Perchè è così importante, da cittadini/e, conoscere le ragioni (motivi veri, non quelli finti) per le quali è stata, qualche giorno fa, pretestuosamente licenziata Margherita Napoletano, presso l'Ospedale San Raffaele di Milano?
Margherita è una storica lavoratrice, sindacalista, coordinatrice delle Rsu presso il San Raffaele, ed è esponente nazionale della Cub Sanità.
Le ragioni del suo gravissimo licenziamento che ha, davvero, indignato tutti e tutte, a prescindere dalla sigla sindacale e, direi, persino dalla collocazione politica, sono totalmente da ritrovare nella sua coraggiosa, competente, generosa, ostinata azione di tutela delle persone e dei lavoratori/lavoratrici presso il grande complesso ospedaliero privato dell'ospedale del capoluogo lombardo.
Chi volesse capire di più e farsi una cultura, da un lato come si fa davvero sindacato in un luogo di lavoro difficile e dall'altro come non si tutelano le persone e i pazienti nella sanità privata, spesso con turni al limite dello sfruttamento, contratti nazionali (Aiop) non rinnovati per decenni, progressioni tabellari che penalizzano i più deboli da un punto di vista salariale come gli infermieri e le infermiere, promesse non mantenute da parte dell'azienda, smantellamento brutale e immediato dei contratti integrativi.
C'è però un punto che congiunge tutti i tasselli di questo sistema, mi si passi il termine tautologico, malato: l'esternalizzazione della privatizzazione sanitaria e della cura attraverso appalti a cooperative che, anche in reparti assolutamente delicati, secondo Margherita (sarà poi la magistratura a fare luce) hanno messo, alla fine del 2025, durante uno dei famigerati cambi di appalto, gravemente a rischio, almeno in un caso, anche la vita di un paziente.
Tutto questo è stato raccontato magistralmente e pacatamente da Margherita al canale Youtube Rosso Fastidio il primo marzo scorso, ma anche, con enorme impatto, sulla Rai (servizio pubblico) nella trasmissione Report (anch'essa sotto attacco) nell'ambito dell'inchiesta: "La punta dell'iceberg".
Rosso Fastidio è, peraltro, lo stesso canale che, con migliaia di visualizzazioni, ha raccontato anche il mio licenziamento discriminatorio, illegittimo, ritorsivo, retroattivo e politico, subito da parte della Cisl nazionale a ottobre 2025 e su cui inizierà a pronunciarsiil Tribunale del Lavoro di Firenze il prossimo 21 ottobre 2026.
Qui il link dell'intervista a Margherita Napoletano a Rosso Fastidio, assolutamente da visionare, per capire, da cittadini e cittadine, lavoratori e lavoratrici, che fine sta facendo, assediato da privatizzazioni ed esternalizzazioni selvagge e da contrazione voluta delle risorse nella Sanità Pubblica (non solo nella Regione Lombardia governata da oltre trent'anni dal centrodestra) il Sistema Sanitario Nazionale, promosso nel 1978, con voto sostanzialmente unanime del Parlamento, dalla Ministra della Sanità Tina Anselmi.
Margherita Napoletano è stata licenziata dall'Ospedale San Raffaele sulla base di formali e del tutto pretestuose, direi ridicole, fantomatiche violazioni delle norme di sicurezza interne.
Lo stesso San Raffaele, appartenente al Gruppo San Donato, che, con turni di 48 ore da parte degli infermieri, con istantanei cambi di appalto non accompagnati dalla minima formazione necessaria, anche in reparti più che critici, sembra aver messo a rischio, invece di curare, la salute dei propri pazienti.
Ma che cosa viene specificamente contestato a Margherita che, lo ricordo, è la coordinatrice di tutte le Rsu (rappresentanze sindacali unitarie elette dai lavoratori e dalle lavoratrici)della struttura milanese?
Tenetevi forte...
Presenza non autorizzata: l'accusa, davvero ridicola, di aver introdotto (peraltro come faceva senza alcun problema da decenni) e ospitato all'interno di una sala assegnata al sindacato una studentessa liceale.
Tutoraggio improprio: l'aver fatto da tutor alla studentessa, impegnata in un percorso di alternanza scuola-lavoro (PCTO), mettendo a rischio la sicurezza della struttura (come? Incredibile...)
Abuso del diritto di critica: la direzione ha contestato il superamento dei limiti consentiti nell'esercizio della libertà sindacale e del diritto di critica. E questo punto, credo, anche per il ruolo rivestito da Margherita, si commenti da solo.
Aver fatto presente e mostrato a una studentessa (che non era una passante, ma che era coinvolta in percorsi formali di alternanza-scuola lavoro) che esistono dei diritti costituzionali e dei luoghi e dei processi democratici sul posto di lavoro rappresenta, oggi, nel 2026, la peggiore delle colpe, da reprimere con la massima e cieca durezza. Senza alcuno spazio per il dialogo.
