giovedì 3 settembre 2026

"LA DIPLOMAZIA DELL'EUROPA MINORE", IL COMITATO PER I GEMELLAGGI, SANELA E L'OPZIONE SPERANZA CHE CI IMPEGNA TUTTI E TUTTE.

LETTERA APERTA AL CONSIGLIO COMUNALE DI PISTOIA
"A incontrarsi o a scontrarsi non sono culture, ma persone.                                        Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio.             Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire".
Marco Aime
                                                                    "Potrete ingannare tutti per un po',                                                                                potrete ingannare qualcuno per sempre,                                                                  ma non potrete ingannare tutti per sempre".
Abramo Lincoln
Nel giugno 2013 (inizio dell'amministrazione di Samuele Bertinelli) il consiglio comunale di Pistoia, attivato allora come ora, da Tommaso Braccesi approvò, con ampio consenso, la costituizione Comitato cittadino per i gemellaggi.
E' facile immaginare le critiche preventive ad una riflessione/interpellanza su questo tema: "ci sono il caro vita, la guerra permanente, il cambiamento climatico, l'aumento enorme delle tariffe dei rifiuti, siamo pure preoccupati per il campionato della Pistoiese, e tu Lauria (ma anche tu, "caro" Braccesi...), ora rompi pure anche con sti gemellaggi?
In realtà, in queste ultime settimane, la Giunta del Comune di Pistoia e, in primis, il sindaco della città Giovanni Capecchi, molto si sono impegnati su un gemellaggio in fieri, quello con l'antica città di Gerico in Cisgiordania, nell'area sotto il controllo (sempre più eroso) dell'Autorità Nazionale Palestinese.

Qui il link ad uno dei tanti articoli usciti in merito:

https://www.lanazione.it/pistoia/cronaca/verso-il-gemellaggio-con-gerico-41946d8b
Quello con Gerico è un gemellaggio di cui si è discusso anche durante la precedente amministrazione di centrodestra e che, almeno in parte, ha anche diviso il c.d. "movimento Pro Pal", allorchè, con una scelta più che discutibile, sembrava che la maggioranza, guidata prima da Alessandro Tomasi e poi da Annamaria Celesti, lo volesse derubricare ad una sorta di improbabile (almeno in questo tempo, purtroppo consolidato, di guerra) accordo turistico, di fatto depotenziandolo.
Una parte dei "Pro Pal" pistoiesi, compresi alcuni presunti "duri/e e puri/e, sembrava incline a voler salvare il salvabile e ad accettare il compromesso in mezzo tra il no secco al gemellaggio con una città palestinese e la scelta (che si sta sviluppando ora) di una piena collaborazione sociale, politica, educativa e, solo in seconda battuta, economico/turistico/commerciale.
La maggior parte, dei c.d. "Pro Pal", ma anche dei consiglieri di opposizione, fortunatamente, si è opposta a quella che, sembrava essere nulla più che una foglia di fico.
Le elezioni, come è noto, le ha vinte trionfalmente il centrosinistra larghissimo, lanciando l'ambizioso: "Laboratorio nazionale Pistoia", e il percorso verso il gemellaggio pieno con Gerico sembra essere partito con un minimo di celerità ed efficacia anche se non mancano alcune perplessità/incongruenze/mancanze/omissioni.
Uno dei problemi di Pistoia è che si tratta una città che, permanentemente, ha perso e perde la memoria.
Lo dimostra, plasticamente, l'ordine del giorno del Consiglio comunale cittadino del prossimo 7 settembre, reperito sui social (a proposito: Comune di Pistoia, Svegliaaa!: non c'è nulla sul consiglio, e siamo alla mattina del 4 settembre, sul sito del Comune e la cosa mi pare davvero inaccettabile anche da un punto di vista democratico, non solo informativo...) 
Pistoia ha perso completamente la memoria, per più di tredici anni, ad esempio, proprio in merito al comitato cittadino per i gemellaggi, proposto e fatto approvare dal consigliere Tommaso Braccesi (insieme a Giovanni Sarteschi) nel giugno 2013 e rilanciato solitariamente e meritoriamente fuori dall'oblio, sempre dal consigliere Braccesi, nell'agosto del 2016.
Più di tredici anni, tre diversi sindaci (Bertinelli, Tomasi e Celesti), di diverso colore: nessuno/a che si sia peritato di realizzare quello che doveva realizzare secondo il voto del Consiglio comunale e cioè rendere operativa la decisione della realizzazione del Comitato cittadino per i gemellaggi.
Nel 2013 sono stati approvati non solo la costituzione, ma anche il regolamento per l'istituzione del comitato.
Chi scrive, dopo un'ampia ricerca sul campo, svolta sia nella parte serba che in quella croato-bosniaca dello "spezzatino" Bosnia, post accordi di Dayton, si è occupato, ormai ben ventidue anni fa, con la propria tesi di laura e anche dopo, di ricostruzione partecipata delle comunità locali dopo un conflitto terribile, sanguinario, interrogante come la guerra civile ex jugoslava.
La mia tesi, discussa letteralmente sulla frontiera (Università di Trieste, sede di Gorizia) si intitolava, non a caso, e grazie all'intuizione non mia, ma del sociologo Alberto Gasparini: "La diplomazia dell'Europa minore" e si occupava del caso concrete dell'Agenzie (prima Ambasciate) della Democrazia Locale in generale nei Balcani e nello specifico in Bosnia-Erzegovina.
Di fronte all'inerzia complice, terribile dell'Europa sia comunitaria che degli stati nazionali, di fronte alla carneficina, non solo etnica e religiosa, ma anche di poteri ed interessi economici, che si sviluppava annientando persone e comunità, il Consiglio d'Europa, realtà della società civile e una serie di comuni europei (da ricordare, in particolare rispetto all'eroica città di Tuzla, il compianto, visionario, coraggioso sindaco di Bologna, Renzo Imbeni...), decisero di fare qualcosa, a partire da una nuova concezione di cooperazione internazionale decentrata di comunità.
Attraversavamo le "comunità maledette", etniche, monoreligiose, chiuse, identitarie come a Prijedor, "buco nero d'Europa", nella repubblica Srpska di Bosnia, quella di Radko Mladic, dove nelle miniere di ferro, un tempo centro di cittadinanza attraverso il lavoro, poi vendute ad un euro, inquinate ed inquinanti a guerra finita, ad una multinazionale indiana, erano stati ammassati uomini, donne, bambini, trucidati in un genocidio agghiacciante e colpevolmente dimenticato.
Proprio da queste comunità maledette, partendo dal locale e non da un'illusione umanitaria presuntuosa, travalicante, affaristica, provavamo a ricostruire insieme la possibilità di comunità solidali e sconfinanti, inclusive, aperte, pacifiche, operose, ecologiche.
Provavamo a osare, a sostenere quella che Alexander Langer, dal suo Sudtirolo delle irrisolte e comode "gabbie etniche", aveva definito intellgentemente, coraggiosamente: "la scelta della convivenza".
Perno di questa scelta era, provava ad essere ed esistere, da entrambe le sponde dell'Adriatico e dello Ionio, l'Europa minore che partiva dalla propria fragilità, dalla propria piccolezza, dalla propria imperfezione, dalla propria necessità dello sguardo, degli occhi dell'altro/a.
Dall'intreccio delle tre diverse e intrecciate dimensioni della sussidiarietà, anche transnazionale: verticale, orizzontale, circolare.
Dall'impegno comune, condiviso, paritario, contruito su una reciprocità non utilitaristica: tra dimensione europea, poteri locali, società civile organizzata, volontariato, resilienti imprese sociali.
Questo anche nella parte c.d."croato-musulmana" nella "pace fredda" della Bosnia: a Zavidovici, vicino a Zenica, dove ha giocato recentemente la nazionale italiana di calcio e dove, allora, ho incontrato diverse vedove del massacro genocida di Srebrenica, nel freddo dell'inverno bosniaco e ho ricevuto da loro in dono un paio di ciabatte calde che, per anni e annim ho portato spesso anche d'estate, commosso fino alla punta dei miei capelli.
I nostri erano un impegno, ma anche una ricerca che tenevano salde le radici nel socialismo municipale e nel movimento comunale europeo tra Ottocento e Novecento, così come nel federalismo europeo integrale, non solo istituzionale, ma multidimensionale, multiculturale e personalista.
