venerdì 23 ottobre 2026

"MA C'E' SPERANZA PER NOI?" GAIA ORLANDINI, GIOVANNI CAPECCHI, FRANCESCO E CHIARA, VON WEIZSACKER, EL ALAMEIN. E, APPUNTO, NOI.

Mi sono profondamente, intimamente interrogato, in questi giorni, in queste ore, sul senso della "gloriosa" sconfitta di El Alamein.

Pistoia è stata, per carità pacificamente, invasa, da ogni lato, dalla Folgore, dai paracadutisti, dagli ex paracadutisti.

Il prode sindaco Giovanni Capecchi, quello che ricordava un po' strumentalmente in campagna elettorale di essere cresciuto facendo, in famiglia, obiezione di coscienza e fiscale alle spese militari, è, di fatto, scomparso.

Capecchi, che nelle situazioni complesse, come hanno rilevato in tanti (vedi questione dei "bambini mai nati", ma anche la mia personale vicenda) svanisce sempre come neve al sole, ha lasciato la cerimonia allo stadio Melani con la Folgore e le scuole alla vicesindaca, la sempre brava anche in contesti difficili Stefania Nesi (quanto spesso io sbaglio le mie valutazioni, in senso positivo o negativo sui politici!).

Ha, invece, consegnato al fidatissimo assessore Riccardo Trallori il presidio della tardiva, ma opportuna espiazione di Palazzo di Giano, dove si è tenuto un più contenuto convegno per gli studenti, utile e interessante, con la funzione di aggiustarsi un po' la coscienza e di "riequilibrare" la rievocazione militare dei parà.

Qui il link ai lavori (che iniziano al minuto 12 e 15 secondi...) https://www.facebook.com/share/v/1CBDXsd3PV/

Il sindaco, novello Walter Veltroni dell'allora sfortunato "ma anche", ha concesso il patrocinio un po' a tutti, ci mancava solo il dittatore egiziano, responsabile almeno morale dell'omicidio di Giulio Regeni, Al Sisi, ma chissà, diamo tempo al tempo...

Il senso degli ottantaquattro anni da El Alamein è quello del saperli contestualizzare, sono in piena consonanza con lo storico Francesco Filippi, incolpevole e bravissimo relatore principale della faccia "de sinistra" della poliedrica Giunta Capecchi, quest'ultimo uomo davvero per tutti i fiumi e tutti i mari, come diceva una canzone.

Non possiamo prescindere dal tempo e dallo spazio di quel 23 ottobre 1942: quando, per fortuna, fascisti e nazisti hanno perso di fronte alle truppe inglesi ed indiane, fermando, di fatto, la loro avanzata sul fronte Sud nell'impero britannico.

C'è forse un aspetto non pienamente compiuto nella ricostruzione di Filippi: se è vero, infatti, che le truppe nazifasciste guidate da Rommel fossero senza alcun dubbio neocoloniali, certamente coloniali, in Egitto, lo erano anche l'Impero e l'esercito britannici.

La battaglia va poi ricordata come effettivamente fu e andò e per me non è corretto dire che, come afferma, invece, il motto autoconsolatorio di El Alamein, per me farlocco e passato interessatamente alla storia: "mancò la fortuna, non l'onore".

La vera verità, come affermarono, con amara ironia, negli anni successivi molti reduci della battaglia, fuori dalla retorica che ha inquinato anche l'Italia repubblicana, e come ha ricordato anche Filippi, ieri nella sala del Comune di Pistoia, è che invece: "mancò la benzina, non il calore".

I fanti italiani furono, infatti, mandati al macello dai comandi nazisti, cui l'esercito italiano si era inginocchiato.

E i circa 5000 - 5500 caduti sono il prezzo umano, enorme, cui dobbiamo rispetto infinito, di quella che fu, però, per l'umanità, senza alcun dubbio, una opportuna, auspicata, auspicabile sconfitta.

Sono rimasto, quindi, colpito dalle parole di Gaia Orlandini, da poco tempo segretaria provinciale di Gioventù Nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia.

Qui il suo video di ieri: https://www.facebook.com/reel/29831422309778861

Gaia è una giovane donna di vera e autentica passione politica, non una passante.

Perciò sentirla esporre tutta una retorica nazionalista e bellicista che mi pare persino datata, mi ha fatto male e preoccupato, per volendo io intavolare con lei e con altri, un dialogo franco, senza patenti di verità o, peggio, di presunta superiorità morale della sinistra.

Da pacifista radicale, da obiettore, ovviamente, l'esibizione delle armi, anche al mercato, con il patrocinio della Giunta pseudopacifista a targhe alterne di Giovanni Capecchi, non mi ha proprio convinto.

Non pretendo di convincere nessuno, nè di imporre le mie idee ad altri/e, ma per me gli unici fucili utili sono quelli spezzati non quelli lucidati ed esposti, magari alle scolaresche.

Questo non toglie che in limitatissimi e precisi contesti storici (vedi la Resistenza, che, però, è stata, soprattutto, una grande esperienza popolare di lotta disarmata...) si possa imbracciare un fucile: "non per bellezza".

Ma è un'extrema ratio, non certo la terribile e inquietante, interrogante normalità di questi tempi bellici e militarizzati.

Tutto questo vale anche per la violenza di piazza che oscura le ragioni delle proteste e che, almeno per me, non è mai e sottolineo mai nemmeno lontanamente giustificabile.

Nell'ottavo centenario della morte terrena di San Francesco d'Assisi, leggendo un libretto come sempre bellissimo di Don Luigi Maria Epicoco: "Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna" ho provato a fare un passo avanti.

Che dedico, in particolare, a Gaia Orlandini, nell'ottica di un dialogo franco e amichevole, spero non di un monologo.

Rispetto a Giovanni Capecchi so, purtroppo, lo scrivo davvero senza astio, ma con un minimo di verità, che sono, invece, parole nel deserto, manco ci trovassimo, davvero, ad El Alamein.

Scrive Epicoco, riferendosi al giovane Francesco: "Fermiamoci un istante: c'è un momento in cui questo ragazzo nella sua crisi riesce a tornare dentro se stesso. 

Nella vita di Francesco perdere la battaglia contro Perugia (vedi le coincidenze della vita, altra sconfitta militare e città che, per varie ragioni, in questi tempi contemporanei, si intreccia con Pistoia...) lo costringe al carcere per un anno e questo fallimento e questa sosta forzata lo costringe a fare i conti con se stesso, con la propria interiorità.

A questo periodo di prigionia si aggiunge un periodo di malattia che tocca il suo corpo.