La gravissima vicenda subita da Margherita Napoletano ha lasciato davvero sbigottiti, innescato fortissime e generalizzate proteste interne all'ospedale, sfociate in scioperi della fame di lavoratori e sindacalisti (cui anche io ho partecipato), presidi permanenti dei lavoratori incatenati alle panchine (e intimoriti dall'azienda) e, ovviamente, l'avvio del ricorso legale per impugnare il licenziamento.
Incontrandola per portarle la mia solidarietà, mi hanno colpito molto la sua calma, determinazione, ostinata speranza.
Il non guardare mai solo a se stessa, a quello che le è successo personalmente, dopo decenni di lavoro. Un lavoro che, pur nelle difficoltà quotidiane, lei stessa ama e porta avanti, da sempre, con impegno, competenza, passione.
Hanno fatto il giro del web le sue foto con i cartelli non sul suo personale reintegro, ma del movimento: "Sanitari per Gaza".
Margherita non è una sindacalista a tempo pieno, pur avendo responsabilità importanti, anche nazionali, nella Cub Sanità, ma una rappresentante eletta dai suoi colleghi e dalle sue colleghe sul suo posto di lavoro che, peraltro, la Legge, lo Statuto dei Lavoratori dovrebbe tutelare meglio dalle temerarie ritorsioni padronali.
Il 6 agosto, alle ore 16, insieme ad altre vicende molto esemplificative, paradigmatiche dello sfruttamento del lavoro e della compressione dei diritti democratici, la storia, la vicenda, il licenziamento di Margherita approderanno alla Camera dei Deputati.
Non importa, in questo caso, la sigla politica che, meritoriamente, ha deciso di accendere i riflettori e di aprire, finalmente, un dibattito serrato su quello che sta avvenendo nel nostro paese, anche attraverso i famigerati decreti sicurezza promossi e approvati dal Governo di destra guidato da Giorgia Meloni.
Quando, in piazza a Prato, salendo su una panchina e brandendo un megafono improvvisato (finalmente "sindacalista da marciapiede", come ci esortava ad essere, con il suo esempio, l''indimenticabile Pierre Carniti...), ho parlato ai lavoratori pachistani licenziati dai pronto moda e repressi dalla polizia, li ho guardati tutti negli occhi.
Li ho visti.
Ho visto la loro paura e la loro determinazione, ho percepito come solo insieme si può resistere un minuto di più rispetto al padrone, allo sfruttamento, alla più vigliacca delle repressioni e delle menzogne.
Ho ascoltato le loro parole, spesso tradotte dall'urdu, meglio, sulle orme di Don Lorenzo Milani, ho ascoltato il loro "prendere parola", il loro esempio di "cittadini sovrani", termine che nessun Salvini o Vannacci potrà mai usurpare, rubare, distorcere, stravolgere nel significato.
Don Lorenzo, prima dell'esilio di Barbiana nel 1954, mille volte si è confrontato, si è esposto sullo sfruttamento del lavoronella piana pratese e sestese a San Donato di Calenzano (certi nomi, nella storia, curiosamente ricorrono...).
Mille volte ci ha detto, più tardi anche in Lettera a una professoressa, insieme ai ragazzi e alle ragazze di Barbiana, che il voto e lo sciopero sono strumenti sacrosanti e che fare, essere sindacalista, rappresentante dei lavoratori è un modo, importante, per praticare l'amore e dare un senso alla vita.
Per "cercare un fine", per costruire, insieme, Giustizia.
Prendendo a prestito l'incipit di un libro di Salvatore Livorno, pensando proprio a Milano, dove per decenni ha operato, prima di trasferirsi nell'autunno della vita a Gerusalemme, riprendo le parole del Cardinale Carlo Maria Martini proprio sulla figura del (della) sindacalista.
Parole che voglio dedicare a Margherita Napoletano e a tutti/tutte coloro che, me compreso, sono con lei, con cuore, anima e corpo, in questa dura, difficile e lunga, ostinata e bellissima lotta nonviolenta:
"Il (la) sindacalista è colui (colei) che si mette in leale rapporto con gli altri,responsabile dei diritti umani, capace di reggere l'utopia e di contagiare anche coloro con cui opera agli stessi suoi entusiasmi.
Sa essere presente e sa motivare le scelte, conosce il più possibile il lavoro di ciascuno e, perciò è competente, cerca di capire e guarda all'essenziale.
Non ha preoccupazioni per i propri interessi monetari e rifiuta il privilegio che è il tarlo di ogni convivenza.
Preoccupandosi di ciascuno(a) difende non i soldi, ma il valore delle persone, lottando anche per il giusto riconoscimento economico".
