e non solo a dir la verità...) anche a seguito della complessa vicenda della mancata costruzione dell'impianto di Case Passerini.

La Regione Toscana stessa ha evidenziato che l'attuale capacità di trattamento termico di Montale è insufficiente, almeno nelle condizioni attuali, rispetto al rifiuto urbano residuo prodotto nell'ambito.

Il sindaco di Montale Ferdinando Betti ha, come noto, assunto in questi ultimi tempi, una posizione nettamente favorevole al "raddoppio" del termovalorizzatore poichè:

  • il nuovo impianto sarebbe un'opportunità pragmatica per Montale;
  • la chiusura del termovalorizzatore senza una soluzione alternativa produrrebbe problemi di smaltimento;
  • potrebbero aumentare i costi per i cittadini;
  • ci sarebbero conseguenze occupazionali;
  • Montale potrebbe ottenere benefici economici dalla nuova struttura;
  • il nuovo impianto sarebbe, come detto, tecnologicamente più moderno dell'attuale.

Betti ha quindi votato favorevolmente in sede ATO allo scenario delle 100.000 tonnellate, sostenendo, un po' frettolosamente, che la sua amministrazione sia (compresa Avs?) compatta sulla scelta.

Il PD locale di Montale ha poi, invece, preso le distanze dal proprio sindaco, contestando non tanto la necessità di affrontare il problema dei rifiuti, quanto il metodo e la scelta specifica delle "100.000 tonnellate" nel comune situato tra Prato e Pistoia..

Il PD prevede un referendum consultivo sulla questione e accusa la (sua...) amministrazione di avere assunto una posizione definitiva troppo presto.

In particolare sono contestati:

  • i tempi frettolosi del voto;
  • l'insufficiente partecipazione dei cittadini;
  • il fatto che il Consiglio comunale non abbia avuto, anche secondo il partito di maggioranza relativa, un ruolo adeguato;
  • che il sindaco abbia espresso in ATO un consenso netto allo scenario delle 100.000 tonnellate;
  • la mancanza di una discussione sufficientemente approfondita sulle alternative maggiormente ecologicamente sostenibili.

E' noto poi che, almeno a Montale, le opposizioni di centrodestra, con notevoli dosi di strumentalità siano in larga parte fortemente contrarie al cd. "raddoppio dell'inceneritore" con posizioni che. peraltro, si differenziano da quelle del centrodestra sia in provincia, che in Regione che a livello nazionale.

Si è delineata, quindi, una frattura politica trasversale poichè vi sono almeno quattro questioni politiche diverse che si sono sovrapposte.

Il Comune di Montale, come è noto, ospita già da moltissimi anni l'inceneritore e una buona parte della popolazione, del tessuto associativo e delle forze politiche ritiene che, senza alcun dubbio, che il territorio abbia già dato il proprio contributo.

La nuova struttura da 100.000 tonnellate viene quindi percepita come una stabilizzazione cronica, una promessa tradita e un ampliamento sovrastimato del ruolo di Montale nel complessivo sistema regionale dei rifiuti.

Una sorta di enorme e permanente: "ingiustizia geografico-territoriale", cui le associazioni ambientaliste più avvedute accompagnano anche una riflessione sistemica sul futuro della produzione e dello smaltimento dei rifiuti stessi.

Secondo una visione "tradizionale" della gestione dei rifiuti, l'ATO Toscana Centro ha effettivamente un problema di capacità impiantistica: la documentazione regionale, pur nella cronica mancanza di dati attendibili e aggiornati, segnala che l'attuale sistema non sia sufficiente, almeno senza innovazioni di significative, per garantire l'autosufficienza nello smaltimento.

La contestazione prevalente al raddoppio dell'impianto di Montale non, però, è semplicemente: "non vogliamo il termovalorizzatore."

ma... "non si può decidere un impianto da 100.000 tonnellate senza una vera discussione con la popolazione e senza valutare pubblicamente e trasparentemente le alternative."

Su questa posizione pare attestarsi, ad esempio, non solo il Pd di Montale, ma anche quello di Agliana.

Da qui la richiesta di referendum, non priva di incognita politiche, ad esempio: quale sarà, alla fine, la posizione del Pd a livello provinciale e comunale a Pistoia, dove le due fazioni presenti sembrano aver continuato a confrontarsi duramente persino a Ferragosto?