Quando noi incrociamo queste cose nella vita le chiamiamo "disgrazie", ma in realtà quello può essere il momento in cui - come san Francesco - si può cominciare a invertire la rotta, ad accorgersi che tutto quello che si stava cercando fuori di sè in realtà esiste, ma è dentro di noi. Francesco non lo comprende come un'illuminazione che a un tratto gli cambia le cose, ma lo comprende un po' alla volta, a tentoni (...)

Continua, più avanti, il giovane sacerdote abruzzese:

"Come mai questo è importante? Perchè non esiste vita umana che non contempli il trauma di una disgrazia, di un imprevisto"".

Tutto questo a San Francesco avviene nel mondo, non solo in se stesso.

Gaia, a partire dalle sconfitte, dal dolore, dalla morte e dalla guerra può davvero iniziare un percorso diverso, differente di rinascita, di democrazia, di Pace. 

Quando è che San Francesco compie il suo giro di boa?

Ce lo dice ancora Don Luigi Maria Epicoco:

"San Francesco vive un incontro, anzi due! Il primo è l'incontro con il lebbroso, e, successivamente, con la parola del Crocifisso di San Damiano, l'incontro con le macerie di questa chiesetta e di questa immagine sacra: "Francesco vai, ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina". 

L'incontro con la lebbra, con il lebbroso, non è semplicemente un'opera di misericordia che Francesco fa scendendo da cavallo (e andando oltre l'immagine del "maschio, guerriero, generoso e trionfante", aggiungerei io...), ma va incontro a quest'uomo, gli dà un abbraccio, un bacio di pace..

La lebbra - continua Epicoco - è una malattia contagiosa, non bisognava fare in nessun modo come Francesco ha fatto".

Che cosa significa per noi, oggi, a ottantaquattro anni da El Alamein, a ottanta dal voto anche alle donne, per la Repubblica e per l'Assemblea Costituente, in questo tempo, lo ripeto, ANCHE di buio, morte, violenza, guerra?

C'è Speranza per noi?

Gaia, scrive ancora Epicoco:

"Quando incontri una tribolazione, un male, una disgrazia e tu sei costretto a fare i conti con te stesso, a essere in compagnia di te stesso, (come, aggiungo ancora io, certamente lo sono stati non solo i caduti di El Alamein, ma anche i tanti prigionieri italiani, detenuti in pessime condizioni dagli inglesi nel deserto) questo non porta gioia, ma disperazione (...)

Vedendo solo i nostri difetti, le nostre sconfitte, scrive Epicoco: "siamo dei lebbrosi che non accettano di essere dei lebbrosi".

E quindi: "Francesco abbracciando quest'uomo sta facendo pace con la sua lebbra, sta facendo pace con se stesso e questo lo traghetta in un'altra dimensione. Quindi non basta tornare dentro noi stessi perchè noi potremmo tornare dentro noi stessi e stare dentro noi stessi in maniera malata".

Ed è per questo che, tornando al nostro contemporaneo, al nostro rovente 2026, noi non siamo solo una "cosa" da aggiustare, ma una persona da accettare, innanzitutto.

Occorre fare pace con noi stessi, così come avvenne nel 1985 in Germania Ovest, lo ha ricordato Filippi ieri durante il convegno in Comune.

Per te Gaia che sei un frutto giovane degli anni Duemila, il 1985 è un tempo lontano. A metà, esattamente, tra noi oggi ed El Alamein.

Mi riferisco al celebre discorso del Presidente della Germania Ovest, Richard von Weizsäcker, pronunciato l'8 maggio 1985 davanti al Bundestag, in occasione del 40° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa.

Questo discorso è passato alla storia come una pietra miliare della memoria collettiva, soprattutto tedesca per alcuni motivi:

Von Weizsäcker introdusse, del tutto a sorpresa, il concetto nuovo per la Germania Ovest, di: "giorno della liberazione": per la prima volta in modo solenne e ufficiale da parte di un leader conservatore (conservatore come te, Gaia...), l'8 maggio 1945 (la resa incondizionata della Germania nazista) non venne definito come il giorno della "sconfitta" o della catastrofe nazionale, ma come un giorno di liberazione dalla tirannia del nazionalsocialismo. Lo sbarco in Normandia degli Alleati ne costituì la premessa militare fondamentale. 

Il Presidente tedesco, cui fece ulteriormente eco venti  anni dopo l'altrettanto conservatrice Angela Merkel, si assunse una grande responsabilità storica e il superamento del tabù.

Von Weizsäcker ruppe il silenzio su molti aspetti del passato, affermando chiaramente che chiunque in Germania avesse voluto informarsi all'epoca sapeva dei treni e delle deportazioni degli ebrei, respingendo l'idea di una totale ignoranza collettiva.

Fu un discorso ridefinì l'identità storica tedesca, contribuendo a far guadagnare alla Germania la fiducia internazionale necessaria per la successiva riunificazione del 1990.

Tu Gaia, non eri ancora nata e di parecchio, perchè in campagna elettorale hai ricordato più volte di essere la candidata più giovane di Fratelli d'Italia, essendo nata nel 2003.

Ma io, bambino, me lo ricordo bene, come fosse ora, il respiro, il suono e il sapore della Speranza, quando il violoncello del maestro Rostropovich suonava, in un istante immenso, infinito, indelebile, mentre crollava il muro di Berlino, con le sue sofferenze violente, con l'intrusione perversa. traditrice dello Stato del socialismo reale, la Ddr, nelle "vite degli altri".

Abbiamo gioito Gaia, del superamento definitivo del socialismo reale, ma abbiamo anche creduto e, almeno io, ci credo ancora, ogni giorno, anche nel superamento strutturale del capitalismo, dell'economia dello scarto, un'economia che uccide e distrugge noi ed il pianeta, l'unico che abbiamo.

C'è stato chi parlò, sbagliando in pieno, un po' come io rispetto all'attuale sindaco di Pistoia, almeno fino a tre giorni prima del voto di maggio, di: "fine della storia".

E allora, qui unifico El Alamein, San Francesco e l'ottica tedesca sulla fine della Seconda Guerra Mondiale, noi dobbiamo, proprio, ripartire dalle sconfitte.

Non per santificarle, ma per uscire da noi essendo, riscoprendo pienamente chi noi siamo, anche in divenire.

Perchè noi siamo interi, anche con le nostre ferite e le nostre battaglie, ma non immobili.

