sabato 25 luglio 2026

"UN ALBICOCCO PER RISVEGLIARCI". LIDIA, ALEX. E NOI.

 "Come hai dormito Lidia?"

"Tranquillo Francesco, come un sacco di patate!"

Il sorriso di Lidia Menapace non era un sorriso che si possa dimenticare facilmente e io, da quel giorno, era il 2002, forse il 2003, non me lo sono, infatti, mai scordato. Come non mi sono dimenticato la sua rassicurazione nella locanda in cui aveva dormito, dopo il lungo viaggio in treno che, già più che ottantenne, l'aveva portata da noi giovani universitari a Gorizia.

Avevamo organizzato in Via Alviano, proprio sul confine tra Gorizia e la Slovenia, presso il corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, un ciclo di incontri, finanziato dall'Università di Trieste, ateneo che frequentavamo.

L'iniziativa era portata avanti da due associazioni: quella da me presieduta, che era anche una rivista niente male e si chiamava "Europa Plurale" e un gruppo, guidato, tra le altre, da Chiara Marchetti, una sorta di collettivo ecologista, quasi del tutto femminile che si chiamava: "Terre offese". 

Un nome originale e debitore a due poesie: una, la più celebre, di Pablo Neruda, sulle violenze fasciste avvenute durante la guerra civile spagnola, l'altra, anch'essa molto bella, anticolonialista, del poeta e politico angolano Agostinho Nieto.

Il titolo della rassegna aveva un titolo per me bellissimo: "Negli occhi dell'altro" e si fregiava, nella locandina, anche di un'immagine d'autore di Tadej, giovane e talentuoso fotografo sloveno, che l'aveva scattata in Kenya, immortalando un montone e un giovane ragazzo che si guardavano negli occhi, testa su testa.

Lidia Brisca Menapace (1924-2020), novarese, trasferitasi a Bolzano, è stata staffetta partigiana, giornalista, scrittrice, insegnante, attivista, senatrice.

Lidia è giustamente considerata una figura importantissima del Novecento italiano: fu anche la prima assessora donna presso la Provincia di Bolzano, nel 1964, con la Democrazia Cristiana.

Fu anche protagonista, nel 1968, di un celebre divorzio con il partito di De Gasperi culminato con l'approdo nelle file della sinistra, prima il Pdup e, molto più tardi, anche Rifondazione Comunista, di cui è stata senatrice.

Nel luglio 1995, all'indomani della tragica morte di Alexander Langer, suo corregionale, Lidia Menapace ricordò, su Il Manifesto, l'amico sudtirolese, compagno di tante battaglie fin dagli anni sessanta. 

Il censimento etnico introdotto nella provincia di Bolzano, contro il quale Langer si era battuto, perdendo la possibilità di insegnare e di candidarsi alle elezioni, aveva contribuito a isolarlo all'interno del mondo politico e delle istituzioni.

Riprendo integralmente lo scritto di Lidia, nel suo abbraccio ad Alex, nel luglio di trentuno anni dopo quel tragico, maledetto albicocco di Pian dei Giullari, a Firenze.

Ho entrambi nel cuore, idealmente abbracciati e sorridenti.

Perchè anche il sorriso-rifugio di Alex, che non ho mai conosciuto direttamente, a detta di tanti, una volta incontrato, non si dimenticava mai...

Scriveva Lidia, con diversi aspetti che rimangono di più che assoluta attualità...

"Che vuole dirmi Alex Langer con  la sua morte così "ostentatamente" celebrata? Non sopporterei lo spreco del suo gesto. E allora ripercorro qualche memoria di un'amicizia intensa, affettuosa, calda, anche se saltuaria, fatta spesso solo di incontri nelle stazioni dei treni per raggiungere riunioni, dibattiti.

Ne ridevamo, l'unico luogo - ci si diceva - in cui potremmo darci appuntamento e ritrovarci sono le ferrovie. "Anzi" - mi raccontò l'ultima volta che l'ho visto vivo, in una gelida notte dello scorso inverno in arrivo ambedue a Bolzano: "ho avuto una visione di te, quest'estate a Firenze Campo Marte, alle due di notte: stavi su una panchina con due bambini addormentati che ti posavano la testa in grembo: sembravi la Madre Terra. Eri tu?"

"Quale madre terra?" avevo risposto io che amo l'understatement.

"Ero una prozia fradicia". Avevamo preso un tremendo acquazzone e ci stavamo asciugando nella calda notte in attesa di un treno per Bolzano, con un'ora di ritardo.