# IO STO CON MARGHERITA.
PER IL SUO DIRITTO AL LAVORO E ALLA DIGNITA'
E PER IL DIRITTO DI TUTTI E DI TUTTE
AD UNA SANITA' DEMOCRATICA, ACCESSIBILE ED EFFICIENTE
Quando mi è stato girato il programma del convegno di Fratelli d'Italia-Ecr sulla tragedia di Marcinelle, avvenuta in Belgio nel 1956, con la morte di centinaia di minatori, in buona parte emigrati italiani, ho stentato a crederci.
Intendiamoci, è perfettamente normale che Fratelli d'Italia e i Conservatori Europei svolgano il loro convegno di partito con Ministri del Governo Meloni, europarlamentari dell'estrema destra e la presenza (a che titolo, istituzionale o di partito?) del Presidente del Senato Ignazio La Russa.
Meno normale, ma probabilmente sono io che sono di vecchio stampo, che gli ospiti d'onore a questo convegno strettamente di partito siano quattro: la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, l'importante segretaria nazionale della Uil Ivana Veronese, il Presidente del Cnel (anche qui in quale veste?) Renato Brunetta e vabbè, il quasi scavalcato a destra, segretario generale dell'Ugl Paolo Francesco Capone.
A poche centinaia di metri di distanza dall'assise della destra italiana ed europea, il 7 ed 8 agosto, si svolgeranno le iniziative di commemorazione del sindacato socialista belga Fgtb insieme alla Cgil (rappresentata dal segretario generale Maurizio Landini), cui parteciperà anche il segretario generale del sindacato mondiale, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il belga Luc Triangle.
Ci sarà anche una "pastasciutta antifascista" i cui proventi andranno alla popolazione cubana.
Di fronte a questa enorme divaricazione sorprende come, invece, nei confini patri (per dirla alla Fdi...) per blindare la rappresentanza e consolidare posizioni aprioristicamente acquisiti,Cgil Cisl e Uil marcino spedite come un sol uomo verso l'accordo con le associazioni datoriali sulle regole del gioco.
Quando, infatti, c'è da spartirsi le fette della torta e magari, anche, della bilateralità, le differenze politiche, sindacali e valoriali, le differenze tra i sindacati dei lavoratori e quelli dei padroni, talvolta in teoria anche molto forti, sfumano miseramente.
Intanto pensiamoci davvero, ricordiamo i morti dell'immane tragedia sul lavoro di Marcinelle (che non fu solo una sfortunata sciagura!).
Non rassegniamoci, ieri come oggi, alla incultura dello scarto, alla persona umana scambiata, barattata con la merce.
Con il denaro (per pochi), con il profitto.
Tanti, tantissimi passi avanti per la dignità e la sicurezza del lavoro, sul lavoro, nel lavoro devono essere ancora fatti.
E per farli davvero serve, con urgenza, un sindacato vero, libero, autonomo, radicato nel lavoro e nei lavori, non corporativo, partecipativo, contrattualista, ecologista, non patriarcale e, quando serve, anche giustamente conflittuale.
Un sindacato che, per dire dei sì, sappia anche dire dei no. Senza paura.
L'idea di presentare, all'epoca presso la Libreria Lo Spazio di Pistoia, il bel libro della storica parmigiana Margherita Becchetti: "Non per bellezza", sulla Resistenza al femminile, risale alla metà di aprile scorso.
I frantumi di una fine di campagna elettorale rovinosa hanno consigliato il rinvio di un'iniziativa che era stata comunque pensata per il dopo marasma elezioni (il 6 di giugno).
All'epoca si sperava, con Mario e Mauro (qui in una foto invernale e "giovanile"), i due proprietari dell'acculturata e "trendy" libreria cittadina di Via Curtatone e Montanara (che, ormai, si può definire, con un po' di sana ironia, la "libreria dell'era Giovanni Capecchi") e con Lavinia Ferrari, attivista per i diritti delle donne e futura consigliera comunale di Sinistra Italiana, che la gente, specialmente in una piccola città come Pistoia, avrebbe avuto finalmente un po' tempo per riflettere, dopo l'esito delle elezioni, senza dover fare, magari per la terza volta, il giro dei cugini e delle cugine per conquistare, per sè e/o per altri/e, mezza preferenza in più.
Il libro, edito da Mup, propone con capacità di sintesi e chiarezza/pulizia di scrittura, una profonda rilettura critica del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, provando a scardinare i pregiudizi di genere che per decenni hanno ridotto la partecipazione femminile a un mero "contributo" secondario.
Anche il termine di "staffetta partigiana", pur così ben narrato/celebrato dalla quasi omonima canzone "urgente" di Vinicio Capossela, ricordata quest'anno anche all'Arun Festival di Orsigna, valorizza un termine oggettivamente "perimetrale", spesso volutamente riduttivo: una staffetta, se uomo/maschio, veniva, infatti, normalmente chiamata: "ufficiale di collegamento".
