venerdì 10 aprile 2026

PERCHE' QUELLA DI GIOVANNI CAPECCHI E' UNA CANDIDATURA FEMMINISTA. LETTERA APERTA A DANIELA BELLITI

Cara Daniela,

negli ultimi due anni, come in parte sai, ho letto, sempre con interesse, tutto quanto da te scritto.

Apprezzo sia il tuo impegno filosofico da un punto di vista scientifico, sia la matura riflessione pacifista, sia il coinvolgimento professionale e civile contro la violenza di genere, in tutte le sue forme.

Per quel poco che posso conoscere di fronte ai miei quattordici anni vissuti a Pistoia, aggiungerei, in punta di piedi, che l'essere, per te libera da vincoli istituzionali e il vivere prevalentemente fuori dall'agorà politica pistoiese (e in questo non c'è un giudizio sulla sua esperienza amministrativa che conosco troppo poco) mi aveva dato l'impressione di averti messa in condizione di poter esprimere al meglio il tuo potenziale culturale e sociale e, soprattutto, il tuo giudizio critico.

In quest'ultimo anno, di fronte a più di un episodio di molestie o, addirittura di violenza, avvenuti in ambito lavorativo e associativo nei confronti di donne, lavoratrici, attiviste, oltre, ovviamente, ad agire, mi sono profondamente, radicalmente interrogato.

La mia prima reazione, pur in buona fede, è stata profondamente sbagliata: mi sono sentito il principe azzurro sul cavallo bianco che andava a difendere una, o addirittura, più fanciulle in difficoltà.

Donne oggetto di "tutela" e non soggetto della loro liberazione, attraverso dignità, proprie parole, resistenza, stracolma di coraggio, nei confronti di episodi continui, reiterati e infamanti di "vittimizzazione secondaria".

Ho capito, e ho sofferto tantissimo per questo, che, pur combattendo la violenza di genere e, anche, i meccanismi di potere patriarcali che la sorreggevano, io stesso, maschi, bianco, occidentale, italaino, ero prigioniero degli stessi pregiudizi, non ne ero completamente libero.

Ma ho anche constatato sul campo che i meccanismi maschili del potere, paradossalmente, non sono automaticamente assenti nel genere femminile.

La violenza di genere, così come il femminismo (almeno oggi) non si combattono con politiche "separatiste", ma come dici tu, Daniela, con rinnovate e radicali alleanze e convergenze.

Ho conosciuto Pistoia, per la prima volta, ben prima di trasferirmici, all'inizio degli anni Duemila, quando, giovanissimo, ho svolto una ricerca nazionale ed europea sull'integrazione socio-lavorativa degli immigrati in Toscana e sulla lotta alle discriminazioni, sul lavoro e non solo.

Allora Pistoia era conosciuta in tutta Italia per un, pur piccolo, fiore all'occhiello che è stato sventuratamente perduto, ancor prima dello svuotamento delle Province: il "Centro Antidiscriminazione".

Un'esperienza, certo, istituzionale (che si collegava, in un'ottica positiva, con il Centro Migranti del Comune, anch'esso scomparso...) ma che aveva il pregio di coinvolgere la società civile e anche i comuni più piccoli, montagna pistoiese compresa.

Studiai a fondo il caso di una doppia discriminazione (immigrato e gay) che il Centro aveva accompagnato egregiamente, non rapportandosi a un oggetto di tutela, ma sostenendo la soggettività di un cittadino (giovane uomo in questo caso) che vedeva minacciata la sua dignità, proprio dagli stessi pregiudizi e meccanismi di potere patriarcali che offendono, discriminano, colpiscono le donne.

Siamo in un paese, ricordiamolo tutti e tutte, che ha dovuto attendere, esattamente cinquanta anni fa, il 1976, perchè, con Tina Anselmi, una donna fosse finalmente proclamata, per la prima volta, Ministra. E altri tre anni per vedere, un'altra grande donna, Nilde Iotti presiedere la Camera dei Deputati.

Non parliamo dell'accesso, nel nostro Paese, delle donne alla Magistratura, perchè, davvero, c'è da rabbrividire.

In questi tempi, anche per correggere il mio approccio troppo paternalista e prigioniero degli stereotipi, ho conosciuto associazioni come: "Maschile plurale - Uomini contro la violenza" che mettono davvero in discussione, a partire da una riflessione maschile di genere, i pilastri della violenza sessista.

Scrivo tutto ciò perchè, sinceramente, ho trovato strumentali le ragioni del tuo sostegno a Stefania Nesi in cui hai denunciato il fatto che molti (molte?) non la sosterrebbero in quanto donna, alle primarie del 12 di aprile.

Nel tuo scritto hai elencato il tema dei c.d. "padrini" di Stefania Nesi per i quali lei sarebbe stata attaccata e, sostanzialmente, non presa sul serio quando è: "uscita dal gruppo" per candidarsi.

