martedì 2 giugno 2026

"SONO PRONTO A MORIRE". NELSON MANDELA vs GIOVANNI CAPECCHI. E QUALCHE SPIEGAZIONE.

E' comprensibile che di fronte al pieno sostegno che gli avevo tributato, apprezzatissimo dal candidato, quei tre o quattro interessati alle mie idee sulla politica cittadina, o che abbiano voglia di discutere senza schiaramenti a priori di politica, siano rimasti non poco increduli e, magari, anche perplessi.

Mi capita, in questo periodo a Pistoia, di incrociare, nel cerchio dei militanti politici, trattamenti molto diversi, direi, sintetizzando, quattro: 

1) c'è chi mi ingnora, completamente e con un certa cattiveria;

2) chi mi ferma, spesso addirittura in Chiesa, per farmi i complimenti, sia per i contenuti dei miei interventi, che per il coraggio di criticare un sistema quasi "rampante", appena insediatosi, anzi in via di insediamento; 

3) chi mi insulta, quasi sempre solo sui social, in stile "leoni da tastiera", soprattutto se oso criticare il neosindaco e "idolo-modello-laboratorio" Giovanni Capecchi; 

4) chi, e purtroppo sono pochissimi, interloquisce con me, si confronta, magari mi pone qualche critica costruttiva o mi da ponderati, e da me sempre apprezzati, consigli.

Tornando a come si è sviluppata la vicenda politica cittadina: più cresceva il mio sostegno a Capecchi, più conoscevo, in questi mesi, il suo entourage, anche il più ristretto, più vecchi amici di centrosinistra mi criticavano anche aspramente per il mio: "espormi senza sapere", per le mie cocciute, solite: "cambiali in bianco accordate senza garanzie".

Non avevano torto.

Sono arrivato a sostenere Giovanni Capecchi, discutendo duramente, anche con chi lo considerava una sorta di bolla in cui gran parte del centrosinistra pistoiese e tutta la sinistra erano caduti.

Era lo stesso Capecchi, però, a prevenire queste critiche con un complesso atteggiamento vittimista che anticipava, addirittura, gli attacchi strumentali e "paludosi" che gli venivano o gli sarebbero venuti dalla sua stessa parte politica (si veda, il molto bello, per altri contenuti, discorso di San Domenico, del 28 febbraio 2026).

Ritengo che i Capecchi (al di là della diffusione estrema del cognome a Pistoia) siano almeno due, si chiamino entrambi Giovanni e siano, recentemente, entrambi diventati sindaci.

Il primo ha saputo, con pazienza e intelligenza, allargare il proprio consenso, mantenendo una parola d'ordine unitaria, usando anche lo strumento delle primarie, in un primo tempo derubricato; inserendo parole d'ordine programmatiche inconsuete ed importanti, 

Penso alla Pace e alla Palestina, al recupero del suolo (e non solo lo stop al consumo di suolo), alla dimensione internazionale della cultura nelle sua varie sfaccettature, ai processi e meccanismi partecipativi (che, però, in sincerità, il neosindaco ha sempre finora enunciato, senza mai entrare tecnicamente nel merito e nel metodo).

Capecchi, in questo periodo, è stato molto, molto più timido, e a tratti deludente, su una serie di dossier importanti: dal glifosato e dall'inquinamento legato all'attività vivaistica, alla revisione radicale del piano del traffico e dei nuovi insediamenti industriali, ad una matura ed equilibrata gestione dell'immigrazione e dell'accoglienza, priva di inutili tossine ideologiche.

Giovanni Capecchi non è arrivato a prendere posizioni soddisfacenti per vari motivi:

1) una coalizione larghissima, in cui le differenze di programma e di impostazione politica, financo di valori, non potranno non venire prestissimo al pettine;

2) una coalizione che ha vissuto due mesi da separata in casa ed in cui i due quartier generali si lanciavano bombe e droni senza particolare ritegno di causare, politicamente, morti e feriti;

3) la scelta, evidentissima nelle ultime due settimane prima del voto, di non esporsi minimamente sui temi più spinosi, due esempi: immigrazione e allargamento graduale della Ztl nel centro storico;

4) un errore tattico strategico che sta pagando in queste ore: quando affermava che, a parte la vicesindacatura di Stefania Nesi (con quali deleghe?), nulla era stato negoziato, io credo che, in questo caso, fosse sincero. Non si erano fatte riflessioni vere, in tutto il centrosinistra, nè sui nomi, nè sulle priorità programmatiche da condividere, progettare, realizzare in maniera partecipativa, al di là di un programma scritto dai partiti nelle segrete stanze, ormai un anno prima. Può darsi che oggi sia varata la Giunta, ma sarà, in ogni caso, un parto prematuro, un gattino dagli occhi ciechi.

A questo, per me, si aggiunge una scelta davvero incomprensibile, dolorosissima, contraddittoria.

In occasione del conflitto duro, ma tutto politico ed etico con una parte del suo staff e un candidato poi eletto, Capecchi, prima mi ha manifestato, anche in forma scritta ed inequivocabile, piena comprensione e sostegno, poi è sparito, non ha voluto approfondire, prendere parte, ha fischiettato, lasciato fare.

Tutto questo vale anche per gli atteggiamenti umanamente e politicamente più turpi e con indubbi profili di gravi responsabilità, anche penali.

