domenica 9 agosto 2026

"COME LEGNI STORTI SUL CRINALE. IL PERSONALE E' POLITICO". LETTERA APERTA A GIANNESSI (GIOVANNI).

Caro Giovanni (Giannessi),

spero mi scuserai per la consueta mancanza di sintesi, ma confido anche che tu ed altri/e almeno di questa mi perdonerete, una volta letti i contenuti della seguente lettera aperta-proposta di dialogo.

Dopo che ci siamo "scontrati" la sera del ricordo di Francesco Guccini in Piazza Duomo, sì, la sera in cui le mie ultime sprezzanti parole a te rivolte sono state: "tanto tu sei il solito figlio di papà",  ho, alla fine, imparato il tuo nome.

Prima di quel momento per me sei sempre stato, anche in contesti ufficiali in cui ho dovuto fare riferimento a te, mio malgrado, il "figlio del Primario e Assessore Giannessi" o, al massimo: "quello dell'Ho Chi Minh".

Penso che riconoscere, in alcuni casi, persino restituire alle persone il proprio nome sia un primo basilare e dovuto segno di rispetto.

Se ci si pensa un po' su, allargando lo sguardo, l'atto, ad esempio, di togliere il nome originale alle popolazioni indigene è stata una pratica sistematica di assimilazione culturale forzata utilizzata dai governi coloniali.

Un'azione violenta, nei secoli, portata avanti non solo dagli Stati, dal potere politico, ma anche dalla Chiesa, dal potere religioso, con conversioni spesso estorte, in cui i nomi tradizionali venivano sostituiti, cancellati, con nomi cristiani od occidentali, in larga parte durante battesimi, appunto, forzati.

Se, poi, ci allarghiamo dai nomi ai cognomi vediamo come, ad esempio nei sistemi giuridici anglosassoni, la donna sposata perdeva normalmente la propria identità legale. Si diceva letteralmente che venisse "coperta" da quella del marito.

Il passaggio del cognome simboleggiava il trasferimento della donna dall'autorità del padre a quella del marito e serviva a identificare la discendenza dei beni e del patrimonio per via unicamente maschile.

In Italia, solo nel 2022, con una storica sentenza della Corte Costituzionale, il rigido automatismo del passaggio del cognome del padre ai figli/figlie è stato dichiarato illegittimo.

Tornando a noi, ti scrivo perchè la mia rabbia e, forse, nel tuo caso, un po' di vino bevuto di troppo (ti eri appena sgolato un'intera bottiglia davanti a tutti) non ci hanno permesso un dialogo, non dico sereno, ma civile.

Non avendo altro modo preferisco renderlo pubblico, trasparente, non ci sono, tra noi due, infatti, problemi personali, ma politici.

Almeno questa è la mia personale visione.

Quando ti ho lievemente urtato, goffamente lo ammetto, e tu mi sei corso dietro sotto i portici di Palazzo di Giano, mi hai sputato verbalmente in faccia due cose: come mi sentissi ora che (a tuo parere) non potessi più scrivere quello che volevo e se non mi convenisse tacere e sparire: "vista la mia situazione".

Devo essere stato molto sfortunato con te, perchè in tutto, nella nostra vita, ci siamo visti tre volte (due al circolo Arci Ho Chi Minh e lì i rapporti di forza erano chiaramente a tuo favore...) e due volte su tre ho misurato in te, da te, alcuni degli atti (principalmente parole sia chiaro) più violenti che io abbia subito e visto in vita mia.

So bene (anzi me lo ricordaste tu e Mariasole) che il mio destino, quella sera al circolo in Porta al Borgo, è stato quello di molti altri, anche storici soci e dirigenti, rimossi da una sorta di cancel culture associativa che, parere mio da semplice iscritto non militante, non fa assolutamente bene non solo al circolo Ho Chi Minh, che ha una importante storia, più che cinquantennale, ma a tutta l'Arci di Pistoia.

E' vero, da un anno esatto, la mia vita, principalmente lavorativa, ma non solo, è stata stravolta, sono, come succede a molte persone, prima o poi quasi tutte, caduto. E anche piuttosto male. 

Non posso poi dire, in sincerità, che gli ultimi quattro mesi siano stati, in minima parte anche grazie a te, migliori dei precedenti otto.

Ma questi sono fatti personali che, immagino, a te e a molti altri/e, che magari si riempiono quotidianamente la bocca con termini impostori come cura, servizio, ascolto, non importano un fico secco,  peraltro legittimamente.

Quello che però mi ha colpito, senza voler dare un giudizio generale su di te visto che, di fatto non ci conosciamo ed eventi esterni precedenti hanno giocato molto negativamente sui nostri incontri, è stata la "chirurgica" volontà (passami questa volta il termine di famiglia...) di annientare, zittire, disconoscere la dignità dell'altro.

Un altro che, stando alle tue parole di qualche giorno fa, ma anche del nostro precedente incontro, deve tacere, sparire, preoccuparsi, piuttosto, della propria incolumità e salute. Non si sa mai.

Un altro che, come successe un paio di mesi fa all'Ho Chi Min, in "territorio tuo", manco tu fossi un autoritario ufficiale coloniale, non può nemmeno terminare in fretta una birra piccola, peraltro regolarmente già pagata.

Mi sono sinceramente interrogato, credimi, sulle tue parole.

E' vero, non per responsabilità mia (nell'ultimo più recente caso, nemmeno un po', nemmeno un briciolo) vivo un momento di difficoltà, posso dire tranquillamente di forte fragilità.

Peraltro tra un paio di mesi a Firenze, come forse sai, si svolgerà finalmente la prima udienza del processo del lavoro per la mia reintegra/risarcimento, dopo un licenziamento politico, discriminatorio, ritorsivo, illegittimo e, per me, infame.

Un licenziamento che mi ha forzatamente allontanato, per meri contrasti di opinione, da un posto di lavoro di cui, credimi, mi prendevo cura da vent'anni con tutto me stesso, vivendolo non solo come un "mestiere", ma come una vera e propria "missione".

Stiamo parlando di un periodo equivalente all'intera tua età, anno più, anno meno.

E' vero, in questi mesi ho sperimentato la solitudine, la paura di non farcela, la caduta. nonostante cinque appelli nazionali e internazionali di solidarietà, nonostante sulla mia vicenda sindacale siano stati scritti articoli (a mio supporto) persino in Svezia o in Brasile, nonostante trasmissioni web, interviste radio, cinque quotidiani nazionali che si sono spesi (mentre, per dire la verità, a Pistoia, tranne per Report, è calato un lugubre e complice silenzio).

E' vero, la mia non è una caduta qualsiasi, ma una di quelle in cui ti esce contemporaneamente il sangue alle ginocchia e ai polsi e in cui la pelle ti fa male, ti si strappa, brucia fin dentro al cuore e all'anima, non solo nel corpo.

Ti dirò anche di più.

Per almeno due mesi, forse più, sono riuscito a vedere, guardare solo me stesso.

Il mio dolore, la mia ingiustizia, il mio peso pesantissimo da portare, da solo, sulla schiena.