Al di là che ci siano oggettivamente almeno quattro ex sindaci (maschi, ovviamente) che, platealmente o meno, sostengono, in piena legittimità, per carità, una candidatura, come quella di Stefania Nesi, mi sembra, invece, evidente che chi abbia subito una reiterata speculare e molto grave macchina del fango sia stato, al contrario, Giovanni Capecchi.

Capecchi è stato descritto e additato prima come un: "servo dei vivaisti", poi come un "potenziale distruttore di ospedali", poi come un ecologista estremista che mangia gli scarafaggi, poi come un: "professorino all'Estero" (magari confondendo Perugia con qualche omonimo piccolo centro nel pieno degli Stati Uniti...), infine, più recentemente, come un approfittatore, dispensatore di bandi pubblici (senza minimamente conoscere, se in buona fede, come funzioni un organo collegiale non esecutivo di una Fondazione Bancaria).

In tutti questi ambiti Giovanni Capecchi ha sempre risposto con il Noi, mai con l'Io.

Con la gentilezza e mai con la rabbia. Con l'abbraccio e mai, ostinatamente mai, con i pugni.

Ha dimostrato una "forza dolce", una capacità di ascolto e di dialogo, atteggiamento nonviolento, nei confronti degli attacchi ricevuti in prima persona, ma anche da Stefania Nesi.

Se la libertà femminile, come scrivi tu, non è solo quella delle donne, ma di chi esce dal gruppo, dalle logiche di dominio, penso che Giovanni Capecchi sia uscito, certamente non da ora, totalmente dal gruppo di chi difende, vive, si nutre di una cultura patriarcale.

Di un "potere su", dominio, appunto, per preferire un "potere per", meglio ancora un "potere con": i cittadini e le cittadine, in una logica di democrazia partecipativa.

Lo si è visto anche nell'approccio ai dibattiti in cui, anzi, rispetto ai toni della sua competitor, è stato accusato, anzi, di essere stato troppo pacato e riflessivo, magari, persino, troppo poco virile.

Sono contento che Stefania Nesi, pur rimanendo chilometri e chilometri, a mio parere, al di sotto della visione di Giovanni Capecchi della città, abbia condotto una più che buona campagna elettorale, smentendo i frettolosi giudizi che molti, me compreso, avevano mal speso su di lei.

E sono anche convinto che, non come ancella, ovviamente, potrà dare un ottimo contributo alla prossima amministrazione comunale che tutti e tutte, speriamo, torni di centrosinistra.

Però, cara Daniela, se mi chiedi chi, in questa campagna elettorale, sia stato il candidato/la candidata, autenticamente femminista, con la costruzione di ponti e non di muri, con l'ascolto e non con il profluvio di video e di parole e anche con la sua onestissima comunicazione di non volersi presentare per il consiglio comunale in caso di sconfitta alle primarie, stiamo parlando non di Stefania Nesi, ma di Giovanni Capecchi.

Le parole: mondo, clima, futuro, rigenerazione, ecologia, Gaza, Pace, convivialità delle differenze, fragilità, margini, cultura delle differenze, parità, lotta alle discrminazioni, policentrismo, io le ho sentite, sinceramente, quasi solo da Giovanni durante la campagna elettorale per le primarie.

Infine, quando ho ascoltato Lavinia Ferrari, 24enne pistoiese nel mondo, libera di dire davvero ciò che voleva in Piazza Spirito Santo, nel presentare, lei e non altri, la candidatura di Giovanni Capecchi, non ho avuto, davvero, più dubbi.

Chi vuole davvero cambiare e aprire Pistoia alla soggettività delle donne e degli uomini che si immischiano e si alleano, nel mondo, per rovesciare i meccanismi perversi, negativi e ottusi del patriarcato e per liberare Pistoia dalla cultura della violenza e delle guerra, ha una sola opzione domani:

votare il vero candidato femminista alle primarie: Giovanni Capecchi.

Una scelta che, cara Daniela, con il tuo backgroud politico e pacifista, sinceramente avevo dato per scontato, sbagliando, avresti fatto, davvero a occhi chiusi, anche tu.

Con stima,

Francesco Lauria

FONDAZIONE CARIPT: IL FANGO AD OROLOGERIA CONTRO GIOVANNI CAPECCHI NON ANDRA' A SEGNO, ANZI.

 

Pubblicato su: https://www.reportpistoia.com/fondazione-caript-il-fango-a-orologeria-contro-giovanni-capecchi/

Personalmente non sono mai stato una persona nei ranghi o che "non le mandasse a dire".

Proprio per questo, ho imparato strada facendo, o almeno provato ad imparare, che si può essere durissimi con le parole e con le azioni, ma bisogna dimostrare coerenza, e non colpire tanto per colpire.

