venerdì 14 agosto 2026

"NON INNAMORATEVI DEL POTERE": PATRIARCATO E FASCISMO SECONDO ROSANNA VIRGILI, MICHEL FOCAULT, FRANCESCO GUCCINI... OLTRE VANNACCI (prima parte).

Devo dire che, senza esagerare nel dargli credito perchè non ha senso "nobilitare" una figura qualunquista e opportunista come il generale Vannacci, mi ha piuttosto colpito la sua proposta programmatica di promozione del: "patriarcato mediterraneo".

Ho cercato di comprendere meglio questa posizione volutamente iper-provocatoria e ho notato che è stata ampiamente analizzata dalla scrittrice e biblista Rosanna Virgili su Famiglia Cristiana.

Chi volesse leggere tutta l'interessante riflessione della nota teologa può raggiungere questo linkhttps://www.famigliacristiana.it/famiglia-educazione/vannacci-patriarcato-mediterraneo-gesu-famiglia-bibbia-glpoxsnm

In sintesi la tesi è questa: il “patriarcato mediterraneo” evocato da Vannacci non coincide con la famiglia cristiana. Dalla Bibbia al Vangelo, la storia racconta un'evoluzione, un percorso ancora non del tutto compiuto:  il passaggio dal potere del padre alla responsabilità della paternità: non dominio, ma cura, servizio e fraternità.

Virgili sottolinea, non senza una punta di ironia: "immagino che l’ex generale Vannacci quando nel suo Programma, in una parte dedicata alla famiglia e alla relazione uomo-donna, parla della necessità di difendere il “patriarcato mediterraneoalluda ad una forma tradizionale di famiglia legata alle generazioni precedenti gli anni Cinquanta del Novecento".

Quella, per intenderci, raccontata magistralmente anche da Paola Cortellesi nel suo film di grande successo nazionale ed internazionale: "C'è ancora domani"

Partendo anche dalla propria storia familiare sui monti Sibillini Rosanna Virgili smonta, fa a pezzetti, il concetto di Vannacci, vago e vacuamente uniformante, statico nel tempo e impreciso nello spazio, di patriarcato mediterraneo.

La scrittrice abruzzese accenna anche a modelli del tutto alternativi come le aree di matriarcato presenti storicamente in alcune aree interne della Sardegna e non solo.

C'è poi un passaggio chiave della riflessione di Rosanna Virgili su Vannacci e il suo vetusto "patriarcato mediterraneo" che preferisco riportare letteralmente:

"Egli (Vannacci ndR) imputa, inoltre, alla scomparsa del patriarcato l’aver determinato un aumento della violenza sulle donne. Ed auspica che la legge sul femminicidio venga abolita prima possibile. 

La violenza sulle donne è allora oggi aumentata forse perché nel patriarcato quella violenza era legittimata ed il femminicidio si chiamava “delitto d’onore” che permetteva – sino al 5 agosto 1981 – di riservare pene ridotte a chi uccideva la moglie od anche la sorella e la figlia, per l’onore della famiglia?!"

Virgili aggiunge:

"Vorrei che Vannacci e tutti coloro – uomini e donne – che in Italia sono già od aspirano a governare, conoscessero e, quindi, maturassero rispetto verso l’arduo cammino della nostra civiltà, verso le sue radici e le sue conquiste, che si rendessero consapevoli di quanto impegno, quanto travaglio, quanto coraggio, quanta sapienza sia stata spesa proprio nel bacino del Mediterraneo sin dai tempi “biblici”, per dare un ruolo vitale alla famiglia, per regolare e rendere dignitosi e fecondi i rapporti uomo-donna, moglie-marito, padri, madri e e figli, nonni e nipoti".

Tralasciando molte altre riflessioni di profondo valore per le quali rimando al testo integrale pubblicato da Famiglia Cristiana riporto un'ulteriore citazione di Rosanna Virgili:

"Vorrei dire a Vannacci che più maschilità non vuol dire più paternità, al contrario, più paternità vuol dire più umiltà, più ascolto, più educazione alla fratellanza, alla giustizia, alla mitezza, alla cooperazione, alla pace, più cura degli altri, più responsabilità verso il bene comune e, quindi, verso i figli di tutti, siano o non siano greco-romani, cristiani o mediterranei".

Dando valore all'evoluzione della società la biblista non dimentica il patriarcato mediterraneo antico – che probabilmente è proprio quello che auspicherebbe Vannacci.

Un patriarcato antico – che si trasformò presto in potere del padre sui figli e del marito sulla moglie. 

Qui la Bibbia ci può dire molto. Nel matrimonio dei patriarchi biblici l’amore non interveniva – se non del tutto casualmente – nel matrimonio, ma lo scopo del prender moglie era quello di ottenere da lei una discendenza. I figli erano per i padri e non viceversa. 

La moglie - ci ricorda sempre Virgili - doveva essere “acquistata” pagando un prezzo al padre che l’aveva generata e cresciuta e che di lei era proprietario sinché non venisse ceduta al marito.

