Entrano nel vivo oggi, a Genova, gli eventi di commemorazione, memoria attiva, riappropriazione del futuro che si svolgeranno a venticinque anni dal G8 e dalla grande mobilitazione globale repressa dalle mille armi del potere turbocapitalista transnazionale.
L'incontro di oggi ha un titolo molto esemplificativo e azzeccato: "Dal mito della globalizzazione alla terza guerra mondiale".
Per chi fosse interessato ecco il link completo alle iniziative: https://www.genovatoday.it/eventi/g8-anniversario-25-anni-tutti-eventi.html
Ho ancora negli occhi lo sgombero infame subito ieri dal presidio sindacale a Seano (Prato) ieri mentre mi torna alla memoria il mio sguardo di venticinque anni fa: lo sgomento e la paura, ma anche il totale disorientamento sul lungomare di una città amata e stupenda, la città dei cantautori, della musica, della poesia.
Come ha scritto uno dei miei autori preferiti Javier Cercas, nel suo splendido: "Anatomia in un istante", libro in cui descriveva un momento davvero simbolico nella storia del suo paese (l'irruzione armata, nel 1981, del del nostalgico fascista-franchista tenente-colonnello Tejero nel parlamento spagnolo e la scelta di tre soli uomini di disobbedire all'ordine, accompagnato dagli spari, di gettarsi a terra) ci sono momenti che rimangono scolpiti, immobili e "restanti" nella memoria.
Se la coraggiosa (incosciente?) scelta dei tre di fronte al pittoresco ufficiale e ai suoi uomini è ferma nella memoria collettiva, almeno spagnola, (anche perchè i tre "resistenti" erano di estrazione politica molto variegata) io mantengo, invece, un'immagine individuale di Genova che, per me, è del tutto indelebile.
Non il sangue e la paura; le cariche, i lacrimogeni e i manganelli della polizia, il senso di disprezzo provato per i black block che agivano indisturbati a pochi metri da una moltitudine di manifestanti nonviolenti.
Non la carrozzina di Padre Silvio Turazzi, missionario saveriano di Parma come me, non le mani alzate, bianche di fronte al volo basso degli elicotteri.
Nemmeno il giovedì, precedente alla grande manifestazione, la giornata dei migranti, allegra, fiera, multicolore, multilingue, multiculturale. Piena di gioia, danza e musica. Ritmo.
Nemmeno, pensando a poche ore prima di tutto quanto, la scelta, vigliacca e misera di diversi partiti e sindacati della pseudosinistra di fermare i pullman, tornare indietro perchè: "c'era stato il morto e non si sa mai..."
Io, uscito a mezzanotte dalla fabbrica metalmeccanica tra Parma e Reggio Emilia in cui avevo fatto un turno piuttosto duro, al caldo, avevo acceso la radio della mia Punto verde quando ancora si parlava della morte di un ragazzo "svizzero o spagnolo". Il nome di Carlo Giuliani non era ancora stato reso noto.
Ero ancora nel piazzale della fabbrica, al buio, quando tra me e me mi dissi che, se avevo ancora qualche dubbio, ci dovevo proprio andare, tornare, dopo la giornata del giovedì, a Genova.
Mi dissi, nel mio piccolo, che aveva davvero ragione Tina Anselmi nel raccontare il suo impegno diretto di staffetta partigiana: "capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci" , la reazione contraria, insomma, a quella dei leader del Pds e della Cgil.
Tutto questo, anche nel suo dolore, trauma, ferita, è dentro di me e dentro tutta la "generazione Genova", ovviamente.
Lo abbiamo raccontato, credo bene, io e Ilaria Lani (che dei giovani della Cgil è stata poi creativa e disobbediente coordinatrice nazionale) cinque anni fa in un articolo per la rivista Passione & Linguaggi, intitolato, credo significativamente, "Genova, radici, ferite e futuro", dove ferite, non è un termine secondario, ma centrale. Per chi vuole, può essere riletto qui: https://www.passionelinguaggi.it/2021/09/01/genova-radici-ferite-futuro/
Dentro di me, individualmente, lo ripeto, ho ferma, indelebile, un'altra immagine.
Quella di una chiesa, sul lungomare di Genova, a Boccadasse.
Piena, infinita di colore e di colori.
Una chiesa che, nel salutare la mobilitazione del G8, ricordava la campagna internazionale per la remissione del debito, strangolatore e ricattatore dei paesi del c.d. "Sud del Mondo".
Ricordo che rallentai il passo, memore dell'impegno universitario a Gorizia, città situata allora ai confini dell'Unione Europea, proprio su quel tema.
Ricordo, netta, chiara, la sensazione emotiva, dentro di me, di essere nel posto giusto, al momento giusto, che la storia si potesse davvero cambiare, il mondo, pur con estrema fatica, raddrizzare e che rivoluzione e amore potessero davvero fondersi.
"L'amore e la rivoluzione - scrive, affrontando altre epoche storiche, Chiara Francini, in un suo recente romanzo: "Le querce non fanno limoni", sono fatti della stessa materia: passione, urgenza, sacrificio. Ma vanno curati, concimati, e ascoltati. Sennò ti scoppiano in mano".
