martedì 6 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA: TEMI PER IL DIBATTITO

 Pubblichiamo di seguito il documento con cui le associazioni Prendere parola e Sognare da svegli propongono alcuni spunti di dibattito per l’iniziativa del 31 gennaio a Firenze.

Per iscriversi basta riempire il modulo che trovate a questo linkhttps://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeT1dvmQbLkIvjbwB6LgippKEwrFT2yF8ti2gpjR2YpYTbQaA/viewform


RIGENERARE IL SINDACATO E LA DEMOCRAZIA. TRA CRISI DEI CORPI INTERMEDI ED ECLISSI DELLA PARTECIPAZIONE

A Firenze, sabato 31 gennaio, un incontro nazionale per rivitalizzare la democrazia, la rappresentanza, il sindacato.

Di seguito alcune ragioni dell’iniziativa, promossa dalle Associazioni Prendere Parola e Sognare da Svegli.

  1. Crisi strutturale: fabbriche e network digitali, oltre la solitudine antropologica e la crisi ecologica

Il sindacalismo tradizionale nasceva in epoca industriale, quando la fabbrica costituiva il centro identitario dei lavoratori. Stabilità, coesione e contrapposizione al capitale permettevano negoziazioni efficaci e diritti condivisi. Oggi, la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma. La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo, intreccia l’economia di guerra. Siamo alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, “arma” di pace, pur senza archiviare il conflitto, quando necessario.

  1. Partecipazione in calo e crescita di un modello di oligarchie interne

La diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato e della democrazia sono spesso messe in discussione più della loro utilità concreta.

  1. Individualismo e micro-resistenze quotidiane

Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane — gesti di solidarietà informale e strategie silenziose — rappresentano micro-resistenze reali. Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale significa trasformare il lavoro dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.

  1. Segnali di innovazione sindacale a livello internazionale

Le piattaforme digitali e le tecniche di “organizing” dal basso, permettono di mettere insieme lavoratori dispersi, facilitando campagne, petizioni e mobilitazioni, prevalentemente online. Alcuni esempi: SLPD in Romania per Uber, Bolt e Glovo; UVW (lavoratori dei videogiochi), ma anche, più tradizionalmente, i lavoratori di Amazon e Starbucks in USA/Canada. Queste esperienze mostrano che la frammentazione può diventare opportunità per nuove forme di rappresentanza anche a dimensione transfrontaliera. Sfruttando, non subendo anche le opportunità del digitale.

  1. Proposte operative per un sindacalismo rigenerato

Per rigenerare il sindacalismo è necessario rafforzare la democrazia interna anche con voto elettronico, rotazione obbligatoria dei ruoli e limiti stringenti dei mandati (come è stato in passato nella Cisl) e assemblee partecipative. La rappresentanza deve essere capillare, collegando strategie nazionali ed esigenze concrete dei territori e dei settori, senza dimenticare le rinnovate esigenze di intercategorialità. L’innovazione digitale, che non può sostituire i momenti in presenza, offre strumenti per mobilitazione, formazione e comunicazione tra lavoratori dispersi. Parallelamente, è fondamentale costruire reti di solidarietà intersettoriali, connettere lavoratori flessibili e precari e promuovere trasparenza tramite bilanci, decisioni pubbliche e valutazioni periodiche. Alleanza tra cittadini e lavoratori, tra Nord e Sud del Mondo. Le micro-pratiche quotidiane vanno valorizzate, trasformandole in strumenti di partecipazione organizzata e rappresentanza collettiva.

Di fronte alla devastazione del diritto internazionale, il sindacato, senza ambiguità, non può poi che impegnarsi a recuperare il proprio ruolo di diplomazia attiva nonviolenta popolare e dal basso.

  1. Credibilità e riforma morale

Negli ultimi decenni la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, evitando oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori, ricollegando offerta sindacale e domande del lavoro.

  1. Il sindacato come rete di welfare, cultura civica, nuovo mutualismo

Ogni iscritto deve diventare protagonista attivo, ogni luogo di lavoro nodo di rete. La decisione collettiva nasce dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.

  1. Conclusione: il sindacalismo che verrà

Il futuro del sindacalismo (ma in parte anche della politica e dell’associazionismo) non è la semplice sopravvivenza. Il quieto vivere. Per restare rilevante il sindacato deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. Solo così il sindacato: “fare, essere giustizia insieme” potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.

Di tutto questo le Associazioni Prendere Parola e Sognare da Svegli, insieme a tanti amici e amiche, discuteranno in forma aperta a Firenze, il prossimo sabato 31 gennaio, tutta la giornata, sulle colline che, dal capoluogo toscano, città di Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani, portano a Fiesole. Sulle orme anche di Padre Balducci, in un’occasione di incontro, sapere condiviso, apertura internazionale di pace e giustizia.

Tutte le informazioni e il programma sono reperibili sui siti internetwww.prendereparola.itwww.sindacalmente.orgwww.il9marzo.itwww.fiesolebarbiana.blogspot.com





domenica 4 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA. CONOSCIAMO RELATORI/RELATRICI: SIMONA BALDANZI

Simona Baldanzi (Firenze, 21 febbraio 1977) è scrittrice ed ex sindacalista.

Nata in una famiglia mugellana di operai del tessile, si interessa sin da piccola alla "condizione" dei lavoratori e delle lavoratrici.

Nel 1996 partecipa alla finale del Premio Campiello Giovani con il racconto Finestrella viola.

Nel 2006 esordisce con il libro Figlia di una vestaglia blu, edito da Fazi, che racconta le esperienze lavorative degli operai tessili della Rifle e degli operai edili della TAV in Mugello. 