Nel recente mio doloroso contrasto, anche in ambito lavorativo, con una confederazione sindacale nazionale, dopo oltre vent'anni di riconoscimenti e stima (e certo, anche di amarezze e difficoltà) ho sempre risposto con i contenuti alla macchina del fango che, scientificamente, è stata montata nei confronti del sottoscritto, anche con dinamiche che io e molti abbiamo ritenuto sguaiatamente illecite ed illegali.
Ci sono, in questa mia vicenda, situazioni che ho ritenuto meritevoli del vaglio della magistratura, ma anche molti aspetti di squisita natura etica, opportunità, buon senso.

Andando oltre l'esperienza personale, mi aveva già molto colpito l'astio pesantissimo di Valentina Loparco, che non credo di conoscere personalmente, nei confronti di Giovanni Capecchi.
Il suo post sui cuoricini che prendeva malamente in giro 2601 cittadini e cittadine che avevano firmato la candidatura di Giovanni (certificando le firme, non come altre meteore di ritorno del centrosinistra pistoiese che, di fatto, ora sostengono Stefania Nesi e che nemmeno volevano rendere pubblici i nomi dei propri sostenitori/sostenitrici) mi aveva impressionato per durezza gratuita e pregiudizio conclamato.

Già il 28 febbraio (sottolineo il 28 febbraio) Giovanni Capecchi aveva affrontato pubblicamente, trasparentemente e di sua iniziativa la questione Fondazione Caript, peraltro elencando con precisione tutti i precedenti di situazioni, inevitabilmente, simili alla sua.
Era stato così onesto, da ammettere, preventivamente, di non aver rispettato i termini delle dimissioni dal consiglio della Fondazione (ripeto dal consiglio, non da organi esecutivi!) così come era successo a numerosi altri candidati o sindaci eletti di estrema sinistra, sinistra, centro e destra. Pistoiesi o valdinievolini (se così si può dire...).

Aveva spiegato davanti a trecento persone e forse più, perchè non lo lo aveva potuto fare e che era disponibilissimo a pagarne le conseguenze (un periodo di ineleggibilità futuro nella Fondazione).
Aveva avvertito: tutto questo verrà usato dalla "palude" contro di me.

Puntualmente, dopo una serata fantastica, partecipata in Piazza Santo Spirito da circa mille persone, a due giorni dal voto, esce una lettera di Loparco, peraltro, non commentabile a causa di restrizioni sui suoi social (di cosa si ha paura, se si è convinti di avere ragione?) da parte di una figura, certo non di primo piano, del Pd Pistoiese (nemmeno cittadino) che finge che tutte le spiegazioni, ufficialmente già date, da Giovanni Capecchi non ci siano mai state. (tutti i giornali, a partire da Reportpistoia, hanno anche la registrazione del suo intervento presso San Domenico).

La capziose domande e le vergognose, indimostrabili illazioni poste dall'ex assessora Pd di Massa e Cozzile, sono davvero imbarazzanti, non per Capecchi, ma per chi le pone in questo modo e in questi tempi, ben sapendo non solo di avvelenare i pozzi, ma di danneggiare tutto il centrosinistra.
Tutto ciò, peraltro, in quanto ultras (per propria stessa ammissione) di una Stefania Nesi, insolitamente silente.

Tutto questo, pur se non anonimo, è paragonabile, a mio parere, al murales minaccioso, e da condannare in ogni modo, contro l'altra candidata alle primarie, espressione della maggioranza dell'Assemblea comunale del Pd di Pistoia.
Peraltro fa davvero sorridere e davvero non è, a mio parere, credibile, che la stessa Lo Parco che, su tutti i giornali, poco più di un anno fa, sparava a zero proprio sul Pd di Pistoia, con affermazioni pesantissime, ora si erga a paladina dell'ortodossia.
Una peraltro solo presunta ortodossia, che, a parte in questa occasione, mai, a torto o a ragione, ha ritenuto di poter e dover impersonare.

Allora un'illazione la faccio io, sapendo di non poterla provare, pur scoprendo l'acqua calda: non è che si è scelta una sorta di "kamikaze" per colpire, per procura, Giovanni Capecchi?

Chi sta facendo di tutto, da mesi, per mettergli tutti i bastoni tra le ruote possibili, ha giocato un'ultima, disperata e, oggettivamente, penosa, spuntata, anche se fastidiosa carta?

Giovanni Capecchi non ha certo bisogno di difese terze, ma capisco che provi un certo voltastomaco.
Chi si nasconde dietro le quinte delle domande accusatorie di Valentina Lo Parco non meriterebbe nessuna attenzione, nessuna perdita di tempo.

La forza gentile di Giovanni ha le spalle larghe: non c'è alcun dubbio sulla sua trasparenza e sul fatto che nessuno schizzo di fango raggiungerà lo scopo.
Che poi è quello, alla fine, di riperderle elezioni.
Semmai il fango tornerà proprio da dove è venuto.
Francesco Lauria

giovedì 9 aprile 2026

GIOVANNI CAPECCHI: IL SOGNO CONCRETO DI UN NOI CHE PUO' SVEGLIARE UN'INTERA CITTA'



"La Speranza è una creatura alata,
che si annida nell'anima." (E. Dickinson)

"Ma lo sai, devo ammetterlo, che a me mi garba un monte?"