Gli oppositori al termovalorizzatore mettono naturalmente in discussione anche l'opportunità di aumentare significativamente la capacità di incenerimento in generale e proprio nell'area della Piana Prato-Pistoia, già caratterizzata da problematiche ambientali e storicamente sottoposta a particolare attenzione per la qualità dell'aria.

La Regione Toscana, peraltro, ha aggiornato il monitoraggio dei comuni della Piana: Montale è sempre stato tra quelli individuati nell'area di superamento Prato-Pistoia proprio per la qualità atmosferica.

Già da molti anni si è poi discusso se mantenere il termovalorizzatore di Montale oppure dismetterlo/trasformarlo per altre funzioni, ad esempio per il trattamento dei fanghi.

Nel dibattito regionale è emerso che. se alcune proposte di gestione prevedono il mantenimento della funzione di termovalorizzazione, altre fondate ipotesi puntano, invece, alla trasformazione o alla dismissione dell'impianto.

Nel 2025, in Consiglio Regionale, Montale veniva ancora descritto come un impianto importante per evitare il ricorso alle discariche, ma bisognoso di una forte trasformazione nella propria configurazione.

Nel marzo 2026 c'è stata, peraltro, una convergenza trasversale contro l'ipotesi di prolungare ulteriormente la vita dell'attuale impianto oltre la scadenza prevista (già sforata...) anche se il problema oggettivo dell'ATO permane poichè l'attuale sistema di trattamento non apparirebbe congruo a garantire l'autosufficienza e quindi, se si esclude il nuovo impianto di Montale, occorrerà individuare concretamente altre e differenti soluzioni.

Sintetizzando: se la questione in gioco non appare solo: "inceneritore sì/inceneritore no", diviene centrale la partita su chi decide sul ciclo dei rifiuti, con quale mandato e sulla base di quale alternativa/visione industriale e politica.

Oltre al Partito Democratico, per comprendere, ad esempio, la posizione del (piuttosto silente) sindaco di centrosinistra di Pistoia Giovanni Capecchi, non va dimenticato l'orientamento di Alleanza Verdi e Sinistra, che, in particolare nella campagna per le elezioni regionali del 2025, ha sostenuto con convinzione la chiusura dell'inceneritore di Montale, indicando come obiettivo il 100% di raccolta differenziata.

La posizione di AVS, salvo possibili e opportunistici ripensamenti, è quindi più vicina a quella degli ambientalisti radicali che a quella del PD o di altre forse centriste del c.d. "campolargo" (anch'esse comunque litigiose e divise, si pensi solo alle differenze tra Azione e Più Europa...)

A fronte delle notizie del rilancio dell'incenerimento dei rifiuti a Montale a luglio 2026 si è costituito un vero e proprio fronte contro il raddoppio, con numerose e variegate associazioni che hanno iniziato una mobilitazione coordinata e straordinaria, si pensi, non esaustivamente, a:

  • Medicina Democratica
  • Rifiuti Zero
  • IoNonCiSto di Agliana e Montale
  • Associazione Beni Comuni
  • Attiva Prato
  • TAT – Tutela Ambiente e Territorio di Montefoscoli

Meno convinta appare Legambiente, probabilmente condizionata da tradizionali collateralismi politici con il centrosinistra.

Queste organizzazioni hanno organizzato assemblee pubbliche e stanno lavorando alla costituzione di un comitato esteso ai territori di Montale, Agliana, Prato, Montemurlo, Quarrata e Pistoia.

È dunque attivo un fronte territorialmente molto più ampio del solo Comune di Montale e che coinvolge i copoluoghi sia di Pistoia che di Prato.

Politici e amministratori dei due capoluoghi non sono quindi assolutamente fuori della partita, anzi.

Il fronte ambientalista propone una prospettiva di dismissione del termovalorizzatore, con la valorizzazione della c.d. "chimica circolare", non la sua sostituzione con un impianto più grande, pur più avanzato tecnologicamente.

Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe, figura storica del movimento Rifiuti Zero, ha definito il raddoppio "una scelta sproporzionata" e ha sostenuto che, dopo decenni di attività dell'impianto, sarebbe necessario valutare ciò che esso ha prodotto come impatto anziché progettare, peraltro nello stesso posto, un nuovo termovalorizzatore di dimensioni molto maggiori. 