El Alamein ci insegna, innanzitutto con i suoi tanti morti, non solo quelli italiani, che nell'insocievole socievolezza della nostra magnifica umanità, c'è posto per la Pace, per la riconciliazione, per l'accoglienza, per il perdono, per la nonviolenza, per la cooperazione, per il diritto, per la giustizia riparativa, per la ricerca della verità, non per le armi, pur gloriose, anche se senza carburante, non per la guerra.

E allora Gaia, proprio come Francesco e Chiara, ad Assisi, occorre spiritualmente e politicamente, vivere, testimoniare, annunciare la forza dolce della Pace.

Perchè i santi, ce lo ha ricordato benissimo Papa Francesco, non sono altro da noi, siamo noi.

Tutti noi (vabbè quasi :-) )

La traccia indelebile di Francesco e Chiara, oltre ogni anniversario, che può essere anche tradimento, se non ben gestito, è proprio la loro umanità.

Il loro essere terra e cielo, tanta terra, non solo tanto cielo.

E' dentro questa normalità Gaia, che è accaduta la straordinarietà della loro storia, tra gratitudine e rivoluzione.

Non lo so, come prenderai questa lettera Gaia.

Consideralo, davvero, è una preghiera, non un obbligo, come il potenziale inizio di un dialogo.

Che, mi hanno insegnato, è soprattutto, nella sua normalità, uno stupendo, magnifico, unico e molteplice, strumento di Pace.

Una nota o, se preferisci, uno spartito da provare a suonare insieme.

Con stima autentica, ma insieme fraterna ricerca della Verità,

Francesco Lauria

P.S. La Vita è "l'uragano più bello". 

Accettiamo l'imperfezione, astri imprudenti, raccogliamo le lacrime, senza sfuggire all'altro/a, senza avere timore, proprio come non lo ha Rosalia in questa canzone dedicata a Santa Chiara in dialogo con San Francesco, di: "piangere diamanti e di far tremare, nella Grazia e d'Amore, tutta la Terra.

Link: https://www.youtube.com/watch?v=eUgcMXYvVxA&list=RDeUgcMXYvVxA&start_radio=1

giovedì 22 ottobre 2026

"NON UNA DI MENO". LA VIOLENZA (POLITICA?) E IL PROCESSO (DEL LAVORO). "MANIFESTO". Prima parte...

Esattamente a un anno (23 ottobre 2025), dal mio licenziamento subito dalla Cisl nazionale, peraltro con carattere incomprensibilmente retroattivo, dopo circa venti di anni di impegno, lavoro e passione, mi sono chiesto che cosa potessi scrivere ancora, senza ripetermi e senza risultare autoreferenziale.

Mi sono detto, intanto, che occorre guardarsi non i piedi, ma essere attenti, vigili, empatici rispetto a quanto avviene intorno a noi, in questi furiosi e roventi anni Venti del Duemila, nel tempo della c.d. "psicopolitica".

E allora ripartiamo, ahimè, dalla (mai giustificabile) violenza e dalla risposta repressiva da parte delle istituzioni di questi giorni e di queste ore.

Consiglio, su questo, di ascoltare, attentamente e senza pregiudizi, il video di Giacomo Poretti, il componente con i baffi del famoso trio Aldo, Giovanni e Giacomo, sugli scontri violenti in piazza a Milano di questi giorni.

È bene ascoltare direttamente la sua voce, ma, in sintesi, che cosa ci vuole comunicare Giacomo?

Il comico milanese non esprime alcun giudizio sommario sui giovani e sui fatti convulsi e gravi che sono avvenuti; non è, per fortuna, un Bruno Vespa qualsiasi.

Poretti, dopo i fatti di Milano, ovviamente nello sconcerto per i bambini, per i giovanissimi adolescenti coinvolti e fermati, racconta, invece, la sua esperienza, anche lui da adolescente, nei gruppi extraparlamentari di estrema sinistra e del suo rapporto personale e vissuto collettivo rispetto alla violenza.

Ci parla, poi, del rapimento di Aldo Moro e del suo accorgersi che proprio la violenza politica che, in alcuni gruppi, veniva teorizzata e praticata, a sinistra come a destra, non avrebbe portato da nessuna parte.

Perché colpire il “nemico” non porta a nulla.

“Allora e anche adesso - ci dice Giacomo - mi sono convinto e accorto che siano necessari il dialogo, l’approfondimento, la fatica del confronto anche aspro, ma che la violenza ne porta solamente dell’altra e basta”.

Eco qui il link diretto del filmato, tratto dal canale Youtube e Facebook di Famiglia Cristiana: https://www.facebook.com/reel/1515647780394759

Sembra che non c’entri nulla (ma non è così…), ma in decine, dal minuto uno della fine dell’udienza del Tribunale del Lavoro di Firenze dello scorso 21 ottobre, mi hanno chiesto notizie, anche con insistenza, su come sia andata e che prospettive abbia la mia triplice causa di lavoro contro la Cisl nazionale.

Un procedimento, quello contro la Cisl oggi guidata da Daniela Fumarola, che, paradossalmente, indirettamente, ma obbligatoriamente, è un po’ come una causa “contro” metà della mia vita, o quasi…

Cosa che non mi succedeva più dalle scuole medie inferiori (e peraltro per ben altri motivi...), il 21 ottobre scorso ho trovato persino un bigliettino cartaceo e anonimo (per fortuna di incoraggiamento e sostegno) nella mia cassetta della posta...

L'articolo "C'è di più" che ha raccontato e re-introdotto la mia vicenda, di cui ho parlato poco e molto meno negli ultimi sei mesi rispetto a prima, ha avuto davvero tante visite sul mio blog, oltre ai social o altri siti che lo hanno, in toto o in parte, ripreso…

Chi volesse, con tanto di omonima canzone di Nek, lo ritrova a questo link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/10/ce-di-piu-le-mani-tese-di-g-e-il-fine.html

A un anno esatto dal mio infame, gravatorio, illegittimo, politico, discriminatorio, direi incredibile e paradossale licenziamento (più o meno come da impugnazione) per “ingiusta causa”, provo a rispondere, in maniera non autoreferenziale, ma generale, alle curiosità (o al sincero interesse sindacale e civile), senza essere elusivo, ma rispettando alcuni miei liberi impegni di riservatezza.

