martedì 6 ottobre 2026

BAMBINI/E MAI NATI/E: CARI SINDACO CAPECCHI-PONZIO PILATO E AVS: "NON ESISTE IL CENTRO TRA LA GIUSTIZIA E L'INGIUSTIZIA".

Sono rimasto esterrefatto, addolorato e, sinceramente, sono anche comprensibilmente arrabbiato.

Altro che strumentalizzazioni...

Proprio come le centinaia, forse migliaia di pistoiesi (e non solo), molti/e anche di sinistra e di centrosinistra, alcuni addirittura ex parlamentari e membri di Governi della Repubblica che hanno gridato, non solo sui social, il loro sdegno che è stato ed è, allo stesso tempo, etico, umano e politico.

Quanto accaduto, infatti, durante il consiglio comunale di Pistoia (tutto) dello scorso 5 ottobre e anche prima; quanto continuato anche dopo con dichiarazioni pilatesche e scentrate (Giovanni Capecchi) e di una gravità e cecità assoluta (Alleanza Verdi Sinistra Pistoia) lascia davvero sgomenti.

Non si tratta di un'iperbole.

Per chi volesse approfondire nel merito lascio un link ad un servizio della televisione locale Tvl, notoriamente irriducibile sostenitrice di questa giunta e di questa amministrazione, come gran parte dei media locali e regionali.

https://tvl.it/notizie/cronaca/cimitero-mai-nati-caos-a-palazzo-di-giano/

Nel servizio ci sono le dichiarazioni di una consigliera di Avs, Lavinia Ferrari, le reazioni e le gravissime, davvero gravissime affermazioni sulla questione dei bambini e delle bambine mai nati/e, sia del sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi che, ancora peggio, dell'aggregazione di partiti Avs (Alleanza Verdi Sinistra).

Non stiamo parlando di parole "con toni infelici", ma di un vero attacco ai diritti, alla libertà, anche religiosa, alla democrazia integrale di tutti e di tutte.

Soprattutto è un attacco a quelle donne e a quegli uomini che, per motivi diversi, hanno vissuto il dramma (lo è sempre e questo non comporta alcun giudizio) di una vita mai nata, una vita fragile, eppure presente, che vive in noi, nei nostri ricordi, nella nostra fragilità di destino, persino nei nostri sensi di colpa e di inadeguatezza.

Ridere di tutto questo, deridere non solo la morte, ma anche la vita, non è un'intemperanza giovanile, un infortunio casuale, ma la spia di un estremismo spietato, totalmente privo, appunto di umanità, incapace di vedere, comprendere, supportare, amare la ferita dell'altro/a.

Certamente, sulla gestione cimiteriale dei bambini e delle bambine mai nati/e ci sono, su questo non ha torto il sindaco Capecchi, non ha nemmeno torto la consigliera Pd Antonella Cotti, dei possibili rischi di strumentalizzazione, ci sono stati episodi gravi, gravissimi denunciati anche del Movimento per la Vita, penso ai casi di Roma e di Brescia.

Ma nella ordinarietà, i cimiteri dei bambini e delle bambine mai nati/e esistono in tutta Italia e non sono certamente, nemmeno lontanamente, un attacco ai diritti e alla libera e sacrosanta emancipazione delle donne.

Certamente e lo testimonia anche la recente preghiera del nostro Vescovo Augusto Mascagna non lo sono a Pistoia.

Non servono le mie parole, basta leggere le decine e decine di testimonianze di donne di sinistra, centro, destra, apolitiche, che hanno inondato Pistoia e la rete con il loro sdegno, il loro dolore, la loro comprensibilissima rabbia dopo il penoso, almeno a tratti, consiglio comunale dello scorso 5 di ottobre.

Se l'atto davvero vergognoso è stato compiuto dalla consigliera di Avs Lavinia Ferrari (da cui, lo dico per trasparenza oltre a una concezione che si è rivelata diametralmente opposta della vita, delle relazioni, dell'umanità, della democrazia, della verità, mi dividono forse una quindicina di cause reciproche in Tribunale o sulla via di esso) io seguo, solo in questo, Giovanni Capecchi, non credo che "la croce" se la vogliamo chiamare così, debba essere lasciata solo a lei. 

Solo su di lei.

Troppo facile prendersela soltanto con chi viene definita, con agile, veemente violenza digitale, volendo citare solo le definizioni più benevole, quella: " strana", "troppo giovane" "arrogante e atea", "estremista" "intollerante" e mi fermo qui...

Il tema politico principale è, infatti, la risposta davvero pilatesca, imbarazzante per tutti/e a partire da lui stesso, del sindaco Giovanni Capecchi in consiglio comunale e poi, peggiorando ancora le cose, nei comunicati stampa e nelle successive ospitate televisive.

Ma appare ancora più grave la posizione (se le vogliamo dare dignità politica) di Alleanza Verdi Sinistra Pistoia.

Bastava chiedere scusa, come hanno peraltro sottolineato, anche pubblicamente, non pochi esponenti del mondo Avs-Sce-Possibile, compresi candidati/e non eletti, ma parecchio votati, che hanno preso duramente e pubblicamente le distanze da quanto successo l'altro ieri in un consiglio comunale direi quasi profanato.

Con i comunicati di Avs, siamo davvero all'attacco violento e becero, intollerante e giuridicamente analfabeta, alla libertà di espressione e, nello specifico, anche alla libertà religiosa.

Persino Palmiro Togliatti, secondo me, si sta rivoltando nella sua tomba.

Bastava, lo ripeto, chiedere scusa, mostrare di avere capito.  

Tutti/e possono sbagliare.

Non è la prima volta per la signora Ferrari in consiglio comunale, ma una frase infelice o anche molto infelice può, invero, capitare e capita a chiunque.

Il problema, che assume connotati principalmente politici e valoriali, pubblici, è quando si ignora con arroganza il grande dolore provocato avendo utilizzato, peraltro, il proprio ruolo e le proprie prerogative istituzionali.