Su questo, deciderà ovviamente non il sottoscritto, ma la magistratura, anche perchè anche io, lo dico con trasparenza, mi devo anche difendere da accuse totalmente inventate, pretestuose, maturate in "associazione". Volte, con cattiveria, cinismo, vigliaccheria a distruggere, uccidere politicamente e umanamente anche un cavallo.

Ma, andando oltre il mio caso personale, mi sono chiesto e ho anche chiesto in città ad alcuni, non proprio ininfluenti amici: "Ma quando si troverà a gestire una vicenda ben più complessa della mia, con pressioni fortissime, con interessi in gioco ben più importanti... come si comporterà il sindaco Giovanni Capecchi?"

Citerà sterilmente, senza crederci più di tanto, Giorgio La Pira e/o Martin Luther King, o prenderà posizione verso la verità e la giustizia? 

Si metterà in gioco oer Pistoia e per i suoi cittadini e cittadine, a partire dai/dalle più fragili, come assicurato in campagna elettorale, o sarà, invece, tristemente e inesorabilmente, prono ai potenti/arroganti/prepotenti di turno?

Non mi pare una domanda banale, non mi voglio dare risposte definitive, certo la mia esperienza personale con Capecchi (sia chiaro, del tutto estraneo ai fatti che contesto e che ho denunciato) è stata in questo ambito: terribile, spiazzante, deludente.

La mia impressione (invero, sempre più radicata, anche a causa degli ultimi incomprensibili e un po' anche ridicoli contatti personali) è che Giovanni Capecchi, si sarà anche preparato venti anni in esilio per fare il sindaco di Pistoia, ma non è assolutamente pronto per esserlo e, forse, non lo sarà mai.

Tutto ciò non toglie, ovviamente, che lo stesso Capecchi possa rivelarsi un valente docente e studioso universitario o un bravo e onesto (anche se talvolta un po' assente, mi dicono) animatore di parchi letterari, etc.

Ma tantè, la frittata ormai è fatta e ce la dobbiamo mangiare.

Non è il solo punto: la mia delusione (che è personale e soggettiva, non vuole essere la "verità", per carità) si è sviluppata conoscendo meglio un "sistema" di sostenitori e di leadership politico/partitica, ma anche associativa del centrosinistra pistoiese che, sinceramente, a me pare, con pochissime eccezioni, sostanzialmente imbarazzante.

Indubbiamente, e come altri commentatori e giornalisti hanno già fatto rilevare, al di là della figura di Capecchi e della sorpresa davvero positiva Stefania Nesi, questa campagna elettorale ha mostrato, sia per il centrosinistra che per il centrodestra, una evidente mancanza, un vuoto, anche generazionale, di classe dirigente (fatte salve le solite parentele, dinastie, etc...)

Ci si chiede (sempre al netto delle parentele e delle dinastie, inevitabili come le tasse): come e da chi venga selezionata questa classe dirigente, poi avallata da un sistema, a tratti perverso, delle preferenze multiple di genere, che ha effetti più nefasti del sistema proporzionale nella Prima Repubblica pre referendum del 1991.

D'altronde, non lo dico io, ma lo ha scritto, più autorevolmente di me, in occasione dell'ottantesimo anniversario della Repubblica, l'ex parlamentare, sottosegretario e Ministro, il pistoiese Vannino Chiti (amico e sostenitore della prima ora di Capecchi): 

"Non si è ancora compiuta, dopo ottant’anni, una ricomposizione dell’unità degli italiani sul solo terreno giusto e possibile, quello fondato sull’assunzione come valore comune del patrimonio congiunto Liberazione-Resistenza-Costituzione. È la causa della fragilità del nostro del nostro Paese rispetto alle sfide e ai compiti di oggi: per primo quello di contribuire da protagonista al compimento della democrazia europea e all’affermazione della pace".

Un'ultima considerazione...

Le mie precedenti vicissitudini, (per chi volesse qualche assaggio, può leggere i link seguenti) mi hanno forgiato e sono pronto al contrattacco, come è avvenuto per le azioni improvvide del mio ex datore di lavoro. 

Soprattutto, sono pronto al far valere, con pazienza, fiducia, ostinazione e determinazione i principi e le pratiche dello Stato di Diritto.

A partire dai più deboli e dai più fragili, come, ad esempio, sono sempre le lavoratrici e i lavoratori nel diritto e nel processo del lavoro (uno dei capisaldi delle importanti conquiste degli anni Settanta...)

https://sindacalmente.org/wp-content/uploads/2025/09/La-difesa-non-e-piu-un-diritto_Il9marzo.pdf 

Tre ore e tredici minuti di diritti: https://www.il9marzo.it/?p=10779

https://sindacalmente.org/content/il-caso-lauria-diventa-caso-cisl/ 

"Gli eroi della classe operaia". Intervista a Francesco Lauria su Radio Onda d'Urto:

https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw 

Termino: scriveva dal carcere, era il 1964, nel difendersi senza avere diritto di difesa, l'indimenticabile Nelson Mandela: 

"La lotta del popolo africano trae ispirazione dalla sue sofferenze ed esperienze. E' una lotta per il diritto di vivere. Nel corso della mia vita mi sono dedicato a questa lotta del popolo. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l'ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.

E' un ideale per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma, se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire".