Sono passati quasi ormai diciotto anni da quando, con il Dipartimento delle Politiche Mercato del Lavoro della Cisl nazionale (segretario confederale Giorgio Santini) e l'omologo Dipartimento Politiche Organizzative (segretario confederale Paolo Mezzio) lanciammo un seminario nazionale sul tema della riforma del processo del lavoro, introdotto in Italia, con la “stagione dei diritti”, nel 1973 (in contemporanea con le 150 ore per il diritto allo studio che, però, lo ricordo non furono normate da una legge ad hoc, ma costituirono una conquista contrattuale, partita dai metalmeccanici e velocemente estesa a tutto il mondo del lavoro, privato e pubblico…)

Era il novembre del 2008 e il seminario si sarebbe, di lì a poco, tenuto a Roma, presso l'Auditorium di Via Rieti, il 9 dicembre dello stesso anno.

Gli atti, riveduti, rivisti ed ampliati, sono stati pubblicati, dalla Cisl e da Edizioni Lavoro, in un volumetto, credo ancora utile e prezioso, a cura mia e di Marilena Sias, intitolato: “Il processo del lavoro. Spunti di riflessione su una possibile riforma”.

Non si trattava di un'iniziativa estemporanea, proprio come si leggeva nell’intervento di apertura del segretario confederale Giorgio Santini (cui ovviamente avevo fortemente contribuito), intitolato: “Regole nuove per contrastare la deregulation”.

Il tema, sottolineava Santini, e io con lui e per lui nelle aule di formazione e nelle sedi sindacali in molti luoghi d’Italia, era trovare un equilibrio avanzato tra: “diritti ed efficacia”.

Il quarto Governo Berlusconi, memore dell'insuccesso del suo precedente attacco frontale all'articolo 18 della stagione 2001-2003, del più di un milione di cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici in piazza a seguito della sola Cgil di Sergio Cofferati, ma anche del successivo ricompattamento sindacale che si era realizzato con la Cisl di Savino Pezzotta e la Uil di Luigi Angeletti, con tanto di scioperi generali comuni, aveva deciso di intraprendere una strada diversa, più complessa, ma potenzialmente politicamente più accorta, per ottenere i propri scopi di indebolimento della parte già debole nel rapporto di lavoro (il lavoratore ovviamente…)

Il tema della riduzione del contenzioso in materia di lavoro (anche per la questione dei tempi e delle spese di giustizia) e della valorizzazione delle azioni extragiudiziali, c'era tutto, non era inventato, ma solo utilizzato strumentalmente dal Governo e dalla maggioranza di centrodestra.

Spese e tempi della giustizia del lavoro, insieme, ovviamente, all’inversione dell’onere della prova che è, almeno su alcuni temi, a carico del datore di lavoro, non del lavoratore, sono tra i capisaldi, non solo in Italia, della giustizia del lavoro, insieme ai percorsi extragiudiziali, come conciliazione e, soprattutto nei paesi anglosassoni, arbitrato, compreso il delicato giudizio “per equità”.

Scriveva Santini (e io con lui…): “Le trasformazioni della società e dell’economia, nella regolazione del mercato del lavoro, nei modelli industriali e nell’organizzazione stessa del lavoro, sono l’elemento cardine per analizzare le conseguenze che tali trasformazioni hanno comportato nell’intero sistema delle relazioni di lavoro, di cui il processo e le controversie di lavoro sono un aspetto e un indicatore importante”.

Continuava il contributo programmatico e progettuale: “L’evoluzione del lavoro e della sua organizzazione è un percorso complesso: oggi assistiamo alla diluzione delle grandi identità collettive, mentre i conflitti e la rappresentanza tendono a frammentarsi insieme alle imprese. Questa evoluzione e queste nuove contraddizioni non devono annullare il percorso e le conquiste del processo di modernizzazione”.

Il tema, come sempre, era l’effettività e non la mera forma e consistenza solamente teorica dei diritti e delle tutele.

C’era un ulteriore punto della relazione che avevo preparato con Giorgio Santini che mi preme ricordare ed è quello finale (e non mi ero ancora sposato, pur provvisoriamente, con una espertissima responsabile di Uffici Vertenze Cisl...)

“Gli Uffici Vertenze della Cisl sono un punto di riferimento importante per queste e per tutte le altre problematiche emergenti dal multiforme sistema dei lavori nel quale oggi si esprime la potenzialità e il cambiamento del nostro apparato economico. È del tutto evidente che il problema della vertenza e del contenzioso individuale, nel rapporto di lavoro, sta diventando, se non è già diventato, un tema non più residuale nell’attività del sindacato”.

C’è, in nuce, nella frase finale, presentata anche come documento nel congresso confederale nazionale del 2009, il percorso di ricerca, soprattutto internazionale relativo ai c.d. “servizi collettivizzanti” che ha caratterizzato successivamente il mio operare scientifico nella Cisl e non solo, negli ultimi otto anni, in particolare con il progetto europeo Breakback, realizzato insieme a numerose Università internazionali e Centri di ricerca europei.

Le (pur provvisorie) conclusioni del progetto sono riscontrabili su pubblicazioni scientifiche anche internazionali (ad esempio la rivista Transfer, promossa dalla Confederazione Europea dei Sindacati) e, in italiano e in inglese, sul sito www.breackback.cisl.it . Senza dimenticare i contributi sempre scientifici (come ricordo sempre a una delle mie avvocatesse pistoiesi, sono un ricercatore non un saggista!) in diversi libri collettivi e sulla rivista della Fondazione Giacomo Brodolini: “Economia & Lavoro”.

Credo, senza autocelebrarmi, di aver influenzato su questo tema, almeno un po', diversi ricercatori e formatori sindacali, presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze e non solo in ambito Cisl.

Affermavamo sia al seminario nazionale che in occasione del congresso confederale Cisl del 2009 svoltosi, come di consueto, al Palazzo dei Congressi dell’Eur:

“Bisogna dunque operare attivamente per far crescere e rafforzare il rapporto diretto tra sindacato e lavoratore, non solo per precisare e definire l’ambito del contenzioso nei rapporti di lavoro, ma soprattutto per estendere l’ambito del proselitismo con la pratica delle politiche sociali e di servizio di cui il sindacato deve diventare sempre di più il promotore e l’organizzatore”.

In realtà non inventavamo nulla di nuovo: nella nascita e nel rafforzarsi del sindacato libero negli anni Cinquanta, come ho spiegato forse mille volte (magari anche di più) nelle aule di formazione sindacale italiane ed europee (e in qualche caso anche extraeuropee, penso all’Ilo e all’Etf a Torino…) il ruolo degli uffici vertenze individuali era risultato fondamentale non solo per la tutela dei diritti, ma anche per i progressivi processi di sindacalizzazione di massa.

