Agosto, per chi ha sensibilità al tema, è tradizionalmente il mese della mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri.
Ce lo ha insegnato per decenni Marco Pannella che sceglieva, emblematicamente, la data del 15 del mese, il più festivo dei giorni festivi, per realizzare, insieme ai radicali, le proverbiali visite di denuncia nei penitenziari di tutta Italia.
Le Unioni delle Camere Penali, da tempi più recenti, organizzano un'iniziativa intitolata "Ristretti in Agosto", nell'ambito della quale, meno di una decina di giorni fa, anche il nuovo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi ha visitato, accompagnato dall'Assessore al sociale Giannessi (Sandro) la casa circondariale posta ai margini del centro della città toscana.
Oltre alle iniziative dei radicali (orfani di Pannella) e delle Unioni delle Camere Penali i giorni scorsi sono stati caratterizzati anche dall'impegno delle ACLI sul tema.
Le ACLI sono peraltro tra le fondatrici della coalizione Alleanza per l'Articolo 27, nata per chiedere il rispetto della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. La mobilitazione dell'associazione presieduta a livello nazionale dal pisano Emiliano Manfredonia, ha realizzato ispezioni in 37 istituti penitenziari italiani, rilevando picchi di sovraffollamento fino al 250%.
Nell'ambito della loro attività per le carceri le associazione cattolica ha denunciato l'emergenza caldo nei mesi estivi, con frequente invivibilità delle celle ad agosto, la mancanza di ventilatori, frigoriferi e spazi protetti dal sole, con temperature insostenibili e celle dotate persino di letti a tre piani.
Un tema specifico è quello legato alla gestione dei detenuti con dipendenze anche rispetto alle modifiche al Testo unico sugli stupefacenti.
Se lo strumento della detenzione domiciliare per i percorsi di recupero risulta per le ACLI positivo, come spesso accade nelle carceri italiane (e Pistoia non fa eccezione...) risultano però mancare adeguate risorse e personale sufficiente.
Con una corretta e innovativa visione del futuro le ACLI si sono poi dotate, negli ultimi anni, anche di un Dipartimento per la promozione dello strumento della "giustizia riparativa".
Tornando a Pistoia, so che, per una volta, deluderò qualcuno/a, ma, in questo caso non ho (almeno rispetto a Giovanni Capecchi) alcuna critica da fare: il neosindaco di Pistoia ha toccato tutti i temi più importanti e ha fatto sentire opportunamente la propria voce, prendendosi anche qualche impegno concreto per il futuro.
D'altronde il sindaco di un comune capoluogo sul carcere ha influenza e poteri, ne parlerò più avanti.
I problemi del penitenziario cittadino non sono certo paragonabili a quelli, più che enormi, del carcere fiorentino di Sollicciano o di quello di Prato, ma anche nel penitenziario di Pistoia (che, va ricordato, è una casa circondariale maschile con detenuti in attesa di giudizio o, comunque condannati a pene non superiori a cinque anni) le criticità non mancano.
La frase con cui i giornali cittadini hanno sintetizzato la visita di Capecchi al carcere della città centra i due problemi principali (che non sono gli unici): "Sovrannumero e poco personale".
In occasione della visita del sindaco si è fatto sentire (finalmente...?) anche il Garante dei Detenuti di Pistoia, l'avvocato Tommaso Sannini che, insieme alla Camera Penale di Pistoia, ha dichiarato: "la situazione che abbiamo trovato è decisamente peggiorata rispetto a quella degli anni scorsi, a causa del sovrannumero dei detenuti: 85 al posto dei 63 che la struttura sarebbe destinata ad accogliere".
Il sovraffollamento non è l'unico problema: il personale amministrativo e di polizia penitenziaria è sotto organico, e ciò contribuisce a rendere ancora più difficoltosa la vita all’interno della casa circondariale. Su un organico di circa quaranta agenti, ne mancano, infatti, all’appello circa una decina.
Nel carcere di Pistoia opera da anni con incisività ed impegno l'associazione Il Delfino, presieduta da Anna Chiara Corsi.
Quattro le principali attività promosse da Il Delfino: i colloqui con i detenuti, le attività ludiche, la lettura dei quotidiani e la Messa, officiata dal cappuccino Padre Alfredo Paladini.
Oltre a sovraffollamento e mancanza di personale, il carcere di Pistoia risulta piuttosto debole sia nelle attività di studio (è possibile conseguire solo il diploma di scuola media inferiore) che di reinserimento al lavoro, svolte senza il supporto di realtà associative e sussidiarie.
