Caro Giovanni (Giannessi),
spero mi scuserai per la consueta mancanza di sintesi, ma confido anche che tu ed altri/e almeno di questa mi perdonerete, una volta letti i contenuti della seguente lettera aperta-proposta di dialogo.
Dopo che ci siamo "scontrati" la sera del ricordo di Francesco Guccini in Piazza Duomo, sì, la sera in cui le mie ultime sprezzanti parole a te rivolte sono state: "tanto tu sei il solito figlio di papà", ho, alla fine, imparato il tuo nome.
Prima di quel momento per me sei sempre stato, anche in contesti ufficiali in cui ho dovuto fare riferimento a te, mio malgrado, il "figlio del Primario e Assessore Giannessi" o, al massimo: "quello dell'Ho Chi Minh".
Penso che riconoscere, in alcuni casi, persino restituire alle persone il proprio nome sia un primo basilare e dovuto segno di rispetto.
Se ci si pensa un po' su, allargando lo sguardo, l'atto, ad esempio, di togliere il nome originale alle popolazioni indigene è stata una pratica sistematica di assimilazione culturale forzata utilizzata dai governi coloniali.
Un'azione violenta, nei secoli, portata avanti non solo dagli Stati, dal potere politico, ma anche dalla Chiesa, dal potere religioso, con conversioni spesso estorte, in cui i nomi tradizionali venivano sostituiti, cancellati, con nomi cristiani od occidentali, in larga parte durante battesimi, appunto, forzati.
Se, poi, ci allarghiamo dai nomi ai cognomi vediamo come, ad esempio nei sistemi giuridici anglosassoni, la donna sposata perdeva normalmente la propria identità legale. Si diceva letteralmente che venisse "coperta" da quella del marito.
Il passaggio del cognome simboleggiava il trasferimento della donna dall'autorità del padre a quella del marito e serviva a identificare la discendenza dei beni e del patrimonio per via unicamente maschile.
In Italia, solo nel 2022, con una storica sentenza della Corte Costituzionale, il rigido automatismo del passaggio del cognome del padre ai figli/figlie è stato dichiarato illegittimo.
Tornando a noi, ti scrivo perchè la mia rabbia e, forse, nel tuo caso, un po' di vino bevuto di troppo (ti eri appena sgolato un'intera bottiglia davanti a tutti) non ci hanno permesso un dialogo, non dico sereno, ma civile.
Non avendo altro modo preferisco renderlo pubblico, trasparente, non ci sono, tra noi due, infatti, problemi personali, ma politici.
Almeno questa è la mia personale visione.
Quando ti ho lievemente urtato, goffamente lo ammetto, e tu mi sei corso dietro sotto i portici di Palazzo di Giano, mi hai sputato verbalmente in faccia due cose: come mi sentissi ora che (a tuo parere) non potessi più scrivere quello che volevo e se non mi convenisse tacere e sparire: "vista la mia situazione".
Devo essere stato molto sfortunato con te, perchè in tutto, nella nostra vita, ci siamo visti tre volte (due al circolo Arci Ho Chi Minh e lì i rapporti di forza erano chiaramente a tuo favore...) e due volte su tre ho misurato in te, da te, alcuni degli atti (principalmente parole sia chiaro) più violenti che io abbia subito e visto in vita mia.
So bene (anzi me lo ricordaste tu e Mariasole) che il mio destino, quella sera al circolo in Porta al Borgo, è stato quello di molti altri, anche storici soci e dirigenti, rimossi da una sorta di cancel culture associativa che, parere mio da semplice iscritto non militante, non fa assolutamente bene non solo al circolo Ho Chi Minh, che ha una importante storia, più che cinquantennale, ma a tutta l'Arci di Pistoia.
E' vero, da un anno esatto, la mia vita, principalmente lavorativa, ma non solo, è stata stravolta, sono, come succede a molte persone, prima o poi quasi tutte, caduto. E anche piuttosto male.
Non posso poi dire, in sincerità, che gli ultimi quattro mesi siano stati, in minima parte anche grazie a te, migliori dei precedenti otto.
Ma questi sono fatti personali che, immagino, a te e a molti altri/e, che magari si riempiono quotidianamente la bocca con termini impostori come cura, servizio, ascolto, non importano un fico secco, peraltro legittimamente.
Quello che però mi ha colpito, senza voler dare un giudizio generale su di te visto che, di fatto non ci conosciamo ed eventi esterni precedenti hanno giocato molto negativamente sui nostri incontri, è stata la "chirurgica" volontà (passami questa volta il termine di famiglia...) di annientare, zittire, disconoscere la dignità dell'altro.