Il sindacato libero e progressivamente autonomo (l’autonomia anche formalizzata del sindacalismo italiano dai partiti si ottiene non con il Secondo Dopoguerra, ma solo a partire dal famoso congresso nazionale Cisl del luglio del 1969, noto, un po’ sommariamente, come quello del: “Potere contro potere”, tenutosi alla vigilia dell’autunno caldo e prima dell’adozione dello Statuto dei Lavoratori) si fondava, infatti, nella debolezza e frammentarietà della legislazione sul lavoro e sulla rappresentanza, nella non completa applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, su due pilastri iniziali.

Parliamo  della tutela, in particolare attraverso gli uffici vertenze sindacali, dei diritti individuali e della contrattazione collettiva, ovviamente prima nazionale e, solo in alcuni settori, territoriale e poi, solo dalla fine degli anni Cinquanta del Novecento, anche aziendale.

Nel libretto di riflessione sulle possibili riforme del processo del lavoro che, unico tra le mie pubblicazioni, ho brandito e citato durante l’udienza del 21 ottobre scorso (ho ovviamente ancora tantissime frecce intellettuali nel mio arco e nei miei borsoni…potremmo vederne davvero delle belle nelle prossime udienze in aula…) c’è anche uno specifico contributo solo a mia firma.

In quel testo, intitolato: “Un percorso legislativo complesso”, ho affrontato, anche in chiave storica, sulla scia del giuslavorista De Luca Tamajo, la questione della valorizzazione dell’autonomia collettiva di fronte all’innegabile processo di flessibilizzazione del rapporto e del mercato del lavoro, sia in ambito privato che pubblico.

Ricordavo, ovviamente e ancora una volta, i sempre validi principi cardine della Legge 533/73 che ha introdotto l’allora “nuovo” processo del lavoro in Italia: celerità, concentrazione e riconoscimento al giudice di ampi poteri istruttori, inversione dell’onere della prova, esecutorietà delle condanne a carico del datore di lavoro, etc.…

Ho sempre pensato che la memoria, senza nostalgie ed ingessature, le "radici", siano davvero fondamentali per il divenire e le "ali" delle giovani e future generazioni...

Citavo inevitabilmente la “crisi” del processo del lavoro nel nostro Paese e i risultati della “Commissione Parlamentare Foglia” (2001), mettendo in evidenza la sofferenza del processo del lavoro nel contesto più generale della sofferenza del processo civile e l’insoddisfacente resa della conciliazione e dell’arbitrato, con, sul tavolo, anche la questione della conciliazione endogiudiziale (tentata dal giudice o dal conciliatore individuato tra quelli iscritti ad un apposito albo).

C’era poi, come noto, il tema del rafforzamento dell’arbitrato attraverso la possibilità di affidare il mandato arbitrale allo stesso conciliatore e la possibile creazione di un’azione sommaria tipica per tutte le ipotesi di tutela obbligatoria, con conseguente modifica del termine per l’impugnazione (che in diversi casi, anche in disegni di legge parlamentari, si voleva elevato a 120 giorni).

Il punto dirimente, almeno per me (che su questo ero, forse immeritatamente, referente nazionale), e, almeno in quella fase, anche per la Cisl, era quello di manutenere, non certo di smantellare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, facendo però fronte, come scrivevo nel mio personale contributo, anche alla: “scarsa effettività dell’ordine di reintegrazione e all’eccessiva durata del processo che rende sempre più difficile il reinserimento, dilatando enormemente l’entità del risarcimento del licenziamento illegittimo”.

Ovviamente questa era l’impostazione del centrosinistra e di Tiziano Treu mentre quella del centrodestra e di Maurizio Sacconi, un vero demonizzatore del conflitto, era, direi opposta, pur partendo dalle stesse innegabili problematiche oggettive.

Il centrodestra puntava, poi, un po’ ossessivamente, sulla certificazione dei contratti di lavoro e sullo spostare sui lavoratori, almeno in alcuni casi, le spese della lite.

Si proponeva poi l’incentivazione dell’arbitrato individuale con una questione delicatissima: l’introduzione per legge e/o tramite contrattazione collettiva, di clausole individuali (le famigerate clausole compromissorie) con cui, di fatto, il lavoratore rinunciava a parti importanti dei propri riconosciuti diritti, come quello di poter ricorrere pienamente in giudizio, accettando, sempre individualmente, una sorta di obbligatorietà dell’arbitrato, compresa la decisione secondo equità.

Sullo sfondo c’era, ovviamente, non solo l’arbitrato, ma anche il tema della obbligatorietà (o meno) e dell’effettività del tentativo di conciliazione, con del tutto aperta la questione del ruolo e del “potere” dei rappresentanti e dei conciliatori sindacali.

La cosa curiosa è che ero solo all’inizio del mio, anche personale, percorso su questi temi.

Il disegno di legge sull’arbitrato, il c.d. “Collegato Lavoro” cominciava allora il suo quasi infinito e controverso iter parlamentare.

Come è abbastanza noto, la vera pietra dello scandalo che causerà il rinvio alle Camere della Legge, da parte di un indignatissimo (e, in verità, prima di allora, sempre moderatissimo, riformistissimo) Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sarà la clausola compromissoria al momento dell’assunzione.

Rinunciare individualmente a molti dei propri diritti, articolo 18 compreso, in uno dei momenti di maggiore debolezza del lavoratore (appena prima dell’assunzione appunto) equivaleva di fatto, più o meno, alla pratica delle dimissioni in bianco, solo legalizzata e/o contrattualizzata.

Io, sempre sul filo del ruolo tra tecnico e politico, mi sarei opposto come un leone, ma non senza qualche inevitabile contraddizione organizzativa, alle successive tentazioni presenti anche in alcune parti della Cisl di smontare, a pezzi, l’articolo 18 (dove qualcuno, anche a livello apicale, ovviamente non Giorgio Santini, confondeva la sacrosanta e identitaria, storica preferenza dell’organizzazione per promozione di conciliazione ed arbitrato, con lo smantellamento, proprio a pezzetti e a macchia di leopardo, dei cardini e dei principi fondanti del processo e della legislazione del lavoro in Italia).

La vera questione, poi, come correttamente notava, sempre nel volume citato, il noto giuslavorista cislino Carmine Russo, grande esperto di lavoro pubblico, era quello non di mettere in competizione legge e contrattazione collettiva, ma come era avvenuto positivamente per lo Statuto dei Lavoratori del 1970, di farle quotidianamente cooperare, nei diversi ruoli e nelle diverse e intrecciate funzioni.

Arriveranno poi altre e complesse stagioni, altre e complesse risposte.

