mercoledì 28 gennaio 2026

SANDRO ANTONIAZZI: APOSTOLO LAICO E CREDENTE DI UN SINDACATO STRAORDINARIO PER PENSIERO, AZIONE, LOTTA, SPIRITUALITA’

Il sociologo cislino Bruno Manghi ha ricordato Sandro Antoniazzi, con una riflessione che verrà diffusa in occasione del convegno: “Rigenerare democrazia”, il 31 gennaio 2026, a Firenze.

“Ho conosciuto Sandro Antoniazzi – racconta Manghi - quando facevo l’assistente all’Università Cattolica di Milano e mi sono messo a frequentare la Cisl; lui era già persona nota e centrale.

Sandro cresce in una famiglia cattolicissima del mondo cattolico milanese, ha un fratello vescovo in Brasile, la sua crescita e formazione è potentemente legata alla dimensione ecclesiale meneghina.

La sua interpretazione della verità cristiana è sempre molto presente nelle sue riflessioni e nei suoi atti.

Pensiamo a luoghi e realtà fondamentali a Milano come: “la Corsia dei Servi”, Gioventù Lavoratrice che si affianca a Gioventù Studentesca, il mondo originario dell’Azione Cattolica.

Sandro è totalmente impregnato e crede in questo mondo. Mentre è alla Fim di Milano, per un periodo, pensa di scegliere il sacerdozio, io lo andavo a trovare, infatti, al seminario di Venegono.

C’è, quindi un suo tentativo, totalmente convinto, di diventare un prete sociale, dove prete è il primo e prioritario aspetto.

Tutto questo lo accompagna nelle sue riflessioni, nei suoi atti, nella sua pratica quotidiana, rafforzata anche nell’incontro con Lea, colei che diventerà sua moglie, un incontro che si realizzerà nelle comuni visite che la coppia farà agli ex terroristi dissociati.

Anche negli ultimi anni della sua vita, in fondo, lui era il leader riconosciuto di un collettivo di credenti che non faceva solo azione sociale, ma discuteva molto anche di Fede.

Siamo, quindi, di fronte ad una figura di cristiano militante, figura che lo ha sempre accompagnato.

Sandro è una figura costante, non è un elemento da colpi di scena e nell’ambito sindacale e parasindacale, penso ai centri operai, lui è stato sempre molto legato ad un’idea formativa.

Le sue ripetute riflessioni sull’etica del sindacalista mi sembrano in linea con la sua personalità; lo possiamo definire – continua Manghi - “un’assistente spirituale sindacale” impegnato nella missione della rappresentanza del lavoro e conquistando una leadership che non è mai venuta meno.

Anche dentro al sindacato, in anni in cui nella Cisl c’erano contrasti vivaci, lui ha sempre tenuto un rapporto positivo con quelli che per noi erano alla nostra opposizione, penso alla Fisba Cisl, il sindacato dei lavoratori agricoli. Era veramente amico dei segretari della Fisba, facevamo insieme la formazione, le “mattinate Fisba”, nei giorni feriali, senza dimenticare, poi, tutte le “invenzioni” della Fim, i suoi metalmeccanici.

Ricordo anche il Centro Operaio di Sesto San Giovanni (con anche una sede a Milano, vicino alla sede Cisl di Via Tadino), messo insieme da me, Sandro e Giovanni Bianchi che rappresentava un tentativo di inaugurare un impegno politico-operativo nei nostri giovani più curiosi, a partire dai giovani della Fim che avevano una loro struttura giovanile, guidata da Gianni Montani.

Non dimentichiamo le estati a San Pellegrino, nei campi scuola dove si faceva formazione, ma ci si divertiva anche insieme.

Il tema del perdono, del dialogo è sempre stato un “fuoco” di Sandro.

In sintesi Sandro era un cristiano attivo, con una dimensione della “Parola” che è stata una costante.

Sandro è stato un caso non frequentissimo, non dimentichiamo, ad esempio Lorenzo Cantù, o l’esperienza francese del processo di laicizzazione di quella che sarebbe diventata, in Francia, la Cfdt. Dalla Francia, riferimento costante, è arrivata la conoscenza con Paul Vignaux, grande storico e filosofo che era tra l’altro il segretario generale della categoria dell’insegnamento della Cfdt.

Va menzionata l’attenzione di Sandro ai preti operai, sempre con la Francia come esperienza di riferimento e di punta.

Antoniazzi rappresentava insieme l’idea di una missione sindacale che nasceva dall’incontro e che lui trasmetteva, fedele alla scelta non confessionale che dobbiamo, nella Cisl, direttamente a Giulio Pastore.

Non dimentichiamo il contesto in cui ha operato Sandro: il tempo di Giovanni XXIII, il Concilio Vaticano II, il grande magistero del Cardinal Martini, senza dimenticare Padre Reina, gesuita che ebbe oltre che su Sandro Antoniazzi, un’influenza fortissima – conclude il sociologo cislino - anche su Pierre Carniti.”