Il libro di Margherita, ricercatrice che conosco da venticinque anni (eravamo molto giovani...) e che, da sempre, si impegna con competenza e passione, nella minuziosa ricostruzione storica, anche attraverso il benemerito Centro Studi Movimenti della mia città, adotta la prospettiva della storia di genere per restituire piena centralità politica ed esistenziale alle donne partigiane, evidenziando anche le complessità del loro rapporto con i compagni uomini.
Il titolo del volume si ispira a una celebre dichiarazione della partigiana Elsa Oliva. Nella primavera del 1944, salendo in montagna per unirsi a una formazione partigiana, la Oliva mise subito in chiaro le cose con gli uomini del distaccamento e dichiarò che non fosse lì per fare la serva o per cercare un fidanzato, ma pretese un'arma, specificando che l'avrebbe tenuta «non per bellezza».
Si tratta di un aneddoto che ben riassume lo spirito del libro: la rivendicazione di una scelta di lotta consapevole, determinata e paritaria.
Prendendo a prestito i sei capitoli del saggio di Margherita Becchetti possiamo enucleare alcune parole chiave che lasciamo al lettore del libro approfondire/dettagliare personalmente:
Scegliere;
Trasgredire;
Pregiudizi;
Senza armi (non ci sono contraddizioni con la frase di Teresa Oliva);
Il male;
Crescere.
Un tema chiave del saggio, non sempre presente nei libri sulla Resistenza, è l'analisi del post-Liberazione.
Nonostante la (tardiva!) conquista del diritto di voto (di cui ricorre quest'anno l'80° anniversario), l'esperienza liberatrice della Resistenza non si tradusse immediatamente, come è noto, in una reale emancipazione sociale delle donne nel dopoguerra.
Molte partigiane vennero spinte a tornare alla"normalità" domestica e i loro meriti furono silenziati o minimizzati dalla memoria pubblica ufficiale, dominata da una narrazione prevalentemente maschile che, fin dalle sfilate del 25 aprile, spesso le escluse forzatamente dalla partecipazione o pretese che si dovessero vestire, in maniera "ben pensante", da infermiere.
Una delle foto iconiche della Resistenza italiana, utilizzata anche da Benedetta Tobagi per il suo splendido libro: "La Resistenza delle donne", una foto "femminile e armata" è notoriamente, però, un'immagine assolutamente pistoiese.
Queste brevi riflessioni e note altro non vogliono che essere un invito a: "salvare la data", quella del 22 settembre prossimo.
Con le Acli di Pistoia e della Toscana, la sezione Anpi di Quarrata, il Circolo Acli di Montemagno e l'Associazione Sognare da Svegli, da me pro tempore presieduta, e con il patrocinio della Città di Quarrata, abbiamo deciso, infatti, di proporre una presentazione del volume: "Non per bellezza" di Margherita Becchetti, proprio presso il "mitico" circolo di Montemagno.
Insieme a Margherita e a me, a partire dalle ore 18, ci saranno il noto giornalista pistoiese Maurizio Gori che modererà l'incontro, la ricercatrice dell'Istituto Storico della Resistenza di Firenze e della Toscana Giada Kogovsek, la Presidente Regionale delle Acli toscane Elena Pampana. Un ringraziamento particolare va al Presidente del Circolo Acli di Montemagno Marcello Bracali.
In attesa di una copiosa e curiosa partecipazione vi attendiamo il prossimo 22 settembre, in quel di Montemagno.
Completo questa anteprima con un estratto della testimonianza di Tina Anselmi, partigiana Gabriella, tratta dal suo volume, infinitamente stupendo, realizzato con Anna Vinci:"Storia di una passione politica. (La gioia condivisa dell'impegno)".
"Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciassette, giovane, come tante, nella Resistenza.
Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità.
Nella normalità trovammo la forza per opporci all'orrore, il coraggio, a volte mi viene da dire la nostra beata incoscienza.
E così alla morte che ci minacciava, che colpiva le famiglie, gli amici, i paesi, rispondemmo con il desiderio di vita.
Bastava aprire la porta di casa per incrociare il crepitare delle armi, le file degli sfollati, imbattersi nella ricerca dei dispersi, partecipare all'angoscia delle donne in attesa di un ritorno che forse non ci sarebbe mai stato: ma le macerie erano fuori, non dentro di noi.
E se l'unico modo di riprenderci ciò che ci avevano tolto era di imbracciare il fucile, ebbene l'avremmo fatto.
Volevamo costruire un mondo migliore non solo per noi, ma per coloro che subivano, che non vedevano, non potevano o non volevano guardare. (...)"