Il resto del mondo, il resto delle persone non contava, mi trovavo disorientato nella mia rabbia e, come canterebbero i Gang, perduto tra: "silenzi e spari".

Poi ho incontrato (mi ha cercato) una giovane sindacalista che, anche in quanto donna, aveva subito torti ben peggiori e violenti dei miei, ed è stata solo la prima di decine e decine di telefonate, di volti, di sguardi, di nomi.

Tante solitudini, tante "fragili situazioni", avevano soltanto bisogno di condividere dolore, reciproco ascolto e solidarietà, senza particolari strategie.

Ma è stato il messaggio recente di un amico, anche lui caduto che, insieme a lui, mi ha aiutato a rialzarmi e mi ha dato anche lo spunto di scriverti pubblicamente oggi.

Questo mio amico mi ha inviato la stupenda, serena, viva testimonianza di Mario Calabresi, intitolata: "Scegliere la strada", risalante al Festival della Spiritualità di Torino di due anni fa.

Il titolo del Festival di Torino del settembre 2024, caro Giovanni, ci parla da solo: «Come legni storti. L’imperfezione, l’errore, l’inciampo».

Al titolo del Festival si è ispirata la testimonianza di Mario Calabresi, dal racconto del bosco  nel crinale sull'Appennino casentinese, tra Romagna e Toscana (Sasso Fratino) inaccessibile e di rigenerazione integrale (legni storti...) alla vera e propria rinascita di sua nonna materna.

Una neonata incredibilmente più resistente della rovinosa caduta della madre (la bisnonna di Mario) e di un parto indotto e prematuro, al tempo in cui le incubatrici non esistevano.

Mario Calabresi, "spingendo la notte più in là", spiegandoci che: "la fortuna non esiste" e raccontandoci il: "tempo del bosco", non ci parla solo degli altri, affronta, generosamente, anche se stesso, le sue cadute, i suoi inciampi.

Ci racconta anche del suo traumatico licenziamento da direttore di Repubblica nel 2019, del suo non sapere cosa fare, del suo senso di vuoto, del tempo fermo, del telefono muto e del suo stare male.

Ci confida anche del tentativo, fallace, di far finta di nulla con gli amici e i colleghi, e, soprattutto, di non far trasparire, al di fuori la propria sofferenza, la propria incertezza, il proprio "morire dentro".

Diresti tu Giovanni: "la propria precaria situazione..."

Come spiega Mario Calabresi, però, la Vita non si misura giorno per giorno, ma su un tempo più lungo, in cui si riparte, ci si rialza, si accetta una mano aperta, tesa, si comincia, piano piano, a uscire dal pozzo.

La Vita, caro Giovanni, con le sue "situazioni", non è un algoritmo e non concepisce/sviluppa percorsi piatti, lineari.

La Vita ci sorprende, ma solo se teniamo gli occhi aperti, lo sguardo acceso, se viviamo pienamente la difficoltà e la accompagniamo, pur nei frantumi, con un passo diverso, che non ci nasconda le nuove opportunità, i nuovi percorsi, i nuovi incontri, le ripartenze possibili.

Certo, dobbiamo saper: "scegliere la strada" e pensare a qualcosa di nuovo, a un passo diverso.

In quest'ultimo mese mi sono capitati due incontri che mi hanno indicato un orizzonte di lotta e di speranza, certo ostinata, difficile, resiliente, da organizzare.

Mi riferisco, in primis, proprio all'"organizzazione dei non organizzati", in particolare alla manifestazione di Prato dopo lo sgombero del presidio sindacale Sudd Cobas a Seano.

Penso ai lavoratori pachistani dell'Acca, il pronto moda cinese (ma se fosse pratese, bianco, occidentale non cambierebbe nulla...) che li vuole licenziare in tronco.

Non basta, vuole, anche fisicamente, "sorvegliare e punire", per citare concretamente il fondamentale testo di Michel Focault, chiudendo e riaprendo l'azienda con un vile gioco di prestigio frutto dell'economia dello scarto e del concetto aberrante e antico di lavoro ridotto a merce.

A questi lavoratori (a proposito di pelle che brucia sull'asfalto bollente) ho avuto l'onore di parlare, a nome della Cub, del sindacalismo di base, proprio in piazza a Prato, salendo su una panchina con un megafono improvvisato, dialogando con le loro paure, imparando dal loro coraggio, ascoltando le loro parole, pronunciate nella loro lingua e poi, con rispetto, tradotte.

A proposito, come con un servizio davvero opportuno ci ricorda il Tirreno (pagina di Prato) di oggi, il presidio dei lavoratori a Seano eroicamente resiste, nonostante i riflettori spenti e il caldo torrido.

Il presidio della dignità e della resistenza è ancora lì anche a grazie a bravissimi/e e giovani sindacalisti/e "da marciapiede", per usare la positiva definizione che proponeva, anche di sè, l'indimenticabile leader dei metalmeccanici (e non solo...) Pierre Carniti, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Penso, ancora, a Margherita. Margherita Napoletano.

Una sindacalista e una lavoratrice che, nel tempio del profitto della sanità privata, ma anche di una sanità ridotta a mercato, l'ospedale San Raffaele di Milano, non ha voluto chiudere gli occhi di fronte ad appalti ed esternalizzazioni selvaggi che hanno persino messo a rischio la vita di alcuni pazienti.

L'ospedale che recentemente ha scambiato le mamme per l'impianto di embrioni nella procreazione assistita (a dimostrare che i problemi di sicurezza sono ben altri...), ha reagito, freddamente, con cinismo e senza pietà, sfruttando, incredibilmente, proprio il tema della salute e sicurezza sul lavoro.

Un licenziamento pretestuoso e ritorsivo, quello subito da Margherita Napoletano, coordinatrice di tutte le Rsu (Rappresentanze Sindacali Unitarie), eletta ininterrottamente, dal 1999, anche Rls (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza).

Un'azione improvvida che ha indignato, facendo cadere loro le braccia, persino alcuni politici e amministratori della destra lombarda.

Quando ho incontrato Margherita, che riabbraccerò di nuovo al San Raffaele il prossimo martedì 11 agosto, poco dopo la cerimonia collettiva della riconsegna del suo badge e nel pieno del suo sciopero della fame, ho incontrato il suo sorriso accogliente e nonviolento ed un cartello nelle sue mani che non parlava di lei, ma dei "sanitari per Gaza".

Perchè, come sai, non c'è contraddizione, caro Giovanni, nel lottare qui ed ora nel proprio posto di lavoro, nel pagare i prezzi più alti e mantenere uno sguardo aperto ed empatico sulle tragedie e le ingiustizie del mondo.

Margherita, qualche giorno fa, parlando alla Camera dei Deputati della sua gravissima vicenda, nel giorno della scomparsa del grande poeta e cantautore, non ha potuto non citare, con un omaggio, il verso di Francesco Guccini che descriveva perfettamente la sua situazione: "avevo la rivolta tra le dita, dei soldi in tasca niente".