Mi giro e lo guardo, non ci conosciamo, non ci siamo mai parlati prima.

Ho in mano i volantini rossi di Giovanni Capecchi, per questo motivo sono stato: "riconosciuto"...

L'uomo avrà forse qualche anno meno di me e poco indietro a lui c'è una donna che scoprirò, dopo qualche minuto, essere sua moglie.

No, non siamo più abituati a parlare con gli sconosciuti per strada, ci hanno inculcato la paura dell'altro, la diffidenza rispetto all'incontro inatteso.

Ora stiamo camminando insieme in tre e ci avviamo a terminare Via Curtatone e Montanara, la via della libreria indipendente Lo Spazio, quella con il pianoforte che provo ogni tanto a suonare e le tartine strane, in mezzo a oceani di libri.

Un posto dove, in questi anni, probabilmente, si è respirata molto più cultura rispetto a quanto messo in campo (poco) dall'intera giunta di centrodestra. 

Magari sono di parte.

Passata la libreria la mia nuova conoscenza continua: "io erano anni, ma che dico, decenni che non ero così coinvolto in politica, oggi non riuscivo a non commuovermi!".

Raggiungiamo Piazza San Francesco, li guardo entrambi.

Penso che, appena qualche minuto prima, proprio al comizio in Piazza Santo Spirito di Giovanni Capecchi, in uno spazio gremito e gioioso, anche io mi sono commosso.

Non dovevo essere lì, anzi avrei dovuto cenare nella piazza principale di Bilbao che, in basco, si chiama Piazza Barrìa, non Piazza Santo Spirito.

E non ha certo al centro l'austera statua del cardinale Niccolo Forteguerri.

Invece, per cause di forza maggiore, ero lì anche io con quella coppia pistoiese e tantissime altre persone, cittadine e cittadini, ad ascoltare la "politica dell'abbraccio" di Giovanni Capecchi.

E ne sono stato contento: perchè ho ascoltato un'idea di Politica che non trascura le "cose piccole", buche e tombini, ma che parte dall'ineluttabilità di un sogno, radicale e concreto, di cambiamento.

Una Politica del Noi che non è meramente un facile slogan, ma un vestito quotidiano che Giovanni porta con sè da Orsigna a Bottegone, dalla sua Candeglia (San Rocco) a Bonelle, da Torbecchia a San Mommè e così via...

Il comizio, introdotto e presentato da una strepitosa Lavinia Ferrari (un esempio di valore di giovane pistoiese nel mondo che, a Pistoia, ha rappresentato i Fridays for Future. Ora impegnata nella trincea dell'Egeo, in Grecia, nell'accoglienza e nel supporto ai migranti e rifugiati...) è stato, come sempre, bellissimo, profondo, mai urlato. 

Con tutti gli attacchi e il gratuito fango subiti da Capecchi (e la nessuna solidarietà ricevuta) è stato un intervento anche franco, ma sorretto sempre dalla forza dolce della gioia.

Il professore di letteratura dell'Università per stranieri di Perugia era determinato e felicemente consapevole di aver riportato in piazza, nell'agorà, tanti e tante che, alla politica, nella politica, anche per gli errori della sinistra (a Pistoia e non solo), non credevano più.

Rispondo quindi ai miei due nuovi conoscenti: "Si, anche io, da San Domenico, avverto che qualcosa in me e intorno a me è cambiato". (il 28 febbraio nel Convento di San Domenico c'è stato il lancio ufficiale della candidatura di Capecchi che, con la forza prima di centinaia e centinaia di cittadini, poi di migliaia, ha ottenuto, strappato le primarie unendo, in un campo larghissimo il centrosinistra della città. Un centrosinistra che sembrava destinato per l'ennesima volta a frantumarsi e, sicuramente, a riperdere...).

La donna (si, non ci siamo detti i nomi) mi risponde: "bravo, anche io, da San Domenico, sento un'energia incredibile. Ma non molliamo fino alla fine, il risultato non è acquisito!".

Ci salutiamo: io dico loro: "scappo a casa, devo cenare con mio figlio, che è da solo...". 

Mi sorridono: "Sì, anche noi, per Giovanni, abbiamo ritardato la cena ai nostri figli, ma ora li raggiungiamo subito!"

Rido anche io e, da lontano, ci facciamo il reciproco: "Viva il lupo!"

D'altronde Giovanni lo ha detto chiaramente e io gli credo: "a noi il potere non interessa, nemmeno i risultati estemporanei, a noi interessa la Pistoia dei nostri figli e dei nostri nipoti".

Oggi eravamo lì anche per loro, con loro, sia pur non fisicamente.