Appuntamento, segnatelo, il prossimo martedì 22 settembre a Montemagno (Quarrata), ore 18:
"NON PER BELLEZZA, di Margherita Becchetti. Le donne nella lotta partigiana: conquista del voto e costruzione di uno spazio pubblico".
Prendo in prestito, in punta di piedi, l'indimenticabile, commovente frase del presentatore televisivo Enzo Tortora, pronunciata quando tornò sugli schermi italiani, con la sua Portobello, purtroppo troppo brevemente.
Tortora aveva subito, negli anni precedenti, l'incredibile, criminale persecuzione della camorra che aveva provocato, con false dichiarazioni di pentiti, insieme alla leggerezza e all'irresponsabilità di certa magistratura, il suo arresto spettacolo e la successiva amara, dolorosa, ingiusta, illegittima detenzione.
Quella frase, ma soprattutto quello sguardo, pieno di dolore e di immensa dignità, che non aveva ceduto nè alla rabbia, nè alla vendetta, ma che reclamava e reclama ancora, piena giustizia, mi colpì fermamente e indelebilmente, anche se ero piccolissimo: dopo un mese esatto avrei compiuto solo quattro anni.
Riflettendo oggi, quello sguardo e quella frase di Renzo Tortora costituiscono, forse incredibilmente, il primo ricordo della mia vita.
E allora, in un contesto completamente diverso, riprendo, in ordine cronologico, i principali quattro articoli che si collegano a quello odierno:
A seguito del mio primo articolo e ad alcune ulteriori dure (e a mio parere sacrosante) considerazioni sul suo profilo politico, ricevetti, per raccomandata, una lettera diffida, che ritengo minatoria, da parte di Alessio Dolfi.
La lettera, probabilmente redatta da un legale, era firmata, da solo, dall'imminente componente dell'Ufficio di Gabinetto del neo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi.
Eravamo alla fine di maggio 2026 e mi feci un'ora buona di fila nell'ufficio postale di Viale Adua per ritirare la lettera scarlatta del Dolfi che, pur essendo generosamente accreditato di notevoli capacità digitali, nel 2026, ancora, non utilizza la PEC.
Presi sul serio le sue osservazioni e "minacce" tanto che immediatamente mi misi, insieme al mio legale, a rispondere, sempre per via raccomandata.
Contestavo, da un lato, un testo, a mio parere, ridicolo, falso e manipolatorio, e dall'altro rimarcavo i miei diritti e le mie richieste di risarcimento nei confronti del Dolfi stesso per le molteplici azioni di boicottaggio delle mie attività che Dolfi stesso aveva messo in campo, non da solo, durante la fine delle campagna elettorale per le elezioni amministrative.
Il mio legale ha spedito la raccomandata a casa di Dolfi, luogo da cui era partita la sua.
E' risultato che, dopo un mese, l'assistente del sindaco Giovanni Capecchi non si era nemmeno degnato di ritirare la raccomandata a lui indirizzata, facendola tornare indietro allo studio della legale.
Abbiamo quindi provato ad indirizzare la missiva (non conoscendo un indirizzo PEC del Dolfi) all'Ufficio di segreteria del sindaco sempre con destinatario Alessio Dolfi.
Nulla, nemmeno in questo caso alcun ritiro, almeno fino alla settimana scorsa, ultimo controllo. Segno, a mio parere, di infinita arroganza e dell'idea di essere "insindacabili" (termine che non uso a caso) perchè tessera del mosaico del potere.
Ricordo che tra i diversi fatti, sempre a mio parere gravissimi, commessi da Alessio Dolfi nei miei confronti (e legati alle ritorsioni realizzate principalmente per le mie posizioni fortemente critiche su Don Massimo Biancalani) ve ne è uno, davvero infame, posto in atto, soprattutto, nei confronti della memoria della Strage di Piazza delle Loggia e quindi della intera collettività.
Dolfi, credo e spero, se ne vergogni e per questo lo omette nella sua confusa corrispondenza, ma il 15 maggio scorso presso il Circolo ARCI di Capostrada si è svolto in incontro davvero significativo e importante (vedi articolo numero 3).
Si è trattato di un incontro di rilievo nazionale che ha visto la partecipazione di autorevoli figure quali (da remoto) la scrittrice e storica Benedetta Tobagi e il Presidente dell'Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, Manlio Milani e, in presenza a Pistoia, l’ex onorevole prof. Giovanni Bachelet, l’ex parlamentare e sindacalista pistoiese Renzo Innocenti, la Presidente del Circolo Valentina Vettori, la giornalista del quotidiano di diffusione nazionale Domani Daniela Preziosi, l’allora candidato sindaco Giovanni Capecchi e, nella veste di principale organizzatore, il sottoscritto.
