domenica 6 settembre 2026

DOPO L'AFD: SE TUO FRATELLO "PECCA". RICOSTRUIRE LAICITA' E CULTURA POLITICA, ABITARE, MAI SAZI, UNA SOCIETA' MOLTEPLICE.

AVVERTENZA NECESSARIA: queste riflessioni, come al solito non sintetiche, nate dal commento del Vangelo della scorsa domenica, sono fluite dopo due giornate spese tra Reggio Emilia, Parma e Pistoia, tra la "via Emilia e il West", direbbe forse, ancora, Francesco Guccini.

Gli appioppo, postuma, una parziale forzatura geografica e spero che non se ne abbiano troppo a male gli amici e le amiche pistoiesi, specialmente di pianura (Pavana è, infatti una "cosa diversa", un luogo meticcio del cuore e dell'anima...)

Sono riflessioni messe a terra dopo l'inquietante, interrogante, doloroso, non inatteso, trionfo dell'estrema destra in Germania (in particolare nella Sassonia Anhalt) e potrebbero sembrare rivolte solo ai credenti cristiani, bianchi, occidentali.

Non può essere così. 

Come dichiarò anni fa, lui sì con grande capacità di disegnare una sintesi, Enzo Bianchi in una intervista che gli feci presso il monastero di Bose per la rivista nazionale dei Cristiano Sociali: "il cristiano non deve avere paura, ma deve rendersi conto di vivere in una società pluralistica".

Questo, anche per Bianchi, significava che, nel tempo della secolarizzazione e del multiculturalismo (che, qualcuno se lo metta bene in testa, nessuna remigrazione potrà mai fermare) il cristiano deve accettare, prendere atto di essere: "minoranza fra minoranze".

Questo non significa ovviamente (Don Massimo Biancalani, prova a prestare attenzione...), annullare, annientare, disconoscere, provare vergogna della propria identità, non significa, nemmeno, ridurre la propria fede ad un fatto meramente privato.

O, nella dimensione sociale e civile, pensare illusoriamente che ai diritti non si accompagnino, naturalmente, anche i doveri.

Significa, però, riconoscere il valore, l'arricchimento, la necessità direi, dell'alterità, sia essa rappresentata dalle "molte fedi" del terzo millennio, sia essa impersonata da chi, magari fieramente, non è credente.

Non vogliamo poi, come purtroppo fa magistralmente l'AFD, essere seguaci della distorsione, risalente ormai a più di venti anni fa, dei c.d. "atei devoti" dei tempi di Bush e di un certo, infestante, protestantesimo estremista nordamericano, ora coccolato da Donald Trump, tra opportunistici deliri e spari.

Non vogliamo usare a biechi fini politici, bestemmiando, la nostra fede, qualsiasi essa sia.

Ci basterebbe essere fedeli, cattolici e non, agli insegnamenti profetici (si ricordi la "cattedra dei non credenti") di una figura che stupidamente stiamo dimenticando: il cardinale Carlo Maria Martini.

Personalmente mi sono formato alla grande scuola di laicità (oggi decaduta) di una confederazione sindacale come la Cisl, erroneamente spesso definita cattolico, anche da alcuni suoi dirigenti analfabeti.

Ho provato ad essere coerente con l'allora modernissimo insegnamento del fondatore Giulio Pastore (ex lavoratore tessile bambino, un attaccafili...) che affermava, nel rifiutare fermamente il sindacato confessionale, auspicato da molti settori della gerarchia ecclesiatica e della Democrazia Cristiana, che nessun lavoratore, nessuna lavoratrice, avrebbe mai dovuto, nell'aderire al sindacato, "vedere mortificata la propria concezione di vita".

Per questo Giulio Pastore e Mario Romani, entrambi cattolicissimissimi, decisero di dismettere, destinare ad altro uso, all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, la cappella cattolica interna al Centro Studi nazionale Cisl di Fiesole (oggi ci sono degli uffici...)

Ma la scuola di laicità della Cisl, come scrisse magistralmente venticinque anni fa, l'allora giornalista di Conquiste del Lavoro, Pierluigi Mele, non era solo questo.

Era una scuola, un concreto camminare domandando, che ti insegnava ad approfondire sempre, a toccare con mano, a non accontentarti mai di un dottrinetta ideologica già pronta, o a rinunciare alla dimensione critica, volutamente rischiosa e sfidante, della formazione sindacale, "guscio fragile".

Una formazione che educa, a partire proprio dal soggetto e anche dall'abitare un potenziale conflitto, non al rifiuto, ma alla ricerca, alla fame degli occhi, dello sguardo e dei sogni dell'altro/a.