Era affannato, ma non lo si è mai visto calmo; sorridente, nonostante il dolore di una recente, piccola operazione di cui la ferita gli doleva, ma quando non riusciva a nascondere tutto sotto un preciso, forte, ironico sorriso?

Non sempre fu capito - nei gruppi del dissenso cattolico e poi nella "nebulosa" bolzanina del Sessantotto, e nelle successive scelte politiche - anche se fin da giovanissimo si imponeva per la ricchezza della cultura, la velocità dell'idea-azione, la straordinaria limpidezza etica.

La più parte dei fraintendimenti derivavano non solo dalle posizioni talora estreme, o dal celere ragionare, ma soprattutto da una grande capacità di previsione, non accompagnata da una pari attitudine al mediare.

Si può reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari, sciocchi, vani e pericolosissimi?

Mentre le mediocri biografie di personaggi per lo più meschini occupano colonne e colonne di giornali, voci e intrighi si svolgono intorno a qualsiasi vicenda, tutto è grigio e noioso?

E strumento del dibattito politico diventa il pitale che misura la gettata del piscio?

Intanto riprendono gli esperimenti nucleari, Francia e Germania entrano nella guerra balcanica, la guerra appare ai potenti del mondo la "soluzione finale" del problema dell'occupazione, guerra, violenza, sopraffazione sono del tutto legittimate.

Si può reggere? Si può, se si ha un contesto di amicizie e affetti, incombenze quotidiane, se si bada a molte cose impellenti e oneste nella loro modestia, come preparare pranzi, raccontare storie a bambini e bambine.

La vita quotidiana delle donne può sopportare la viltà dell'ora, la minaccia del futuro, lo ricorda anche Alex a Valeria.

Quando nel lasciarci ci dice di continuare a fare le cose giuste Alex vuol cercare di svegliarci, farci capire appunto le cose giuste e importanti, la pace e la guerra, la povertà dei continenti, la miseria delle ricche metropoli, l'ineguaglianza delle vite infantili destinate ai massacri, malattie, morte per fame o alla ferocia dei popoli avanzati.

Alex - avendo destinato intera la sua vita ad altri - non ha potuto reggere, come ci ha scritto prima di lasciarci: significa che dobbiamo ricostruire vite meno tese, isolate, derise, misconosciute, riscoprire rapporti, relazioni, legami, rispetti, forme decenti di colloquio e di parola.

Certamente alcuni fatti recenti lo debbono avere sconvolto, schiantato di un peso non sopportabile: i cancri del nazionalismo, i recinti etnici, lo scivolamento dei potenti verso la guerra, il silenzio dei popoli incattiviti e scontenti e tragicamente distratti.

Tutto ciò gli deve essere caduto addosso come una sconfitta definitiva, oltre la quale gli si prospettava solo una grigia sopravvivenza.

Voglio ricordare quella che fu forse la sua lotta più anticipatrice, causa di non indifferenti difficoltà personali, e anche il momento della massima solitudine, aspro isolamento, emarginazione, rifiuto.

Quando Spadolini, allora presidente del Consiglio, pensò che sarebbe passato alla storia come il risolutore della questione sudtirolese, se avesse introdotto - come da richiesta SVP malcontrastata - nel censimento la dichiarazione di appartenenza etnica, non anonima e numerica, da riportare all'anagrafe, Langer rifiutò, perdendo quasi la cittadinanza (non potè più insegnare al liceo tedesco di Bolzano, non potè mai candidarsi in elezioni locali).

Prevedeva che non solo era ingiusto inchiodare una persona a una dichiarazione di appartenenza etnica (poichè le etnie, essendo fatti culturali, possono mutare) era cosa cattiva non favorire incontri e mescolanze paritarie (una volta ricostituiti i sudtirolesi nella pienezza dei diritti conculcati sotto il fascismo), era iniquo violare l'anonimato del censimento (poichè questo significa appunto un limite al proprio potere che lo Sato si riconosce e rispetta, quello di non entrare nelle scelte individuali, nè di elencarle o registrarle nominativamente).

Sono quasi certa che questa è stata la goccia di troppo: l'albicocco nelle vicinanze della villa di Spadolini è troppo simbolico, per non essere stato voluto da uno così preciso, severo, come era Alex.

I pericoli ci sono e sono veri.

Che ci vuole infine ancora per bucare le nebbie dei nostri cervelli, il lardo delle nostre coscienze?" (Da "il manifesto", 6 luglio 1995).

Francesco Lauria

venerdì 24 luglio 2026

"L'AVVENTURA DELLA LETTURA" E UN SAPERE CHE: "ESISTE SOLO PER DARLO". FARE, ESSERE COMUNITA' NEL GIORNO DI SAN JACOPO

"Ogni uomo, con le sue azioni e con le sue omissioni è responsabile del destino dell'umanità".

