domenica 1 novembre 2026

SETTE SPIGHE DI SOLE. SE FOSSE TUO FIGLIO. DOPO AYLAN. DURANTE GAZA. DOVE SONO I NOSTRI OCCHI? DOV'E' L'UMANITA'?


SE FOSSE TUO FIGLIO 
(di Sergio Guttilla)

Se fosse tuo figlio
riempiresti il mare di navi
di qualsiasi bandiera.
Vorresti che tutte insieme
a milioni
facessero da ponte
per farlo passare.

Premuroso,
non lo lasceresti mai da solo
faresti ombra
per non far bruciare i suoi occhi,
lo copriresti
per non farlo bagnare
dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,
uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto,
busseresti alle porte dei governi
per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,
odieresti il mondo, odieresti i porti
pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane
Da chi, nel frattempo
sostituisce le urla
Con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti
vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.
Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti
vorresti spaccargli la faccia,
annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa
non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Puoi dormire tranquillo/a
E soprattutto sicuro/a.

Non è tuo figlio.
È solo un figlio dell’umanità perduta,
dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.
Dormi tranquillo, certamente
non è il tuo.

Aylan Curdi, tre anni, coste turche. 

Magari ve lo ricordate.

Bellissime coste.

Aylan è morto. 

Solo, annegato, senza più respiro.

Acqua nei polmoni.

Privato di ogni umanità.

2 settembre 2015.

Noi siamo colpevoli.

Non abbiamo alcuna giustificazione, alcuna attenuante.

Nessuna.

Noi non c'eravamo.

Oltre undici anni dopo Aylan, senza dimenticare Aylan, non posso non parlare di Moahamed Sababa.

Chi sia stato ve lo rivelerò alla fine.

Ora, se avete un Dio, un demone, un battito, un frammento di cuore rimasto vivo, leggete.

Leggete, per Dio o senza Dio, leggete.

Tutto, fino alla fine.

Non mi importa nulla di quello che state facendo.

Fermatevi, arrendetevi, issate una bandiera della Pace.

Un fazzoletto bianco.

Leggete.

La notte nella città è buia.

E' buio, eppure c'è tanta luce a Parma, vicolo Sant'Tiburzio.

Oratorio sconsacrato, eppure pieno di religione, fede civile, bellissimo.

Proprio come le coste turche.

Contraddizione.

Un violoncello, resiste.

Suona Bach.

Suite in re. Minore.

5,7 Km di grida nel silenzio.

21000 bambini e bambine, tutti di Gaza, tutti a Gaza, 

e non sono tutti/e, purtroppo.

21000 nomi, 5,7 chilometri di tessuto, bianco, nero, rosso di sangue.

Lo hanno cucito in centinaia, mamme e padri, artisti, artigiani tessili, associazioni, collettivi.

Memoria e partecipazione.

Non basta. 

E' un inizio.

Silenzio, parola, musica, poesia, lacrime.

Tante lacrime.

Se non piangete di fronte ai nomi, uccisi, di 21000 bambine e bambine,

allora non avete diritto voi di vivere, di respirare.

Smettetela, smettiamola di respirare, di consumare, di inquinare.

Dove sono i nostri occhi?

Dove sono?

Dov'è l'umanità?

Undici anni dopo Aylan. Durante Gaza.

Certo l'umanità ferita, uccisa, non si ferma qui.

L'istallazione nell'oratorio nel centro della città, nell'opulento Occidente, ci parla.

Ci schiaffeggia.

Fuori dall'oratorio, due ragazzi bosniaci, due fratelli, nostri fratelli, si stringono in una coperta, sotto le stelle della pianura.

A Parma, la sera, a novembre, comincia a fare freddo.

Ci stringiamo, dentro l'oratorio di San Tiburzio. Ci guardiamo negli occhi.

Occhi negli occhi.

Ascoltiamo la poesia, importante come il pane, Bach, opportuno come spartito, uno strumento, un violoncello di dolore, di pace, di speranza.

Ostinata speranza. Come Rostropovich e il suo violoncello, quella notte, sempre di novembre, mentre crollava il muro di Berlino.

Certo c'è molta meno luce di allora.

Però, sarebbe troppo facile disertare dall'umanità, in "tempi bui", come direbbe Hannah Arendt.

L'Umanità, invece, è, sempre, "magnifica".

Aylan non è solo la sua morte.

Aylan, troppo, troppo, troppo brevemente, invece, ha vissuto.

Aylan ci parla, occhi negli occhi.

Non abbiamo diritto di piangere.


Noi siamo fortunati, privilegiati, complici.