Ma prima dello scoppio e del disastro, io ricordo il sole di Genova in quel momento perfetto, ricordo il profumo del mare, e il mio respiro ancora non affannato per il lancio dei lacrimogeni e ancora non aiutato dai limoni che ci eravamo previdentemente portati.
Forse per questo, perchè non è solo con la ferita di un potere multiforme, avvolgente e spietato, che ricordo Genova.
C'era, c'è anche il sogno, ferito e non svanito, che resta resiliente ancora oggi, pur tra le macerie di un mondo incendiato e profondamente cambiato, direi, persino, peggiorato.
Scrive bene Lorenzo Guadagnucci nel suo recentissimo libro: "Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova":
"ci troviamo a vivere un quarto di secolo dopo i fatti del luglio 2001, in un mondo anche peggiore di allora, più ingiusto, più insicuro, e in preda a una crisi esistenziale più che profonda (è in crisi l'idea stessa di futuro); un mondo letteralmente in fiamme, per il clima surriscaldato e fuori controllo, e perchè la guerra è tornata a essere il mezzo principale per affrontare (senza risolvere e anzi aggravare) le controversie internazionali, in un contesto di degrado morale, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia globale o, almeno, in quella dell'Occidente."
E allora, di fronte ai media che riconoscono l'abbaglio di venticinque anni fa (si veda il Mensile del Fatto "Millenium" che si intitola, molto significativamente: "Scusate avevate ragione voi") che facciamo?
Se le ragioni postume servono, sinceramente a poco, scrive bene ancora il fiorentino Guadagnucci, uno che di fronte alla barbarie del potere, con la strategia della tensione nella scuola Diaz, con i finti ritrovamenti di armi e bombe artigianali, si è scoperto, orchestrati e simulati dalle forze dell'ordine, c'era, eccome:
"Un altro mondo, diverso, da quello attuale, non solo è, ma deve essere possibile, se vogliamo ancora considerarci persone rispettose dell'altro, ferme nella pretesa di giustizia, capaci di guardare alle future generazioni con il riguardo che si deve ai propri figli e nipoti".
Un altro mondo è possibile, allora. La scritta che compariva su manifesti, bandiere, striscioni, chiese al tempo del G8 di Genova non era solo uno slogan, ma molto di più.
Cito, sempre aiutato da Guadagnucci, solo alcuni temi, alcuni davvero sventuratamente derubricati nella miserevole politica istituzionale del solo presente di oggi: neoliberismo e movimenti sociali, decrescita e nuovi modelli di sviluppo, capitalismo finanziario e commercio equo e solidale, tortura e violenze della polizia.
E ancora: la remissione del debito (appunto), l'accesso ai farmaci (pensiamo, venti anni dopo al Covid...), l'agricoltura contadina, la democrazia partecipativa, il tema del ruolo dei media, allora nuovi, nell'attivismo e nelle mobilitazioni.
Proprio per questo, provo a rivolgermi, idealmente, a tutti i/le giovani attivisti/e che nel 2001 non erano ancora nati.
Se posso, mi rivolgo, in particolare, a una giovane attivista della mia provincia, Parma, che ha scelto un nome davvero contro corrente: "Lotta" nella sua battaglia musicale e politica contro il cambiamento climatico e l'inerzia del potere.
Ti ascolto Lotta, mentre con il tuo contrabbasso, ma anche senza, canti:
"Sono anni che aspetto questo momento cambiare il silenzio in movimento"
E ancora ti ascolto, canto insieme a te, insieme a voi:
"Ho solo queste ossa fragili, ho solo queste gambe stanche, ma sanno ancora andare avanti, sanno ancora fare passi.
Sento la rabbia che ribolle e questo peso folle se lo porto insieme a te mi fa un po' meno male".
Proprio per questo, Lotta, ragazzi e ragazze, insieme a Lorenzo Guadagnucci, oggi, vi chiedo scusa se parlo ancora del G8.
Delle radici, della ferita, del potere.
Ma anche del sogno, della certezza che non è per nulla vero, come affermavano, invece, falsamente, già negli anni Ottanta del Novecento, Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che: "non ci sono alternative", al neoliberismo o, peggio, che: "la società non esiste, esistono solo gli individui".
Il sogno, individuale e collettivo, di Genova 2001 è, invece, un sogno, fatto da svegli, come la Speranza, un sogno, nonostante tutto, che resta.
Proprio come l'immagine, indelebile nella memoria, di quella chiesa colorata e festante contro il debito, sul lungomare.
Un sogno reale e pragmatico, se questo mondo lo vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi, un sogno che è, davvero, più forte della violenza di ogni potere, se lo decliniamo insieme, in dialogo tra generazioni, tra radici, presente e futuro.
"Un altro mondo - come abbiamo gridato insieme negli anni a Genova, a Firenze, a Porto Alegre, a Nairobi, come lo gridiamo ora, ad esempio di fronte allo straripante sfruttamento globale e locale del lavoro e del pianeta - non solo è possibile, ma è necessario!"
E, aggiungerei oggi, nel rovente 2026, è, soprattutto, urgente.
Francesco Lauria
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