E' una celebre frase di Dom Helder Camara, il "vescovo dei poveri e dei perseguitati", voce coraggiosa e profetica, nel Brasile sottoposto a una dittatura autoritaria e militare di estrema destra, di un Vangelo e di un grido laico di pace e di giustizia che ci ha indicato la strada della conversione e della nonviolenza.

Dom Helder, tra mille difficoltà, anche dovute ad ampi settori della Chiesa brasiliana e vaticana, cercò di tradurre in realtà, come scrive nella sua bella biografia Anselmo Palini, il sogno di un altro mondo possibile, basato non solo sulla giustizia e sulla pace, ma anche sulla fraternità, sognando e costruendo, frammento dopo frammento, una Chiesa aperta allo Spirito, povera e serva del Regno.

La frase del vescovo brasiliano mi ha fatto venire in mente l'incipit delle bellissime riflessioni del nuovo vescovo di Pistoia Augusto Mascagna in vista del giorno di San Jacopo che, soprattutto nella loro prima parte, ci paiono essere adatte sia a credenti che a non credenti (e d'altronde San Jacopo è, da sempre a Pistoia, sia una festa religiosa che civile).

Scrive il vescovo Augusto in occasione di questa giornata così importante per Pistoia che non si può ridurre solo a turismo e folclore:

"Lassù in alto, sulla facciata della Cattedrale, la statua di San Jacopo continua ad attirare la nostra attenzione con il suo mantello rosso e sembra dirci: «E tu? Verso dove cammini? Per chi sei disposto a dare la vita? Qual è la passione che ti smuove?».

Il vescovo ci racconta, poi, della passione di San Jacopo, della sua lotta con la morte.

Un pensiero di morte, sottoposto ad un'economia "che uccide", come avrebbe detto Papa Francesco o "disumana" come dice oggi Papa Leone.

Una realtà di dolore che, pensiamo a Gaza e a tutti i conflitti, scrive ancora il nostro vescovo: "uccide gli innocenti, sfrutta i deboli e i piccoli della Terra".

Vengono alla mente le parole e la testimonianza dolorosissima del cardinale Pizzaballa che recentemente, durante la consegna di un premio, non ha voluto parlare di sè, ma dei bambini di Gaza morsi, divorati dai topi nel nostro complice silenzio e del rischio dello scoppio di gravissime (e forse volute) epidemie.

Di che cosa abbiamo bisogno/desiderio oggi, nel giorno in cui ricordiamo e (per chi ci crede) celebriamo San Jacopo?

Io penso, sinceramente, che abbiamo, soprattuttto, bisogno di testimoni credibili.

Non di eroi perfetti, per carità, non di superuomini che pensano di poter risolvere, da soli, tutti i problemi, magari con l'uso della forza e dell'autoritarismo repressivo! Ma di uomini e donne che, sempre come ci ricorda il Vescovo Augusto. ci donino luce, fede (non per forza confessionale) e speranza.

Un dono, un "germoglio di vita" afferma ancora il vescovo Augusto che, partendo dai giovani, possa illuminare la "nostra Pistoia, ma anche il "mondo intero".

Sì, perchè non c'è contraddizione fra guardare alle proprie profonde radici (come nella festa religiosa e civile di San Jacopo), e il fermare il nostro sguardo sul mondo, a partire da chi è scartato, da chi non ha voce, ed è risucchiato da un pozzo nero di morte e di indifferenza.

Il vescovo ci parla di un'"occasione di speranza valida per tutti" e aggiunge: "noi".

Già, ma che cosa significa quel "noi"?

Dove è la comunità? Quali sono, se ci sono, i suoi confini? Quali sono le sue note, il suo spartito condiviso?

Forse più di confini, si può parlare di: "limiti".

Soprattutto per chi non vuole costruire comunità di esclusione, "maledette", ma positivamente "inoperose", "rispettose dei limiti e dei corpi", avrebbe scritto Jean Luc Nancy, e del pianeta, potremmo fagli eco oggi.

Abitare il limite, senza frantumarlo, senza ignorarlo ci dà anche il segno di una nuova responsabilità verso le giovani, ma soprattutto future generazioni: la prima conversione in direzione del futuro e della speranza, ce lo ha spiegato benissimo Papa Francesco nella "Laudato sì", e lo ricordiamo oggi, a ottocento anni dalla scomparsa terrena del santo di Assisi, è, infatti, quella ecologica.

Se quel noi è una comunità che non costruisce confini, ma si pone dei limiti, essa diviene un luogo, uno spazio, aperto e libero, coerente con il proprio nome.