Ci sarà la famigeratissima lettera della Banca Centrale Europea (a firma Mario Draghi) che si occuperà sia dei licenziamenti collettivi che di quelli individuali.

Una lettera che io e Giorgio Santini, un po’ casualmente e non del tutto consapevoli, almeno in quel preciso momento, dell’importanza e della rilevanza politica di quel documento (era la fine di settembre del 2011, mio figlio Jacopo era nato a Pistoia da dieci giorni...), leggemmo insieme e in diretta, in forma cartacea, prima di una cena, dopo che lui era tornato, di corsa, da Palazzo Chigi.

Cose reali, ma da film…

Arriveranno, poi, Mario Monti e Matteo Renzi… (centrosinistra ricordalo!)

Ma questa è un’altra storia che, se lo vorrò, racconterò in seguito…

Intanto ritorno al 1973, anno, in Italia, dell'introduzione delle 150 ore e del nuovo processo del lavoro, ma, in Cile, purtroppo, del terribile golpe fascista del generale Augusto Pinochet.

Come feci nel 2020, all'interno del mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli", riprendo, debitore e riconoscente, Victor Jara e la sua canzone Manifesto, pubblicata proprio nel 1973.

Una canzone scritta da Jara poco prima di essere assassinato dalle infami, vigliacche pallottole del potere fascista, appena insediatosi, del generale Pinochet.

Perchè...

"Là dove tutto giunge,

e dove tutto ha inizio

un canto che sia stato coraggioso,

sarà sempre una canzone nuova".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Xyyu5AN_H0g

Francesco Lauria (fine prima parte...)

ANGELO, IL SINDACATO, LA CISL, CARNITI, I FUTURI, LA SINISTRA E LE TIGRI TAMIL. E DANIELA...

Devo dire che ho letto la notizia, sui social, per puro, purissimo caso.

Non sapevo nemmeno, come è anche comprensibile, che ieri, proprio mentre si svolgeva a Firenze la prima udienza del processo del lavoro da me intentato contro la Cisl nazionale, era in corso di svolgimento il consiglio generale nazionale della confederazione a Roma.

Alla fine, nella vita, e forse anche nel sindacato, bisogna girare pagina, concentrarsi a costruire bene il bene, il nuovo, l'inedito.

La sorpresa, l'incanto che, ovviamente, non prescindono mai, almeno per me, da una lotta nonviolenta, da un conflitto generativo e generatore.

La notizia è questa: Angello Marinelli, ieri a Roma è stato eletto segretario confederale nazionale della Cisl.

Romano, 54 anni, come ricorda la confederazione, è stato per molti anni coordinatore del Dipartimento Nazionale Democrazia Economica Fisco e Previdenza (di cui anche io nella terza delle mie cinque vite sindacali ho fatto parte...), successivamente dirigente nazionale della Cisl Funzione Pubblica, di cui era, da circa un anno, segretario generale aggiunto.

Questo ufficialmente è Angelo Marinelli.

Mi sono riletto i nostri scambi del 19 ottobre 2017 quando fu eletto nella segreteria nazionale della Cisl Funzione Pubblica, un percorso non inedito, ma abbastanza particolare per un tecnico quasi puro, pur di altissimo livello, come lui.

Angelo mi parlava, ovviamente, di contentezza (era stato il più votato), ma anche dell'essere frastornati, perchè una pagina nuova che si apre è anche un'altra pagina del quaderno della vita (e del sindacato, della Cisl) che si chiude.

Nello scorrere i nostri reciproci messaggi mi sono anche accorto che, a detta sua, da oltre nove anni, mi deve ancora una pizza, ma, sinceramente, non credo che ci sarà occasione, per ovvi motivi, di ottemperare a questa sua promessa.

Quello, però, che mi sento di dire è che sono contento, per lui e per la Cisl, per il sindacato in generale.

Anche se, ovviamente, non sento Angelo Marinelli da oltre un anno e, senza alcun dubbio, non lo sentirò nei prossimi di anni, io non posso dimenticare quello che imparato da lui e come, disinteressatamente, si è speso per me, cambiando, parlo di questioni lavorativo-familiari, in maniera importante e positiva, non posso ometterlo, insieme a Maurizio Petriccioli, ovviamente sulla scia di Giorgio Santini, la mia vita.

Ma, al di là della riconoscenza per fatti che risalgono esattamente a quattordici anni fa (settembre-ottobre 2012) quello che può essere rilevante pubblicamente è che, da ieri, la Cisl confederale ha un dirigente, tornato a casa, in Via Po 21, che, in particolare, ma non solo, su previdenza, responsabilità sociale delle imprese, fisco, democrazia economica, pubblico impiego non ha pari.

Sia da un punto di vista prettamente contrattuale, tecnico che, lo abbiamo visto negli ultimi nove anni, organizzativo e politico (al di là che, ovviamente, da un punto di vista sindacale, alcune scelte, come la firma di alcuni contratti pubblici, io non le abbia tecnicamente condivise).

Ricordo un aspetto notorio: Angelo Marinelli come me, affonda le radici nella sinistra cislina carnitiana (io lato Giorgio Santini, lui Pierpaolo Baretta, ovviamente le sinistre MAI sono unite! :-) e quindi credo di non sorprendere nessuno/a nel ricordare che abbiamo valori, radici, culture sindacali, idee forza, simili, anche se non identiche.

Questo senza settarismi inutilmente nostalgici e senza pensare, come magari facevo in passato, che le sinistre, sindacali e politiche, avessero sempre ragione a prescindere e che lo stesso Pierre Carniti, cui mi ha legato un affetto viscerale e una stima infinita e manifestamente da lui ricambiata, avesse, sempre, pure lui, ragione a prescindere.

Se si studia, se si entra nel profondo, si analizzano i contesti storici e sindacali si comprende, ad esempio, che esistono più Carniti nel fluire della storia, non solo della Cisl, non solo del sindacato, ma del nostro Paese.

E che anche il sindacato degli anni Cinquanta e Sessanta non era lo stesso degli anni Settanta, dei decenni successivi, degli anni Duemila, di oggi...

Se si è prima vissuti, per citare un libro di Piere nel "tempo della Speranza", poi bisogna affrontare, come sottolineava lucidamente Aldo Moro, anche il nostro tempo, con tutte le sue difficoltà.

E' stato un anno burrascoso, di grandi cambiamenti anche per Angelo Marinelli, non solo per me.