Due saranno i possibili primi provvedimenti di Capecchi sindaco: l'aumento del fondo per gli affitti, ma anche il gemellaggio di Pistoia con una città palestinese.

Capecchi che è di radici verdi ed ecologiste, e non se ne vergogna per nulla, ricorda, in ogni incontro, che lui promuoverà, in ogni modo, mobilità di spostamento, nell'ampio territorio di Pistoia, alternative all'auto privata.

Pensando a quanto mi è successo mi torna alla mente un altro passaggio del discorso odierno di Giovanni che, anche da docente di Letteratura italiana, ha voluto parlare di Dante per ricordare l'importanza dell'incontro, di ogni incontro.

"Io, tutti noi, proprio come ci ha insegnato il sommo Poeta, siamo il risultato delle nostre esperienze, dei nostri incontri, dei nostri dialoghi.

Non ci dobbiamo vergognare di nulla, anche dei momenti difficili, delle cadute, delle sconfitte. Noi siamo quello che siamo stati, noi siamo chi abbiamo incontrato".

Danilo Dolci scriveva: "Ciascuno cresce solo se sognato"  e Giovanni Capecchi ha concluso l'incontro tornando a parlare di sogno e di sogni.

Un sogno che quando diventa comunità, ci ha detto, si avvera, continua ad accompagnarci anche da svegli, aggiungo io.

Il sogno di Giovanni, attraversa un'intera comunità, sempre più grande.

Può, davvero, cambiare in meglio la realtà.

Può, potrà, diventare il sogno condiviso, sconfinante, partecipativo di un'intera città.

Una città aperta nel Mondo, la Pistoia Possibile di Giovanni Capecchi.

Una città di Pace, nel segno di Giorgio La Pira, pur in un pianeta ("l'unico che abbiamo) in fiamme e in guerra.

Sarebbe il primo sindaco senza tessera di partito, senza demonizzarli i partiti, ma sapendo anche andare oltre, pescando non tanto nella rabbia, ma nella stanchezza, trasformandola in un capitale di fiducia e di speranza.

I volantini che mi hanno fatto incontrare la coppia li avevo presi al gazebo in Piazza.  Chiara, la figlia di Giovanni, nel darmeli, mi aveva anche chiesto come mai non fossi a Bilbao.

Le ho risposto che mi dispiaceva molto non essere potuto partire, ma che, nonostante tutto, ero contento di essere in quella piazza e di poter sostenere ancora di più, ancora più forte, il suo grande papà.

Un suo bellissimo sorriso mi ha raggiunto. Un sorriso che vale più di mille parole, anche per Giovanni che, con i sorrisi sui media, così come per i colori dei maglioni, a volte, è un po' impacciato.

Quello che conta, al di là dei social, è il sorriso vero, quello dei colori (veri, non studiati) che si specchiano negli occhi dell'altro/a.

Magari un sorriso inaspettato, una gentilezza sincera, proprio come è la poesia politica di Giovanni.

Sì, la Speranza è un sogno bellissimo, ma che si fa, concretamente, da svegli.

E la Speranza, a Pistoia, si chiama, senza alcun dubbio: Giovanni Capecchi. 

Non un, "io", ma un "Noi".

Il 12 aprile alle primarie del centrosinistra, intanto... 

Ma, con tutti gli scongiuri del caso, certamente, anche oltre...

I Sogni si avverano.

Francesco Lauria

mercoledì 8 aprile 2026

NESSUNA NOTTE CI PRIVA DELL'AURORA


"È come una locanda l’essere umano,

ogni mattina qualcuno che arriva,
gioia, tristezza, squallore,
rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza,
visitatori inattesi.
[…]
Pensieri cupi, vergogna, risentimenti:
apri loro la tua porta ridendo, invitali a entrare.
Ringrazia chiunque si presenti,
perché è una guida
che ti è stata mandata da lontano."

Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī, poeta persiano del XIII secolo

No, non è piacevole, comunque la si prenda, a tarda sera, quasi a notte incombente, disfare lo zaino del mattino.

Avevi scelto con cura il contenuto, pensato, passo dopo passo,come ti saresti vestito, immaginato quali imprevisti (magari non tutti) avresti incontrato sul cammino, scelto con cura i luoghi dove ti saresti riposato.

Quelli in cui ti saresti fermato a pregare nel silenzio. 

Tra boschi e oceano, tra terra e cielo.

E poi quella lingua incomprensibile, affascinante e misteriosa e quella spiaggia regale, piena di ricordi, sguardi sull'infinito e un bacio, mai dimenticato, con chi ti ha cambiato e resa più Vera la Vita.

Un bacio irripetibile e per questo infinito, eterno, immenso. 

Portatore, insieme, di inesaurita gioia e pacificato dolore.

Diceva Charles Peguy, indimenticabile poeta francese, che: "la Speranza non va da sè, La Speranza non va mai sola".

