lunedì 3 agosto 2026

"NON PER BELLEZZA". UN PREZIOSO INCONTRO SUL LIBRO DI MARGHERITA BECCHETTI E LA RESISTENZA DELLE DONNE.

L'idea di presentare, all'epoca presso la Libreria Lo Spazio di Pistoia, il bel libro della storica parmigiana Margherita Becchetti: "Non per bellezza", sulla Resistenza al femminile, risale alla metà di aprile scorso.

I frantumi di una fine di campagna elettorale rovinosa hanno consigliato il rinvio di un'iniziativa che era stata comunque pensata per il dopo marasma elezioni (il 6 di giugno).

All'epoca si sperava, con Mario e Mauro (qui in una foto invernale e "giovanile"), i due proprietari dell'acculturata e "trendy" libreria cittadina di Via Curtatone e Montanara (che, ormai, si può definire, con un po' di sana ironia, la "libreria dell'era Giovanni Capecchi") e con Lavinia Ferrari, attivista per i diritti delle donne e futura consigliera comunale di Sinistra Italiana, che la gente, specialmente in una piccola città come Pistoia, avrebbe avuto finalmente un po' tempo per riflettere, dopo l'esito delle elezioni, senza dover fare, magari per la terza volta, il giro dei cugini e delle cugine per conquistare, per sè e/o per altri/e, mezza preferenza in più.

Il libro, edito da Mup, propone con capacità di sintesi e chiarezza/pulizia di scrittura, una profonda rilettura critica del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, provando a scardinare i pregiudizi di genere che per decenni hanno ridotto la partecipazione femminile a un mero "contributo" secondario.

Anche il termine di "staffetta partigiana", pur così ben narrato/celebrato dalla quasi omonima canzone "urgente" di Vinicio Capossela, ricordata quest'anno anche all'Arun Festival di Orsigna, valorizza un termine oggettivamente "perimetrale", spesso volutamente riduttivo: una staffetta, se uomo/maschio, veniva, infatti, normalmente chiamata: "ufficiale di collegamento".

Il libro di Margherita, ricercatrice che conosco da venticinque anni (eravamo molto giovani...) e che, da sempre, si impegna con competenza e passione, nella minuziosa ricostruzione storica, anche attraverso il benemerito Centro Studi Movimenti della mia città, adotta la prospettiva della storia di genere per restituire piena centralità politica ed esistenziale alle donne partigiane, evidenziando anche le complessità del loro rapporto con i compagni uomini.

Il titolo del volume  si ispira a una celebre dichiarazione della partigiana Elsa Oliva. Nella primavera del 1944, salendo in montagna per unirsi a una formazione partigiana, la Oliva mise subito in chiaro le cose con gli uomini del distaccamento e dichiarò che non fosse lì per fare la serva o per cercare un fidanzato, ma pretese un'arma, specificando che l'avrebbe tenuta «non per bellezza». 

Si tratta di un aneddoto che ben riassume lo spirito del libro: la rivendicazione di una scelta di lotta consapevole, determinata e paritaria.

Prendendo a prestito i sei capitoli del saggio di Margherita Becchetti possiamo enucleare alcune parole chiave che lasciamo al lettore del libro approfondire/dettagliare personalmente:

Scegliere;

Trasgredire;

Pregiudizi;

Senza armi (non ci sono contraddizioni con la frase di Teresa Oliva);

Il male;

Crescere.

Un tema chiave del saggio, non sempre presente nei libri sulla Resistenza, è l'analisi del post-Liberazione. 

Nonostante la (tardiva!) conquista del diritto di voto (di cui ricorre quest'anno l'80° anniversario), l'esperienza liberatrice della Resistenza non si tradusse immediatamente, come è noto, in una reale emancipazione sociale delle donne nel dopoguerra. 

Molte partigiane vennero spinte a tornare alla "normalità" domestica e i loro meriti furono silenziati o minimizzati dalla memoria pubblica ufficiale, dominata da una narrazione prevalentemente maschile che, fin dalle sfilate del 25 aprile, spesso le escluse forzatamente dalla partecipazione o pretese che si dovessero vestire, in maniera "ben pensante", da infermiere.

Una delle foto iconiche della Resistenza italiana, utilizzata anche da Benedetta Tobagi per il suo splendido libro: "La Resistenza delle donne", una foto "femminile e armata" è notoriamente, però, un'immagine assolutamente pistoiese.

Queste brevi riflessioni e note altro non vogliono che essere un invito a: "salvare la data", quella del 22 settembre prossimo.

Con le Acli di Pistoia e della Toscana, la sezione Anpi di Quarrata, il Circolo Acli di Montemagno e l'Associazione Sognare da Svegli, da me pro tempore presieduta, e con il patrocinio della Città di Quarrata, abbiamo deciso, infatti, di proporre una presentazione del volume: "Non per bellezza" di Margherita Becchetti, proprio presso il "mitico" circolo di Montemagno.

Insieme a Margherita e a me,  a partire dalle ore 18, ci saranno il noto giornalista pistoiese Maurizio Gori che modererà l'incontro, la ricercatrice dell'Istituto Storico della Resistenza di Firenze e della Toscana Giada Kogovsek, la Presidente Regionale delle Acli toscane Elena Pampana.  Un ringraziamento particolare va al Presidente del Circolo Acli di Montemagno Marcello Bracali.