Con il primo romanzo ha ottenuto il Premio Miglior Esordio di Fahrenheit Radio Rai tre, il Premio Minerva Letteratura di Impegno Civile ed è stata finalista al Premio Fiesole Narrativa under 40 e al Premio Chianti. Ha ricevuto un premio speciale nell'ambito del Premio Viareggio 2007.

Molto attenta ai problemi della propria terra, nel 2011 pubblica il libro Mugello sottosopra, dedicato agli sconvolgimenti idrogeologici portati dai cantieri TAV e nel 2014 pubblica nella collana Contromano di Laterza il romanzo Il Mugello è una trapunta di terra. Continuando la sua riflessione anche in anni più recenti.

E' stata, in passato, attiva nella Cgil dove, tra l'altro, ha operato come Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza territoriale nella complessa zona di Prato.

E' membro della redazione della rivista Jacobin Italia.

Questo il tema del suo intervento nell'ambito dell'incontro "Rigenerare Democrazia. La partecipazione nei corpi intermedi. Per una politica della cura".

Vedi qui: https://www.prendereparola.it/2025/12/25/rigenerare-democrazia-la-partecipazione-nei-corpi-intermedi-per-una-politica-della-cura/

A venti anni dall'esordio con il romanzo "Figlia di una vestaglia blu", Simona Baldanzi recupererà quella storia operaia riflettendo su in che modo essa interroga ancora l’attualità, che implicazioni ha avuto anche nella sua formazione politica e sindacale e di come è cambiato il modo di raccontare il lavoro. 

Riprenderà anche la sua esperienza di Rappresentante territoriale per la sicurezza nell'ambito pratese e le difficoltà e le prospettive di azione del sindacato in quel contesto. Non mancherà, infine un accenno alla letteratura working class e del festival working class che si svolge da tre anni in concomitanza alla vertenza della Ex GKN.

Questo l'elenco completo dei libri/romanzi di Simona Baldanzi

Figlia di una vestaglia blu, Fazi 2006; poi in Alegre, 2019.

Bancone verde menta, Elliot 2009

Mugello sottosopra. Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere, Ediesse 2011

Il Mugello è una trapunta di terra, Laterza 2014

Maldifiume. Acqua, passi e gente d'Arno, Ediciclo 2016

Corpo Appennino. In cammino da Monte Sole a Sant'Anna di Stazzema, Ediciclo 2021

Se tornano le rane, Edizioni Alegre 2022

Ci vediamo a Firenze, sabato 31 Gennaio!!!

Iscrivetevi qui:

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeT1dvmQbLkIvjbwB6LgippKEwrFT2yF8ti2gpjR2YpYTbQaA/viewform

sabato 3 gennaio 2026

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E DELLA MAGISTRATURA: UN ANTICO E PROFONDO ATTACCO AI FONDAMENTI DELLA DEMOCRAZIA

La riforma della giustizia e della magistratura promossa dal governo Meloni, incentrata sulla separazione delle carriere (giudici e pubblici ministeri) e lo sdoppiamento del CSM, è vista come un passo per indebolire l'indipendenza giudiziaria, rievocando antiche idee (Berlusconi, loggia massonica P2, e Gelli) volte a sottoporre il potere giudiziario al potere Esecutivo.

Punti Chiave della Riforma

Separazione delle Carriere: Distinzione netta tra magistrati requirenti (PM) e giudicanti (giudici) fin dall'inizio della carriera.

Sdoppiamento CSM: Creazione di due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici (composto attraverso un sorteggio) e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.

Corte Disciplinare: Istituzione di un organo nuovo per la giustizia disciplinare, che alleggerisce di responsabilità il CSM. 

Le connessioni con i progetti della loggia massonica occulta P2 e Progetti Simili

Progetto Storico: La separazione delle carriere è stata un obiettivo storico di Licio Gelli (P2), Berlusconi, ma prima anche Craxi (nell'ottica di una Repubblica Presidenziale), volto a limitare il potere e l'indipendenza dei pubblici ministeri.

Obiettivo Politico: le critiche sostengono che la riforma miri a rendere la magistratura più vulnerabile e controllabile dal potere politico, un "sogno" di sempre della destra italiana per governare senza contrappesi.

Dibattito

Indipendenza: L'attuale sistema (non separazione) è visto dall'UE come garanzia di indipendenza, mentre la riforma potrebbe assoggettare i PM al governo, come in Francia.

In sintesi la riforma può essere descritta come un "attacco alla democrazia" e un mutamento istituzionale profondo che mina la separazione dei poteri.

La riforma costituzionale promossa dalla sola maggioranza di centrodestra è stata definitivamente approvata in Parlamento e si prepara a un referendum confermativo (22-23 marzo 2026), che deciderà il suo destino e l'impatto sull'ordinamento giudiziario italiano.

Questo prezioso video spiega nel dettaglio tutti gli aspetti critici/gravi della riforma costituzionale:

https://www.facebook.com/reel/1109274187750471

Le incredibili e gravissime dichiarazioni del Ministro della Giustizia Nordio ("non conosco il piano della P2, etc...")

https://www.youtube.com/watch?v=KDcR_sgafFg&t=1s


Francesco Lauria

venerdì 2 gennaio 2026

ICARO, MATISSE E LIZZOLA. TRA STELLE ED ESPLOSIONI: CONDIVIDERE UN VOLO, METTERE IN COMUNE LA VITA.

. 
Nel suo dipinto "Icaro", realizzato nel 1947, quando il grande pittore francese era già sulla sedia a rotelle, Henri Matisse, trasforma Icaro stesso in un simbolo di libertà e gioia del volo, rappresentando il raggiungimento di un'aspirazione umana universale, con un focus sulla forma e il colore e non sulla caduta, mostrando l'uomo nero in un mare di blu che ci suggerisce speranza e infinito. 