Passando ad un quadro più strettamente sindacale di Sandro Antoniazzi,, come ha ricordato anche il fimmino torinese Adriano Serafino, non si può poi scindere questo importantissimo sindacalista milanese dalla storia della “sinistra sindacale”, realtà, composita, trasversale alle tre confederazioni che ha attraversato fasi anche molto differenti.

Una realtà che lo storico Fabrizio Loreto ha riscostruito magistralmente in un bel libro, pubblicato da Ediesse esattamente venti anni fa, intitolato significativamente: “L’anima bella del sindacato” (2005).

Lo stesso Sandro Antoniazzi, in un ricordo di Pierre Carniti. sintetizza con queste parole la caratteristica della Fim Cisl milanese come “sinistra sindacale”: “… Carniti era un atipico, un eterodosso, uno fuori da ogni schema. In un periodo di tempo fortemente ideologico e politicizzato, dove ognuno veniva classificato per la sua provenienza e appartenenza, Carniti era indefinibile. Era il cruccio dei comunisti che, considerandosi i veri interpreti della classe operaia di cui conoscevano l’ortodossia e tutte le possibili deviazioni da questa, non riuscivano a collocarlo; varie volte hanno tentato di definire la FIM di Carniti come pansindacalista, anarco-sindacalista o altri vocaboli del genere, senza cogliere il vero carattere di questo strano e originale sindacato.

La Fim di Milano e quelle altre vicine che poi formarono la nuova FIM nazionale – continua Antoniazzi - rappresentavano un caso raro; costituivano un esempio rarissimo di “sinistra sindacale”. C’è tanta sinistra nel sindacato e tanti sindacati di sinistra nel mondo, ma si tratta praticamente sempre di una sinistra politica che opera nel sindacato. La sinistra sindacale è un’altra cosa: parte dai problemi dei lavoratori e con essi agisce e lotta per cambiare la loro condizione. Per trovare qualcosa del genere penso che occorra risalire alle origini del sindacato…”

In conclusione facciamo parlare ancora Sandro, con i passaggi della sua stupenda autobiografia (“Combattere la bella battaglia”, 2025) che ci ha segnalato appositamente la moglie Lea Antoniazzi nel riassumere, cosa fosse per lui, l’essenzialità dello spirito del sindacalista:

I lavoratori sono i mandanti e il sindacalista non è un superiore, ma un lavoratore tra i lavoratori, qualcuno che è al servizio dei lavoratori.

La sua si può ben definire una missione, oserei dire una missione messianica: il sindacalista va tra i lavoratori, in mezzo alla gente, e porta un messaggio di solidarietà, giustizia, speranza, convivenza fraterna, che sono tutti beni messianici, quelli della terra promessa.

Per questo essere sindacalisti è un motivo di orgoglio che convive con l’apprezzamento e la considerazione da riservare alla classe lavoratrice, a cui il sindacalista appartiene.”

Grazie Sandro!

Francesco Lauria

Sandro Antoniazzi (1940 – 2025) è stata una figura storica del sindacalismo italiano, nota anche al di fuori del sindacato stesso per il suo impegno civile e sociale.

Antoniazzi ha dedicato oltre trent'anni alla Cisl (e prima alla Fim-Cisl), ricoprendo incarichi di vertice: 

Segretario Generale della CISL Milano: dal 1979 al 1988.

Segretario Generale della CISL Lombardia: dal 1988 al 1992.

Nel 1997 è stato il candidato sindaco del centrosinistra a Milano, sfidando Gabriele Albertini. Successivamente è stato consigliere comunale dal 2001 al 2006. 

Oltre al sindacato, ha guidato importanti istituzioni milanesi:

Presidente del Pio Albergo Trivulzio (sostituendo il "mariolo" Chiesa) (1992) e della Fondazione San Carlo (1994).

Membro della Commissione "Iustitia et Pax" della Diocesi di Milano.

Fondatore del sindacato inquilini Sicet e dell'associazione Comunità e Lavoro, oltre che della rivista Politica e Amicizia. E di tante, tantissime altre opere, a partire dal "Centro Operaio" negli anni sessanta (tra Sesto San Giovanni e Milano) proprio con Bruno Manghi Giovanni Bianchi.

È scomparso nel luglio del 2025 all'età di 85 anni. 

Il suo pensiero è raccolto in numerosissime pubblicazioni, tra cui Lettera ai lavoratori (2014); ricordiamo inoltre il volume “Cura e democrazia. Il valore politico della cura”, scritto e curato con una pensatrice femminista, Paola Melchiori. Non si può, ovviamente, dimenticare, il suo lascito, la splendida autobiografia"Combattere la bella battaglia". (2025) che potrà essere acquistata in occasione del convegno: “Rigenerare Democrazia” il 31 gennaio a Firenze.

martedì 27 gennaio 2026

"LAURIA NON HA ANCORA COMINCIATO A PAGARLA CARA..." IL BENE MOLTIPLICA IL BENE. 31 GENNAIO A FIRENZE PER RIGENERARE DEMOCRAZIA!