Proprio da quel federalismo europeo, dall'idea di un'Europa che si unisce dal basso, non solo tra gli Stati nazionali, cito due grandi figure da me conosciute, due maestri: Umberto Serafini (inventore dei gemellaggi europei, attraverso il Crre e l'Aiccre) e Gianfranco Martini (ideatore delle Ambasciate/Agenzie della Democrazia Locale, prima nei Balcani e poi anche nel Caucaso) che nasce l'occasione di pace e convivenza dei gemellaggi transnazionali.
Non un'occasione di folclore, di qualche fiera e di qualche superficiale gita scolastica o di pensionati, ma, fedeli al motto: "liberare e federare" di Silvio Trentin (grande esponente della resistenza antifascista europea, come il figlio Bruno, poi importantissimo sindacalista).
Di questo, anche a partire dal gemellaggio con Gerico, si discuterà, dalle ore 14, il prossimo lunedì 7 settembre, presso il consiglio comunale di Pistoia.
Il gemellaggio con Gerico (e gli altri che, magari seguiranno), può rappresentare un mero atto istituzionale, peggio, simbolico, un suggello politico, o, invece, mettere in gioco l'incontro vero, multiforme, esigente tra due comunità e società che sconfinano, si conoscono gradualmente, imparano l'una dall'altra, mettono in comune società civile, progetti municipali, percorsi formativi ed educativi, storie millenarie, cultura, solidarietà, pace.
Non in una logica binaria, ma aperta al mondo.
Come per l'ex Jugoslavia, dove ho imparato e decostruito molto il mio comodo immaginario visitando le chiese ortodosse serbe sbarrate e crivellate di proiettili nella Kraina croata.
Proiettili della c.d. "Operazione Tempesta", di provenienza Nato, magari prodotti e commercializzati, triangolizzando, con tanti saluti alla Legge 185/90 sul commercio delle armi con i paesi in conflitto, dalla Smi di Campo Tizzoro.
Piangendo, da cattolico, lacrime colme di vergogna e mangiando una indimenticabile, terribile, pessima, indigesta pizza margherita nella "polvere di Knin", ribadisco, con forza, che non possiamo che ripartire dal dialogo con tutte le parti coinvolte, senza, ovviamente, confondere vittime e carnefici.
Verità e Giustizia, ma anche la Pace possono compiere dei passi solo insieme: così il gemellaggio con Gerico non potrà che coinvolgere non solo le comunità islamiche e cristiane palestinesi, ma anche gli ebrei, gli israeliani che non ci stanno, che si alzano in piedi, ascoltano la propria coscienza, disobbediscono, disertano, sopportano l'accusa di essere dei traditori, dei venduti, reprobi degenerati/e.
Solo così, includendo, non escludendo, si potranno provare a costruire sentieri trasnazionali di pace, nonviolenza e convivenza, fragilmente duraturi.
Solo così, un atto apparentemente burocratico, come la costituzione tardiva di un comitato cittadino per i gemellaggi, messo negli scatoloni e impolveratosi per tredici anni, potrà, invee, diventare segno decisivo, in direzione ostinata e contraria, rispetto alle politiche armate della guerra permanente, dell'economia dello scarto, dell'annientamento che si sostituisce, con la violenza, al mosaico opportuno e molteplice delle differenze e delle diversità.
Quando, cari consiglieri e consigliere comunali di maggioranza e di opposizione, cara Giunta, cara Olimpia Banci, assessora con delega ai gemellaggi, caro sindaco, lunedì 7 settembre discuterete di avviare, incredibilmente per la prima volta, il comitato cittadino per i gemellaggi, pensate ai bambini di Gaza mangiati dai topi, ma anche, stando voi nella regione dove ha operato Giorgio La Pira, alle fragole di Sanela.
Dopo oltre vent'anni mantengo ancora i miei occhi nei suoi occhi verdi.
E' difficile descrivere un bellissimo sorriso che non riesce a liberarsi dal velo della tristezza e della perdita, ma, nonostante questo, va avanti e affronta, non senza difficoltà, il futuro.
Era la primavera del 2004, peraltro vigilia delle elezioni europee coincidenti con il più grande allargamento della storia dell'Unione, ben dieci paesi.
No, i Balcani non c'erano, continuavano ad essere: "buco nero d'Europa".
Prijedor non c'era.
E però votammo, con urne non ufficiali, ma votammo.
Nelle schede artigianali e simboliche era scritta la richiesta vibrante di essere inclusi, che un ponte fragile (ancora doveva essere riaperto il Ponte Vecchio - Stari Most di Mostar) da Bruxelles e da Strasburgo (altra storica frontiera di sangue) raggiungesse la piazza del mercato di Prijedor.
Dove Sanela, ogni mercoledì, giorno di mercato, vendeva le sue fragole.
Le vendeva tenendo il suo banco di giovane donna vedova, mussulmana, di fianco a quelli di coloro che, magari, avevano sterminato la sua famiglia, suo marito, i suoi genitori.
No, non era stato per nulla facile.
Però quello era il segno di un cambiamento, di una scommessa di ostinata speranza: un campo, non solo un banco di fragole.
Perchè Sanela era stata la prima, coraggiosissima, quasi incosciente.
Ma poi non era rimasta sola.
Senza quel gemellaggio di comunità, non solo fra istituzioni, forse Sanela non sarebbe tornata a vendere le fragole nella piazza del mercato di Prijedor, "buco nero d'Europa".
Non ha ricevuto quella forza dall'esterno, l'ha trovata dentro di sè, da donna eccezionale, di fronte al maschilismo della guerra e degli stupri etnici perpetrati da tutte le parti in conflitto.
L'ha trovata e poi condivisa dentro la sua indelebile, ma non incurabile ferita, la sua lacerata sofferenza, abitando il proprio lutto, attraversandolo senza cancellarlo.
E', però, tra memoria e oblio, le fragole rosse e gli occhi verdi di Sanela sono l'orizzonte di senso non solo di una persona, di una donna eccezionale, ma di una politica possibile e necessaria che cambia, nei cuori, nelle intelligenze, sulle spalle e con le mani delle donne e degli uomini, dei bambini, dei ragazzi, dei vecchi, il corso, apparentemente senza alternative, senza opzioni, della storia.
La fragole di Sanela, come la storia siamo (anche) noi.
Fino a Palazzo di Giano, tredici anni dopo aver approvato, senza mai costituirlo, il comitato cittadino per i gemellaggi.
Arma nonviolenta, come il voto, come lo sciopero, ci hanno insegnato don Lorenzo Milani e i suoi ragazzi, le sue ragazze, per ritrovare, ricostruire dal basso, dai margini, dalle frontiere abitate, a Pistoia, come a Prijedor, come a Zavidovici, come a Gaza, come a Gerico, a Kiev, come a Barbiana, come a Sterzing/Vipiteno, un orizzonte azzurro, ma anche rosso (di fragole, non di sangue) e verde di Verità, Giustizia, Pace.
Un Sogno fatto da svegli, da comunità federate nel segno della Speranza e di una reciproca, quotidiana, permanente Liberazione.
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