Ridotte anche le possibilità di formazione professionale, come il conseguimento dell'abilitazione HCCP, funzionale al coinvolgimento dei detenuti nella preparazione dei pasti nella cucina del carcere che sembra risentire, a detta dei detenuti stessi, di una qualità bassissima delle materie prime.
Rispetto agli oltre ottanta detenuti (molti in attesa di giudizio) gli immigrati oscillano tra il 35 ed il 40% con provenienze principalmente da Tunisia, Marocco, Albania e Romania.
Un altro aspetto problematico, pur in presenza di una biblioteca del carcere dignitosa, è la totale mancanza di interlocuzione/collaborazione con la Biblioteca San Giorgio che, invece, era attiva in passato, con la possibilità per i detenuti di usufruire, con un servizio dedicato, del prestito bibliotecario.
Un altro tema problematico piuttosto singolare, è il costo davvero ingiustificato delle telefonate per i detenuti, in Italia e all'estero, con i carcerati pistoiesi costretti ad acquistare obbligatoriamente delle "schede telefoniche" stile anni Ottanta, dai prezzi del tutto "fuori mercato".
Non semplici, infine, le attività sportive, dopo la chiusura, anche per giustificati motivi di sicurezza, della palestra interna.
"La misura civica e morale di una comunità – ha sottolineato il Sindaco Giovanni Capecchi, ripreso dai quotidiani cittadini – si riconosce soprattutto dalla capacità di guardare a chi vive nei luoghi più complessi ed esposti alla sofferenza. La Casa Circondariale è parte integrante del nostro tessuto cittadino e non può essere considerata un mondo a parte o isolato dalla città. Oggi più che mai - ha ribadito giustamente il sindaco - abbiamo il dovere di riaffermare tre principi fondamentali: l’ascolto autentico, il rispetto della dignità della persona e l’umanità verso tutte e tutti".
A margine dell’incontro in carcere - si legge su La Nazione - i rappresentanti della Camera Penale di Pistoia e dell’amministrazione comunale hanno quindi ribadito come la funzione costituzionale della pena debba sempre tendere alla rieducazione, al reinserimento sociale e al rispetto dei diritti fondamentali della persona, garantendo al contempo condizioni lavorative adeguate e dignitose per tutto il personale penitenziario.
Tutto questo, da verificare nella sua concretezza, ha un valore particolarmente significativo nel contesto attuale in cui viviamo.
Ha colpito e sconcertato, qualche giorno fa, una nuova dichiarazione davvero improvvida di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, passata un paio di anni fa da Forza Italia a Fratelli d'Italia.
Di fronte all'impegno di un deputato di Forza Italia, Tommaso Calderone e, più in generale, del partito azzurro per l'avvio di un'indagine conoscitiva sulle condizioni delle carceri italiane, Bartolozzi ha sventuratamente tacciato la meritoria iniziativa come: "populista" e: "degna di un partito di opposizione".
L'ex magistrata si è sostanzialmente autoassolta ed ha autoassolto anche il Ministro Carlo Nordio, lasciando incredibilmente capire, con la sua consueta arroganza, che occuparsi della situazione dei detenuti nelle carceri italiane sia un'attività sostanzialmente da demandare alla sinistra.
Niente di nuovo, per carità, è noto che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove sia stato al centro di durissime polemiche politiche e istituzionali a causa di alcune dichiarazioni sui detenuti, in particolare per aver affermato di provare: un'"intima gioia" nel non far respirare chi sta dietro i vetri oscurati delle auto della Polizia Penitenziaria.
Ad aggravare un contesto generale così complesso, complicato anche dai famigerati, repressivi e ripetuti c.d. "decreti sicurezza" si sono verificati, pochi giorni fa, i fatti del carcere di Porto Azzurro (Livorno).
In un luogo storico come Porto Azzurro, di cui parlerò più avanti, circa trenta detenuti sarebbero stati coinvolti in una violenta colluttazione in un reparto "aperto" del carcere.
La fonte è un sindacato di polizia tendenzialmente di destra, il Sappe che ha denunciato che: "per riportare la situazione sotto controllo è stato necessario l'intervento massiccio della polizia penitenziaria, compreso personale libero dal servizio e alcuni detenuti sono rimasti feriti in modo non grave. Dai controlli sono stati rinvenuti oggetti non consentiti e potenzialmente utilizzabili come strumenti atti ad offendere".
Certamente, nel 2026, i problemi nel carcere di Porto Azzurro, così come in altre carceri toscane (Pistoia compreso), come già detto, non mancano.