A costo di bruciare l'effetto sorpresa riporterò qui di seguito il breve passaggio che affronta la mia triste e complicata vicenda nella Cisl di questi ultimi mesi, inserito nell'ampia relazione che terrò sabato 31 Gennaio a Firenze, nell'ambito del convegno nazionale: "Rigenerare Democrazia".

Le informazioni sul convegno e le modalità di iscrizione si trovano tutte qui:

https://sindacalmente.org/content/firenze-idee-per-rigenerare-sindacato-e-democrazia/ 

In corsivo l'estratto del mio intervento, intitolato:                                “Un’armonia degli sguardi. Politica e potere non sono la stessa cosa. Verso una Rivoluzione, Rivolta della Speranza”. 

"Proverò, in questa parte, ad entrare in uno dei cuori della mia riflessione: il rapporto tra politica, potere, rapporto con l’altro/a.

È un tema, non posso non ammetterlo, al quale penso, ormai ogni giorno, dal mese di giugno 2025 e cioè da quanto la mia esperienza professionale e umana nella Cisl è progressivamente esplosa.

Ho incontrato, infatti, in questi mesi tutta la violenza, il fragore e l’assordante silenzio del potere per il potere, un potere che è “potere su”, vero e proprio dominio su persone e “cose”, e non un “potere per”… in una logica di servizio e progetto.

Ho pensato, ogni giorno, tra me e me, ma anche incontrato altri volti, altri occhi, altre lacrime nella mia stessa identica condizione, ad un potere strabordantemente maschile (anche quando è guidato da donne), simbolo del vuoto, della mancanza assoluta, non solo di ideali e di politica, ma anche di un’etica ordinaria, quotidiana, minimale."

Avrei potuto scrivere, su questi aspetti, insieme un saggio e un romanzo di mille pagine, ma, sinceramente, sono più interessato ad un: "bene che moltiplica il bene", che a combattere contro i mulini a vento.

Certo la costanza di un mix di assordante silenzio e di insidiosa diffamazione e falsificazione, unito ad una serie di eventi che non possono che farmi sentire minacciato ("Lauria non ha ancora iniziato a pagarla cara..."), costituiscono un rumore di fondo davvero impegnativo e sgradevole, ma che non mi intimorisce. Anzi.

Quello che mi sembra fondamentale è riflettere su paradigmi alternativi di potere e di politica.

Insieme si può fare la differenza; rispetto alla paura, alla menzogna, a sistemi inquinanti che invece che frantumare le ingiustizie sembrano programmati per "frantumare le persone".

Anche per questo a Firenze parleremo soprattutto di futuro, senza dimenticare le preziose, e anche dolorose, lezioni del passato.

Clicca qui per leggere l'articolo di Citta Nuova sull'evento a Firenze del 31 Gennaio: https://www.cittanuova.it/dove-va-il-sindacato-al-tempo-della-globalizzazione/

Francesco Lauria

lunedì 26 gennaio 2026

SALUTE E SICUREZZA: QUALI DIRITTI E QUALI RUOLI PER I LAVORATORI E LE LAVORATRICI?

Le LAVORATRICI e i LAVORATORI, hanno diritto ad essere informati, formati, tutelati e rappresentati, sui temi della SALUTE e SICUREZZA?

Quali sono i ruoli in azienda? Come questi ruoli e queste figure interagiscono?

CARMINE MARMO, storico formatore attivo presso il Centro Studi Cisl di Firenze e della Cisl Emilia Romagna (ma anche presso tante realtà diverse, anche aziendali, multinazionali comprese), insieme a FRANCESCO LAURIA e STEFANO GREGNANIN ci parla pragmaticamente, sul canale Youtube IL BUON LAVORO, del diritto dei lavoratori ad essere formati e rappresentati sui temi della salute e della sicurezza:



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domenica 25 gennaio 2026

DEMOCRAZIA E SINDACATO: UNA FERITA APERTA, UN'INVERSIONE DI ROTTA NECESSARIA

Intervento di Salvatore Topo, in preparazione dell'evento: "Rigenerare Democrazia", in programma a Firenze, sabato 31 gennaio 2026.

Per info e iscrizionihttps://sindacalmente.org/content/firenze-idee-per-rigenerare-sindacato-e-democrazia/

Salvatore Topo è stato Segretario Regionale Organizzativo  dell'Usr Cisl Campania da ottobre 2017 a maggio 2025 e, in precedenza, Segretario Generale Regionale Fistel Cisl Campania.


DEMOCRAZIA E SINDACATO: UNA FERITA APERTA, UNA NECESSARIA INVERSIONE DI ROTTA

1. La crisi della rappresentanza nella democrazia italiana

La democrazia italiana attraversa una crisi di rappresentanza che non è figlia del caso, ma della progressiva evaporazione identitaria dei corpi intermedi, e in particolare del sindacato. Siamo passati dall'essere le colonne portanti della partecipazione a diventare comparse in una rappresentazione teatrale di cui non controlliamo né il copione né la regia.