 I figli di una donna erano appartenenti a suo marito che considerava la prole la sua prima ricchezza e proprietà e per questo nel patriarcato biblico era prevista la poligamia, come era previsto il ripudio (un diritto del marito e non della moglie, salvo in casi rarissimi) specialmente quando la donna risultava sterile.

C'è poi un passaggio della teologa che ci fa comprendere pienamente la vera e propria rivoluzione rappresentata da Gesù:

"La legge, poi, che regolava l’adulterio era terribile: se trovata in flagrante la moglie doveva esser lapidata, presa a sassate, appunto: “assassinata”. Questo era il patriarcato mediterraneo antico e biblico: è proprio sicuro Vannacci che “non dev’essere criminalizzato?”. Vorrei ricordare che il primo a farlo è stato proprio Gesù! (cf. Gv 8,7).

L'articolo ci ricorda poi che non soltanto, dunque, Vannacci per difendere il patriarcato dovrebbe abolire il vigente e riformato diritto di famiglia (la legge del 19 maggio 1975, n. 151) e cancellare molti articoli della Costituzione Italiana (Articoli 3, 29, 37, 51, eccetera) nonché misconoscere i fondamenti delle carte dei Diritti Umani e Civili universali che gli Stati e le grandi Organizzazioni Internazionali hanno insieme prodotto, ma nessun italiano od italiana che fosse d’accordo con lui potrebbe dirsi “cristiano”. 

Gesù, infatti, abbatte i fondamenti antropologici, socio-economici, giuridici, e persino teologici del patriarcato biblico. 

Le conclusioni di Virgili sono illuminanti:  "Gesù non fu mai patriarca nella sua vita terrena ma si fece eunuco per il Regno dei cieli: “figlio nel cuore del padre” in quanto amico e fratello, in virtù non di un potere né di una potenza, non della ricchezza, non della proprietà, non della differenza, ma di una Umanità che l’Amore trasforma. In un battesimo dove: “non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, maschio né femmina” (Gal 3,28).

L'ex generale Vannacci sicuramente obietterà che la Virgili è donna (e quindi, secondo lui, magari poco si può intendere di maschi e patriarcato); penso quindi possa essere utile riprendere il rapporto con il femminismo ed il potere in generale di due figure maschili, molto significative e diverse fra loro, come il compianto cantautore e poeta Francesco Guccini, da pochi giorni scomparso, ed il filosofo francese (quindi mediterraneissimo) Michel Focault.

Francesco Lauria (continua...)

giovedì 13 agosto 2026

BIBLIOTECA SAN GIORGIO: LE PROMESSE MANCATE (PER ORA) DELLA GIUNTA CAPECCHI E OTTO PISTE CONCRETE DI SOLUZIONI/IMPEGNO.

In campagna elettorale, sui temi culturali e di rapporto, soprattutto, con studenti e studentesse uno dei (condivisibili) mantra di Giovanni Capecchi, sia quando ancora non era candidato a nulla, sia quando era candidato alle primarie del centrosinistra, sia quando era candidato sindaco, è stato l'allargamento degli orari della biblioteca comunale San Giorgio di Pistoia.

Ad esso Capecchi ha sempre teso collegare la questione connessa anche se indipendente, della ripresa dello sviluppo dell'Università a Pistoia come sede decentrata, ma significativa.

Su quest'ultimo punto sono intervenuto pubblicamente anche io nei mesi scorsi, rilevando come non fosse obbligatorio concentrarsi solo sull'Università di Firenze, ma anche andassero prese in considerazione, almeno, anche Pisa e Bologna (ci sono, infatti, diverse sedi universitarie decentrate in Italia al di fuori del territorio della regione della sede principale).

Si possono ritrovare entrambe le promesse di Giovanni Capecchi, ad esempio, a questo link, ma potremmo prendere qualsiasi testata giornalistica locale: https://www.reportpistoia.com/capecchi-prolungare-lapertura-della-biblioteca-fino-alle-22-e-far-tornare-luniversita-a-pistoia/

Ora, mentre ricostruire un vero insediamento universitario è questione complessa che non si può affrontare ed ottenere in un giorno, l'allargamento degli orari e delle giornate di apertura della Biblioteca comunale appare, a tutte e a tutti, ovviamente più semplice.

Nelle ultime settimane Capecchi, spalleggiato dal suo influencer Alessio Dolfi, ha esultato per gli importantissimi finanziamenti che interverranno su alcuni problemi strutturali dell'edificio della biblioteca e che, fra l'altro, causavano una singolare e poco dignitosa comparsa di ombrelli e di teloni da campeggio dentro e non fuori la struttura, anche a seguito di poche gocce di pioggia.

Il neo sindaco ha però, con scarso stile, dimenticato che il merito di questi finanziamenti (forse anche un po' tardivi, ma ingenti) è totalmente ascrivibile all'amministrazione precedente, nemmeno a quella di Annamaria Celesti, ma proprio quella di Alessandro Tomasi.

Al di là delle questioni di stile (peraltro lo stesso ex sindaco Tomasi brinda pubblicamente con Capecchi e ne parla spesso bene, contento lui...) il tema degli orari della biblioteca, ripeto, è stato ampiamente trattato come promessa elettorale dall'attuale sindaco di Pistoia e appare quindi stringente.