Avs giunge, per difendere Ferrari, ma a questo punto soprattutto il sindaco Capecchi, ad attaccare duramente e subdolamente la Misericordia di Pistoia (e quindi anche il Vescovo Mascagna) giungendo a chiedere conto, con incredibili tracotanza e ignoranza, della stessa "cattolicità" della Misericordia.

Tutto questo mentre, anche Avs, in queste settimane, plaudeva, in coro con le altre forze politiche di ogni colore, alla possibilità che la Misericordia stessa trasferisse da Firenze la propria sede regionale o addirittura nazionale in città.

Siamo davvero al ridicolo.

Come se non esistessero legittimamente in Italia cimiteri, non solo confessionali, ma anche orgogliosamente laici o addirittura "a-cattolici".

Quanto accaduto ci fa capire alcune cose:

- ci sono persone e forze estremiste ed intolleranti nella maggioranza "larghissima" e nelle istituzioni che sostengono il sindaco Giovanni Capecchi;

- di fronte ad un infortunio verbale grave (come sembra ammettere anche il comunicato del Partito Democratico di Pistoia) non si ha nemmeno più lontanamente la capacità di chiedere scusa (e questo vale per Ferrari, Capecchi, Avs);

- la postura "della politica dell'abbraccio" e "dell'amministrazione della gentilezza" tanto spudoratamente sbandierata da Giovanni Capecchi e da alcuni suoi tracotanti pasdaran, rappresenta, a mio parere, una vera e propria truffa politica: siamo di fronte alla promessa del pugno tra i denti e ad un amministrazione che non sembra saper realmente, autenticamente prendere le distanze, lo dico per esperienza diretta, nè dalla violenza (a volte anche fisica) ne dall'intolleranza;

- nella "palude" della politica pistoiese, si creano vere e proprie logiche di clan, sistemi cementati dal potere per il potere, che si autotutelano e colpiscono con vera cattiveria chi non la pensa come loro, chi è fuori dal cerchio e fuori dal giro, chi rimane persona libera, chi ha il coraggio della pubblica denuncia;

- si ha spesso una concezione di chi ha un credo religioso (soprattutto cristiano) e/o una militanza politica non di sinistra, o di una sinistra alternativa, non incasellabile nei partiti conservatori per natura degli amministratori e delle amministratrici, come di persone che non possono che: "fare ribrezzo". "Trogloditi" (altro che rispetto delle disabilità...) fuori dal tempo e dalla storia, residui da espellere, "vomitare" al più presto al di fuori delle mura di una città finalmente riconquistata dopo la "barbarie" della destra;

- al di là di tante parole al vento, si pensa di non dover mai rendere conto nè delle idee, nè delle azioni, nè degli atti amministrativi, nè delle disfunzioni tecniche e organizzative (al di là delle vacue e fintissime affermazioni a vanvera sulla partecipazione democratica). 

- un esempio lampante di quanto esposto precedentemente è, per me, la malagestione del Presidente del consiglio comunale, l'ora Pd Paolo Tosi. Penso all'odg della ormai famosa e famigerata seduta dello scorso 5 ottobre, con l'esclusione sospetta, e, a mio parere anche illegittima e immotivata, della comunicazione proposta dal consigliere Matteo Pomposi, sulla trasparenza e la pubblicazione obbligatoria dei rendiconti delle spese dei candidati alle scorse elezioni amministrative di maggio;

- c'è, infine, un tema chiarissimo di commistione, a volte anche economico-finanziaria, non solo politico-ideale-gestionale con realtà associative, culturali, persino imprenditoriali (sì, mi riferisco, senza alcun profilo di illiceità o persino di illegittimità, anche all'associazione promossa da una nota libreria-bacaro del centro, gestita da un veronese e da un romano) in cui non si capisce davvero dove inizia la società civile e dove comandano, invece, i partiti, il governo del potere. 

E non vale la foglia di fico di essere in procinto di ospitare, a denti stretti allo Spazio, la presentazione di un libro in cui interverrà (magari scortato!) anche Alessandro Tomasi, l'ex sindaco di centrodestra, attuale portavoce dell'opposizione in Consiglio regionale (visto? Alessandro Tomasi legge!) ;

E' una situazione direi oggettiva, in cui non si ha proprio alcuna idea di cosa siano il valore dell'autonomia e della libertà, ma ci si inchina, invece, in tutti i modi e in tutte le forme, alla comodità triste dell'essere una mera e interessata, a tratti parassitaria, "cinghia di trasmissione".

Rispetto all'infortunio grave di Lavinia Ferrari, alla tracotanza intollerante e liberticida, insensibile di Avs, preferisco concentrarmi sul parallelo, pur in assenza di Gesù, tra Giovanni Capecchi e Ponzio Pilato.

Entrambi, infatti, erano esponenti di governo e di potere. Mi paiono somigliarsi davvero tantissimo, pur a duemila anni di distanza.

E pensando a Giovanni Capecchi mi è venuta in mente una serata, di cui ho letto sui libri, anche perchè all'epoca avevo quattro anni, e che mi è stata raccontata nei minimi particolari da diversi dei protagonisti, purtroppo alcuni oggi scomparsi.

La sera del 28 agosto del 1983 a Brentonico, in Trentino, nell'ambito della "scuola estiva" di formazione politica organizzata dalla Lega Democratica e dalla Rosa Bianca - associazioni di punta del cattolicesimo democratico italiano - Achille Ardigò, Paolo Giuntella, Roberto Ruffilli e Pietro Scoppola ricordavano Aldo Moro e Vittorio Bachelet (...)

