Mi si dirà che, in questo periodo, spesso sono particolarmente arrabbiato, soprattutto con una certa sinistra da salotto, pistoiese, fiorentina e, in alcuni casi, persino romana.
Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana
giovedì 2 luglio 2026
IL CAMBIO (EPOCALE?) DELLA CONSIGLIERA DI PARITA' A PISTOIA. TRA REGOLE, OPPORTUNITA' E BUON SENSO.
mercoledì 1 luglio 2026
"I TOPI MORDONO I BAMBINI". IL DISASTRO DI GAZA NELLE PAROLE DEL CARD. PIZZABALLA. E UN SEGNO (SOGNO) DI SPERANZA DA SOSTENERE ORA.
https://www.youtube.com/watch?v=zZY7i3YGXFI
Mentre il mondo, soprattutto per folclore e dopo un, anche eccessivamente comprensivo appello di Papa Leone, dava ampio spazio alla riunione scismatica tra le ricche montagne svizzere, di alcune migliaia di fanatici tradizionalisti seguaci del cardinal Lefebre, un altra voce, importante, troppo solitaria, si levava dalla Chiesa.
Una voce non gridata, ma ferma, sofferente: quella del cardinal Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme.
Il dialogo con Lucio Caracciolo è più ampio: ma le parole del cardinale, il "cardinale di Gaza", hanno colpito (non abbastanza) tutto il mondo.
Una settimana fa Pizzaballa entrava a Gaza potendo vederla tutta da Sud a Nord: "è un disastro. Ci sono alcune città che non esistono più, livellate nel senso letterale della parola. Quando si entra dentro si viaggia su strade fortuite in mezzo alle tende in mezzo alle fognature, dove i topi mordono frequentamente i bambini".
Cosa possiamo fare?
Intanto sostenere chi, palestinese o israeliano non ci sta.
In questi giorni è nato il partito misto Makom Lekulanu (Un posto per tutti noi) dall'esperienza del movimento pacifista della società civile "Standing together".
Queste persone, coraggiosissime, sono un segno, resistente, tenacissimo di Speranza.
Sono quel pensiero critico, quei corpi, quelle intelligenze che provano ad andare in "direzione ostinata e contraria", magari isolati nelle loro stesse comunità sempre più polarizzate dall'odio.
Se non sosterremo quelle parti nelle società israeliana che rifiutano la barbarie del governo Netanyau, opponendosi alla polverizzazione di Gaza e alla colonizzazione spudorata dalla Cisgiordania (territorio dove, per i palestinesi, dice Pizzaballa: "non esiste più la legge"...) non faremo mai passi avanti.
Se non sosterremo chi, nella società palestinese, porta avanti la storia, calpestata dall'Anp del dinosauro corrotto e non più credibile Abu Mazen, delle parti più laiche, autentiche e nonviolente del movimento di liberazione, non faremo mai passi avanti.
E' questo il vero gemellaggio da compiere a partire dagli enti locali e dalla società civile.
Un gemellaggio simile a quello realizzato, durante e dopo la guerra nei Balcani, attraverso le "Ambasciate della democrazia locale".
All'epoca istituzioni locali, società civile, associazioni, in quel caso sotto il cappello del Consiglio d'Europa, qui dovrebbero agire le Nazioni Unite, furono un segno tangibile e duraturo di impegno per la pace e la ricostruzione di comunità, oltre l'inerzia e l'inedia degli Stati nazionali.
Il tempo di agire, di "alzarsi insieme", è ora.
Come ha detto il cardinale Pizzaballa in conclusione: "C'è bisogno di empatia e di dialogo (pur mantenendo posizioni e valori) e non di costruire nuove barriere. Tiriamoci fuori dal pozzo!"
Oggi. Non domani.