Non si discute, quindi, soltanto delle emissioni del nuovo impianto, ma del modello generale e regionale di gestione dei rifiuti.

Medicina Democratica ha, poi, una storia molto lunga di opposizione all'impianto.

Già nel 2009 l'associazione ha pubblicato approfondimenti sulla contaminazione da diossine collegata all'inceneritore e, negli anni successivi, ha sostenuto la necessità definitiva della chiusura.

Nel 2017 Medicina Democratica e il Comitato per la chiusura dell'inceneritore di Montale hanno poi portato all'attenzione della Procura della Repubblica di Pistoia le gravi criticità gestionali evidenziate dall'ARPAT sottolineando anche come non si potesse ragionare sul nuovo impianto come se Montale fosse un territorio ambientalmente neutro.

Nel 2015, ad esempio, l'impianto è stato chiuso precauzionalmente dopo il superamento dei limiti di legge relativi alle emissioni di PCDD/F (diossine/furani).

A maggioranza l'ATO Toscana Centro sostiene che la raccolta differenziata funziona, ma rimane una quantità significativa di rifiuto indifferenziato e pertanto gli impianti disponibili (solo Montale...) sono insufficienti.

A chi sottolinea la conseguente necessità di aumentare la capacità di trattamento, gli ambientalisti rispondono, giustamente, che questa è una conseguenza delle scelte sulla modalità di gestione dei rifiuti, non una necessità naturale e permanente.

Anziché dimensionare il sistema sulla quantità di rifiuto oggi prodotto, bisognerebbe pertanto ridurre progressivamente il rifiuto residuo aumentare sensibilmente riuso, riciclo, raccolta differenziata e recupero di materiali.

Si tratta della filosofia Rifiuti Zero, quella cui, secondo l'orientamento programmatico proposto agli elettori e alle elettrici nel maggio 2026, dovrebbe tendere, senza indugi, anche il Comune di Pistoia, ora amministrato (come quello di Montale peraltro...) dal centrosinistra.

Un'altra forte e motivata critica trasversale è quella relativa al fatto che il mantenimento dell'impianto a Montale, attraverso un affidamento pluriennale a un soggetto industriale, rischi di finanziarizzare la gestione del servizio rifiuti e di trasferire profitti al gestore anziché massimizzare il beneficio per il territorio.

C'è quindi un'opposizione politica e soprattutto sociale al "raddoppio" di Montale basata su tre diversi livelli:

1.    ambientale: no al nuovo termovalorizzatore;

2.    sanitario: che vede come ineludibile, anche per la storia del territorio, la chiusura dell'impianto esistente;

3.    economico-politico: che si oppone alla trasformazione della gestione dei rifiuti in un'attività industriale orientata al profitto (le famose "opportunità" del sindaco Betti...)

La questione di Montale sembra diventata, inoltre, un caso nazionale di frattura interna al centrosinistra e al centrodestra sulla politica dei rifiuti.

Concludendo: la domanda e la sfida decisive appaiono: quanto è realistico lo scenario alternativo al raddoppio? 

Davvero, con raccolta differenziata, riciclo, riduzione dei rifiuti e impianti di trattamento alternativi, con, insomma, lo scenario "Rifiuti Zero", si possono evitare le famigerate 100.000 tonnellate di capacità termica?

Il referendum, poi, può riguardare davvero solo i cittadini e le cittadine di Montale, pure tenendo giustamente conto del loro enorme contributo e sacrificio di questi ultimi decenni?

Sono questi i temi su cui il fronte ambientalista deve approfondire, comunicare, convincere, senza farsi invischiare dalle plurime contraddizioni dei partiti di ogni schieramento e di molti amministratori, magari ormai giunti a fine mandato.

L'alternativa al raddoppio non è semplice, ma con la volontà e la coerenza politica e programmatica, appare, a detta di chi scrive e per le ragioni esposte, senza alcun dubbio la soluzione maggiormente possibile/desiderabile.

La politica del "raddoppio" dell'impianto di Montale è solo apparentemente quella più responsabile, ma è, invece, solamente quella più semplice e ingannevolmente redditizia.

Una politica vera, non solo sui rifiuti tiene presente come caposaldo, l'impatto delle politiche sulle nuove e sulle future generazioni. 

