lunedì 5 ottobre 2026

"E' ACCADUTO DI TUTTO". CONSIGLIO COMUNALE DI PISTOIA: RESTIAMO UMANI, "ACCORGIAMOCI DI ESSERE VIVI/E".

Premetto che in questo articolo tratterò, spero con equilibrio, di temi delicati e dolorosi.

Non lo farò per un discutibile desidero di speculazioni politiche, teoriche, filosofiche, teologiche, o, peggio, per un, pur comprensibile, senso di vendetta (o meglio... di giustizia...) rispetto a un paio di esponenti politico-istituzionali della maggioranza consiliare, ma con il dolore personale e condiviso, antico e sedimentato, ancora sanguinante, di chi non parla in astratto, ma ha vissuto direttamente e visto vivere ad amici/amiche drammi, ferite vere, indelebili.

Non mi permetto quindi il potere o il volere di emettere alcuna patente di verità, buon costume o facile, definitiva certezza.

Il mistero della Vita, in specie di quella, per vari e diversi motivi, mai nata, è qualcosa che ci interroga e ci tocca nel profondo, in salita chiede il conto alla nostra anima.

Certo riguarda in primis le donne, ma lo dico per esperienza vissuta, non fugge via lontano da qualsiasi anima, anche maschile, che la abbia a cuore la Vita, specie quella fragile, indifesa, generata, svanita.

Ieri sera sono andato a dormire esausto poco dopo le ore venti, dopo una giornata intensa e faticosa, vissuta in prevalenza a Bologna per questioni di impegno culturale e lavorativo.

Prima dell'ora del mitico Tg1, sono stato raggiunto da plurimi messaggi di esponenti politici e consiglieri e soprattutto consigliere comunali pistoiesi, in prevalenza di opposizione, ma, in un paio di casi, anche di maggioranza.

Alcuni li ho letti solo al mio risveglio.

Molti dei messaggi erano non solo sconcertati per lo sdegno, ma anche addolorati, dal punto di vista umano e politico, su più aspetti, complice un consiglio comunale, quello del 5 ottobre scorso in cui, a detta di molti/e protagonisti/e: "è accaduto di tutto".

Chissà poi cosa sarebbe ulteriormente successo se il Presidente del Consiglio Comunale, l'esponente del Partito Democratico Paolo Tosi, non avesse preventivamente cassato dall'ordine del giorno, a mio parere anche con possibile personale conflitto di interesse politico, alcuni temi spinosi per lui e per la maggioranza del centrosinistra extralarge.

Non è un caso, e questo l'ho ascoltato in diretta streaming giusto poco prima di andare a dormire, che la coordinatrice dell'opposizione l'ex sindaca e candidata sindaca Annamaria Celesti abbia dichiarato rotto ogni patto di collaborazione e reciproca "coesistenza" con la maggioranza, quella che, secondo pii illusi, avrebbe dovuto rappresentare a livello nazionale per il centrosinistra, il "laboratorio Pistoia".

Certo, se per "laboratorio Pistoia" si intendeva "laboratorio di cose e persone più che discutibili" in questo caso l'obiettivo pare centrato perfettamente, magistralmente.

Tralasciando, solo per oggi, questioni annose come la trasparenza e la consistenza dei rendiconti delle spese elettorali (un tema etico, partecipativo e democratico) mi concentro su quella che la consigliera civica avvocata Paola Calzolari ha definito: "Una brutta pagina del Consiglio Comunale . Oggi 5 ottobre 2026".

Scrive Paola Calzolari:

"Ci sono confini che la politica non dovrebbe mai superare.

Il rispetto per il dolore di una famiglia che perde un figlio prima della nascita è uno di questi.
​Oggi in Consiglio Comunale a Pistoia:
▪️ La consigliera Cerdini ringrazia la Misericordia per l'area cimiteriale dedicata ai bambini mai nati.
▪️ Da una consigliera di Avs arrivano parole sconcertanti ridendo: «se non sono mai nati non sono mai stati vivi" e pertanto non ha senso la sepoltura.
▪️ Chiediamo al Sindaco di prendere le distanze e chiedere scusa alle famiglie.
▪️ Il Sindaco minimizza e giustifica la consigliera di maggioranza.
Mi chiedo che senso abbia parlare di pace internazionale, di inclusione e di rispetto della diversità' e di Gemellaggio con Gerico se poi non si è capaci di mostrare rispetto verso il dolore dei propri concittadini?"


Ma chi volesse verificare direttamente può farlo attraverso un post su facebook di Luca Cipriani (lo so, anche lui è un avvocato, ma in questo periodo, per vari motivi, ne frequento tanti/e... :-) )

"Oggi, in Consiglio comunale, non aggiungo altro, non serve aggiungere altro.
Qui la proposta di Cinzia Cerdini
Qui l'intervento, chiamiamolo intervento, di Lavinia Ferrari
Qui le parole di Francesca Capecchi
Qui la chiosa di Paola Calzolari
vergogna, questa sconosciuta".