Francesco Lauria
lunedì 29 giugno 2026
SINDACATO DI STRADA, SUSSIDIARIETÀ CIRCOLARE, SERVIZI COLLETTIVIZZANTI: RADICI E SFIDE PER LA RAPPRESENTANZA DEL LAVORO NEL FUTURO (SAGGIO PER ECONOMIA & LAVORO 1/2026)
E' (finalmente) uscito il numero 1/2026 della Rivista Economia & Lavoro che, in un volume prezioso, prevalentemente dedicato al tema della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, contiene anche un mio saggio, su cui ho lavorato parecchi mesi, intitolato: "Sindacato di strada, sussidiarietà circolare, servizi collettivizzanti: radici e sfide per la rappresentanza del lavoro nel futuro. ("Street Unionism, Circular Subsidiarity, Collectivising Services: Roots and Challenges for Labour Representation in the Future").
Al di là della soddisfazione di tornare a scrivere per una rivista scientifica di fascia A per le materie di cui mi occupo da anni come ricercatore (in prevalenza: "scienze politiche e sociali") spero che questo saggio, che nasce a valle di studi pluriennali anche internazionali, svolti con amici e colleghi di numerose università e centri di ricerca, possa stimolare, nel suo piccolo, l'attuale asfittico dibattito sul ruolo, le trasformazioni e il futuro del sindacato.
Il saggio propone una riflessione sulla presente dimensione organizzativa e strategica del sindacato nel contesto del mercato del lavoro e delle relazioni industriali.
Vengono affrontate la recente suggestione del “sindacato di strada"; il tema, antico, dell’organizzazione dei “senza potere” e la questione della sussidiarietà, in particolare circolare, in rapporto alle evoluzioni del welfare e dell’evoluzione del ruolo degli attori sociali e di rappresentanza.
Ho poi scritto, curiosamente proprio mentre abbandonavo l'organizzazione dopo venti anni di impegno e di passione, un paragrafo di approfondimento sull’evoluzione del modello organizzativo della CISL, in rapporto all’evoluzione delle dimensioni e delle forme della rappresentanza sindacale.
Infine, facendo tesoro degli insegnamenti del progetto di ricerca europeo BreakBack, da me coordinato negli anni scorsi, ho analizzato il tema delle sfide della rappresentanza del lavoro, con particolare attenzione alla questione dei cosiddetti “servizi collettivizzanti”, strumenti di tutela individuale, ma anche di dimensione associativa che tengono presente la frammentazione del lavoro e della vita nel nostro tempo.
Non manca, infine, un riferimento alle nuove tendenze del sindacalismo nordamericano, in particolare rispetto alla sindacalizzazione c.d. "worker-to-worker".
Chi fosse interessato/a ad acquistare la rivista può farlo qui: https://www.carocci.it/prodotto/1-2026-economia-lavoro?srsltid=AfmBOopY0eTwQObEFO1FRA5oSWOTWXUY2WhZokHyfWSYv70aU4f9Fygi oltre che in praticamente tutti gli store digitali delle librerie italiane.
Francesco Lauria
domenica 28 giugno 2026
CHIARA FRANCINI E LA LEZIONE ALLA PSEUDOSINISTRA: "LIBERI PERCHE' LIBERATI". PAROLA. NON SILENZIO.
In questo video Chiara Francini ci spiega magistralmente, da donna veramente di sinistra, cosa è la libertà.
https://www.facebook.com/reel/1041908298493419
DISONORARE LA GUERRA (E AMARE OLTRE I LEGAMI DI SANGUE). INCONTRO ONLINE CON MARCO DERIU E MASCHILE PLURALE IL 12 LUGLIO ALLE 18.00
venerdì 26 giugno 2026
NASCE DEL BASSO CLIMATE.US: MUSK E TRUMP NON POSSONO PRENDERE IN OSTAGGIO LA SCIENZA.
Un gruppo di ex dipendenti della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), licenziati a opera del DOGE (Dipartimento per l'Efficienza e il Governo) di Elon Musk, ha lanciato un nuovo sito web sulla scienza del clima che documenta i cambiamenti climatici globali.
giovedì 25 giugno 2026
CONVERSAZIONI NOTTURNE... IL SENSO E IL FUTURO DEL SINDACATO: DIALOGO CON SAVINO PEZZOTTA, FRANCESCO LAURIA E L'AZIONE CATTOLICA DI LUCCA
La registrazione è online: https://www.youtube.com/watch?v=Yvr8kHgUmzk
I corpi intermedi alla prova del presente.