Un primo elemento è lo smacco subito dal capoluogo di provincia e dal settimo comune per popolazione nell'intera regione Toscana, dalla ben più piccola (quattro volte e mezzo di meno rispetto agli abitanti...) amministrazione cugina di Montecatini Terme.

Ora Montecatini non è diventata improvvisamente Harvard o Yale, non verrà frequentata al posto della Sorbona di Parigi, ma, con l'allungamento degli orari della biblioteca comunale stabilito a luglio scorso, ha, pur non di molto, superato senza alcun dubbio quelli di Pistoia: https://www.iltirreno.it/montecatini/cronaca/2026/08/05/news/orario-continuato-alla-biblioteca-ce-lo-hanno-chiesto-tanti-cittadini-1.100903242

Rispetto agli orari della biblioteca comunale che, su altri fronti ha anche tanti meriti, Pistoia è poi in piena zona retrocessione tra i capoluoghi di Provincia toscani avendo una situazione simile, come ore totali di apertura settimanali, a Grosseto e Siena, peggiore rispetto a Lucca e a Prato, molto peggiore rispetto a Firenze, Pisa, Arezzo. Massa non può essere presa in considerazione perchè in questo momento la biblioteca comunale opera in una sede provvisoria.

Non va dimenticato che Pistoia viene di molto superata anche da Siena che può contare su un'ampia apertura delle biblioteche universitarie (aperte a tutti gli utenti) e anche Arezzo ha buona agibilità su questo essendo una sede distaccata importante proprio dell'Università di Siena (cosa che non è Pistoia, ad esempio, rispetto all'Università di Firenze e non solo, come abbiamo già rilevato).

In sintesi Pistoia è, in Toscana, non considerando Massa, all'ultimo posto insieme a Grosseto per gli orari di apertura complessivi sulle sette giornate della settimana e la totale mancanza di aperture serali e domenicali.

Una mozione consiliare risalente all'anno scorso proponeva peraltro di valutare proprio aperture serali e festive, come in diversi altri capoluoghi toscani (non ci si riferisce solo a Firenze), pertanto Giovanni Capecchi non si è inventato nulla di originale, ha solo insistito sul punto dandolo, sostanzialmente, per acquisito/acquisibile.

Tralascio gli annunci della nuova amministrazione comunale sul forte rafforzamento dell'insediamento universitario a Pistoia (ricordiamoci che, pensiamo solo a Prato, non a Firenze, in Toscana esistono anche tante università americane...) che sono, davvero, tutti da verificare.

Provo a suggerire un percorso graduale al sindaco e ai suoi influencer, ormai stabilmente parte del suo staff, tra l'altro facendo presente che, anche qui, basterebbe volgere lo sguardo non alla New York di Mamdani, ma più modestamente oltre il Reno, alla piccola Porretta Terme:

- aperture serali e domenicali sperimentali, collegate ad eventi musicali/culturali specifici, da aumentare progressivamente;

- inizio graduale con apertura del solo piano inferiore, sfruttando anche un possibile allargamento degli orari del bar interno, specialmente nei mesi estivi, ma non solo;

- realizzazione di un accordo sindacale partecipativo e innovativo con i/le dipendenti, anche per verificare la disponibilità e le condizioni dell'introduzione (senza esagerare e nei termini di legge e contratto collettivo) di possibili ore di straordinario dei lavoratori/lavoratrici, in attesa di un possibile/auspicabile rafforzamento numerico e conseguente ringiovanimento anagrafico della popolazione lavorativa;

- coinvolgimento (non esclusivo, ma importante) dell'associazione degli amici della Biblioteca San Giorgio e di altre associazioni, penso, ad esempio, alle stesse organizzazioni sindacali: Auser, Anteas, al fine dell'allargamento, in sicurezza, degli orari di apertura al pubblico;

- progetti specifici con associazioni non solo della terza età, ma anche giovanili;

- sinergie con le altre biblioteche, come accade in tutti gli altri comuni italiani che hanno più di una biblioteca comunale tranne che a Pistoia (penso alla mia Parma, non a Milano o a Roma...) che, solo per fare un esempio, adottano le chiusure estive non tutte insieme, ma in maniera alternata e coordinata;

- verifica della presenza di fondi disponibili/aggiudicabili (anche a bando) di Fondazioni bancarie (non sempre e per forza la sola Fondazione Caript, ma almeno a livello regionale), della Regione Toscana o Europei, sfruttando, per esempio, il fatto che la San Giorgio sia un punto certificato di informazione del programma europeo Erasmus Plus.

- ultima, ma non ultima, vista anche la declamata attenzione alle fragilità della Giunta del campo larghissimissimo, sarebbe importante ripristinare finalmente la collaborazione (soprattutto per il prestito dei libri ai detenuti, ma non solo) tra Biblioteca San Giorgio e casa circondariale di Pistoia.

Oggi siamo al giorno ottanta non dalla mera elezione, ma dalla proclamazione a sindaco di Giovanni Capecchi.