Debitori e debitrici della molteplicità degli insegnamenti, delle ispirazioni a quel dover: "creare tutto dal nuovo", altra frase, perfetta, di Giulio Pastore, cui con la ricercatrice e formatrice Adriana Coppola, ho dedicato la cura di un omonimo (alla frase...) volume collettivo, pubblicato, cinque anni fa, in diverse e via via arricchite ristampe ed edizioni.

"Creare tutto dal nuovo", significa, nel cercare risposte concrete all'asimmetria di potere nel lavoro, tra chi lo ha e chi non lo ha, costruire, con pazienza e tenacia, nuove forme di associazione, organizzazione, contrattazione, rappresentanza, partecipazione, socialità.

Significa, anche, disobbedire ai precetti del capitalismo (come è scritto nello spesso dimenticato articolo 2 dello Statuto della Cisl)  prendere parte, essere parte con chi sta sotto, è più debole, senza parola e senza parole.

Significa tendere, democraticamente, verso il trionfo di un "ideale di pace", essere soggetto di soggetti, non mera cinghia di trasmissione di un partito.

Certo bisogna essere, non dire, testimoniare, cercare un fine, non parlare e basta, con truffaldina vacuità.

Significa non solo prendersi cura, ma soprattutto saper lasciare spazio, ad esempio, a un/una lavoratore/lavoratrice immigrato/a, (non conta nulla, proprio nulla, se di religione islamica, buddista, se ateo/a o cristiano/a)

Conta, invece, se è sfruttato/a, privato/a del riconoscimento della sua dignità e, magari, ricattato/a perchè privo/a di documenti e permessi di soggiorno.

Significa, anche, provare a ricomporre la frammentazione del lavoro e dei lavori, non pensando di ricostruire tout court quello che più non è, ma inventando, ogni giorno, nuovi equilibri di cura e di tutela, di soggettività, libera e autonoma rappresentanza e democrazia.

Sapendo anche che non si può mai bastare a se stessi, che c'è bisogno dell'altro/a e proprio perchè non si hanno, sempre, tutte le risposte, anche quando, ormai sempre più raramente, purtroppo, i rapporti di forza sembrano favorevoli.

Significa, infine, dire ai lavoratori e alle lavoratrici, alle persone, sempre la verità, senza opportunismi e collateralismi al "padrone" e/o allo Stato.

In questa riflessione, entrano, ognuno a suo modo, sia il deleterio trionfo dell'estrema destra tedesca, che il Vangelo, sociale e comunitario, di domenica scorsa...

Ascoltando per radio le notizie, sono stato travolto, come molti/e, dall'enorme risultato dell'estrema destra tedesca di AFD alle elezioni regionali svoltesi nel Land orientale della Bassa Sassonia.

Le Chiese di Germania, sia quella cattolica che quella protestante, hanno espresso una netta e ferma opposizione all'estrema destra, dichiarando come il nazionalismo etnico dell'AFD sia totalmente incompatibile con la fede cristiana.

Siamo di fronte all'uso strumentale del Vangelo e alla negazione politica della dignità umana.

Un programma e un partito che, indubbiamente hanno aperto una vastissima breccia nell'elettorato, a partire dai ceti popolari, rurali e operai, anche tra i credenti.

Tutto questo ci deve interrogare profondamente, senza sindromi di superiorità.

L'inquietante e pericoloso "capolavoro politico" di AFD è stato quello di contrapporre strumentalmente ultimi e penultimi, in un Land povero e fortemente ambientalmente inquinato, come la Bassa Sassonia, che è anche il territorio maggiormente anziano, da un punto di vista demografico, di tutta la Germania.

Un Land, peraltro, che non vede una particolare pressione migratoria, tantomeno islamica (il gruppo di migranti più ampio è quello ucraino, certo non particolarmente ben accetto).

Mentre ascoltavo con tristezza i risultati provenienti dalla Germania orientale, rabbrividivo dentro di me in particolare per il dissennato programma di AFD di reintroduzione delle classi differenziate per i disabili.

Ho pensato, con tenerezza, preoccupazione e nostalgia, ai miei "rivoltosi" del Chiossone di Genova, gli ex ragazzi, quasi bambini, dell'Istituto per ciechi che all'inizio degli anni Settanta, con un commovente ed efficace sostegno di operai e sindacato, a partire dai siderurgici, hanno rivendicato la loro soggettività libera e fragile, sancendo un passo fondamentale emancipatorio che avrebbe portato, di lì a poco, all'abolizione delle classi differenziali e separate nelle scuole.

Il sostegno sindacale e operaio, oltre che studentesco, alla mobilitazione del Chiossone, ripreso anche se in forma un po' sottovalutata dal bel film "Rosso come il cielo", fu un lungimirante segnale di intelligenza di un, allora, potente movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che aveva saputo guardare oltre se stesso, oltre la propria forza.