Rimane il sorriso di Aylan.

Rimane il silenzio.

La "rivoluzione del silenzio".

All'oratorio, per sempre, prendiamo quel tessuto, quel sangue, quell'umanità, con noi la solleviamo.

Nelle nostre mani.

Con le nostre, imperfette, ferite, mani.

Siamo un grande gomitolo, contraddittorio, di Amore.

Ognuno di noi legge un nome.

Un nome è qualcosa di diverso dai numeri.

I numeri sono grandi, distanti, misurabili.

Un nome, no, non lo misuri.

Un bambino, una bambina, proprio come Aylan, lo/la immagini, lo/la abbracci, ti abbraccia, ti travolge.

Ti sorride.

Respiro.

Respira.

Un bambino una bambina, ucciso/a, nella sua casa.

Una "casa assassinata".

Un'umanità assassinata, eppure che non deve più essere uccisa.

Oikòs, "bene fragile".

Bene comune.

Mohamed Sababa.

Mohamed Sababa.

Moahamed Sababa.

Mohamed Sababa.

La "grandezza delle piccole cose".

Ho vicino a me Francesco Camattini, come al solito ci sfottiamo, questa volta con un po' di amarezza.

Penso a Pistoia, penso a Lorenzo.

Esplodo dentro.

In silenzio.

Rabbia e Amore.

Eppure, grazie a loro, sento, finalmente, la mia voce.

La tua voce.

La nostra voce.

Rinuncio, provvisoriamente, a Bach.

Ma non dimentico: "chi in silenzio è obbligato a restare".

Mahmoud Darwish, Per gli altri.

"Pensa agli altri".

"Le voci degli altri".

Aylan, Lorenzo, Mohamed.

"Morte aspetta un momento.

Mia sicaria del cuore.

Vorrei prendere un libro

Poi sono pronto ad andare...

Non dimenticare chi vuole la pace,

chi chiede la pace.

Voglio sulla mia bara,

sette spighe di sole

Niente fiori nè viole.

Voi potete danzare

La mia voce risale

Dagli abissi del mare.

La poesia è la mia patria.

Il mio tetto è il cantare"...

Aylan,

Lorenzo,

Mohamed.

"La mia voce" (Francesco Camattini) 

Link: https://www.youtube.com/watch?v=R8pgO2hQJ58&list=RDvGcdPS-PHxE&index=11

Francesco Lauria

sabato 31 ottobre 2026

LA NOTTE DI TUTTI I SANTI! CAMMINANDO CON IL VESCOVO AUGUSTO NELLA LUCE DI PISTOIA. IL GIORNO DOPO...

"Guardi, per visualizzare i canti e le letture deve inquadrare il Qr code predisposto dalla Diocesi..."

Alla consegna del minuscolo fogliettino, peraltro brandizzato con logo della veglia, Valentina, una giovane insegnante consacrata seduta vicino a me sui banchi della Chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, si mette a ridere vedendo il mio disagio: le dico che anche al ristorante mi dichiaro anziano e, quando possibile, mi faccio dare il menù cartaceo, magari impolverato, magari nemmeno aggiornato...

La veglia guidata dal vescovo Augusto Mascagna, che comunque appare quasi subito in semiborghese a gestire democraticamente i canti (lo sento chiedere un "canto nazionalpopolare" che tutti conoscano..., magari anche lui non si trova tantissimo con il Qr code, chissà...), è un po' in ritardo.

Con Valentina, mentre accendiamo con tutti i fedeli un lume, custodendo la fiamma tra le nostre mani, abbiamo tempo di raccontarci un po' delle nostre vite, dei nostri Cammini verso Santiago, delle conoscenze in comune, peraltro al Borgo Tutto è Vita, dei nostri approdi a Pistoia, di fatto in tempi simili e dalla stessa città, Roma...

Avevo notato altre volte lo sguardo acceso e accogliente di Valentina, che mi racconta il suo carisma, l'essere una "suora immersa nel mondo", con una propria casa, un proprio lavoro, testimoniando con la vita e con lo sguardo. Appunto...

Augusto, con la consueta semplicità, prende la parola, la veglia della "Notte di tutti i Santi!" ha inizio...

Prima della veglia, sul sagrato della Chiesa di San Filippo c'erano state l'adorazione eucaristica e una cena condivisa, un'altra idea geniale del nuovo vescovo, ma io non avevo fatto in tempo...

Mentre mi incamminavo verso Piazza Spirito Santo (uno dei luoghi, con i suoi comizi, ormai "storici", della sconfitta del centrodestra in città...) avevo incontrato, con la moglie, l'ex sindaco Alessandro Tomasi. Alessandro  mi aveva chiesto se, come lui, fossi un "taxista di adolescenti ad Halloween" e gli avevo risposto di no, ero stato dispensato...