Francesco Lauria

lunedì 1 giugno 2026

PRIMA DEL 2 GIUGNO 1946. LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE (E NON SOLO): "NON PER BELLEZZA".

La giornata del 2 giugno 1946 con il primo riconoscimento nazionale del voto alle donne deve spingerci a riflettere: che cosa è avvenuto prima?

Se ci fermiamo all'immediatamente prima una lettera molto interessante è il recente saggio della storica emiliana Margherita Becchetti: "Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana", Mup Editore.

Il volume prende il proprio titolo da una frase della partigiana Elsa Oliva

Quando salì in montagna per unirsi alla Resistenza, pretese subito un'arma dai compagni maschi, chiarendo che l'avrebbe tenuta con sé "non per bellezza", rifiutando i ruoli tradizionali di cura, di servizio o di semplice compagna.

Il tema centrale del libro della Becchetti è l'analisi profonda e documentata sul ruolo attivo, armato e politico delle donne nella Resistenza italiana. 

Spesso, infatti, le figure femminili sono state messe in secondo piano o silenziate dalla narrazione storica ufficiale, prevalentemente maschile.

Ma non possiamo fermarci qui.

Possiamo/dobbiamo tornare indietro di più di 120 anni, all'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.

Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.

Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.

Tutte queste iscrizioni furono respinte. 
Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".

In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".

Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi che seguì di un anno la riforma dell'arcaico diritto di famiglia italiano.

In questa ricostruzione storica può allargare il nostro riflettere il teatro greco.
 
Torniamo all'Antigone di Sofocle in cui i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono due tesi politiche e filosofiche opposte.

Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".


Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze;  ha dominato per secoli, anche sostenuto da un diritto totalmente avulso dal buon senso e dalla realtà.

Noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire" a tutto ciò. A quello (non poco) che rimane.

Ma disobbediremo, diremo di no, anche a quelle donne che, nel fare propri modelli e modalità maschili, si sono dimostrate più realiste del re, più violente della violenza, più patriarcali del patriarcato.

Dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.

Come ha giustamente affermato Gino Cecchettin, l'Amore, infatti: "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro. Anche politicamente.

Il potere, il patriarcato (anche quello femminile), il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. 

E questo non vale solo per il 2 giugno 2026, esattamente ottanta anni dopo che, con il riconoscimento generale del voto alle donne in Italia, un assurdo no è divenuto un normalissimo, lapalissiano, molto più che tardivo sì.

Francesco Lauria
Presidente Associazione Sognare da Svegli

LA DIGNITA' DEL LAVORO E DI UNA VITA IN UN SOSPIRO. E IN UNA STORIA, A FINE TURNO...

Siamo ormai a fine turno, in un supermercato di Pistoia, fra i più grandi.

I cassieri maschi sono davvero pochi, quelli "anziani", ancora meno.

Vado alla sua cassa, so che, pur non essendo velocissimo, sarà preciso e gentile.

Prima di me, una persona straniera ha comprato birre, patatine, salatini.

Lui si accorge subito che il cliente non parla italiano e gli chiede comunque, in perfetto, inglese se ha la tessera fidelity.

Il cliente risponde di no, che non gli interessa e lui lo saluta, sempre in perfetto inglese, anche come pronuncia.

Avevo creduto di dover intervenire, per aiutare a spiegare, ma non ce ne era stato bisogno.

Lui mi guarda e mi dice: "Sa, ho lavorato per tanti anni per una società americana, vendevamo, negli anni Ottanta, a Pistoia, le Chevrolet, poi siamo passati alla Fiat, poi, dopo trentuno anni abbiamo chiuso. Io l'inglese l'ho studiato al liceo, all'Università, l'ho praticato al lavoro. Diciamo che un po' me lo ricordo, pur tra questi benedetti scaffali".

Non ci sono, quasi un miracolo, altri clienti dopo di me.

Il cassiere aggiunge: "Oltre alla perdita del lavoro, ho avuto problemi di salute e mi sono dovuto reinventare, ed eccomi qui, alla cassa, ma fra dieci mesi, se Dio vuole, vado in pensione..."

Poi vedo che deve dirmi qualche cosa e lo fa in un sospiro: "ma ogni lavoro può essere fatto bene, con dignità".

Gli faccio i complimenti, sia per l'inglese, sia per la passione, la precisione e la gentilezza che mette nel suo lavoro quotidiano. Non è la prima volta che lo osservo, in silenzio.

Ho pensato ai miei lavori: nei campi di cipolle, nelle fabbriche dei gelati, nelle industrie metalmeccaniche che producevano scatolette di tonno per i paesi arabi, al banco degli autogrill nell'estate rovente e affollata sull'A1, nell'industria chimico farmaceutica, nelle redazioni (o meglio con le redazioni) a 5-6 euro al pezzo, come rilevatore Istat nei paesini friulani, a volte accolto con fiumi di vino e a volte quasi a fucilate.

Mentirei se dicessi che mi sono sempre trovato bene. Che non mi sono sentito, a volte, sfruttato, leso nella mia dignità.

Altre volte, invece, proprio come il mio amico cassiere, ho svolto lavori considerati umili (e nel suo caso "femminili") con dignità e apprezando quello che facevo, con chi mi relazionavo, come lo facevo, magari dopo un po' di necessario rodaggio.

A volte non conta lo stipendio, nemmeno lo stigma di genere, in questo caso, ribaltato.

Conta come si va a letto la sera.