Il 5 settembre (2026... eh) scadranno i famosi primi cento giorni rispetto ai quali si era promesso di compiere una prima verifica delle cose fatte/impostate/instradate.

Considerando che anche in altri campionati (non solo in quelli delle biblioteche, ma penso, ad esempio, al basket) Pistoia e Montecatini nel 2026/2027 dovranno confrontarsi più volte, io suggerirei di rimboccarsi le maniche per non perdere tutti i derby (e non mettiamoci pure Porretta...) e trovare delle soluzioni che oltrepassino la mera politica dell'annuncio e del racconto (talvolta messianico...)

Ho proposto sette piste concrete di impegno, senza, per il momento, parlare di Università (tema ovviamente sinergico).

Nessuna di queste piste, da sola, è risolutiva, ma tutte insieme, senza alcun dubbio, lo sono.

Da Giovanni Capecchi e dalla sua Giunta/maggioranza, i cittadini e le cittadine non ideologizzati/e e onesti/e, quelli che si fanno un mazzo così, magari da pendolari, per restituire in tempo un libro alla Biblioteca comunale San Giorgio, di ritorno dal lavoro a Firenze o a Lucca, si aspettano risposte concrete e tempestive.

Non promesse mancate o il giubilo per i risultati conseguiti, in realtà, da altre, precedenti, amministrazioni del Comune di Pistoia, rispetto alle quali si è peraltro rivendicata, un giorno sì e l'altro pure, una più che netta discontinuità.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli

mercoledì 12 agosto 2026

"LA CISL NON CONOSCE LA LEGGE DELLA CISL". PIENAMENTE ACCOLTO IL RICORSO DELLA CGIL SULLE MODALITA' DI PARTECIPAZIONE GESTIONALE.

E' questo il ficcante titolo di ieri de Il Fatto Quotidiano rispetto alla vicenda che ha visto soccombere in tribunale la società ASM di Rieti, spalleggiata dalla Cisl, il sindacato guidato da Daniela Fumarola e, precedentemente, da Gigi Sbarra, attuale componente del Governo di destra di Giorgia Meloni.

Entrambi i dirigenti hanno fortemente voluto la legge 76/2025  sulla partecipazione dei lavoratori, supportata prima da una raccolta firme popolare e, poi, da un accordo sostanzialmente blindato in Parlamento con il centrodestra (a parte l'accoglimento di qualche modifica peggiorativa proposta dalla Lega di Salvini...) 

La partecipazione dei lavoratori è, senza dubbio, una bandiera storica della confederazione di Via Po (anche se a fasi alterne, negli anni Cinquanta, ad esempio, l'ideologo della Cisl Mario Romani, influente responsabile dell'Ufficio Studi e stretto collaboratore del fondatore Giulio Pastore, le preferiva, di gran lunga la contrattazione aziendale, su questo si può agevolmente consultare il volume, curato da me a da Adriana Coppola: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo", mentre negli anni Settanta la sinistra fimmina e cislina carnitiana fu molto tentata dall'autogestione jugoslava e, comunque dalla partecipazione conflittuale, come nei casi dei lavoratori che prendono il controllo/acquistano l'impresa, spesso in forma cooperativa e tramite i cd. "workers buyout"). 

Qui il link all'articolo leggibile per gli abbonati del quotidiano sulla sconfitta (indiretta) della Cisl in Tribunale, sia a Rieti che a Roma: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/08/12/la-cisl-non-conosce-la-legge-della-cisl/8476722/

Chi conosce la partecipazione dei lavoratori (io ho contribuito a scrivere nel 2025, dopo l'approvazione della legge, una dispensa, firmata insieme all'attuale Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, Emmanuele Massagli, riscontrabile qui: https://www.edizionilavoro.it/notizie/431-freschi-di-stampa-il-cofanetto-sugli-strumenti-per-la-formazione-sindacale) sa bene che esistono, in Italia, in Europa e nel mondo, forme molto diverse fra loro di coinvolgimento partecipativo dei lavoratori e dei loro rappresentanti.

C'è quindi, partecipazione e partecipazione...

In sintesi, a fine luglio 2026, il Tribunale di Rieti ha condannato la società ASM Rieti per condotta antisindacale ai sensi dell'articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, ordinando la revoca del regolamento aziendale e della conseguente nomina di una lavoratrice nel Consiglio di Amministrazione (CdA). 

Il caso riguarda il progetto di partecipazione gestionale dei dipendenti promosso con forza dalla CISL, sfociato in un duro scontro legale a causa dell'adozione unilaterale delle regole di voto da parte dell'azienda.

