"Il nostro non è mio" (Proverbio Africano; Silvia, Forum Sociale Mondiale, Nairobi 2007).
No, nell'articolo di ieri non ho raccontato tutto sulla mia (parziale) giornata bolognese.
Ho omesso qualcosa che, per un po', mi ha suscitato imbarazzo, mi sono sentito un debole.
Uscito, arricchito ed ispirato dalla cooperativa sociale Accaparlante, nella periferia del capoluogo della mia Regione, mi trovavo sempre più in ansia, visto che tutti gli autobus erano bloccati, non si trovavano taxi (pur perdendo tantissimo tempo con le app surreali di intelligenza artificiale che nelle cooperative di taxisti hanno già sostanzialmente sostituito gli essere umani...) e mi trovavo a molto più di un'ora a piedi della stazione centrale di Bologna.
Dovevo infatti tornare il prima possibile a Pistoia, venticinque bambini e bambine del doposcuola rischiavano di rimanere con una sola volontaria e io, nonostante avessi predisposto tutto con largo anticipo e margini di tempo, dovevo far fronte all'imprevisto di una città militarizzata e bloccata a seguito della reazione alle manifestazioni studentesche per il clima e contro la guerra.
Alla fine, per una volta, sono stato davvero fortunato, ho acciuffato il treno per Prato delle 14.05 davvero per i capelli (o per i binari...), con un margine inferiore ai venti secondi e tanto, tanto fiatone.
Prima, da solo, avevo pianto. A dirotto.
No, nessuna aggressione, nessun furto, nessuna caduta, nessuna notizia inaspettata e terribile.
Ma mentre dialogavo con Alice o Alexia le tassiste artificiali, non cantanti pop degli Anni Ottanta e Novanta, mentre, contemporaneamente, ordinavo, pranzavo, prendevo il caffè e digerivo, ho visto, prima di sfuggita e poi con più attenzione, un ufficio nel centro commerciale di Viale Pirandello.
Tra una pasticceria e un supermarket, tra un fondo sfitto e un vetro rotto.
Si trattava, inaspettatamente, di un piccolo ufficio, un presidio sindacale di periferia.
Di quelli che stanno resistenti nelle aree disagiate, vivono soprattutto di servizi individuali: Caf, Patronati, Uffici Vertenze (diciamocela tutta) e, quando va bene, ospitano una sparuta Lega di pensionati (che si occupano dei servizi e dell'accoglienza ecc., ecc.).
Di fronte alle inaspettate bandiere che ho servito per oltre vent'anni, che ho portato in tutta Italia, in Europa e, un po', anche nel mondo, mi si è fermato il cuore.
Non è un'esagerazione, sarà che tutto mi aspettavo tranne che una, pur piccola, sede sindacale in quel contesto, sarà che si avvicina inesorabile la prima udienza del mio processo del lavoro intentato contro la Cisl nazionale. 21 ottobre, mercoledì mattina, tribunale di Firenze.
Ho pensato a tutta la sofferenza, al deserto degli ultimi quattordici mesi, al fatto che l'udienza si terrà in un inesorabile, quasi perfetto, anniversario della vergogna, di quanto subito, di quanto sopportato.
Stoicamente direi.
E allora, guardando le bandiere della Cisl, i cappellini nella vetrina trasparente del sindacato mi sono sentito come in una relazione d'amore ventennale interrotta, con buone probabilità finita.
Sepolta dalle menzogne e dallo scontro, dal silenzio e dall'ipocrisia, dal conformismo complice, dall'incomunicabilità, forse reciproca.
E però, come in un amore profondo che ti ha preso la vita e l'anima, la terra e il cielo, non riesci a cancellarle le emozioni, i tanti volti incontrati, le forse migliaia di persone formate, le sveglie alle quattro del mattino per dirigerti in chissà quale posto d'Italia o d'Europa e provare a rappresentare, a testimoniare, come mestiere e missione, tra mille limiti, quella "giustizia insieme" che è l'etimologia della parola sindacato.
Tra "profezia e innovazione", sapendo bene di non avere tutte le risposte a tutte le domande.
E non li puoi dimenticare i volti dei braccianti agricoli in nero, i lavoratori fintamente distaccati dalla Macedonia, così tanto non si deve rispettare nessuna regola comunitaria, non te la scordi quella volta in cui ti sei fermato, inginocchiato a Oste, di fronte alla fabbrichetta, in cui una giovane lavoratrice, Luana D'Orazio, a un millimetro dalla provincia di Pistoia, ha trovato la morte in un orditoio cui erano stati volutamente tolti i sigilli di sicurezza, giusto per diabolicamente produrre un po' più in fretta.
Economia dello scarto e dell'appalto, potere della moda, sfruttamento della logistica.