Ho ascoltato, come sempre con attenzione la comunicazione delicata, attenta, equilibrata della consigliera Cinzia Cerdini sull'apertura del "cimitero dei bambini e delle bambine mai nati/e" presso la Misericordia di Pistoia e la preghiera del Vescovo Augusto Mascagna.

Quando lei interviene, essendo una esponente della Lega, direi forse il partito più lontano dalla mia concezione di vita e politica, sono sempre attento a quanto lei dice e a come lo dice.

Ho ascoltato, come sempre, con ammirazione la reazione alle parole della consigliera di Avs Lavinia Ferrari di Francesca Capecchi (a me dispiace per chi ci vuole male, magari la iscriverò d'ufficio alla quarta internazionale trotskista, ma è davvero brava, profonda, competente e, di norma, ineccepibile).

A me Francesca, a differenza di imbarazzanti esponenti del mondo radical chic della sinistra da salotto pistoiese e Ztl, non ha mai "fatto ribrezzo" e devo dire, che proprio come il sindaco Alessandro Tomasi, non la considero sinceramente una terribile "fascista dagli occhi celesti", ma, pur nelle nostre iper radicali differenze politiche, una risorsa preziosa e, suggerirei alla sua parte politica, da non sprecare per la sua città.

Credo che sia, però, troppo semplice (e, invero, facile) prendersela con le sole gravi e lesive affermazioni di Lavinia Ferrari.

Alla consigliera Pd Antonella Cotti, rispetto a quanto da lei comunicato in consiglio comunale, suggerisco la lettura di questo articolo del quotidiano Avvenire, peraltro allora diretto dal suo attuale compagno di coalizione, poi eletto al Parlamento Europeo nelle liste del Pd, Marco Tarquinio: https://www.avvenire.it/vita-e-cura/sepolture-di-feti-non-anonime-colpa-del-movimento-per-la-vita-notizia-falsa_47353

Dovrei essere abituato, anche per esperienza diretta, alla mancanza di coraggio politico e alla naturale pavidità di alcuni esponenti apicali del centrosinistra pistoiese, incapaci di prendere le distanze, per mero opportunismo politico, anche dall'indicibile.

Invece, non sono abituato, non mi abituerò mai rispetto a una postura sbagliata, sia dal punto di vista umano che da quello politico, che, ad esempio, Giovanni Capecchi a me sembra abbia deciso di assumere ancor prima della propria elezione a sindaco.

Le parole del sindaco Giovanni Capecchi in consiglio comunale, sono state, a mio parere, cerchiobottiste, prudentissime, completamente prive di direzione e capacità di correzione (non occorreva, infatti, trascinare nessuno/a al patibolo), mancanti di onestà intellettuale, e anche prive del necessario, urgente, opportuno, minimo, senso di responsabilità.

Mi permetto, infine, un non richiesto consiglio al Consiglio :-) a chi lo vorrà (o meno) cogliere, sintetizzando il pensiero di Arturo Paoli contenuto nel suo preziosissimo libretto: "La pazienza del nulla".


"Si può stare nella verità, senza avere la verità.
Ogni persona deve "fare la verità" e la può fare solo se ama.

Quando qualcuno ritrova la luce che relativizza tutto e nello stesso tempo assolutizza tutto, diventa ecumenico.

Ecumenico non per una specie di decisione esterna, perchè stanco di fare baruffe o perchè scopre che quel tale o quel talaltro se non vanno in chiesa (o, al contrario, anche se vanno in chiesa NdR...) sono persone correttissime.

L'ecumenismo nasce dal sentirsi pietra tra le pietre, come tutte le altre pietre che, tutte, contengono l'oro.

E l'oro, nella pietra, è in grado di scoprirlo solo quest'occhio o questa luce che sta fuori di noi e sopra di noi.

L'oro è dappertutto, non solo sulla stretta riva del fiume dove si accampano i garimpeiros. L'oro è dappertutto.

Quante volte saremmo tentati di gettare al vento i cumuli di sabbia in cui abbiamo frugato con cura senza trovarvi nulla; poi passandola tra le dita ancora una volta con attenzione, vi scopriamo la pietra preziosa.

Federico Fellini ci ha interpellato fortemente, scuotendoci di dosso la sicurezza di identificare noi stessi con la verità (...)

Ed è una sorpresa permanente e una gioia forte incontrare la verità a ogni passo in tutti i tipi di ricerca dell'uomo (...)

L'osservare ogni uomo che viene a questo mondo e ogni realizzazione umana illuminata dalla luce della Verità è fonte di gioia permanente.

Sarei potuto divenire facilmente un cristiano ringhioso e intransigente, uno di quelli che un antico maestro chiamava i cristiani al vetriolo.

E invece mi ha reso spettatore felice delle infinite apparizioni della verità nella complessità della storia e nelle infinite creazioni di quell'essere che non finirà mai di stupirci: l'uomo.