Il contesto e il progetto della CISL
Nel corso del 2025 e all'inizio del 2026, la CISL Roma Capitale Rieti e la Fit Cisl Lazio hanno promosso le elezioni per inserire un rappresentante dei lavoratori nel CdA di ASM Rieti. L'iniziativa mirava a rendere l'azienda municipalizzata un modello nazionale di partecipazione gestionale e democrazia societaria. 
I motivi della condanna per condotta antisindacale
La vertenza giudiziaria si è aperta quando ASM Rieti ha emanato in modo unilaterale il regolamento per disciplinare le procedure di elezione del rappresentante dei lavoratori, escludendo una reale contrattazione con tutte le sigle sindacali. 
  • Illegittimità del regolamento: Con il decreto (R.G. 388/2026), il Tribunale Ordinario di Rieti ha stabilito che la predisposizione unilaterale del testo ha violato i diritti delle rappresentanze sindacali, configurando l'antisindacalità della condotta.
  • Profili discriminatori: Parallelamente, la Sentenza n. 8209/2026 del Tribunale di Roma ha analizzato i requisiti di eleggibilità imposti dall'azienda, rilevando possibili effetti discriminatori legati a fattori come l'età, le opinioni personali e sindacali, nonché la natura precaria del rapporto di lavoro dei candidati, pur ritenendoli non direttamente sanzionabili. Il giudice ha riconosciuto, da un lato, che la Cgil aveva piena legittimazione ad agire per la discriminazione collettiva e che le norme sull'eleggibilità dei rappresentanti dei lavoratori nel CdA rientrano nella tutela antidiscriminatoria, e dall'altro ragioni oggettive per cui era possibile per l'azienda escludere alcune categorie di lavoratori/lavoratrici dall'eleggibilità.
Gli effetti della sentenza del Tribunale di Rieti
Il giudice ha ordinato ad ASM Rieti di:
  1. Cessare il comportamento antisindacale e rimuoverne gli effetti.
  2. Revocare immediatamente il regolamento elettorale.
  3. Annullare la nomina del componente dei lavoratori eletto sulla base di tali norme.
La vicenda è finita al centro del dibattito giuslavoristico e mediatico in quanto evidenzia i limiti della partecipazione gestionale: sebbene fortemente caldeggiata dai vertici sindacali (in particolare dalla CISL), essa non può essere attuata tramite decisioni unilaterali del datore di lavoro, ma deve necessariamente passare per un accordo collettivo condiviso.
La questione è stata correttamente e scientificamente sintetizzata da Adapt (certamente non tacciabile di ostilità nei confronti della Cisl che ne è, praticamente da sempre, socia e co-promotrice) con un articolo dell'assegnista di ricerca Francesco Alifano riscontrabile a questo link: https://www.bollettinoadapt.it/partecipazione-gestionale-e-regolamento-unilaterale-dellimpresa-una-nuova-pronuncia-sul-caso-dellasm-rieti/
Essendo la sentenza una delle prime pronunce sulla Legge e, più in generale, sulle modalità di partecipazione dei lavoratori, essa rappresenta, senza dubbio, un precedente importante e di indirizzo.
Come in altre situazioni (penso, ad esempio all'esclusione della Fiom dalla rappresentanza e addirittura dalle bacheche sindacali Fiat, poi sanata dalla Corte Costituzionale, dopo l'accordo sulla fabbrica di Mirafiori, successivo a quello, altrettanto problematico di Pomigliano, ai tempi di Sergio Marchionne), la Cisl turbo partecipativa/aziendalista/corporativa di Sbarra e Fumarola sembra aver dimenticato due capisaldi della propria identità e cultura sindacali:
- il valore prevalente della dimensione associativa e della libertà sindacale (che dovrebbe valere per tutti i sindacati, non solo in proprio);
- il prevalere della contrattazione collettiva rispetto ai vincoli della Legge (tanto più se applicati male ed illegittimamente).
In una Cisl normale e non addomesticata, quanto è accaduto in particolare al Tribunale di Rieti (e ciò che non è accaduto prima per evitare di arrivare alle vie giudiziarie...) avrebbe già aperto un franco dibattito, in primis con e tra le federazioni di categoria, vere depositarie sia del patto federativo che ha dato vita alla Cisl che delle dinamiche della partecipazione dei lavoratori e della contrattazione collettiva, ad ogni livello.
Non occorre essere degli indovini particolarmente raffinati per avere la piena consapevolezza che tutto questo non accadrà mai.
Francesco Lauria

martedì 11 agosto 2026

IL CARCERE DI PISTOIA E LA NOMINA URGENTE DI UN NUOVO GARANTE DEI DETENUTI. UNA SOLLECITAZIONE POLITICA AL SINDACO E A TUTTO IL CONSIGLIO COMUNALE (versione aggiornata).

Se si utilizza, come fonte primaria la recentissima Relazione annuale 2026 del Garante dei detenuti regionale della Toscana sull'attività 2025, che contiene una sezione specifica intitolata: “Pistoia –  a cura dell'avv. Tommaso Sannini, Garante Comune Pistoia” possiamo sintetizzare alcuni elementi rilevati a livello istituzionale rispetto alla casa circondariale del capoluogo in continuità con le riflessioni che ho recentemente e personalmente svolto dopo un approfondimento sul penitenziario pistoiese e che sono riscontrabili qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/sentire-cio-che-non-fa-rumore-il.html

La relazione de Garante dei detenuti di Pistoia (o, come ufficialmente è chiamato: "delle persone private della libertà personale) afferma, in sintesi che nel 2025 nel carcere:

  • il sovraffollamento è la criticità principale;
  • celle progettate per una persona vengono utilizzate da due, (e in passato da tre) detenuti;
  • è stato soppresso il servizio medico notturno;
  • sono presenti carenze nella Polizia penitenziaria (aggiungo io che il comandante della polizia penitenziaria di Pistoia, figura apprezzata, ha recentissimo deciso di andarsene e cambiare ambito lavorativo);
  • c'è un solo funzionario giuridico-pedagogico;
  • permangono problemi relativi a vitto, sopravvitto, dentista, visite specialistiche, manutenzione e apparecchiatura a raggi X;
  • il 6 dicembre 2025 si è purtroppo verificato un suicidio. 