Un sindacato che, nell'incontro con gli ultimi, gli ultimi fra gli ultimi, seppe includere, contaminare e farsi contaminare, da chi, dai margini dimenticati e invisibili della società, rivendicava un percorso di liberazione e riconoscimento che avrebbe reso costituzionalmente più liberi/e tutti e tutte.

Molti anni dopo, nel 2012, la grandissima attivista, politica, pacifista, femminista, ecologista Lidia Menapace ha scritto un importante contributo, intitolato significativamente: "Ricostruire la cultura politica".

Coerentemente con la mobilitazione che ho descritto e contrapponendosi alle tesi del sociologo tedesco (per rimanere in Germania...) Niklas Luhmann, Lidia ricordava che la sfida del presente non fosse di "ridurre la complessità", ma, al contrario, di comprenderla in tutte le sue differenze molteplici.

La presenza dei movimenti, per esempio quello delle donne, degli studenti, degli intellettuali, degli ecologisti, dei pacifisti (e perchè no, dei migranti, dei ciechi...) se connessa e integrata, poteva dar luogo a un "sistema pattizio tra forme politiche" che configurasse un blocco sociale gramsciano di trasformazione sociale e culturale concreta.

Dieci anni prima Lidia Menapace, non casualmente, mi aveva suggerito di trasformare il nome dell'associazione e della piccola rivista allora da me dirette, da Europa Plurale proprio in Europa Molteplice.

Credo che il c.d. "campo largo" italiano, ma anche tutta la sinistra tedesca, dovrebbero rileggere attentamente il saggio di questa fantastica partigiana, giornalista, scrittrice, insegnante e attivista del nostro Novecento, con la sua eco debititrice anche al grande un filosofo Edgar Morin.

E' dalla connessione molteplice, complessa delle minoranze e delle fragilità, di chi sta "quasi al margine" della società, per usare un'espressione del compianto Goffredo Fofi, che possono scaturire le energie vitali di un cambiamento positivo e non degenerato, come quello, invece, promosso da AFD.

Non credo sia un caso che oggi abbia avuto il dono di riabbracciare ed essere riabbracciato dal crocifisso ligneo della chiesa parrocchiale di Lesignano Bagni, a poca distanza da casa mia, a Parma.

Un crocifisso che, molti mesi prima, mi aveva accompagnato nel condividere la reciproche ferite e pregare con un'altra persona, in un momento molto difficile, quasi drammatico delle nostre rispettive vite.

A me Gesù era sembrato "in volo", ma l'altra persona che era con me, più concretamente, mi aveva fatto notare che quel dono di sè atterrava in un concreto, stupendo, libero, commovente abbraccio.

Se leggiamo con cura il Vangelo di Matteo (18 15-20) di domenica 6 settembre, non ci può che cogliere la tenerezza, per usare le parole di commento di don Paolo Curtaz.

Gesù parla ai suoi discepoli, a quei discepoli, fragili, scostanti, colmi di contraddizioni, rissosi; discepoli raccogliticci, così diversi fra loro, che si porta con sé per educarli, per farli diventare profezia di un mondo diverso, in cui si prova a vivere senza sbranarsi vicendevolmente. 

Matteo ricorda e scrive le parole del suo Vangelo, indirizzandole ad una comunità frastornata dagli eventi storici, dalla distruzione del tempio, dal sentirsi fragile vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

Un po' come ci sentiamo noi, oggi, nel tempo della guerra mondiale incombente, dell'AFD e, ahinoi, di Vannacci.

Come ci propone don Paolo, guardiamoci attorno. Guardiamoci dentro. 

Luce e tenebre ci abitano, inestricabili, fanno parte della stessa tavolozza, necessaria alla libertà, essenziale dell’Amore. 

Intorno a noi e in noi, tanta pace, bellezza, amore e passione. 

Ma anche tanta rabbia e violenza, vittimismo, scoraggiamento. 

Luce e tenebra essenziali l’una all’altra, ci dice Curtaz sul sentiero di Matteo e di Gesù, facce della stessa medaglia.

E' facile, me lo dico da solo, essere aggressivi, scontenti, pettegoli, sempre pronti ad accusare, a giudicare, a denigrare, a giustificarsi.

E' facile farsi prendere, specialmente se cattolici, dal moralismo, essere intransigenti con gli altri e accondiscendenti con sé stessi, arroccati.

Sentirmi, sentirci, avvocati di Dio, che si pensano, se non migliori, almeno non peggiori degli altri.

Pensiamo anche ad un Occidente egemone quanto frammentato, che si sente permanentemente sotto minaccia e anche, inguaribilmente, superbamente migliore.

Ed è normale che sia così, ci dice Curtaz, che sia istintivo. Veniamo dal fango.