Il termine "comunità" viene, infatti, da: "cum munus", lo abbiamo ricordato ieri a Pontepetri ad un evento organizzato dalle Acli provinciali di Pistoia sul lavoro povero e fragile, facendo anche memoria, nell'anniversario della sua scomparsa, di un dolce maestro, come è stato per tanti e per tante, l'ex Presidente Nazionale, proprio delle Acli, Giovanni Bianchi.

Il tutto in un luogo, come quello dell'Ecomuseo diffuso della montagna pistoiese che fa memoria della fatica dell'uomo, ma anche del suo rapporto con l'ambiente e l'innovazione produttiva, a partire da un'area interna, a sua volta debole, fragile, apparentemente periferica.

Com munus, ci parla anche di un vuoto, meglio di uno spazio.

Uno spazio o, come afferma il vescovo Augusto in occasione di San Jacopo: "un'occasione di speranza".

Non, però, la speranza, un po' rituale e stantia di un solo giorno, ma un: "tempo opportuno", un kairos che sappia unire e, come ha detto benissimo in un intervista al Quotidiano Nazionale, l'attuale Presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, sappia curare le ferite, nel lavoro e nel territorio.

San Jacopo, al di là di una lettura confessionale, rappresenta quindi, lo ripeto un'"occasione di speranza" per, cito ancora il vescovo di Pistoia: "continuare a credere".

Credere, in primis, nella fratellanza e nella sorellanza, proprio come fece, con un coraggio incredibile, dom Helder Camara nel Brasile della dittatura e della repressione; credere ostinatamente, nei furiosi anni Venti del Duemila: "in un amore capace di affrontare anche la morte".

Quest'anno il palio della Giostra dell'Orso, dipinto dall'artista Paola Imposimato, interpreta il tema: "la lettura è un'avventura".

Pistoia affronta il 2026, un anno di significativi cambiamenti nel potere civile e religioso della città, come capitale italiana del libro.

Nel pensare ai giovani e alla lettura (che ovviamente non riguarda solo loro) si potrebbe trasformare la domanda iniziale del vescovo Augusto e chiedere agli studenti (ma, perchè no, anche ai docenti e ai presidi), di Pistoia e non solo:

“Perché andate a scuola?”

Sarebbe bello poter rispondere con convinzione: “Per essere liberi di scegliere il nostro futuro, per inseguire e realizzare i nostri sogni, per sapere di esserci e di esistere.”

Certo, a leggere certe indicazioni del Ministro dell'Istruzione (e del merito...) Valditara, si potrebbe pensare altro; dipingere e giudicare la scuola con un certo disprezzo; percepirla come un mondo di regole e imposizioni dove, per citare Michel Focault, autore assolutamente indigesto all'attuale Ministro: non discutere più di tanto delle "parole e le cose", ma soprattutto: "sorvegliare e punire".

Come afferma il professor Alessandro D’Avenia, la scuola, un po' come la città, un po' come la cattedrale, invece, è un luogo bello, in cui si incontra ciò che non muore nel mondo, ciò che è vivo.

Come è stato affermato in occasione  del centenario del liceo classico di Bressanone: "È a scuola che possiamo comprendere come essere veramente vivi e fare altrettanta vita. La scuola diventa così il tempo della scoperta di ciò che ci ispira e ci muove: la passione che trasforma il dovere in desiderio."

La scuola, (ma anche la città, la comunità) non deve quindi avere la pretesa di trasmettere sé stessa, ma di realizzare sé stessa, facendo in modo che lo studente (ma anche i docenti, i presidi, i gentitori, il personale non docente...) sia in grado di diventare a sua volta soggetto di un nuovo processo educativo e quindi forza generativa.

La scuola è bella perché si dedica, citando Socrate, alle “cose degne di amore” (le virtù, la conoscenza, la saggezza) cioè a quelle cose che danno vita alla vita, le danno un senso.

Ma come si connettono, al di là della crescita personale, individuale, la scuola, la lettura alla città/comunità inclusiva e al mondo?

Don Lorenzo Milani, che, insieme ai suoi ragazzi ci ha regalato il bellissimo mosaico, conservato a Barbiana, del "santo scolaro", affermava, con la sua consueta e sapiente radicalità: “il sapere serve solo per darlo”.

Questa frase racchiude l’essenza più autentica dell’educazione: la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà, profezia, innovazione e futuro.

Voglio ricordare un passaggio dell’introduzione alla terza edizione del mio volume: “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana. Don Milani e il mondo del lavoro”, che riprende il discorso svolto dal cantautore e romanziere italo-albanese Ermal Meta, pronunciato a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:

“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale.  

Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione di conoscere me stesso, di imparare. 

Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) 

C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è. 

La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) 

Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. 

Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. 

Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.

Torniamo, anche grazie ad Ermal Meta, alla frase iniziale di Dom Helder Camara, ma anche alle domande opportune, nel giorno di San Jacopo, del vescovo Augusto, a Pistoia.

E non è un caso che un grande passista di montagna come il nostro nuovo vescovo ci chieda e si chieda: "Tu dove cammini? Verso dove? Con chi? Quale l'orizzonte e il percorso del tuo viaggio, qual è la tua meta?"

Mettendo da parte le polemiche, magari solo per un giorno, in questo importante giorno, non dobbiamo iniziare a domandare all'altro/a, ma partire da noi stessi (ma quanto è opportuno discutere senza conformismi, confrontarsi apertamente, creare anche un conflitto generativo!) 

Abbiamo di fronte a noi, nel tempo e nello spazio, testimoni che non dobbiamo pensare lontani o irraggiungibili.

In ognuno/a di noi, infatti, sembra dirci dall'alto e nel suo cammino San Jacopo, c'è un frammento di infinito.

E sapere, un po' come l'avventura di leggere, è proprio un verbo che, ascoltando don Lorenzo Milani, si coniuga in due modi: "insieme e all'infinito".

Rimanendo consapevoli anche che, come affermava ancora Don Lorenzo, in consonanza con dom Helder Camara: "ciascuno/a è responsabile di tutto".

San Jacopo veglia su di noi e ci sono molti modi di credere e di giungere alla verità.

Oggi, 25 luglio, non limitiamoci a guardare i nostri piccoli passi, inciampando.

E' più sicuro e saggio ammirare il cielo, stupirsi e lasciarsi abbandonare alla passione dell'infinito: occasione, spazio, orizzonte di senso e  di comunità, preghiera di una Speranza condivisa e rispettosa di ogni diversità e ogni credo.

Di ogni musica, di ogni strumento, di ogni nota. 

Camminando, insieme, e senza lasciare nessuno/a indietro, nella "convivialità delle differenze"

Francesco Lauria

mercoledì 22 luglio 2026

CRESCITA DEI SALARI E LOTTA AL LAVORO POVERO: IN ITALIA NEMMENO SI PARTECIPA. DOMANI ALLE 18 INCONTRO ACLI A PONTEPETRI.

Domani le Acli di Pistoia svolgeranno quello che, ormai, è, tradizionalmente, il loro appuntamento annuale più importante a livello provinciale.

Prima della pausa estiva, infatti, a Pontepetri, nella montagna pistoiese, si svolge, ormai di consueto, un incontro con un rappresentante nazionale dell'associazione: l'anno scorso era stato presentato il libro del Presidente Nazionale Emiliano Manfredonia: "L'armonia degli sguardi" (qui la mia recensione della pubblicazione per il Diario del lavoro: https://www.ildiariodellavoro.it/larmonia-degli-sguardi-di-emiliano-manfredonia-edizioni-san-paolo/ ).

Quest'anno verrà, invece, presentato il rapporto annuale dell'Istituto delle Acli, l'Iref, sui redditi da lavoro dipendente, con un approfondimento interessante e opportuno su lavoro e aree interne.

Sono contento che le Acli di Pistoia abbiano colto il mio suggerimento di valorizzare il lavoro di ricerca dell'Iref e che a presentare i contenuti del rapporto saranno presenti domani a Pontepetri alle ore 18: Gianfranco Zucca, direttore dell'Iref e Raffaella Dispenza, vice presidente nazionale vicario delle Acli, con delega al lavoro.

Il titolo che abbiamo scelto per l'evento, insieme a Raffaella è stato, infatti, questo: "tutelare il lavoro, rigenerare territori e comunità".

Per chi volesse approfondire i temi e i dati che l'Iref ogni anno affronta nel suo rapporto, con particolare attenzione al c.d. "lavoro povero", è disponibile la chiacchierata che io, Carmine Marmo e Stefano Gregnanin abbiamo svolto con Gianfranco Zucca, tre mesi fa, sul canale Youtube: "Il buon lavoro", questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=lACWXZyiC5k&t=288s

Chi volesse, invece, prepararsi all'incontro e leggere l'intero Rapporto Iref di quest'anno, intitolato: "Un'Italia stabilmente fragile", lo trova qui: https://static.acli.it/wp-content/uploads/2026/04/acli-ReportPRA2026-4.pdf

Ma, in sintesi, quali sono i dati politicamente più rilevanti del rapporto Iref-Acli, che viene realizzato ogni anno estrapolando migliaia e migliaia di dati enucleati dalle dichiarazioni dei redditi presentate presso gli sportelli Caf Acli?