A Montale, a Pistoia, in tutto il Pianeta, l'unico che abbiamo.

Nel tempo del rovinoso, incontestabile, vorticoso cambiamento climatico è, infatti, importantissimo imboccare decisamente, consapevolmente, responsabilmente (vale anche per i cittadini e le cittadine, non solo per le istituzioni) il percorso verso i Rifiuti Zero, anche per gli inevitabili e positivi effetti sulla gestione democratica, ecologica e partecipativa del ciclo stesso dei rifiuti.

Un altro tema da affrontare è, infatti, quello, democratico, delle c.d. "assemblee climatiche". 

Non la mera consultazione referendaria e binaria di un momento, ma strutture partecipative, riconosciute, estese e permanenti, che affrontino appunto la questione ecologica, non solo relativamente ai rifiuti.

Tutto ciò a partire dai livelli locali, ma con un'ottica e una visione globali.

Rispetto alla questione specifica, escludendo categoricamente la possibilità di fare profitto sulla salute dei cittadini e delle cittadine, va considerata, infine, anche la questione della sostenibilità economica e dei forti costi attualmente sostenuti, sia per la raccolta che per lo smaltimento, da tutti gli abitanti e dall'intero tessuto economico e produttivo.

Concludendo, come ci ricordano le associazioni ambientaliste, infatti, futuri efficientamenti basati incoerentemente sulla quantità e non sulla qualità, sono tutti, infatti, da dimostrare.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

"SOLO I CINICI E I CODARDI NON SI SVEGLIANO ALL'AURORA": UN ORIZZONTE DA SANT'ANNA DI STAZZEMA, IL 16 DI AGOSTO (terza parte...)

Lungi da me biasimare chi lo scorso 16 agosto, peraltro di domenica, ha dormito qualche ora in più.

Io, però, da ex pendolare, mi sveglio sempre presto senza fatica e domenica 16 agosto, prima di scendere al mare con un mio famigliare adolescente, ho scelto di assecondare, con la "rivolta tra le dita", un verso particolarmente famoso e citato del compianto Francesco Guccini, tratto dalla sua bellissima e piuttosto recente canzone Don Chisciotte: "solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora..."

Così, fondendo nel mio immaginario Guccini eil filosofo Michel Foucault, ho deciso di "evadere" dalle strade consuete e ho iniziato le numerose curve in salita che, dai margini alla Versilia, portano a Sant'Anna di Stazzema.

Lo so, il 12 agosto è appena passato: gli anniversari possono rivestire grande potenza e grande significato, sono importanti, ma mi hanno insegnato, in particolare nel ricordo della strage di Piazza Fontana e dell'"Italia del 12 dicembre", che contano molto anche gli altri 364 giorni dell'anno, specialmente quelli, come nella prima mattina a Sant'Anna di Stazzema (a parte i pochi abitanti apparentemente ancora dormienti) in cui non si incontra nessuno/a.

Ha fatto benissimo, comunque, il Comune di Pistoia, il 12 agosto scorso, a tornarci a Sant'Anna, dopo anni e anni di colpevole e grave assenza.

Ma che cosa è successo a Sant'Anna di Stazzema il 12 agosto 1944? 

Che cosa ci dicono, oggi che stanno scomparendo uno ad uno gli ultimi bambini di allora superstiti, le cinquecento sessanta vittime civili e innocenti di quella abominevole strage nazista, che non risparmiò nemmeno la piccola Anna Pardini, nata da soli venti giorni?

Lasciamo che sia il racconto di Neri Marcorè a ricostruire sul filo della memoria...

ttps://www.facebook.com/watch/?v=420912560011211 

Come ci parla oggi quel luogo, cosa ci dicono i resistenti "fiori di Sant'Anna"?

La salita all'ossario monumentale che è anche, per i credenti, una via Crucis, è, in questi mesi, costellata di disegni di bambini e bambine provenienti da tutto il mondo, in particolare da tantissimi contesti di guerra: a partire da Gaza e dalla Cisgiordania palestinese, dall'Ucraina, dal Congo...

Ci sono anche i disegni dei bambini delle Isole Salomone, vittime della guerra climatica e dell'azione dell'uomo sugli oceani che, fra non molto, cancelleranno ogni traccia di molte isole e arcipelaghi...