Pensiamo che, alla fine, non ci siano altri modi di essere, di vivere, di relazionarsi se non la guerra.

Diciamo: se tuo fratello pecca contro di te, eliminalo, trumpianamente distruggilo, mortificalo, come da AFD con tutti gli ultimi.

Gesù, al solito, però, fa nuove tutte le cose. Spariglia le carte.

Con un volo. Con un abbraccio.

Gesù ci dice: "Se tuo fratello commette una colpa contro di te".

Quindi è previsto che un fratello, una sorella possano sbagliare. 

Ma ciò che fa la differenza è quel titolo: fratello/sorella

Uno che pecca contro di te, sì. Ma un fratello/una sorella.

Non un avversario, non un nemico, non uno/una da cancellare sulla faccia della terra.

Ma il Vangelo di Matteo ci propone anche un metodo di risoluzione dei conflitti, non banale.

Prima due testimoni, poi la comunità.

Si allarga il cerchio, non per distruggere, ma per coinvolgere. 

Senza gettare la spugna. E senza ipocrisia, senza conformismo.

Dobbiamo fare nostro l’agire del fratello/della sorella che dice anche cose scomode, se necessarie.

Che corre il rischio di apparire maldestro e inopportuno per richiamare, senza superbia, alla verità del Vangelo.

Equilibrio difficile, eppure possibile.

Certo c'è un finale complesso e da capire: "se non ascolta nessuno, il fratello sia per te come il pagano".

Cioè, ci ricorda ancora don Paolo Cortaz, qualcuno/a cui annunciare il Vangelo.

Nuovamente. 

La risposta di Gesù è proprio il contrario della divisione escludente di Afd.

"Dove due o tre..."

E' il mistero della comunità, "cum munos", un vuoto, meglio uno spazio comune, una possibilità, una fede da abitare laicamente insieme.

Non una; "comunità maledetta", ma una: "comunità benedetta".

Ci spiega don Paolo che nella verità e nella giustizia è "sempre possibile riconciliarsi perché siamo chiamati a custodire Dio, a contenere l’infinito amore, l’infinita compassione che converte noi e il mondo".

Farci carico, prenderci cura, senza correre dietro a regole e precetti, amando intensamente.

Mettiamoci in gioco: facciamo luce senza nascondere le nostre ombre.

Ci crediamo davvero?

E' l’unico modo, conclude don Paolo Cortaz, commentando il Vangelo domenicale, in cui torneremo ad essere credenti credibili, profezia per un mondo rovente che sta implodendo.

Amando. 

Come nel volo di un Icaro che, proprio come desiderava, dipingendolo dalla sua sedia a rotelle, Henrì Matisse, abbia trovato pace, senso, relazione, direzione, infinito, cuore e stelle.

Come nell'abbraccio disarmato e disarmante che ci è stato insegnato, proposto, svelato.

Distendendo e tenendo aperte, spalancate, quelle mani universalmente ferite, meticce, libere e inchiodate...

...sulla Croce.

Francesco Lauria

sabato 5 settembre 2026

GIOVANNI CAPECCHI EXTRA EXTRA EXTRA LARGE, TRA ALESSIO DOLFI, CERTI CONSIGLI E CERTE FESTE, IL PCUS, UN ORTOLANO E...MATTEO RENZI.

Ha destato un certo stupore e anche un po' di comprensibile amarezza, l'ordine del giorno del prossimo consiglio comunale di Pistoia, previsto per lunedì 7 settembre alle ore 14 a Palazzo di Giano.

Di solito, infatti, si dice sempre: "ne parliamo a settembre", "decidiamo a settembre", "incontriamoci a settembre", "settembre sarà decisivo", e le agende, normalmente, si riempiono a velocità doppia, tripla rispetto al normale.

Non dimentichiamo poi che sul mese di settembre sono state scritte canzoni bellissime, come quell'"Impressioni di settembre", portata al successo dalla Premiata Forneria Marconi (Pfm) e poi rilanciata, tra i più giovani (relativamente ormai) dai Marlene Kunz.

E' vero, però, che siamo in tempi di cambiamento climatico, assistiamo ad un'estate prolungata, e che la Giunta guidata da Capecchi (Giovanni) conta i suoi primi cento giorni, unica al mondo, derubricando i sabati e le domeniche e il ferragosto.

A questo punto, però, la convocazione quasi farsesca del consiglio comunale di Pistoia prevista per lunedì si poteva davvero evitare/rimandare.

Quei malevoli dell'opposizione (a proposito: Pistoia Rossa-Potere al Popolo dove sei finita? Batti un colpo! Ripigliati!) pensate un po', hanno fatto due più due (risultato: quattro...) e hanno realizzato che lunedì 7 settembre, a Santomato, alla festa comunale del Pd di Pistoia, scenderà in campo, all'ora dell'happy hour, niente popò di meno che il figliol prodigo, il senatore "saudita" di Rignano (e della "rinascimentale" Riad...) Matteo Renzi.