Perciò ho detto sopra che questa luce relativizza tutto e assolutizza tutto.

Perchè ogni esperienza umana è relativa e nello stesso tempo contiene questo frammento d'infinito, l'oro, sia pur infinitesimo, nascosto in una manciata abbondante di sabbia".

Ha scritto, mi avvio alla conclusione, il poeta Franco Arminio, persona di grande spiritualità, ma non credente in senso classico. Rivolgo questi versi in primis a me stesso:

"Vuoi che il mondo cambi? Smetti di gridare la tua rabbia, inizia a cantare la tua canzone d'Amore, e forse parteciperai alla ri-creazione del mondo".

E allora, nel ricordare come ha fatto benissimo in consiglio comunale Matteo Pomposi, Norma Cossetto e la sua tragica, terribile morte, dopo essere stata stuprata, gettata ancora viva in una foiba nel Carso, facciamo memoria, cito un bellissimo libro del parlamentare triestino del Partito Democratico Gianni Cuperlo della nostra "frontiera ferita".


Non dobbiamo avere paura di ricordare, senza distinguo Norma Cossetto (non Crosetto, consigliera Antonella Cotti, quello è un altro...) e, da antifascisti radicali, senza alcuna contraddizione, anche tutti i martiri e le martiri delle foibe.

Così è stato opportuno, duramente interrogante e per nulla rituale, ricordare in consiglio comunale Ion Romanu, grazie al, come sempre significante intervento della capogruppo del Partito Democratico Irene Bottacci.

Ion Romanu, 43 anni, arrivato a Pistoia da Asti, è morto sul lavoro a Sant'Agostino a Pistoia, cadendo fatalmente dall'alto in un capannone industriale il primo di ottobre.
1 ottobre 2026, non 1826.

Importante è stata certamente la riflessione sulla violenza di genere operata nel consiglio comunale.

Certo, sarebbe bene, sarebbe molto meglio, utilizzo i prudenti, ma giusti concetti di Non Una di Meno Pistoia: "non strumentalizzare e usare a fini politico-individuali i simboli condivisi".

Concetti espressi, lo ricordo, dopo quanto successo sul palco di Piazza dello Spirito Santo in occasione del comizio di chiusura della campagna per le primarie di Giovanni Capecchi lo scorso 9 aprile.

I simboli, infatti, specialmente quelli importanti, anche indirettamente, non si deridono, un po' come non si deridono le persone, tutte le persone, a partire da quelle che la pensano in maniera significativamente diversa da noi, a partire, senza fermarsi ad essi, dai contesti istituzionali.

Non ci si può, infatti, appropriare dei simboli, come qualcosa di personale, realizzando nei fatti oggettivi quella cultura del possesso, del dominio e della violenza che, spesso solo a parole, si dice o si pretende di combattere e che, invece, si finisce, paradossalmente, per impersonare e rappresentare, fin nell'abisso.

I simboli sono importanti, concordo con quanto detto ieri in consiglio su questo, non vanno profanati, con quello che di fondamentale, vitale, autentico rappresentano.

Penso, in particolare, ad un segno importantissimo, dalle radici profonde e assolutamente attuali come quello del panuelo rosa, storicamente proveniente dalla lotta delle donne contro la dittatura argentina, fascista, violentissima e patriarcale.

La dittatura della Giunta militare guidata dal generale Videla, quella dei decapecidos gettati nell'oceano in pasto ai pescecani dagli aerei, quella dei bambini e delle bambine rubati/e e delle Madri e delle Nonne coraggio, le "pazze" di Plaza de Mayo.

Tornando all'argomento che ha assunto, inaspettatamente, centralità nel consiglio comunale di ieri, non dobbiamo avere paura, senza alcun giudizio, rispettando la riservatezza e le scelte di ognuno/a, di ricordare, pregare, amare i bambini e le bambine mai nati/e.

Una preghiera, anche laica, non per forza confessionale, non è mai, non può essere mai, se sincera, contro qualcuno o qualcuna.

Abbiamo il coraggio, caro Capecchi (Giovanni), cara Ferrari, cari noi tutti/e, sempre con Franco Arminio di:

"Guardare

gli angoli nascosti del mondo

dà più vita dello stare dalla parte

dei migliori, dei riusciti.

Il grande stile degli umani

è piangere, ridere, camminare,

sentire di non avere nulla tra le mani".

Restiamo umani, cari Giovanni Capecchi e Lavinia Ferrari, caro Paolo Tosi.

Cerchiamo di tracciare un sentiero che vada in direzione contraria.

Impariamo dalla sofferenza, facciamo nuove tutte le cose, prendiamo il volo, cogliamo la meraviglia.

"Accorgiamoci di essere vivi".


Come ha ben detto ieri Adele Iozzelli di Avs-Sce, sempre in consiglio comunale, pensando anche a Gerico... "possiamo ancora sperare. La Pace nasce dal basso. Nasce dalle persone".