La presentazione, come scrive Vincenzo Passerini, intendeva essere, nel programma di quegli incontri di formazione politica, non solo un commosso ricordo di due grandi personalità assassinate dai terroristi delle Brigate Rosse (Moro rapito il 16 marzo, con il massacro dei cinque uomini della sua scorta, e ucciso il 9 maggio 1978; Bachelet ucciso il 12 febbraio 1980), ma anche una riflessione sugli insegnamenti che i molti giovani provenienti da tutta Italia che frequentavano quella "scuola" di politica potevano trarre dalla testimonianza spirituale, morale e civile di Aldo Moro e Vittorio Bachelet.

(...) Memoria e innovazione, storia e futuro si intrecciavano nel tentativo di immaginare nuovi scenari politici sia per i cattolici democratici sia per la politica italiana nel suo complesso. 

(...) Non sorprende che il tema di quella scuola-laboratorio del 1983, che si svolse dal 27 al 31 agosto, fosse: Essere di "sinistra" oggi, con la parola sinistra tra virgolette, inevitabilmente, poichè ancora sei anni si sarebbero dovuti attendere per assistere alla caduta del Muro di Berlino e dei regimi comunisti dell'Est europeo.

Tutte le sere di quella scuola, in cui anche i relatori e le relatrici si pagavano da soli il viaggio e servivano i pasti comunitari, si concludevano con la "preghiera della notte", alle 23.30.

Il binomio memoria-futuro che dava un'impronta così forte alla "scuola" lo ritroviamo fortissimo nella serata in ricordo di Moro e Bachelet.

Il dolore e il rimpianto per la perdita di due così grandi personalità, amiche e maestre di molti dei presenti, non suscitano la nostalgia, ma la ricerca di ragioni più forti di speranza e di impegno.

Questi i titoli delle relazioni della densa serata:

Pietro Scoppola: "Lo spazio della coscienza";

Roberto Ruffilli (anche lui caduto vittima delle Brigate Rosse nel 1988): "Conta la buona battaglia non il successo";

Achille Ardigò: "Democrazia integrale";

Paolo Giuntella: "Per gli altri".

Ne ricordo ancora un'altra di sera tanti, tantissimi anni fa. 

Anzi si tratta quasi di una notte in cui io e Paolo Giuntella ci trovavamo in Piazza Duomo, a Parma, dopo aver presentato nella mia città (io vivevo già a Roma e qualche volta ero anche stato ospitato dai suoi figli nella casa vicina alla Rai), il suo bellissimo libro: "Il fiore rosso. I testimoni, futuro del cristianesimo".

Ricordo anche che la Gazzetta di Parma, il quotidiano conservatore degli industriali della città, avrebbe pubblicato all'indomani un breve articolo sulla serata, banalizzando le profonde riflessioni di Paolo, indimenticato giornalista del Tg1, ma anche grande testimone, narratore e animatore sociale, come un mero attacco a Papa Benedetto XVI. 

Che, effettivamente, fin dalla sua precedente persecuzione nei confronti della teologia della liberazione, quando guidava il Sant'Uffizio, non era propriamente saldo nel nostro "pantheon".

Ricordo le luci dei lampioni della piazza e un ex Presidente della Provincia di Parma e dell'Azione Cattolica, Corrado Truffelli, che ci raggiunge in bicicletta, abbraccia Paolo e ci saluta.

Ricorderò sempre, come un tatuaggio nel cuore, nella carne e nell'anima la frase che, mi ricordò Giuntella e che aveva fatto da cornice alla serata dell'agosto del 1983 che ho raccontato.

Una frase che poi ritrovai in una parzialmente consunta foto di archivio mentre campeggiava dietro ai relatori di quella sera trentina...

"Non esiste il centro tra la giustizia e l'ingiustizia".

La frase, citata e appesa come monito e testimonianza di fronte a tutti/e, in particolare ai giovani partecipanti della "scuola", era di Rodomiro Tomic.

Tomic, cileno, è stato un esponente laico, progressista, di ispirazione cristiana, fiero e duro oppositore delle destre e del regime militare e fascista del generale Augusto Pinochet.

Nel 1970 era anche stato candidato alla Presidenza del Cile, ha scritto testi bellissimi sul riformismo radicale, cito, uno per tutti, "La rivoluzione nella libertà" in cui si schierava apertamente, profondamente dalla parte degli ultimi, degli svantaggiati, degli impoveriti, pur da posizioni non marxiste.

Da quella notte parmigiana, quella frase, insieme a quella di Don Lorenzo Milani: "Fai strada (ai poveri) senza farti strada" è da sempre stata il mio faro, tra mille cadute, errori e incoerenze, o, se vogliamo, la mia intima luce interiore.

Ecco, caro Giovanni,

io credo, perdonami se te lo rimarco ancora una volta, che occorra avere il "coraggio della scelta".

Saper pagare i prezzi, anche a costo della vita, come ci hanno insegnato, tra gli altri/le altre,  Aldo Moro, Vittorio Bachelet, Roberto Ruffilli, Oscar Romero, Marinella Garcia Villas...

Con il sorriso e la gratitudine tra le mani, con la "gioia dell'impegno".

E le mani, non ce le si può sempre lavare, anzi dire/scrivere, come hai fatto una volta con me, atterrendomi, di "averle legate" pur essendo nella condizione non solo di credere. Totalmente, senza riserve.

Bisogna essere, contemporaneamente liberi e responsabili; le mani, ci ha insegnato don Primo Mazzolari, non servono nè pulite, nè in tasca.

Non occorre, affatto, essere degli eroi, dei super uomini o delle super donne.

Mi dirai, ma se poi perdo il potere, faticosamente conquistato?

Se poi perdo lo status e l'ammirazione, a volte sincera, a volte strumentalmente interessata di tanti/e?

In quel caso, caro Giovanni, rimarresti tu, intero.

Ti consiglio una poesia di Franco Arminio, che spesso mi aiuta, quando anche io, ahimè, divento il peggior "presidenzialista" di me stesso, a tornare all'essenziale e alla ricerca, spesso difficile, spesso tortuosa, in salita, della Verità:

"Guardare

gli angoli nascosti del mondo

da più vita dello stare dalla parte

dei migliori, dei riusciti.