Il cuore, il punto rosso, è la passione vitale dell'uomo (e della donna).
Intorno alla figura in nero non c'è il sole, ma delle stelle o delle esplosioni (o entrambe le cose). 
Quindi qui Icaro non sfida il sole che non c'è, siamo oltre il mito classico.
Non c'è uno schianto, Icaro si libra nel cielo, simbolo del suo desiderio di superare i propri limiti e di tendere verso l'infinito e la verità.
In realtà, quella di Matisse, è anche un'opera contro la guerra, perchè le esplosioni sono quelle della guerra mondiale appena conclusa quando il pittore ha dipinto il quadro, peraltro, con una tecnica molto particolare.
Il cuore non è superbia, ma un inno alla passione, il punto rosso non è arroganza, ma entusiasmo che, certamente, travolge, ma non può fare del male.
Vive.

La rivisitazione quasi completa del mito classico del volo di Icaro da parte di Matisse, mi ha fatto venire in mente l'opportuna introduzione a un libro che per me è stato importantissimo: "Condividere la vita" di Ivo Lizzola, scrittore e docente che abbiamo ospitato e ascoltato tantissimo nella formazione sindacale.


Scrive il pedagogista bergamasco nel testo introduttivo intitolato: Il tempo dell'incontro
"La vita presto ci chiama a dire parole nostre dentro un mondo nel quale si è già parlato di noi (P. Ricoeur). Nascono parole risonanti, "appoggiate" su parole già dette, donate, parole che poi volano nuove, cercando nuovi paesaggi, tracciando (come Matisse NdR) nuovi disegni. 
Di vita che cerca vita, vita che trova vita, vita che mette in comune desiderio e sogno di bellezza, timore e domanda di giustizia, differenza e attesa di bontà".

Aggiunge Ivo Lizzola più avanti nel suo testo che affronta tutta la questione della relazione e del tempo nell'educazione: "Promettere è promettere se stessi".
Sospensione ed inizio, deposizione e soglia, ci portano, come nel volo di Icaro, all'affidamento (reciproco?) e alla declinazione di una storia di vita.

Pulsa la propria storia, il proprio cuore rosso, ma il volo non rinuncia all'intreccio con altre storie, grazie, scambi, prossimità, presenze.

Che cosa c'è nell'infinito del quadro di Matisse?
Qual è l'orizzonte dell'uomo, di quella figura che il pittore francese dipinge di nero su sfondo blu, tra stelle ed esplosioni?

Certamente ci sono il rischio e la fatica dell'incontro. Delle emozioni.
Una danza impegnativa e delicata, ci dice ancora Lizzola, nella quale si scoprono le parole e ci si aiuta a pensare e a sentire gli uni gli altri, interpretando e immaginando, reinventando vita quotidiana e tempo.
Incontriamo: "limiti trasformati in comunità" (J. Kristeva) e la "capacità dei soli di stare insieme".
Qui, nasce la possibilità di "tessere futuro" che osserviamo nel volo di Icaro di Matisse. 
Partiamo da quel cuore rosso, dal tendere verso i legami (di vario tipo) nel tempo della fragilità, dell'incertezza, delle solitudini, della guerra (le esplosioni).
Lizzola ci propone un approdo che, poi, è, di nuovo, un inizio.
Il filo rosso, il cuore rosso questo cammino, di questo volo è: "mettere in comune la vita, mettere in comune il volo".

E' il mestiere di vivere, conclude Ivo-Matisse, di imparare mettendosi in cammino (imparando, da soli e insieme, anche a volare...); mettendo in comune la Vita.

Sognando da svegli.

Francesco Lauria

31 GENNAIO FIRENZE. ISCRIVETEVI A "RIGENERARE DEMOCRAZIA. LA PARTECIPAZIONE NEI CORPI INTERMEDI, PER UNA POLITICA DELLA CURA"

 ISCRIZIONI A QUESTO LINK:




Nei prossimi giorni seguiranno approfondimenti sulle ragioni e gli obiettivi dell'incontro e sui singoli relatori/relatrici...

mercoledì 31 dicembre 2025

INIZIAMO IL 2026 "CON GLI OCCHI DI ANNA". UN VOLTO PIENO DI "COSE"...

"Nel cuore di Milano c’è una targa, unico segno di una casa che non esiste più. 

Lì, quasi un secolo fa, viveva Anna Kuliscioff, che aveva scelto Milano come la sua città. 

In quelle stanze accoglieva politici e intellettuali, ma soprattutto donne: operaie, sartine, lavoratrici che cercavano ascolto, diritti, dignità. 

Sono le loro voci, fragili, spesso ignorate, a guidare il suo impegno. 

Nonostante le origini nella borghesia russa, Anna orienta presto il suo sguardo sulle disuguaglianze di genere e di classe. 

Vive molte vite: medica che cura le donne povere, rivoluzionaria in giovinezza e riformista poi, militante socialista che lotta per il suffragio femminile, convinta che senza il voto non ci sia emancipazione possibile. 

Attraversa cambiamenti epocali con una lucidità che anticipa il futuro, lasciando un pensiero che sorprende per quanto sia ancora vivo e necessario. 

Questo podcast ripercorre la sua vita e le sue battaglie.

Con gli occhi di Anna è un podcast di Chora Media.

Scritto e raccontato da Sara Poma con la cura editoriale di Francesca Berardi.

https://choramedia.com/podcast/con-gli-occhi-di-anna/#:~:text=Con%20gli%20occhi%20di%20Anna:%20il%20Podcast,il%20contributo%20di%20Fondazione%20Cariplo.

martedì 30 dicembre 2025

GIUSEPPE... OCCHI PROFONDI CHE NON DISTOLGONO LO SGUARDO. ESSERE SINDACATO AL CENTRO DEI MARGINI DELL'UMANITA'


Oggi è l'ultimo giorno di lavoro, nel Dipartimento Internazionale della Cisl confederale di Giuseppe "Beppe" Iuliano.
Non è un giorno qualsiasi, sappiatelo.