Perchè lottare, rivoltarsi contro il "caporalato in giacca e cravatta" ti rompe, ti frantuma, ti trascina in un'asimmetria di potere che solo il vero sindacato, l'unione dal basso dei lavoratori e delle lavoratrici, il "fare, essere giustizia insieme", può compensare e speriamo anche ribaltare, rovesciare.

L'imperfezione della rinascita rifiorisce, però, anche da queste rotture e, come canta Leonard Cohen in Anthem, in "ogni cosa c'è una crepa, ed è da lì che passa la luce".

Magari: "alzandosi all'alba", sognando da svegli "la mattina dopo", per citare due altri titoli di libri di Mario Calabresi.

Quindi, no, caro Giovanni, non starò zitto e continuerò, magari sbagliando, anche con mille, diecimila imperfezioni, a: "prendere parola".

Concludo con il punto più importante:

magari non ti interessa nulla, ma oltre a non rinunciare a pronunciare le mie parole, sono pronto a confrontarmi con le tue, sia privatamente che pubblicamente, scegli tu.

Ad ascoltarle, a prendermene cura.

Magari litigheremo ancora, ma il dialogo può rivelarsi uno straordinario "strumento" di Pace, come mi ha insegnato proprio quella giovane sindacalista, che oggi, con le sue forze, si è rialzata dal baratro e macina, da sola, migliaia di chilometri.

Per utilizzare una citazione di una generazione precedente alle nostre (persino alla mia!): "Il personale è politico".

L'attivista femminista Carol Hanisch parlando dei gruppi del femminismo americano della c.d. "seconda ondata" affermava, nel 1969, facendo tesoro della pratica dell'autoriflessione del movimento per i diritti degli afroamericani:

"Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Pertanto il dialogo è, prima di tutto, specialmente per chi si impegna pubblicamente come noi, un atto politico, un ponte tra personale e pubblico valido ancora oggi.

Una pratica, che non esula ovviamente dal conflitto, e che ha guidato, in quegli stessi anni del femminismo, anche il movimento degli studenti nelle Università.

Recitava così il manifesto studentesco di Port Huron:

È tempo di riaffermare il personale. Una nuova sinistra deve dare forma a sentimenti di impotenza e indifferenza in modo che le persone possano vedere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi privati e organizzarsi per cambiare la società.”

Lo dico a te che, prima di orientarti su contesti più movimentisti e, almeno formalmente più radicali, hai avuto tra le mani (vedi la foto emblematica di quattro anni fa...) il peso, il simbolo, direi l'onore e l'onere, di tutta la "sinistra" istituzionale pistoiese...

Il dialogo non è fatto solo di parole, ma può anche diventare suono, musica, incanto.

Cerco di interloquire (cosa che mi avete già impedito di fare una volta, con un po' di livore, ma io sono uno che insiste...) consapevole che, anche di fronte a conflitti e difficoltà interne, avete provato, proprio al circolo in Porta al Borgo, e con il tuo coordinamento organizzativo, a interrogarvi su voi stessi e sulle dinamiche, da un lato, della violenza, e, dall'altro, della connessione e del dialogo.

Nessuno su questo, a partire da me e da te, può ergersi a maestro; ciò che conta, come giustamente avete scritto presentando un ciclo di incontri, è continuare a riflettere, per usare ancora le vostre parole, su: "relazioni, emozioni, comunicazione e responsabilità".

Sono anche d'accordo che non basta discutere di "ciò che non funziona", ma bisogna provare ostinatamente a scoprire: "ciò che noi possiamo fare" "come riconoscere e coltivare relazioni sane, migliorare la comunicazione, gestire le emozioni, diventare protagonisti del cambiamento, migliorare insieme".

Perchè il cambiamento, ti propongo sempre le parole da voi utilizzate: "comincia soprattutto da noi".

Ed è vero, siamo "come legni storti", direbbe Mario Calabresi, ma proprio per questo possiamo resistere meglio e più a lungo, ognuno a modo suo, al vento del crinale. 

Non solo il crinale delle montagne, anche quello, metaforico, ma concretamente paradossale e a tratti violentemente battuto, dell'afosa, e non poco inquinata, piana/conca di Pistoia.

Pensaci.

Francesco Lauria

P.S. Questo è il link alla testimonianza integrale di Mario Calabresi al Festival della Spiritualità di Torino... Link: https://youtu.be/-49SbxWy69E?is=kXzzBi845qYWUQPE

sabato 8 agosto 2026

NONOSTANTE HOBBES (E MACHIAVELLI...) LAVORO, ANTROPOLOGIA, DEMOCRAZIA (AMORE, EMOZIONI). CONVERSAZIONE CON LAURA PENNACCHI. UN ANNO DOPO.

Un amico ricercatore, lette, da buon pratese, le mie riflessioni critiche sulle dinamiche di potere pistoiesi (e non solo...), mi ha consigliato di guardare su Netflix la celebre serie danese: "Borgen" che significa appunto, nella lingua scandinava, "Il Potere".

Questa serie tv racconta, anche in forma drammatica, le vicende di Birgitte Nyborg,  prima donna, nella fiction, a diventare Capo di Governo in Danimarca, mostrando senza indulgenza, i giochi di potere, i compromessi e i dilemmi tra vita privata e carriera politica.

In particolare il fatto che la protagonista, in chiaroscuro, sia una donna di fronte alla conquista e alla gestione del potere rende tutto il racconto della serie interessante e mai scontato ed, probabilmente, una delle ragioni principali del suo duraturo successo.

Non è casuale che il primo episodio della prima stagione della serie si apra con una frase di Nicolò Machiavelli: "Un principe non deve porsi altro obiettivo, nè avere altro pensiero se non sulla guerra e ordini e disciplina di essa".

La citazione mi ha subito fatto venire in mente, ovviamente per associazione opposta di idee, una mia intervista a Laura Pennacchi, economista, deputata per tre legislature, già sottosegretaria al Tesoro nei Governi Ciampi e Prodi.

La conversazione è stata pubblicata su Il Diario del Lavoro esattamente un anno fa, in occasione dell'uscita del suo ultimo, bellissimo libro intitolato: "Nonostante Hobbes".

Questi giorni rappresentavano, tra l'altro, momenti davvero concitati e decisivi della mia vita (in quel caso anche lavorativa); di lì a poco sarebbe scoppiato anche mediaticamente un pandemonio a causa del quale, tra le tante cose, avrei perso, per ossequio del responsabile di fronte al potere e dolorosa ingratitudine riversata nel momento più sbagliato, anche la mia rubrica fissa su un portale che, da vent'anni, è un punto di riferimento per chi si occupa, in Italia, di relazioni industriali.

La mia situazione oggi non pare, in verità, particolarmente diversa, pur sviluppandosi in forme, con cause e attraverso protagoniste/i in buona parte differenti.

La costante delle due complicate esperienze è, senza alcun dubbio, il rapporto, mio e di altri/e, con il potere nell'azione politica, ma anche nei rapporti interpersonali, nella gestione delle emozioni, nella costruzione delle amicizie e di collaborazioni rilevanti, anche dal punto di vista professionale e associativo.

Si tratta di un tema complesso e variegato, tra dimensione intima e pubblica, non lontano dagli assunti principali del libro di Laura Pennacchi.