Già fuori dalla chiesa è un andirivieni a tratti gioioso e a tratti un po' ripetitivo di dolcetti e scherzetti, travestimenti noir, suore finte che si confondono con le suore tradizionali, quelle con "l'abito", mica Valentina :-)

Alla fine mi rassegno, guardo le poche copie cartacee della veglia, svanire davanti a me, in quanto, in gran parte appannaggio del clero pistoiese, e inquadro il Qr code...

Troviamo la concentrazione e la contemplazione, la preghiera condivisa.

La veglia ha questo titolo: "Santi, pellegrini di speranza".

E un sottotitolo che anticipa il Vangelo della domenica 1 novembre, Matteo, le Beatitudini: "Camminiamo nella luce di Cristo. Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio". (Matteo, 5, 8).

In pochi minuti ci trasferiamo dalla Chiesa alle case, alle strade, alle piazze...

Camminiamo nella luce di Cristo, con le nostre luci tra le mani, proteggendole dal vento leggero, scottandoci ogni tanto con la cera che si scioglie lentamente...

C'è un po' di confusione, ma non importa, il distacco con il "mondo" è evidente, ma subito la veglia ci richiama, non siamo a parte, siamo nel mondo, immersi, con le nostre contraddizioni, nel mondo. 

Ci dirigiamo, a tappe, verso la Chiesa di San Paolo.

Chi volesse leggere l'intero testo della veglia lo trova qui, al link di approdo del famoso Qr code...: https://www.diocesipistoia.it/wp-content/uploads/2026/10/vegliasanti2026.pdf

Leggo, Non camminiamo da soli: Cristo è la nostra luce, i santi sono nostri fratelli e sorelle, la Speranza è la nostra strada.

Anche all'apertura della scuola teologica, il vescovo Augusto ci ha richiamato a due aspetti: la santità come quotidianità, quasi come normalità, approdo naturale del dare la propria vita vivendola pienamente, e l'interrogativo che non può non accompagnarci, come una "sentinella nella notte": "tu, tu che cammini, che leggi, che preghi, che cosa stai facendo della tua vita?"

Perchè camminando nel centro della città, tra una suora tradizionale, una innovatrice e una falsa, di Halloween, è facile sentirsi sicuri, al centro, "giusti".

E' facile giudicare comodamente, guardare dall'alto in basso la notte che "dal vino è bagnata", i ragazzi, le ragazze, ma anche gli adulti, presi della frenesia di Halloween, quasi smemorati del fatto che è, anche, la Notte di tutti i Santi...! 

Con il punto esclamativo, lo ha voluto, immagino, il Vescovo Augusto...

La veglia ci chiede di "imparare a riconoscere", di liberarci dall'egoismo e dalla divisione, aprirci al futuro.

Il tempo ci è, infatti, vicino. 

La prima sosta ci ha parlato dei "martiri e della fede che resiste".

Con la mente torno al giorno di Santo Stefano e a Maresco Ballini, ragazzo di San Donato, il primo dei "figli" di Don Lorenzo Milani a diventare sindacalista, già fin con la Libera Cgil, che ha anticipato, tra il 1948 e il 1950, la nascita della Cisl.

Ne ho scritto in: "Spendersi per un ideale. Il Kairòs di Maresco: sindacalista, discepolo e testimone di un disegno sapiente" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2022/12/il-kairos-di-maresco-discepoli-e.html

Maresco era scomparso nella notte di Natale del 2018.

E il 27 dicembre 2018 Don Sandro Lagormarsini nel celebrarne il funerale a San Donato di Calenzano, parlò di un disegno sapiente nelle tre feste che seguono il Natale: Santo Stefano, San Giovanni Evangelista, i Santi Innocenti. 

Il prete, amico di vecchia data di Maresco Ballini, aveva ricordato come Santo Stefano sia da considerare un’avanguardia nell’ascolto dello Spirito Santo. Il primo martire cristiano aveva capito prima degli altri che la fede doveva staccarsi dalla sua matrice mosaica. Un modello, forte nella parola ma generoso nel perdono verso i persecutori: «Signore, non imputare loro questo peccato».

I Santi Innocenti – recita un antico poeta cristiano – rappresentano, poi, tutti gli esseri umani travolti senza colpa dal turbine della Storia e dall’odio dei potenti (...)