Parlare oggi di democrazia e sindacato significa, purtroppo, parlare di una ferita aperta. Non possiamo limitarci a un’analisi tecnica, perché quello che stiamo vivendo è lo svuotamento dell’anima della nostra convivenza civile. 

Infatti, la democrazia non è un set di regole scritte sulla carta, è un muscolo che se non viene allenato si atrofizza. E oggi, quel muscolo è quasi immobile.

Siamo di fronte a una tempesta perfetta che colpisce le fondamenta del nostro vivere civile. Non si tratta di crisi isolate, ma di un indebolimento dei corpi intermedi che un tempo collegavano il cittadino alle istituzioni. 

Se vogliamo capire perché la democrazia e il sindacato boccheggiano, dobbiamo guardare a come è cambiata la nostra struttura sociale. Non siamo più la società delle grandi masse organiche, ma quella che Zygmunt Bauman definiva "Modernità Liquida".

È ora di smettere di usare eufemismi.

Quella che chiamiamo "crisi della partecipazione" non è un fenomeno casuale: è il risultato di una scelta politica deliberata. 


2. Svuotati dall’interno

La democrazia è stata svuotata dall'interno.

Se oggi le piazze sono vuote e le tessere sindacali pesano meno della carta su cui sono stampate, dobbiamo avere il coraggio di fare i nomi dei colpevoli e delle tappe di questo declino. 

Il peccato originale risiede nell'idea che il sindacato dovesse farsi carico della "tenuta del Paese" a scapito dei lavoratori.

Sociologicamente e politicamente, il sindacato ha assunto il linguaggio del "nemico" perdendo la sua funzione di controparte. Il dissenso è stato sacrificato sull'altare della "responsabilità nazionale", ma la responsabilità non può essere mai a senso unico. Se il sacrificio è sempre dei soliti, quella non è responsabilità, è resa incondizionata.


3. La favola della “concertazione”

Per decenni ci hanno raccontato la favola della "concertazione".

Ci hanno detto che sedersi a un tavolo con il governo e le imprese, da "partner responsabili", fosse l'unico modo per contare. Ma guardiamoci intorno: dopo trent'anni di questa presunta responsabilità, cosa resta nelle mani di chi lavora? Non tutele, non protezione, non dignità, ma salari fermi da anni, una precarietà esistenziale che impedisce di sognare il domani e una solitudine sociale che fa paura.

Nel caso di specie quindi, il panorama attuale ci offre uno spettacolo desolante.

Da una parte, assistiamo a un sindacalismo che si è autoeletto a baluardo dell'opposizione politica, occupando spazi che appartengono ai partiti e trasformando la rivendicazione salariale in un pretesto per la propaganda elettorale. Dall'altra, osserviamo un sindacalismo che agisce in osmosi con il potere, quasi come un membro ombra delle maggioranze di Governo, più preoccupato di mantenere intatti i canali delle nuove ma incomprensibili prerogative barattandoli con la difesa della dignità di chi lavora.

Per parlare di nuovo lealmente con cittadini, famiglie e lavoratori, bisognerà rinunciare definitivamente alle astrazioni accademiche.

Ritornare a parlare della vita che accade fuori dalla porta di casa: il carovita, l’ansia per il futuro dei figli, la sensazione di non contare nulla nelle decisioni che pesano sulle nostre tasche.

Oggi, quella che i sociologi chiamano "società della prestazione" ha convinto l'individuo di essere l'unico responsabile del proprio destino.

Se sei precario, è colpa tua. Se non arrivi a fine mese, non hai studiato abbastanza. 

Stiamo assistendo alla privatizzazione del disagio. Il sindacato, smarrendo la sua capacità di analisi sociologica, ha permesso che il conflitto si spostasse dall'esterno all'interno dell'individuo. 

La depressione ha sostituito la protesta; l'astensionismo ha sostituito lo sciopero.

Ecco perché dobbiamo denunciare a gran voce una crisi che non è solo economica o istituzionale, ma profondamente antropologica. 

Quando parliamo di crisi della democrazia e del sindacato, non stiamo discutendo di statistiche. Stiamo parlando ormai, della decomposizione del nostro tessuto sociale.

 

4. Un bivio che dirime

Oggi siamo a un bivio. 

O continuiamo a essere complici dei notai del declino, dei liquidatori dei diritti conquistati dai padri costituenti del sindacalismo popolare, oppure torniamo a essere un elemento una voce di dissenso e di rottura

La democrazia ha bisogno di voci fuori dal coro, ha bisogno di gente che sappia alzarsi e dire: "No, questo non è negoziabile!".

Siamo diventati una società di individui isolati, chiusi nel proprio rancore, perché qualcuno ha distrutto i luoghi dove il dibattito e il dissenso si trasformava in progetto.