Anche per l'effetto curiosità-amarcord si confida in un bel pienone a Santomato. 

Soprattutto dopo che venerdì 4 settembre la Giunta Capecchi, quasi al completo (mancavano le assessore più "leggere" e il sempre bilanciato, quasi chetogenico, curiale, oserei dire vaticano Mattia Nesti) si è confrontata, imbeccata, blandita, coccolata dal maestro di cerimonia Alberto Vivarelli, con non pochi vuoti nella, già non amplissima, area conferenze del circolo Arci.

Il tutto sulla via ("inceneritoria"...) di Montale (a proposito un plauso vero e riconoscente ai volontari e alle volontarie della festa).

Non va poi dimenticato che l'attuale Presidente del Consiglio Comunale, il "riformista-villabaggese", anche lui figliol prodigo nel Pd, Paolo Tosi, fu,nel 2017 di tomasiana memoria, il recordman di preferenze della lista renzian-local-sovranista "Prima Pistoia", compagine che sosteneva a spada tratta come candidato sindaco il renzianissimo, avvocatissimo, quasi venerabile Roberto Bartoli.

Uno che, ricordiamolo insieme, lanciò la sua candidatura in funzione antibertinelliana e anti Pd, utilizzando sobriamente il buon Bruce Springsteen in "Born to run"...

Quegli iper malevoli dell'opposizione di destra hanno adombrato che il Tosi (e non da solo) si sia fatto prendere dai richiami della nostalgia e della gioventù e che, quindi, abbia appositamente cucinato un odg più fiacco che più fiacco non si può.

Un ordine del giorno, diremmo, alla faccia dei Righeira, davvero pienamente ferragostano: nessuna delibera, solo generiche e scarne comunicazioni all'inizio e alcune interpellanze.

Insomma un odg adatto per arrivare in tempo e in prima fila da Matteo (Renzi...) a Santomato, con striscioni, mazzi di fiori, majorette e selfie d'ordinanza.

Una potenziale comitiva magari arricchita dalla neo-renzianissima assessora capecchiana Olimpia Banci, ex sostenitrice di Alessandro Tomasi, il fascistissimo dagli occhi celesti (copyright della presentatrice Lavinia Ferrari, al comizio finale pre-primarie di Giovanni Capecchi in Piazza Spirito Santo il 9 aprile 2026...)

Si sa, specialmente quando cambiano le maggioranze e i contesti, succede anche che mutino le proprie  idee politiche e il proprio schieramento (cambiare opinione a volte è segno di intelligenza, a volte di mero opportunismo...).

Soprattutto, però, non si può non notare come certi ambienti/persone, magari aiutati da qualche parentela illustre, passino improvvisamente da reietti o almeno distantissimi, a sinergici, utili, utilizzabili anche a scapito di figure degnissime, esperte, di indiscusso valore, ma con il difetto di non essere acritici/acritiche yes man o, soprattutto, yes woman.

Intendiamoci, all'odg del consiglio comunale di lunedì 7 ci sono anche temi assolutamente importanti, come, tra gli altri: 

- gli impianti sportivi del Legno Rosso e le loro relative modalità di riapertura;

- il comitato cittadino per i gemellaggi (che, come ha giustamente ricordato il consigliere quasi Pd Tommaso Braccesi, attende di essere attuato da oltre tredici anni, manco fosse il Ponte sullo stretto di Messina o la qualificazione dell'Italia ai mondiali di calcio...);

- la questione, davvero spinosa, dei costi esosi e forse impropri (a detta dei consiglieri perfidi, cattivoni e magari anche un po' fascisti Dario Baldassarri e Matteo Pomposi...) di tutto lo staff del sindaco.

Al di là degli screzi individuali che nessuno nega, non si tratta di una battaglia ossessiva contro una persona (sarebbe troppo facile...), ma della constatazione che certe promesse elettorali di rinnovamento non solo dei contenuti, ma soprattutto dei modi, della postura della politica e dell'esercizio del potere sono venuti immediatamente e tristemente meno, a urne ancora calde.

Mi riferisco, non nascondiamoci dietro a un dito, alla questione peculiare e dirimente del social media manager comunale tuttofare, l'eterno studente (per citare Francesco Guccini, non si pensi male...), più o meno matricola di Letteratura con tutor illustre, il serravallino Alessio "Ghianda" Dolfi.

Anche qui non si tratta solo di parentele illustri o presunte tali, ma di scelte politiche e amministrative più che discutibili, certamente inopportune, forse illegittime.