martedì 1 settembre 2026

"PICCOLA CITTA'-BASTARDO POSTO": UN MIO CONTRIBUTO AL DOSSIER DI ADISTA SULLA RIMOZIONE DI DON MASSIMO BIANCALANI A PISTOIA.

Adista (Agenzia Di Informazioni STAmpa) è un settimanale d'informazione indipendente che si occupa di mondo cattolico, realtà religiose, problemi sociali.

Fondata nel 1967, fa parte dell'area del cattolicesimo critico, progressista e del dissenso.

È edita da una cooperativa di giornalisti e non riceve finanziamenti da parte di partiti politici, gruppi editoriali o istituzioni ecclesiastiche.

Esce ogni settimana con due fascicoli cartacei e offre aggiornamenti sul sito: www.adista.it 

Sono grato alla redazione di una rivista di così grande tradizione di aver ospitato, con coraggio, un mio ampio contributo sulle vicende, ormai decennali, di Vicofaro e Ramini (a Pistoia).

Adista l'anno prossimo compirà sessanta anni; è nata sulla spinta profetica del Concilio Vaticano II° e, per quel che mi riguarda, ha ospitato notizie e commenti in merito al mio licenziamento politico, discriminatorio, illegittimo e ritorsivo, avvenuto, ormai quasi un anno fa e dopo venti anni di impegno e passione, da parte di una confederazione sindacale già gloriosa e oggi scivolata a destra.

Le vicende di Vicofaro e Ramini, come ormai universalmente noto, hanno portato alla rimozione, da parte del Vaticano, dell'ormai ex parroco don Massimo Biancalani.

Il mio contributo si inserisce in un dossier ricco e di impostazione plurale che analizza la decisione Vaticana (che ha, peraltro, solo confermato quella del vescovo di Pistoia, ora dimessosi, Fausto Tardelli) alla luce dell'ormai più che decennale tentativo (a mio parere per nulla riuscito) di accoglienza e integrazione dei migranti da parte di don Biancalani.

Un intervento fallimentare operato in un contesto ecclesiale di progressivo e assoluto, non sono parole mie, ma del competente dicastero Vaticano: "annientamento della vita pastorale".

E' un periodo triste, in cui subisco un fastidioso ostracismo da parte dei media cittadini di Pistoia, anche per le mie scelte controcorrente e non sempre semplici da spiegare in una facile, quanto falsa, non risolutiva, dicotomia tra una finta e arrogante sinistra radical chic che non si occupa realmente delle persone accolte e della loro soggettività e una destra molto spesso soltanto xenofoba e opportunista.

Nel dossier di Adista provo a spiegare la mia posizione, che è la stessa dal 2017, e che mi è costata, anche in queste ore, mesi, anni, gravissimi insulti, diffamazioni, calunnie e minacce, nonostante ci sia stato un recente incontro più che sereno (anche se da posizioni opposte) con Don Massimo Biancalani.

Ho stoicamente sopportato, anche perchè ho purtroppo condiviso, nel tempo, queste afflizioni e sofferenze con molti cittadini e parrocchiani di Vicofaro e Ramini, esausti e incredibilmente bollati come squadristi e fascisti, da quello che avrebbe dovuto essere il loro parroco e dai suoi adepti.

Solo in un caso molto grave, che ha purtroppo coinvolto mio figlio minorenne, sono stato costretto a denunciare tempestivamente tali minacce alla magistratura.

La ricerca della verità, soprattutto in realtà chiuse, penosamente omertose, conformiste e asfittiche, come Pistoia è un percorso difficile e a tratti doloroso.

Traslando le considerazioni di Francesco Guccini su Modena (che in confronto a Pistoia appare quasi una metropoli californiana...) in una famosa e omonima canzone, quella che, provvisoriamente mi ospita da immigrato a mia volta, appare spesso una: "piccola città, bastardo posto",  "nemica strana e lontana", che si crede il centro del mondo.

Un "piccola città" che si barcamena tra: "voci, liti e miseria" e che rischia probabilmente di finire, in mancanza di un tardivo cambiamento, come un "bastardo", anonimo, evanescente, declinante sobborgo-dormitorio sull'asse metropolitano Prato-Firenze.