Un altro che, stando alle tue parole di qualche giorno fa, ma anche del nostro precedente incontro, deve tacere, sparire, preoccuparsi, piuttosto, della propria incolumità e salute. Non si sa mai.
Un altro che, come successe un paio di mesi fa all'Ho Chi Min, in "territorio tuo", manco tu fossi un autoritario ufficiale coloniale, non può nemmeno terminare in fretta una birra piccola, peraltro regolarmente già pagata.
Mi sono sinceramente interrogato, credimi, sulle tue parole.
E' vero, non per responsabilità mia (nell'ultimo più recente caso, nemmeno un po', nemmeno un briciolo) vivo un momento di difficoltà, posso dire tranquillamente di forte fragilità.
Peraltro tra un paio di mesi a Firenze, come forse sai, si svolgerà finalmente la prima udienza del processo del lavoro per la mia reintegra/risarcimento, dopo un licenziamento politico, discriminatorio, ritorsivo, illegittimo e, per me, infame.
Un licenziamento che mi ha forzatamente allontanato, per meri contrasti di opinione, da un posto di lavoro di cui, credimi, mi prendevo cura da vent'anni con tutto me stesso, vivendolo non solo come un "mestiere", ma come una vera e propria "missione".
Stiamo parlando di un periodo equivalente all'intera tua età, anno più, anno meno.
E' vero, in questi mesi ho sperimentato la solitudine, la paura di non farcela, la caduta. nonostante cinque appelli nazionali e internazionali di solidarietà, nonostante sulla mia vicenda sindacale siano stati scritti articoli (a mio supporto) persino in Svezia o in Brasile, nonostante trasmissioni web, interviste radio, cinque quotidiani nazionali che si sono spesi (mentre, per dire la verità, a Pistoia, tranne per Report, è calato un lugubre e complice silenzio).
E' vero, la mia non è una caduta qualsiasi, ma una di quelle in cui ti esce contemporaneamente il sangue alle ginocchia e ai polsi e in cui la pelle ti fa male, ti si strappa, brucia fin dentro al cuore e all'anima, non solo nel corpo.
Ti dirò anche di più.
Per almeno due mesi, forse più, sono riuscito a vedere, guardare solo me stesso.
Il mio dolore, la mia ingiustizia, il mio peso pesantissimo da portare, da solo, sulla schiena.
Il resto del mondo, il resto delle persone non contava, mi trovavo disorientato nella mia rabbia e, come canterebbero i Gang, perduto tra: "silenzi e spari".
Poi ho incontrato (mi ha cercato) una giovane sindacalista che, anche in quanto donna, aveva subito torti ben peggiori e violenti dei miei, ed è stata solo la prima di decine e decine di telefonate, di volti, di sguardi, di nomi.
Tante solitudini, tante "fragili situazioni", avevano soltanto bisogno di condividere dolore, reciproco ascolto e solidarietà, senza particolari strategie.
Ma è stato il messaggio recente di un amico, anche lui caduto che, insieme a lui, mi ha aiutato a rialzarmi e mi ha dato anche lo spunto di scriverti pubblicamente oggi.
Questo mio amico mi ha inviato la stupenda, serena, viva testimonianza di Mario Calabresi, intitolata: "Scegliere la strada", risalante al Festival della Spiritualità di Torino di due anni fa.
Il titolo del Festival di Torino del settembre 2024, caro Giovanni, ci parla da solo: «Come legni storti. L’imperfezione, l’errore, l’inciampo».
Al titolo del Festival si è ispirata la testimonianza di Mario Calabresi, dal racconto del bosco nel crinale sull'Appennino casentinese, tra Romagna e Toscana (Sasso Fratino) inaccessibile e di rigenerazione integrale (legni storti...) alla vera e propria rinascita di sua nonna materna.
Una neonata incredibilmente più resistente della rovinosa caduta della madre (la bisnonna di Mario) e di un parto indotto e prematuro, al tempo in cui le incubatrici non esistevano.
Mario Calabresi, "spingendo la notte più in là", spiegandoci che: "la fortuna non esiste" e raccontandoci il: "tempo del bosco", non ci parla solo degli altri, affronta, generosamente, anche se stesso, le sue cadute, i suoi inciampi.
Ci racconta anche del suo traumatico licenziamento da direttore di Repubblica nel 2019, del suo non sapere cosa fare, del suo senso di vuoto, del tempo fermo, del telefono muto e del suo stare male.
Ci confida anche del tentativo, fallace, di far finta di nulla con gli amici e i colleghi, e, soprattutto, di non far trasparire, al di fuori la propria sofferenza, la propria incertezza, il proprio "morire dentro".