La Vita è imprevedibile. Ti insegna che disfare ciò che hai preparato e magari sognato con cura. Non è una sconfitta, non è una rinuncia, non è mai, soltanto, una caduta.

E' piuttosto una scommessa, pensata e accolta sul futuro.

Sul tuo futuro.

Così oggi non partirò per il Cammino, mio malgrado.

A volte l'imprevedibile accade.

Ma muoverò i miei passi lo stesso sulla spiaggia, respirerò il mio respiro di fronte all'Oceano. Riabbraccerò occhi che, pensavo, avrei provvisoriamente lasciato.

Mi soprenderò a remare insieme alla luna.

Su una piccola barca nel blu, senza confini, del mare.

Una barca fragile che si chiama Amore.

Che ascolta e riaccoglie la Speranza.

Con una Guida. 

Arrivata da lontano... 

Come in quella poesia persiana:

fiore antico di una civiltà che nessuno, proprio nessuno, potrà mai cancellare.

Nessuna Notte è senza Stelle.

Nessuna Notte ci priva dell'Aurora.

https://www.youtube.com/watch?v=3awbwyh8iy4 

Francesco

lunedì 6 aprile 2026

IN CAMMINO. IL "SILENZIO E' RIVOLUZIONE".

E' da quasi sette mesi (più o meno da quando è diventato chiaro che si delineava il mio licenziamento illegittimo, illegale, discriminatorio, ritorsivo e infame dalla Cisl) che scrivo di temi sociali e della mia vicenda personale e politico-sindacale ogni giorno.

Qualche volta anche due volte al giorno.

Almeno non è stato, del tutto, un monologo: mi ha confidato, con una certa preoccupazione, una collega attiva a livello nazionale nell'ambito Cisl che ogni mio post viene letto, vagliato e, di fatto, preso in considerazione dai vertici, anche per individuare e "tagliare" eventuali collaborazionisti, simpatizzanti etc.

"Francesco attento, tu hai un potere paradossalmente enorme, con le tue parole".

Mi ha detto. Magari esagerava.

In ogni caso, il mio blog personale sta per superare le 50.000 visualizzazioni che sono solo una piccola parte di coloro che leggono e frequentemente commentano i miei articoli sui social (Facebook, ma talvolta anche Twitter e Linkedin).

Ho scritto così tanto (molto probabilmente troppo), come mai nella mia Vita, essenzialmente per due ragioni:

la prima, di fatto terapeutica: lenire il dolore e continuare l'impegno;

la seconda, per non essere ridotto, da azioni indegne, ad un silenzio forzato.

Il silenzio, in realtà, mi ha proprio circondato, avvolto in questi mesi.

Decine, un paio di centinaia, forse, di persone che interagivano con me regolarmente, a volte anche al di fuori dal ristretto ambito lavorativo, sono del tutto sparite, senza un litigio, senza una spiegazione.

Qualcuno/a perchè realmente in disaccordo con me; la stragrande maggioranza perchè fortemente intimorito/a da possibili/probabili/realizzate ritorsioni lavorative e personali.

Comunque tutti/e, spariti. In silenzio appunto.

Anche se, in realtà, c'è anche chi, in questi mesi, c'è stato/a quasi ogni giorno, ogni mattino, anche solo con un "come va?" anche solo condividendo una poesia, una canzone, una preghiera.

Nel silenzio.

Pertanto anche se a me, figlio unico, tutto questo ha sempre fatto un po' paura, ritengo che sia proprio vero quello che mi ha detto un'amica sindacalista (un'altra...): "il silenzio angoscia, ma parla più di tante parole".

Già il fatto di parlare, scrivere di silenzio è un paradosso in sè, come ben afferma Nicoletta Polla-Mattiot nel suo bellissimo: "Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita".

Da sempre, non solo a me, quindi, il silenzio inquieta. Evoca paura e disagio, persino violenza, talvolta.

E' l'ultimo gesto, la fine e la nostra società - iperveloce, perennamente connessa, scrive Mattiot, non tollera l'assenza, la rimuove.

Non so se ci arriverò mai, ma sono convinto, con l'autrice, che il silenzio possa anche essere rivoluzionario, un po' come il cammino

Lento, solitario, ma aperto al dialogo nell'incontro.

Nel silenzio e nel cammino possono rinascere appunto il dialogo, ma anche il pensiero, la creatività, la consapevolezza, persino l'empatia.

Chi sono? Cosa dico? Perchè respiro, vivo, sogno, mi arrabbio, provo dolcezza e speranza, dolore nella ferita e desiderio di orizzonte, di ritrovarmi, di riprovarci?

Mi tornano in mente spesso le domande, fondamentali, risalenti al 1990, riscoperte nel computer di Alexander Langer, dopo la sua, ahimè tragica, scomparsa.

Proprio per questo, già da oggi, verso Roma riprenderò a camminare, in silenzio.