Secondo aggiornatissimi dati ufficiali del Ministero della Giustizia la scheda ministeriale di Pistoia indica attualmente 76 posti regolamentari e 86 detenuti, rilevazione aggiornata al 28 luglio 2026.

Sembrerebbe un elemento quasi positivo se confrontato, ad esempio, alle situazioni più gravi del carcere di Sollicciano a Firenze o del complicatissimo carcere di Prato, ed è in parte lo è. 

Nella risposta del Ministero della Giustizia a un'interrogazione parlamentare del 24 aprile 2026 si precisa che nel solo 2025 sono stati trasferiti da Pistoia 41 detenuti verso altri istituti, proprio per mantenere l'equilibrio tra capienza e presenze. Il Ministero afferma inoltre che si ricorre sistematicamente a provvedimenti di "sfollamento" per Pistoia.

Questo elemento rafforza i contenuti della relazione relativa al 2025 del Garante Sannini sul problema del sovraffollamento, che risulta allievato solo da provvedimenti tampone oltre dal forte turn over dei detenuti che non può che essere quasi strutturale in un penitenziario che ospita molti (troppi) carcerati in attesa di giudizio o condannati a pene detentive inferiori a cinque anni.

Se facciamo un salto indietro di oltre dieci anni e analizziamo la relazione del precedente Garante dei Detenuti, nominato dalla giunta di Samuele Bertinelli dobbiamo analizzare la relazione finale dell'allora Garante Antonio Sammartino, datata 28 febbraio 2015.

La relazione di Sammartino appare un documento particolarmente interessante perché contiene dati, osservazioni e conclusioni riferite alla situazione del carcere alla fine del suo mandato triennale.

Il Garante dei detenuti di Pistoia dell'epoca, cui seguirono sette e oggettivamente gravi lunghi anni di vacatio, si contraddistinse per un aspetto coraggioso e peculiare: la capacità di contestare dati e soprattutto posizioni non condivisibili, come quando l'Asl di riferimento si espresse incredibilmente valutando, per Pistoia, una “capienza tollerabile” di 118 persone a fronte di 64 posti regolamentari; numeri davvero inaccettabili.

Il Garante Sammartino prese esplicitamente ed esplicitamente le distanze da quella stima e le sue considerazioni sul sovraffollamento nel 2015 coincidono sostanzialmente con quelle del Garante Sannini nel 2025-2026: l'aumento della popolazione detenuta incide, infatti, sugli spazi, sull'organizzazione e sulla qualità della vita delle persone, ma anche degli operatori di qualsiasi ambito professionale.

Ma perchè (a vari livelli) esiste in Italia (e non solo...) il Garante dei detenuti?

La ragione di fondo è che la persona detenuta rimane titolare di diritti fondamentali, ma si trova in una condizione di particolare vulnerabilità perché non può autonomamente sottrarsi all'amministrazione che gestisce la sua privazione della libertà.

Il Garante nasce quindi come una figura di controllo esterno, indipendente e non giurisdizionale, destinata a fare da intermediario tra la persona privata della libertà e le amministrazioni pubbliche.

Il riferimento costituzionale fondamentale è l'art. 27, comma 3, della Costituzione, secondo cui:

"le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

L'idea di fondo è dunque che la tutela dei diritti non possa essere affidata soltanto all'amministrazione penitenziaria e che serva una figura esterna e terza, complementare alla magistratura di sorveglianza. 

Questa impostazione emerge molto chiaramente nei lavori parlamentari che portarono all'istituzione del Garante nazionale.

Va, però ricordato, che in Italia la figura non è nata inizialmente con una legge nazionale, ma dal basso.

A partire dalla fine degli anni Novanta e soprattutto negli anni 2000, Comuni e Regioni hanno, infatti, iniziato autonomamente a istituire Garanti dei detenuti, attraverso propri atti normativi.

Nel 2013, quando il Parlamento discuteva l'istituzione del Garante nazionale, erano già presenti 12 Garanti regionali, 8 provinciali e 25 comunali.

Il passaggio decisivo avviene con il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 146, convertito nella legge 21 febbraio 2014, n. 10.

L'articolo 7 del decreto istituisce, infatti, il:

Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.

La scelta non fu casuale: arrivò in un momento (peraltro oggi per nulla risolto) di fortissima crisi del sistema penitenziario italiano, caratterizzato dal sovraffollamento e dalle condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Particolarmente importante era stata la sentenza Torreggiani e altri c. Italia della Corte EDU, relativa alle condizioni di sovraffollamento carcerario. 