Mi dicono che, dopo una scelta, immaginio molto dolorosa, soprattutto sul piano personale, non solo politico-sindacale, lui sia stato davvero irreprensibile, corretto, mai ambizioso oltremisura, anche se è noto che i numeri, per la successione a Maurizio Petriccioli nella Cisl Funzione Pubblica, dopo le avvenute dimissioni del dirigente toscano che era stato, invece, riconfermato al congresso nazionale di Firenze, erano, non di poco, dalla sua parte.

Soprattutto io so che Angelo, che ha anche dei difetti (per esempio, magari è migliorato, ho visto poche persone ipocondriache come lui...) è una persona seria.

Da tutti i punti di vista.

Uno cui affiderei le chiavi di casa mia per quindici anni. Anche venti.

E' facile per me, è stato lui l'unico sindacalista invitato e presente al mio matrimonio,

E' anche stato quello che, quando mio figlio era piccolissimo e io lavoravo ancora a Roma, alla Cisl nazionale, mi ha ospitato, proprio quando vivevo in condizioni abbastanza precarie da alcuni preti di periferia.

Il neo segretario confederale Cisl mi ha accolto, allora, nel cuore della notte, a casa sua, dopo che gli avevo telefonato.

I preti si erano scordati di avvertirmi che avevano dovuto cambiare per un furto la serratura di un cancello ed erano, poi, andati presto a dormire.

Io ero rimasto fuori, tipo Calimero.

Sapevo bene che Angelo anche di sera tardi lo potevo chiamare, lui si addormenta non prestissimo, a differenza mia.

E che, nonostante allora russassi come un trattore, il divano di casa sua era a disposizione.

Per me, come per altri.

La vita, direi la Cisl, ci ha professionalmente separato e non scrivo queste cose belle per recuperare alcunchè, c'è stato anche molto silenzio in questi ultimi dodici mesi (domani è l'anniversario del mio ingiusto e ingiustificabile licenziamento).

Scrivo perchè ho imparato, anche soffrendo, che non servono vendette, non bisogna mai provare invidia o rancore.

E, sindacalmente, non faccio fatica a riconoscere che la Cisl, cui, per scelta, non appartengo più, nemmeno da iscritto, da oggi, in primissima fila, ha una figura di grandissimo valore sindacale.

Per capacità tecnica, affidabilità, passione e anche visione politica.

Non lo dico io, Angelo Marinelli lo ha, da trent'anni almeno, dimostrato sul campo, in ogni situazione, anche difficilissima, anche da posizioni interne di evidente minoranza (perchè la sinistra, anche nella Cisl, non certo per responsabilità di Angelo, è stata un po' come le Tigri Tamil nello Sri Lanka, un tempo forte, si è poi ridotta alle dimensioni di un campo da calcetto nella giungla...)

E quindi, sapendo bene che, questa volta, a differenza del 2017, non ci sentiremo io ad Angelo Marinelli faccio il mio in bocca al lupo.

Disarmato, autentico, direi anche ovvio.

E, lo devo, a denti strettissimi, riconoscere...

Daniela Fumarola fa ANCHE cose buone.

Mi fermo :-)

Francesco Lauria

martedì 20 ottobre 2026

"C'E' DI PIU'". LA PENNA E LE MANI TESE DI G. & G... IL FINE INTIMO E ULTIMO DEL SINDACATO: ESSERE INSIEME GIUSTIZIA (PREPARANDO L'UDIENZA A FIRENZE...)

«Il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita»

Simone Weil, "La prima radice".

Molti/e, anche giornalisti (non migliaia eh, sia chiaro...) si aspettano che io dica/scriva qualcosa in vista dell'udienza contro la Cisl nazionale, in programma domani mattina presso il Tribunale del Lavoro di Firenze.

Firenze, non Roma, visto che lo svolgimento delle mie mansioni è stato in ampia prevalenza, almeno negli ultimi tredici anni, non nei precedenti sette, proprio presso il Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole.

A Roma, invece si discuteranno la quasi totalità delle reciproche doglianze di livello personale relative ad alcuni dirigenti (diversi, almeno tre, pur dirigenti apicali, incredibilmente risultati, dopo i miei ricorsi ai probiviri, NON iscritti alla Cisl: Danilo Battista, Roberta Roncone, Andrea Benvenuti. Una cosa, davvero degna di un film tragicomico...)

 Su Firenze so che, per chi le ha, deluderò, invece, le aspettative.

Sto terminando di realizzare le controdeduzioni alle centinaia e centinaia di affermazioni temerarie, imprecise, incredibili, strumentali, false, imbarazzanti, contraddittorie, che sono contenute nelle novantadue prolississime pagine di difese della Cisl rispetto ai miei ricorsi (il plurale non è casuale).

Molto meglio di me, soprattutto su due temi fondamentali non legati alla mia persona, ma generali, relativi al ruolo e alla postura del sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici nella società contemporanea, è stato scritto ieri sul benemerito blog il 9 marzo. 

Ecco qui il link: https://www.il9marzo.it/?p=11430 ("Due parti in commedia sono troppe").

Sfido, invece, ogni scongiuro, citando un altro articolo, ancora più bello, scritto dalla stessa inconfondibile penna di giornalista di razza, mesi fa.

G. (nome vero), scrisse quelle parole, delicatissime, bellissime, quando io decisi, con la morte nel cuore, di rinunciare, dopo i primi sette scandalosi lodi, agli ulteriori ricorsi ai probiviri Cisl (confederali, dei territori e delle categorie) dimettendomi da socio dell'organizzazione.

Eccolo qui: https://www.il9marzo.it/?p=10861

Il titolo sembra non portare bene, in vista di domani: "Le organizzazioni non perdono mai".

In realtà non si parla di cause perse, ma di sonno perduto, del "consumarsi in attesa di una notizia", della paura e dell'isolamento, del senso difficilissimo di responsabilità, in primis verso la propria famiglia, ma anche verso se stessi.

Del tremare di ogni passo.

Quella del 2026, dopo vent'anni, è, infatti, la prima tessera Cisl che non ho nel mio portafogli...

Ma oggi non sono io al centro.

Ci sono, nel mio cuore, nelle mie lacrime, nella mia paura, nella mia attesa insonne in vista di domani mattina, i tantissimi e le tantissime sindacalisti/e, lavoratori, lavoratrici licenziati/e perchè hanno deciso di non rinunciare alla dignità.

La dignità, infatti, non si da.

Si può solo riconoscere.

Oggi, al centro di questo articolo, più breve del solito, anche perchè sono stanco, esausto, frammentato, proprio come piace a qualcuna di super apicale, non ci sono io.

C'è anche un'altra G. (nome e iniziale di fantasia).