Capi a pochi euro, quelli che tutti e tutte (o quasi) ordiniamo su internet, in qualche piattaforma.
Quella stessa lavoratrice, con il padre, era stata nei corridoi della Cisl a Pistoia forse un anno prima o poco più, perchè sfruttata in tutto un altro settore, il commercio, un ristorante.
Sempre di più, di fronte al franare della dimensione collettiva, il sindacato si trova a difendere e rappresentare i lavoratori e le lavoratrici ad uno ad uno, ad una ad una. Vertenze individuali, tentativi di conciliazione e di accordo.
Il sindacato, spesso quando il lavoro cessa di essere un fatto "sociale e relazionale" (Pierre Carniti) si reinventa a gestire e provare a riequilibrare, molto spesso con la giurisprudenza del lavoro, asimmetrie di potere sempre più inintellegibili, perchè dall'altra parte ci sta spesso un'impresa fantasma, una "letter box company" o, in contesti più grandi, un lontanissimo gelido, quasi anonimo fondo d'investimento, magari speculativo, internazionale.
Lo storico conflitto tra capitale e lavoro si trasforma quindi in un confronto disorientante e disorientato, dove, nel tempo dell'Ia, è persino difficile capire chi sei, cosa fai, chi chi lo fai, che cosa e come produci.
E se non sai chi sei, difficilmente puoi capire da dove vieni, quali, anche quali gloriose radici hai, ma soprattutto chi puoi e vuoi essere nel costruire il tuo futuro, individuale e collettivo.
E allora, portando come un macigno la mia ferita, il mio dolore, il mio silenzio, la mia solitudine, ieri, a Bologna, ho pensato alle ferite degli altri.
Alle decine di sindacalisti e sindacaliste (non solo della Cisl!) che mi hanno contattato in questi mesi perchè epurati, violentati nell'animo, perchè non allineati e rimasti/e fedeli ai lavoratori e alle lavoratrici, non al potente dirigente di turno.
Ai lavoratori e alle lavoratrici, spesso in appalto, esternalizzati, non visti, molto, troppo faticosamente rappresentati dal sindacato tradizionale, soprattutto confederale.
Ai lavoratori dell'Acca a Seano (Provincia di Prato, Diocesi di Pistoia...) trascinati sull'asfalto rovente dalla polizia mentre i padroncini distruggevano, frantumavano il loro presidio sindacale.
Ma ho pensato anche all'accordo collettivo che è stato successivamente da loro firmato dopo settanta giorni di presidi ininterrotti, durante l'estate più calda del secolo, che ha riconosciuto non solo i contratti, non solo i diritti, ma soprattutto la dignità.
Perchè la dignità non la si da, non la si concede.
Si vede, si riconosce, anche grazie ad un "sindacato libero", anche nella lotta alle violenze e alle molestie sul lavoro...
E allora, proprio pensando a questi lavoratori fragili, tutelati da un sindacato con una sigla strana Sudd Cobas, presente quasi solo a Prato e nell'area fiorentina, ho pensato che in una relazione d'amore come è stata la mia con la Cisl e con il sindacato, anche quando si rompe, rimangono dentro, tra fratture e ferite, anche le cose buone, gli istanti belli, il bene provato, ricevuto e vissuto, il bene donato.
Quegli istanti che dentro di te e dentro tanti sindacalisti e sindacaliste, lavoratori e lavoratrici durano una vita.
Perchè fare, essere un sindacalista, come diceva Pierre Carniti è una scelta di vita e per la vita. Non si smette mai di essere un sindacalista, nemmeno in pensione.
Perchè fare, essere un sindacalista, non solo nel Novecento, ancora di più in questi tempi strappati, individualisti, violenti e precari, ma anche opportuni, possibili vuol dire, proprio come affermava Don Lorenzo Milani con i "suoi" ragazzi e le "sue" ragazze in Lettera a una professoressa: "praticare l'amore, dare un senso alla vita, cercare un fine".
Cercare un fine.
Anche nelle emozioni, nel volto e nei volti dell'altro/a, attraverso la vita e il lavoro.
Cercare nuove soluzioni, anche contrattuali, negoziare a schiena dritta e con mandato chiaro "anche con il diavolo", riscoprire il dialogo senza cancellare mai il conflitto, passando, un po' come nella Piana toscana, e non solo, dalla "violenza all'incontro".
E' questo il frutto di una vera cultura sindacale, una cultura molteplice e sempre in divenire, come ho provato a raccontare (mentre mi arrivavano le prime bordate da Via Po e intorni) in una bella (e lunga) intervista in una trasmissione sociale che si può ritrovare qui: https://www.youtube.com/watch?v=djnH30U_yDA&t=97s
Perchè, come ci diceva ormai dieci anni fa Papa Francesco, ammonendoci di non scadere nell'ovvio, nel già visto e, soprattutto nella burocrazia e nella corruzione, c'è ancora tanto, tantissimo bisogno di sindacato e di sindacalisti/e, specialmente ai "margini della città del lavoro".