In attesa di una copiosa e curiosa partecipazione vi attendiamo il prossimo 22 settembre, in quel di Montemagno.

Completo questa anteprima con un estratto della testimonianza di Tina Anselmi, partigiana Gabriella, tratta dal suo volume, infinitamente stupendo, realizzato con Anna Vinci: "Storia di una passione politica. (La gioia condivisa dell'impegno)".

"Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciassette, giovane, come tante, nella Resistenza.

Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità.

Nella normalità trovammo la forza per opporci all'orrore, il coraggio, a volte mi viene da dire la nostra beata incoscienza.

E così alla morte che ci minacciava, che colpiva le famiglie, gli amici, i paesi, rispondemmo con il desiderio di vita.

Bastava aprire la porta di casa per incrociare il crepitare delle armi, le file degli sfollati, imbattersi nella ricerca dei dispersi, partecipare all'angoscia delle donne in attesa di un ritorno che forse non ci sarebbe mai stato: ma le macerie erano fuori, non dentro di noi.

E se l'unico modo di riprenderci ciò che ci avevano tolto era di imbracciare il fucile, ebbene l'avremmo fatto.

Volevamo costruire un mondo migliore non solo per noi, ma per coloro che subivano, che non vedevano, non potevano o non volevano guardare. (...)"

Appuntamento, segnatelo, il prossimo martedì 22 settembre a Montemagno (Quarrata), ore 18:

"NON PER BELLEZZA, di Margherita Becchetti. Le donne nella lotta partigiana: conquista del voto e costruzione di uno spazio pubblico".

Non mancate! Segnate la data!

Francesco Lauria

domenica 2 agosto 2026

MEMORIA DELLE STRAGI TRA VIGLIACCA ARROGANZA E STUPEFACENTE INEDIA. TRA ALESSIO DOLFI E GIOVANNI CAPECCHI. "DOVE ERAVAMO RIMASTI?"

"Dove eravamo rimasti?"

Prendo in prestito, in punta di piedi, l'indimenticabile, commovente frase del presentatore televisivo Enzo Tortora, pronunciata quando tornò sugli schermi italiani, con la sua Portobello, purtroppo troppo brevemente.

Tortora aveva subito, negli anni precedenti, l'incredibile, criminale persecuzione della camorra che aveva provocato, con false dichiarazioni di pentiti, insieme alla leggerezza e all'irresponsabilità di certa magistratura, il suo arresto spettacolo e la successiva amara, dolorosa, ingiusta, illegittima detenzione.

Quella frase, ma soprattutto quello sguardo, pieno di dolore e di immensa dignità, che non aveva ceduto nè alla rabbia, nè alla vendetta, ma che reclamava e reclama ancora, piena giustizia, mi colpì fermamente e indelebilmente, anche se ero piccolissimo: dopo un mese esatto avrei compiuto solo quattro anni.

Riflettendo oggi, quello sguardo e quella frase di Renzo Tortora costituiscono, forse incredibilmente, il primo ricordo della mia vita.

E allora, in un contesto completamente diverso, riprendo, in ordine cronologico, i principali quattro articoli che si collegano a quello odierno:

1) GIOVANNI CAPECCHI, ALESSIO DOLFI E L'OLTRAGGIO AI CADUTI DI PIAZZA DELLA LOGGIA  https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/05/giovanni-capecchi-alessio-dolfi-e.html

2) NEGLI OCCHI DI MANLIO E DI FRANCO: "CONTINUIAMO A LOTTARE PER UNA SOCIETA' PIU' GIUSTA". 28 MAGGIO 1974 - 2026. INSIEME, OLTRE L'INDIFFERENZA. https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/05/negli-occhi-di-manlio-e-di-franco.html

3) GIOVANNI, GIULIANO E ILVO: I CAPECCHI TRA TROTSKY E FRAGAI, POTERI BANCARI E ACCADEMICI; LA P2 E I FANFANIANI DELLA DC; DEMOCRAZIA PROLETARIA E LISTE VERDI ARCOBALENO... (Prima puntata) https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/07/giovanni-giuliano-e-ilvo-i-capecchi-tra.html 

4) UNA LEGGE (FUOCO AMICO) E TANTO ALTRO "CONTRO" GIOVANNI CAPECCHI? (Seconda puntata): https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/07/una-legge-fuoco-amico-e-tanto-altro.html

A seguito del mio primo articolo e ad alcune ulteriori dure (e a mio parere sacrosante) considerazioni sul suo profilo politico, ricevetti, per raccomandata, una lettera diffida, che ritengo minatoria, da parte di Alessio Dolfi.

La lettera, probabilmente redatta da un legale, era firmata, da solo, dall'imminente componente dell'Ufficio di Gabinetto del neo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi.

Eravamo alla fine di maggio 2026 e mi feci un'ora buona di fila nell'ufficio postale di Viale Adua per ritirare la lettera scarlatta del Dolfi che, pur essendo generosamente accreditato di notevoli capacità digitali, nel 2026, ancora, non utilizza la PEC.

Presi sul serio le sue osservazioni e "minacce" tanto che immediatamente mi misi, insieme al mio legale, a rispondere, sempre per via raccomandata.