Ho riletto la mia conversazione con Laura dell'agosto 2025 e l'ho trovata, forse, ancora più attuale, opportuna e incalzante di un anno fa.

Oggi mi è venuto in mente che, due settimane prima della mia intervista a Laura Pennacchi era scomparso Sandro Antoniazzi, grande sindacalista (e non solo...) che negli anni Ottanta e Novanta aveva avuto l'ardire e l'ardore di fondare una rivista chiamata, controcorrente: "Politica e Amicizia".

Proprio per questo, per chi avesse l'interesse e il tempo di apprezzarla, ripropongo integralmente l'intervista, suggerendo ancora a tutti e a tutte di procurarsi il prima possibile il suo libro, così opportuno, ispirato e ispirante.

Originariamente tratto da Il Diario del Lavoro (www.ildiariodellavoro.it), 4 agosto 2025...

"Nonostante Hobbes. Lavoro, antropologia, democrazia” di Laura Pennacchi, edito da Castelvecchi, è un libro stupendo.

Quando ho chiuso l’ultima delle 191 pagine, mi è venuta in mente la definizione che avevo dato, controcorrente, dei primi Diari pubblicati di Bruno Trentin e che tanto era piaciuta alla moglie Marcelle “Marie” Padovani: “uno scrigno scomodo”. 

Certo, non parliamo di una lettura da ombrellone. Il solo ricchissimo, aggiornatissimo e internazionale apparato bibliografico ne fa un contributo inestimabile. 

Laura Pennacchi, economista, più volte eletta in Parlamento, sottosegretaria al Tesoro con Ciampi e nel primo governo Prodi, ci ricorda che per decenni, anche a sinistra, si è accolto con entusiasmo l’annuncio della “fine del lavoro”, resa possibile dai progressi tecnologici. 

Oggi che questa stagione appare definitivamente (e fortunatamente) tramontata, occorre, per dirla sempre con Bruno Trentin, ricercare non “la libertà dal lavoro”, ma la “libertà nel lavoro”. 

Un lavoro che torna cruciale per la formazione e l’affermazione delle identità e delle soggettività, pur nella necessità, oggi, di continuare a ripensarne il significato, a partire dalla rilevanza cooperativa ed emancipatoria. 

Il libro di Pennacchi mette in discussione la cupa antropologia ereditata da pensatori come Machiavelli e Hobbes e propone, al contrario, un’antropologia che, recuperando anche il migliore pensiero femminista, esalta la creatività e ci accompagna nella piena realizzazione personale, collettiva e relazionale, anche salvaguardando, nella crisi di questi tempi bui, lo sviluppo della democrazia. Di seguito, una conversazione con Laura Pennacchi a proposito della sua ultima opera.

“Nonostante Hobbes” è un libro prezioso, quanto complesso. Apparentemente controcorrente, visto il contesto economico, politico e sociale complessivo. Come e perché nasce l’idea del libro?

L’idea del libro mi era venuta, per la verità, già da molto tempo. 

L’avevo sempre un po’ spinta indietro nella mia mente. 

Il fatto decisivo per riprenderla sono state le guerre: questa strana giustificazione, portata nemmeno in modo troppo esplicito, ma data assolutamente per scontata, che le guerre stesse siano un portato naturale della vita umana sul pianeta. 

Mi trovavo di fronte alla desolazione delle guerre e alla devastazione da esse provocata. Ho ripensato anche alle molte distruzioni che hanno preceduto i conflitti e che si sono espresse soprattutto con assetti economici molto poco favorevoli, quasi negatori rispetto all’espressione della dignità umana. Penso soprattutto al lavoro. 

Ho quindi ritenuto che stia montando una questione antropologica, come molti riconoscono, soprattutto nel mondo religioso, ma anche in un mondo laico che guarda alla spiritualità con grande interesse. 

In particolare Papa Francesco aveva indicato i termini di una nuova questione antropologica affermando: “questa economia uccide l’umanità”

Mi è venuto l’impulso di cercare, di mettere in evidenza dei substrati logici e filosofici che si sono consolidati nel tempo nelle nostre coscienze e che sono quasi diventati luoghi comuni. 

Tali substrati, a mio parere, risalgono addirittura ad antecedenti filosofici maturati negli anni che hanno visto l’affermazione della riforma protestante, ma anche in precedenza. Io li attribuisco soprattutto a Machiavelli e a Hobbes, da qui il titolo del libro.

Machiavelli, soprattutto in Italia, è considerato un autore criticare il quale significa compiere azioni di lesa maestà, è lo scrittore italiano più tradotto e più letto nel mondo. 

Hobbes viene considerato il padre della scienza e della teoria politica moderne rispetto al sistema dell’evoluzione degli stati assoluti e delle fasi successive. Appare veramente controcorrente sia discutere Machiavelli e Hobbes, sia contestare quei principi di Machiavelli e Hobbes che sono diventati quasi senso comune. 

Parlo dell’idea dell’intrinseca malvagità, naturale, innata dell’essere umano. 

Afferma, infatti, Machiavelli, e lo dice in particolare ai politici: “dovete sempre presupporre la malignità umana”. 

Per lo scrittore fiorentino la prima cosa che il principe deve imparare è mentire e presupporre che gli esseri umani siano sempre pronti al male. 

La malvagità naturale, innata, intrinseca dell’essere umano in Hobbes viene anche teorizzata come homo homini lupus, sotto un’accezione ancora più violenta. 

Tutto ciò reca alla base la presupposizione di un egoismo comportamentale, anche questo innato o intrinseco, la pulsione all’utilitarismo, un’esistenza individualistica assoluta. 

Hobbes critica Aristotele, per lui non aveva capito niente, ritiene falso il suo assioma dello zoon politikon, dell’uomo essere sociale intrinsecamente tale. 

Questi presupposti agiscono talmente quasi all’insaputa, come direbbe Elster, degli agenti economici quando in realtà sono, sia dal punto di vista empirico che dal punto di vista teorico, assolutamente criticabili e contestabili. 

Tali presupposti non appaiono fondati, sono proiezioni ideologiche di immagini dell’essere umano e dunque del suo vivere. 

Esistono, in realtà, più Machiavelli, come, del resto, più Hobbes. 

La differenza tra i vari Machiavelli è più marcata. In Machiavelli, a un certo punto, c’è uno spirito repubblicano che viene affermato, ma gli elementi di fondo non vengono mai smentiti. 

In Hobbes tutto è molto più chiaro: la politica si basa sul dominio, sulla violenza, sulla sopraffazione. 

Da qui anche la legittimazione della guerra come impulso atavico permanente. Da tutto questo groviglio di pensieri nasce il ragionamento che ha portato al libro.

È davvero giunta al termine la “strana stagione di esaltazione della fine del lavoro”? Come può il lavoro ritornare al centro di una nuova soggettività, allo stesso tempo, emancipante e relazionale?

Sostengo che tutti questi discorsi sono iniziati già negli anni ‘90 con André Gorz e poi hanno raggiunto un apice in Rifkin, che ha scritto, nel 1995: “La fine del lavoro”. 