Durante l'incontro, sempre in anteprima nazionale, è stato proiettato il nuovo docufilm sulla strage di Brescia, a cura tra gli altri, di Daniela Preziosi, poi presentato a inizio giugno presso la Camera dei Deputati e a cui, anche io, nel mio piccolo, ho collaborato.
Come è noto, nel portare avanti la scriteriata azione di boicottaggio che aveva colpito, due giorni prima, anche l'iniziativa sull'accoglienza dei migranti svoltasi presso la Libreria Lo Spazio, anch'essa con ospiti di livello territoriale e nazionale, il Dolfi che, all'epoca, era il responsabile dell'agenda del candidato sindaco Giovanni Capecchi, aveva volutamente e beffardamente trattenuto e non consegnato per tempo le locandine dei due eventi che gli erano state concordemente affidate.
Come è dimostrato da prove documentali, solo l'intervento reiterato del coordinatore politico della campagna elettorale di Capecchi Agostino Fragai aveva evitato che le locandine, in particolare sull'evento del 15 maggio relative alla strage neofascista e di Stato di Piazza della Loggia, a Brescia, finissero direttamente nei cestini o nei bidoni della città.
L'azione di boicottaggio è stata sottolineata e palesemente ammessa, con dichiarazioni certificate agli inquirenti, dall'esponente di Sinistra Italiana (e dell'Anpi!) Paolo Filoni che ha dichiarato letteralmente che quelle iniziative, dopo le mie non condivise posizioni su Don Massimo Biancalani e le modalità di accoglienza a Vicofaro e Ramini, oltre ad altri fatti a me contestati dal "cerchio magico" di Capecchi, dovevano essere: "cancellate".
Il tutto avveniva, lo ripeto, con un violento e direi vigliacco boicottaggio, attuato mentre io mi trovavo all'estero, nei Paesi Baschi, per svolgere una parte del Cammino di Santiago del Nord.
Per onestà intellettuale Giovanni Capecchi ha partecipato, per ben due ore, all'evento del 15 maggio, è intervenuto, mi ha ampiamente pubblicamente ringraziato, ha ricevuto, sempre pubblicamente, un dono di Pace proveniente dalla città di Guernica, martoriata dalle bombe naziste e fasciste,tappa proprio del Cammino di Santiago del Nord.
Ovviamente ho trovato altre strade per contestare a Dolfi quando ignobilmente ha commesso e, altrettanto ovviamente, sono rimasto più che sconvolto quando ho appreso della sua, oggettivamente per me tuttora incredibile, nomina nell'Ufficio di Gabinetto del sindaco di Pistoia.
Non ho operato, però, a differenza di quanto affermino alcuni pasdaran del sindaco, alcun "dossieraggio" nei confronti di Giovanni Capecchi e, addirittura, della sua famiglia, riportando semplicemente la notizia, stranota e sedimentata, che il nonno del neosindaco di Pistoia, l'accademico e banchiere democristiano Ilvo Capecchi, facesse parte delle liste della loggia massonica segreta ed eversiva P2, guidata dal pistoiese Licio Gelli.
Circostanza che, infatti, incalzato da altri giornalisti, tramite il suo portavoce, Giovanni Capecchi non ha potuto smentire.
Il ruolo della P2 nelle stragi neofasciste e di Stato, a Brescia, come a Bologna (abbiamo ricordato ieri la memoria del 2 agosto 1980) è, ormai, acclarato, lo riconosce, a denti strettissimi, persino il Presidente del Senato Ignazio La Russa.
I testimoni diretti, cominciano ad avere molti anni e l'Italia è un paese dalla memoria corta e dal silenzio facile e omertoso.
Strappare o, quantomeno, occultare i segni resistenti di questa memoria è, a mio parere, un atto gravissimo, inqualificabile, mai giustificabile.
Di cui, a mio parere, risulta responsabile chi lo ha materialmente compiuto (Alessio Dolfi), ma, indirettamente, anche chi lo ha, evidentemente, giustificato e già dimenticato (Giovanni Capecchi).
Un Giovanni Capecchi che, anche nella sua veste attuale di sindaco di Pistoia, ripeto città dove Licio Gelli è nato, cresciuto e morto, dovrebbe risultare, non responsabile, ma, almeno, eticamente consapevole della propria storia familiare.
Sono ovviamente pienamente disponibile a sostenere, confermare, dimostrare, dettagliare quanto scritto in questo articolo in qualsiasi sede, anche giudiziaria.
Francesco Lauria
P.S. AGGIORNAMENTO DEL 3 AGOSTO 2026:ALESSIO DOLFI HA, FINALMENTE, RITIRATO LA RACCOMANDATA. MEGLIO TARDI CHE MAI.
Succede a volte che il destino ti
riservi incroci fortunati.
Erano forse tre anni che non ci vedevamo con padre
Arnaldo de Vidi, il missionario saveriano, allora direttore della
rivista Cem Mondialità, quando, per caso, non ricordo esattamente
il tragitto, condividemmo un viaggio su un treno regionale.