Come ha ricordato nella sua bella lettera di saluto (che ha avuto l'attenzione di inviarmi, essendo io stato cancellato da tutti i canali interni alla Cisl) Beppe ha avuto il "privilegio" di cominciare a lavorare per la Cisl di Pierre Carniti ed Emilio Gabaglio, due autentici visionari, che avevano proiettato il sindacato italiano sugli scenari internazionali come un attore importante, un soggetto che grazie alla sua “autonomia ” è stato capace di esprimere una “diplomazia parallela” in grado di ottenere spesso risultati che la diplomazia ufficiale, per la dipendenza dalle istituzioni, dai governi e dalla politica in generale, non poteva raggiungere.

Colpisce il fatto che tutti i responsabili internazionali della Cisl prima di Beppe, fino a Luigi Cal, e, immediatamente quello successivo, Andrea Mone, siano stati cooptati o eletti direttamente nel Consiglio Generale della Cisl.
Beppe no, ed è, sinceramente, una ingiustizia profonda, quasi incredibile, pur se legata anche a una serie di coincidenze sfortunate.
Proprio per questo Beppe ha scritto pubblicamente che ricorderà sempre con gratitudine Savino Pezzotta che lo invitò, unica occasione della vita, a parlare ai membri del Consiglio Generale Cisl convocato a Torino per una riunione straordinaria nel 2001, subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York… 

Un momento altissimo in cui Beppe sottolineò il ruolo fondamentale del sindacato nel movimento della nonviolenza, il “dna” identificativo della sua storia e il significato profondo della sua esistenza come strumento di tutela e affermazione dei diritti dei più deboli con le uniche “armi” delle parole, della negoziazione, della pazienza, dello sciopero, della resilienza, della solidarietà.

Le parole e lo sguardo, gli occhi profondi di Beppe mi hanno fatto venire in mente altri occhi, un altro sguardo, altre simili parole, rivolte a me che, notoriamente, sono una persona portata al conflitto: 

"Chiediamoci: ma l'altro come sta, davvero, dentro? 
Cosa lo muove, cosa sente, cosa vive?! 
ll dialogo é il primo strumento di pace che abbiamo a disposizione; (...); non c'è tempo per odiare; chi è umile é ricco; chiedersi sempre il perché delle cose; la violenza è debolezza; la verità ha un prezzo; la coerenza è di pochi onesti; c’è un tempo per far sentire la propria voce e uno per tacere; ci vuole un misurato giudizio, e tanto altro…"

Non posso, tra i tantissimi, non ricordare un evento che ci ha legato profondamente, pur in una non totale consonanza delle nostre opinioni e cioè, ovviamente, la lettera aperta che, a titolo personale, Beppe ha scritto alla segretaria generale Cisl Daniela Fumarola e all'intera segreteria confederale.

Il titolo della lettera cui faccio eco oggi era, semplicemente, "Francesco..."

Beppe iniziava il testo così: "Non posso restare in silenzio. Sono certo che mi comprenderete".
Il testo della lettera non era, a differenza di altri, in alcun modo concordato con me, Beppe: "non si aggiungeva a nessun coro".

E continuava rivolgendosi direttamente a Daniela Fumarola:
"So che Francesco ti ha chiesto un incontro… Ecco io voglio ancora sperare che un incontro vero, fatto guardandosi negli occhi, confidando nella profonda e straordinaria stima e nell’incredibile attaccamento che Francesco ha sempre avuto per la storia e l’identità della Cisl, possa far superare questo momento così doloroso…

Non faccio nessun appello per “risolvere” alcun contenzioso, no… io ti chiedo solo di concedere a Francesco un incontro diretto, qualunque sia l’esito di questo momento di confronto, sia per ricomporre quanto sia possibile ricomporre, sia anche soltanto per salutarsi e lasciarsi andare reciprocamente…
Io sono sicuro che sarà un bene sia per la Cisl, che Francesco ama più di ogni altra cosa (c’è una identificazione totale con il nostro sindacato), sia per Francesco stesso, che proseguirà eventualmente altrove il suo percorso professionale ma che in ogni caso continuerà ad arricchire ed esaltare tutti i valori ed i principi che hanno caratterizzato la Cisl, il “sindacato nuovo”, con la sua autonomia, la luce e la speranza che dal 1950 ha rappresentato per tanti lavoratori nel nostro paese e con la solidarietà concreta che ha saputo manifestare in tutto il mondo, con una tessitura di relazioni internazionali di cui sono testimone orgoglioso.

Cara Daniela, cari amici, soltanto questo vi chiedo: ho sempre creduto nella potenza straordinaria degli incontri tra le persone, (...) nell’importanza della comunicazione, del confronto, che si basa spesso sulla fiducia nell’essere umano, nella sensibilità, nell’intelligenza, nella “speranza” che risiede in ogni cuore.
Ecco, ti chiedo e vi chiedo semplicemente di accordare l’ incontro richiesto a Francesco e di parlarvi con “sapientia cordis”. (...)

Ovviamente questa lettera non ebbe alcuna risposta, se non le allucinanti affermazioni verbali del segretario confederale Sauro Rossi, uno cui io avevo anche, incredibilmente e ingenuamente, creduto.

Ma torniamo a Beppe.

Perchè il dipartimento internazionale della Cisl, senza di lui, non sarà, mai più lo stesso (e questo non vuol dire che non sarà valido, ma lo sarà diversamente...)