Consapevole di aver regalato, come fa il mio amico cassiere, un sorriso gratis ad un'anziana sola o un bollino dimenticato al settecentesimo cliente che nemmeno ti saluta o ti ringrazia.

Il lavoro non è merce. Il lavoro è umanità, come diceva Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl, mio maestro: "è un fatto sociale e relazionale". 

Restiamo umani.

Anche a pochi minuti dalla chiusura, in un supermercato di una città di provincia che, a volte, sa essere spietata. Anche con chi non se lo merita, anche con chi ringrazia, con chi sorride gratis. Senza volere nulla in cambio.

Con chi, nonostante tutto, non ha ancora voglia di smettere di sognare.

Da sveglio.

Francesco Lauria

domenica 31 maggio 2026

IL PROBLEMA DI CAPECCHI NON SONO I NONNI, IL PROBLEMA DI CAPECCHI E’ CAPECCHI.

Capisco che con tutti/e i/le Capecchi che ci sono a Pistoia, anche in politica, a destra, come a sinistra si possa fare confusione.

Ma qui parliamo di Giovanni Capecchi, mister laboratorio nazionale, eletto trionfalmente una settimana fa, sindaco della città.

Ieri, alla fine della Messa di commiato del Vescovo Fausto Tardelli, sono stato avvicinato dal neo sindaco mentre ero con un amico e, sinceramente, ne avrei anche volentieri fatto a meno (peraltro tutti, tutti i sacerdoti della diocesi erano presenti, anche malati, anche in sedia a rotelle, tranne uno, indovinate chi?).

Platealmente Giovanni Capecchi mi ha voluto stringere la mano dichiarando a voce alta: “Francesco non ce l’ho con te, io sono uno che non porta rancore, dai stringiamoci la mano!”

Non sarebbe stato coerente, dopo aver celebrato l’Eucarestia (Capecchi mi ha detto in campagna elettorale di essere un credente che non va a Messa, ma, evidentemente, ieri aveva anche un ruolo di rappresentanza politica cittadina) negare, anche se ne ero sinceramente tentato, la stretta di mano a chi mi aveva e mi ha profondamente deluso, sia dal punto di vista umano che politico. Così, pur senza grande entusiasmo, non l’ho rifiutata.

Peraltro ero appena stato fermato da una cittadina del centro storico che mi voleva fare i complimenti per l’intervento durante la campagna elettorale nell’incontro con i residenti: un intervento che, tra i vari punti, non era contrario ad un possibile graduale ampiamento della Ztl e che, almeno in quel momento, sembrava essere stato condiviso anche dallo stesso Capecchi. 

Quel mio intervento, di meno di quattro minuti, mi è stato contestato violentemente ex post sui social da una degli hoolingan digitali di Capecchi (già assessora provinciale) che mi imputava, abitando solo ai confini del centro, di aver rubato preziosi minuti (quattro!) ad inesistenti altri relatori (tutti avevano potuto parlare e contribuire a quell’incontro in piena serenità).

Solo per dire che molti fanatici “capecchiani” di spargimenti di fango, digitale e non, se ne intendono perfettamente.

Tornando a noi, sempre in Chiesa, dopo un paio di minuti in cui non avevo minimamente parlato di cose che lo riguardassero, Capecchi è tornato sui suoi passi, scuro in volto e mi detto esattamente il contrario di quanto affermato pubblicamente due minuti prima: “Francesco, mi hai attaccato a testa bassa, hai attaccato la mia famiglia colpendo mio nonno, così non si fa!”.

Dentro di me si sono aperte le ipotesi più disparate: 1) è stato morso da un serpente; 2) ha letto cose di una settimana prima, telepaticamente (si sa, molti tra i fan di Capecchi gli attribuiscono superpoteri e facoltà taumaturgiche); 3) è così stressato dal braccio di ferro con i partiti sulla nuova giunta che da non risultare, provvisoriamente per carità, particolarmente equilibrato e lucido.

Uscito dalla cattedrale, mentre lui era marcato strettissimamente, come sempre, dalla onnipresente Simona Querci, consigliera regionale nominata nel listino bloccato del candidato Presidente Giani, gli ho scritto un messaggio chiedendogli conto della sua piazzata, peraltro in un edificio sacro (per fortuna aveva già tolto la fascia tricolore).

Il vocale di risposta è stato un capolavoro: “Francesco se vuoi parlare della mia famiglia non ti affidare ad ex sindaci di Pistoia, ma parla direttamente con me. Per questo blocco il tuo numero”.

Vista la palese incoerenza anche psicologica di questo messaggio, ho optato, quindi, per una delle ipotesi uno e tre e mi sono messo il cuore in pace, in questo periodo, Giovanni Capecchi è forse l’ultimo dei miei problemi, ho anche diradato i miei commenti su di lui.

Quello che vorrei ribadire e che Capecchi Giovanni, studioso di Pinocchio, nonostante la sua proverbiale intelligenza, non ha capito o non ha voluto capire, è che il suo problema non sono i nonni, uno maestro e docente, l’altro, Ilvo, esponente della Democrazia Cristiana locale, primo Presidente della Casa di Risparmio di Pistoia e Pescia e pure saggista (si veda l'illustrazione...)