Ho pensato, durante la preghiera, al Santo Scolaro della Chiesa di Barbiana, un mosaico, arte povera, realizzata da Don Lorenzo e dai suoi ragazzi e ragazze.

E ai ragazzi e alle ragazze che, anche a Pistoia, come in tutta Europa, hanno manifestato pacificamente e creativamente nelle piazze, tra le case, hanno urlato al cielo il loro concreto desiderio di Amore.

Al mio desiderio di spiegare, con l'esempio, non con le parole che cosa sia questo, per loro, "alieno", sindacato che il priore definiva una delle strade maestre per "praticare l'amore e cercare di dare un fine alla vita".

La veglia, coerente con il calendario e le letture liturgiche vira sull'Apocalisse di Giovanni (7,13-14):

"Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». 

 Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, i martiri e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello.

Risuonano, durante la veglia, le parole di Papa Francesco:

«Il martire può essere pensato come un eroe, ma il fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: c’è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri».

La testimonianza diventa vicinanza, Amore. 

Alla santità, è scritto nella Veglia, "rispondiamo con la Vita"...

Le Beatitudini recitate durante la Messa successiva alla veglia, mentre io vacillavo dal sonno, ci raccontano che la felicità nasce dall’affidarsi a Dio, dalla misericordia, dalla giustizia e dalla pace.

Continua la Veglia, spargendo sale sulle mie ferite, sui miei errori, sulle mie debolezze: "(...) Essere misericordiosi significa non ridurre nessuno ai suoi errori. Essere operatori di pace significa cominciare dalle parole, dall’ascolto e dalle divisioni che ci impegniamo a superare".

Ecco la mia beatitudine: 

"Liberaci dalla voglia di apparire e dal bisogno di avere sempre ragione. Donaci occhi capaci di vedere, orecchie capaci di ascoltare, mani pronte a servire e un cuore disposto a perdonare. Fa’ della nostra vita una piccola Beatitudine vissuta".

Una piccola Beatitudine vissuta, come in una: "scuoletta".

Una piccola, grande, infinita, eterna, ma anche finita, imperfetta scuola di montagna.

A Barbiana, un puntino nell'universo.

Ma non solo a Barbiana, scendendo nelle città, nelle classi multietniche di Prato, nella piana come nelle montagne dove, anche nei paesi un tempo abbandonati, come Mezzana, sopra Vernio, vicino a Barberino, dove: "Tutto è Vita".

La veglia sembra davvero scritta da Don Lorenzo:

"Non basta sono testimoni di Cristo. Non basta trasmettere parole: siamo chiamati a rendere visibile il Vangelo".

Risuona la riflessione della catechesi di Papa Francesco del 22 marzo 2023:

 «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, [...] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». 

L’evangelizzazione è più che una semplice trasmissione dottrinale e morale. È prima di tutto testimonianza: non si può evangelizzare senza testimonianza; 

E' così, come nella veglia di Maresco Ballini: "siamo discepoli e testimoni, ben prima che maestri".

Ognuno di noi è chiamato a rispondere a tre domande fondamentali, così formulate da Papa Paolo VI: “Credi a quello che annunci? Vivi quello che credi? Annunci quello che vivi?”. C’è un’armonia: credi a quello che annunci? Tu vivi quello che credi? Tu annunci quello che vivi?

La santità, è scritto nella Veglia, non è riservata a pochi. 

Lo ripete sempre Augusto, la santità è, almeno in potenza, in ognuno/a, ciascuno/a.

Nulla di semplice! Anzi, un grande portato di responsabilità.

Con San Francesco, testimone di Pace, preghiamo anche per Pistoia, "città da illuminare con la speranza".

Ogni luogo, ogni angolo di Pistoia può diventare spazio di incontro, ogni persona un fratello o una sorella da amare.

Come si fa, con tutti i nostri limiti a diventare, essere strumenti di dialogo e di Pace, in primis per le persone ferite dalla violenza, dalla guerra, dall’ingiustizia e dall’indifferenza?

Come si fa, ci chiede Augusto, facendo risuonare le Beatitudini del Vangelo di Matteo a far sì che "la nostra città diventi una casa aperta, dove nessuno sia dimenticato?"

Camminiamo ancora, con le nostri luci, per le strade di Pistoia.

Cerchiamo, portiamo e troviamo una luce nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, negli ospedali e nelle case di riposo.  

Respirare è come camminare, come desiderare un volto di fronte a noi.

No, non è il nostro.

Non è la nostra eco.

E', proprio come il Santo Scolaro, proprio come nel Piccolo Principe che, durante la stesura del mosaico, Don Lorenzo leggeva, con i ragazzi e le ragazze, con i bambini e le bambine nella scuola alle pendici del Monte Giovi.