Sono passati circa venti anni e padre Arnaldo aveva
già, di fatto, lasciato la direzione della rivista, si apprestava a tornare in
missione in Brasile, dove, peraltro, ha collaborato in passato
anche con la FimCisl
Il mondo era, allora, scosso dalle reazioni al
controverso discorso di Papa Benedetto XVI° a Ratisbona,
rispetto ai rapporti con l’Islam, eravamo nel settembre 2006.
Ratzinger, nella sua Baviera, aveva sostenuto il forte
nesso con il pensiero filosofico greco del cristianesimo, attraverso
la sintesi tra Fede e Ragione.
C'era stato poi il passaggio, nel complesso discorso
del Papa, sul rapporto tra Violenza e Natura di Dio, con
la critica alla religione musulmana, attraverso il dialogo tra l'imperatore
bizantino Manuele il Paleologo e un dotto persiano, dove si
esprimeva un giudizio critico sull'uso della violenza per diffondere la fede
nell'Islam.
Quest'ultimo passaggio che sembrava delineare un
automatismo proprio tra Islam e violenza (dimenticando, peraltro, secoli e
secoli in cui il cristianesimo, in tutte le sue varianti, dal cattolicesimo, al mondo ortodosso, al
protestantesimo, anche se su questo ultimo punto di possono fare dei distinguo, si
era imposto pesantemente con la spada), scatenò durissime reazioni
nei paesi musulmani e il successivo "dispiacere"
del Papa tedesco.
Padre Arnaldo era rimasto molto, molto perplesso dal
discorso di Ratzinger, certamente, pesavano su di lui i durissimi trascorsi da
cardinale di quest'ultimo, quando, a capo dell'ex Sant'Uffizio era
risultato fondamentale e particolarmente punitivo nella reiterata condanna
teologica di Papa Giovanni Paolo II rispetto alla teologia
della liberazione, nelle sue varie forme.
Una delle critiche più severe di padre Arnaldo e Papa
Benedetto era la totale, quasi per lui perversa, "occidentalizzazione" del
cristianesimo e del cattolicesimo.
Un grave errore di fondo, secondo il missionario
veneto, causa di strabismo e di non aderenza alla Parola.
Padre Arnaldo mi fece un esempio che collima,
perfettamente, con il Vangelo di Matteo
di oggi:
"Ricorderai, Francesco la parabola
dei pani e dei pesci. Qui in Occidente detta della
"moltiplicazione".
In Amazzonia la narrazione è diversa,
più aderente al Vangelo.
Gesù, non moltiplicò, infatti, proprio
nulla.
Nulla di nulla.
Se non una cosa: la "fiducia".
E lo fece ottenendo il superamento
della paura.
La paura della condivisione.
Ognuno infatti, aveva un pane e un
pesce, anche di più, tra coloro che erano accorsi ad ascoltarlo.
Ma ogni persona temeva di essere tra i
pochi ad essere dotata di cibo e che, tirando fuori il mangiare dalla sacca,
gli altri, affamati, la potessero aggredire.
La Parola di Gesù, scioglie, invece, la
paura.
E così si scopre che il cibo c'è, ed è
abbondante, anche se non deve essere sprecato.
Il miracolo di
Gesù, mi disse padre Arnaldo, non è quindi quello individuale del capitalismo della crescita infinita (e dell’incultura
dello scarto e della guerra avrebbe echeggiato, anni più tardi, Papa Francesco), ma
quello collettivo della circolarità dell'essere compagni e compagne – “cum
panis” , coloro che, letteralmente, "spezzano il pane – (e
puliscono i pesci), insieme."
E così, in questa ottica, quasi due millenni dopo, che
due grandi maestri come Don Lorenzo Milani ed Ermanno
Gorrieri ci hanno spiegato che: "NON si possono fare
parte uguali tra disuguali".
Il valore spirituale, politico ed economico
dell'uguaglianza, nasce da un'economia
della fiducia e della felicità cooperativa (“oikos”, in greco anticosignifica “casa” e “famiglia”),
un'economia di comunione, in sintesi.
Il capitalismo neoliberale non è l'unica via,
non è vero, come affermavano Ronald
Reagan e Margareth Thatcher,
negli anni Ottanta del Novecento, che non esistano alternative o che, come rincarò, nel 1987, la lady di
ferro inglese: “la società non esiste,
esistono solo gli individui”.
Le alternative ci sono, magari diverse, perchè il
concetto di ricchezza e povertà, ad esempio, non può essere lo stesso a Parma o a Pistoia, rispetto
ad Antananarivo o a Belem.