Contestavo, da un lato, un testo, a mio parere, ridicolo, falso e manipolatorio, e dall'altro rimarcavo i miei diritti e le mie richieste di risarcimento nei confronti del Dolfi stesso per le molteplici azioni di boicottaggio delle mie attività che Dolfi stesso aveva messo in campo, non da solo, durante la fine delle campagna elettorale per le elezioni amministrative.

Il mio legale ha spedito la raccomandata a casa di Dolfi, luogo da cui era partita la sua.

E' risultato che, dopo un mese, l'assistente del sindaco Giovanni Capecchi non si era nemmeno degnato di ritirare la raccomandata a lui indirizzata, facendola tornare indietro allo studio della legale.

Abbiamo quindi provato ad indirizzare la missiva (non conoscendo un indirizzo PEC del Dolfi) all'Ufficio di segreteria del sindaco sempre con destinatario Alessio Dolfi.

Nulla, nemmeno in questo caso alcun ritiro, almeno fino alla settimana scorsa, ultimo controllo. Segno, a mio parere, di infinita arroganza e dell'idea di essere "insindacabili" (termine che non uso a caso) perchè tessera del mosaico del potere.

Ricordo che tra i diversi fatti, sempre a mio parere gravissimi, commessi da Alessio Dolfi nei miei confronti (e legati alle ritorsioni realizzate principalmente per le mie posizioni fortemente critiche su Don Massimo Biancalani) ve ne è uno, davvero infame, posto in atto, soprattutto, nei confronti della memoria della Strage di Piazza delle Loggia e quindi della intera collettività.

Dolfi, credo e spero, se ne vergogni e per questo lo omette nella sua confusa corrispondenza, ma il 15 maggio scorso presso il Circolo ARCI di Capostrada si è svolto in incontro davvero significativo e importante (vedi articolo numero 3). 

Si è trattato di un incontro di rilievo nazionale che ha visto la partecipazione di autorevoli figure quali (da remoto) la scrittrice e storica Benedetta Tobagi e il Presidente dell'Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, Manlio Milani e, in presenza a Pistoia, l’ex onorevole prof. Giovanni Bachelet, l’ex parlamentare e sindacalista pistoiese Renzo Innocenti, la Presidente del Circolo Valentina Vettori, la giornalista del quotidiano di diffusione nazionale Domani Daniela Preziosi, l’allora candidato sindaco Giovanni Capecchi e, nella veste di principale organizzatore, il sottoscritto. 

Durante l'incontro, sempre in anteprima nazionale, è stato proiettato il nuovo docufilm sulla strage di Brescia, a cura tra gli altri, di Daniela Preziosi, poi presentato a inizio giugno presso la Camera dei Deputati e a cui, anche io, nel mio piccolo, ho collaborato.

Come è noto, nel portare avanti la scriteriata azione di boicottaggio che aveva colpito, due giorni prima, anche l'iniziativa sull'accoglienza dei migranti svoltasi presso la Libreria Lo Spazio, anch'essa con ospiti di livello territoriale e nazionale, il Dolfi che, all'epoca, era il responsabile dell'agenda del candidato sindaco Giovanni Capecchi, aveva volutamente e beffardamente trattenuto e non consegnato per tempo le locandine dei due eventi che gli erano state concordemente affidate.

Come è dimostrato da prove documentali, solo l'intervento reiterato del coordinatore politico della campagna elettorale di Capecchi Agostino Fragai aveva evitato che le locandine, in particolare sull'evento del 15 maggio relative alla strage neofascista e di Stato di Piazza della Loggia, a Brescia, finissero direttamente nei cestini o nei bidoni della città.

L'azione di boicottaggio è stata sottolineata e palesemente ammessa, con dichiarazioni certificate agli inquirenti, dall'esponente di Sinistra Italiana (e dell'Anpi!) Paolo Filoni che ha dichiarato letteralmente che quelle iniziative, dopo le mie non condivise posizioni su Don Massimo Biancalani e le modalità di accoglienza a Vicofaro e Ramini, oltre ad altri fatti a me contestati dal "cerchio magico" di Capecchi, dovevano essere: "cancellate".

Il tutto avveniva, lo ripeto, con un violento e direi vigliacco boicottaggio, attuato mentre io mi trovavo all'estero, nei Paesi Baschi, per svolgere una parte del Cammino di Santiago del Nord.

Per onestà intellettuale Giovanni Capecchi ha partecipato, per ben due ore, all'evento del 15 maggio, è intervenuto, mi ha ampiamente pubblicamente ringraziato, ha ricevuto, sempre pubblicamente, un dono di Pace proveniente dalla città di Guernica, martoriata dalle bombe naziste e fasciste, tappa proprio del Cammino di Santiago del Nord.

Ovviamente ho trovato altre strade per contestare a Dolfi quando ignobilmente ha commesso e, altrettanto ovviamente, sono rimasto più che sconvolto quando ho appreso della sua, oggettivamente per me tuttora incredibile, nomina nell'Ufficio di Gabinetto del sindaco di Pistoia.

Non ho operato, però, a differenza di quanto affermino alcuni pasdaran del sindaco, alcun "dossieraggio" nei confronti di Giovanni Capecchi e, addirittura, della sua famiglia, riportando semplicemente la notizia, stranota e sedimentata, che il nonno del neosindaco di Pistoia, l'accademico e banchiere democristiano Ilvo Capecchi, facesse parte delle liste della loggia massonica segreta ed eversiva P2, guidata dal pistoiese Licio Gelli.