Diresti tu Giovanni: "la propria precaria situazione..."
Come spiega Mario Calabresi, però, la Vita non si misura giorno per giorno, ma su un tempo più lungo, in cui si riparte, ci si rialza, si accetta una mano aperta, tesa, si comincia, piano piano, a uscire dal pozzo.
La Vita, caro Giovanni, con le sue "situazioni", non è un algoritmo e non concepisce/sviluppa percorsi piatti, lineari.
La Vita ci sorprende, ma solo se teniamo gli occhi aperti, lo sguardo acceso, se viviamo pienamente la difficoltà e la accompagniamo, pur nei frantumi, con un passo diverso, che non ci nasconda le nuove opportunità, i nuovi percorsi, i nuovi incontri, le ripartenze possibili.
Certo, dobbiamo saper: "scegliere la strada" e pensare a qualcosa di nuovo, a un passo diverso.
In quest'ultimo mese mi sono capitati due incontri che mi hanno indicato un orizzonte di lotta e di speranza, certo ostinata, difficile, resiliente, da organizzare.
Mi riferisco, in primis, proprio all'"organizzazione dei non organizzati", in particolare alla manifestazione di Prato dopo lo sgombero del presidio sindacale Sudd Cobas a Seano.
Penso ai lavoratori pachistani dell'Acca, il pronto moda cinese (ma se fosse pratese, bianco, occidentale non cambierebbe nulla...) che li vuole licenziare in tronco.
Non basta, vuole, anche fisicamente, "sorvegliare e punire", per citare concretamente il fondamentale testo di Michel Focault, chiudendo e riaprendo l'azienda con un vile gioco di prestigio frutto dell'economia dello scarto e del concetto aberrante e antico di lavoro ridotto a merce.
A questi lavoratori (a proposito di pelle che brucia sull'asfalto bollente) ho avuto l'onore di parlare, a nome della Cub, del sindacalismo di base, proprio in piazza a Prato, salendo su una panchina con un megafono improvvisato, dialogando con le loro paure, imparando dal loro coraggio, ascoltando le loro parole, pronunciate nella loro lingua e poi, con rispetto, tradotte.
A proposito, come con un servizio davvero opportuno ci ricorda il Tirreno (pagina di Prato) di oggi, il presidio dei lavoratori a Seano eroicamente resiste, nonostante i riflettori spenti e il caldo torrido.
Il presidio della dignità e della resistenza è ancora lì anche a grazie a bravissimi/e e giovani sindacalisti/e "da marciapiede", per usare la positiva definizione che proponeva, anche di sè, l'indimenticabile leader dei metalmeccanici (e non solo...) Pierre Carniti, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
Penso, ancora, a Margherita. Margherita Napoletano.
Una sindacalista e una lavoratrice che, nel tempio del profitto della sanità privata, ma anche di una sanità ridotta a mercato, l'ospedale San Raffaele di Milano, non ha voluto chiudere gli occhi di fronte ad appalti ed esternalizzazioni selvaggi che hanno persino messo a rischio la vita di alcuni pazienti.
L'ospedale che recentemente ha scambiato le mamme per l'impianto di embrioni nella procreazione assistita (a dimostrare che i problemi di sicurezza sono ben altri...), ha reagito, freddamente, con cinismo e senza pietà, sfruttando, incredibilmente, proprio il tema della salute e sicurezza sul lavoro.
Un licenziamento pretestuoso e ritorsivo, quello subito da Margherita Napoletano, coordinatrice di tutte le Rsu (Rappresentanze Sindacali Unitarie), eletta ininterrottamente, dal 1999, anche Rls (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza).
Un'azione improvvida che ha indignato, facendo cadere loro le braccia, persino alcuni politici e amministratori della destra lombarda.
Quando ho incontrato Margherita, che riabbraccerò di nuovo al San Raffaele il prossimo martedì 11 agosto, poco dopo la cerimonia collettiva della riconsegna del suo badge e nel pieno del suo sciopero della fame, ho incontrato il suo sorriso accogliente e nonviolento ed un cartello nelle sue mani che non parlava di lei, ma dei "sanitari per Gaza".
Perchè, come sai, non c'è contraddizione, caro Giovanni, nel lottare qui ed ora nel proprio posto di lavoro, nel pagare i prezzi più alti e mantenere uno sguardo aperto ed empatico sulle tragedie e le ingiustizie del mondo.
Margherita, qualche giorno fa, parlando alla Camera dei Deputati della sua gravissima vicenda, nel giorno della scomparsa del grande poeta e cantautore, non ha potuto non citare, con un omaggio, il verso di Francesco Guccini che descriveva perfettamente la sua situazione: "avevo la rivolta tra le dita, dei soldi in tasca niente".