Ma non perdo la Speranza e confido ancora, non solo in una politica che non sia "solo far carriera", ma anche in un tardivo sussulto di dignità cittadina che, anche a me, come a Guccini a suo tempo, faccia rimpiangere "polvere, fango e vite".

Francesco Lauria





"LA NOSTRA SOCIETA' E' PLURALISTICA. MA IL CRISTIANO NON DEVE AVER PAURA". UNA MIA INTERVISTA A ENZO BIANCHI (1943-2026).



TRATTO DA CRISTIANO SOCIALI NEWS - LUGLIO/AGOSTO 2018.

lunedì 31 agosto 2026

LA "LEZIONE" DI DARIO, LA SPERANZA DI TUTTI/E. USCIRE, CAMMINARE, SALPARE E (RI)NASCERE ALL'APERTO. SENZA LA PAURA DEL DOLORE.

“E, invece, è fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare..."

Mi ha colpito molto, questo passaggio, insieme ad altri, dell'intervista dell'ex Ministro della Cultura e politico di lungo corso Dario Franceschini, letto alle sei del mattino, mentre mi recavo, per le Lodi mattutine, alla Porziuncola di Assisi.

Dario, lo chiamo così perchè, pur ormai parecchi anni fa e con ruoli infinitamente diversi per importanza, ci siamo incrociati sulle strade della politica, ha raccontato, anche come messaggio agli altri malati, la sua convivenza, ormai da sei anni, con il morbo di Parkinson.

Chi è un po' nell'ambiente della politica, persino io, sapeva, magari senza conoscere tutti i dettagli, della sua malattia, ma l'opinione pubblica generale, ne era, fino a ieri, all'oscuro.

Non ero solo: ma con alcuni/e partecipanti alla Route Estiva, sulle orme di San Francesco, del Movimento per il Volontariato della Campania e l'Associazione Luciano Tavazza, tra cui l'ex parlamentare e compagna di storia politica di Franceschini Silvia Costa, una scoperta di queste giornate, anche sul piano umano (insieme a Beppe Lumia) per me bellissima e preziosa.

Cè un altro passaggio dell'intervista a Dario Franceschini, che in passato è stato colpito da un infarto, che mi ha particolarmente colpito: "il Parkinson ti accompagna per sempre..."

Franceschini continuerà a fare politica, la sua intervista non è un congedo, e questo è un altro aspetto molto importante, ma ha anche aggiunto con grande sincerità: "la malattia azzera le tue ambizioni personali" e, in particolare per un politico, "porta via il senso di invincibilità". 

Dopo cinque giorni vissuti con persone e volontari di tutte le provenienza ed età, protrei dire di "tutti i colori", a parlare di cura, fraternità, sguardo sull'altro/a e con l'altro/a, questo irrompere della fragilità di un uomo indubbiamente, "potente", mi ha fatto riflettere molto, in particolare mentre tornavo dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli alla casa dove svolgevamo la Route del volontariato.

Ho pensato, in particolare, a tre libri che mi hanno accompagnato in fasi diverse del mio percorso, piuttosto diversi tra loro.

Il primo è del filosofo e teologo tedesco-sudcoreano Byung-Chul Han, e si intitola significativamente: "La società senza dolore. Perchè abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite" ed è uscito, nella sua versione in lingua originale, alla fine del 2020, proprio quando a Franceschini veniva diagnosticata la malattia.

Han chiarisce subito, e questo è importante anche per esorcizzare qualche reazione un po' sopra le righe ed un tantino ipocrita-superficiale, all'intervista di Dario Franceschini: "Non glorifico il dolore, tuttavia senza di esso la nostra esistenza sarebbe incompleta".

Lo studioso che, nel 2019, ha scritto un altro libro per la mia vita molto importante: "Che cosa è il potere", ci parla di un mondo contemporaneo terrorizzato dalla sofferenza e caratterizzato da una paura del dolore pervasiva e diffusa.

Anche Franceschini ci parla della, comprensibile, da abbracciare "vergogna provata dai malati di Parkinson", che hanno paura di mostrare sia la malattia, con i suoi effetti esteriori che la sofferenza con le sue conseguenze interiori.

Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante, finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perchè è solo attraverso il dolore, anche qui risuonano ancora le parole dell'ex ministro, che ci si apre davvero al mondo.

Eppure, e qui ci sono lezioni, domande utili anche per il volontariato, per il sindacato, per la politica, la condizione in cui tutti viviamo (non parliamo solo dei "fragili") è ammantata dal rifiuto collettivo della nostra fragilità.

Una rimozione, risuona di nuovo l'intervista al Corriere della Sera, che dobbiamo imparare a superare.

Dobbiamo mettere in discussione le nostre certezze e, farlo, pur attingendo anche ai grandi del pensiero del Novecento, tornando, echeggio altre opere di Han, a "vivere il reale", superando: "l'espulsione dell'Altro".