Si tratta del fatto, evidentissimo a chi lo vuole vedere e molto grave a mio, e non solo mio, parere, che lo stesso, millimetricamente identico, lavoro/impegno svolto da Alessio Dolfi per Giovanni Capecchi, prima in occasione della proposizione della candidatura, poi nella campagna elettorale per le primarie, e infine in quella relativa alle elezioni effettive, e che veniva correttamente pagato dal candidato e/o dal suo comitato, o svolto in forma gratuita e volontaria, è oggi finanziato, non pocotramite i soldi pubblici dei cittadini e delle cittadine di Pistoia.

Non si tratta, quindi, di una "questione secondaria", di un'"ossessione malvagia di pochi livorosi", di un "grave scadimento dei toni del dibattito pubblico", di una "politica a testa bassa" (copyright, Alessandro Errigo-Lista Capecchi) ma di un fatto davvero dirimente, se si sono creduti seriamente gli impegni e le promesse di Giovanni Capecchi in campagna elettorale, compresi quelli sulla compressione, non populista, dei costi della politica.

Se si vuole anche, oserei dire, essere fedeli alle Speranze suscitate in tanti e tante.

Impegni e promesse che, è opportuno ricordarlo, prevedevano anche la, ora apparentemente e silentemente derubricata, riduzione volontaria, ancora sempre possibile, del proprio stipendio da sindaco da parte di Giovanni Capecchi, una volta eletto primo cittadino.

Consiglierei ai dottissimi sacerdoti della Lista Capecchi una lettura molto utile: "Il potere dei senza potere", uno dei saggi politici più influenti del XX secolo, scritto nel 1978 dal drammaturgo, dissidente e poi presidente cecoslovacco Václav Havel.

Insieme a molte altri aspetti interessanti c'è nel libro la famosa: "metafora dell'ortolano".
Havel usa, infatti, l'esempio di un fruttivendolo che espone in vetrina il cartello "Proletari di tutti i paesi, unitevi!". 
L'ortolano non crede davvero allo slogan, ma lo espone per lealtà di facciata, per evitare problemi e vivere tranquillo.
L'ortolano, quindi, vive nella menzogna: i peggiori regimi si reggono proprio sul fatto che tutti e tutte accettano di recitare una parte, conformandosi alla menzogna generale.
Il "potere dei senza potere", per Havel, risiede nel rifiuto individuale di questa ipocrisia. 
Se il fruttivendolo decide un giorno di togliere il cartello, di dire ciò che pensa o di lavorare onestamente senza piegarsi ai rituali di partito, compie un atto rivoluzionario perchè rompe le regole del gioco. 
Il sistema si basa sulla complicità di tutti/e, basta che una sola persona inizi a "vivere nella verità" per dimostrare che il re è nudo, minando l'intera struttura del potere.
Mi si dirà, è vero che Giovanni Capecchi è sostenuto anche da Rifondazione Comunista di Pistoia (realtà, peraltro, moderatissima, quasi invisibile...), ma il saggio di Havel va ben oltre la critica al blocco comunista dell'Europa dell'Est imperante all'epoca del suo coraggioso scritto.
Ci parla anche del presente, anche del locale.
Il "potere dei senza potere" è una riflessione universale sulla responsabilità individuale, sul pericolo del conformismo di massa e su come i piccoli gesti quotidiani di integrità morale possano sfidare grandi e miseri sistemi di oppressione e/o di manipolazione sociale...

Tornando al consiglio comunale di lunedì, il problema vero, appare poi essere legato al fatto che lo strumento dell'interpellanza, per i vari temi, è molto limitante e debole in sè.

L'interpellanza, infatti, permette solo un batti e ribatti tra proponente e rispondente, senza un vero e proprio dibattito e confronto consiliare.

Sul caso Capecchi-Dolfi, all'interno della questione, più ampia e non meno delicata, Capecchi-staff, che ha anche visto, in queste ore, esponenti di primo piano e di garanzia del Pd pistoiese esplicitare pubblicamente, onestamente e trasparentemente tutte le loro perplessità, credo che, al di là delle polemiche politiche e di opportunità, dovrà, inevitabilmente, pronunciarsi la Corte dei Conti.

Mi permetto di aggiungere che, se è vero che la legislazione di riferimento da allora è mutata, visti i precedenti molto negativi della giunta guidata da Renzo Berti, non credo ci sia da stare tranquillissimi, poi chissà...

Insomma, in attesa del video-post, forzatamente di quindici secondi, cucinato dal fido Alessio Dolfi, a latere del prossimo ricco consiglio comunale di Pistoia, la linea sembra pronta per passare alla regia, pardon a... Santomato-Rignano-Renzieland...