Uno dei simboli di Sant'Anna, luogo europeo della memoria, è, infatti, il girotondo, purtroppo interrotto per sempre, dei bambini e delle bambine, tanto che proprio il girotondo, insieme a questo luogo, è il protagonista di una significativa canzone de La Casa nel Vento: "Girotondo a Sant'Anna":

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Ydwuk9hBUWg

Mentre salivo a Sant'Anna, in una solitaria mattinata domenicale d'agosto, tenevo tra le mani un piccolissimo e prezioso libro, edito da Cronache Ribelli:

Contiene le intime parole dell'anarchico calabrese Bruno Misefari e si intitola: "Diario di un disertore".

Non è un caso che il testo sia stato inserito nella collana: "Pane e rose - sentieri di liberazione".

Misefari che, proprio come Guccini ha fatto decenni dopo, professava ideali libertari e antimilitaristi, pagò con il carcere, in Italia come in Svizzera, il rifiuto all'arruolamento e le proprie azioni nonviolente antiinterventiste durante l'"inutile strage" della Prima Guerra Mondiale.

L'anarchico calabrese scontò con la detenzione e il confino, prima di morire giovane, anche la sua strenua opposizione al fascismo.

Nella postfazione di questo prezioso e per nulla comodo, rassicurante diario viene citato un altro, famoso testo, si tratta di "Guerra alla guerra" di Ernst Friedrich, anarchico tedesco, internato in manicomio (un po' come si faceva in Italia e anche a Pistoia all'inizio degli anni Sessanta del Novecento, vent'anni dopo la strage di Sant'Anna di Stazzema) per aver disertato la chiamata alle armi.

Nel 1924 Friedrich decise di mostrare al mondo il vero volto del primo conflitto mondiale. Il suo testo conteva, infatti, un'ampia rassegna di fotografie che mostravano i corpi deformati dei reduci della Grande guerra; una condanna senza appello verso la propaganda bellicista e nazionalista.

Eppure, esattamente venti anni dopo la pubblicazione di quel fondamentale e coraggiosissimo volume, avviene la terribile strage di Sant'Anna di Stazzema.

Ha scritto benissimo, proprio in questo agosto, Valentina Pazè, su Il manifesto in un contributo critico intitolato: La giustizia e la pace dei forti. In guerra ha ragione chi vince: "(...) e allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte «dalla parte giusta» e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi."

Il suo contributo è così denso che merita un'attenta lettura integrale: https://ilmanifesto.it/la-giustizia-e-la-pace-dei-forti-in-guerra-ha-ragione-chi-vince?fbclid=IwY2xjawTvnh5wZG9mBWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMXlpR1BRUHRxaVVxR0xMcXRzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEezBeOuJM2H7FYRe0snc-MgVEJqqn_l2-EzwmY6QtQBlOKFbKov1Ptl3G9sGw_aem_Q8w4MSaxun08vor-j4wxIg

Tornando a Sant'Anna non è un caso che il cammino verso l'ossario monumentale sia costellato di piccole sculture che mostrano, spesso attraverso "l'Epifania dei volti", lo strazio della guerra in sè e delle rappresaglie sui civili indifesi in particolare.

Scrive Emmanuel Levinas: "il linguaggio nasce dalla vertigine che ci afferra quando siamo di fronte alla rettitudine del volto (...) Nell'approssimarsi del volto, la carne si fa verbo, la carezza Dire".

A Sant'Anna il silenzio parla, diventa voce.

Non solitudine, monito.

Salire a Sant'Anna di Stazzema, nel rispetto e nella preghiera per le vittime, a partire dalla piccola Anna (Santa Anna a sua volta...) significa anche pensare, credere che, ancora oggi, le idee e le azioni possano cambiare il mondo.

Significa anche sognare e lottare concretamente per un futuro senza eserciti.

Sognare e lottare perchè il potere non sia dominio, violenza, tortura, reclusione, punizione (torniamo a Foucault), ma spazio, condivisione, servizio, cura, ascolto.

Significa sognare e lottare per una "maschilità" , come quella impersonata da Bruno ed Ernst, che non abbia timore, senza indugi, di: "disonorare la guerra" ed affermare la Pace".