Francesco Lauria (nonostante tutto ancora vivo e intero eh... :-) )

domenica 4 ottobre 2026

UN "BENE FRAGILE": IL POTERE DELLE EMOZIONI E DEL VOLONTARIATO. ASCOLTANDO SOFIA, AMMIRATI E RAPITI, ALL'OASI DYNAMO CAMP.

Mentre, insieme agli altri volontari e volontarie del doposcuola-oratorio Carlo Acutis, aspettiamo, nel giardino della chiesa di San Bartolomeo, centro di Pistoia padre Nicola, vero irriducibile delle lodi mattutine (peraltro post Messa), rifletto, tra me e me, su quante volte, nel corso degli anni, ci sono passato senza fermarmi.

Cinquanta? Cento? Certamente di più.

Come tutti i "cittadini" che, provenienti dalla "piana",  attraversano le curve in salita che da Firenze, Prato, Pistoia oltrepassano le varie frazioni per poi superare Campo Tizzoro e raggiungere il comune di San Marcello Piteglio, ho osservato, i grandi caratteri che mostrano in vari punti il logo e il nome: Dynamo Camp.

Come tanti/e mi sono spesso fermato sulla soglia di questa grande, immensa realtà di cura e di volontariato che ieri, attraverso un affollatissimo Open Day, festeggiava i vent'anni di vita.

Questa volta, però, in un contesto accogliente e organizzatissimo, ma davvero invaso di persone da tutta Italia e non solo, manco fossimo ai cancelli sold out di un concerto del cantante Ultimo, sono entrato. 

Siamo entrati. E abbiamo visto, con i nostri occhi.

Come è scritto sul sito web Dynamo Camp è un’isola di felicità ospitata in un’oasi naturale. 

A San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, in un’area ormai enorme di oltre 900 ettari, Dynamo Campo offre gratuitamente, da venti anni e con numeri e modalità sempre crescenti, programmi di Terapia Ricreativa a minori affetti da patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità. 

Le attività si svolgono presso Dynamo Camp, nella sede principale in provincia di Pistoia, e nei Dynamo City Camp in alcune delle principali città del territorio nazionale, durante l’estate o lungo l’intero arco dell’anno.

E' nata anche un'accademia formativa (Dynamo Caring School), con sede per ora a Firenze, che sta terminando di formare i primi tecnici dell'Animazione sociale e socio-educativa, coerentemente con i percorsi professionali riconosciuti dalla Regione Toscana.

Sono circa 90.000, nell'arco di vent'anni, le persone accolte a Dynamo Camp.

Le attività di terapia ricreativa di Dynamo sono progettate per stimolare le capacità dei bambini con patologie gravi o croniche, focalizzandosi sul divertimento e sul superamento dei propri limiti in totale sicurezza e con l'apporto di personale competente.

Professionisti e medici oltre che dei "Dynamici", volontari e volontarie provenienti da tutta Italia e che iniziano il loro servizio dopo un accurato percorso di formazione.

Alcune delle principali attività, tutte supervisionate da staff qualificato e personale medico, sono:

•Arrampicata, percorsi avventura sugli alberi, ponti tibetani e attività di orientamento nell'Oasi Dynamo.

• Terapia assistita con gli animali, che include l'ippoterapia (attività con i cavalli) e la pet therapy con i cani.

• Nuoto e giochi in piscina, tiro con l'arco e vari sport adattati alle abilità di ogni bambino.

• Arte e Creatività: Laboratori di ceramica, fotografia, radiofonia (con la Dynamo Radio) e studi cinematografici (Dynamo Studios) per la creazione di video e cortometraggi.

C'è poi un fatto non noto a tutti e che mi appare davvero significativo: Dynamo Camp è nata dalla riqualificazione degli spazi di un ex stabilimento della SMI - Società Metallurgica Italiana situato a Limestre, nel comune di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia.

La fabbrica di Limestre, attiva dal 1899 e legata alla storica, influente e notissima famiglia Orlando, produceva semilavorati e munizioni prima della chiusura avvenuta a metà anni Ottanta del Novecento, ben prima della definitiva chiusura dello stabilimento principale della Smi di Campo Tizzoro, avvenuta circa venti anni dopo.

A partire dal 2006, i vecchi edifici industriali dismessi e l'area circostante sono stati convertiti per ospitare il primo centro di terapia ricreativa in Italia, inaugurato nel 2007 e immerso nell'attuale Oasi Dynamo con un processo di sviluppo davvero eccezionale, quasi disorientante.

Laddove si costruivano principalmente munizioni da guerra, strumenti di morte si è sviluppato un eccezionale spazio di cura e di volontariato competente e, come sempre arricchente su più direttrici, attraverso il "potere delle emozioni".

E una grande, grandissima emozione ha lasciato, in tutti e tutte, la testimonianza di Sofia.