Il secondo libro è un romanzo, pubblicato, ormai più di tredici anni fa, da Alessandra Fiori e si intitola: "Il cielo è dei potenti".

Ricordo che il volume mi piacque tantissimo e che ne scrissi una recensione entusiasta per Via Po, l'inserto culturale del quotidiano della Cisl Conquiste del Lavoro, allora ancora cartaceo.

E' il racconto della vita di chi è stato un uomo potente, un politico della Prima Repubblica che ha visto premiato definitivamente il suo "demone del potere", con l'arrivo della Seconda.

Il romanzo è, sostanzialmente, il racconto di una corsa per il successo che parte con la fine del fascismo e la nascita dei Comitati civici di Gedda e prosegue in coda con i "fagottari" sulla Via del Mare e dentro i bordelli affollati del centro storico di Roma, sempre di più, nel gioco spesso perverso delle correnti locali e nazionali democristiane, tra: "protettori e compari".

Alessandra è la figlia di Publio Fiori, politico romano scomparso due anni fa, vittima di un grave attentato delle Brigate Rosse, democristiano della Prima Repubblica (controversa è la sua appartenenza o meno alla loggia massonica P2), divenuto finalmente Ministro nella Seconda, grazie alla tempestiva adesione prima al Movimento Sociale Italiano e poi, con la "svolta" di Fiuggi, ad Alleanza Nazionale.

Il libro di Alessandra Fiori non è, ovviamente la biografia del padre, ma è lei stessa a rivelare di aver utilizzato e romanzato nel testo, con il suo permesso, molti degli anche più proibiti ricordi del suo "potente" genitore.

"Il cielo è dei potenti" è il racconto dell'"irrinunciabile lotta" per rimanere in alto, di compromessi al ribasso come pane quotidiano della politica, del sacrificio di ogni cosa per la battaglia finale della ricerca del potere per il potere, il potere per se stessi.

Afferma Claudio Bucci, alter ego e protagonista del romanzo:

"Non ero sopravvissuto al terrorismo, alla massoneria e a tangentopoli per fare la fine del sorcio in qualche ente di terza categoria. Ero pronto a lottare più che mai".

Tra sezioni, congressi (ne ho vissuti diversi, da comprimario, con protagonista Dario Franceschini), "bussolotti", tessere, trame, sotterfugi, trucchi, servilismi, ci si innamora della propria vita e del gioco del potere, un potere, che, falsamente, fa sentire vivi.

Sarebbe troppo facile additare il solo "Claudio Bucci - Publio Fiori", tra i cattivi, perchè accanto alla sua storia, c'è la storia degli italiani, che Alessandra Fiori racconta con ironia e leggerezza, con pagine godibilissime e divertenti, ma in cui la morale (almeno quella di molti...) è stata travolta dall'ambizione e dall'avidità.

Ma c'è un terzo libro che ho scoperto proprio durante la Route del Movi, a Spello, sulle orme non solo di San Francesco e di Luciano Tavazza, ma, almeno in quella giornata, anche di fratel Carlo Carretto (a proposito, non me ne voglia fratel Carlo, che a lui a un certo punto si ribellò, di Gedda...)

Anche qui ci viene in "soccorso" un teologo, in questo caso un sacerdote, Gianluca Zurra, già assistente nazionale per il Settore giovani dell'Azione Cattolica.

Il libro si intitola: "Uscire all'aperto", un po' come ha fatto, coraggiosamente e opportunamente Dario Franceschini con la sua intervista su se stesso, prima che sulla sua malattia.

Il sottotitolo è altrettanto significativo e non riguarda solo i credenti: "l'imprevisto e la fede".

Il testo ci parla, appunto, degli eventi difficili della vita, che spesso ci bloccano e ci fanno ripiegare su noi stessi, non sembrano permetterci di osare: "una nuova traversata".

Sono, invece, gli imprevisti per Gianluca Zurra, a permetterci di "uscire all'aperto", a vivere la fiducia, non solo in noi stessi.

Il testo di parla, invece, di nascere (e rinascere), scegliere, persino di congedarsi, di lasciare, "mollare", senza mai smettere di sperare.

La Speranza è un principio nascente e generativo, non un'illusione per anime belle, è un sogno possibile, fatto da svegli.

Credenti o no, il libro ci parla di un "Amore che ci precede" o, comunque, che, più laicamente, non può fermarsi a noi stessi, e che ci propone l'opportunità e la scelta, il gusto, di una: "destinazione buona verso cui camminare insieme".

Il saggio inizia con "i colori dell'aurora" e l'autore prende spunto dal celebre quadro del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".

E' una contraddizione temporale solo apparente, perchè ci presenta, a differenza di molte altre opere di Monet, maestro nello "sfumare" i corpi, un'imbarcazione ben delineata, non c'è posto per la nebbia, ma solo per prendere il largo, ritrovando identità e contorni, lasciandosi cullare dalle onde, verso un orizzonte pieno di sfumature, in prevalenza serene.