"Ma non solo - concluse padre
Arnaldo, prima di raccogliere i suoi libri e scendere dal treno:
tutto questo ci dimostra che, se è vero
che c'è una sola Verità, (non siamo dei relativisti!) esistono
tanti modi, tanti cammini, tante culture, tanti doni, tante comunità ("cum
munus") attivabili per raggiungerla, o, almeno, per camminare
verso di essa."
Ho pensato a Padre Arnaldo, purtroppo, come tanti suoi
confratelli, scomparso in tempi di Covid, anche ieri, durante la meditazione guidata
nel bosco presso la casa di Tullio,
vicino a Pian dell’Osteria, sopra l’Orsigna di Tiziano e Fulco Terzani.
Mi trovavo, al bellissimo, stupefacente Arum Festival, che, da sette anni,
impreziosisce con il suo: “mondo prima di essere sciupato”, quel
frammento di montagna, protetto, ma panorama sul mondo, nel Comune di Pistoia.
Arum: non un mondo perfetto e di perfetti, come ci ha
ricordato ieri, proprio al festival, al calar del tramonto, nel confronto con Sandra Gesualdi sull’abitare la Pace, l’abate benedettino di
San Miniato al Monte, padre Bernardo Gianni.
Nella postfazione al mio libro: "Sapere,
Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli",Ivo Lizzola,
nel paragrafo "La parola e il potere", sottolinea
che:
"Nei luoghi di parola, di
ricerca e di orientamento, di confronto e discussione (come dovrebbe
essere il sindacato, come è, certamente, l’Arum Festival ad Orsigna), occorre
vivere la franchezza di quello che Raimòn Panikkar avrebbe
chiamato: "dialogo dialogale", non orientato a
convergere, all'uniformare, tanto meno al vincere sulle ragioni
dell'altro; piuttosto teso a fare vivere nella agorà della
parola spostamenti di visione e posizionamento, processi di
approfondimento e scoperta di legami tra pensieri e aspetti diversi,
ampliamenti delle prospettive. Sempre un po' incompiuti, ma nella
consapevolezza del valore delle differenze, con ridisegni di
proposte, di strategie e di posizionamenti organizzativi e personali".
Quella volta, ormai venti anni fa, rimasi solo sul
treno.
Cominciava anche a fare buio, forse anche un po'
freddo, indossavo solo una maglietta.
Ma quella conversazione e quel salutomi
hanno accompagnato silenziosamente e opportunamente per
venti anni.
In ogni gesto, in ogni respiro, in
ogni percorso, personale, di fede, sindacale e politico.
La Verità esiste e va oltre la paura, ogni paura.
Ma non esiste
un unico modo, un’unica verità, per raggiungere la Verità.
Quel Vangelo
sulla condivisione dei pani e dei pesci
favorita maieuticamente da Gesù, resomi autentico da Padre Arnaldo de Vidi, missionario e poeta, ha abitato, da allora, profondamente in me. Anche se,
ovviamente, non sempre sono riuscito ad esservi fedele.
Ho portato spesso con me anche il suo più famoso libro
di una significativa produzione, poetica e non solo: “Sapore di terra e di cielo.
Poesie da pregare e gridare”.
Fino ad oggi, domenica in cui la Chiesa, attraverso l’evangelista Matteo, proprio quel Vangelo ci dà l’opportunità di rileggerlo, ma,
soprattutto, di riviverlo, anche, come ho appreso meglio ad Arum, attraverso l’arte,
la poesia, la musica, il silenzio.
Con la nostra, imperfetta,
Vita, alla ricerca, ostinata,
plurale, molteplice, della Verità.
Come una tenda
imperfetta, che a Pian dell’Osteria,
Orsigna, Pistoia, Mondo, almeno per alcuni giorni, diventa famiglia, casa, “oikos”.
Comunione scelta e condivisa, pane e pesci dell’anima.
Per concludere: "Ma chi lo dice che il fiore è nero?"
Così, quando il sole muore Fiore, perdi il tuo colore Le qualità che ti hanno reso vero Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Come un popolo sotto l'oppressione Come un asino sotto il bastone Come un bimbo sotto l'educazione Come uno schiavo sotto il padrone
Così, quando il sole muore Fiore, perdi il tuo colore Le qualità che ti hanno reso vero Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Come il corpo sotto la morale Come il lavoro sotto il capitale Come il diverso sotto l'uguale Come l'imprevisto sotto il normale
Così, quando il sole muore Fiore, perdi il tuo colore Le qualità che ti hanno reso vero Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Come Dio sotto la religione Come l'amore sotto la convenzione Come la realtà sotto l'illusione Come un mattone sotto la distruzione
Così, quando il sole muore Fiore, perdi il tuo colore Le qualità che ti hanno reso vero Ma chi lo dice che il fiore è nero? Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Così, quando il sole muore Fiore, perdi il tuo colore Le qualità che ti hanno reso vero Ma chi lo dice che il fiore è nero?