Ilvo Capecchi: un importante democristiano in tempi in cui il Pci a Pistoia deteneva il potere politico (e a cui era affidato il famoso tre su quattro alla Breda: tre assunzioni a noi e una alla Dc…) e la Dc quello economico (Camera di Commercio, Asso Industria, Caript, Iacp, Copit, etc.)

La mia affermazione, in campagna elettorale, sui nonni di Capecchi non era certo mancanza di rispetto (saranno stati anche, come afferma Giovanni e anche diversi testimoni che ho incontrato, “bravissime persone”), ma un dato lapalissiano.

Giovanni Capecchi è establishment pistoiese, è nato per fare il sindaco, l’assessore, il componente di Cda della Fondazione Caript, il Presidente di Uniser etc.

Questa è un’arma a doppio taglio: se da un lato può rivendicare un “humus culturale” favorevole, dall’altro, guidando, tra l’altro, un’ampia coalizione progressista, la favola del candidato trovato sotto un albero, mentre un paio di cittadini pistoiesi ormai in pensione, andavano a funghi nel settembre 2025, regge, a mio parere, poco.

Pistoia, soprattutto nel centrosinistra (ma non mancano esempi nel centrodestra, anche in questa ultima tornata…) è fatta di dinastie politiche, di mancanza di mobilità sociale, di un ruolo, assolutamente non secondario, nella selezione della classe dirigente, della massoneria (parola che, in città, andrebbe, peraltro, declinata al plurale).

Con questo sto dicendo che Giovanni Capecchi è espressione dei poteri forti e, addirittura, delle potenti logge della città di Licio Gelli?

Ovviamente no.

Sto solo dicendo che la vocazione politica nata da ragazzetto nella sede di Democrazia Proletaria a Pistoia, guardando i doposcuola per i ragazzi svantaggiati e occupando l’Università di Firenze con il movimento della Pantera nel 1990 è una storia vera, ma solo parziale, diciamo sapientemente narrata.

Nessuno, peraltro, nega che Giovanni Capecchi, una parte del suo consenso se lo sia costruito da solo, che abbia saputo mobilitare energie e competenze e creare entusiasmo e mobilitazione intorno a sé (anzi, in un primo momento aveva contagiato anche il sottoscritto, sempre pronto, troppo, a dare credito alle persone).

In sintesi, come già detto, il problema politico di Capecchi non sono tanto i rispettabilissimi (ma anche affermatissimi) nonni, ma Capecchi stesso, nella sua bambagia.

La sua incapacità di decidere, schierarsi, esporsi (un po’ come è successo non molto più di un anno fa con l’illuminazione farlocca installata dalla giunta Tomasi, e poi, dopo ampia mobilitazione, sostituita, nel borgo medioevale di Castello di Cireglio dove Capecchi presiede il Parco Letterario).

Quanto scritto è valido, ovviamente, a meno che in gioco non ci siano lui stesso e la sua carriera, in questo caso le cose, ovviamente, cambiano.

Tutto qui, come dice il neo sindaco, salvo poi subito pentirsi: “senza rancore”.

Per quel che mi riguarda, in conclusione, faccio mia una poesia di Franco Arminio, dato che anche lo stesso Capecchi, citando Sciascia ha ricordato in campagna elettorale che: “i poeti danno il certificato di esistenza in vita ai luoghi”.

“Se arriva un lutto, una grande delusione,

se il mondo si fa brutale

è il tempo della grande alleanza

con te stesso,

fuggi con i tuoi piedi, con le tue ciglia,

porta via il tuo sguardo,

portalo in salvo,

attraversa il muro dei passanti,

il silenzio, il gelo, il vento

che si getta in faccia come una cassa

di coltelli.

Questa paura sia l’ultima che ti sta cercando”. (F. Arminio).

Francesco Lauria

sabato 30 maggio 2026

LE ORGANIZZAZIONI NON PERDONO MAI? INSIEME OGNI RIVOLUZIONE E' POSSIBILE.

IL PROCESSO CONTRO IL LICENZIAMENTO POLITICO, GRAVATORIO, DISCRIMINATORIO E ILLEGITTIMO DELLA CISL (dopo venti anni di impegno e passione) E' FINALMENTE FISSATO, A FIRENZE, PER IL 21 OTTOBRE 2026.


Ho riflettuto se scrivere oggi di questa vicenda visto che, almeno in parte, sono di nuovo in un complicato turbine di ricerca di giustizia e verità.
Ma, come è noto, non sono incline al silenzio e all'opportunismo.
In realtà, il processo del lavoro è stato fissato mentre ero a compiere il Cammino di Santiago, una ventina di giorni fa.
E' un atto, il primo di una lunga strada, per carità, che ho lungamente atteso e preparato.

Voglio innanzitutto ringraziare i tantissimi firmatari degli appelli collettivi e individuali a mio nome: da Romano Prodi e Tiziano Treu, fino a tante Rsu, operai e operaie che ho contribuito a formare nelle aule del Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole, ma anche sul territorio, macinando, negli anni, decine di migliaia di chilometri, incontrano migliaia di volti, di persone che, GRATUITAMENTE, impiegavano il loro tempo a sostegno di lavoratori e lavoratrici, per un'idea di giustizia, associazione, contrattazione, partecipazione.

Voglio ringraziare le mie avvocate che con me hanno la pazienza di Giobbe.
Ringrazio Mattia Scolari, segretario generale della CUB Confederazione Unitaria di Base, ma con sangue fimmino nelle vene, che da Milano è sceso a Roma, a difendermi, quando tutti scappavano per la paura, per l'asimmetria di potere, per la certezza di una ritorsione.