Dobbiamo avere il coraggio della verità: il sindacato ha tradito il valore del dissenso!

Quella che chiamiamo ipocritamente "crisi della partecipazione" non è una malattia del destino, è un deserto che è stato costruito pezzo dopo pezzo.

È il risultato di un progetto politico che ha voluto svuotare la democrazia della sua anima pura attraverso l'utilizzo di "camere di compensazione", cancellando i luoghi dove il dolore individuale diventava rivendicazione collettiva. 

La democrazia muore non con un colpo di stato, ma con il silenzio di chi non si sente più rappresentato da nessuno.

 

5. Il crollo della partecipazione

Entriamo nel cuore politico della questione. Perché la partecipazione è crollata? Perché nessuno ha più voglia di mobilitarsi?

La risposta è dura, ma necessaria: perché il sindacato, per troppo tempo, ha smesso di essere la voce dei lavoratori per farsi garante.

Non siamo di fronte a una semplice stanchezza burocratica, ma a una vera e propria crisi di ruolo che sta trascinando con sé i resti della nostra democrazia partecipativa.

​Oggi infatti stiamo assistendo a una spaccatura che non è più basata su visioni diverse del lavoro, ma su posizionamenti politici che nulla hanno a che fare con i bisogni dei lavoratori.

​Da un lato, abbiamo chi si erge a forza di opposizione politica, trasformando il sindacato in una sorta di "partito ombra". Quando il sindacato scende in piazza non contro un provvedimento specifico, ma "contro il Governo" a prescindere, smette di essere un corpo intermedio e diventa un attore politico tra gli altri.

​Dall'altro lato, abbiamo chi si atteggia a membro aggiunto della maggioranza, vivendo nei corridoi dei Ministeri con l’ossessione della "responsabilità nazionale".

È il sindacato che ratifica tutto, che cerca il compromesso prima ancora di aver iniziato il confronto politico.

Se il sindacato parla la stessa lingua della politica, il lavoratore smette di essere un soggetto sociale e diventa un semplice "cliente" da orientare.

Il sindacato è nato per trasformare la solitudine del singolo in una forza collettiva.

La partecipazione quindi non crolla per pigrizia, ma per inutilità percepita.

 

6. Tornare a parlare del lavoro e a occuparsi della vita: un cambiamento radicale necessario

​Il danno politico più grave per uscire da questo pantano, passa attraverso un ritorno alle origini dove il sindacato è soltanto controparte sociale e non un'appendice politica.

​La partecipazione rinasce solo se il lavoratore torna a sentire che il sindacato è un luogo dove si discute del suo turno di lavoro, del suo salario e della sua dignità, e non del prossimo rimpasto di governo o della prossima candidatura.

Dobbiamo contribuire a rompere questa finta alternanza tra "amici” e "oppositori di professione". Abbiamo bisogno di un sindacato che sappia dire "no" ai Governi quando calpestano i diritti e "sì" quando li estendono a vantaggio della persona.

Il sindacato italiano, diviso tra l'ambizione di sostituire la politica e il desiderio di servirla, ha creato un vuoto di rappresentanza che oggi viene riempito da populismi ciechi o dal silenzio dell'astensionismo.

Abbiamo trasformato la partecipazione democratica in un "obbligo di firma".

Se il lavoratore percepisce che la sua tessera serve solo a finanziare la prossima campagna d'immagine del suo Segretario Nazionale, quel lavoratore non parteciperà più: si limiterà a sopravvivere, solo, in una società sempre più frammentata.

Senza questa inversione di rotta, la democrazia della partecipazione non sarà che un ricordo sbiadito in un paese di spettatori rassegnati, di una "comunità" di persone sole.

sabato 24 gennaio 2026

UN SINDACALISMO NUOVO: TRA CRISI ANTROPOLOGICO/DIGITALE E FRONTIERE SOCIALI E RELAZIONALI. TUTTI/E A FIRENZE IL 31 GENNAIO!

A Firenze, sabato 31 gennaio, un incontro nazionale per rivitalizzare la democrazia, la rappresentanza, il sindacato.

Vedi anche:  https://www.bergamonews.it/2026/01/05/un-sindacalismo-nuovo-tra-crisi-antropologico-digitale-e-frontiere-sociali-e-relazionali/858509/

Clicca qui per tutte le informazioni e per le modalità di iscrizionehttps://sindacalmente.org/content/firenze-idee-per-rigenerare-sindacato-e-democrazia/

 

Crisi strutturale: fabbriche e network digitali, oltre la solitudine antropologica e la crisi ecologica

Il sindacalismo tradizionale nasceva prevalentemente in epoca industriale, quando la fabbrica costituiva il centro identitario dei lavoratori. 

Stabilità, coesione e contrapposizione al capitale permettevano, spesso, negoziazioni efficaci e diritti condivisi. 

Oggi, la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma. 

La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo, intreccia l’economia di guerra, alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, “arma” di pace, pur senza trascendere, archiviare il conflitto, quando necessario.