Nove anni, una patologia davvero severa, una disabilità molto grave direbbero i manuali.

Ma Sofia è molto, molto di più delle sue patologie, della sua, certo innegabile, concreta, vissuta malattia.

Sofia è intera, è speranza e timore, consapevolezza e fiducia, racconto, lacrime e sorriso.

E, con le salite di ogni giorno sulla sua carrozzina, ma anche con le nuotate, l'arrampicata (sì l'arrampicata!) è anche il suo italiano forbitissimo, ma comunque bambino, pur da dottorato di ricerca (conseguito nella scuola della vita), non da scuola elementare.

Sofia, certo cresciuta necessariamente in fretta, è anche il segno di un orizzonte che rappresenta, insieme, prossimità e visione, concretezza nella carne di una bambina e grande, grandissima necessaria responsabilità.

In decine di aule di formazione in tutta Italia e non solo, durante la mia lunga esperienza di formatore sindacale, affrontando con la massima serietà e il massimo rigore possibili, il tema della responsabilità sociale, sono sempre partito, come mio consueto, dall'etimologia delle parole.

Da "spondeo" e "respondeo" che in latino ci ricordano la sacralità e la "responsabilità" appunto, di una promessa e di una risposta.

Alla fine ho pensato, ascoltando i numeri impressionanti (anche per la quantità di persone impiegate, tra dipendenti e collaboratori) forniti ieri, con emozione e sobrietà, dal fondatore di Dynamo Camp Vincenzo Manes, che la Dynamo, in super grande, è un po' come il nostro doposcuola e oratorio che parte questa settimana: "una comunità che si costruisce".

Dove certo, ci sono ruoli, organizzazione, progettualità, ma esistono, sempre, in un approccio realmente inclusivo, lo spazio e il tempo dell'incanto, del "si può fare".

Le difficoltà, le sfide, gli errori, i cambiamenti, per carità, non mancano, ma c'è spazio per tutti e per tutte, anche per chi pensa di non potercela fare, di rimanere, come troppo spesso prima nella vita, in panchina e in disparte.

Se è vero che Dynamo Camp, in rapporto con oltre cento ospedali, in gran parte pubblici, italiani ed europei, con associazioni di familiari e malati, con mille altre realtà, offre cure e terapie mediche all'avanguardia, il suo "segreto", abbiamo capito e visto, non sta in questo.

Sta in Sofia e in tutti gli altri 90.000 tra bambini, ragazzi e familiari ospitati, accolti (compresi i fratelli e sorelle "normali", quelli che, a loro volta, nelle famiglie che crescono bambini malati, si sentono spesso non riconosciuti, messi in secondo piano...), sta anche, ovviamente, nei 16.000 volontari e volontarie che si sono alternati in venti anni e negli attuali circa 600 tra dipendenti e collaboratori, anche stagionali.

Dynamo è, insieme, un percorso di autonomia, soggettività, coscientizzazione non vissuto individualmente, ma nel gruppo dei "pari", nella comunità, pur provvisoria, "eccezionale" che si costruisce.

Permette di aspirare, sbloccare emozioni, speranze e capacità, certo, con la responsabilità non semplice, che dopo la settimana o il "campo" estivo si ritorna a casa, diversi, ma anche uguali, con le fatiche e le salite di sempre.

Ho imparato dalla teologia indigena di suor Antonietta Potente che Dynamo Camp, anche dal punto di vista di un piccolo oratorio che questa settimana muove i suoi primi passi, è, alla fine, non solo quella corazzata della sussidiarietà e della cura che fa quasi paura per le sue dimensioni e il suo impatto nella sempre più spopolata e svuotata montagna pistoiese, ma rappresenta, soprattutto, un "bene fragile".

Qualcosa di cui tutti sentirci responsabili, non distanti o solo ammirati, di cui avere, prendere, essere cura.

Dynamo Camp, parafraso ancora le parole di Antonietta Potente, non rappresenta solo qualcosa di straordinario (e ovviamente a Pistoia, in Toscana, in Italia, in Europa, nel mondo lo è!), ma è anche un viaggio che tutti possiamo affrontare perchè tutti/e riflettiamo, respiriamo e scriviamo sulla e nella vita.

Proprio come Sofia, dal suo punto di vista delicato e difficile, ma che, giustamente, non vuole essere definito, con un po' di pietismo paternalista, "speciale".

Sofia ci sprona, perchè ci ha fatto entrare negli occhi della sua normalità.

Una normalità complessa, che sembra a tratti quasi insormontabile.

Sofia, con tutti e tutte le bambine e i bambini, la mamme e i papà del Camp, i fratelli e le sorelle "normali", parla a noi, ma anche di noi.

E' kairòs, un tempo e uno specchio opportuni, preziosi e da non sciupare.

E così, Sofia è il nostro legame prezioso, Vita vera, reale, vissuta, respiro e battito, emozione e quotidianità, tra ethos e oikos.