Da Sant'Anna là dove, come nella canzone de La Casa nel Vento, le nuvole carezzano il cielo e si scorge il mare tra gli alberi, l'orizzonte ci mostra un azzurro che si confonde proprio con quello dell'infinito.

A Sant'Anna si ascolta, appunto, anche il vento, quello stesso vento bambino che Francesco Guccini ha immortalato per sempre cantando coraggiosamente di Auschwitz.

Il mistero e il messaggio di Sant'Anna stanno proprio in quel girotondo bambino, istante ed eternità nello stesso tempo.

Non si tratta di un girotondo che cancella il terrore o che ci porta al sicuro.

La tempesta continua.

Si tratta di un girotondo che, nella sua fragile e imperfetta gioia, ci ricorda che il destino dell'umanità non è rappresentato dal potere della guerra, ma dalla mano tesa, aperta, fiduciosa della Pace.

Il girotondo di Sant'Anna è, infatti, una scelta. Politica.

La memoria, il lutto ci accompagnano nella discesa, verso il mare, verso la quotidianità della terra.

Il girotondo di Sant'Anna,però non si e non ci ferma alla morte, ma, come un'opportunità colta in una domenica di aurora: è un sogno.

Uno sogno che si fa, insieme e concretamente, da svegli. 

Tornando resistenti nella città, senza smettere mai di porci: "domande consuete", inondati e silenziosamente colorati da orizzonti, musica, disegni di Pace. 

(Con questa terza puntata il racconto finisce e al tempo stesso ricomincia: link alla prima puntata: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/non-innamoratevi-del-potere-patriarcato.html

link alla seconda puntata: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/seconda-parte-non-innamoratevi-del.html ).

Francesco Lauria

venerdì 14 agosto 2026

(Seconda parte) "NON INNAMORATEVI DEL POTERE": PATRIARCATO E FASCISMO SECONDO ROSANNA VIRGILI, MICHEL FOUCAULT, FRANCESCO GUCCINI... OLTRE VANNACCI.

Che cosa ci spiegano di potere e patriarcato (mediterraneo) Michel Foucault e Francesco Guccini e come si conciliano con le riflessioni della teologa femminista Rosanna Virgili?

Per chi volesse leggere la prima parte di questo articolo, con i contenuti, in particolare, della Virgili ecco il link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/non-innamoratevi-del- potere-patriarcato.html 

Come è universalmente noto, Michel Foucault (1926-1984) è stato uno dei grandi pensatori del panorama filosofico europeo contemporaneo. 

Le sue ricerche sul potere e la verità hanno fortemente rivoluzionato la filosofia e la storia nella seconda parte del Novecento.

Ha ragione Deborah Borca nella sua nota introduttiva ad un recente libretto edito da Feltrinelli che racchiude alcuni scritti del pensatore francese e li intitola: "Introduzione alla vita non fascista", utilizzando una sua frase originale (pubblicata nella prefazione all'opera: "Anti Edipo" di Deleuze e Guattari) Foucault è un autore più citato che veramente utilizzato e letto.

Una specie di ciliegina sulla torta, di ketchup che va bene (quasi) su tutto: e ciò rappresenta davvero un peccato perchè le sue opere (sia i saggi, lunghi e brevi, che le raccolte delle sue lezioni universitarie al Collège de France) sono una preziosa lente di ingrandimento e bussola per i tempi rovinosi e furiosi di oggi.

Personalmente non posso affermare di essere un grande esperto di Foucault.

Ho, però, impiegato la prima parte dell'estate a rileggere, con attenzione, gran parte delle sue opere principali, lo ammetto anche spinto dalle improvvide dichiarazioni del Ministro dell'Istruzione (e del Merito...) del Governo Meloni, Giuseppe Valditara.

Il Ministro salviniano, attaccando a testa bassa soprattutto il Foucault di "Sorvegliare e punire" (senza capirci probabilmente granchè, o forse capendo molto e la cosa sarebbe più preoccupante per la nostra democrazia...) lo ha definito "cattivo maestro", anzi addirittura: "generatore di dissoluzione".

Io, probabilmente, ragiono proprio al contrario di Valditara.