Poi Bilbao, Irun, San Sebastian, Gernika.

Al confine tra terra e mare, fuoco e cielo, anima e materia.

Porterò con me, insieme alla guida del Cammino di Santiago del Nord, a un romanzo e a un libro di poesie, soprattutto un testo: "Combattere la bella battaglia" di Sandro Antoniazzi.

Un battaglia nonviolenta, in tempo di guerra, contro le ingiustizie e, insieme, per ricomporre le fragilità, prendersene cura, immergersi in esse.

Porterò Sandro con me, proprio perchè lui ha scritto tantissimo non tanto sul sindacato, ma sull'essere sindacalista.

Credeva profondamente, direi messianicamente, nelle persone.

Nell'incontro con lo sguardo dell'Altro/a, nel mistero dell'ascolto dell'Altro/a che porta in sè, sempre, anche se magari non ne è consapevole, il seme di Dio.

Anche l'altro/a "difficile". Quello che associ al male.

Così, a proposito di guerre, arte e nonviolenza, da Gernika mi collegherò il 14 aprile alle ore 17 per la prima piccola, privata iniziativa dell'Associazione Sognare da Svegli.

Sandro Antoniazzi ha dedicato all'amico Pierre Carniti, il suo ultimo, definitivo libro, scrivendo che Pierre gli aveva insegnato cosa, davvero, significasse essere un sindacalista.

Non fare il sindacato, ma esserlo. Agirlo "con", non solo "per", tanto meno: "su".

L'ultima volta che vidi Pierre, a casa sua, tre mesi prima della morte, consumato, eroso dalla malattia, gli detti un bacio sulla fronte e gli dissi: "Ti voglio bene".

Sono proprio le ultime parole, prima del suo definitivo, apparente silenzio, che ho ricevuto, ascoltato da Sandro. 

Quel: "ti voglio bene" che risuona, ancora di più, oggi, ogni giorno. Anche negli occhi, buoni, di Lea.

Non è più angoscia, morte, ma gratitudine e quotidiano dialogo, ostinata preghiera.

In cammino. Senza paura. 

Il Silenzio è "Rivoluzione".

Francesco Lauria

RIVOGLIAMO LA VERA CISL: AUTONOMA DA PADRONI, PARTITI, GOVERNI, PER NULLA CONSERVATRICE, APERTA AL MONDO.

                       E invece, se mai qualcuno/a si illudesse... nel giro di 24 ore...


E anche... (della serie io la partecipazione dei lavoratori me la ricordavo un po' differente, non in mano al Governo nemmeno nelle aziende "parapubbliche"...)

Eppure, fino a poco tempo prima, nonostante i ricorsi in Tribunale, anche della Cisl, per i contratti pirata dei rider...


Infine, il pezzo forte, per non dimenticare... il video (oggettivamente agghiacciante...) dell'elogio sperticato di Luigi Sbarra, allora segretario generale Cisl, al "dinamismo del fare" del Ministro Matteo Salvini... rilanciato, con orgoglio e sicumera sui social, dallo stesso Salvini:

domenica 5 aprile 2026

PER MILLE CAMICETTE AL GIORNO: MARZO 1911 - PASQUA 2026. L'UNICO PIANETA CHE ABBIAMO.

Come chi mi conosce anche solo un po' sa, io la mattina sono solito svegliarmi molto, molto presto.

Questa abitudine è ancor più peculiare nei giorni di festa, come oggi. 

La città dove, in qualsiasi caso, mi trovi (che sia Parma, Pistoia, in passato Firenze od, oggi, Roma, Bruxelles...) dorme e io comincio, di solito, a scrivere o a leggere.

Qualche rara volta, invece, accendo la televisione, incuriosito da programmazioni di solito originali/improbabili, giustificate dalla collocazione in un palinsesto destinato, davvero, a pochi sonnambuli.

Oggi è stato lo stesso. Parma dormiva, la mia famiglia dormiva (non parliamo di mio figlio Jacopo che, a differenza mia, apprezza, tantissimo il sonno festivo) ed io ero, inesorabilmente, sveglio.

Dopo aver rinunciato, quasi subito, a seguire un improbabile e già iniziato film Western anni Sessanta (quasi pre John Wayne) ho virato su un canale locale, modenese, che raccontava, peraltro in maniera profonda e non didascalica, una storia vera.

Questa: Per mille camicette al giorno

1911: la Triangle Waist Company occupa i tre piani più alti dell’Asch Building di New York.              

La compagnia produce camicette e occupa circa 500 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate. Il 25 marzo scoppia un incendio. 

I proprietari si mettono in salvo e lasciano morire le donne e gli uomini intrappolati. 

L’incendio fa 146 vittime di cui 129 giovani donne italiane e ebree dell’Europa orientale. 62 di loro muoiono lanciandosi dalle finestre.