Scrive Beppe nella sua stupenda missiva di saluto:

"Soprattutto, indossando gli occhiali della “relatività internazionale”, ho avuto il privilegio di seguire la storia da un osservatorio particolare dal quale, pur vivendo in un angolo del mondo “garantito”, dove dietro la “democrazia” di cui ci vantiamo nascondiamo spesso avidità, assenza di etica e valori sbiaditi, ho avuto il “dono” di poter lavorare a contatto con situazioni di vera “marginalità”, dove le sperequazioni sociali erano la norma, le “zone franche” cancellavano ogni briciolo di tutela, paesi come Haiti o Perù o Guatemala, o la stessa Albania dopo Enver Hoxha, mostravano “ricchezze ostentate e miserie esposte”…

Ho visto i paesi dell’Africa e quelli tormentati del Mediterraneo, teatro dell’assurda odissea di un esodo tragico, non paragonabile alle “migrazioni” pur dolorose cui avevo assistito nella mia infanzia dai paesi dell’Irpinia. 
Tutto è diventato per me “relativo”, il grigio delle nostre realtà quotidiane, di una politica povera di misericordia e di un sindacato spesso adagiato solo su conquiste di antiche stagioni, si scontrava con il “bianco e nero” netto di realtà dove le organizzazioni dei lavoratori erano perseguitate, dove la testimonianza si pagava con la vita, dove gli ultimi e i disperati erano la ragione profonda di un impegno sociale e politico che non ammetteva margini di ambiguità."

Scrive ancora Giuseppe Iuliano e, io sono orgoglioso e grato, di aver condiviso tanti momenti insieme, soprattutto nella formazione sindacale, aprendo nuovi cammini insieme a lui, dietro di lui, in tanti, tantissimi anni della nostra vita:

"Ho condiviso situazioni di disagio e pericoli estremi, sperimentando il senso più profondo della solidarietà internazionale che ho provato a trasmettere nei momenti della formazione e degli incontri con i quadri della nostra organizzazione, dalle periferie fino ai vertici di Via Po."

E il futuro?

Scrive ancora Beppe:

"Il futuro sarà difficile ma affascinante, ci sarà bisogno di interpretare i bisogni e costruire nuovi circuiti “collettivi” di solidarietà (...)".

Beppe continuerà il suo cammino in tre principali forme: da nonno (totalizzante e gemellare eh...), da docente universitario e da: "musicista amatoriale".

Perchè Beppe, come me, ha il difetto di suonare e dedicare spesso, spessissimo canzoni.

Qualche giorno fa ho ricevuto l'ultima, direi un degno passaggio nel suo lasciare il suo prestigioso incarico nella confederazione che abbiamo condiviso per più di venti anni.

Andate oltre il titolo di questa stupenda canzone.
Alle fine lo ritroverete, lasciandoci rotolare nel Vento della Speranza.

Bob Dylan e Joan Baez: "With God on our side":


Grazie Beppe. Grazie di cuore.

Dei tuoi occhi profondi, del tuo sguardo delicato, della tua generosità allegra senza fine di cui voglio continuare a godere ancora.

Grazie perchè prima che fare sindacato, giustizia insieme, lo sai essere, intimamente e pubblicamente.
Lo sai condividere, con i tuoi gesti "mediterranei" e il tuo sorriso intelligente che sa non spegnersi nemmeno di fronte al dolore, al male, all'inopportuno silenzio.

Grazie per la tua Fede.

Si, nonostante quello che ci siamo confidati recentemente, io ti ringrazio anche per questo.

Perchè non serve etichettare la Speranza, basta viverla e farla vivere.

Con gratitudine infinita e infinita gioia, perchè: "Se Dio è dalla nostra parte, fermerà la prossima guerra".

Francesco

With God On Our Side

Oh il mio nome non conta
La mia età ancora meno
Il paese da cui provengo
è chiamato Midwest
sono stato cresciuto ed educato per
obbedire le sue leggi
e la terra in cui vivo
ha Dio dalla propria parte

Oh i libri di storia lo dicono
e lo raccontano così bene
La cavalleria caricava
gli indiani cadevano
La cavalleria caricava
gli indiani morivano
poiché il paese era giovane
con Dio dalla propria parte

Oh la guerra ispano-americana
aveva fatto il suo tempo
e la Guerra Civile
è stata presto dimenticata
e i nomi degli eroi
li ho imparati a memoria
con le armi nelle loro mani
e Dio dalla loro parte

Oh la Prima Guerra Mondiale, ragazzi
è cominciata ed è finita
La ragione per combattere
non l'ho mai capita
ma ho imparato ad accettarla
accettarla con orgoglio
Perché non si contano i morti
quando Dio è dalla nostra parte

Quando la Seconda Guerra Mondiale
si concluse
Perdonammo i tedeschi
ed ora siamo amici
nonostante ne abbiano ammazzati sei milioni
li hanno cotti nei forni
I tedeschi, adesso anche loro,
hanno Dio dalla loro parte

Ho imparato ad odiare i Russi
per tutta la mia vita
Se dovesse iniziare una nuova guerra
saranno loro che dovremmo combattere
Dovremmo odiarli e temerli
per scappare e nasconderci
e accettare tutto coraggiosamente
con Dio dalla nostra parte.

Ma ora abbiamo armo
con polvere chimica
e se saremo costretti ad usarle
quando noi dovremo usarle
uno premerà il bottone
facendo saltare il mondo intero
e tu non devi mai fare domande
quando Dio è dalla nostra parte

Per molte lunghe ore
ho pensato a questo
che Gesù Cristo
fu tradito da un bacio
ma non posso pensare per voi,
voi dovete decidere
se Giuda Iscariota
avesse Dio dalla sua parte.

ma ora bisogna che vi lasci
ho addosso una stanchezza infernale
la confusione che sento
non può descriverla nessuna lingua
Le parole riempiono la mia testa
e si spargono sul pavimento
Se Dio è dalla nostra parte
fermerà la prossima guerra.

lunedì 29 dicembre 2025

GLI INADEGUATI. UN'OMBRA NELLA NOTTE SCURA DI FIRENZE. RACCONTATE LA MIA STORIA. RACCONTATE...