Quello che colpisce e preoccupa tantissimo è la dichiarazione di Donato Capece, segretario generale del Sappe che si è scagliato contro la storia di Porto Azzurro, carcere che ha, da oltre quarant'anni, un modello di detenzione appunto a: "porte aperte" (non è un paradosso).
Capece ha dichiarato battagliero alla Nazione di Livorno, supportato dal suo segretario generale toscano Oliviero:
"Il modello detentivo a porte aperte non può diventare un dogma ideologico da applicare indipendentemente dalle condizioni concrete dell'istituto e dalla tipologia dei detenuti presenti. Porto Azzurro non può essere trattato come un contenitore nel quale trasferire indiscriminatamente detenuti provenienti dagli istituti circondariali senza una seria valutazione della compatibilità con la struttura, con il modello organizzativo e con le effettive capacità gestionali. La composizione della popolazione detenuta incide direttamente sulla sicurezza".
Anche Pasquale Amato, dirigente Sappe di Porto Azzurro, ha sottolineato: "non possiamo continuare a chiedere ai poliziotti penitenziari di fare miracoli. Il personale è stanco, sottoposto quotidianamente a una pressione enorme e costretto a gestire situazioni sempre più complesse."
Fin qui osservazioni condivisibili, ma poi parte, grave, l'attacco politico sul tema della rieducazione della pena e dell'apertura del carcere all'esterno:
"Se l'Amministrazione ritiene che il modello a porte aperte sia ancora sostenibile, deve garantire concretamente tutte le condizioni organizzative e di sicurezza necessarie. Altrimenti deve avere il coraggio di modificarlo".
Leggere di questa situazione nel carcere dell'Isola d'Elba, mi ha fatto tornare bambino, all'agosto 1987.
Avevo da un mese compiuto otto anni, ma la rivolta del carcere di Porto Azzurro me la ricordo benissimo, perchè colpì profondamente proprio il mio immaginario di bambino.
La rivolta iniziò il 25 agosto 1987 e durò sette giorni. Nato inizialmente come un tentativo di evasione da parte di un gruppo di ergastolani guidato da Mario Tuti e Mario Ubaldo Rossi, l'evento si trasformò nel sequestro di 33 ostaggi (tra guardie e civili).
I rivoltosi chiesero addirittura un elicottero per fuggire ("partito dell'elicottero"), ma lo Stato scelse la linea della fermezza.
I negoziati durarono una settimana e videro l'intervento di garanti esterni e mediatori (tra cui Ernesto Olivero del Sermig).
Un ruolo chiave nella risoluzione pacifica fu giocato dalle garanzie legate all'applicazione della neonata legge Gozzini sull'ordinamento penitenziario.
La crisi si concluse senza spargimenti di sangue, con la liberazione di tutti gli ostaggi e la resa dei detenuti.
Tutto ciò avvenne per un preciso motivo.
Nell'agosto del 1987 la Casa di Reclusione di Porto Azzurro era considerata un vero e proprio modello all'avanguardia per le politiche di trattamento e riabilitazione dei detenuti.
Il carcere dell'Isola d'Elba si distingueva nel panorama penitenziario italiano per l'applicazione avanzata dei principi di reinserimento sociale.
Il primato qualitativo della struttura prima della rivolta del 25 agosto 1987 si basava su alcuni pilastri specifici:
-attività riabilitative: i detenuti erano attivamente coinvolti in svariati programmi ricreativi, culturali, artistici e lavorativi volto al loro reinserimento;
- clima disteso: l'istituto offriva un ambiente sereno e un rapporto insolitamente collaborativo e aperto tra la polizia penitenziaria (allora agenti di custodia) e la popolazione carceraria;
- apertura verso l'esterno: la direzione promuoveva la cooperazione con la comunità locale dell'isola per scongiurare l'isolamento sociale dei reclusi.
Tutto ciò ebbe un impatto decisivo sulla rivolta: l'approccio progressista e "illuminato" emerse chiaramente proprio durante i drammatici sette giorni del sequestro guidato dal terrorista nero Mario Tuti.
La stragrande maggioranza dei detenuti rifiutò di associarsi alla rivolta armata e scelse di prendere le distanze dai sei sequestratori.
Molti di loro si rinchiusero spontaneamente nelle proprie celle proprio per tutelare quel modello di reclusione e non perdere i diritti e il clima di fiducia conquistati fino a quel momento.
La gestione pacifica della
crisi permise in seguito di salvaguardare i decreti della recente Legge Gozzini
(varata nel 1986), che molti settori politici dell'epoca avrebbero voluto revocare
in risposta al sequestro.