Ringrazio D. che, da donna e da sindacalista, più con il silenzio che con le parole, mi ha insegnato (e devo ancora imparare tanto) che la mia ferita, pur grande, non era l'unica, anzi.
Che se si incontra davvero l'altro/a, bisogna ascoltarlo con cura, non basta certo pensare al suo posto, magari in buona fede.
Che non sempre si possono avere tutte le risposte e che ESSERE è più importante e viene prima del FARE.
Quando penso al privilegio, non solo in Italia, ma in tutta Europa, di aver incontrato e formato, in molti anni, così tanti sindacalisti, penso, senza alcuna retorica, a quanto ho ricevuto da loro, a quanto mi ha cambiato l'incontro, magari anche la discussione franca, con loro.
Con chi fa sindacato prendendo ferie, o la sera, dopo un turno in cartiera di otto ore, o, al contrario, dopo averne lavorato solo quattro in un supermercato, perchè subisce, magari da donna, un part time del tutto involontario con un mutuo da pagare e un figlio da crescere da sola.
Penso agli invisibili, un esempio: i lavoratori indiani, che, nella grande e civilissima Milano, lavoravano nel cantiere del consolato Usa, pagati due euro all'ora.
Ripeto: a Milano, dove un caffè ormai costa due euro, pagati due euro l'ora.
Penso a Luana d'Orazio e a quell'orditoio, degno dell'Ottocento e che, invece, ha straziato, a pochi chilometri da casa mia, una giovane donna lavoratrice, di poco più di vent'anni nei "furiosi anni Venti" del Duemila.
Penso, con riconoscenza, alle quasi cento persone che, da tutta Europa, hanno contribuito alle mid spese legali: c'è chi ha versato 3 euro e chi ne ha versato 300, io sono grato a tutti/e, in egual misura.
Allora, presto, con tutto questo nel cuore, spero di poter partire per un lungo viaggio nel nostro paese che racconterà il lavoro povero, sfruttato, irregolare.
Racconterà anche i sogni e i volti, i progetti, la voglia di riscatto, il "salvarsi insieme" che, citando Don Lorenzo Milani, non è solo politica, è anche sindacato.
Quello vero.

Da quasi un anno subisco una enorme macchina del fango, cui si sono opposti tanti bravi giornalisti e giornaliste: penso a Tommaso Rodano (per primo ) del Fatto Quotidiano, a Tommaso Pucciarelli di Repubblica, a Daniela Preziosi de Il Domani, a Luciana Cimino de Il Manifesto, ad Alberto Vivarelli di ReportQ, unica testata pistoiese e toscana a rompere il muro di silenzio intorno a me. Ma non scorderò mai anche le interviste per Rosso Fastidio e Radio Onda d'Urto.
Come è noto, sono finito, con risalto, e foto AI con Giorgia Meloni e Daniela Fumarola, anche su Dagospia e la cosa mi ha strappato, tra le lacrime, un lungo sorriso.
La macchina del fango si mosse, scientifica e menzognera amche quando rinunciai, dopo sette pazzeschi lodi avversi, ad altri trenta procedimenti ai probiviri.
Subito arrivò la sentenza: "Lauria per ritirarsi ha sicuramente preso soldi, magari un cinquantone.."
Eccomi, invece, (certamente più povero e senza alcun cinquantone) ancora qui, a testa alta, a combattere la buona battaglia per il buon lavoro e per la dignità e il benessere di lavoratori e lavoratrici.
Per la mia di dignità di lavoratore del sindacato e rappresentante dei lavoratori e delle lavoratrici del sindacato.
Senza paura, ma con Amore e, spero, valore e valori.

In un bellissimo articolo dedicato alla mia battaglia/vicenda il blog www.il9marzo.it circa sei mesi fa, fu commovente, ma realista.
Scrissero che, purtroppo, le organizzazioni, rispetto alle persone, non perdono mai, perchè le persone, al contrario delle organizzazioni, non sono cose.
Perchè le organizzazioni, da cose, non perdono mai il sonno, la speranza, perchè, le organizzazioni, non abbandonano mai il potere anche a costo di calpestare violentemente ogni umanità.
Tutto ciò, purtroppo, è vero, perchè da soli non ci si salva, quasi mai.
E' questo il motivo per cui è nato e si è sviluppato il sindacato, un "fare-essere giustizia insieme".
E proprio per questo, il prossimo 21 ottobre mattina, al Palazzo di Giustizia di Firenze so, per certo, che non sarò solo.
Porterò con me il ricordo di Luana e di tutti quanti mi hanno insegnato, nel mio, omrai lungo, cammino di vita e professionale che ogni, piccolo passo di una singola persona verso la dignità è una rivoluzione/rivolta opportuna e importante per tutti/e e per ciascuno/a.
Come ci insegna oggi il Vangelo di Giovanni, non occorre "condannare il mondo", ma "salvarci insieme ad esso".
Guardando, insieme, al cielo e agli occhi del prossimo, colui che il mistero della Vita ci ha posto di fronte e che, potenzialmente, possiamo ritrovare, invece, al nostro fianco.
Insieme: Sindacato.
Un po' come ho provato a raccontare quest'anno, il primo di maggio alla MAY DAY PARADE:

Francesco Lauria

giovedì 28 maggio 2026

PERCHE' UNO SCIOPERO GENERALE OGGI. CONTRO IL GOVERNO DELLA PRECARIETA' E DELLA GUERRA.