Il grande stile degli umani

è piangere, ridere, camminare,

sentire di non avere nulla tra le mani".

Il deserto, come quello che ho attraversato in questi ultimi terribili, solitari, violenti tredici e poi quattro mesi, caro Giovanni è, appunto, la "cornice del nulla", come scrive Arturo Paoli.

Per scoprire valori allo stato nascente bisogna accettare di "essere respinti lì dove nascono le cose".

Bisogna imparare, custodire, praticare, la "pazienza del nulla".

Senza alcun rancore. 

Anzi, con l'ostinata Speranza di un nuovo e rinnovato Dialogo di Pace Vera.

"Ho bisogno di credere"... https://www.youtube.com/watch?v=uedtrwR93dM&list=RDuedtrwR93dM&start_radio=1

Francesco Lauria

lunedì 5 ottobre 2026

"E' ACCADUTO DI TUTTO". CONSIGLIO COMUNALE DI PISTOIA: RESTIAMO UMANI, "ACCORGIAMOCI DI ESSERE VIVI/E".

Premetto che in questo articolo tratterò, spero con equilibrio, di temi delicati e dolorosi.

Non lo farò per un discutibile desidero di speculazioni politiche, teoriche, filosofiche, teologiche, o, peggio, per un, pur comprensibile, senso di vendetta (o meglio... di giustizia...) rispetto a un paio di esponenti politico-istituzionali della maggioranza consiliare, ma con il dolore personale e condiviso, antico e sedimentato, ancora sanguinante, di chi non parla in astratto, ma ha vissuto direttamente e visto vivere ad amici/amiche drammi, ferite vere, indelebili.

Non mi permetto quindi il potere o il volere di emettere alcuna patente di verità, buon costume o facile, definitiva certezza.

Il mistero della Vita, in specie di quella, per vari e diversi motivi, mai nata, è qualcosa che ci interroga e ci tocca nel profondo, in salita chiede il conto alla nostra anima.

Certo riguarda in primis le donne, ma lo dico per esperienza vissuta, non fugge via lontano da qualsiasi anima, anche maschile, che la abbia a cuore la Vita, specie quella fragile, indifesa, generata, svanita.

Ieri sera sono andato a dormire esausto poco dopo le ore venti, dopo una giornata intensa e faticosa, vissuta in prevalenza a Bologna per questioni di impegno culturale e lavorativo.

Prima dell'ora del mitico Tg1, sono stato raggiunto da plurimi messaggi di esponenti politici e consiglieri e soprattutto consigliere comunali pistoiesi, in prevalenza di opposizione, ma, in un paio di casi, anche di maggioranza.

Alcuni li ho letti solo al mio risveglio.

Molti dei messaggi erano non solo sconcertati per lo sdegno, ma anche addolorati, dal punto di vista umano e politico, su più aspetti, complice un consiglio comunale, quello del 5 ottobre scorso in cui, a detta di molti/e protagonisti/e: "è accaduto di tutto".

Chissà poi cosa sarebbe ulteriormente successo se il Presidente del Consiglio Comunale, l'esponente del Partito Democratico Paolo Tosi, non avesse preventivamente cassato dall'ordine del giorno, a mio parere anche con possibile personale conflitto di interesse politico, alcuni temi spinosi per lui e per la maggioranza del centrosinistra extralarge.

Non è un caso, e questo l'ho ascoltato in diretta streaming giusto poco prima di andare a dormire, che la coordinatrice dell'opposizione l'ex sindaca e candidata sindaca Annamaria Celesti abbia dichiarato rotto ogni patto di collaborazione e reciproca "coesistenza" con la maggioranza, quella che, secondo pii illusi, avrebbe dovuto rappresentare a livello nazionale per il centrosinistra, il "laboratorio Pistoia".

Certo, se per "laboratorio Pistoia" si intendeva "laboratorio di cose e persone più che discutibili" in questo caso l'obiettivo pare centrato perfettamente, magistralmente.

Tralasciando, solo per oggi, questioni annose come la trasparenza e la consistenza dei rendiconti delle spese elettorali (un tema etico, partecipativo e democratico) mi concentro su quella che la consigliera civica avvocata Paola Calzolari ha definito: "Una brutta pagina del Consiglio Comunale . Oggi 5 ottobre 2026".

Scrive Paola Calzolari:

"Ci sono confini che la politica non dovrebbe mai superare.

Il rispetto per il dolore di una famiglia che perde un figlio prima della nascita è uno di questi.
​Oggi in Consiglio Comunale a Pistoia:
▪️ La consigliera Cerdini ringrazia la Misericordia per l'area cimiteriale dedicata ai bambini mai nati.
▪️ Da una consigliera di Avs arrivano parole sconcertanti ridendo: «se non sono mai nati non sono mai stati vivi" e pertanto non ha senso la sepoltura.
▪️ Chiediamo al Sindaco di prendere le distanze e chiedere scusa alle famiglie.
▪️ Il Sindaco minimizza e giustifica la consigliera di maggioranza.
Mi chiedo che senso abbia parlare di pace internazionale, di inclusione e di rispetto della diversità' e di Gemellaggio con Gerico se poi non si è capaci di mostrare rispetto verso il dolore dei propri concittadini?"


Ma chi volesse verificare direttamente può farlo attraverso un post su facebook di Luca Cipriani (lo so, anche lui è un avvocato, ma in questo periodo, per vari motivi, ne frequento tanti/e... :-) )

"Oggi, in Consiglio comunale, non aggiungo altro, non serve aggiungere altro.
Qui la proposta di Cinzia Cerdini
Qui l'intervento, chiamiamolo intervento, di Lavinia Ferrari
Qui le parole di Francesca Capecchi
Qui la chiosa di Paola Calzolari
vergogna, questa sconosciuta".