Partecipazione in calo e crescita di un modello di oligarchie interne

La diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. 

Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato sono spesso messe in discussione più della sua utilità concreta.

Individualismo e micro-resistenze quotidiane

Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. 

Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane — gesti di solidarietà informale e strategie silenziose — rappresentano micro-resistenze reali. Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale significa trasformare il lavoro dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.

Segnali di innovazione sindacale a livello internazionale

Le piattaforme digitali e le tecniche di “organizing” dal basso, permettono di organizzare lavoratori dispersi, facilitando campagne, petizioni e mobilitazioni, prevalentemente online. 

Alcuni esempi: SLPD in Romania per Uber, Bolt e Glovo; UVW (lavoratori dei videogiochi), ma anche, più tradizionalmente, i lavoratori di Amazon e Starbucks in USA/Canada. 

Queste esperienze mostrano che la frammentazione può diventare opportunità per nuove forme di rappresentanza anche a dimensione transfrontaliera. Sfruttando, non subendo anche le opportunità del digitale.

Proposte operative per un sindacalismo rigenerato

Per rigenerare il sindacalismo è necessario rafforzare la democrazia interna anche con voto elettronico, rotazione obbligatoria dei ruoli e limiti stringenti dei mandati (come è stato in passato nella Cisl) e assemblee partecipative. 

La rappresentanza deve essere capillare, collegando strategie nazionali ed esigenze concrete dei territori e dei settori, senza dimenticare anche le rinnovate esigenze di intercategorialità. 

L’innovazione digitale, che non può però sostituire totalmente i momenti in presenza, offre strumenti per mobilitazione, formazione e comunicazione tra lavoratori dispersi. 

Parallelamente, è fondamentale costruire reti di solidarietà intersettoriali, connettere lavoratori flessibili e precari e promuovere trasparenza tramite bilanci, decisioni pubbliche e valutazioni periodiche. 

Alleanza tra cittadini e lavoratori, tra Nord e Sud del Mondo. Le micro-pratiche quotidiane vanno valorizzate, trasformandole in strumenti di partecipazione organizzata e rappresentanza collettiva.

Credibilità e riforma morale

Negli ultimi decenni, la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, evitando oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori, ricollegando offerta sindacale e domande dei lavoro e dei lavoratori e delle lavoratrici.

Il sindacato come rete di welfare, cultura civica, nuovo mutualismo

Ogni iscritto deve diventare protagonista attivo, ogni luogo di lavoro nodo di rete. 

La decisione collettiva nasce dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. 

Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. 

Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.

Conclusione: il sindacalismo che verrà

Il futuro del sindacalismo (ma in parte anche della politica e dell’associazionismo) non è la semplice sopravvivenza. Il quieto sopravvivere. 

Per restare rilevante, deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. 

Solo così il sindacato: “fare, essere giustizia insieme” potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.

Di questo le Associazioni Prendere Parola e Sognare da Svegli, insieme a tanti amici e amiche, discuteranno in forma aperta a Firenze, il prossimo sabato 31 gennaio, tutta la giornata, sulle colline che, dal capoluogo toscano, città di Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani, portano a Fiesole. 

Sulle orme anche di Padre Balducci, in un luogo di incontro, sapere condiviso, apertura internazionale di pace e giustizia.

Tutte le informazioni e il programma sono reperibili sui siti internet: www.prendereparola.itwww.sindacalmente.org, www.il9marzo.it, www.fiesolebarbiana.blogspot.com 

Savino Pezzotta, Presidente Associazione Prendere Parola

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli

 

venerdì 23 gennaio 2026

IL SOGNO DELLA FIM CISL DI MILANO E DI RADIO POPOLARE: L'ANOMALIA E IL "CORAGGIO DI VOLARE".

Nella mia mente è impressa un'immagine che ho ricavato ricostruendo le registrazioni di Radio Radicale del congresso confederale Cisl del 1989 (quello che il sociologo cislino milanese Gian Primo Cella, all'epoca, su una rivista della Cisl nazionale, Prospettiva Sindacale, aveva definito il congresso che: "sanciva la fine delle due anime (destra e sinistra interna) per proseguire, probabilmente, in un percorso...senz'anima").

Come ho già scritto altre volte, in quel congresso, Piergiorgio Tiboni (l'ala di "estrema sinistra") tornato, dopo la sospensione dei probiviri, dovuta al "caso Alfa Romeo", alla guida della Fim Cisl di Milano e Raffaele Bonanni, abruzzese, trasferitosi sindacalmente a Palermo (già carnitiano, ma già straconvertito ad un percorso conservatore che lo porterà, nel 2006, alla guida della Cisl post-pezzottiana, facendola aderire, adesiva, per dirla ancora con Cella, alla linea "Sacconi") intervennero, casualmente, uno dopo l'altro.

Non furono nè l'uno, nè l'altro, discorsi sinceramente memorabili; si avvertiva, anche allora, un enorme brusio di fondo, di quelli che si sviluppano inesorabili quando nei congressi non parlano i big e i delegati discutono di dove andare a mangiare a cena o, semplicemente, si salutano, ritrovandosi dopo tanto tempo.