San Felice e Piteccio sono i due comuni della collina pistoiese che si incontrano passata, o meglio sfiorata, la frazione di Pistoia in cui ho vissuto molti anni, Gello, dove ho abitato la casa nata dalla trasformazione urbanistica degli uffici del vecchio stabilimento Permaflex cui si affiancava l'abitazione della famiglia prima proprietaria dell'azienda: i Pofferi.

Una famiglia così importante da dare il nome alla frazione della frazione e da essere citata, proprio con la scritta, nei dipinti della Chiesa di Gello.

E' un luogo in cui, segretamente, si sono giocate alcune vicende oscure della storia del nostro Paese e della loggia massonica P2, tanto che ho fatto in tempo a gestire alcune questioni sull'abitabilità della casa con il geometra Osvaldo Gori, numero 50, dell'ordine di Pistoia, allora novantenne, amico fraterno del venerabile Licio Gelli, fin da quando lo aveva salvato dalla quasi certa fucilazione dei partigiani.

Il nome di Osvaldo Gori viene peraltro citato nelle carte del processo sulla bomba fatta scoppiare sul treno Italicus.

Tornando a noi ero proprio nel verde tra San Felice e Piteccio, consumato un veloce pasto al circolo di quest'ultimo paese, penultimo avamposto di socialità post comunista del territorio (c'è un bel circolo anche a San Felice che, il sabato fa un'ottima ed economica pizza, mentre il circolo di Gello, ironia della storia si è trasformato nella "bianca" Misericordia) quando ho deciso, alle 12.22, di anticipare il mio viaggio verso Firenze Sud.

Lì avrei incontrato mio figlio Jacopo che avrebbe gareggiato di nuovo nella velocità e non nel mezzofondo in una piscina del capoluogo toscano.

Firenze.

Firenze Sud.

Per anni luogo di lavoro e missione, sogni, incontri, progetti, apertura sul mondo.

Ora ricordo lontano di sofferenza e menzogna, silenzio e mendace complicità.

Vabbè pazienza, non mi dirigerò verso il Centro Studi Cisl, mi dico.

E così faccio.

La meta è il Conventino.

Un luogo che non conoscevo e che mi viene proposto da un'amica, indigena fiorentina.

Un luogo splendido, dove tra chiostri e pianoforti, libri e ottimi piatti, sole d'inverno con tanto di sdraio verdi si entra in un'alternativa dimensione del tempo.

Io che sono tarato sul traffico dell'A11 e, talvolta, anche del pezzo supplementare di A1, calcolo male i tempi e, domenicalmente, arrivo con un anticipo sconsiderato ed abbondante.

Poco male.

C'è uno spazio edicola interessantissimo, colmo di riviste, ma, soprattutto di libri: romanzi, saggi, arte, viaggi...

Mi rendo conto che molti libri sono stati presentati al Conventino e sono tutti, o quasi, firmati dagli autori.

Ne scelgo uno, quasi a caso.

Copertina nera e un titolo: "Gli inadeguati", di Cosimo Calamini.

Sottotitolo, non del tutto veritiero, "Romanzo".

Comincio a leggerlo prima che arrivi la mia ex collega, mi interrompo, ma faccio in tempo ad appassionarmi sia alla storia, quella della morte violenta di Riccardo Magherini, a San Frediano (Fi) nel 2014, che al narratore che, poi, è l'autore, in crisi esistenziale da risolvere, del libro.

Con delicatezza e cura, pluralità di linguaggi (poesia, cinema, canzoni) e apertura quasi onirica, Cosimo Calamini ci racconta una storia crudelmente e cruentemente vera.

Ci racconta gli abissi del successo e il restare nel fallimento, per poi fuggire, dall'umano e dal divino, dall'amico che ti tende l'abbraccio di sempre, ma che, questa volta, non si sa cogliere appieno.

Una grande promessa del calcio, le donne, tante, tantissime donne (e un uomo, Riccardo, sospeso tra Don Giovanni e Kirkegaard) e poi la discesa, l'infortunio non risolvibile, la fuga in Australia, non agli inferi, ma quasi, sempre ai margini di una caduta definitiva, complice l'intervento dissennato (anche se c'è una sentenza della Cassazione di assoluzione, dopo le condanne in primo e secondo grado) di due pattuglie dei carabinieri.

C'è un uomo terra, un grido nella notte di Firenze.

2 marzo 2014.

Ombre scure sopra quell'uomo.

Un quartiere osserva. Non capisce. Forse.

Se l'è cercata, bischero, era anche fatto di cocaina!

No. Non se la è cercata. Aveva un bimbo di due anni. Brando.

Piuttosto: "Il posto sbagliato, nel momento (della vita?) sbagliato".

"Raccontate la mia storia" avrebbe detto Riccardo, ex calciatore della Fiorentina, bomber assoluto, prima del silenzio, prima del non respiro, della morte.

Riccardo è anche quello che ha segnato, da bambino, ad un bravissimo portiere.

Quel portiere è proprio Cosimo Calamini.

Mi rimane una frase del libro scolpita dentro.

Mentre penso alla mia prossima puntata al Conventino. 

Al prossimo libro.

"Al vostro amore unite la coscienza del vostro amore".

che possiamo, Calamini è il primo a proporlo, allargare così:

"Alla vostra vita unite la coscienza della vostra vita".

E' un monito.

Ma arriva alla fine del racconto, con la poesia del poeta,

non all'inizio.