Ho ascoltato, come sempre con attenzione la comunicazione delicata, attenta, equilibrata della consigliera Cinzia Cerdini sull'apertura del "cimitero dei bambini e delle bambine mai nati/e" presso la Misericordia di Pistoia e la preghiera del Vescovo Augusto Mascagna.

Quando lei interviene, essendo una esponente della Lega, direi forse il partito più lontano dalla mia concezione di vita e politica, sono sempre attento a quanto lei dice e a come lo dice.

Ho ascoltato, come sempre, con ammirazione la reazione alle parole della consigliera di Avs Lavinia Ferrari di Francesca Capecchi (a me dispiace per chi ci vuole male, magari la iscriverò d'ufficio alla quarta internazionale trotskista, ma è davvero brava, profonda, competente e, di norma, ineccepibile).

A me Francesca, a differenza di imbarazzanti esponenti del mondo radical chic della sinistra da salotto pistoiese e Ztl, non ha mai "fatto ribrezzo" e devo dire, che proprio come il sindaco Alessandro Tomasi, non la considero sinceramente una terribile "fascista dagli occhi celesti", ma, pur nelle nostre iper radicali differenze politiche, una risorsa preziosa e, suggerirei alla sua parte politica, da non sprecare per la sua città.

Credo che sia, però, troppo semplice (e, invero, facile) prendersela con le sole gravi e lesive affermazioni di Lavinia Ferrari.

Alla consigliera Pd Antonella Cotti, rispetto a quanto da lei comunicato in consiglio comunale, suggerisco la lettura di questo articolo del quotidiano Avvenire, peraltro allora diretto dal suo attuale compagno di coalizione, poi eletto al Parlamento Europeo nelle liste del Pd, Marco Tarquinio: https://www.avvenire.it/vita-e-cura/sepolture-di-feti-non-anonime-colpa-del-movimento-per-la-vita-notizia-falsa_47353

Dovrei essere abituato, anche per esperienza diretta, alla mancanza di coraggio politico e alla naturale pavidità di alcuni esponenti apicali del centrosinistra pistoiese, incapaci di prendere le distanze, per mero opportunismo politico, anche dall'indicibile.

Invece, non sono abituato, non mi abituerò mai rispetto a una postura sbagliata, sia dal punto di vista umano che da quello politico, che, ad esempio, Giovanni Capecchi a me sembra abbia deciso di assumere ancor prima della propria elezione a sindaco.

Le parole del sindaco Giovanni Capecchi in consiglio comunale, sono state, a mio parere, cerchiobottiste, prudentissime, completamente prive di direzione e capacità di correzione (non occorreva, infatti, trascinare nessuno/a al patibolo), mancanti di onestà intellettuale, e anche prive del necessario, urgente, opportuno, minimo, senso di responsabilità.

Mi permetto, infine, un non richiesto consiglio al Consiglio :-) a chi lo vorrà (o meno) cogliere, sintetizzando il pensiero di Arturo Paoli contenuto nel suo preziosissimo libretto: "La pazienza del nulla".


"Si può stare nella verità, senza avere la verità.
Ogni persona deve "fare la verità" e la può fare solo se ama.

Quando qualcuno ritrova la luce che relativizza tutto e nello stesso tempo assolutizza tutto, diventa ecumenico.

Ecumenico non per una specie di decisione esterna, perchè stanco di fare baruffe o perchè scopre che quel tale o quel talaltro se non vanno in chiesa (o, al contrario, anche se vanno in chiesa NdR...) sono persone correttissime.

L'ecumenismo nasce dal sentirsi pietra tra le pietre, come tutte le altre pietre che, tutte, contengono l'oro.

E l'oro, nella pietra, è in grado di scoprirlo solo quest'occhio o questa luce che sta fuori di noi e sopra di noi.

L'oro è dappertutto, non solo sulla stretta riva del fiume dove si accampano i garimpeiros. L'oro è dappertutto.

Quante volte saremmo tentati di gettare al vento i cumuli di sabbia in cui abbiamo frugato con cura senza trovarvi nulla; poi passandola tra le dita ancora una volta con attenzione, vi scopriamo la pietra preziosa.

Federico Fellini ci ha interpellato fortemente, scuotendoci di dosso la sicurezza di identificare noi stessi con la verità (...)

Ed è una sorpresa permanente e una gioia forte incontrare la verità a ogni passo in tutti i tipi di ricerca dell'uomo (...)

L'osservare ogni uomo che viene a questo mondo e ogni realizzazione umana illuminata dalla luce della Verità è fonte di gioia permanente.

Sarei potuto divenire facilmente un cristiano ringhioso e intransigente, uno di quelli che un antico maestro chiamava i cristiani al vetriolo.

E invece mi ha reso spettatore felice delle infinite apparizioni della verità nella complessità della storia e nelle infinite creazioni di quell'essere che non finirà mai di stupirci: l'uomo.

Perciò ho detto sopra che questa luce relativizza tutto e assolutizza tutto.

Perchè ogni esperienza umana è relativa e nello stesso tempo contiene questo frammento d'infinito, l'oro, sia pur infinitesimo, nascosto in una manciata abbondante di sabbia".

Ha scritto, mi avvio alla conclusione, il poeta Franco Arminio, persona di grande spiritualità, ma non credente in senso classico. Rivolgo questi versi in primis a me stesso:

"Vuoi che il mondo cambi? Smetti di gridare la tua rabbia, inizia a cantare la tua canzone d'Amore, e forse parteciperai alla ri-creazione del mondo".

E allora, nel ricordare come ha fatto benissimo in consiglio comunale Matteo Pomposi, Norma Cossetto e la sua tragica, terribile morte, dopo essere stata stuprata, gettata ancora viva in una foiba nel Carso, facciamo memoria, cito un bellissimo libro del parlamentare triestino del Partito Democratico Gianni Cuperlo della nostra "frontiera ferita".