Un quadro, quello di Monet, dipinto dall'autore dopo giorni e giorni di brutto tempo, ritrovando, finalmente, anche al tramonto, luce e colore, i segni di una nascita, il tratto dell'Aurora.

Quindi, come nell'intervista di Dario Franceschini che, certamente, non facciamone un eroe, avrà, come tutti i malati e i sofferenti, momenti di buio e di solitudine, questo quadro è un invito esplicito a non cedere alla paura, ad affrontare l'orizzonte sulla "barchetta fragile e misteriosa della vita", con la "libertà di non difendersi" e di proseguire al largo, distendendo le vele, con fiducia, arrendendosi, liberi e liberati, all'imprevisto della Fede.

Padre Ernesto Balducci, ha scritto un altro libro, anch'esso fondamentale per me, intitolato: "La terra del tramonto: saggio sulla transizione".

Ma, come scrive Zurra: "il tramonto e l'alba hanno colori molto simili".

Morte e rinascita, infatti, sono entrambe due verità non in contraddizione tra di loro, possiamo dipingere la nostra vita, anche quelle al tramonto, (penso ad un grande amico e sindacalista, scomparso poco più di un anno fa, Sandro Antoniazzi), cogliendo, dentro e fuori di noi, le: "sfumature e i colori dell'Aurora".

Ritroviamo noi stessi e i nostri contorni fuori dalla nebbia, senza difese, rinunciando a controllare tutto, salpando, uscendo all'aperto, ritrovando anche l'attitudine, mai passiva, dell'attesa.

I nostri occhi, il nostro sguardo, possono scorgere l'aurora anche al tramonto, nel pozzo nero, nel silenzio non cercato di una solitudine vigliacca, nell'errore che non preclude una seconda o anche una terza possibilità, una nuova nascita.

"La storia siamo noi", cantava Francesco De Gregori, se smettiamo di "fare per gli altri" e cominciamo ad "essere l'altro/a", se accettiamo la "sfida della fraternità e della sorellanza", se costruiamo "legami a perdere" promuovendo l'accoglienza, resistendo al mercato, allo scarto, al capitalismo.

Se, come Francesco, siamo in grado di donare con gioia e senza rimpianti, senza paure, il "nostro mantello", se continuiamo a: "piantare alberi, costruire altalene, cercare arcobaleni", se non abbiamo paura di leggere e di scrivere: "lettere dal deserto anche nelle nostre città", vivendo, con tutti i nostri limiti, le nostre piccolezze, la nostra rabbia irrisolta, il "principio e il progetto di ogni Speranza".

Custodendo il "guscio fragile" e comune di una formazione condivisa e critica, mai rassicurante.

Scegliendo di essere, insieme, giustizia, senza aver paura di tremare (torno ancora all'intervista di Dario Franceschini...)

Cogliendo, senza paura e senza autoreferenzialità, "tra sensori e campanelli",  l'occasione, l'opportunità e la scelta di un: "volontariato che nasce".

"Una risorsa civile" tra radici e ali, fedeltà e rinnovamento, testimoni e giovani, memoria e futuro, tramonto e aurora, cielo, acqua, terra e fuoco.

(Link al filmato: https://www.facebook.com/reel/2275758866542817  )

Francesco Lauria

domenica 30 agosto 2026

"L'UMANITA' E' MAGNIFICA": CERCATORI/TRICI IN CAMMINO TRA CIELI INFINITI E ARCOBALENI POSSIBILI. SULLE ORME DI FRANCESCO, CHIARA, LUCIANO E CARLO.

(...) "Non è cielo il fiore? Non è cielo la terra con la sua fecondità di madre? E il mare, e le piante? E l'istinto dell'uccello che, senza saper la strada, percorre migliaia di chilometri? (...)

E il cuore dell'uomo? Quale cielo mirabile e sublime, doppiamente cielo, misterioso cielo.  (...)

Sono tanti, infiniti, i cieli, ed è dato per me, uomo di cercarli (...)"

Carlo Carretto, "Ogni giorno un pensiero. Ne parlerai camminando" (tratto dalla pagina del 30 di agosto...)

Salire al Convento/Eremo di San Girolamo a Spello, permette di attraversare uno dei paesi più belli dell'Umbria.

E a San Girolamo, sulle orme di San Francesco e Luciano Tavazza, con la Route del Movi (Campania) abbiamo incontrato anche le orme di fratel Carlo Carretto.

Dopo dieci anni nel deserto algerino, eremita con i Piccoli Fratelli di Gesù (sulle prme di Padre Charles de Foucauld), Carretto, importante dirigente nazionale dell'Azione Cattolica e figura molto significativa, nell'immediato secondo dopoguerra, dell'associazionismo cattolico, ma anche della politica italiana, decise, nel 1964, di fondare una comunità di preghiera e di accoglienza, proprio a Spello, alle pendici del Monte Subasio.