Accompagnaci, accompagniamoci nel cammino.

Ricerchiamo il mare, l'oceano

Persino una piccola piscina, un po' storta, nella città.

Siamo come bambini e bambine, figli e figlie di mezzadri che non hanno mai nuotato, non hanno mai visto il mare.

E che devono imparare a nuotare, superare la paura.

E la paura la superi, vivendola, in un solo modo.

Nuotando insieme. 

Nella piscina di prima montagna, come nelle città.

Oltre la paura, sostenuti/e, bracciata dopo bracciata, da un Amore imperfetto.

E proprio perchè imperfetto, santo, quotidiano. Senza fine.

Cercare un fine. Praticare l'amore, Dare un senso alla vita.

Una meta per il cammino.

Un cammino che è esso stesso meta.

Bracciata paziente nell'oceano d'Amore della Vita...

Francesco Lauria

P.S. A proposito di volti che ti fanno sentire "a casa", anche senza averle mai parlato, uno di questi è quello di Annagiulia Ghinassi, psicologa, psicoterapeuta, docente e direttrice didattica del Master Tutto è Vita in accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire.

Annagiulia, in un podcast del quotidiano Avvenire ci spiega, perchè oggi, tra un dolcetto e uno scherzetto,: "andiamo ancora al cimitero".

Ecco il link: https://www.avvenire.it/podcast/dentro-lavvenire/perche-andiamo-ancora-in-cimitero_114938

venerdì 30 ottobre 2026

I GIOVANI NELLE PIAZZE: UNA MOBILITAZIONE CHE INTERROGA E PARLA AL SINDACATO E ALLA POLITICA (ADISTA).

                  


di Francesco Lauria e Mattia Scolari

ROMA-ADISTA. 

Bruno Manghi, sociologo e grande artigiano della formazione e del sindacato, suscitatore di “fuoco” in generazioni di giovani sindacalisti, concludeva così un testo di qualche anno fa: «Per quelli di oggi e di domani servirà a rispondere alla seguente domanda: Da dove veniamo? Che certo non risolve tutto, ma ci sorregge su altri interrogativi: chi siamo e dove andiamo?»

In tanti, di fronte alle mobilitazioni prevalentemente giovanili e studentesche per il diritto alla democrazia, allo studio, al lavoro, alla casa in Serbia, Francia, Spagna, Germania (con un più forte profilo pacifista e antimilitarista) e, infine, anche in Italia, si sono chiesti: «Ma chi sono questi giovani, dove stanno andando? Ce li siamo, forse, persi?». 

Probabilmente sì, almeno per ora ce li siamo proprio persi, vale per il sindacato in ogni declinazione, vale per la politica, vale, forse un po’ meno, anche per le grandi associazioni. I giovani, dove si prendevano decisioni che incideranno sul loro presente e, soprattutto sul futuro loro e del pianeta, non c’erano e, se c’erano, non erano e non sono né visti, né ascoltati.

Affermava, quindici anni fa, il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo ultimo bellissimo, ultimo libro: Conversazioni notturne a Gerusalemme, citando il profeta Gioele: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». Per costruire, sindacalmente, socialmente, politicamente un’agenda alternativa, come ben rilevato nell’articolo di Diego Motta su Avvenire del 27 ottobre, si può ripartire proprio da un’altra frase dell’ex arcivescovo di Milano: «Forse basta solo partire dai bisogni e dalle domande dei giovani e non da quello che si desidera loro insegnare».

Il sindacato è, insieme, poesia e prosa, pane e rose, ideali e necessità concrete, cielo e terra. 

Lottare contro il carovita, l’economia dello scarto e dello sfruttamento, la precarietà che da lavorativa si trasforma in esistenziale, significa, facendo propria e attualizzando la lezione di un grande, indimenticato sindacalista “da marciapiede” come Pierre Carniti, considerare il lavoro, ma anche lo studio, un «fatto sociale e relazionale».

Sta qui, nelle relazioni, certo non prive di conflitto, il nuovo alfabeto dei giovani che dobbiamo imparare, per ascoltare e contribuire a risolvere le domande urgenti, che sono, innanzitutto, domande di futuro e, quindi, di speranza. Le fratture, infatti, non sono solo le vetrine rotte, ma molto di più: siamo di fronte a una società della repressione, sempre più militarizzata, in cui la guerra e la crisi climatica rischiano di essere considerate la nuova normalità. 