Il volume è uscito proprio negli anni in cui avveniva una moltiplicazione delle forze di lavoro a livello mondiale per l’ingresso della Cina nell’agone internazionale. 

Rifkin non ha mai fatto autocritica. 

Ci sono stati vari gruppi di pensiero, ad opera, per esempio, della Scuola di Francoforte, con Axel Honneth e Rahel Jaeggi, ma anche gruppi di francesi come quelli legati a Deleuze, che, come altri che hanno dato vita addirittura a nuove discipline come la psicodinamica del lavoro, hanno studiato con rinnovato interesse proprio le questioni del lavoro. 

Il problema enorme che abbiamo di fronte e che abbiamo avuto nel ventennio passato non è tanto che il lavoro finisca, ma è che il lavoro viene frantumato, spezzato

C’è una dicotomia tra una componente ad altissima qualificazione e salari, che è sempre più esigua, e una grande massa. 

Qualcuno ha usato, addirittura, l’espressione plebe, che Hegel aveva utilizzato nell’Ottocento con grande riprovazione di quello che stava allora accadendo. 

La domanda esige una risposta che tenga conto del fatto che questi ricorrenti tentativi di dire che il lavoro è finito, il lavoro non conta più per le persone, ci sono ancora oggi. 

Basti pensare, per esempio, alla questione delle c.d. “grandi dimissioni” che ci sono state dopo il Covid 19, subito utilizzate per sostenere questa falsa affermazione. 

Secondo queste interpretazioni la gente odia il lavoro, non vuole più lavorare. Non si ha mai, peraltro, un’indicazione su come si vivrebbe completamente senza lavoro, anche in senso materiale, cioè con quale reddito, con quali risorse.

 Manca una riflessione seria sul significato che avrebbe una vita spogliata del lavoro, una nuda vita, come diceva Foucault.

Porterebbe davvero la felicità? Io non credo proprio. 

D’altro canto è vero anche che riprendono vigore dei tentativi che datano molto più indietro nel tempo. Addirittura al ‘68 e agli anni successivi in cui si affermava che è importante liberarci dal lavoro. Liberazione dal lavoro, non del lavoro.

Questi temi sono stati molto presenti nelle formazioni di estrema sinistra e rimangono sempre filoni di pensiero vivi. 

C’è poi tutto il filone del basic income che ha origini molto più liberali. La fase attuale, però, mi pare, come scrivo nel libro, un tempo in cui si torna a pensare in modo forte e autorevole alla centralità del lavoro.

Quali sono gli aspetti principali da rimettere in discussione per l’affermazione di una: “nuova questione antropologica”? Quali le priorità, i punti di forza e i punti di debolezza?

Penso che sia fondamentale rimettere in discussione quei postulati indimostrati di cui parlavo all’inizio. 

Questa è un’operazione che va compiuta soprattutto sul piano delle coscienze, dei comportamenti primari. 

C’è una grande opera di demistificazione da compiere. 

In parte io lo l’ho tentata riprendendo, per esempio, una straordinaria opera di antropologia: “L’alba di tutto”, scritta da David Graeber, antropologo, e David Wengrow, fondatore, tra l’altro, di Occupy Wall Street

Un libro veramente bellissimo che cito abbondantemente nel mio e che è un testo voluminoso perché rappresenta una storia dell’umanità

In “L’alba di tutto”, per esempio, documentano, come hanno fatto altri antropologi, anche studiando le popolazioni primitive che ancora vivono nel pianeta, che la guerra non è un istinto primario. 

La guerra come struttura organizzata, non come scaramuccia: il conflitto, come è ovvio, c’è sempre. 

La guerra sembra essere comparsa soltanto 10.000 anni fa: la lunghissima storia di formazione dell’umano non aveva con sè la guerra incorporata, come dimostrano peraltro molti documenti e fatti empirici. 

Penso a studiosi che svolgono tantissimo lavoro di ricerca sul campo, per esempio Michael Tomasello, che ha scritto opere molto importanti. 

Mi è piaciuto molto un suo testo divulgativo che è stato pubblicato anche in Italia e che ha questo significativo titolo: “Altruisti nati”, perché cooperiamo fin da piccoli. 

Non si tratta solo del celebre discorso sui neuroni specchio, è qualcosa di più profondo, nel quale Tomasello, per esempio, documenta l’attitudine alla cooperazione che si riscontra nei bambini piccolissimi, addirittura prima dell’anno di vita. Alcuni psicologi studiano questi processi evolutivi.

 La scuola di Jean Piaget, attiva negli anni ’50 e ’60, è importantissima per tutti questi temi. Per molti è in realtà l’altruismo che precede l’istinto alla cooperazione, con un riconoscimento di modalità comportamentali e di regole.

Dalle regole nascono le istituzioni. 

È molto importante diffondere questi filoni che vanno dall’antropologia alla psicologia, all’economia comportamentale critica dell’economia neoclassica. 

Filoni che manifestano, sia empiricamente che teoricamente, che in realtà c’è tutto un percorso diverso che ci tiene in vita e che ci porta e che ci ha portato, fino a questo punto, alla maturazione dell’umano, all’essenza umana

Tutto questo richiederebbe un grandissimo lavoro anche di educazione pedagogica: non un’educazione pedagogica tirannica, ovviamente, ma l’esercizio alla comprensione della tendenza intrinseca alla relazionalità umana. 

Una volta questo esercizio pedagogico veniva svolto dai partiti politici e dai sindacati, già nel loro strutturarsi organizzativo

Penso anche alla scuola operaia di cui si era fatto interprete Giuseppe Mazzini nell’Ottocento. Questi aspetti sono stati molto importanti anche nel primo socialismo e nella prima parte del secondo dopoguerra, ma oggi sono andati un po’ perduti e dovrebbero essere recuperati. 

Va combattuta una battaglia a viso aperto, penso al filosofo Vittorio Possenti, che ha costituito un’associazione dedicata alla persona e ha lanciato un manifesto incentrato proprio sulla riscoperta della persona umana.

Nel libro appare fondamentale, in più ambiti, la ripresa della centralità del lavoro. Lei afferma che: “senza democrazia del lavoro, senza la democrazia mediante il lavoro, la lotta per la democrazia è perduta“. Possiamo approfondire il rapporto tra democrazia economica e democrazia politica, alla luce degli assunti del volume?

Questo è il percorso più lungo e specifico che il volume offre. 

L’elemento rilevante sta nel seguente punto di partenza: senza una rivitalizzazione della democrazia nel lavoro e del lavoro la battaglia per la democrazia oggi è perduta. 

Ciò anche per quello che la lunga fase neoliberista ha imposto. 

Questa fase sembra avvalorare proprio le descrizioni che Hobbes compie dello stato di natura e della massimizzazione dell’interesse come unico movente dell’attività economica, che è la base peraltro della teoria degli shareholder, la quale a sua volta è fondamento della tremenda trasformazione dell’impresa.

Non c’è stato solo un danno sul lavoro, c’è stato anche un danno sull’impresa, che è stata trasformata in un mero organo per la creazione di valore per gli azionisti e per i manager, sottraendola alla sua finalità precipua che è di essere un attore dell’economia reale. 