Circostanza che, infatti, incalzato da altri giornalisti, tramite il suo portavoce, Giovanni Capecchi non ha potuto smentire.

Il ruolo della P2 nelle stragi neofasciste e di Stato, a Brescia, come a Bologna (abbiamo ricordato ieri la memoria del 2 agosto 1980) è, ormai, acclarato, lo riconosce, a denti strettissimi, persino il Presidente del Senato Ignazio La Russa.

I testimoni diretti, cominciano ad avere molti anni e l'Italia è un paese dalla memoria corta e dal silenzio facile e omertoso.

Strappare o, quantomeno, occultare i segni resistenti di questa memoria è, a mio parere, un atto gravissimo, inqualificabile, mai giustificabile.

Di cui, a mio parere, risulta responsabile chi lo ha materialmente compiuto (Alessio Dolfi), ma, indirettamente, anche chi lo ha, evidentemente, giustificato e già dimenticato (Giovanni Capecchi).

Un Giovanni Capecchi che, anche nella sua veste attuale di sindaco di Pistoia, ripeto città dove Licio Gelli è nato, cresciuto e morto, dovrebbe risultare, non responsabile, ma, almeno, eticamente consapevole della propria storia familiare.

Sono ovviamente pienamente disponibile a sostenere, confermare, dimostrare, dettagliare quanto scritto in questo articolo in qualsiasi sede, anche giudiziaria.

Francesco Lauria

P.S. AGGIORNAMENTO DEL 3 AGOSTO 2026: ALESSIO DOLFI HA, FINALMENTE, RITIRATO LA RACCOMANDATA. MEGLIO TARDI CHE MAI.

sabato 1 agosto 2026

IMPERFETTA RICERCA DELLA VERITA’ TRA RATISBONA E ORSIGNA. CONDIVIDERE PANE E PESCI: UN'ECONOMIA DI COMUNIONE

Succede a volte che il destino ti riservi incroci fortunati.

Erano forse tre anni che non ci vedevamo con padre Arnaldo de Vidi, il missionario saveriano, allora direttore della rivista Cem Mondialità, quando, per caso, non ricordo esattamente il tragitto, condividemmo un viaggio su un treno regionale.

Sono passati circa venti anni e padre Arnaldo aveva già, di fatto, lasciato la direzione della rivista, si apprestava a tornare in missione in Brasile, dove, peraltro, ha collaborato in passato anche con la Fim Cisl

Il mondo era, allora, scosso dalle reazioni al controverso discorso di Papa Benedetto XVI° a Ratisbona, rispetto ai rapporti con l’Islam, eravamo nel settembre 2006.

Ratzinger, nella sua Baviera, aveva sostenuto il forte nesso con il pensiero filosofico greco del cristianesimo, attraverso la sintesi tra Fede e Ragione.

C'era stato poi il passaggio, nel complesso discorso del Papa, sul rapporto tra Violenza e Natura di Dio, con la critica alla religione musulmana, attraverso il dialogo tra l'imperatore bizantino Manuele il Paleologo e un dotto persiano, dove si esprimeva un giudizio critico sull'uso della violenza per diffondere la fede nell'Islam. 

Quest'ultimo passaggio che sembrava delineare un automatismo proprio tra Islam e violenza (dimenticando, peraltro, secoli e secoli in cui il cristianesimo, in tutte le sue varianti, dal cattolicesimo, al mondo ortodosso, al protestantesimo, anche se su questo ultimo punto di possono fare dei distinguo, si era imposto pesantemente con la spada), scatenò durissime reazioni nei paesi musulmani e il successivo "dispiacere" del Papa tedesco.

Padre Arnaldo era rimasto molto, molto perplesso dal discorso di Ratzinger, certamente, pesavano su di lui i durissimi trascorsi da cardinale di quest'ultimo, quando, a capo dell'ex Sant'Uffizio era risultato fondamentale e particolarmente punitivo nella reiterata condanna teologica di Papa Giovanni Paolo II rispetto alla teologia della liberazione, nelle sue varie forme.

Una delle critiche più severe di padre Arnaldo e Papa Benedetto era la totale, quasi per lui perversa, "occidentalizzazione" del cristianesimo e del cattolicesimo.

Un grave errore di fondo, secondo il missionario veneto, causa di strabismo e di non aderenza alla Parola.

Padre Arnaldo mi fece un esempio che collima, perfettamente, con il Vangelo di Matteo di oggi:

"Ricorderai, Francesco la parabola dei pani e dei pesci. Qui in Occidente detta della "moltiplicazione".

In Amazzonia la narrazione è diversa, più aderente al Vangelo.

Gesù, non moltiplicò, infatti, proprio nulla.

Nulla di nulla.

Se non una cosa: la "fiducia".

E lo fece ottenendo il superamento della paura.

La paura della condivisione.

Ognuno infatti, aveva un pane e un pesce, anche di più, tra coloro che erano accorsi ad ascoltarlo.

Ma ogni persona temeva di essere tra i pochi ad essere dotata di cibo e che, tirando fuori il mangiare dalla sacca, gli altri, affamati, la potessero aggredire.