Registrazione della conversazione nell'ambito del percorso: DEMOCRAZIA IN CAMMINO, promosso dall'Azione Cattolica di Lucca, giovedì 25 giugno 2026 con Gabriele Viviani, Lorenzo Banducci, Savino Pezzotta e Francesco Lauria
I temi trattati
mercoledì 24 giugno 2026
DEMOCRAZIA IN CAMMINO: IL FUTURO DEL LAVORO, DELLA TUTELA E DELLA RAPPRESENTANZA. QUESTA SERA 25 GIUGNO ORE 21 ONLINE...
Questa sera: non mancare l'appuntamento!
martedì 23 giugno 2026
CARNE OPERAIA SULL'ASFALTO BOLLENTE A CARMIGNANO. E QUELLA "FABBRICA DELLE DONNE" CHE, A MILANO, SFONDO' L'ARROGANZA DEL PADRONE.
Pubblicato su: https://www.reportpistoia.com/carmignano-carne-operaia-sullasfalto-bollente-e-la-fabbrica-delle-donne-che-anticipo-la-resistenza/
Italia, 23 giugno 2026
C'era molto caldo ieri a Carmignano (Prato).
Come in tante parti d'Italia, il cemento ributtava calore, il sole cocente faceva male alla testa.
Eppure proprio nella testa di tanti operai della logistica risuona solo una cifra: 100.
Cento, 100, in lettere e in numeri.
Sono i licenziamenti annunciati dall'azienda che si occupa del trasporto in tutta Europa dell'abbigliamento del pronto moda e che, anche perchè messa di fronte a diffuse e inaccettabili sue pratiche illegali, da ogni punto di vista, ha annunciato il ricatto più bieco: chiusura.
Una chiusura che è anche, ovviamente, trasferimento dove lo sfruttamento è più pesante dello sfruttamento, enorme, che già c'è.
Sono le 13 e il sole batte forte sulla piana pratese, batte forte sulle colline, anche sulle montagne che sono spettatrici dell'ordinaria follia del capitalismo dello scarto, come lo chiamava, inascoltato e bestemmiato, Papa Francesco.
Un Papa che ci insegnava a pregare e a vedere.
Ma anche, con l'urgenza della profezia e della razionalità, ad agire.
Collettivamente.
E allora, un piccolo, eroico, prezioso sindacato di base, il Sudd Cobas decide che basta, non si può più stare in silenzio.
Subire lo scempio, abbassare la testa. Accettare turni totalmente illegali, nessuna regola di salute e sicurezza, inquadramenti ridicoli (quando ci sono), ricatti su ricatti, su ricatti.
C'è una parola antica, ormai forse desueta, certamente contro corrente, in direzione ostinata e contraria in tempi di malefici pacchetti sicurezza che colpiscono in maniera indiscriminata e vigliacca lavoratori, immigrati, cittadini, manifestanti.
La parola è "picchetto".
Il picchetto ti da forza, è un Noi, un essere in tanti di fronte allo strapotere padronale.
Ma lì, nel piazzale dei camion, i padroni danno un ordine a tutti i padroncini, proprio fuori dai pronto moda dell'area pratese.
La parola d'ordine è "forzare", costi quel che costi.
Quanto per loro è più importante la merce, di una qualità più che scadente, di qualsiasi persona, di qualsiasi lavoratore/lavoratrice, di qualsiasi legge, di qualsiasi dignità.
Fa caldo, anche per i padroncini, i furgoni sudano benzina sull'asfalto.
Si mette in moto. Tutti insieme, fa più paura.
Cosa può un uomo, un senza nome, un miserevole ingranaggio del capitalismo dello scarto, di fronte ad una fila di furgoni accesi dall'illegalità?
Può farsi scudo, nonviolento con il proprio corpo. Con il proprio vissuto, con la propria anima, con la propria rivolta.