Il Garante nazionale, autorità dello Stato, è oggi denominato Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL).

Si tratta, in realtà, di un organo collegiale di tre componenti: Presidente e due membri, con mandato quinquennale non prorogabile. I componenti devono essere indipendenti e competenti in materia di tutela dei diritti umani.

Il Garante nazionale non si occupa soltanto delle carceri, ma la sua competenza riguarda in generale i luoghi di privazione della libertà personale, quindi, tra gli altri:

  • istituti penitenziari;
  • camere di sicurezza;
  • strutture per persone sottoposte a determinate forme di restrizione;
  • CPR e altri luoghi di trattenimento per migranti;
  • strutture per minori;
  • alcune strutture sanitarie e assistenziali nelle quali si realizza una privazione della libertà.

Non va poi dimenticato il Meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti o pene inumani o degradanti, secondo il Protocollo opzionale alla Convenzione ONU contro la tortura.

Esistono poi Garanti regionali istituiti e variamente regolati specificamente dalle leggi regionali che ne definiscono poteri e mandato e, non in tutta Italia, anche Garanti provinciali, figura resa meno centrale dall'indebolimento delle Province stesse a seguito della sciagurata legge "Renzi-Del Rio".

Ci sono, poi, e qui veniamo a Pistoia, i Garanti comunali.

Essi sono molto importanti perché rappresentano spesso il livello più vicino concretamente alla singola persona detenuta e al singolo istituto penitenziario.

Va ricordato, però. che se il Garante comunale può/deve, ad esempio, occuparsi delle persone detenute in un carcere situato nel territorio comunale. egli od ella non è/sono, "tout court", il "Garante del carcere",  ma il Garante territoriale del Comune, con le competenze attribuitegli dall'atto istitutivo.

A Pistoia, come in altre città il mandato del Garante è triennale, ed è già scaduto nel mese di aprile di quest'anno.

Essendo, in ogni caso la figura del Garante sostanzialmente "fiduciaria" sia del sindaco che, soprattutto, del consiglio comunale, l'elezione di un nuovo primo cittadino e di un nuovo consiglio comunale, rendono ancora più urgente e motivata una nuova nomina.

Ma che cosa può (deve...) fare un Garante comunale dei detenuti?

Il Garante comunale può/deve:

  • entrare negli istituti;
  • parlare con tutte le persone detenute;
  • raccogliere segnalazioni e reclami;
  • verificare condizioni materiali e organizzative;
  • dialogare con direzione, amministrazione penitenziaria, servizi sanitari, enti locali ecc.;
  • segnalare violazioni o disfunzioni;
  • chiedere chiarimenti alle amministrazioni;
  • proporre interventi;
  • svolgere attività di mediazione;
  • elaborare rapporti e relazioni (annuali);
  • portare all'attenzione delle istituzioni problemi sistemici;
  •  promuovere il dibattito pubblico sui diritti e le condizioni delle persone private della libertà personale.
E' inutile ribadire che, coerentemente con l'art. 27 della nostra Costituzione, che si deve a figure davvero significative per la storia della Repubblica Italiana, come il giovane giurista Aldo Moro, il Garante rappresenta una figura non salvifica, ma, almeno potenzialmente, importantissima.

Visto che, molto probabilmente, a meno di ulteriori e negativi periodi di vacatio, si va verso la nomina a Pistoia di un nuovo Garante comunale dei detenuti, vanno ricordati quelli che sono, secondo i rapporti di realtà fondamentali su questi temi come le associazioni Antigone o Libera, gli indicatori principali su cui valutare, positivamente o meno, l'operato, ad ogni livello, di questa figura:
  1. indipendenza e terzietà (dalla politica, dall'amministrazione penitenziaria, etc...);
  2. numero e qualità delle visite in carcere;
  3. ascolto diretto dei detenuti;
  4. capacità di individuare criticità concrete;
  5. rapporto con Direzione/DAP e altre amministrazioni;
  6. follow-up: cosa è stato effettivamente ottenuto dopo le segnalazioni;
  7. uso di dati verificabili e fonti;
  8. capacità di distinguere problemi strutturali, responsabilità amministrative e casi individuali.
In sintesi, anche perchè sull'operato dell'ultimo Garante proposto, con grande ritardo, dalla Giunta di Alessandro Tomasi, e poi votato a maggioranza all'epoca dal Consiglio Comunale, vi sono pareri articolati, io credo su questo punto cominceremo a misurare davvero la concretezza sul supporto alle persone fragili e in situazione di difficoltà dell'attuale Giunta, ma soprattutto della maggioranza consiliare, del campo larghissimo di centro sinistra di Giovanni Capecchi.

Se, come per altre nomine prevalentemente fiduciarie (meno importanti...) prevarranno logiche spartitorie, di potere e di partito, oltre che di equilibri compensativi delle tensioni interne nella coalizione vincitrice delle elezioni di maggio, non si potrà che gridare allo scandalo e alle promesse tradite.

Se, invece, dopo un'attenta valutazione, ovviamente rispettando tecnicamente i tempi e le modalità delle procedure previste, verrà eletta una figura competente, indipendente e coraggiosa, non si potrà che lodare il sindaco, l'amministrazione e il consiglio comunale in carica.