Porto Azzurro, allora come oggi, senza nascondere i problemi che ci sono, anche in barba alla dottoressa Bartolozzi, ci insegna molto.
La sua storia deve, auspicabilmente, arrivare fino a Firenze, Prato e, nel piccolo, anche a Pistoia.
Una Pistoia che si appresta all'importante nomina di un nuovo Garante dei detenuti, dopo il non entusiasmante nè incisivo, mandato dell'avvocato Sannini.
Non può essere dimenticato (anche se a Pistoia ci si dimentica tutto...) che, dopo la positiva esperienza come Garante dei detenuti dell'avvocato penalista Antonio Sammartino, durata dal 2012 al 2015, questa importante figura sia rimasta vacante a Pistoia, incredibilmente, per sette lunghi anni.
Si è dovuti arrivare sino al 2022, con gravi responsabilità condivise sia nel centrosinistra (amministrazione Bertinelli) che nel centrodestra (doppie, visti gli anni passati senza decisioni da parte dell'amministrazione Tomasi).
Su questo punto Giovanni Capecchi, che ha il diritto/dovere, sancito dal regolamento comunale, di nominare direttamente un nuovo Garante, deve essere tempestivo ed incisivo e non può, non deve fermarsi ad atti e gesti di immagine, simbolici.
Un Garante efficace, presente, inclusivo, coraggioso, competente, supportato non può risolvere tutti i problemi, ma rappresenta un punto di partenza importante.
Non si tratta, infatti, solo di "fare".
Occorre, come traspare anche dalle parole di Giovanni Capecchi, soprattutto: "essere".
Sul carcere occorre tutti e tutte cambiare lo sguardo e non fare silenzio.
Anche se, può sembrare strano, dentro al carcere di Pistoia un aspetto che manca è proprio il silenzio.
Si pensi solo alle rumorosissime, enormi, vetuste chiavi delle celle.
Uno dei momenti - ha ricordato un detenuto agnostico che la frequenta - in cui si può assaporare, vivere il silenzio, nel carcere è la Messa, frequentata da più di un terzo dell'intera popolazione carceraria.
Federico Fellini ne La voce della luna ci ha consegnato questa riflessione:
"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire".
Il silenzio, da sempre, inquieta, ma nell'epoca del rumore onnipresente, riscoprire e coltivare il silenzio rappresenta un atto politico, una forma di resistenza, un punto generativo e rivoluzionario di partenza e di speranza.
Noi che stiamo fuori dal carcere e che i tanti rumori del carcere non siamo costretti a sentirli, dobbiamo compiere un vero e proprio atto politico: "sentire ciò che non fa rumore".
Dobbiamo sentire, vedere, la fragilità, il disagio, la necessità di cura, l'urgenza e il diritto a una seconda possibilità.
Sentire il silenzio di un carcere rumoroso, significa, su questo concordo totalmente con Giovanni Capecchi, educare, migliorare, rigenerare un'intera comunità.
Il carcere, a Porto Azzurro come a Pistoia, a Prato, come a Sollicciano, non può rappresentare, come ha descritto il sociologo Ervin Goffman, un'istituzione totale, concentrazionaria.
Deve, invece, essere aperto, penetrabile, ovviamente con le dovute garanzie e i necessari investimenti.
Ce lo dimostrò, da poco eletto, Papa Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano Secondo, con la sua rivoluzionaria e allora assolutamente inconsueta visita nel carcere romano di Regina Coeli nel giorno di Santo Stefano del 1958.
Le sue parole rimangono scolpite nel tempo, indelebili, incancellabili anche in questo bastardo, disperato, eterno, ignorante, furioso presente:
"Ho messo i miei occhi nei vostri occhi e il mio cuore vicino al vostro".
Una frase profondamente spirituale, umana, politica, quella di Papa Giovanni.
C'è un fatto storico di quella visita forse meno noto; lo vorrei dedicare, ricordare, in particolare a Bartolozzi e Del Mastro:
"Mentre si avviava all’uscita della prigione, Papa Giovanni vide un uomo staccarsi dal gruppo dei reclusi raccolti attorno all’altare. Quello lo guardò con occhi arrossati dal pianto e, cadendogli ai piedi, domandò: “Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me, che sono un grande peccatore?
Roncalli non rispose. Si chinò sull’uomo, lo sollevò, lo abbracciò e lo tenne a lungo stretto a sé."
Non servono, credo, altre mie parole.
Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.








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