Sapendo bene che siamo e rimaniamo tutti: "Inadeguati".

Come Riccardo.

Come Cosimo.

Come me.

Francesco Lauria

domenica 28 dicembre 2025

"TUTTO E' VITA!". LA CAMPANA SEPOLTA E RITROVATA. UNA CREPA CHE CURA E PROTEGGE, A REYKJAVJK E NON SOLO...

Era buio e pioveva nel mattino di Reykjavjk.

Nell'inverno più caldo di sempre, invece, non faceva freddo.

La mia lettura frettolosa di Wikipedia mi aveva portato, per sbaglio, nella cattedrale luterana della città, una bella e sobria chiesa che sfoggia uno splendido organo a canne.

Il pastore, capendo che fossi un turista, mi ha chiesto se cercassi la cattedrale cattolica, la Chiesa di Cristo Re.

Gli ho risposto con un sorriso che ritenevo che Cristo non facesse poi tante differenze, ma che sì, visto che la messa cattolica era prevista mezz'ora prima (mio figlio ronfava intanto nell'appartamento sotto svariate coperte), mi sarei incamminato verso l'altra cattedrale.

Pochi minuti a piedi, una piccola collina.

Sulla sommità, appunto la Chiesa di Cristo Re.

Oltre la pioggia.

Era ancora buio.

La Messa inizia quasi subito, non ho tempo se non di notare che, se la cattedrale era molto bella e con un Cristo un croce molte particolare, sull'organo a canne vincevano, invece, indubbiamente, i luterani.

La Chiesa si riempie velocemente.

Tanti bambini e bambine e una sorpresa inaspettata.

Gli islandesi (forse, si dice, il popolo più ateo del mondo) non sono poi tanti.

C'è, invece, tutto il mondo, rappresentato anche nel clero, c'erano, forse una per continente, anche le suore di Madre Teresa di Calcutta.

Ci sono varie Afriche, certamente il Giappone, le Filippine, turisti da varie parti d'Europa, sento pregare in spagnolo, sottovoce.

A fianco mio, invece, un signore abbastanza anziano, ma imponente, che sembra proprio uscito da un film sui vichinghi.

Avendo studiato prima le Letture, seguo senza troppa fatica la Messa, cerco con gli occhi una statua di San Giuseppe e ascolto la celebrazione, presieduta da un anziano sacerdote islandese che scandisce le parole nella sua lingua madre.

Ho tutto il mondo intorno.

L'aspetto più bello, davvero, sono i bambini, le bambine, se ne vedono diversi mulatti o con gli occhi non completamente a mandorla, ma nemmeno occidentali.

Il segno del futuro, di un mondo che misura i confini, ma sa anche oltrepassarli, mischiarli, intrecciarli, anche alla "fine" proprio del mondo.

Ascolto il Credo e il Padre Nostro in islandese.

Pregare in una lingua lontanissima dalla propria è un esercizio particolare, un segno di Fede, di Fiducia piena, di abbandono alla Parola, nella Parola.

Arriva il momento della Comunione.

Un'altra sorpresa.

Qui si riceve il Corpo di Cristo solo da inginocchiati.

Il sacerdote mi guarda con profondità, pronuncia verso di me parole in latino.

Protendo le mani. Accolgo l'Eucarestia.

La Messa termina con tanto, tanto incenso e una Benedizione che non necessita di traduzioni.

Esco dalla Cattedrale di Cristo Re.

La prima sorpresa, gradita, è la Luce.

Si entra al buio la domenica a Messa in Islanda e si esce con la Luce.

Da Cristo Re, senza troppo fatica, si scorge, non lontano l'Oceano, con le sue grandi navi attraccate, purtroppo qualcuna da guerra.

Ma la sorpresa più grande è l'ultima.

C'è una campana nel giardino intorno alla cattedrale.

Mi avvicino, la spiegazione è in tantissime lingue, italiano compreso, devo essere importante.

Nel 1927 vennero consacrate, infatti, tre campane.

Una di questa, però, dovette subito essere sostituita, conteneva all'interno una crepa.

Fu, in tutta fretta, sepolta nel giardino della Chiesa, totalmente interrata, quasi ce ne si vergognasse.

La campana crepata è stata ritrovata, se ne era persino persa la memoria, meno di dieci anni fa, ed è stata ri consacrata nella festa di Ognissanti e posta di fronte all'ingresso della Chiesa, tutti ci devono passare, tutti la devono vedere.

La campana con la crepa ritrovata, rappresenta oggi, per i cattolici islandesi, un simbolo di: "protezione della Vita".

E' un segno bellissimo, che mi porto dentro, anche perchè il mio cellulare è scarico e non posso farne una foto.

La fotografo, però, con gli occhi.

Ogni crepa, ogni ferita, porta con sè una Luce.

"Tutto è Vita!".

A Reykjavjk, ma non solo qui.

Francesco Lauria

sabato 27 dicembre 2025

28 DICEMBRE. LA PIANURA DEI SETTE FRATELLI, IL PRESENTIMENTO DI GIORGIO, IL PERDONO DI PIPPO.

"E terra e acqua e vento / Non c'era tempo per la paura.

Nati sotto la stella / Quella più bella della pianura.

Avevano una falce / E mani grandi da contadini

E prima di dormire / Un padre nostro, come da bambini.

Sette figlioli sette / di pane e miele a chi li do?

Sette come le note / Una canzone gli canterò.

"Francesco, ma come mai prima delle testimonianze, a pag. 391, hai messo questa canzone, è un errore?"

Quando, cinque anni fa, ho ricevuto questa telefonata dalla casa editrice, poco prima che il libro su Pippo Morelli andasse in stampa, ammetto di avere abbozzato un sorriso.