G. è una giovane donna che lavora nel commercio.

Una ragazza del sorriso, minuta e sempre efficiente, di solito entusiasta della vita.

Oggi, sarà che quando sei ferito, riesci a vedere meglio le ferite degli/delle altri/e, non le ignori, ho notato che il suo sorriso era spento.

Imprevisti duri in famiglia mi ha detto.

Immagino un genitore, magari due, un fratello o una sorella.

Non ho chiesto per rispetto.

G. ha poco più di venti anni.

Problemi conseguenti, anche economici.

Mentre mi serve il caffè, circondata, da sola, da tantissimi altri clienti, mi confida di aver chiesto, invano, di svolgere qualche ora di lavoro in più.

Come è noto, nel commercio, il part time involontario è diffusissimo, a partire dalle donne.

Uno strumento di conciliazione e di emancipazione è diventato una trappola, una gabbia.

Anche di genere.

La osservo sistemare file di tazzine, un po' troppo in alto per lei.

G. non è altissima, ma alla fine ci arriva sempre. Anche alla tazzina più lontana.

Non è certo l'unica, in quel luogo, a lamentarsi dei ritmi, degli orari e delle condizioni di lavoro.

Lo fa però sottovoce, si guarda intorno.

Mi dice che lei vorrebbe non dico protestare, ma farlo presente.

Ma ha paura di rimanere sola.

Aggiunge: "è già tanto che ci danno lo stipendio, non possiamo pretendere di più".

Provo, stimolato, a controbattere: "non è già tanto, è semplicemente giusto".

Sospira, vede, intelligente e sensibile, la dolcezza ferita nel mio sguardo, accenna un timido sorriso.

Allarga le mani.

In quel momento ci capiamo profondamente, uno negli occhi dell'altra, uno nella ferita dell'altra.

Giovedì, il giorno dopo mercoledì. 

Il giorno dopo l'udienza della "reciproca carneficina", dalle 14.30 alle 16.30 riapriamo, a Pistoia, una nuova sede sindacale.

Timidamente, ci sarà tempo per le inaugurazioni.

Penso, però, chissà che, probabilmente, non riuscirò ad essere utile a G.

La sua paura è davvero tanta, troppa.

E io la rispetto profondamente. 

Non mi permetto di giudicare.

Conosco abbastanza della sua storia e so quanto retta, diritta sia questa ragazza.

Quanto sia capace. Onesta. Vera.

So anche che noi sindacalisti non abbiamo mai tutte le risposte.

L'ho imparato bene da un mio corsista bergamasco, di Nembro, durante il tempo lungo e sospeso del Covid.

Non ho dimenticato.

E' però oggi, almeno per un po'...

non compiango la mia ferita.

Penso a G. e alle tantissime ragazze, donne di ogni età come lei che, tra una tazzina e uno scaffale, sono vittime della cultura e dell'economia dello scarto.

Del predominio del capitale sul lavoro (il contrario dell'articolo 2 dello Statuto della Cisl, almeno di quella vera, che ho conosciuto e amato, per cui ho vissuto).

So anche, per ragione di gusti musicali, di giocarmi probabilmente l'amicizia di Alessandro e di Giulia, ma mi viene, arditamente, da citare una canzone di Nek.

Uscita nel 1996, esattamente trenta anni fa.

Lavoravo in nero, d'estate, a Parma, in un campo di cipolle. 

Mi feci anche molto male.

Una mia scelta, ho imparato dai miei errori.

Se abbiamo di fronte, cito Nek, decine di "mani arrese" (magari anche le nostre...)

non possiamo e non dobbiamo voltarci dall'altra parte.

Cercare luoghi più facili di sindacalizzazione, dove non si incontra la paura.

Perchè quella stessa paura può diventare speranza, se ci si riconosce nella dignità.

Non in teoria, nella prosa ostinata e tenace, generosa, di ogni giorno.

"Bisogna cominciare..."

Questo per me è il fine intimo e ultimo del sindacato: "essere insieme giustizia - sun dike".

Colmare, attraversare le asimmetrie di potere, essere compagni e compagne, fratelli e sorelle, spezzare, nel lavoro e nella vita, il "pane insieme": "cum panis".

Perchè noi "vogliamo il pane e le rose".

E, dopo la prosa, anche la poesia.

Domani nel mio cuore, di fronte ai miei sicuri "sicari" probabilmente ancora non iscritti, porterò le mani minute e belle di G.

E le mani e la penna dell'altro G. (quello vero...)

Mani non arrese.

Ma tese.

In attesa non di una elemosina, di un po' di paternalismo aziendale, di una pacca da qualche parte.

Mani tese.

Dignitose. Aperte. 

Mani viste.

Da stringere, perchè: "c'è di più", G. e G.

E Francesco.

Non, non facciamoci raccontare, definire, da chi ha perduto l'umanità, non solo il sindacato.

NOI SIAMO, di più della paura e della solitudine.

Di un "tempo violento".

Con la forza dolce e politica, sindacale dell'empatia e della cura.

Possiamo e vogliamo restare umani/e...

"Stiamoci accanto!"

Francesco Lauria, "sindacalista e formatore da marciapiede".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=Tzffxkh5Dr0

Nek - Filippo Neviani 

Di più.

Non c'è tempo

Il tempo non aspetta mai
Cammina per i fatti suoi
Con dentro noi
E non so quali facce incontrerò
O se un fucile in faccia avrò
Con di dietro un uomo
Troppo facile dire, "Va così"
Fino a che son qui
Appartengo al mondo
Troppo facile dire, "Che ne so"
E restar nascosto dietro ad un no
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Ma stammi accanto
C'è molto di più della TV
Che appanna i pensieri ormai
Che pensa anche per noi
Sì, lo so
Non sempre tutto è come vuoi
E calci in bocca prendi e dai
Ma alla fine tu sei quello che fai
E non dire di dare, ma dai tu
Anche quando non ce n'è più
Per qualcuno è già importante
Oh noi, tra quelle cose che non vediamo mai
Decine di mani arrese
E tese verso noi
C'è di più, di più
Di un giorno da spento
C'è di più, di più
Di un tempo violento
C'è di più, di più
Restiamoci accanto
C'è molto di più
E lo sai anche tu
Insieme si cade giù
Ma insieme si torna su
C'è di più
Del mantenerci vivi
C'è di più
Dell'essere aggressivi
C'è di più
Bisogna cominciare
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è di più, di più
C'è molto di più e lo sai anche tu
E molto di più, di più, di più
E molto di più, di più, di più, di più, di più