La Parola di Gesù, scioglie, invece, la paura.

E così si scopre che il cibo c'è, ed è abbondante, anche se non deve essere sprecato.

Il miracolo di Gesù, mi disse padre Arnaldo, non è quindi quello individuale del capitalismo della crescita infinita (e dell’incultura dello scarto e della guerra avrebbe echeggiato, anni più tardi, Papa Francesco), ma quello collettivo della circolarità dell'essere compagni e compagne – “cum panis” , coloro che, letteralmente, "spezzano il pane – (e puliscono i pesci), insieme."

E così, in questa ottica, quasi due millenni dopo, che due grandi maestri come Don Lorenzo Milani ed Ermanno Gorrieri ci hanno spiegato che: "NON si possono fare parte uguali tra disuguali".

Il valore spirituale, politico ed economico dell'uguaglianza, nasce da un'economia della fiducia e della felicità cooperativa (“oikos”, in greco antico significa “casa” e “famiglia”), un'economia di comunione, in sintesi.

Il capitalismo neoliberale non è l'unica via, non è vero, come affermavano Ronald Reagan e Margareth Thatcher, negli anni Ottanta del Novecento, che non esistano alternative o che, come rincarò, nel 1987, la lady di ferro inglese: “la società non esiste, esistono solo gli individui”.

Le alternative ci sono, magari diverse, perchè il concetto di ricchezza e povertà, ad esempio, non può essere lo stesso a Parma o a Pistoia, rispetto ad Antananarivo o a Belem.

"Ma non solo - concluse padre Arnaldo, prima di raccogliere i suoi libri e scendere dal treno:

tutto questo ci dimostra che, se è vero che c'è una sola Verità, (non siamo dei relativisti!) esistono tanti modi, tanti cammini, tante culture, tanti doni, tante comunità ("cum munus") attivabili per raggiungerla, o, almeno, per camminare verso di essa."

Ho pensato a Padre Arnaldo, purtroppo, come tanti suoi confratelli, scomparso in tempi di Covid, anche ieri, durante la meditazione guidata nel bosco presso la casa di Tullio, vicino a Pian dell’Osteria, sopra l’Orsigna di Tiziano e Fulco Terzani.

Mi trovavo, al bellissimo, stupefacente Arum Festival, che, da sette anni, impreziosisce con il suo: “mondo prima di essere sciupato”, quel frammento di montagna, protetto, ma panorama sul mondo, nel Comune di Pistoia.

Arum: non un mondo perfetto e di perfetti, come ci ha ricordato ieri, proprio al festival, al calar del tramonto, nel confronto con Sandra Gesualdi sull’abitare la Pace, l’abate benedettino di San Miniato al Monte, padre Bernardo Gianni.

Nella postfazione al mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli", Ivo Lizzola, nel paragrafo "La parola e il potere", sottolinea che:

"Nei luoghi di parola, di ricerca e di orientamento, di confronto e discussione (come dovrebbe essere il sindacato, come è, certamente, l’Arum Festival ad Orsigna), occorre vivere la franchezza di quello che Raimòn Panikkar avrebbe chiamato: "dialogo dialogale", non orientato a convergere, all'uniformare, tanto meno al vincere sulle ragioni dell'altro; piuttosto teso a fare vivere nella agorà della parola spostamenti di visione e posizionamento, processi di approfondimento e scoperta di legami tra pensieri e aspetti diversi, ampliamenti delle prospettive. Sempre un po' incompiuti, ma nella consapevolezza del valore delle differenze, con ridisegni di proposte, di strategie e di posizionamenti organizzativi e personali".

Quella volta, ormai venti anni fa, rimasi solo sul treno.

Cominciava anche a fare buio, forse anche un po' freddo, indossavo solo una maglietta.

Ma quella conversazione e quel saluto mi hanno accompagnato silenziosamente opportunamente per venti anni. 

In ogni gesto, in ogni respiro, in ogni percorso, personale, di fede, sindacale e politico.

La Verità esiste e va oltre la paura, ogni paura.

Ma non esiste un unico modo, un’unica verità, per raggiungere la Verità.

Quel Vangelo sulla condivisione dei pani e dei pesci favorita maieuticamente da Gesù, resomi autentico da Padre Arnaldo de Vidi, missionario e poeta, ha abitato, da allora, profondamente in me. Anche se, ovviamente, non sempre sono riuscito ad esservi fedele.

Ho portato spesso con me anche il suo più famoso libro di una significativa produzione, poetica e non solo: “Sapore di terra e di cielo. Poesie da pregare e gridare”.

Fino ad oggi, domenica in cui la Chiesa, attraverso l’evangelista Matteo, proprio quel Vangelo ci dà l’opportunità di rileggerlo, ma, soprattutto, di riviverlo, anche, come ho appreso meglio ad Arum, attraverso l’arte, la poesia, la musica, il silenzio.

Con la nostra, imperfetta, Vita, alla ricerca, ostinata, plurale, molteplice, della Verità.

Come una tenda imperfetta, che a Pian dell’Osteria, Orsigna, Pistoia, Mondo, almeno per alcuni giorni, diventa famiglia, casa, “oikos”.

Comunione scelta e condivisa, pane e pesci dell’anima.

Per concludere: "Ma chi lo dice che il fiore è nero?"