Allora cresce un’onda, una grande, transnazionale, domanda di partecipazione e democrazia, perché i giovani di oggi, un po’ come i loro nonni nel 1973, con la grande conquista contrattuale delle 150 ore per il diritto allo studio, partita dai metalmeccanici e poi diffusa in tutto il mondo del lavoro, vogliono, da un lato, avere il tempo, lo spazio, la legittimità del desiderio di «imparare a suonare il clavicembalo» del nostro tempo, e dall’altro, hanno anche esigenze concrete, quotidiane, urgenti, contrattuali, magari senza sapere cosa sia un contratto.

Il sindacato, come seppe fare negli anni Settanta in tempi certamente di maggiore forza e potere, deve cominciare guardare oltre se stesso, ricucire le ferite, a partire dal lavoro e dai lavori, attraversare la modernità digitale, le solitudini, oggi frequenti anche nel mondo del lavoro, dello smart working, della logistica, delle partite Iva, siano esse reali o fasulle… 

Il sindacato deve porre il suo sguardo ai confini della città del lavoro, proprio come indicava papa Francesco, rappresentare uno spazio aperto, inclusivo, organizzato, ma non soffocante, libero. Uno spazio coerente con l’etimologia della parola sindacato: in cui «essere insieme giustizia».

La cosiddetta “Generazione Z” che a Genova 2001 non era ancora nata è questo e molto di più: non ragiona più solo per settori, territori, nemmeno per ideologie, ma ha un’idealità tenace, una gratuità politica che, a volte con comprensibile rabbia, parla e ci parla. 

È una generazione che prova a sperimentare anche nuovi modelli di leadership, non autoritari, non maschilisti o paternalisti: ed è anche per questo che non torna quanto viene imputato dalla Procura di Milano, abbastanza incredibilmente, ad uno di loro, solo con qualche anno in più: il giovane bresciano di seconda generazione Youssef Siher, per fortuna scarcerato. Senza ovviamente essere vincolati alle sue discutibili posizioni, non lasciamolo solo Siher, costruiamo con pazienza e tenacia, anche a partire dalle condizioni di lavoro, un mondo nuovo e possibile per tutti e per ciascuno, in cui riconoscersi soggetti non significa cedere all’individualismo e al nichilismo, in cui la “rivolta è senza armi”, ma pretende anche di essere sentita e vista.

Questi giovani non chiedono una nuova politica, sono, con le loro contraddizioni, con i loro opportuni errori, loro stessi una politica nuova, potenzialmente anche un sindacato nuovo, attuale, reale, necessario.

Unire le lotte significa ricucire la speranza, condividere l’orizzonte: ne abbiamo bisogno tutti e tutte, oltre le generazioni. 

L’intero, la società nel suo complesso vive oltre le proprie ferite, avendone cura, cerca di comprendere se stessa, anche per costruire alternative su dove andare, su come camminare, domandando, verso il futuro. 

«I giovani hanno visioni. I vecchi fanno sogni», lo diceva il profeta Gioele, ben prima di questo rovente, furioso, ma anche potenzialmente, laicamente benedetto 2026. 

Non dimentichiamolo.

Francesco Lauria è formatore Cub (Confederazione Unitaria di Base), Mattia Scolari è segretario generale Cub Milano

Vedi anche: www.cubmilano.org 

giovedì 29 ottobre 2026

SEMINANDO AMORE COME IL MAIS. IL "QUARTO STATO" IN PIAZZA: LE VISIONI PROFETICHE DI RAGAZZE E RAGAZZI. E IL SOGNO, IL SIGARO, IL FUOCO MAI SPENTI DEL "VECCHIO PIERRE"...

" (...) Ancora una cosa prima che scenda la sera.

Davanti a me ho un giovane. Lui ascolta, io termino di raccontare.

Osservo con attenzione Il quarto stato di Pelizza da Volpedo: siamo nel 1901, vedi quei lavoratori?

Non vogliono il "potere ai soviet" , ma un mondo migliore, un po' più di eguaglianza e di giustizia sociale.

Ogni tanto accarezzo l'idea che il ragazzo lì dietro, di lato, con i pugni serrati, assomigli un poco a com'ero io da giovane. 

I ricordi, quando si è stanchi, cominciano a sovrapporsi fino a dare forma a strani pensieri.

Uno di questi mi fa sorridere in bilico tra passato e futuro.

Ha a che fare con la convinzione che in tante parti del mondo, di sicuro anche qui da noi, ci siano ancora ragazzi e ragazze in tutto simili al giovanissimo tipografo con in mano la licenza media nella Cremona degli anni Cinquanta: un po' timido, piccolo, magro, capelli cortissimi, tagliati a spazzola.