Che si deve fare per vincere un'elezione., penso con sincera empatia al povero e atletico sindaco Giovanni "Condor" Capecchi, difeso con una certa arroganza e aggressività dalla sua Lista Civica e stretto in una politica dell'abbraccio avvolgente e, ormai, permanente, con Dolfi e Renzi, Renzi e Dolfi...

Ma soprattutto, mi chiedo io, che ci si deve inventare poi per sopravvivere e per tenere in piedi, pardon "vivo" il Pd e il creativissimo, sempre amabile e sorprendente, "campo extra-extra-extra large"... dividendosi tra Pistoia e Santomato e barcamenandosi tra riformisti, autonomisti, nenniani, schleiniani, quasi civici, arcisti, mohican branchettiani, bottacciani, cotti, crudi, etc.

Ai prossimi, imminenti, autunnali congressi l'ardua sentenza... (on. Marco Furfaro e Maurizio Acerbo permettendo, s'intende... mentre Fratoianni e Bonelli no, loro, come nel Pcus sovietico che piace tanto a giornalisti spin doctor del sindaco Capecchi, paiono, invece, nominati a vita...) 

Se davvero si vuole, anche in vista delle prossime, ormai imminenti, scadenze elettorali nazionali, essere realmente alternativi e non solo episodicamente vincenti, rispetto alla destra e alle destre, occorre, soprattutto, risultare credibili.

Pienamente.

Francesco Lauria

venerdì 4 settembre 2026

UNA PREZIOSA "FOLLIA" DA PISTOIA AL MONDO: "NON UCCIDERE" E IL CORAGGIO DI GIUSEPPE GOZZINI. PER UN 4 NOVEMBRE "DISARMATO E DISARMANTE".

  "Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni, è responsabile del        destino dell'umanità".
(Helder Càmara)

Esattamente fra due mesi, all'inizio di novembre, ricorderemo i sessantacinque anni dall'uscita di un film che ha, a suo modo, cambiato la storia.
Si tratta di: "NON UCCIDERE - TU NE TUERAS POINT", film del 1961 di Claude Autant-Lara.

Quest'opera, coraggiosissima, quasi temeraria per l'epoca, sull'obiezione di coscienza che raccontava un fatto reale avvenuto in Francia nel 1949, fu vietata e censurata, in particolare in Italia, nonostante un cast importante e la presenza, nella colonna sonora, di una canzone: "L'amour et la guerre", cantata da una vera star di quel periodo: Charles Aznavour.

Si tratta di un lungometraggio che, nell'intreccio delle due storie che lo contraddistinguono, verte sia sull'obbedienza che sulla disobbedienza, sulla banalità del male, così come sulla normalità luminosa e coraggiosa del "bene".

Il giovane protagonista, rischiando una diagnosi "politica" di pazzia, andando incontro al carcere e, chissà a quanti altri problemi futuri, è perfettamente consapevole dei prezzi da pagare alla salvaguardia della propria coscienza, individuale e civile.

Non ci sono scappatoie possibili, favoritismi, compromessi silenziati.

C'è, invece, lo scandalo opportuno di una scelta che aprirà la strada a tanti e a tante e che, oggi, di fronte al trionfo della militarizzazione dell'economia, della società, della politica, financo dell'educazione, assume una nuova, rinnovata, opportuna, urgente attualità.

L'obiezione di coscienza alla leva militare nel 1949, ma anche nel 1961, anno di uscita del film, costituiva, ancora un grave reato, una "follia", vera e propria.

Di lì a pochi anni Don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, sarà processato (e, dopo una prima assoluzione, condannato dopo la sua morte) per averla difesa, per esserne stato: "apologeta" anche nello scontro, interno alla Chiesa, con i cappellani militari.

A Firenze, il sindaco Giorgio La Pira disobbedì e promosse alcune proiezioni, solo apparentemente private, del film di Autant-Lara.

Esattamente un anno dopo l'uscita del film, il giovane lombardo Giuseppe "Beppe" Gozzini, l'8 novembre 1962, a Pistoia, dichiarerà la propria scelta di obiezione di coscienza.

Di fatto, in Italia, quella di Gozzini a Pistoia fu la prima dichiarazione di obiezione di coscienza alla leva militare esplicitamente motivata in quanto cattolico (prima di lui avevano obiettato solo alcuni Testimoni di Geova, come Pietro Pinna, e anarchici).

Il rifiuto di un cattolico di portare la divisa militare ruppe un vero e proprio tabù, va ricordato che ci collochiamo, temporalmente, prima del Concilio Vaticano II°.

Giuseppe Gozzini fu processato e condannato al carcere per il suo gesto, senza condizionale.

Su di lui e sulla eco che la sua testimonianza ebbe in tutto il Paese, ha scritto recentemente lo storico emiliano Mirco Carrattieri all'interno del suo ultimo, corposo e prezioso volume sul pacifismo negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta del Novecento.
Il libro di Carrattieri si intitola, significativamente: "Alle origini dell'Arcobaleno".