"Noi ci saremo"https://www.youtube.com/watch?v=b-Fg_Ggnxfw&list=RDb-Fg_Ggnxfw&start_radio=1


IL FIORE NERO (I Nomadi)

Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come un popolo sotto l'oppressioneCome un asino sotto il bastoneCome un bimbo sotto l'educazioneCome uno schiavo sotto il padrone
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come il corpo sotto la moraleCome il lavoro sotto il capitaleCome il diverso sotto l'ugualeCome l'imprevisto sotto il normale
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come Dio sotto la religioneCome l'amore sotto la convenzioneCome la realtà sotto l'illusioneCome un mattone sotto la distruzione
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?

Francesco Lauria

venerdì 31 luglio 2026

OLTRE IL SINDACATO CHE LICENZIA PER RITORSIONE E REPRESSIONE. E CHE VIENE CONDANNATO: PER DIRITTO E COSTITUZIONE.

Ieri, quando ho sentito Stefano Pisetta al telefono (era la prima volta) ho ascoltato una voce sollevata, come quella di chi, nell'ultimo anno e mezzo, ha subito davvero qualsiasi cosa e che ora, finalmente,, anche se solo al 99%, perchè su dieci punti richiesti se ne è visti riconoscere dal giudice nove, si sente risarcito, di nuovo visto. Mi sento persino di dire, giustamente riabilitato.

Ascoltandolo mi sono immaginato la sua solitudine, il suo isolamento, la macchina del fango contro di lui, la quasi totalità di colleghi e colleghe che non ti salutano più, chi per conformismo, chi per interesse, chi per mera paura mista a vigliaccheria e bieco opportunismo.

Ho anche pensato, con immenso dolore, a Fabrizio Scatà, ex segretario nazionale Fai Cisl, che oggi, purtroppo credo non casualmente, non c'è più, dopo le tantissime e pesantissime umiliazioni subite.

Fabrizio, colpito dalla mia gravissima vicenda personale, mi aveva raccontato, insieme alla moglie, la beffarda e devastante, umiliazione subita dal sindacato cui aveva dedicato la vita e lo aveva fatto, durante una lunga e soffertissima telefonata che, ovviamente, non potrò mai più dimenticare.

Perchè Fabrizio è finito polverizzato, frantumato (termine che piace tanto ad alcune "dirigenti" sindacali...) pochi giorni dopo il nostro doloroso colloquio, tra le lamiere fracassate della sua auto.

Come ha spiegato ieri il, sempre sia lodato, blog il9marzo.it (sì, ho cambiato opinione, solo gli stupidi non lo fanno mai...), se la vogliamo raccontare molto in breve, semplificando, Stefano Pisetta, già segretario generale per dodici anni, era stato licenziato dalla Filca Cisl trentina (il sindacato dei lavoratori edili) con l’accusa (non ci crederei se non conoscessi storie simili, tipo la mia...) di aver mandato un messaggio privato ad un collega in cui criticava il segretario generale in carica e ne auspicava la sostituzione. 

Poco più di un anno dopo, il licenziamento è stato giudicato illegittimo dal Tribunale di Trento che ha riconosciuto il diritto ad un risarcimento pari a 12 mensilità.

Vai al link su Youtube: https://youtu.be/vPB4A8KxqKg 

E' quindi l'avvocato di Stefano, Marco Cianci, a entrare nel merito, con una dichiarazione pubblica ripresa da numerose agenzie di stampa:

"La recente sentenza n.86/2026 del Tribunale di Trento sezione lavoro, emessa dal Giudice dott. Giorgio Flaim in data 21/07/2026, ha affrontato un caso molto particolare: l’illegittimità del licenziamento di un proprio dipendente da parte di un’importante federazione sindacale del Trentino.

Il sig. Stefano Pisetta, assistito dall’avv. Marco Cianci, ha infatti impugnato il licenziamento irrogatogli dalla Filca-Cisl del Trentino in data 06/03/2025 e basato su diverse motivazioni, tutte per lo più riconducibili alle critiche manifestate dallo stesso Pisetta al segretario generale dell’organizzazione.

In particolare, il sindacato ha contestato a Pisetta di aver inviato un messaggio whatsapp a un collega (uno che NdR pare fosse molto interessato ad occupare proprio il posto di Pisetta...) in cui suggeriva l’opportunità per il bene dell’organizzazione di sostituire il segretario, ritenuto non idoneo. 

Inoltre, veniva contestato che in altre occasioni Pisetta avrebbe espresso pareri critici nei confronti del segretario al cospetto di colleghi e di soggetti esterni all’organizzazione. 

La sentenza ha riconosciuto innanzitutto l’inutilizzabilità ai fini del giudizio del messaggio whatsapp in quanto tutelato dal diritto costituzionale alla segretezza della corrispondenza.

Il Giudice ha ritenuto comunque pienamente legittimo per un associato al sindacato (pure laddove ne sia lavoratore dipendente) rivolgere critiche nei confronti del segretario davanti ai membri dell’organizzazione e anche formulare progetti volti alla sua sostituzione. 

Ciò anche alla luce dello stesso Codice Etico della CISL che esprime principi organizzativi democratici che garantiscono la partecipazione degli associati alla vita dell’associazione.