Tornando alle riflessioni di Antonietta Potente, lei, da religiosa ligure e andina allo stesso tempo, recupera la radice filosofica e antropologica che lega strettamente il concetto di ethos (carattere, costume, comportamento etico) a quello di oikos (casa, dimora, ambiente). 

L'etica ci appare non come un insieme astratto di leggi rigide, ma come il processo di costruzione di una dimora umana, uno spazio abitabile e relazionale. 

Proprio come Dynamo o come il nostro piccolo oratorio. 

Uno spazio da vivere ogni giorno dove, per dirla ancora con Antonietta Potente, costruire l'etica significa letteralmente "imparare ad abitare" il mondo.

Grazie anche all'esperienza di vita in Bolivia con il popolo indigeno aymara e coerentemente con la cosmovisione andina, la casa, ogni casa-oikos, cessa di essere, infatti, un semplice guscio privato e isolato e diventa il fulcro di un'etica della cura, dell'interconnessione e della salvaguardia dell'ambiente, in cui l'essere umano riconosce la vulnerabilità propria e del mondo che abita.

Non è solo dai numeri strabilianti e crescenti, ci hanno spiegato ieri, che si misurano il successo e l'orizzonte di Dynamo Camp, ma dai "piccoli fatti", dalla grandezza delle "piccole cose".

Sono gesti, infatti, profondamente connessi ed è proprio dall'osservazione e dalla cura dei dettagli che si compone la quotidianità, che è possibile riconciliarci con la vita, affrontandola in modo più consapevole, etico.

C'è una parola, un gesto, una consapevolezza condivisa che lega noi e la Dynamo Camp: tornare ad essere protagonisti/e nella (nostra) storia.

"Power to the people" cantava ieri, dopo la presentazione dibattito nel teatro della Dynamo, la "Si può fare Band".

Come fare e che si può fare ce lo ha spiegato, lasciandoci ammirati e rapiti, proprio Sofia.

La luce di Sofia l'abbiamo vista sempre, durante tutta la sua bellissima testimonianza, ma si è accesa autenticamente ancora di più quando ha parlato dalla sua felicità nella condivisione con gli altri/e, con le loro ferite e i loro sorrisi, con il disegnare insieme, certo nella sofferenza, nessuno la nega, non solo un tratto di presente, ma una pennellata pastello di futuro.

Alla fine, il volontariato, quello vero, quello che non è "mera barella dello Stato", ma spazio di dignità, solidarietà, gratuità, libertà, liberazione, ha ragione il sociologo torinese Bruno Manghi, è anche un sano "atto egoistico".

Lo scrivo proprio oggi in cui, in collaborazione con il Comitato per il centenario di Luciano Tavazza e una piccola fondazione bancaria, inizio, da Bologna, il mio piccolo, fragile viaggio, il mio racconto nelle "oasi del volontariato", nella "ricucitura" del presente e dei presenti. 

Qui ed ora.

"Fare del bene" ci fa bene.

Ci permette, direbbe a Barbiana Don Lorenzo Milani, ai suoi bambini/e, ragazzi/e:  di "praticare l'amore", "cercare un fine", "dare un senso, un timone, un astrolabio tra le stelle, alla nostra Vita".

Ne parlavo, scendendo piedi per un tratto con S., nata nel 2000, occhi verdi come la Speranza, che nella "cura con le persone" ha trovato la propria strada, anche professionale.

La propria intima vocazione dopo la delusione accademica e scientifica ricevuta da chi promette la sostenibilità e poi propina, senza pudore, il "green washing".

"Fare del bene" è una casa che (ci) accoglie. 

Una comunità inclusiva che si costruisce.

Ogni giorno, per tutto il giorno. 

Nelle curve e nei boschi profumati dai mirtilli delle montagne, come nella pianura della città, tra semafori, solitudini da far incontrare e piazze da abitare. In cui reimparare a giocare.

Insieme. Mille colori.

Francesco Lauria

sabato 3 ottobre 2026

FINE DELLA STORIA? MERCANTI E SERVI: L'IPOCRISIA AL POTERE. L'ALTERNATIVA E' UN SOGNO "GENIALE" CON SIMONE E FRANCESCO (SENZA "FATTURARLO"...)

Oggi, persino a Pistoia, la città che mi "ospita", è il 4 di ottobre, memoria di San Francesco d'Assisi.

Già dalla mezzanotte e un minuto ho cominciato a ricevere su whatsup automatici e standardizzati auguri di buon onomastico anche proprio da chi, da quando è iniziato il mio contenzioso politico e di lavoro con la Cisl (realtà che ho servito con impegno e passione, mestiere e missione, e con i limiti che hanno tutti, per venti lunghi bellissimi e complessi anni) è magicamente sparito.

Magari dopo avermi confidato, sussurrando e biascicando, che "sì, la pensava totalmente come me", ma; "aveva il mutuo" o: "doveva mantenere i figli o le figlie all'università" o "come faccio, poi, a finire di pagare le rate della macchina nuova?".