Di Foucault, ovviamente in maniera articolata (anche perchè c'è, coerentemente, una continua evoluzione del suo pensiero) apprezzo tutte le opere, ma ritengo: "Sorvegliare e punire" un caposaldo attualissimo per comprendere, attraverso la sociologia della filosofia e della storia, il tormentato mondo di oggi, anche al tempo dell'intelligenza artificiale, del dating turbocapitalista e della pervasività invasiva, in ogni campo, degli algoritmi.

Rispetto a Foucault sono proprio i contenuti che preferisco e che molto mi avevano colpito anche durante il percorso di dottorato di ricerca, oltre che rappresentare per me uno dei punti di riferimento (insieme a Paulo Ferire e a Don Lorenzo Milani) durante il percorso della mia seconda laurea in scienze della formazione - educazione degli adulti, presso l'Università di Lille, in Francia.

Non fu un caso: quel percorso di studi "maturi" interagiva contestualmente con la mia lunga e variegata esperienza lavorativa, militante, auspichevolmente emancipatoria, di formatore sindacale in ogni parte d'Europa.

Ma che cosa fa così paura a Valditara?

La ormai consolidata edizione economica di Einaudi lo definisce un "testo ormai classico che ricostruisce l'evolversi dell'"ortopedia sociale", con cui si è arrivati alla nascita della prigione.

Forse, traendo le parole di Foucault proprio da "Sorvegliare e punire", possiamo comprendere meglio le paure penose e del tutto a-contestualizzate di Valditara:

"Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche chi uccide. Da dove viene questa strana pratica, e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medioevali? Una nuova tecnologia piuttosto: la messa a punto, tra il XVI il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell'esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina. Il XVIII secolo ha senza dubbio inventato la libertà, ma ha dato loro una base profonda e solida, la società disciplinare, da cui dipendiamo ancora oggi". 

E' importante ricordare (anche a Valditara) che la riflessione del filosofo francese non solo è assolutamente adatta a descrivere i meccanismi, anche perversi, dell'intelligenza artificiale, ma, nei "furiosi anni Venti del Duemila" anche la progressiva e spietata militarizzazione ("maschilizzante...") della società, dell'economia, della politica, di molti ambiti del lavoro (quest'ultimo sotto altri aspetti, come quelli delle tutele e della soggettività relazionale e collettiva, invece sempre più frammentato, frantumato...)

Messe da parte le penose affermazioni di Valditara che, magari, come filosofo gli preferisce l'ex compagno di partito Vannacci, Foucault ci fornisce parole e soggetti, ma delinea, senza rigidità e appiattimenti, anche un metodo.

Come già accennato, egli ha studiato numerosissimi e innovativi temi: dalla storia della follia, alla nascita del sistema penale, dalla storia della sessualità all'origine delle scienze umane e del sapere medico.

Giustamente ci ammonisce ancora Deborah Borca, non dobbiamo, poi, compiere l'errore da matita rossa di leggerlo semplicemente come uno storico/filosofo che descrive una serie di eventi passati, dobbiamo, invece, cogliere l'opportunità di partire dalla tensione che attraversa le sue opere e che: "mette in cortocircuito la storia con noi stessi".

Dobbiamo continuare a leggere e meditare Foucault, insomma, soprattutto per lavorare su noi stessi, sui nostri modi di pensare e sulle nostre pratiche, per raggiungere un cambiamento concreto e radicale che coinvolga, partendo dalle soggettività degli individui, anche le dimensioni collettive, comprese quelle istituzionali, di cui facciamo parte.

Come ampiamente riconosciuto sono tre i fuochi principali della riflessione, attualissima, di Foucault: verità, potere e soggetto.

Foucault, indagandone, ricostruendone l'origine ci aiuta a mettere in discussione verità (di potere) apparentemente incontestabili, date.

Egli ci porta, in modo davvero eccezionale, a rimettere al centro i processi di emarginazione, divisione della società, espulsione del diverso e a contestare, in primis a noi stessi, le nostre idee e concezioni di normalità, razionalità, regola e, appunto, verità.

Foucault ci aiuta anche, se lo vogliamo, se ne prendiamo davvero coscienza, a compiere un esercizio fondamentale: riconoscere il "piccolo fascista" che abita dentro di noi e che riproduce acriticamente, privo di memoria e coscienza, le dinamiche del potere.