Di conseguenza la sentenza ha dichiarato illegittimo il licenziamento e ha condannato Filca CISL a corrispondere a Pisetta un risarcimento pari a 12 mensilità.

Stefano Pisetta, che ha lavorato alle dipendenze di Filca CISL sin dal 1999 e ne è stato segretario generale per 12 anni, ha dichiarato:

Questa vicenda mi ha amareggiato, mi ha danneggiato sia economicamente, sia professionalmente, ed è anche stata calpestata la mia dignità. 

Mi auguro che un fatto così grave non succeda mai più nel sindacato. 

Al Sindacato dove ho dato molto e ricevuto altrettanto fino a questo spiacevole episodio”.

Va ricordato, e ne parlo per esperienza diretta, che quello di Stefano Pisetta, non è certo il primo caso di provvedimenti motivati dall’espressione di opinioni critiche interne all’organizzazione sindacale, in questo caso, come frequentemente accade, la Cisl. 

Lo stesso ex segretario generale Cisl Luigi Sbarra, quando era commissario della categoria dei lavoratori agricoli, la Fai Cisl, dopo che essa era stata commissariata collettivamente, anche da lui, soltanto per un libero e sacrosanto voto espresso in un congresso nazionale, allontanò lo studioso e formatore Giampiero Bianchi portando come prova alcuni sms passatigli da un paio di servi del potere …

Come scrive il9marzo.it, il problema non è l’inidoneità del segretario della Filca di Trento (o di quelli del Piemonte che “non parevano inconsapevoli” della presenza di chi era legato alla ‘ndrangheta tra i dirigenti locali della loro organizzazione a Torino), o di quella del segretario generale nazionale, ma della Cisl in quanto tale. 

Una Cisl dove i dirigenti pro tempore si comportano come i padroni della ferriera e non come chi riveste un mandato democratico, potendo quindi sempre essere mandato a casa da chi lo ha eletto.

Per questo, questi pseudo-dirigenti sindacali non si rendono nemmeno conto del fatto che certe questioni non devono essere decise in tribunale, ma nei congressi o, almeno, negli organismi deputati.

In vista della mia prima udienza presso il Tribunale del Lavoro di Firenze (21 ottobre prossimo) contro la Cisl confederale, a seguito del mio licenziamento nullo, illegittimo, ritorsivo, discriminatorio, infame e politico, lo dico anche sulla base della sentenza del Tribunale del Lavoro di Trento, non mi sento, sinceramente, non solo per scaramanzia, di cantare prematuramente vittoria.

Non certo perchè non sia convinto delle mie lapalissiane, evidenti, inscalfibili ragioni.

Ma perchè il potere, le "organizzazioni" si adattano, colpiscono in silenzio con risorse illimitate, anche utilizzando leccaculo sempre pronti all'uso e sono in grado, come è stato scritto non da me, ma citando la mia vicenda personale e sindacale da altri, di annientare, frantumare le persone, non tanto per cattiveria, ma per autoconservarsi.

Per difendere lo status quo, per sopravvivere ai propri fallimenti valoriali e operativi, per reprimere qualsiasi idea, non solo di motivato e democratico dissenso, ma proprio in generale.

E la Cisl, a mio parere, almeno finchè ci saranno questo sciagurato governo di centrodestra e questa dirigenza nazionale ad esso devota, categorie comprese, rappresenta, pertanto, un pezzo di potere che mi fa paura (non ritengo migliori, peraltro, nel metodo, le gestioni del potere dei governi del centrosinistra, il potere, ahimè, è potere...)

Non canto quindi vittoria e non smetto, lo dico con sincerità, di avere paura.

Di sentirmi dentro la solitudine, l'abbandono, l'ipocrita vigliaccheria.

E però, mi hanno insegnato, che occorre, come ha fatto benissimo a Trento Stefano Pisetta, forte della sua dignità e della sua storia sindacale, delle tante volte che ha rischiato e lottato non per se stesso, ma per i lavoratori più fragili e deboli: "resistere anche un solo minuto più del padrone".

Anche, anzi soprattutto, quando questo padrone si qualifica sfacciatamente come sindacato: avendo rovinosamente dimenticato, del sindacato, l'etimologia ("fare, essere giustizia insieme", dal greco antico), i valori, la mission, financo, sinceramente, la memoria e il ricordo.

Un sindacato, quello vero, che, deve sapersi e potersi riconoscere come: "comunità inclusiva ed educante".

Un sindacato, come insegna la storia della Cisl (quella vera): in cui il "guscio fragile" e prezioso della formazione sia rivolto alla costruzione comune, dal basso, con libertà, responsabilità e protezione, del pensiero critico, non alla trasmissione di una misera "dottrinetta" dei capi.

Un sindacato che, come affermava con estrema modernità, il fondatore della Cisl, Giulio Pastore (che, pur da cattolico, fece dismettere la cappella interna del Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze), non deve mai rischiare di: "mortificare la concezione di vita di ciascun lavoratore."

Un sindacato: "mosaico", "carovana", non caserma autoritaria.

Un sindacato che come ricordò Papa Francesco proprio ai delegati e alle delegate del congresso nazionale della Cisl, nel giugno 2017, una settimana dopo aver pregato, a Barbiana, sulla tomba di Don Lorenzo Milani, (ispiratore di tanti futuri sindacalisti) sappia, collocandosi "tra profezia e innovazione", non lasciare mai indietro chi si trova: "ai margini della città del lavoro".