L'operaio, parola antica, viene trascinato per diversi metri sull'asfalto bollente, la carne si fa sangue. Il grido di un uomo, una persona vera, spezza il rumore di fondo.
Non è importante la lingua, il colore della pelle, l'età. E' un uomo. Un uomo che lavora e che è lì per difendere la sua e la nostra dignità.
Questa volta, no. Non c'è scappato il morto. Anzi, la ferita pare pure lieve, "di che si lamenta...?"
In Via Copernico, si può, almeno per ora, continuare a lavorare, a scaricare, a ignorare, all'infinito, tutto quello che succede.
Da anni e anni...
Italia, 23 giugno 2026
Google maps fatica a funzionare a causa del mio sudore, ci sono trentotto gradi. Un'ora prima di mezzogiorno.
Incontro Uliano Lucas, ad Asti, dopo una lunga camminata sotto il sole e quattro treni regionali presi al volo, tra coincidenze strette e rincorse verso i binari-tronco, quelli posti alla fine delle stazioni, di quelli che nemmeno ti accorgi che esistono se non devi prendere il treno da lì.
Ne vale, davvero, la pena.
Ci tuffiamo, anche grazie al suo ultimo, bellissimo e recente libro fotografico, intitolato: "Sguardi sulla fabbrica" nel pieno del Novecento, delle lotte operaie, ma anche di quelle sociali, a partire dall'impegno con i "matti" di Franco Basaglia, a Trieste e Gorizia, ma anche a Parma e Colorno, ricordando, insieme, con nostalgia il comune amico, eretico per amore, Mario Tommasini.
Scatti in tutto il mondo che, oltre che nei libri e nelle mostre, possono essere, almeno in parte, raggiunti sul sito che raccoglie gli sguardi di una vita: www.ulianolucas.it
Discutiamo, insieme, di potere e di comunicazione, di verità e di scelte.
Torniamo agli anni Sessanta a Milano, alla crescita della città industriale, tante, tantissime fabbriche.
E arriviamo subito dopo al 1968, ma prima dello Statuto dei Lavoratori, della Costituzione nelle fabbriche. Ci fermiamo ai cancelli.
Già me li immagino i cancelli della Borletti, cinquemila lavoratori e lavoratrici, tantissime donne.
Si fabbricano orologi e macchine da cucire, alla Borletti, nella grande Milano, in Via Washington.
Fin dagli anni Cinquanta, mi spiega Lucas, la Borletti era chiamata la "fabbrica delle donne".
I primi grandi scioperi in azienda sono ancora precedenti, addirittura anticipano la Resistenza, risaliamo alla primavera del 1943.
Ma torniamo a quei cancelli.
Bisogna far entrare i sindacalisti in fabbrica. Devono parlare dentro, non fuori per strada, ai cancelli appunto.
Il sindacato deve entrare dentro al cuore dei luoghi di lavoro, interessarsi dell'organizzazione del lavoro, dell'istruzione di lavoratori e lavoratrici, della salute e della sicurezza.
E' un onda che si trasmette di uomo in uomo, di donna in donna.
Il lavoro è dignità, la lotta non è più un tabù, i diritti non solo più concessioni padronali, chissenefrega del panettone a Natale.
E allora Antonio Pizzinato, della Fiom, futuro segretario generale della Cgil e Piergiorgio Tiboni, della Fim Cisl, vengono presi in spalla dalle donne della Borletti, con gli operai uomini che, increduli, stanno a guardare...
E' una grande marea allegra e impetuosa che, piano piano, si fa strada, fino all'impensabile.
I cancelli, sfondati, si aprono e i due sindacalisti, insieme ad operaie ed operai, portati in spalla, in trionfo, entrano nella grande sala mensa, quella sala che lo Statuto dei Lavoratori, porterà ad essere unica per operai ed impiegati/dirigenti.
Immagino gli occhi che ho ben conosciuto di Pier Giorgio Tiboni, ma anche quelli di Antonio Pizzinato, anche lui "immigrato" a Milano, dall'allora povero Nord-Est.