Il rapporto evidenzia una situazione di stagnazione economica e sociale. 

Tra il 2020 e il 2025, ad esempio, il 51% dei lavoratori non ha recuperato l'inflazione, perdendo il 18% del potere d'acquisto. 

Manca, inoltre, la mobilità sociale: il 66,1% di chi nel 2020 era nella fascia più bassa di reddito, vi è rimasto nel 2025.

I dati chiave del Report IREF ci raccontano la perdita di potere d'acquisto dei salari italiani: nonostante l'aumento delle ore lavorate, oltre la metà dei lavoratori ha visto erodere il proprio salario reale.

Non solo: due terzi dei lavoratori a basso reddito risultano "intrappolati" nella stessa fascia economica dopo sei anni.

Una delle caratteristiche più importanti del rapporto è il c.d. fenomeno del "multi-lavoro": il 23% dei lavoratori ha più di un datore di lavoro, ma guadagna comunque meno di chi ha un impiego stabile con un solo datore.

Il rapporto Iref parla quindi di: "intreccio delle fragilità": a un lavoro che non garantisce sicurezza economica si sommano il peso insostenibile dei costi per l'abitare e le mancate opportunità di formazione per le famiglie.

Recentissimamente, a confermare in pieno i dati e le elaborazioni del Rapporto Iref è stato un Ente del tutto autonomo, l'Ufficio Parlamentare di Bilancio, che ha rilevato, per i redditi da lavoro dipendente, un declino di lungo periodo, chiaramente frutto di scelte sbagliate, sulle quali, però, a quanto pare, si insiste.

Il declino salariale è un dato conclamato. Lo hanno evidenziato da almeno dieci anni ricerche e istituzioni neutrali (non il Cnel), dalla Bce e dalla Banca d’Italia all’Ocse e all’Istat e all’Inps. 

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio ci ricorda, nella sua ricerca, che, in Italia, le retribuzioni sono tornate indietro (meno 1,6 per cento in termini reali dal 1990), mentre in tutti i principali paesi esteri sono cresciute.

Quest’ultima approfondita ricerca (che si può scaricare a questo link: https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/07/Nota-1_2026.pdf) ha un significato politico più preciso, perché il suo compito era:analizzare il ruolo dell’Irpef nel determinare la dinamica delle retribuzioni nette e l’evoluzione della capacità redistributiva dell’imposta nell’ambito dei redditi da lavoro dipendente nel periodo 1990-2026, caratterizzato da una crescente polarizzazione delle retribuzioni lorde e da riforme che hanno alleviato il carico fiscale sulla parte medio-bassa della distribuzione“. 

In poche parole, come giustamente rilevato dal blog: "Il9marzo.it" bisognava capire se l’alleggerimento fiscale – strategia seguita ma molti governi di vario orientamento, e ora anche dell’attuale – sia servito a controbilanciare la perdita della retribuzione. 

La risposta è no; anche perché, come ha scritto Gianni Trovati sul Sole 24 Ore, “non è questo il mestiere delle imposte“.

Incredibilmente, il giornale della Confindustria ha le idee più chiare di molti sindacati: per aumentare i redditi dei lavoratori dipendenti l’alleggerimento fiscale non è una soluzione strutturale. 

Se ne deduce, quindi, che l’unica risposta vera può essere una politica salariale espansiva, secondo modalità realistiche, ma anche reali e non solo simboliche.

Quest'ultima ricerca, proprio perché incrocia l’analisi sulle retribuzioni con quella sul fisco, aggiunge un elemento ulteriore al quadro già noto, cioè il fatto che la diseguaglianza cresce anche fra i lavoratori e le lavoratrici dipendenti. 

Chi guadagna di più e ha un prelievo più alto (percentile 90) ha comunque registrato un aumento della retribuzione di poco superiore all’inflazione (più 3,3%; anche se molto indietro alla crescita del Pil); tutti gli altri hanno perso, mentre chi è crollato è il percentile più basso: meno 40,8 per cento in termini reali.

In pratica, il lavoro nel suo complesso ha capitolato sulla partita della distribuzione della ricchezza nazionale, ma anche quel poco ottenuto dal mondo del lavoro è stato redistribuito verso l’alto anziché verso il basso.