L’impresa diventa, invece, un attore dell’economia finanziaria: da questo punto di vista ci sono stati danni immensi. Riconoscerli offrirebbe una grande occasione per ristabilire equilibri capitale/lavoro più adeguati e più simili a quelli che si riscontravano nei “trent’anni gloriosi” quando il compromesso socialdemocratico/keynesiano aveva prodotto risultati rilevanti, pur con diverse mancanze. 

Teniamo presente, inoltre, che in Germania o nei Paesi scandinavi il rapporto capitale lavoro era già allora molto più avanzato. 

Oggi sta ormai venendo alla luce l’esaurimento del modello neoliberista che, per riprodursi, cerca fertilizzazione con il populismo, l’autoritarismo, la xenofobia, che a loro volta danno luogo a attacchi alla democrazia liberale, configurandosi come istanze democratiche illiberali. 

Tutto ciò è un paradosso assoluto e insostenibile

Non possiamo dimenticare le grandi trasformazioni tecnologiche, legate oggi soprattutto all’intelligenza artificiale e la grande ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali nei quali l’Europa non potrà sopravvivere adeguatamente se non cambia radicalmente il suo modello di sviluppo. 

Penso soprattutto alla Germania e all’Italia, ma ciò vale davvero per tutto il continente. Il modello di sviluppo non può più essere concentrato solo sulle esportazioni che rendono i Paesi molto esposti alle rappresaglie sui dazi che Donald Trump sta portando avanti. 

Le economie europee devono basarsi molto di più sulla domanda interna, sui beni comuni, sui beni sociali. Tutto questo richiede un apporto partecipativo e un dialogo democratico delle forze del lavoro, dei sindacati, delle associazioni di volontariato. 

Va ricostruito un dialogo che non sarà privo di conflitti, ma produttivo e creativo, anche con le tante piccole imprese che appaiono disposte a un grande cambiamento di paradigma.

Oggi ci troviamo di fronte alla crisi profonda del diritto internazionale, alla prepotente ripresa di centralità della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, all’esplosione delle disuguaglianze e all’inerzia crescente rispetto alla catastrofe climatica, Come è possibile affermare, come Lei fa all’inizio del terzo capitolo del libro, che il dolore, la sofferenza, l’angoscia non sono altrettanto fondative della vita umana quanto la gioia, la felicità, la speranza?

Faccio questa affermazione partendo soprattutto dalla mia esperienza personale e dall’osservazione dell’esperienza di tutti. 

Credo che non ci sia nessuno che se viene interrogato su cosa contraddistingua la propria essenza di essere umano, pur nel dolore e nella sofferenza che sono sempre presenti, non prediliga la gioia, la speranza, la sollecitudine verso gli altri come fattori realmente identificativi. 

Miliardi di persone sul pianeta non potrebbero vivere se non ci fosse questa spinta primaria. 

Possiamo osservare questa spinta primaria perfino nell’interazione tra vivente umano e vivente biologico, animale e vegetale. 

L’interazione nel vivente è talmente forte che non possiamo non essere indotti a ripensare all’affermazione di Spinoza: “Deus sive natura”, per la grande, potente forza spirituale che c’è in tutta la natura stessa. 

Certo, non possiamo non osservare il contrasto di tutto ciò con le guerre e la lesione del diritto internazionale

Questo contrasto nasce dal fatto che c’è stata un’evoluzione sorprendentemente positiva verso la democratizzazione del mondo e verso un diritto internazionale più equo e più articolato. 

Pensiamo ai progressi incredibili che tutta l’umanità ha fatto dall’Ottocento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. 

Progressi immensi che non sono solo formali se osservati anche dal punto di vista empirico. 

Passi avanti innegabili persino oggi che siamo di fronte alle allucinanti guerre in Palestina e in Ucraina e anche in altri scenari. 

Ci sono studi che ci dicono che la reazione offensiva basata sulle guerre è appunto una reazione al fatto che il processo di democratizzazione è andato estremamente avanti. Ci sono studi importanti basati sulle idee di Fernand Braudel e Immanuel Wallerstein, degli economisti e degli storici economici del c.d. “sistema mondo”. 

Ad esempio Giovanni Arrighi, scomparso ormai da tempo, aveva scritto e dimostrato che, fino al 2007-2008, gli avanzamenti democratici erano stati straordinari, comprendendo anche la Cina. 

Arrighi era un grande conoscitore della Cina, ricordo il suo libro interessantissimo: “Adam Smith a Pechino”. 

Questa teoria interpreta la turbolenta fase odierna come l’estremo tentativo di farci tornare indietro da punti molto avanzati di cui dobbiamo avere consapevolezza. Se combattiamo questo tentativo con consapevolezza, io penso che saremo nelle migliori condizioni per smascherarlo e vincerlo.

Un’ultima domanda. Lei riflette sulla differenza tra potere (o meglio “potere per”) e dominio (“potere su”). Con quali forme, strumenti e priorità è possibile valorizzare collettivamente, attraverso il lavoro, un “potere cooperativo”, rispetto al “potere come violenza”?

Qui c’è tutto un campo che va esplorato nel futuro

Non posso dare risposte esaustive, certamente vanno riattivati e mobilitati tutti gli strumenti della partecipazione democratica

Dal voto a tante attività intermedie che possono essere messe in campo a partire dal ripristino delle funzioni integrali degli attori della cosiddetta mediazione sociale che a lungo, anche a sinistra, è stata, invece, criticata. 

Negli anni passati abbiamo letto di elogi della disintermediazione: impostazioni assolutamente sbagliate che vanno criticate e messe completamente da parte.

C’è poi tutto il discorso sugli strumenti della partecipazione, c’è una grande riflessione da compiere sulla trasformazione anche degli Stati e dell’ambito pubblico. 

Tutto il ragionamento che svolgo porta a una grande rivalutazione delle strutture, delle istituzioni pubbliche, anche statuali. 

Non possiamo, ovviamente, tornare al vecchio statalismo, dobbiamo cercare ed esplorare quello che alcuni studiosi chiamano “sperimentalismo istituzionale” e ritrovare istituzioni differenti. 

Dobbiamo basarci molto sui territori, non puntare soltanto sulle strutture centralizzate, puntare molto sull’interazione

Non dobbiamo demonizzare le nuove tecnologie, ma dobbiamo imparare ad usarle, anzi dobbiamo inventarne di nuove coerenti con i nostri fini. 

Dobbiamo dare vita, curare i beni sociali e i beni comuni. 

Penso, per esempio, a tutte le aree interne che vanno recuperate assai più di quanto non abbiamo fatto finora, le nuove tecnologie ci possono aiutare anche da questo punto di vista. 

Più al fondo c’è in me una ricerca che ho appena abbozzato e che spero qualcuno voglia continuare.

Nel libro ho molto criticato di Hannah Arendt la svalutazione del lavoro, la svalutazione dell’anima al lavoro. 

L’ho criticata e continuo a criticarla proprio perché credo, invece, a una nuova centralità del lavoro. 