Immagino, più semplicemente, che ci sia qualcuno/a che abbia, distratto/a, dimenticato di togliermi dalla sua rubrica. 

Pazienza.

Ho imparato a non chiedere più agli altri alcun atto di eroismo, ma direi nemmeno di decenza, soltanto quando misuro a camionate l'ipocrisia dei gesti, dopo mille e mille vacue e inutili parole, provenienti da chi dovrebbe esercitare con onestà il potere, non riesco a trattenere, nessuno è perfetto, un modesto riflesso di ribrezzo, un sobrio conato di vomito.

Così oggi, giorno e anniversario di San Francesco, novella festività anche civile, sfortunatamente caduta di domenica, ricordando il santo che porta il nome che, immeritevole, provo ad onorare dalla nascita, senza riuscirci, avevo pensato di riflettere sul bel saggio di Sabina Moser: "Una santità geniale. Simone Weil in dialogo con San Francesco".

Un libro nato, insieme a tanti altri (d'altronde anche San Francesco a modo suo "tira" e nell'ottocentesimo anniversario dalla sua terrena morte, in questo bellico 2026, fa pure "fatturare", ma io feci lo stesso tre anni fa con la terza edizione del mio libro su Don Lorenzo Milani, chi è senza peccato scagli la prima pietra...).

Simone Weil, nel suo tempo, scriveva che: "Il mondo ha bisogno di santi che abbiano genio come una città dove infierisce la pesta ha bisogno di medici".

Come sempre Weil utilizzava immagini e metafore molto reali e concrete, non parlava o, semplicemente, scriveva, viveva. Sino all'ultimo respiro della sua anima, tra le stelle.

Quando Simone affermava che: "il momento presente esige una santità nuova, anch'essa senza precedenti", quando cercava "d'improvviso una invenzione più prodigiosa" ci indicava una strada che, pagando i prezzi anche più alti possibili, era pronta, prontissima a tentare lei stessa di percorrere, di portare fino al compimento. Cammino e meta.

Nessuno vuole assimilare una pensatrice anarchica, pur intrisa fino al midollo di spiritualità, a San Francesco senza cogliere anche le differenze e le difformità.

Però la rivoluzione, il cambiamento radicale, il mantello che viene posato affrontando la nudità attiva della vita, li accomunano eccome,

Ci indicano, senza alcun moralismo, senza pretendere alcuna santità perfetta, una via stretta di futuro.

No, oggi non parlerò solo di Simone Weil, o di San Francesco.

D'altronde, penso ad esempio alle stragi di Stato o a quelle nazifasciste alla fine del secondo conflitto mondiale, sono da sempre uso ricordarle o il giorno prima o il giorno dopo il loro anniversario.

Penso, infatti, che la memoria opportuna si viva e si costruisca giorno per giorno, non una volta all'anno o, addirittura, mezza volta ogni ottocento anni.

In questi mesi, in queste ultime roventi e sanguinose settimane, fin troppo imbevute delle due difficili e, forse troppo solitarie lotte, che sto combattendo come un leone inerme, spesso mi è venuta in mente una canzone del gruppo dei Nomadi risalente al 1990: "Mercanti e servi".

Cantava Augusto Daolio nel bravo contenuto nell'album "Solo Nomadi", immediatamente successivo alla riorganizzazione interna del gruppo emiliano:

"In casa dei mercanti sembra sempre grande festase c'è il maiale gli tagliano la testa,la casa dei mercanti, nascosta, blindatadal resto del mondo, protetta isolata".

Ci spiegava con la sua indimenticabile e calda voce, che il potere protegge se stesso.

Non per forza il potere dei giganti, il dominio delle grandi multinazionali, ma anche quello dei nani e delle ballerine, quello che, a volte, si insinua persino dentro di noi.

Continua il brano...

"In casa dei servi si aspetta la festama se non è quel giorno la speranza resta,la casa dei servi, casa da rifare,ai primi scossoni, può anche crollare".

Questo passaggio ci spiega e ci da speranza, perchè anche il potere che sembra più saldo o che è appena arrivato, può anche crollare, magari bastano anche solo i primi scossoni.

La festa, l'orgia del potere è la falsa e illusoria speranza che pervade il nichilismo individualista o di clan,  un istinto di sopravvivenza e di riconoscimento della nostra dignità ci spinge a provare a "rifare la casa fin dalle fondamenta".

Continuano Augusto e i Nomadi...

"La casa dei mercanti è alta su quel montela casa dei servi è in basso dopo il ponte.Ma le paure, scendono giùmentre i sogni, salgono su,salgono su..."

C'è chi, senza pudore e senza vergogna, prova persino a fatturarli i sogni, a monetizzare la resistenza della Speranza.

Chi produce lentezza a parole e sputa, invece, catene di montaggio, "spazio" di eventi e penosi favori, in cui, magari, ognuno/a presenta il libro dell'altro/a, con reciproci, sperticati, elogi fasulli ed ipocriti.