Questa stupenda canzone della band marchigiana dei Gang, dedicata alla vita e al sacrificio dei sette fratelli Cervi, non era un refuso, ma rappresentava qualcosa, per me, di intimamente importante.

Quella di Pippo Morelli e della sua famiglia è, infatti, una storia emiliana, come, in buona parte, la mia.

Affonda le radici, vale per tutta la mia terra, nella Resistenza partigiana, in uno spazio, come scrivono i fratelli Severini, nato: "sotto la stella, quella più bella della pianura".

Una terra delimitata dal grande fiume che ne congiunge le province e ne delimita il confine.

La mia generazione, adolescente nella metà degli anni Novanta del Novecento, è forse l'ultima ad essere cresciuta a contatto con la memoria viva della Resistenza, fosse essa rappresentata dai propri nonni o meno.

Ricordo come oggi i vecchi partigiani cristiani nel complesso dei Giardini di San Paolo a Parma mettere in ordine documenti e vecchie sedie, rispolverare quadri, racconti e memorie.

Tra quei partigiani, durante la lotta resistenziale, c'era anche mio nonno Anesio Finardi, scomparso prematuramente nel 1960, di cui ho racconti molti frammentati dei compagni di lotta, conosciuti superficialmente, come direbbero gli austriaci, "un attimo prima del Mezzogiorno".

Ecco, quella canzone dei Gang rappresenta la centralità dell'esperienza resistenziale della mia Emilia, certo un racconto spesso non sufficientemente plurale che ha oscurato per tanti decenni anche le proprie ombre.

E così, proprio nell'anniversario del sacrificio dei sette fratelli Cervi e di Quarto Cimurri, non è contraddittorio ricordare anche Giorgio Morelli, il partigiano "Solitario", fratello di Pippo. Il primo ad issare il tricolore nella Reggio Emilia liberata, cui, recentemente, la storica Marta Busani, ha dedicato una splendida biografia.

  

La nostra pianura, come cantano ancora i Gang, ci dice ancora oggi che: "i figli di Alcide non sono mai morti" ci fa commuovere in mezzo alla nebbia, anche alla neve, pensando a loro.

Ma ci restituisce anche le intense parole di Giorgio Morelli, tratte dal suo diario, scritte due giorni prima di morire, non per mano fascista, ma per mano comunista, una mano fratricida, in quello che sarebbe stato poi definito, pur tra tante strumentalizzazioni, il "triangolo rosso", a guerra ampiamente finita.

Scriveva il Solitario: "Ho una tristezza infinita nell'anima. Quasi un presentimento che debba avvenire qualcosa di inatteso, di acerbo. Forse questa mia giornata terrena potrebbe non vedere l'alba di domani. Non mi spaventa la morte. Mi è amica, poichè da tempo l'ho sentita vicina. (...) 

Nell'istante prima del mio tramonto, mi prenderebbe una sola nostalgia, quella di aver poco donato. Oggi la mia confessione ultima sarebbe questa: l'odio non è mai stato ospite della mia casa. Ho creduto in Dio, perchè la sua fede è stata la sola e unica forza che mi ha sorretto".

Un'eredità non semplice da portare per Pippo, specialmente nel suo territorio. 

Ha testimoniato nel libro Massimo Storchi:

"Fu Morelli a chiedermi se avessi scoperto qualcosa di più sul fratello Giorgio. Il clima a Reggio Emilia non era semplice, ma lui non aveva quel più di astio, spesso visceralmente anticomunista, comprensibilissimo e piuttosto diffuso tra i familiari delle vittime della violenza politica comunista nel dopoguerra. Quello che Morelli cercava, con grande attenzione e sensibilità, era di conoscere meglio quello che era avvenuto al fratello, il contesto socio-politico e, ovviamente, anche le responsabilità. Pippo Morelli era stato capace di rielaborare il lutto. Non gli interessava il martirologio, ma un confronto aperto, maturo. Gliene sono sempre stato riconoscente".

Forse è per questo che dalla pianura, anzi dal grande fiume di mio nonno Anesio, che era di Colorno, le note e le parole si incamminano verso i monti, attraverso quei sentieri partigiani che Pippo Morelli contribuì a riscoprire proprio all'inizio degli anni Novanta del Novecento, da vice presidente del Parco del Gigante.

Me li immagino, nonno Anesio, Giorgio, Pippo, i sette fratelli, Quarto Cimurri, incamminarsi verso altre terre emiliane che hanno conosciuto, contemporaneamente, un'immane tragedia e poi un sogno, infinito, certo a volte contraddittorio, ma genuino, di Pace e Giustizia.

Sì, non è breve, la strada della Pianura verso le Querce di Montesole. 

Ma io me li immagino davvero, insieme, tutti quanti camminare in salita e incrociare lo sguardo del cielo insieme all'esile figura di Don Giuseppe Dossetti che li benedice, con i loro canti...

"E in quella pianura / Da Valle Re ai Campi Rossi

noi ci passammo un giorno / e in mezzo alla nebbia

ci scoprimmo commossi.

Sette figlioli sette / di pane e miele a chi li do?

Sette come le note / Una canzone gli canterò.

E anche io, oggi da Reykjavjk, guardo i monti appena spruzzati dalla neve del 28 dicembre di questo strano 2025.  

L'inverno più caldo, qui in Islanda, da sempre, con punte, incredibili e inquietanti, fino a venti gradi sopra lo zero, nei fiordi orientali.

Commosso, penso, da lontano, al mio grande Fiume e ad una lotta per la libertà e la democrazia che molto è costata, ma in cui tantissimo, pur tra sanguinanti contraddizioni, si è donato ed amato.

https://www.youtube.com/watch?v=pfCTz_7XdqM&list=RDpfCTz_7XdqM&start_radio=1

Francesco Lauria