Non dobbiamo avere paura di ricordare, senza distinguo Norma Cossetto (non Crosetto, consigliera Antonella Cotti, quello è un altro...) e, da antifascisti radicali, senza alcuna contraddizione, anche tutti i martiri e le martiri delle foibe.

Così è stato opportuno, duramente interrogante e per nulla rituale, ricordare in consiglio comunale Ion Romanu, grazie al, come sempre significante intervento della capogruppo del Partito Democratico Irene Bottacci.

Ion Romanu, 43 anni, arrivato a Pistoia da Asti, è morto sul lavoro a Sant'Agostino a Pistoia, cadendo fatalmente dall'alto in un capannone industriale il primo di ottobre.
1 ottobre 2026, non 1826.

Importante è stata certamente la riflessione sulla violenza di genere operata nel consiglio comunale.

Certo, sarebbe bene, sarebbe molto meglio, utilizzo i prudenti, ma giusti concetti di Non Una di Meno Pistoia: "non strumentalizzare e usare a fini politico-individuali i simboli condivisi".

Concetti espressi, lo ricordo, dopo quanto successo sul palco di Piazza dello Spirito Santo in occasione del comizio di chiusura della campagna per le primarie di Giovanni Capecchi lo scorso 9 aprile.

I simboli, infatti, specialmente quelli importanti, anche indirettamente, non si deridono, un po' come non si deridono le persone, tutte le persone, a partire da quelle che la pensano in maniera significativamente diversa da noi, a partire, senza fermarsi ad essi, dai contesti istituzionali.

Non ci si può, infatti, appropriare dei simboli, come qualcosa di personale, realizzando nei fatti oggettivi quella cultura del possesso, del dominio e della violenza che, spesso solo a parole, si dice o si pretende di combattere e che, invece, si finisce, paradossalmente, per impersonare e rappresentare, fin nell'abisso.

I simboli sono importanti, concordo con quanto detto ieri in consiglio su questo, non vanno profanati, con quello che di fondamentale, vitale, autentico rappresentano.

Penso, in particolare, ad un segno importantissimo, dalle radici profonde e assolutamente attuali come quello del panuelo rosa, storicamente proveniente dalla lotta delle donne contro la dittatura argentina, fascista, violentissima e patriarcale.

La dittatura della Giunta militare guidata dal generale Videla, quella dei decapecidos gettati nell'oceano in pasto ai pescecani dagli aerei, quella dei bambini e delle bambine rubati/e e delle Madri e delle Nonne coraggio, le "pazze" di Plaza de Mayo.

Tornando all'argomento che ha assunto, inaspettatamente, centralità nel consiglio comunale di ieri, non dobbiamo avere paura, senza alcun giudizio, rispettando la riservatezza e le scelte di ognuno/a, di ricordare, pregare, amare i bambini e le bambine mai nati/e.

Una preghiera, anche laica, non per forza confessionale, non è mai, non può essere mai, se sincera, contro qualcuno o qualcuna.

Abbiamo il coraggio, caro Capecchi (Giovanni), cara Ferrari, cari noi tutti/e, sempre con Franco Arminio di:

"Guardare

gli angoli nascosti del mondo

dà più vita dello stare dalla parte

dei migliori, dei riusciti.

Il grande stile degli umani

è piangere, ridere, camminare,

sentire di non avere nulla tra le mani".

Restiamo umani, cari Giovanni Capecchi e Lavinia Ferrari, caro Paolo Tosi.

Cerchiamo di tracciare un sentiero che vada in direzione contraria.

Impariamo dalla sofferenza, facciamo nuove tutte le cose, prendiamo il volo, cogliamo la meraviglia.

"Accorgiamoci di essere vivi".


Come ha ben detto ieri Adele Iozzelli di Avs-Sce, sempre in consiglio comunale, pensando anche a Gerico... "possiamo ancora sperare. La Pace nasce dal basso. Nasce dalle persone".

Francesco Lauria (nonostante tutto ancora vivo e intero eh... :-) )

domenica 4 ottobre 2026

UN "BENE FRAGILE": IL POTERE DELLE EMOZIONI E DEL VOLONTARIATO. ASCOLTANDO SOFIA, AMMIRATI E RAPITI, ALL'OASI DYNAMO CAMP.

Mentre, insieme agli altri volontari e volontarie del doposcuola-oratorio Carlo Acutis, aspettiamo, nel giardino della chiesa di San Bartolomeo, centro di Pistoia padre Nicola, vero irriducibile delle lodi mattutine (peraltro post Messa), rifletto, tra me e me, su quante volte, nel corso degli anni, ci sono passato senza fermarmi.

Cinquanta? Cento? Certamente di più.

Come tutti i "cittadini" che, provenienti dalla "piana",  attraversano le curve in salita che da Firenze, Prato, Pistoia oltrepassano le varie frazioni per poi superare Campo Tizzoro e raggiungere il comune di San Marcello Piteglio, ho osservato, i grandi caratteri che mostrano in vari punti il logo e il nome: Dynamo Camp.

Come tanti/e mi sono spesso fermato sulla soglia di questa grande, immensa realtà di cura e di volontariato che ieri, attraverso un affollatissimo Open Day, festeggiava i vent'anni di vita.

Questa volta, però, in un contesto accogliente e organizzatissimo, ma davvero invaso di persone da tutta Italia e non solo, manco fossimo ai cancelli sold out di un concerto del cantante Ultimo, sono entrato. 

Siamo entrati. E abbiamo visto, con i nostri occhi.

Come è scritto sul sito web Dynamo Camp è un’isola di felicità ospitata in un’oasi naturale. 

A San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, in un’area ormai enorme di oltre 900 ettari, Dynamo Campo offre gratuitamente, da venti anni e con numeri e modalità sempre crescenti, programmi di Terapia Ricreativa a minori affetti da patologie gravi o croniche, disturbi del neurosviluppo o condizioni di disabilità. 