Ci sarebbe molto da riflettere per le confederazioni sindacali, governate, di fatto, dalle potenti Federazioni dei Pensionati, portate naturalmente a interessarsi più del fisco e del welfare che delle buste paga (e, sempre come nota il blog il9marzo.it, si rifiuta, spesso, contemporaneamente il salario minimo, che ai pensionati non interessa per definizione). 

All’estero le vere politiche contrattuali le fanno, invece, le federazioni sindacali di categoria, con un ruolo di eventuale correttivo, ma comunque subordinato per le azioni politiche confederali.

I sindacati dei pensionati in tutta Europa, laddove esistono, contano politicamente molto meno, e tutti/e, almeno sembrano, stare meglio. 

I più deboli sono, infatti, tutelati dal salario minimo, non con uno strumento inadeguato allo scopo come il fisco.

Siamo costretti a invidiare la Spagna, che, in questi giorni, ha più caldo di noi e i cui salari crescono poco (più 12,9% contro il 35% della media Ocse) ma che almeno  ha festeggiato la vittoria nella Coppa del mondo di calcio.

Noi italiani, invece, un po' come per la crescita dei salari, al campionato non abbiamo nemmeno partecipato, non ci qualifichiamo proprio e non da oggi.

Materiale per discutere domani a Pontepetri, mi pare, ce ne sia parecchio...

Partecipate!

Ricapitolando:

📆Venerdì 24 Luglio 2026
⏰ Ore 18
📍Museo del Ferro dell'Ecomuseo della Montagna Pistoiese

Al termine ci sarà la cena presso lo stand gastronomico della Pro Loco Pontepetri.

Francesco Lauria

GEMELLAGGIO PISTOIA-GERICO: UN PRIMO PASSO NEL SEGNO DI NONVIOLENZA, CONVIVENZA E SOLIDARIETA' DI FRONTE AL GENOCIDIO. QUALI RISORSE?

Scrivo queste note, non potendo essere presente oggi (sono a Roma per lavoro) all'incontro promosso presso il Comune di Pistoia in vista dell'auspicabile e importante gemellaggio tra Pistoia e la città di Gerico.

Una città, come è noto, governata dall'Autorità Nazionale Palestinese, con un sindaco, Salem Ghrouf che, proprio come quello di Pistoia, rimarrà in carica dal 2026 al 2030.

Va ricordato che, nove mesi fa,  con un'altra amministrazione, la città di Gerico ha firmato il gemellaggio con il Comune di Bergamo.

La popolazione di Gerico è integralmente palestinese con circa 20.000 musulmani e una piccola comunità cristiana di circa 500 unità.

Questa città che è anche patrimonio culturale dell'Unesco, una delle più antiche abitate del pianeta, ha molto da dirci e rappresenta sicuramente una scelta più che opportuna di impegno e responsabilità di fronte al genocidio del popolo palestinese perpetrato a Gaza e, potenzialmente, anche in Cisgiordania, dal governo israeliano.

Aggiungo un elemento che, spero, Pistoia possa fare proprio, ricordando Giuseppe Gozzini, recluta che, il 13 novembre 1962, presso il Car della città, si rifiutò di indossare la divisa dell'esercito, venendo poi trasferito nel manicomio militare.

Gozzini non fu il primo obiettore di coscienza in assoluto (si pensi a Pietro Pinna o ai testimoni di Geova), ma il suo gesto rappresentò, all'inizio degli anni Sessanta, un vero e proprio spartiacque a livello nazionale, anche nel fermento cattolico nel clima legato al Concilio Vaticano II.

In coerenza con questa storia e approvando senza alcuna riserva il gemellaggio con la città palestinese di Gerico, sottolineo quanto sia importante che si operi anche al fine di sostenere i militanti e le militanti nonviolenti/e e pacifisti palestinesi e israeliani.

Vanno sostenute, soprattutto, le azioni congiunte di disobbedienza civile, verso la logica della creazione del nemico e della istituzionalizzazione permanente del conflitto.

Riporto una storica lettera, pubblicata il 21 settembre 2003, vigilia di Rosh Hashan, capodanno ebraico, firmata da ventisette militari israeliani e ripresa nel bellissimo libro a cura di Marco Deriu e dell'Associazione Maschile Plurale: "Disonoriamo la guerra. Percorsi e proposte per una maschilità di pace".

La lettera è stata ripresa anche in occasione delle Letture di Pace che si svolgono ogni due lunedì a Pistoia.

"(...) Noi che siamo stati educati ad amare lo Stato d'Israele, noi che siamo cresciuti nell'Idf e viviamo l'aviazione come una scelta importante, ci rifiutiamo di partecipare ad attacchi aerei sulla popolazione civile. Definiamo queste azioni illegali e immorali, oltre che la diretta conseguenza di un'occupazione che è causa di corruzione morale per la stessa società israeliana".