Per difendere il diritto di sciopero, bisogna scioperare...

E' un'affermazione che può sembrare banale, ma che ci permette di ricordare che, recentemente, l'Italia è stata condannata dal Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS), organo del Consiglio d'Europa, per aver violato la Carta Sociale Europea, proprio in materia di diritto di sciopero.

Lo sciopero generale di oggi, indetto da molte sigle del sindacalismo di base, a partire dalla CUB, ha un titolo inequivocabile: "Contro il Governo della precarietà e della guerra".

I temi fondamentali  alla base della mobilitazione sono quattro:

- emergenza salariale;

- salute e sicurezza sul lavoro;

- riduzione progressiva del welfare, a partire dal diritto alla casa;

- esplosione delle spese militari e promozione di una politica e di una società di guerra.

In Toscana a Firenze, l'appuntamento della mobilitazione, alle ore 10, è fissato in un luogo significativo per mille ragioni: l'ospedale di Careggi.


Un tema cruciale, oltre alla tutela dell'ambiente e della salute, dentro e fuori i luoghi di lavoro, e il sostegno al popolo palestinese, è quello del diritto al dissenso. 

A questo aggiungerei il grande tema del diritto alla rappresentanza, soffocata da regole che, di fatto, impediscono ai lavoratori di scegliere i sindacati che vogliono e ai sindacati rappresentativi, al di fuori di Cgil Cisl e Uil e dei firmatari del Testo Unico del 2014, di esercitare quello che è lo strumento principe del movimento sindacale, insieme allo sciopero: la contrattazione collettiva.

Non possiamo, poi, non essere solidali e lottare per il reintegro immediato di Simone Vivioli, segretario nazionale Flmu Cub, licenziato ingiustamente e gravatoriamente da Tim a causa della sua attività sindacale e sociale.

La mobilitazione nelle piazze italiane, pur scontando il solito silenzio mediatico, la criminalizzazione degli effetti sul trasporto pubblico, etc. sarà importante.

Ecco un primo elenco dei presidi e delle manifestazioni, in continuo aggiornamento:

Roma — ore 9:30
MEF, via XX Settembre 97
Milano — ore 9:30
Piazza della Scala
Napoli — ore 9:30
Piazzale Pisacane (Autorità portuale)
Bologna — ore 16:00
Piazza Verdi
Firenze — ore 10:00
Ospedale Careggi
Genova — ore 10:00
Ospedale Galliera
Torino — ore 10:00
Palazzo della Regione, Piazza Piemonte 1
Savona — ore 10:00–12:00
Prefettura, Piazza Saffi
Bergamo — ore 15:00–19:00
via Borgo Palazzo / viale Pirovano

Oggi, lavoratore, lavoratrice, disoccupato, disoccupata, studente, studentessa, pensionato, pensionata, non delegare ad altri.

Oggi il protagonista sei tu, siamo noi!

Organizziamoci e lottiamo!

"Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora, / Solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora".

Francesco Lauria

#29maggio #cubnazionale #scioperogenerale

mercoledì 27 maggio 2026

NEGLI OCCHI DI MANLIO E DI FRANCO: "CONTINUIAMO A LOTTARE PER UNA SOCIETA' PIU' GIUSTA". 28 MAGGIO 1974 - 2026. INSIEME, OLTRE L'INDIFFERENZA.

Quando, dopo oltre quindici anni, ho risentito la voce di Manlio Milani mi stavo avvicinando a piedi verso Guernica, un luogo iconico del Novecento, dove il 26 aprile 1937 la popolazione fu falcidiata dal terribile bombardamento reso eterno, nel suo grido infinito di dolore, da Pablo Picasso.

Non va dimenticato che quel terribile bombardamento fu diverso da tanti altri: non aveva più di tanto ragioni militari, ma servì, soprattutto, per testare contro la popolazione civile, nuove terribili armi che sarebbero poi state usate da nazisti e fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Manlio Milani si avvicina ai 90 anni. Si deve principalmente a lui se a Brescia non accostiamo solo la "Loggia del silenzio", ma alimentiamo anche la "Casa della Memoria".

Quando mi risponde nella mia salita verso Guernica sono accompagnato da una pioggia insistente, proprio come era insistente la pioggia, a Brescia, quella mattina: il 28 maggio 1974.

Cinquantadue anni fa.

Chi si ricorda di Livia? Chi?

Quando gli occhi di Manlio, scampato per un puro caso, alla strage che uccise la moglie e i suoi amici, ricordano la giovane moglie, insegnante e militante della Cgil scuola (ma allora il sindacato confederale, a partire dagli insegnanti era molto unitario...) sono ancora più dolci, ancora più crocifissi.

Non ci sentiamo da quindici anni, ha quasi quaranta di febbre, ma mi risponde, mi accoglie, mi chiama Francesco e, quasi, si scusa di non avere fiato.

Mi promette che scriverà ai pistoiesi in occasione dell'iniziativa del 15 maggio su Piazza della Loggia e lo farà, lasciandomi senza parole per il sentimento di riconoscenza.