Nelle periferie del caporalato, sia esso agricolo, commerciale o edilizio, come nelle piattaforme digitali.
Nelle fabbriche in cui si muore ogni giorno, nei cantieri in cui si cade dall'alto.
Ma anche nelle aziende in cui si può scommettere nella partecipazione e in una organizzazione del lavoro condivisa, oserei dire paritaria, in cui ascolto, eguaglianza, solidarietà, cooperazione non sono più parole proibite o desuete.
Ma "abiti puliti" da indossare insieme, nuovamente, ogni giorno.
Perchè nel lavoro (e attraverso il sindacato, quello vero...) si posono ritrovare, ricostruire, reindossare la libertà e la cittadinanza, la Costituzione, soprattutto se sei un immigrato o una immigrata a cui, magari dopo dieci anni, la cittadinanza italiana ancora viene stupidamente, ostinatamente negata.
E come ci dice da sessanta anni il sociologo Bruno Manghi, nel lavoro e nel sindacato, noi possiamo ritrovare e condividere ("cum panis" - compagni e compagne, coloro che spezzano il pane insieme...) proprio il pane e le rose, la poesia e la prosa, i desideri e i bisogni, le aspirazioni e i sogni.
"Dobbiamo creare tutto dal nuovo", proprio come ci indicava, in un contesto molto diverso, all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, il grande leader sindacale Giulio Pastore.
Perchè il sindacato, riprendo il titolo del volume pubblicato in occasione degli ottant'anni di Pierre Carniti è, soprattutto: "Pensiero, azione, autonomia".
Ma il sindacato, ci diceva sempre lo stesso Carniti è anche "cosa impossibile da dire", lo devi vivere, lo devi essere, non puoi solo raccontarlo, teorizzarlo.
Il sindacato è sogno e orizzonte di senso, perchè, senza orizzonte di senso, come diceva Fabrizio De Andrè, l'uomo è come "un cinghiale che fa le equazioni".
Non so se è vero (lo spero!) quanto, "con affetto e rispetto", mi ha recentemente scritto in una lunga e bellissima, commovente lettera Savino Pezzotta, già segretario nazionale generale della Cisl che custodisco per me e di cui riporto qui solo un piccolo stralcio:
"Francesco, ho letto le tue parole una volta, poi una seconda. E confesso che, più che le situazioni che racconti, mi è arrivata addosso la fatica che le attraversa e che mi hanno ricordato le mie vicende personali e l’ostracismo che nella Cisl dura nei miei confronti
Ti ho sentito stanco. Profondamente stanco.
Non la stanchezza di una discussione, di una polemica o di una battaglia
sindacale. Quella passa. Mi è sembrata la stanchezza di chi per molto
tempo ha provato a reggere contemporaneamente il peso delle proprie ferite,
delle proprie responsabilità e delle sofferenze degli altri, fino a
sentirsi consumato.
Non credo di avere le parole giuste per rispondere a tutto
quello che hai scritto. Sarebbe presuntuoso. Posso però dirti che dietro la tua
lettera ho riconosciuto una persona che sta soffrendo e che, nonostante tutto,
continua a preoccuparsi più degli altri che di sé stesso (...)"
Riaprendo gli scatoloni del mio ufficio di Fiesole mi è
capitato, recentemente, un libro, per me molto importante in passato: "La
ferita dell'altro. Economia e relazioni umane", pubblicato da
Luigino Bruni, per la casa editrice Il Margine.
Parlando kantianamente dell'"insocievole socievolezza" dell'umanità,
Bruni sceglie, quasi come monito, che indirizzo in primis a me stesso, una
citazione non notissima di Salvatore Quasimodo:
"Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del
mio tempo ...
Quell'eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro la tua
giornata..."
E però, Bruni, e qui provo a chiudere con "nuovi desideri", asciugando
le lacrime e la rabbia e riscoprendo gioa, amore, gratitudine, sguardo
verso l'alto e l'altro, ci riscatta attraverso questo passo della Genesi:
"Durante quella notte egli (Giacobbe) si alzò... e passo il guado
dello Iabbok.. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare
dell'aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione
del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava
a lottare con lui. Quegli disse: "Lasciamo andare perchè è spuntata
l'aurora". Gli domandò: "Come ti chiami?" Rispose:
"Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele,
perchè hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!"
Giacobbe allora gli chiese: "Dimmi il tuo nome". Gli rispose:
"Perchè mi chiedi il nome?" E qui lo benedisse". (Gen 32, 23-30).
"Ma che Film la Vita!"
Francesco Lauria
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