Un sindacato che NON deve avere, da solo, sempre tutte le risposte, ma che non rinunci mai a farsi e a fare tutte le domande necessarie.

Un sindacato che si prenda cura, rappresenti, ripari le fragilità, anche quelle, ecologiche, del pianeta. L'unico che abbiamo. Come scrive da anni la Confederazione Europea dei Sindacati: "non esiste lavoro, in un pianeta morto".

Un sindacato, infine, che, come la politica, uso una bellissima frase di Tina Anselmi, che prima che personalità di partito e delle istituzioni è stata partigiana e sindacalista: "deve saperci far sperimentare la gioia condivisa dell'impegno, della passione".

Oggi brindiamo con Stefano, pur con il dispiacere che non ci sia stata la ciliegina sulla torta della reintegra sul posto di lavoro.

Un tema, quest'ultimo, molto complesso e dibattuto che ci riporta, come ha giustamente ricordato l'avvocato Cianci, ai diritti costituzionali.

Ad un articolo 39 non pienamente e non integralmente attuato, per fondate ragioni storiche (la vicinanza con l'era fascista e con il sindacato fantoccio di stato, subordinato al Partito e al Governo, subordinato al potere).

Oggi, però, siamo in una fase del tutto diversa, in cui, peraltro, si stanno riscrivendo, come fossero questioni solo private, le regole della rappresentanza e della rappresentatività nei luoghi di lavoro.

Passando dai casi individuali al senso collettivo anche qui occorre vigilare e lottare.

Il sindacato, visti anche i finanziamenti pubblici che riceve soprattutto attraverso il sistema dei servizi individuali, deve rendere conto, essere trasparente, e lo deve essere davvero, non per finta.

Non solo: il sindacato, i sindacati, pur combattendo strenuamente, ovviamente, il dumping contrattuale, non possono godere di privilegi, monopoli e riserve acquisite della rappresentanza, senza inquinare, profondamente, la nostra democrazia.

Proprio in Cisl mi è stato insegnato e io stesso ho insegnato, formando centinaia, migliaia di sindacalisti e sindacaliste, il valore democratico del sindacato come associazione, patto tra pari, che si mettono insieme per riequilibrare i rapporti di forza e, appunto, di potere.

Non solo: il valore democratico del sindacato come soggetto di trasformazione sociale radicale e collettiva.

Io mi riconosco, infatti, nel sindacato in chi trasforma il potere non in dominio arbitrario, ma in servizio e bene comune, tutelando, per primi, i più fragili, i più deboli.

Ci ho, come Stefano, dedicato la vita. Per me  il sindacato non è, citando il sociologo cislino Bruno Manghi, solo un mestiere, ma una missione.

E' la Vita.

Non un "potere su" (sopra gli altri), ma un "potere con" e un "potere per" (insieme e con un orizzonte condiviso di senso).

Nella Cisl mi è stato insegnato che il sindacato, infatti, non è solo fare tessere e/o archiviare numeri (iscritti e soldi), magari ora con l'algoritmo, e che il sindacato, quello vero, non può non confrontarsi con la totalità dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dagli ultimi (sì, dagli ultimi, non dai penultimi).

Il sindacato, quello vero, proprio perchè riconosce valore all'associazione dei soci, non può mai ricercare benefici e risultati solo per se stesso e per i propri iscritti/e (o peggio ancora, soltanto per i propri dirigenti apicali).

Quando restituii, per mia scelta e con dolore immenso (un mio collega che fece la stessa cosa, poco prima, dopo quarant'anni di militanza mi confidò di aver pianto tutta la notte...) affermai che credevo (e credo) che il vero militante, politico o sindacale, sia colui o colei che fa, senza ideologismi o inutile moralismi, ma con determinazione: "della differenza tra fatti e valori una questione personale".

Oggi sono stanco, ferito, assetato di Pace, lo ammetto.

Ma non mi piegherò.

Perchè, proprio come scrissi lasciando la Cisl, ricordando il celebre paradosso del volo del calabrone, io, nel sindacato, quello vero, ci credo ancora.

Fin nelle budella. A caratteri scolpiti nell'anima.

E resisto, pensando anche ai tanti e tante, sindacalisti e sindacaliste (Delio, Simone, Margherita, fermandomi alla sola Cub...) che vengono massacrati e licenziati da padroni spietati (che non possono essere definiti imprenditori o aziende) per il loro solo essere al servizio, attenti al bene dei lavoratori e delle lavoratrici e al bene comune.

E oggi, però, brindo, insieme a Stefano Pisetta, alla sua famiglia e agli amici veri, quelli, pochi, che rimangono, restano, resistono insieme a te anche nei momenti di grave, disperata difficoltà. 

Quelli che restano anche nelle sconfitte, come mi ha insegnato personalmente l'indimenticabile segretario generale della Cisl (quella vera...) Pierre Carniti.

Quelli che ti guardano, sempre, negli occhi, ti vedono e ti sanno dire, restando, anche quando sbagli.

Restare nelle vittorie, me lo ricordava spesso Pierre, con il suo sorriso sornione e il suo immancabile sigaro, invece, "è troppo facile".

Francesco Lauria