Scoprono quasi senza volerlo la vocazione a contestare il mondo così com'è, per poi apprendere d'incanto la misteriosa dota di portarsi appresso tanti altri come loro.

Cominceranno così la loro avventura di sindacalisti, magari in prima fila, alla testa di un corteo.

A seguirli, appena qualche passo più indietro, accanto a un ragazzo con piercing, felpa e zainetto del sindacato a tracolla, intravedo l'ombra sorniona del vecchio Pierre, addosso un vestito fuori moda, stretto fra i denti il suo amato sigaro toscano, mai spento (...)"

Credo di aver letto almeno un milione di volte questo passaggio, raccolto da Paolo Feltrin in occasione degli ottanta anni di Pierre Carniti, indimenticabile segretario generale della Fim e della Cisl, e pubblicato nel bellissimo, prezioso, volume, solo in parte autobiografico: "Pensiero, azione autonomia".

Pierre, un mese fa, se fosse ancora a lottare e ad amare qui con noi di anni ne avrebbe compiuti novanta.

E, se non fosse stato costretto, come purtroppo spesso gli accadeva negli ultimi anni, agli "arresti domiciliari sanitari" sarebbe oggi con me e altri/e in piazza, insieme ai giovani, ai ragazzi e alle ragazze di questo tempo, proprio come in questo passaggio stupendo e commovente della sua autobiografia.

Pierre fu anche definito, cosa che non gli piacque mai, un "sindacalista d'assalto", ma, è vero, ancorato alla terra e alla concretezza del sindacato è uno che, con i metalmeccanici, negli anni Sessanta e Settanta, ha praticato quello che veniva definito: "assalto al cielo".

Cambiando i versi di una bellissima canzone del gruppo musicale dei Gang, in tante aule di formazione, ho definito il "tempo della speranza" di Pierre e della "generazione Carniti" invece come un: "abbraccio al cielo".

E, ieri, mentre con l'ex candidato sindaco di Pistoia Rossa, il docente Fabrizio Mancinelli, risalivo il corteo dei ragazzi e delle ragazze, ascoltavo le loro parole, leggevo, felice, i loro cartelli, sentivo la loro musica, le loro chiacchiere, mi sfamavo e mi dissetavo dei loro sorrisi, ho pensato, contemporaneamente a mio figlio Jacopo, quindici anni, una contestazione totale nei miei confronti, che oggi sarà in manifestazione e, con dolcezza infinita, proprio al "vecchio Pierre".

E' difficile, con di fronte il Pelizza da Volpedo di questo nuovo secolo e di questo furioso inizio di millennio, non pensare che cosa avrebbe detto Pierre a questi ragazzi, a queste ragazze, con la speranza tra le dita.

Qual è, oggi, il loro, il nostro "tempo della Speranza"?

Ho ricordato quando, tra le lacrime di commozione, come quelle di questa mattina, sbobinavo le ultime parole di Pierre per i giovani, "astrolabio" per i ragazzi e le ragazze di questo tempo, poche ore prima che sarebbe morto.

Sapevamo tutti/e che la "terra del tramonto", l'orizzonte del cielo (senza assalti...) erano ormai giunti per Pierre.

Che l'ultimo, resistente, sigaro, almeno apparentemente, si sarebbe spento.

Ma non potevo immaginare che, in quel giugno 2018, mancassero solo poche ore a tutto questo.

Pierre aveva chiarissima, pur sindacalista metalmeccanico, l'orizzonte della crisi climatica.

Nel 2009, in una riunione semiclandestina al Teatro San Genesio di Roma (atto di libertà che già allora pagai abbastanza caro...) con i giovani sindacalisti e sindacaliste provenienti da varie parti d'Italia e da vari sindacati, ci ammonì che non potevamo continuare a: "produrre inutili frigoriferi o condizionatori, fino ad ammassarli alle porte delle nostre case e a non poter più uscire".

Un po' come la mia avvocatessa del lavoro, l'epica Daniela Breschi di Pistoia, che, come Pierre, rifugge le luci della ribalta, anche quando vince, quasi da sola, durissime battaglie sull'esposizione dei lavoratori all'amianto, e che, con coerenza, anche con quaranta gradi, il condizionatore non lo accende mai, anzi, se possibile, tra buu e improperi, lo disinstalla.

Oggi, aprendo una delle mie copie di Pensiero, azione, autonomia, riscoprendo il "kairòs", il tempo opportuno, circolare, attuale di Pierre e dei ragazzi e delle ragazze con cui condivideremo la piazza, le vetrine colorate, non le vetrine rotte, frantumate, (almeno spero) ho trovato qualcosa che mi ha lasciato felice e senza fiato.