Così come, tra mille impegni, interverrà, con un video, anche la generosa, magnifica, inestimabile Benedetta Tobagi.

Come ho raccontato al circolo di Capostrada a vedere in anteprima nazionale, nella città di Licio Gelli, il docufilm, dedicato alla strage fascista e di Stato di Piazza della Loggia, a Brescia, a ricordare i suoi caduti antifascisti (è riduttivo, come dice sempre Benedetta, parlare di "vittime") eravamo in pochi, pochissimi.

Non più di quaranta persone.

Oggi non voglio fare altre polemiche, anche se ho il vomito nel cuore.

Oggi voglio fare solo un appello, a chiunque legga questo mio post:

prendete un amico/a, una compagna, un compagno, soprattutto un figlio, una figlia, un/una nipote.

Prendete un padre, una madre, un nonno/a, fatevi raccontare gli anni Settanta, non solo come anni di piombo e terrore, ma soprattutto, come anni di partecipazione e diritti.

Fateli sedere accanto a voi.

Guardatevi negli occhi, scopritevi nudi nel cuore e nell'anima.

Impiegate una cinquantina di minuti di silenzio e di parole, di memoria e di lotta, di resistenza e dolcezza, di democrazia e di rivolta civile per vedere questo docufilm che è volutamente libero da copyright.

Ecco il link: https://www.arcoiris.tv/scheda/it/91868/addC

I depistaggi, lo stupro della democrazia, come ci racconta Manlio Milani nel docufilm, vivono, si alimentano del silenzio e dell'oblio.

Ma il silenzio, può anche essere uno spazio di libertà e di empatia, in cui abbassiamo il nostro rumore e ascoltiamo, invece, la ricerca della Verità.

Perchè, come dice benissimo Benedetta Tobagi, è ora di smettere di parlare di misteri sulle stragi italiane, ora si può parlare di verità, storica e, per Brescia, pur incompleta, pur tardiva, pur beffarda, anche giudiziaria.

E' ora, infatti, dopo il silenzio, dopo l'ascolto, di tornare a parlare e a parlarci.

Non ci parliamo più, annegati nei telefonini, non ci guardiamo più negli occhi, men che meno ascoltiamo il nostro e altrui cuore.

Il 28 maggio non è un semplice anniversario e, di sicuro, non riguarda solo la città di Brescia e il suo mai sopito dolore.

Il 28 maggio Giorgia Meloni non è mai stata a Brescia e, ne sono sicuro, non ci sarà nemmeno oggi.

Ma noi possiamo tendere la mano a chi, vicino a noi, guarderà questo nuovo preziosissimo docufilm, leggerà le parole di Manlio, ascolterà il messaggio ai pistoiesi di Benedetta, ricorderà l'impegno di Pace di Giovanni Bachelet, presente a Capostrada.

Il 28 maggio ci fa riflettere sia sulla violenza del potere che sulla violenza politica diffusa, complice dell'autoritarismo di Stato.

Il 28 maggio, ricordando anche Aldo Moro e il suo: "guardate ai politici presenti ai funerali di Piazza della Loggia, per comprendere chi ha promosso la strategia della tensione" dobbiamo stringerci in un abbraccio.

Un abbraccio vero, non finto.

Come si strinse in un abbraccio tutta la città di Brescia, accogliendo seicentomila persone ai funerali dei caduti della strage di quella mattina piovosa del 28 maggio 1974.

Il servizio d'ordine lo assicurò il sindacato, lo Stato, infatti, non era più lo Stato, non aveva più alcuna autorevolezza, perchè la strage di Brescia fu una strage annunciata, beffarda, sicura dell'impunità complice delle istituzioni nazionali e non solo.

Da quel palco interveniva con parole che andrebbero tutte rilette, comprese quelle che non poterono essere pronunciate, Franco Castrezzati.

Partigiano e sindacalista, il primo, in Italia, prima di Pierre Carniti, Bruno Trentin, Giorgio Benvenuto a credere, già a metà degli anni Cinquanta, nell'unità sindacale.

Franco è scomparso pochi mesi fa all'età di 99 anni. Infermo, non ha mai rinunciato alla piazza, alla memoria, ogni 28 maggio.

Oggi Franco non ci sarà.

Ci sarà il suo grido ai giovani che mi affidò in una intervista nel 2014, a quaranta anni dalla strage:

"Continuiamo a lottare per una società più giusta".

Oggi in Piazza a Brescia dobbiamo, idealmente, esserci tutti e tutte. Ore 10 e dodici minuti.

Perchè la democrazia, la pace, la libertà, la giustizia possono morire nella nostra complice, terribile, sterile indifferenza.

Ma gli occhi profondi e veri, forti e dolcissimi di Manlio non ce lo consentiranno mai...

"Non distruggere i sogni", il saluto a Pistoia di Manlio Milani:

https://sognaredasvegli.blogspot.com/2026/05/non-distruggere-i-sogni-la-lettera-ai.html

"Perchè ricordare Brescia", il video di Benedetta Tobagi per l'iniziativa del 15 maggio scorso:

 https://www.youtube.com/watch?v=5oeYmSeEX4k

"Per una società più giusta"L'intervista del 2014 a Franco Castrezzati:  

https://cislbrescia.it/wp-content/uploads/2014/05/Continuiamo-a-lottare-per-una-societ%C3%A0-pi%C3%B9-giusta.pdf

Francesco Lauria