Immagino la gioia incredula di quegli occhi: siamo dentro. E ci rimarremo.
Alla Borletti, come in tante piccole, medie, grandi fabbriche della metropoli.
Insieme a noi, a me e ad Uliano Lucas, mentre ritroviamo le immagini e la speranza di quegli anni c'è una persona che, per una malattia, ha perso la memoria di lungo termine, vive, con ironia, gioia fragilità, solo il presente.
Ci scatta, davvero felice in quell'istante, una fotografia:
Si può, però, collettivamente, vivere solo nel presente?
Perdere completamente la memoria di queste lotte, queste radici fondamentali della nostra democrazia e, insieme, privarsi dell'orizzonte di un futuro desiderabile e condiviso?
Ce lo chiediamo, senza probabilmente avere un'univoca risposta, rimettendo via i ricordi.
Eppure, in particolare nella fotografia di Uliano, fotoreporter sempre free lance, libertario e anarchico per scelta, narratore, con le immagini di un'umanità libera, dignitosa e resistente, non c'è spazio per la nostalgia.
Anche gli ultimi lavori, nei centri di accoglienza per i migranti, così come nelle esperienze più avanzate di accompagnamento alla salute mentale nel Mezzogiorno, ci regalano una ferita che è feritoia, spazio di futuro.
Cercano la verità come Uliano la cercava con le sue foto controcorrente durante l'assedio di Sarajevo, tra mortai e bombe, certo, ma narrando anche una città che continuava a vivere, miracolo di convivenza e resistenza civile, sfacciato messaggio di umanità e di sofferta poesia.
Cercare, anticipare il futuro.
Come quella famosissima immagine di Lucas, all'Alfa Romeo, in catena di montaggio, 1987, credo pubblicata dal Corriere della Sera.
L'operaio in fabbrica, per la prima volta, legittimamente, perchè non serve più, è senza tuta blu.
Oggi non ci faremmo più caso, al tempo della Thatcher e di Reagan, fu, invece, una rivoluzione, anche del costume.
Già, gli anni Ottanta. Il riflusso, il ritorno al privato, i walkmen...
Ma torniamo ad oggi.
Come si collegano l'asfalto di Carmignano, il pronto moda e la logistica, con gli orologi della Borletti del 1969 (e non dimentichiamoci, quell'anno la strage di Piazza Fontana, a Milano) e l'Alfa Romeo, post vendita alla Fiat, del 1987?
Qual è il filo che nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social, del digitale (anche nella fotografia) non possiamo/vogliamo spezzare?
Quel filo è uno solo: l'uomo non può essere lasciato solo.
Sindacato, significa, anche questo ce lo ricordava spesso, molto spesso, Papa Francesco: "fare, essere giustizia INSIEME", "sun dike".
Oggi, nella frammentazione estrema del lavoro e nell'esplosione dell'individualismo è tutto ancora più difficile di quando alla Borletti, per un discorso di un'ora in sala mensa, a fine turno, si dovevano sfondare i cancelli.
Ma rimane necessario.
Bisogna essere grati a quei lavoratori, a quei giovani sindacalisti che, nella piana fiorentina-pratese-pistoiese, come altrove, non si rassegnano.
Non sono cenere del passato.
Ma luce necessaria di futuro.
Uliano mi sorride, e mi da appuntamento alle prossime lotte, alle prossime storie di vita, al prossimo fotografico sguardo, stupito mai rassegnato., su un mondo che cambia.
Un mondo che certamente, non può però perdere l'umanità.
Anche al caldo di una ferita che lascia la carne sull'asfalto, sfidando una troppo silenziosa, amara, complice indifferenza.
Francesco Lauria
"L'INTELLIGENZA DEL BOSCO" E LO STERILE CEMENTO DI PISTOIA. LETTERA APERTA A TIZIANO CARRADORI (VICE CONDOR...)
Mi sono chiesto come spiegare a Tiziano Carradori, per molti in città, vera mente ideatrice della candidatura del sindaco di Pistoia Giovanni "Condor" Capecchi, quale sia la concezione di politica (ma se fossimo a scuola o all'università potremmo dire anche di sapere) che io ritengo già tradita dalla nuova amministrazione comunale di centrosinistra (e questo, ovviamente, non vuol dire che difenda o propenda per le precedenti).