Sulla prima pagina del libro di Pierre, probabilmente solo per un prova, ma mi piacerebbe pensare come un passaggio di testimone (anche io comincio ad essere "vecchio") c'era una firma, a matita, grigio leggero, di mio figlio Jacopo.

Ho pensato, a quando, camminando verso Santiago, attraversando a piedi il grande ponte fluviale tra Spagna e Portogallo, salendo verso nord, cambiando le lancette di un vetusto orologio, inseguendo il fuso orario e l'apertura di un ostello, ammirando i murales, gli ho raccontato, travalicando i confini, tra le stelle e la acque d'Europa, della "Rivoluzione dei garofani".

Un altro, bellissimo 25 aprile/ 25 de abril...

Pierre si chiamava così, alla francese, perchè suo padre, grande amico di Don Primo Mazzolari ("Non uccidere!") colui che fu definito da Giovanni XXIII, il papa buono, "tromba dello Spirito Santo", ma che fu anche molto perseguitato dalla Chiesa, aveva deciso, scelto di ribellarsi, quasi anarchicamente, all'autarchia e al nazionalismo fascista, anche nel linguaggio, anche nel dare il nome a suo figlio, nel 1936.

E Pierre, che andò spesso a Barbiana, con l'amico Mario Colombo, che fu sposato insieme a sua moglie dallo stesso Don Lorenzo Milani, impersonava proprio quel sindacalista, certo mai perfetto, che il priore definiva ai suoi ragazzi/e come colui/colei che, "in questo tempo, il Novecento, cerca un fine, da un senso alla vita, cerca di praticare l'amore".

E' un ritratto, bellissimo, impegnativo, esigente.

Qualcosa, il sindacato, diceva Pierre, che è "impossibile da dire". 

Provo a camminare ancora, ogni giorno, con lui e con Don Lorenzo, come in quel congresso nazionale a Roma, nel 2017, in cui, lentissimamente, ci siamo presi insieme sotto braccio, abbiamo attraversato, al passo del bastone, un lunghissimo corridoio, siamo entrati nella grande sala, salutato tutti/e, almeno duemila persone.

I ragazzi e le ragazze - ricordava spesso Carniti (e con lui Don Milani...) - non hanno bisogno di parole vuote.

Di prediche. Di ammonimenti. Di indirizzi.

I ragazzi, le ragazze, "santi scolari", proprio come nell'immagine preziosa del libro di Pierre, in questo tempo, in queste ore, in tutta Italia, in tutta Europa, in tutto il pianeta, l'unico che abbiamo, sono in piazza, in corteo.

E, ricordiamocelo sempre: i loro occhi sono le nostre bandiere, la nostra identità in divenire, il nostro futuro presente.

Scriveva Don Lorenzo, con i ragazzi e le ragazze della scuola di Barbiana in "Lettera a una professoressa": 

"Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come si vuole amare se non con la politica, o con il sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

Sulle spalle dei giganti: Pierre, Don Lorenzo, ma anche con le proprie gambe, i propri sogni, le proprie scelte, con la licenza di sbagliare.

Noi veniamo presi sulle spalle dai nostri ragazzi, dalle nostre ragazze.

Viviamo questo tempo: "con tutte le sue difficoltà" (Aldo Moro).

D'altronde, migliaia di anni fa, lo aveva già capito benissimo il profeta Gioele:

"E diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;

i vostri anziani faranno sogni (proprio come Pierre...)

i vostri giovani avranno visioni".

Risuona una vecchia canzone scout e la voglio cantare oggi, in piazza, insieme a Pierre che si definiva, non a caso, "sindacalista da marciapiede"...

"L’appel de la route”, Il richiamo della strada:

Se il tuo cuore qualche volta

è catturato da grandi sogni,

se tu cerchi le forti virtù che ci sollevano,

ben lontano dai sentieri battuti

segui la strada senza tregua.

 Ohè, ragazzo, ragazzo,

 tu che cerchi, tu che dubiti,

 presta l’orecchio alla mia canzone:

 ascolta il richiamo della strada.

 Tu che conoscesti i molti segreti di questa strada,

 i calvari drizzati al cielo, sotto la grande volta,

 tu sarai per l’amore di Dio

 ogni giorno in ascolto.

 Quando la notte avrà diffuso il silenzio nel bosco,

 tu ti addormenterai senza paura, pieno di speranza,

 e la voce del Signore dentro di te

 sarà la tua ricompensa."

Sognare da svegli...

Seminando amore come il mais (Antonietta Potente).

Francesco Lauria