Si chiedeva, nel 1991, quindi in una fase storica sicuramente più aperta alla speranza e al dialogo rispetto a quell odierna, il grande pacifista sudtirolese Alexander Langer:

"Come sarà la società israeliana di oggi e di domani, se una grande parte degli adulti (uomini e donne) che si incontrano - anche a congressi scientifici o a manifestazioni artistiche - è stato in servizio in un esercito di occupazione, ha perquisito case, arrestato persone, forse sparato o minacciato con armi, o interrogato spietatamente?"

Ovviamente l'azione di sostegno alle iniziative congiunte dei pacifisti e dei nonviolenti israeliani e palestinesi non può non tenere conto di quanto, già nel giugno del 1992, lo stesso Langer affermò al Parlamento Europeo, come hanno, recentemente riportato in un prezioso saggio su come lui stesso abbia affrontato la questione palestinesi i docenti universitari Maria Chiara Rioli e Lorenzo Banducci:

"(...) Bisogna dire che ogni giorno che passa, la parte palestinese diventa più debole. A questo punto estremisti, come noi chiamiamo i fondamentalisti, ostacolano in ogni modo questo processo con le loro iniziative violente che seminano odio e incomprensione. Quando parlo di estremisti o fondamentalisti intendo riferirmi ai gruppi, alle forze politiche, che pretendono di togliere e usurpare i diritti degli altri, terrorizzandoli e tentando di cacciarli via. Credo che gli estremisti e i fondamentalisti siano tanto più pericolosi quando hanno dietro di sè uno Stato. Questo vale tanto che lo Stato si chiami Iran o Israele."

Infine, le risorse.

Il bando della Commissione Europea per i gemellaggi fra città — denominato CERV-2026-CITIZENS-TOWN-TT (Town Twinning) e inserito nel programma Cittadini, Uguaglianza, Diritti e Valori (CERV)scade il 23 settembre 2026 alle ore 17:00 (ora di Bruxelles).

Il bando mira a promuovere gli scambi interculturali tra cittadini europei, rafforzare la partecipazione democratica a livello locale e stimolare la consapevolezza dei valori e della storia comuni dell'Unione Europea.
Qui di seguito le specifiche tecniche, appurato che SOLO UNO dei comuni del gemellaggio debba essere situato all'interno dell'Unione Europea.
Suggerisco di cogliere l'opportunità anche se, ovviamente, questo solo finanziamento risulterebbe insufficiente.
Ma costituirebbe un buon primo inizio.
Francesco Lauria
💰 Risorse e Finanziamento
  • Budget totale: La Commissione Europea mette a disposizione 6 milioni di euro complessivi.
  • Importo per progetto: Il contributo europeo è compreso tra un minimo di 8.455 € e un massimo di 50.745 €.
  • Modalità di erogazione: Il finanziamento avviene in modalità lump sum (somma forfettaria). Non è richiesta una rendicontazione analitica delle singole spese, ma il pagamento è vincolato al raggiungimento effettivo dei risultati e del numero di partecipanti concordati. 
👥 Chi può partecipare (Beneficiari ammissibili)
Possono presentare la candidatura enti pubblici o organizzazioni non profit formalmente costituiti in uno dei Paesi ammissibili al programma CERV:
  • Comuni e municipalità.
  • Comitati di gemellaggio.
  • Autorità locali e regionali, o associazioni che le rappresentano.
📋 Requisiti chiave del progetto
  • Transnazionalità: Il progetto deve coinvolgere comuni di almeno due Paesi ammissibili, di cui almeno uno deve essere uno Stato membro dell'Unione Europea. 
  • Numero minimo di partecipanti: Gli eventi organizzati devono prevedere un minimo di 50 partecipanti diretti, inclusi almeno 25 partecipanti internazionali invitati (provenienti dal comune partner). 
  • Durata: I progetti devono avere una durata flessibile compresa tra i 6 e i 12 mesi.
  • Attività finanziabili: Organizzazione di seminari, workshop, conferenze, festival culturali, dibattiti pubblici e campagne di sensibilizzazione sui temi dell'integrazione e dei diritti dell'UE.
🗓️ Tempistiche e scadenze successive
La gestione della call segue un calendario indicativo ben definito:
  1. Presentazione delle domande: Entro il 23 settembre 2026 tramite il Funding & Tenders Portal della Commissione Europea.
  2. Valutazione: Tra ottobre 2026 e febbraio 2027.
  3. Comunicazione dei risultati: Marzo 2027.
  4. Firma del contratto (Grant Agreement): Giugno 2027