All'alba di Pasqua 2026, la tv locale modenese raccontava, promuovendo un bel libro illustrato, adatto anche a ragazzi e ragazze, il racconto del più grave incidente industriale della storia di New York, per voce di una di quelle camicette che, esposta in una vetrina davanti al grattacielo, vede tutto e tutto sa. 

Parole che illuminano sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici, ma anche sulle lotte per l’emancipazione delle donne (Vogliamo il pane, ma anche le rose!)

Parole non destinate solo ad un lontano passato, ma, specialemente nella mia collocazione geografica prevalente, a pochi passi da Prato e dall'hinterland industriale e artigianale pratese che lambisce anche qualche territorio pistoiese, parole che raccontano del disastro delle condizioni di lavoro nel settore tessile che, purtroppo, sembrano non conoscere nè tempo, nè spazio.

Ci avvicianiamo all'ennesimo anniversario dell'immane tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh, dove, sempre in una fabbrica tessile, in condizioni simili a quelle di New York 1911, il 24 aprile 2013 morirono oltre 1.300 lavoratrici e lavoratori, in grandissima parte impiegate/i come "terzisti", per marchi occidentali e, anche, italiani.

Ho seguito per oltre dieci anni, come componente sindacale del Punto di Contatto Nazionale Ocse presso il Ministero dello Sviluppo Economico (ora Made in Italy) la vicenda successiva al disastro del Rana Plaza.

Qualche settimana fa, comunemente mobilitati di fronte al vergognoso intento (per fortun per ora fallito) della maggioranza italiana di Governo di costruire uno "scudo penale" per le aziende italiane della moda, abbiamo approfondito, con due amici, il tema della costruzione di ponti di dignità nella globalizzazione del fashion.

Ho potuto interloquire, sul canale Youtube Rosso Fastidio, con due persone speciali: Deborah Lucchetti, ex sindacalista, anima e coordinatrice in Italia della Campagna Abiti Puliti ed Emanuele Leonardi, attivista sociale, ricercatore militante e docente presso l'Università di Bologna.



L'occasione è stata la presentazione del prezioso rapporto, proprio sull'industria globale tessile in Bangladesh: "Fabbriche Verdi, Lavoro Grigio"https://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2026/02/FAIR_FabbricheVerdiLavoroGrigio_Sintesi_Report2026.pdf

Nel giorno della Resurrezione, non possiamo non coltivare un seme di ostinata speranza:  la costruzione di una rete, un'alleanza per la dignità, a partire dalla filiera tessile, dalle sue lavoratrici, troppo spesso afone o inascoltate, a partire dal Bangladesh, per arrivare fino noi.

Per arrivare alla Politica e al Sindacato. Quelli veri, che non si voltano dall'altra parte, che non fischiettano, o peggio, di fronte alle catene globali di fornitura e del valore.

Tutto ciò vale ancora di più nel triangolo della moda: Prato-Pistoia-Firenze (e nel ricordo non rituale di Luana D'Orazio, giovanissima lavoratrice uccisa sul lavoro a Oste, proprio tra le Province di Prato e di Pistoia). 

 

Se ci riflettiamo, se guardiamo i vestiti che indossiamo, noi non possiamo ignorare che portiamo quotidianamente sui nostri corpi i risultati macabri dello sfruttamento globale del "turbocapitalismo nichilista" e di quella che Papa Francesco chiamava: "economia dello scarto".

Pensiamoci, quando compriamo una maglietta a sette euro. Chiediamoci da dove viene, come e da chi è stata prodotta.

Cosa produrre, come produrre, sono dilemmi che il sindacato (quello vero...) si è posto già alla fine degli anni Settanta e che sono oggi al centro del "Manifesto per una transizione giusta nella filiera della moda". Genesi, contenuti, obiettivi del documento sono ben spiegati nel corso del filmato da Deborah Lucchetti.

Giunti nella seconda parte dei "furiosi anni Venti", come li ha correttamente definiti qualche tempo fa lo studioso americano Alec Ross, ci troviamo, andando oltre al settore tessile, di fronte alla Volkswagen in Germania che riconverte, proprio in questi mesi, importanti stabilimenti di auto in fabbriche, avanzate, di armi.

La guerra è prodotta dall'economia di guerra, non possiamo dimenticarlo.

Ed è solo un altro lato della medaglia dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, proprio come nel 1911 a New York.

Per una "moda dei diritti", non deve rappresentare solo uno slogan azzeccato, ma diventare un tatuaggio indelebile, permanente, che fa, finalmente, la differenza. 

Democrazia politica e democrazia economica hanno realmente senso, solo se ci propongono orizzonti compiuti e progressi sostanziali, non attacabili ogni giorno, in ogni tempo ed in ogni luogo.

Buona Pasqua di Resurrezione a tutti/e.

In particolar modo, a chi non rinuncia, in ogni parte del Pianeta (l'unico che abbiamo) alla costruzione di un Altro Mondo Possibile.

E Necessario.

Francesco Lauria