All'inizio del 2019 il Working Paper N.15 della Fondazione Ezio Tarantelli da me coordinato e, in quel caso, realizzato in collaborazione con la Fondazione Giulio Pastore, (https://www.fondazionetarantelli.it/wp-content/uploads/2019/04/wp_15.pdf) , si occupò del centenario, appena celebrato, della Cil, la Confederazione Italiana dei Lavoratori .
Una realtà di ispirazione cristiana, sorta immediatamente dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e chiusa con la forza, come tutti i sindacati liberi, dal regime fascista di Benito Mussolini.
Con tutti i limiti e la breve durata dell'esperienza, il ricordare la Cil, già guidata dal futuro fondatore delle Acli e guida della corrente cristiana della Cgil nel secondo dopoguerra, il costituente Achille Grandi, rappresentava per noi curatori: "una memoria che ci richiama anche ai rischi di oggi, di fronte all’insorgere di nuovi e pericolosi fascismi".
In questi tempi di guerra globale permanente e di ripudio del diritto internazionale, appare importantissimo ricordare che, nel 1918, tra i suoi 12 punti fondamentali, approvati nel primo consiglio nazionale dei Roma, la Cil di Achille Grandi, chiedeva con forza e assoluta determinazione programmatica: il disarmo degli stati, l'abolizione della coscrizione militare e l'arbitrato internazionale per la pace.
Tornando a cento anni prima (scrivevamo nel 2018-2019), ci aveva molto colpito leggere che un autore di origine indiana avesse individuato in D’Annunzio e nell’impresa di Fiume del 1919, il punto di
partenza dei tratti salienti del presente: la rabbia, la violenza, una ribellione non generativa,
ma distruttiva.
Oggi facciamo memoria degli stessi anni, ma vivendo, nell'attualità, un approccio completamente diverso,
opposto.
La Cil, pur nel suo interclassismo, costruiva, lo ricordiamo ancora, la mobilitazione dei lavoratori attraverso convinti sentieri di Pace.
A fianco ad essa, però, cresceva quella pianta malsana che ne portò allo scioglimento violento e al baratro dei totalitarismi del Novecento.
Scrivevamo, infine, che tutto ciò rappresentava un monito e una lezione che non potevamo nè volevamo dimenticare.
Oggi la pace mondiale non viene minacciata solo dalle oligarchie e dai regimi (anche), ma vede un ruolo distruttivo o quantomeno ambiguo e crescente anche delle democrazie occidentali, orientatesi verso un'economia ed una società di guerra permanente che comprende, incorpora, anche tutti i meccanismi del lavoro e dell'organizzazione del lavoro.
Non è da escludere, come è accaduto, ad esempio, pur con qualche sacrosanta resistenza, in Ucraina, fin dall'inizio dell'invasione russa, lo sviluppo di uno specifico diritto del lavoro della guerra e dell'emergenza, caratterizzato dall'indebolimento della contrattazione collettiva, dall'attacco all'agibilità nella rappresentanza da parte del sindacato, dalla limitazione draconiana del diritto di sciopero e di dissenso, dalla crescente individualizzazione e indebolimento dei diritti pensionistici e di welfare in generale e, incredibilmente, anche di quelli relativi alla salute e alla sicurezza.
Parlare di pace e mobilitarsi per essa, da parte del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, quindi, oltre al grande tema dimenticato della riconversione (peraltro ora tragicamente promosso in forma opposta, dal civile al militare) non è per nulla avulso dall'impegnarsi per i temi più squisitamente e strettamente sindacali.
Oggi, sui temi della pace e della difesa del diritto internazionale, il sindacato, anche in Italia, (ovviamente non parliamo della Cisl, sostanzialmente non pervenuta), a ottanta anni esatti dalla morte di Achille Grandi con i suoi ideali sindacali di pace e disarmo, pur non essendo stato completamente afono, certamente può e deve fare molto di più.
Tutto ciò deve avvenire possibilmente in forma unitaria (e non ci si riferisce al solo sindacalismo confederale) e in collaborazione con un "fronte" ampio, inclusivo del mondo delle associazioni (a partire proprio dalle Acli, impegnatissime su questi argomenti) e della società civile.
Affermava Pierre Carniti, allora segretario generale della Cisl, alla sessione straordinaria del Comitato Esecutivo della Confederazione Internazionale dei Sindacati Liberi, la c.d. "Cisl internazionale", dedicato alla pace, alla sicurezza e al disarmo, svoltosi a Bruxelles, il 4 novembre 1981:
"Come europeo, in questo momento, inizio il mio contributo centrandolo sulla preoccupazione crescente che per la pace si va diffondendo in Europa.
Sono convinto che oggi non si deve avere paura di avere paura: di fronte all'acutizzarsi delle tensioni, delle intransigenze, di fronte all'accelerazione della corsa al riarmo nucleare, è giusto temere per la pace.
Anche in Italia, tra i giovani, tra i lavoratori, cresce un impegno di lotta per la pace. Cresce un grande movimento di opinione, schierato contro la logica della corsa agli armamenti. (...)
E' un grave errore politico non cogliere il senso positivo fondamentale dell'attuale movimento per la pace e disprezzare il linguaggio della pace. (...)
La pace, invece, a tutti livelli, ma anzitutto a questa dimensione globale - è la prima indispensabile condizione per la sopravvivenza e, dunque, per le lotte di progresso e di democrazia della classe lavoratrice.(...)
Noi, come movimenti sindacali, nei nostri paesi e, insieme, nel mondo possiamo fare molto (...)"
Non occorre aggiungere altro: hanno detto tutto, prima Achille Grandi (interrogando anche la dimensione di ispirazione cristiana dell'impegno per la rappresentanza del lavoro) e, poi, Pierre Carniti, alla guida di un sindacato, allora completamente in campo su questi temi e pienamente a-confessionale, pur rimanendo, ovviamente, orgoglioso dei propri valori di fondo.
Occorre, invece, agire.
Il tempo, per l'umanità, (cosa deve avvenire ancora per svegliarci?) sta, infatti, inesorabilmente scadendo.
Francesco Lauria