A Giuseppe Gozzini e al suo coraggio, alla sua scelta "pistoiese", in tanti, in tutto il Paese, siamo profondamente debitori.

Non è un caso poi che, proprio a Pistoia, in particolare negli anni Ottanta del Novecento, in una data simbolica, quella del 4 novembre (prima, Festa dell'Unità d'Italia e poi anche delle forze armate) si siano tenute in passato manifestazioni pacifiste radicalmente alternative e politicamente dirompenti.

Parlo, soprattutto, della "Festa delle forze disarmate", iniziativa di controinformazione e protesta antimilitarista organizzata dalla sinistra extraparlamentare, in particolare da Democrazia Proletaria (DP), in opposizione e alternativa proprio alle celebrazioni ufficiali del 4 novembre.
A Pistoia, particolarmente significativa fu, ad esempio, quanto avvenne nel 1988, di cui il Centro di Documentazione della città conserva i materiali d'archivio
Prezioso è il manifesto politico, stampato dalla tipografia La Commerciale per conto di Democrazia Proletaria di Pistoia. 
Il manifesto invitava la cittadinanza alla "Festa delle forze disarmate" tenutasi venerdì 4 novembre 1988 presso il Centro sociale delle Casermette, con parole d'ordine incentrate sul pacifismo e sul "disarmo unilaterale". 
La festa fu principalmente organizzata da Giuliano Capecchi, padre dell'attuale sindaco di Pistoia, Giovanni Capecchi militante sociale, cattolico del dissenso e storico esponente della sinistra radicale pistoiese.
Giuliano Capecchi è stata, infatti, al di là dei ruoli formali ricoperti, una vera figura di riferimento per Democrazia Proletaria e per le lotte pacifiste, ambientali e sociali sul territorio di Pistoia e della sua provincia.
L'ormai anziano attivista ha contribuito in maniera cruciale e centrale all'organizzazione e alla diffusione delle manifestazioni pistoiesi e toscane di dissenso contro il militarismo e i blocchi contrapposti degli anni '70 e '80 del Novecento, ma anche contro l'incenerimento indiscriminato dei rifiuti (altro tema di grande attualità non solo a Pistoia, ma in tutta la piana sull'asse Prato-Firenze-costa).
Da questa memoria importante possono scaturire nuove iniziative che fondano le radici dell'antimilitarismo e del pacifismo militante con le nuove sfide della lotta all'economia di guerra, all'economia dello scarto e al cambiamento climatico.
Una traccia importante di ispirazione può essere rappresentata dal recentemente pubblicato volume collettivo, curato da Marco Deriu e dall'Associazione Maschile Plurale: "Disonorare la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace".
Il testo, con una ricchissima e competente molteplicità di voci, affronta la questione dei conflitti e dell'autoritarismo delle leadership anche con un punto di vista di genere (una volta tanto, criticamente, maschile).
Un approccio davvero innovativo, certamente complesso e anche, per certi versi, discutibile, ma indubbiamente coraggioso, spiazzante e onesto.
Contrastare la cultura della guerra oggi, nel 2026, non è per nulla semplice, come non lo era nel 1949, nel 1961-1962, nel 1988 (forse, in quest'ultima data, si aveva qualche speranza più forte...)
Ci contrapponiamo, esattamente come nel film "Non uccidere", all'idea di un corpo-arma, ci impegniamo con tutta l'anima possibile contro l'immaginario del "future warrior", del soldato macchina che è al centro non solo dei film, ma anche dei laboratori militari.
Proponiamo oggi un'obiezione di coscienza che non è solo alla leva militare (peraltro tornata purtroppo di attualità sia in Italia che in molti altri paesi europei), ma, più in generale, alla militarizzazione della persona, della società, del pianeta.

Concludendo.
Pistoia, nella Toscana di Cesare Beccaria, nel mondo rovente del post Papa Francesco e del trionfo meccanico dell'algoritmo sull'umano, saprà tornare all'altezza di una parte (purtroppo mai maggioritaria) della propria storia? 
O, anche su questo, nonostante i proclami e le promesse da campagna elettorale, ha perso, a questo punto si può dire definitivamente, la propria memoria?
Questi due mesi che ci separano dall'inizio di novembre saranno fondamentali per non continuare a disperdere un patrimonio di storia, impegno, progettualità che necessita di cura e rigenerazione.
Chi, a Pistoia come altrove, fosse interessato/a a riflettere sui temi esposti e ad impostare l'organizzazione di iniziative in vista di un 4 novembre nuovamente: "disarmato e disarmante" può scrivere all'indirizzo mail: sognaredasvegli@gmail.com 
Francesco Lauria