Le attività si svolgono presso Dynamo Camp, nella sede principale in provincia di Pistoia, e nei Dynamo City Camp in alcune delle principali città del territorio nazionale, durante l’estate o lungo l’intero arco dell’anno.

E' nata anche un'accademia formativa (Dynamo Caring School), con sede per ora a Firenze, che sta terminando di formare i primi tecnici dell'Animazione sociale e socio-educativa, coerentemente con i percorsi professionali riconosciuti dalla Regione Toscana.

Sono circa 90.000, nell'arco di vent'anni, le persone accolte a Dynamo Camp.

Le attività di terapia ricreativa di Dynamo sono progettate per stimolare le capacità dei bambini con patologie gravi o croniche, focalizzandosi sul divertimento e sul superamento dei propri limiti in totale sicurezza e con l'apporto di personale competente.

Professionisti e medici oltre che dei "Dynamici", volontari e volontarie provenienti da tutta Italia e che iniziano il loro servizio dopo un accurato percorso di formazione.

Alcune delle principali attività, tutte supervisionate da staff qualificato e personale medico, sono:

•Arrampicata, percorsi avventura sugli alberi, ponti tibetani e attività di orientamento nell'Oasi Dynamo.

• Terapia assistita con gli animali, che include l'ippoterapia (attività con i cavalli) e la pet therapy con i cani.

• Nuoto e giochi in piscina, tiro con l'arco e vari sport adattati alle abilità di ogni bambino.

• Arte e Creatività: Laboratori di ceramica, fotografia, radiofonia (con la Dynamo Radio) e studi cinematografici (Dynamo Studios) per la creazione di video e cortometraggi.

C'è poi un fatto non noto a tutti e che mi appare davvero significativo: Dynamo Camp è nata dalla riqualificazione degli spazi di un ex stabilimento della SMI - Società Metallurgica Italiana situato a Limestre, nel comune di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia.

La fabbrica di Limestre, attiva dal 1899 e legata alla storica, influente e notissima famiglia Orlando, produceva semilavorati e munizioni prima della chiusura avvenuta a metà anni Ottanta del Novecento, ben prima della definitiva chiusura dello stabilimento principale della Smi di Campo Tizzoro, avvenuta circa venti anni dopo.

A partire dal 2006, i vecchi edifici industriali dismessi e l'area circostante sono stati convertiti per ospitare il primo centro di terapia ricreativa in Italia, inaugurato nel 2007 e immerso nell'attuale Oasi Dynamo con un processo di sviluppo davvero eccezionale, quasi disorientante.

Laddove si costruivano principalmente munizioni da guerra, strumenti di morte si è sviluppato un eccezionale spazio di cura e di volontariato competente e, come sempre arricchente su più direttrici, attraverso il "potere delle emozioni".

E una grande, grandissima emozione ha lasciato, in tutti e tutte, la testimonianza di Sofia.

Nove anni, una patologia davvero severa, una disabilità molto grave direbbero i manuali.

Ma Sofia è molto, molto di più delle sue patologie, della sua, certo innegabile, concreta, vissuta malattia.

Sofia è intera, è speranza e timore, consapevolezza e fiducia, racconto, lacrime e sorriso.

E, con le salite di ogni giorno sulla sua carrozzina, ma anche con le nuotate, l'arrampicata (sì l'arrampicata!) è anche il suo italiano forbitissimo, ma comunque bambino, pur da dottorato di ricerca (conseguito nella scuola della vita), non da scuola elementare.

Sofia, certo cresciuta necessariamente in fretta, è anche il segno di un orizzonte che rappresenta, insieme, prossimità e visione, concretezza nella carne di una bambina e grande, grandissima necessaria responsabilità.

In decine di aule di formazione in tutta Italia e non solo, durante la mia lunga esperienza di formatore sindacale, affrontando con la massima serietà e il massimo rigore possibili, il tema della responsabilità sociale, sono sempre partito, come mio consueto, dall'etimologia delle parole.

Da "spondeo" e "respondeo" che in latino ci ricordano la sacralità e la "responsabilità" appunto, di una promessa e di una risposta.

Alla fine ho pensato, ascoltando i numeri impressionanti (anche per la quantità di persone impiegate, tra dipendenti e collaboratori) forniti ieri, con emozione e sobrietà, dal fondatore di Dynamo Camp Vincenzo Manes, che la Dynamo, in super grande, è un po' come il nostro doposcuola e oratorio che parte questa settimana: "una comunità che si costruisce".

Dove certo, ci sono ruoli, organizzazione, progettualità, ma esistono, sempre, in un approccio realmente inclusivo, lo spazio e il tempo dell'incanto, del "si può fare".

Le difficoltà, le sfide, gli errori, i cambiamenti, per carità, non mancano, ma c'è spazio per tutti e per tutte, anche per chi pensa di non potercela fare, di rimanere, come troppo spesso prima nella vita, in panchina e in disparte.

Se è vero che Dynamo Camp, in rapporto con oltre cento ospedali, in gran parte pubblici, italiani ed europei, con associazioni di familiari e malati, con mille altre realtà, offre cure e terapie mediche all'avanguardia, il suo "segreto", abbiamo capito e visto, non sta in questo.

Sta in Sofia e in tutti gli altri 90.000 tra bambini, ragazzi e familiari ospitati, accolti (compresi i fratelli e sorelle "normali", quelli che, a loro volta, nelle famiglie che crescono bambini malati, si sentono spesso non riconosciuti, messi in secondo piano...), sta anche, ovviamente, nei 16.000 volontari e volontarie che si sono alternati in venti anni e negli attuali circa 600 tra dipendenti e collaboratori, anche stagionali.

Dynamo è, insieme, un percorso di autonomia, soggettività, coscientizzazione non vissuto individualmente, ma nel gruppo dei "pari", nella comunità, pur provvisoria, "eccezionale" che si costruisce.