Perchè lottare, rivoltarsi contro il "caporalato in giacca e cravatta" ti rompe, ti frantuma, ti trascina in un'asimmetria di potere che solo il vero sindacato, l'unione dal basso dei lavoratori e delle lavoratrici, il "fare, essere giustizia insieme", può compensare e speriamo anche ribaltare, rovesciare.
L'imperfezione della rinascita rifiorisce, però, anche da queste rotture e, come canta Leonard Cohen in Anthem, in "ogni cosa c'è una crepa, ed è da lì che passa la luce".
Magari: "alzandosi all'alba", sognando da svegli "la mattina dopo", per citare due altri titoli di libri di Mario Calabresi.
Quindi, no, caro Giovanni, non starò zitto e continuerò, magari sbagliando, anche con mille, diecimila imperfezioni, a: "prendere parola".
Concludo con il punto più importante:
magari non ti interessa nulla, ma oltre a non rinunciare a pronunciare le mie parole, sono pronto a confrontarmi con le tue, sia privatamente che pubblicamente, scegli tu.
Ad ascoltarle, a prendermene cura.
Magari litigheremo ancora, ma il dialogo può rivelarsi uno straordinario "strumento" di Pace, come mi ha insegnato proprio quella giovane sindacalista, che oggi, con le sue forze, si è rialzata dal baratro e macina, da sola, migliaia di chilometri.
Per utilizzare una citazione di una generazione precedente alle nostre (persino alla mia!): "Il personale è politico".
L'attivista femminista Carol Hanisch parlando dei gruppi del femminismo americano della c.d. "seconda ondata" affermava, nel 1969, facendo tesoro della pratica dell'autoriflessione del movimento per i diritti degli afroamericani:
"Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”
Pertanto il dialogo è, prima di tutto, specialmente per chi si impegna pubblicamente come noi, un atto politico, un ponte tra personale e pubblico valido ancora oggi.
Una pratica, che non esula ovviamente dal conflitto, e che ha guidato, in quegli stessi anni del femminismo, anche il movimento degli studenti nelle Università.
Recitava così il manifesto studentesco di Port Huron:
“È tempo di riaffermare il personale. Una nuova sinistra deve dare forma a sentimenti di impotenza e indifferenza in modo che le persone possano vedere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi privati e organizzarsi per cambiare la società.”
Lo dico a te che, prima di orientarti su contesti più movimentisti e, almeno formalmente più radicali, hai avuto tra le mani (vedi la foto emblematica di quattro anni fa...) il peso, il simbolo, direi l'onore e l'onere, di tutta la "sinistra" istituzionale pistoiese...
Il dialogo non è fatto solo di parole, ma può anche diventare suono, musica, incanto.
Cerco di interloquire (cosa che mi avete già impedito di fare una volta, con un po' di livore, ma io sono uno che insiste...) consapevole che, anche di fronte a conflitti e difficoltà interne, avete provato, proprio al circolo in Porta al Borgo, e con il tuo coordinamento organizzativo, a interrogarvi su voi stessi e sulle dinamiche, da un lato, della violenza, e, dall'altro, della connessione e del dialogo.
Nessuno su questo, a partire da me e da te, può ergersi a maestro; ciò che conta, come giustamente avete scritto presentando un ciclo di incontri, è continuare a riflettere, per usare ancora le vostre parole, su: "relazioni, emozioni, comunicazione e responsabilità".
Sono anche d'accordo che non basta discutere di "ciò che non funziona", ma bisogna provare ostinatamente a scoprire: "ciò che noi possiamo fare" e "come riconoscere e coltivare relazioni sane, migliorare la comunicazione, gestire le emozioni, diventare protagonisti del cambiamento, migliorare insieme".
Perchè il cambiamento, ti propongo sempre le parole da voi utilizzate: "comincia soprattutto da noi".
Ed è vero, siamo "come legni storti", direbbe Mario Calabresi, ma proprio per questo possiamo resistere meglio e più a lungo, ognuno a modo suo, al vento del crinale.
Non solo il crinale delle montagne, anche quello, metaforico, ma concretamente paradossale e a tratti violentemente battuto, dell'afosa, e non poco inquinata, piana/conca di Pistoia.
Pensaci.
Francesco Lauria
P.S. Questo è il link alla testimonianza integrale di Mario Calabresi al Festival della Spiritualità di Torino... Link: https://youtu.be/-49SbxWy69E?is=kXzzBi845qYWUQPE




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