C'è un punto fondamentale da tenere presente.

A differenza che in altri Comuni dove la nomina è, sostanzialmente, una emanazione diretta del sindaco, a Pistoia il Regolamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è stato istituito con la deliberazione del Consiglio comunale n. 164 del 17 ottobre 2011, ma successivamente modificato con la deliberazione n. 75 del 10 maggio 2021.

A Pistoia, anche se la proposta, sulla base delle candidature pervenute, è, di fatto, del Sindaco in carica è il Consiglio comunale che, attualmente, elegge il Garante.

Tutti gli aspetti regolativi della nomina sono contenuti nella delibera del maggio 2001 reperibile quihttps://municipium-images-production-autopilot.s3.eu-south-1.amazonaws.com/s3/5285/allegati/istruzione-e-sociale/garante-dei-diritti-delle-persone-private-della-liberta-personale.pdf

Non si deve trattare quindi di una semplice ratifica di una nomina del Sindaco.

La prova concreta è l'atto con cui è stato scelto l'attuale Garante Sannini: il Comune di Pistoia riferisce espressamente che, nella seduta dell'11 aprile 2022, il Consiglio comunale, mediante votazione a scrutinio segreto, ha eletto proprio l'avvocato Tommaso Sannini, che è risultato vincitore, a maggioranza, solo alla terza votazione con 18 preferenze.

Siamo di fronte a un'opportunità politica.

Su questo tema il sindaco Giovanni Capecchi e la sua maggioranza devono fare, sulla base ovviamente delle candidature pervenute (ma che, siamo sinceri vengono anche politicamente sollecitate...) una scelta chiara, precisa, direi programmatica.

Le modalità di elezione, modificate nel 2021, non hanno evitato alcune pessime figure: (in molti ricorderanno la bocciatura politica subita da Giulia Melani, attuale presidente della Società della Ragione, allora unica candidata, certamente preparata e competente.

Esse offrono l'opportunità di cercare un consenso collegiale, ovviamente solo se i presupposti etici e progettuali sono condivisi. 

Proprio per questo è importante che si apra un vero e trasparente dibattito pubblico, soprattutto una volta che il Presidente del Consiglio Comunale Paolo Tosi, avrà emanato l'Avviso di selezione e nomina.

C'è, poi, un tema delicato, relativo ai costi della politica.

Abbiamo uno staff del sindaco e un sindaco stesso che sono giunti davvero, per vari motivi, ai massimi di spesa possibili/tollerabili per un Comune come quello di Pistoia e su cui presto in consiglio comunale, anche dopo le interpellanze dei consiglieri Matteo Pomposi e Dario Baldassarri, si dovranno necessariamente fornire alcune spiegazioni/delucidazioni rispetto alla legittimità di alcune nomine e sulle loro modalità di retribuzione.

Nel 2021 il Consiglio Comunale, a Pistoia, ha ritenuto che, contrariamente a quanto accade in altri contesti e nonostante le linee guida dell'Anci ribadiscano l'opportunità di un compenso, il Garante dei detenuti comunale non avesse diritto ad alcun indennizzo/retribuzione.

Si tratta di un errore arrivato fino ad oggi e che chi scrive ritiene sia opportuno sanare.

Se crediamo davvero nel ruolo del Garante dei detenuti egli od ella, dovrà avere una vera figura di segreteria di supporto a tempo pieno o quasi (a differenza di quanto accade oggi) e anche percepire anche un sobrio rimborso/indennità.

Non si deve diventare ricchi, infatti, ricoprendo questo ruolo, ma non si può nemmeno cedere alle sirene populiste sui costi della politica e delle istituzioni (quando sono giustificati), peraltro a fronte di spese ingenti su altri fronti come la complessiva retribuzione dello staff del sindaco Capecchi (direi sindaco compreso, viste alcune promesse elettorali non ottemperate, magari in attesa che vengano del tutto dimenticate...)

Anzi, anche se non dovrebbe essere necessario, se proprio volesse compiere uno dei suoi fortunati gesti simbolici, il sindaco Giovanni Capecchi dovrebbe, come annunciato in campagna elettorale, ridurre il proprio stipendio (parametrandolo, come da lui preannunciato, al suo precedente salario di professore associato all'Università per stranieri di Perugia).

Tutto ciò verificando la possibilità tecnica (molto probabilmente possibile sulla base della normativa vigente) di destinare, direttamente o indirettamente, il risparmio ottenuto proprio al Garante dei detenuti di Pistoia e al suo Ufficio.

Concludendo, il carcere non è un elemento esterno alla città, il carcere, con tutti/e coloro che lo abitano, che ci lavorano, che vi gravitano, è, deve sempre essere, parte integrante della città e della comunità.

Ovviamente se vogliamo essere concretamente e politicamente coerenti rispetto alla nostra, a parole, amata Costituzione e non ci vogliamo, invece, limitare, solo a leggerla senza comprenderla davvero, magari declamandone a memoria casuali estratti.

Senza, politicamente, viverla.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.