Catene di montaggio dove i libri diventano bulloni di acciaio rovente, da tirare in faccia un po' a caso, così per mero divertimento o agile consumo della propria rabbia disperata o complice, ancillare al potere e falsamente repressa.

Ma i sogni, pur se si possono forse fatturare, bagnare, sporcandoli, con il vino scaduto e scadente dell'inedia e dell'ipocrisia, non si possono nemmeno soffocare.

Risalgono dal pozzo, anche quello più nero, risalgono su, verso il cielo e verso le stelle, magari dagli abissi del mare. Con energia.

Persino a Pistoia o, che ne so, a Bottegone.

Continua l'iper progressista Augusto Daolio che oggi, per questi versi, verrebbe lapidato senza pietà in piazza in quanto potenziale sessista dalle frange più radicalizzate di "Non una di meno" o, peggio, del movimento estremista, patriarcale e pure un po' fascista mediterraneo: "Sorella io ti credo...":

"Le figlie dei mercanti, pallide e belleapron le finestre è normale ci son le stelle,sembrano felici ma la noia è in agguatonel loro dorato privilegio incantato.

Le figlie dei servi hanno guance rosse,soffrono tingono gonne rosse,leggono romanzi con intrecci rosa,sognano palazzi e abiti da sposa."

La canzone si conclude così:

"La casa dei mercanti è alta su quel montela casa dei servi è in basso dopo il ponte.Ma le paure, scendono giùmentre i sogni, salgono su,salgono su.Mercanti e servi,la stessa vita,sogni o denari,sabbia fra le dita,sabbia fra le dita".

Allora i sogni attraversano le paure e le pianure, la solitudine e le menzogne.

Risalgono, resuscitano.

I mercanti e i servi, talvolta, lo ripeto possiamo anche essere noi stessi, con la nostra vigliaccheria, il nostro conformismo, la nostra disattenzione, il nostro non avere tempo in questo tempo.

Nessuno è bianco, nessuno è nero, tutti/ ci dividiamo tra: "sogni o denari".

Tutti/e: "abbiamo la sabbia tra le dita".

Ma possiamo scegliere.

Dobbiamo scegliere se solcare il mare, affrontare e ricercare con umiltà il senso nella vita, "cercare un fine, praticare l'amore" come, in forme diverse ma convergenti hanno provato a fare San Francesco e Simone Weil.

L'alternativa è abbandonarci al comodo oblio, ebbro e consumato da un vino scadente, ubriachi/e e presidenzialisti/e di noi stessi/e, senza speranza, senza un futuro possibile.

Preferendo il potere dell'ipocrisia e l'ipocrisia al potere.

E' questa è anche la "fine della storia".

 "Dormi amore che hanno fatto fuori Cappuccetto...

E quella isterica di Alice è rimandata al suo paese".

E' la "cruda verità".

Link: https://www.youtube.com/watch?v=4IQRvAs1COU

Per aprire gli occhi, sognare da svegli, la mattina presto o la sera all'imbrunire sempre più incalzante dell'autunno, dobbiamo avere la "pazienza del nulla" e, ai confini della storia, "dormire e non pensarci più".

Dobbiamo anche: "Stringere i denti, perchè anche i principi son stanchi..."

Sono i versi, in musica, del mio amico e concittadino Francesco Camattini.

Che, se abbiamo la pazienza di ascoltarli tutti e fino in fondo, sanno anche restituirci, dal pozzo, la Speranza, l'Amore e la Santità.

Non una santità distante, frutto stantio di una reliquia da adorare come un idolo, segno del potere, anche nella Chiesa.

Invece una: "santità geniale, quotidiana, minore".

Un frammento che facciamo nostro, aprendo le mani e il cuore, la terra concreta della nostra anima vissuta, una fragilità attraverso la quale possiamo "aspirare" e "creare capacità".

E, aspirando, questo frammento fragile ci aiuta a camminare, pur tra cadute , deviazioni e smarrimenti, facendoci ringraziare nella "grandezza delle piccole cose", non dimenticando: "le colombe che chiedono il pane".

Papa Francesco, commentando esattamente tre anni fa (8 ottobre 2023), il drammatico, difficile Vangelo di questa domenica (Mt 21,33-43) ci ha consegnato questo lascito:

"Sì, cari fratelli e sorelle, l’ingratitudine genera violenza, ci toglie la pace e ci fa sentire e parlare urlando, senza pace, mentre un semplice “grazie” può riportare la pace!" (Francesco - Angelus).

Siamo, quindi, Nomadi. Pellegrini di Speranza e di Pace.

"Crediamo nelle favole per migliorare la realtà".

Con San Francesco e con (Papa) Francesco

Con Simone Weil...

Con Augusto Daolio.

Con Francesco (Camattini...)

Con noi. 

Tutti/e noi.

Francesco Lauria