Vi credo nei termini che usava Marcuse negli anni ’30 del Novecento, anche positivamente condizionato dalla lettura dei manoscritti economico-filosofici del giovane Marx, che erano stati appena pubblicati. 

Marcuse parla del lavoro come ciò che fa accadere l’esistenza, accetta un quadro trascendentale di tipo kantiano agli antipodi proprio della riflessione di Hannah Arendt. 

Seguo, però, anche il suggerimento di un grande filosofo dell’esperienza del pragmatismo americano: Richard Rubenstein

Egli riconosce che la Arendt ha moltissimo da insegnarci rispetto alla visione della sfera democratica e del potere. 

Hannah Arendt giustifica, infatti, il potere soltanto se esprime un amor mundi, l’amore per il mondo. 

Ciò è proprio all’opposto del potere come violenza, come sopraffazione, come dominio. 

Insomma l’opposto di Machiavelli e Hobbes, per tornare a tutto quello da cui siamo partiti…

Laura Pennacchi, Nonostante Hobbes. Lavoro, antropologia, democrazia. Castelvecchi, Roma, 2025, pp. 202, euro 25.

Francesco Lauria

venerdì 7 agosto 2026

IL GIORNO DOPO GUCCINI. POTERE E POTERI A PISTOIA (E NON SOLO...): "TUTTI COLORO CHE MI DAVANO CONSIGLI"

Il mio articolo/messaggio in bottiglia rivolto ai sempre presenti, urticanti e molto spesso violenti "guardiani della rivoluzione" capecchiana, pur certamente meno letto di quelli che hanno trattato della loggia eversiva massonica P2, guidata dal fieramente pistoiese Licio Gelli, deve aver colto nel segno.

Ancora, peraltro, non si è voluta fare piena luce sulle aderenze cittadine a Pistoia di questo tetro sodalizio criminale, connesso, solo per citare due pur importantissimi esempi, alle terribili, vigliacche e sanguinarie stragi neofasciste di Piazza della Loggia (maggio 1974) e della stazione di Bologna (agosto 1980).

Riporto qui il link per chi lo volesse recuperare o rileggere: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/messaggio-in-bottiglia-per-ile.html

Tralascio, per brevità, i miei riferimenti e sacrosanti parallelismi tra il mondo della attuale sinistra pistoiese "capecchiana" e i fanatismi della rivoluzione khomenista sciita iraniana del 1979 (e comunque tutto torna perchè non si può dimenticare, in Iran, il ruolo di Abolhassan Banisadr, eletto nel 1980 primo presidente post rivoluzionario, considerato un "marxista sciita", presto scaricato dall'ayatollah Khomeini perchè: "troppo comunista e troppo poco musulmano"...)

Tornando pienamente a Pistoia, viste le reazioni e le minacce violente, anche fisiche, deve aver colto nel segno, soprattutto rispetto a persone (e famiglie...) prive di senso dell'umorismo e di autoironia, anche il riferimento "morettiano" al surreale matrimonio celebrato con rito "maoista" e terminato, nel film "Il Caimano", con il sangue del compagno officiante, trafitto dalla mancata sposa (falso nome "Fabrizia", vero nome: "Aidra"). 

Una mancata sposa che si ribella al conformismo, alla gabbia moralista, maschilista e, appunto, maoista, perfettamente impersonata dall'attrice Margherita Buy, con un epilogo cruento che si conclude con l'irruzione armata, nella ben ricostruita "comune cinese", da parte delle volanti della polizia.

Chi si fosse perso/a la gustosa scena, peraltro con tanto di critica marxista leninista "veramente rivoluzionaria, profondamente avversa alla cricca revisionista del Pci, del Psiup e della Cgil", la trova cliccando qui: https://www.youtube.com/watch?v=7QX90cX-31Y

Oggi sembra davvero che parliamo di extraterrestri lontani, ma non si può dimenticare che la figura di Mao Tse Tung fu, in Italia (e a Pistoia) osannata, idolatrata, venerata da gruppi di una sinistra spesso intellettualoide, costituita da molti (non tutti per onestà) figli e figlie della ricca borghesia della Milano e della Roma bene.

Si pensi, solo per fare due esempi, ai giornalisti Michele Santoro Paolo Mieli.

Ricche famiglie della borghesia, peraltro spesso allarmate dal fatto che realtà maoiste come Servire il popolo (come ben ricordato nel film di Nanni Moretti) chiedevano ai ricchi, per poter aderire al Partito, la consegna di tutto il patrimonio familiare o, nel caso di giovani, almeno di cospicue donazioni a fondo perduto.

Nella prima metà degli anni Settanta del Novecento, a Pistoia, come a livello nazionale, la galassia marxista-leninista (non tutta maoista) era molto variegata e variamente organizzata (con filoni davvero fantasiosi come, non è un battuta, i pericolosi e inquietanti nazi-maoisti sia di linea "rossa" che di linea "nera").

Non può essere dimenticato che, proprio nella provincia di Pistoia il Partito Marxista-Leninista-Maoista "Servire il Popolo", guidato farsescamente e messianicamente dal leader Aldo Brandirali, futuro esponente di Forza Italia e Comunione e Liberazione, ottenne, alle elezioni politiche del 1972, il miglior risultato a livello nazionale.

Certo parliamo dello 0,8 per cento, pur con percentuali più alte in Valdinievole, in particolare nell'effimera roccaforte "cinese" di Monsummano Terme.

Non si può, infine, dimenticare che, ormai a trent'anni dalla sua pubblicazione, l'opera, a livello nazonale ancora insuperata su quegli anni e su quelle ormai lontane vicende politiche e sociali, sia stata scritta da un autore pistoiese, Roberto Niccolai, attuale coordinatore dell'Archivio Storico Roberto Marini.

Si tratta, ovviamente, del celebre e pluricitato volume: "Quando la Cina era vicina. La rivoluzione culturale e la Sinistra extraparlamentare italiana negli anni '60 e '70".

Bene, ma tutto ciò che cosa c'entra con l'Italia e la Pistoia dell'agosto 2026?

Con il tempo della guerra infinita, della remigrazione, della repressione dei "decreti sicurezza", del suicidio climatico e, da ultimo, pure della reintroduzione di controlli alle frontiere dentro l'Unione Europea?

Non voglio assolutamente ridurre a macchietta tutta una tradizione, anche pistoiese, di "socialismo altro", in buona parte (purtroppo non totale) di natura antistalinista.

Non lo voglio fare nei giorni e nelle notti in cui tanti/e, con grande commozione e già diffusa e intergenerazionale nostalgia, rendiamo omaggio a Francesco Guccini, poeta e cantautore, che definiva se stesso, non certamente un comunista, ma un socialista libertario, forse un po' come un intreccio, anche se emiliano e non toscano, tra i fratelli Rosselli e il giovane comandante partigiano pistoiese Silvano Fedi.