Ho sempre pensato che quella Cisl, pur già in declino, rappresentasse plasticamente una splendida anomalia: tenere tutti dentro, con capacità di sintesi, da Tiboni a Bonanni, da Bonanni e Tiboni.

Una Cisl in cui ci si poteva prendere a sediate, si cominciavano ad usare i probiviri e i commissariamenti come clava (il 1991 con il licenziamento di Tiboni e il commissariamento della Fim di Milano è alle porte...), ma in cui permaneva un importante pluralismo politico e un'idea e una pratica di sindacato che, pur con risultati sempre più discordanti, aveva una radice, una cultura comune e condivisa.

La Cisl, secondo me, fin da Giulio Pastore e, soprattutto, Mario Romani è stata: "pansindacalista".

Non ci vollero Castrezzati e Carniti, no, per renderla una splendida anomalia, dentro aveva già tutto. Franco Castrezzati, Pierre Carniti, Pippo Morelli, Franco Bentivogli, etc. non fecero altro che (come peraltro hanno sempre rivendicato) mettere in pratica davvero le idee forza della confederazione.

Un tutto riassumibile con una sola, semplice, parola titolo di un libro di quanto Guido Baglioni era Guido Baglioni: "Il sindacato dell'autonomia". 

Basti dire che all'Ufficio Studi, con un ruolo quasi pari a quello di Mario Romani, si insediò un trotzkista e grande studioso come Franco Archibugi.

Negli anni Cinquanta del Novecento, non dopo il '68-'69.

Questa "splendida" anomalia e autonomia, per decenni (e nel 2025, da Gennaio a Luglio, ci ho provato anche io, rifondando e dirigendo i sette numeri del rinato: "Il Progetto") si è espressa, oltre che nella contrattazione e nelle mobilitazioni, nelle vertenze individuali come in quelle collettive, nelle riviste e nei media.

Se si riprende la rivista "carnitiana" Dibattito Sindacale, attiva negli anni Sessanta, si scopre un tesoro inesauribile, interessantissimo anche per le sfide, per le domande impellenti di oggi.

Ma se scavalliamo gli anni, incrociamo, persino gli anni Ottanta del riflusso, di Reagan e della Thatcher, dei minatori inglesi sconfitti, degli impiegati e quadri Fiat, dei licenziamenti di massa all'Olivetti (passati sotto silenzio sindacale...), troviamo altri tesori.

Perchè la "tiboniana" rivista Azimut altro non è stata che un ulteriore tesoro, pansindacalista, certo, attento ai problemi dei diritti, della democrazia e della rappresentanza in tutto il mondo certo, ma radicato in una riconoscibilissima cultura sindacale cislina (checchè ne abbia detto, infelicemente un Guido Baglioni irriconoscibile in più tarda età...)

Ma non ci furono solo le riviste (anche prettamente sindacali e di vertenze, ricordo, solo come esempio; "Lavoro '80").

A Milano, a partire dal 1975, ci fu anche un'esperienza enorme, bellissima, con le sue contraddizioni e deviazioni, arrivata fino ad oggi: Radio Popolare, nata proprio grazie al contributo di idee, denaro e uomini (pensiamo allo storico direttore Biagio Longo) della Fim Cisl di Milano.

 

Non fu una bizzarria tiboniana, anche a Torino, la Fim e la Cisl, promossero una radio "pirata", una radio libera, di quelle che piacciono tanto a Luciano Ligabue e che, pur nella istituzionalizzazione inevitabile delle frequenze che ci fu, ci fanno pensare, ancora oggi, alle lotte, alla musica, al vino, alla notte, alla libertà emancipante, appunto.

Fino a domenica 25 gennaio a Milano, alla Fabbrica del Vapore, va in scena la mostra dei cinquant'anni di Radio Popolare, tutt'ora orgogliosamente viva e vegeta, anche se un po'  più educata, ordinaria, diremmo.

Io alla mostra ci sono stato martedì scorso e, posso dire, che, pur non essendo perfetta, vale proprio la pena di visitarla.

Ma quali furono i valori, le voci, le parole che, anche grazie alla Fim Cisl (e, in parte alla Cisl) di Milano, Radio Popolare diffuse in quegli anni ruggenti?

 

"La Fim di Milano - mi ha raccontato Piergiorgio Tiboni in un'intervista pubblicata nella mia rubrica sindacale su Adapt e poi nel libro edito da Giuffrè: "A tu per tu con il sindacato" - è stata un’esperienza straordinaria  avviata  da  Pierre  Carniti,  e  poi  proseguita  da  altri  dirigenti  sindacali  come  Bruno  Manghi,  che  aveva  come  caratteristica  una  grande  apertura  a  quello che di nuovo si muoveva nella società. 