Permette di aspirare, sbloccare emozioni, speranze e capacità, certo, con la responsabilità non semplice, che dopo la settimana o il "campo" estivo si ritorna a casa, diversi, ma anche uguali, con le fatiche e le salite di sempre.

Ho imparato dalla teologia indigena di suor Antonietta Potente che Dynamo Camp, anche dal punto di vista di un piccolo oratorio che questa settimana muove i suoi primi passi, è, alla fine, non solo quella corazzata della sussidiarietà e della cura che fa quasi paura per le sue dimensioni e il suo impatto nella sempre più spopolata e svuotata montagna pistoiese, ma rappresenta, soprattutto, un "bene fragile".

Qualcosa di cui tutti sentirci responsabili, non distanti o solo ammirati, di cui avere, prendere, essere cura.

Dynamo Camp, parafraso ancora le parole di Antonietta Potente, non rappresenta solo qualcosa di straordinario (e ovviamente a Pistoia, in Toscana, in Italia, in Europa, nel mondo lo è!), ma è anche un viaggio che tutti possiamo affrontare perchè tutti/e riflettiamo, respiriamo e scriviamo sulla e nella vita.

Proprio come Sofia, dal suo punto di vista delicato e difficile, ma che, giustamente, non vuole essere definito, con un po' di pietismo paternalista, "speciale".

Sofia ci sprona, perchè ci ha fatto entrare negli occhi della sua normalità.

Una normalità complessa, che sembra a tratti quasi insormontabile.

Sofia, con tutti e tutte le bambine e i bambini, la mamme e i papà del Camp, i fratelli e le sorelle "normali", parla a noi, ma anche di noi.

E' kairòs, un tempo e uno specchio opportuni, preziosi e da non sciupare.

E così, Sofia è il nostro legame prezioso, Vita vera, reale, vissuta, respiro e battito, emozione e quotidianità, tra ethos e oikos.

Tornando alle riflessioni di Antonietta Potente, lei, da religiosa ligure e andina allo stesso tempo, recupera la radice filosofica e antropologica che lega strettamente il concetto di ethos (carattere, costume, comportamento etico) a quello di oikos (casa, dimora, ambiente). 

L'etica ci appare non come un insieme astratto di leggi rigide, ma come il processo di costruzione di una dimora umana, uno spazio abitabile e relazionale. 

Proprio come Dynamo o come il nostro piccolo oratorio. 

Uno spazio da vivere ogni giorno dove, per dirla ancora con Antonietta Potente, costruire l'etica significa letteralmente "imparare ad abitare" il mondo.

Grazie anche all'esperienza di vita in Bolivia con il popolo indigeno aymara e coerentemente con la cosmovisione andina, la casa, ogni casa-oikos, cessa di essere, infatti, un semplice guscio privato e isolato e diventa il fulcro di un'etica della cura, dell'interconnessione e della salvaguardia dell'ambiente, in cui l'essere umano riconosce la vulnerabilità propria e del mondo che abita.

Non è solo dai numeri strabilianti e crescenti, ci hanno spiegato ieri, che si misurano il successo e l'orizzonte di Dynamo Camp, ma dai "piccoli fatti", dalla grandezza delle "piccole cose".

Sono gesti, infatti, profondamente connessi ed è proprio dall'osservazione e dalla cura dei dettagli che si compone la quotidianità, che è possibile riconciliarci con la vita, affrontandola in modo più consapevole, etico.

C'è una parola, un gesto, una consapevolezza condivisa che lega noi e la Dynamo Camp: tornare ad essere protagonisti/e nella (nostra) storia.

"Power to the people" cantava ieri, dopo la presentazione dibattito nel teatro della Dynamo, la "Si può fare Band".

Come fare e che si può fare ce lo ha spiegato, lasciandoci ammirati e rapiti, proprio Sofia.

La luce di Sofia l'abbiamo vista sempre, durante tutta la sua bellissima testimonianza, ma si è accesa autenticamente ancora di più quando ha parlato dalla sua felicità nella condivisione con gli altri/e, con le loro ferite e i loro sorrisi, con il disegnare insieme, certo nella sofferenza, nessuno la nega, non solo un tratto di presente, ma una pennellata pastello di futuro.

Alla fine, il volontariato, quello vero, quello che non è "mera barella dello Stato", ma spazio di dignità, solidarietà, gratuità, libertà, liberazione, ha ragione il sociologo torinese Bruno Manghi, è anche un sano "atto egoistico".

Lo scrivo proprio oggi in cui, in collaborazione con il Comitato per il centenario di Luciano Tavazza e una piccola fondazione bancaria, inizio, da Bologna, il mio piccolo, fragile viaggio, il mio racconto nelle "oasi del volontariato", nella "ricucitura" del presente e dei presenti. 

Qui ed ora.

"Fare del bene" ci fa bene.

Ci permette, direbbe a Barbiana Don Lorenzo Milani, ai suoi bambini/e, ragazzi/e:  di "praticare l'amore", "cercare un fine", "dare un senso, un timone, un astrolabio tra le stelle, alla nostra Vita".

Ne parlavo, scendendo piedi per un tratto con S., nata nel 2000, occhi verdi come la Speranza, che nella "cura con le persone" ha trovato la propria strada, anche professionale.

La propria intima vocazione dopo la delusione accademica e scientifica ricevuta da chi promette la sostenibilità e poi propina, senza pudore, il "green washing".

"Fare del bene" è una casa che (ci) accoglie. 

Una comunità inclusiva che si costruisce.

Ogni giorno, per tutto il giorno. 

Nelle curve e nei boschi profumati dai mirtilli delle montagne, come nella pianura della città, tra semafori, solitudini da far incontrare e piazze da abitare. In cui reimparare a giocare.

Insieme. Mille colori.

Francesco Lauria