A Spello abbiamo portato le due impegnative parole di giorno della Route: "partecipazione e sussidiarietà".

Su queste parole, dopo l'introduzione di Silvia Costa, ci siamo interrogati attraverso una frase soglia: "Esserci non è la stessa cosa che contare qualcosa in quello che si decide" e provando a rispondere, insieme, a una domanda: "Dove sento che la mia voce conta davvero?"

E ancora: 

"Dove abbiamo visto una partecipazione reale, capaci di coinvolgere davvero le persone nelle decisioni?"

Nelle nostre realtà, chi decide davvero? E chi resta ancora fuori dal tavolo delle decisioni?

Chi dobbiamo coinvolgere, o quale alleanza dobbiamo riaprire, per rendere una decisione più condivisa?"

A Spello guardando al cammino, al percorso di allontanamento dal potere e dai poteri, ma non dal mondo di Carlo Carretto, divenuto, ad un certo punto della sua vita, fratel Carlo Carretto, ci siamo interrogati incontrando le sue "Lettere dal deserto", ma anche il suo tornare ai "margini" della città dell'uomo, sotto i cielo dell'uomo e con l'uomo".

Di fronte a quella "magnifica umanità" che, pur tra fragilità, contraddizioni, delusioni, ci accompagna nel segno del messaggio di San Francesco e di Santa Chiara: "ciascuno/a di noi può diventare un tesoro di bene e benedizione, di amore sincero e creativo".

Questa verità ci rende consapevoli che, pur senza demonizzandoli, nessuna evoluta app di intelligenza artificiale, nessun robot super accessoriato e ultra-intelligente, potrà mai sostituirsi all'uomo e all'ecosistema naturale in cui è immerso.

Come per San Francesco, come Santa Chiara, non serve diventare più buoni, più saggi, più simpatici, più creativi, non serve aggiungere, tendere al 5.0.

Come ha scritto Giulio Cesareo, in San Francesco, come in Santa Chiara, come in Carlo Carretto, non vediamo, appunto un'aggiunta di qualità, virtù o capacità.

"Francesco accoglie quell'amore che lo fa nuovo, perchè solo esso è in grado di liberarlo dall'idolatria del proprio io e dei propri sogni tutti individuali. In lui può così attecchire quella radice che, in profondità, è a fondamento di ognuno di noi: la fiducia infinita in Dio Padre (per chi è credente) e l'apertura radicale agli altri, nella gioia e nel servizio" (e questo, davvero, vale per tutti e per tutte),

Sono queste, possono essere queste, la fraternità, la sorellanza, la comunità, la gratuità, la libertà.

"Se la tecnologia - conclude padre Cesareo - con i suoi algoritmi e le sue possibilità, si mette al servizio di questa straordinaria avventura, allora forse la potremo chiamare perfino sorella. L'umanità è magnifica".

E così, incontrando nel pomeriggio anche Don Achille Rossi, a Città di Castello ci siamo insieme interrogati, con un'eco di Don Lorenzo Milani e della scuola di Barbiana, leggendo i giornali e ricercando tracce di partecipazione e di sussidiarietà.

 Arricchendo il nostro: "cantiere di sogni possibili".

Un cantiere che è progetto, possibilità, scelta di responsabilità, dignità, solidarietà e libertà.

Un volontariato che nasce, un sindacato che risorge nei frammenti ricomposti e resistenti di un'umanità violata, una politica che ritrova una bussola di senso e di partecipazione, in questi furiosi, militari, roventi anni Venti del Duemila, a ottocento anni dalla morte terrena di San Francesco di Assisi, non possono che rappresentare un "uscire all'aperto".

Una nuova traversata che si immerge nell'umano e che tenta una vera conversione ecologica, più lenta, dolce, profonda. 

Una traversata in mare aperto è un'aurora, nella "terra del tramonto", che si lascia istruire dall'imprevisto e dall'imperfezione, e che costruisce ostinatamente, imparando dagli errori, dalle cadute, dai fallimenti, fiducia, speranza e seconde opportunità.

Per uscire all'aperto occorre, infatti, nascere, sognare da svegli e più forte, scegliere, anche congedarsi quando è necessario, riconoscere sempre l'altro/a.

Per realizzare tutto questo è necessario, come nel restauro di un mosaico o di un affresco, ripulire, ma anche liberare, il nostro sguardo.

Accettare la nostra ferita, abitare il nostro vuoto, renderlo soglia, sentiero da percorrere e mai definitivamente tracciato.

Lasciamoci interrogare e sulle orme dei giganti, senza renderli idoli.

Continuiamo, insieme, a camminare e a parlare, parlarci.

A sognare, cercare e costruire, con fiducia, cieli infiniti e arcobaleni possibili.

Continuiamo, domandando, a preferire le Porziuncole nascenti, fragili e a volte bistrattate del servizio alle basiliche del potere, rassicuranti e cieche, irrimediabilmente immobili e sole.

Francesco Lauria