Quello del filosofo francese non è e non vuole essere un sistema universale per comprendere la realtà o, peggio, la verità, ed è un grande pregio, ricolmo di contemporaneità, per chi ha sviluppato, come lui, i suoi studi al tempo del trionfo, diremmo del "potere" e dell'"immaginario" delle ideologie, anche progressiste.

La "genealogia" di Foucault mette radicalmente in discussione noi stessi e i nostri saperi, insieme alla loro presunta e presupposta neutralità.

Il potere, per Foucault, non si detiene o si cede, sostanzialmente mai.

Non c'è, non può esistere una mera logica economica del "possesso".

Il potere si esercita, spesso non da soli, ma con conflitti e alleanze, scontri e strategie tra i diversi soggetti.

Il potere è qui sta la chiave di volta, anche per un riflessione su patriarcato, fascismo e femminismo: non si limita a reprimere, escludere e a dominare: il potere è insidioso, attraente, e, per usare proprio le parole di Foucault: "produce anche piacere".

Ognuno di noi, anche se tentiamo di non dircelo, di far finta di nulla non è solo "l'oppresso", ma anche un: "agente del potere".

E' questa, a mio parere, una riflessione, un pilastro per tutte le analisi riferite al maschile, al patriarcato e alle sue contestazioni (non ce ne voglia l'ex generale Vannacci...) , ma anche allo sviluppo e alle contraddizioni, anche gravi, interne al pensiero e a molte pratiche femministe, specialmente recenti.

Proprio per questo occorre un lavoro, meglio un agire su noi stessi7e, proprio per questo dobbiamo ritrovare la soggettività all'interno della storia e della nostra personale storia.

Foucault, nella sua introduzione all'"Anti Edipo", omaggiando curiosamente San Francesco di Sales, ce lo dice chiaramente: quel testo di Deleuze e Grattari, aiutandoci a scovare anche le più piccole tracce di fascismo nei nostri corpi è una sorta di: "Introduzione alla vita non fascista".

Foucault, attraverso Deleuze e Grattari, ci fornisce una pista, un molteplice sentiero e pensiero di azione per la nostra quotidianità:

"- liberate l'azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

- fate crescere l'azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, piuttosto che per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

- affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna) che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma del potere e modo di accesso alla realtà;

- preferite quel che è positivo e multiplo, la differenza all'uniformità, i flussi alle unità, le concatenazioni mobili ai sistemi;

- considerate che quel che è produttivo non è sedentario, ma nomade;

- non immaginate che si debba essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole;

- è il legame del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria;

- non utilizzate il pensiero per dare a una pratica politica un valore di verità; nè l'azione politica per screditare un pensiero, come se essa non fosse che pura speculazione;

- utilizzate la pratica politica come intensificatore del pensiero e l'analisi come un moltiplicatore di forme e di campi dell'azione politica;

- non esigete dalla politica che essa ristabilisca i "diritti" dell'individuo come li ha definiti la filosofia;

- l'individuo è il prodotto del potere; quel che è necessario è "disindividualizzare" le varie concatenazioni per moltiplicazione e spostamento;

- il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di "disindividualizzazione";

- NON INNAMORATEVI DEL POTERE."

Risuona, in tutto questo, l'ultima lezione di Foucault al Collège de France:

"Non dimenticate di smascherare, abbiate il coraggio (...) Non tralasciate. Non abbandonate il compito. Deridete le istituzioni false e inaccettabili, umanamente rivoltanti. Fate della vita una resistenza”.

Con questa riflessione che riguarda il soggetto, ma anche i gruppi, i movimenti, le associazioni, le istituzioni, il filosofo incontra la poesia, la musica che criticano, "smascherano il potere" ogni potere, volgendo lo sguardo agli/alle altri/e quanto a se stessi/e.

Nell'epoca della guerra infinita e della militarizzazione sociale, Michel Foucault continuadecostruire il potere, anche il nostro,

Supera, allontana con forza patriarcato e"vita fascista", incontra virtualmente, in questo tempo indefinito, le note e le parole di Francesco Guccini con le sue poetiche, mai comode canzoni... comprese quelle, forse non tra le più note, che affrontano non solo il potere, ma anche tematiche "femministe"...

"Solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora"...

Link: https://www.youtube.com/watch?v=pUR2QxLJRE8

Francesco Lauria (continua...)