I  quadri  della  Fim  di  Milano  arrivavano,  ad  esempio, dalle lotte studentesche, oltre che dai luoghi di lavoro.  Fu  un  grande  laboratorio.  

Quell’esperienza  - continuava Tiboni - esprimeva anche un modo non burocratico di vivere  il  sindacato,  la  delega  era  ridotta  al  minimo,  gli  obiettivi  tenevano  aperte  prospettive  non  solo  di  tutela  immediata,  ma  anche  di  cambiamento  dei  rapporti di potere che ci sono nella società. 

Non volevamo semplicemente “abbattere il capitalismo”,  ma  avevamo  la  consapevolezza  di  poter  profondamente    migliorare    il    contesto    sociale    nell’ambito dei rapporti tra capitale e lavoro. 

È un’esperienza che io ricordo come positiva e che, a  mio  parere,  è  terminata  quando  non  si  è  voluto  più     accettare     il     pluralismo     reale     interno     all’organizzazione. L’esperienza della Fim di Milano era in larga parte anche  l’esperienza  della  Cisl  milanese,  non  si  fermava   a   una   categoria.   Era   anche,   in   parte,   l’esperienza  della  Fiom  e  della  Uilm  di  Milano.  

L’intervento  “normalizzatore”  colpì  tutte  e  tre  le  organizzazioni - concludeva la mia intervista il sindacalista lombardo - ovviamente  in  modo  eclatante  con  il nostro gruppo dirigente. 

L’esperienza,  nella  mia  visione,  fu  quella  di  un  gruppo che non accettò di adeguarsi alla linea politica  largamente  prevalente,  pur  non  mettendo  in  discussione l’unità dell’organizzazione, rivendicando un pluralismo di idee. L’antefatto  organizzativo  fu  lo  scioglimento,  a  livello sindacale, delle province per costituire i comprensori.   

Allora   la   Fim   di   Milano   aveva   oltre   52.000  iscritti,  era  la  più  grande  organizzazione  della Cisl nell’industria (...)

Un intervento normalizzatore che, ovviamente, colpì, senza distruggerla, ma allentando i rapporti, anche Radio Popolare.

"Radio Popolare - mi confidava Tiboni nel luglio del 2010 - corrispondeva all’esigenza di avere un  mezzo  di  informazione  indipendente.  Realizzammo un accordo con un’area molto ampia di organizzazioni,  dai  gruppi  della  sinistra  extraparlamentare,  a  pezzi  della  Cgil,  ad  altri  e  organizzammo l’idea di una forma nuova di comunicazione. 

Il  progetto  venne  presentato  da  Piero  Scaramucci,  ma  lo  discutemmo  insieme.  Tentammo  anche  di  realizzare una televisione, ma per una serie di motivi  (tra  cui  il  mancato  accordo  con  Dario  Fo)  la  cosa non andò in porto. Decollò  invece  la  radio  che  aveva  una  redazione  autonoma, e veniva gestita in forma cooperativa..."

La mostra, pur senza valorizzarlo troppo, riconosce il ruolo del sindacato e, in particolare, della Fim Cisl di Milano nella fondazione di questa storica Radio.

Quello che fa amaramente sorridere è che, se è vero, che Tiboni fu prima sospeso per motivi politici (anche se con enorme strumentalità) legati alla vicenda della privatizzazione e svendita alla Fiat dell'Alfa Romeo, fu poi licenziato e con lui allontanati un'enormità di delegati, prendendo a pretesto problemi economici.

Che c'erano per carità, ma che furono usati strumentalmente per cancellare un'esperienza di punta che resisteva con grande dignità e caparbietà.

La splendida anomalia nell'anomalia (la Fim Cisl di Milano nella Cisl) fu, infatti, distrutta, stracciata, almeno nella confederazione e nella federazione nazionale di categoria, con l'accusa di aver: "investito troppo in... cultura".

Azimut e Radio Popolare furono la pietra dello scandalo.

Aver pensato troppo e averlo fatto in maniera troppo innovativa, non erano lussi che, alla vigilia della concertazione e dei sanguinosi accordi di luglio del 1992, che portarono alle dimissioni (poi ritirate) dalla segreteria generale della Cgil di Bruno Trentin, ci si poteva, ancora, concedere.

Ma di lì nacquero prima la Flmu e poi la Cub, proprio di fronte alla storica sede della Cisl di Milano, in Via Tadino, abbandonata definitivamente, ironia della storia, in questi ultimissimi giorni.

Da quell'altro lato di Via Tadino, da uno dei primi negozi biologici della storia del nostro paese, la storia ha ricominciato a ritrovare, pur tra mille difficoltà e tornanti, il: "coraggio di volare".

Sempre calabroni ostinati.

Sempre paradossi, in una società frammentata, che, troppo spesso, appare senza sogni.

Sempre ostinati e contrari.

Contrari non ai sogni, ma al calpestarli.

Come è, invece successo, ahimè, con l'anima "sindacale" e cislina di Radio Popolare.

E non solo.

Francesco Lauria