I tratti comuni e prevalenti (non assoluti, qualcuno/a fortunatamente si salva...) di queste due diverse esperienze, almeno cronologicamente piuttosto lontane fra loro, appaiono, infatti:

- il settarismo arrogante e superbo;

- il leaderismo messianico e pseudorivoluzionario;

- il profondo, assoluto, devastante, distruttivo disprezzo per qualsiasi presunta devianza o mancanza di ortodossia;

- l'ambizione ad occupare il potere e a zittire il dissenso (anche con il controllo e la complicità interessata dei media), al di là del valore in sè delle persone e pensando autoreferenzialmente di essere dei veri e propri "scienziati della politica", "quelli bravi"; "l'elitè";

- un utilizzo sfacciato che sembra rivolto a fini privatistici se non individualistici, di risorse pubbliche, comuni...

- un sudditanza, anche istituzionale, non proclamata, ma realizzata e assicurata ai poteri economici, finanziari e bancari, potenzialmente anche speculativi e non trasparenti;

- il prevalere, sempre e comunque, dei meri interessi di partito anche quando si travestono, alternativamente, dei panni della rivoluzione o di un fintissimo, impostore civismo,

- la sudditanza ad altri territori (siano essi Pechino, Roma, Firenze, Teheran...);

- la violenza nei metodi trasvestita o dall'ideologia o, nel caso del 2026, da una "illusoria politica dell'abbraccio";

- l'evidente mancanza di concretezza e aderenza alla realtà (nel 2026 traducibile con: "politica dell'annuncio per l'annuncio");

- un sistema lontano, anche emotivamente, al di là delle belle parole di circostanza, dai bisogni veri e reali dei cittadini e delle cittadine;

- una partecipazione vuota, mera rappresentazione scenica e non reale processo democratico dal basso;

- una distanza dolorosa e abissale, siderale dal mondo del lavoro e dei lavori,  dalla sua più autentica rappresentanza collettiva, dai luoghi in carne e ossa in cui ci si ribella coraggiosamente e pagando un duro prezzo, allo sfruttamento, al caporalato, alla cultura dello scarto, alla dittatura dell'algoritmo rivolta al profitto per il profitto;

- un approccio alla cultura e alle culture che non si rivela apertura curiosa alla sopresa dell'incanto, ma presa d'atto e sostegno a potenziali carrozzoni privi di bellezza, perchè frutto di interessi di parte;

- una strumentale apertura ai drammi e al cuore del mondo, foglia di fico che si accompagna, in realtà, a una pressochè totale chiusura mentale, clanica e provinciale;

- una direi endemica, strutturale incapacità di concepire e sostenere l'autonomia del sociale, del volontariato e della sussidiarietà che, per citare parole non mie: "non può rappresentare la barella ancillare dello Stato", ma non può nemmeno essere, per citare parole, invece, mie, la vestale, interessata e foraggiata, contigua, interna, parassitaria del potere, anche locale, spesso peraltro anche istituzionale/istituzionalizzato.

- una proclamata e peculiare attenzione alle fragilità e ai più deboli che non è coerente e credibile rispetto a chi prospera cementando il privilegio, magari pure con la puzza sotto il naso...

Aggiungerei, come caratteristica prevalentemente del 2026, ma non priva di radici in una parte, pur fortunatamente minoritaria, dell'estrema sinistra degli anni Settanta, quindi senza voler generalizzare e creare categorie assolute o distorsivamente onnocomprensive...

- un finto femminismo di maniera, spesso violento, meramente "estetico" e, comunque, sospeso tra branco e individualismo. Un femminismo radicaleggiante, a tratti fanatico e tribale.  Un femminismo presuntuoso e autoritario, certamente non autorevole, che ha reciso, in realtà, i propri legami anche sentimentali con il femminismo storico italiano, con la propria gloriosa memoria e le proprie fondamentali lotte. Un femminismo falso e ritorsivo che utilizza spesso metodi e modalità organizzative paradossalmente patriarcali, intolleranti e aggressivi. Direi pienamente, beffardamente maschili e machisti.

Un femminismo e, più in generale, una politica pseudoprogressista (magari solo formalmente avversa al cambiamento climatico, ma anche qui priva di coerenza, efficacia, concretezza, verità) che, come in altre parti del paese, ma a Pistoia con tratti peculiari e più forti, tradiscono, fanno incoerentemente a brandelli, proprio come denunciava Franceso Guccini attraverso le canzoni (Dio è Morto, Cyrano, Don Chisciotte...), la propria teorica visione e i propri ideali, solo proclamati, mai vissuti, mai realmente testimoniati in prima persona.

Un politica, insomma, con la p minuscola e che è, in realtà, dissoluto dominio, affermazione individuale o di fantomatici e spesso occasionali, interessati gruppi e che è, canterebbe il poeta emiliano: "solo far carriera", magari anche in qualità molteplice di esponenti di famiglie potenti (e ricche) da generazioni.

Una politica del clan, dei cerchi chiusi e magici, che non può salvarsi l'anima, mischiandosi, per una sera, a coloro che riempiono il cuore della città e cantano sinceramente e con passione autentica il vento, le note e le parole di Francesco Guccini... 

Guardando, sinceramente orfani, a Pavana, magari senza sapere di esserlo, non da ora in verità, anche nel capoluogo di pianura.

Una politica delle passioni tristi che troneggia, certo non solo in uno schieramento o in un solo partito (ma esistono ancora i partiti nel potere consociativo?), pur in presenza di tante persone di buona volontà, sincere, impegnate e di valore, magari sfruttandole e blandendole, aiutata riservatamente da importanti, privati e costosissimi istituti di comunicazione metropolitani.

Una politica finta, bugiarda che mi ha fatto venire in mente una poesia vera, sincera, tutt'altro che moralisteggiante, curiosamente ritrovata nel frontespizio di una vecchia rivista (sì, anch'essa di estrema sinistra, ma di quella reale, concreta, sudata, non di maniera...) di Diritto del lavoro...

TUTTI COLORO CHE MI DAVANO CONSIGLI

Tutti coloro che mi davano consigli

e sembravano capire le faccende politiche

sono ogni giorno più pazzi

e se ne sono andati in un'altra città

dove vivono tutti insieme

scambiandosi i cappelli.

Erano tipi assai stimati

politicamente assai preparati

mi spiegavano con estrema chiarezza

quello che dovevo fare

quello che era giusto che io facessi

e soffrivano per ogni errore

che commettevo

allorchè non ascoltavo i consigli.

"Vota quello" mi dicevano, "è di destra,

ma è il candidato della sinistra, è un modo per guadagnare voti".

Io dicevo di no, questa idea non mi piace, non la votavo,

quello poi perdeva, anche se prendeva voti di tutti quelli di destra,

se ne andava di nuovo con la Democrazia Cristiana.

Loro intanto continuavano a darmi consigli,

ma incanutivano e raggrinzivano,

e alla fine sono andati tutti nell'altra città

e lì si scambiano i cappelli.

Io intanto cercherò di comprendere ciò che non devo fare

e cercherò di farlo,

perchè se non mi sbaglio

chi crederà nei miei errori?

PABLO NERUDA - STEFANO NESPOR

(da Partenogenesi, in Stravagario)

in D&L Rivista critica di diritto del lavoro

Aprile-Giugno 2000.

Francesco Lauria (continua?)