Provo a farlo, senza livore, nonostante il Carradori (da me ampiamente rintuzzato) abbia dedicato alla mia persona e ai mei scritti epiteti del tipo (solo per fare un sunto...): presuntuoso, verboso, insopportabile, insolente, e molti altri peggiori che, potrei sbagliarmi, mi sembra abbia provveduto a cancellare.
Il top è stata l'intimazione che mi ha rivolto a non scrivere più, degna del peggior editto bulgaro (no, Carradori, non mi ritengo Enzo Biagi, tranquillo, era un esempio...)
Ti segnalo poi, caro Tiziano Carradori, che, in data odierna, sono apparsi account anonimi o fake su facebook che attaccano sul piano personale chiunque muova una critica o un'osservazione al sindaco.
Mi pare molto grave, ma veniamo a noi.
Quante volte Giovanni Capecchi, prima durante la campagna delle primarie e poi in quella che lo ha contrapposto ad Annamaria Celesti e al centrodestra, ci ha ricordato la sua professione di insegnante universitario, i suoi studenti, ma anche gli studenti fragili di cui si è preso cura il padre, nel doposcuola da lui fondato?
Rispondo io.
Tantissime.
Allora proviamo a seguire, per giungere alla politiche e alle sue scelte, il filo del sapere, dell'educazione.
C'è una frase di Don Lorenzo Milani, che può essere condivisa oppure no, che afferma, con la consueta radicalità del priore di Barbiana:“il sapere serve solo per darlo”.
Ritengo che questa frase racchiuda l’essenza più autentica dell’educazione, ma anche della politica (i due temi per don Lorenzo erano molto legati): la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà e futuro.
Se a "conoscenza", sostituiamo "potere" otteniamo l'idea di don Lorenzo per la politica, quel "sortirne insieme" che ha affascinato, motivato, messo in moto generazioni e generazioni di giovani.
Carradori che è un antico comunista, spesso, nei decenni, vicino e dentro al potere comunale, non credo sia stato particolarmente interessato all'insediamento del nuovo vescovo Augusto.
In un passaggio che ho molto apprezzato il nuovo vescovo di Pistoia e Pescia, ha parlato della disobbedienza e dei No necessari per dire, con la Vita, dei sì.
E' un tema, per esempio, che un Don Biancalani non capirà mai, bestemmiando da sempre i veri insegnamenti di Don Lorenzo Milani (ma anche del Vangelo), con l'incapacità assoluta del presbitero quarratino di affiancare i doveri ai diritti.
Molto meglio di come posso fare io, che sono verboso e chissà che altro, può spiegare a Tiziano Carradori il fulcro del tema, il cantante e romanziere italo-albanese Ermal Meta, come riportato (dalla seconda edizione) nel libro su Don Milani e il lavoro che ho curato, per la prima volta, ormai quasi dieci anni fa: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana".
Si tratta di un testo di Ermal Meta ed è il discorso svolto dal cantautore a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:
“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile.
Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è.
La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…)
Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo.
Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…)
Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”
Il fine dell’istruzione, come quello, pur in ambiti diversi della Politica, ci dicono Don Lorenzo ed Ermal Meta, è, pertanto, rendere ciascuno capace di dedicarsi al prossimo e di prendersi cura, fin da subito e consapevolmente, della realtà che lo circonda.
Ma voglio sfidare Tiziano Carradori, se gli aggrada e non si stufa, a leggere ancora un po'.
In un discorso pubblico mia cugina Raffaella Lauria, Presidente di un liceo in Alto Adige, mi ha ricordato che:
"la scuola può essere paragonata a ciò che la biologa/ecologa canadese, Suzanne Simard definisce “l’intelligenza del bosco”.
Nei boschi, gli alberi non competono per le risorse: si sostengono.
Quando uno di loro è in difficoltà, altri, anche di specie diverse, gli inviano sostanze nutritive attraverso la rete a noi invisibile delle radici.
Ogni albero cresce perché altri lo aiutano a farlo e gli alberi madre assicurano che le nuove generazioni possano crescere forti.
Così la scuola, ma anche la politica, direi persino la Chiesa se funzionasse, dovrebbero vivere come rete di relazioni, dove chi ha più esperienza sostiene chi inizia e dove ciascuno/a, a sua volta, può diventare radice per un altro/a.
Quando la scuola o una città sono vive, come il bosco, diventano una comunità dove il sapere non si trasmette soltanto, ma si condivide.
Anche qui proviamo, caro Tiziano, a sostituire "sapere" con "fede", o "potere".
Ecco io ho misurato, sulla mia pelle, che tutto questo per la massima guida dell'amministrazione di Pistoia, nella concretezza dell'esistere, non nella vacuità del comunicare, non vale, non conta, non esiste.
Al di là dello storytelling ben costruito, il potere non viene realmente condiviso, la partecipazione è un farlocco o una foglia di fico e si preferisce la zona di confort dei propri stretti cortigiani, alla verità e alla politica. Quella vera. Quella che comporta l'eresia, che in greco significa: "la scelta".
Si preferisce il silenzio al coraggio, l'inedia (si sono un po' verboso) alla trasparenza, il conformismo al dibattito, franco e netto, quanto opportuno.
Si insegna oggi a Pistoia, ma al contrario.
Non a sortirne insieme, ma a guadagnarci il più possibile, per se stessi o, siamo a Pistoia, per il proprio clan, la propria dinastia, il proprio gruppo o gruppetto di potere, la propria associazione.
Non mi riferisco ovviamente nello specifico a Giovanni, non denuncio nulla di individuale (ma la guida non può disinteressarsi di quello che lo circonda) ma rivendico il mio diritto di descrivere e denunciare il sistema che ha vinto e ora: "si riprende finalmente la città", come si urlava o ci si diceva intorno a San Domenico il lunedì dei risultati elettorali.
No, caro Tiziano Carradori, in questa città, non da ora, non si sviluppa: "l'intelligenza del bosco", nonostante i propositi di recupero del consumo di suolo, si delinea la sterilità di una colata di cemento, dove la scomparsa dell'etica, annulla qualsiasi buon proposito o competenza esibiti e comunque da dimostrare nella concretezza del quotidiano.
Mi dirai che è sempre stato così, fin dai tempi del tuo Pci imperante, dominatore nella città.
Mi dirai che è giusto barattare un'amministrazione formalmente di centrosinistra, tutto sommato dignitosa, con qualche guizzo anche di bravura e di attenzione ai più deboli, rispetto ad una fragile, ma vera e nuova costruzione di comunità, che superi realmente i privilegi bloccati dei soliti noti, le scontate vassallerie, le inesorabili cinghie di trasmissione, i poteri consolidati che bloccano lo sviluppo e la democrazia compiuta, per usare un termine che era caro ad Aldo Moro.
Dirai, magari, che oltre a tutto il resto, sono anche un cocciuto, pervicace moralista.
Può essere.
Come dissi, anche pubblicamente, a Giovanni Capecchi, durante l'iniziativa sulla cultura in campagna elettorale, prima di tutto io mi ritengo, con un'altra parola desueta, un: "militante".
E per un militante, al di là di se stesso, parliamo della città, non di ferite dei singoli:
"La differenza tra fatti e valori è una questione personale".
Vale, ad esempio, per la cultura, la politica della Pace.
Insomma, Carradori vice Condor, così ho fatto.
Così faccio.
Così farò,
nonostante i tuoi insulti e i tuoi risibili "warning".
Francesco Lauria
P.S. Parlando di cose serie, so, come quasi tutti in città, delle difficoltà che stai attraversando. Ti auguro di uscirne al meglio, senza alcun rancore personale. Perchè le persone, lo affermerebbe teoricamente anche Giovanni Capecchi, vengono prima di tutto. Prima della politica, figuriamoci del potere o dello scontro per esso.
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