Mi sono chiesto come spiegare a Tiziano Carradori, per molti in città, vera mente ideatrice della candidatura del sindaco di Pistoia Giovanni "Condor" Capecchi, quale sia la concezione di politica (ma se fossimo a scuola o all'università potremmo dire anche di sapere) che io ritengo già tradita dalla nuova amministrazione comunale di centrosinistra (e questo, ovviamente, non vuol dire che difenda o propenda per le precedenti).
Provo a farlo, senza livore, nonostante il Carradori (da me ampiamente rintuzzato) abbia dedicato alla mia persona e ai mei scritti epiteti del tipo (solo per fare un sunto...): presuntuoso, verboso, insopportabile, insolente, e molti altri peggiori che, potrei sbagliarmi, mi sembra abbia provveduto a cancellare.
Il top è stata l'intimazione che mi ha rivolto a non scrivere più, degna del peggior editto bulgaro (no, Carradori, non mi ritengo Enzo Biagi, tranquillo, era un esempio...)
Ti segnalo poi, caro Tiziano Carradori, che, in data odierna, sono apparsi account anonimi o fake su facebook che attaccano sul piano personale chiunque muova una critica o un'osservazione al sindaco.
Mi pare molto grave, ma veniamo a noi.
Quante volte Giovanni Capecchi, prima durante la campagna delle primarie e poi in quella che lo ha contrapposto ad Annamaria Celesti e al centrodestra, ci ha ricordato la sua professione di insegnante universitario, i suoi studenti, ma anche gli studenti fragili di cui si è preso cura il padre, nel doposcuola da lui fondato?
Rispondo io.
Tantissime.
Allora proviamo a seguire, per giungere alla politiche e alle sue scelte, il filo del sapere, dell'educazione.
C'è una frase di Don Lorenzo Milani, che può essere condivisa oppure no, che afferma, con la consueta radicalità del priore di Barbiana:“il sapere serve solo per darlo”.
Ritengo che questa frase racchiuda l’essenza più autentica dell’educazione, ma anche della politica (i due temi per don Lorenzo erano molto legati): la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà e futuro.
Se a "conoscenza", sostituiamo "potere" otteniamo l'idea di don Lorenzo per la politica, quel "sortirne insieme" che ha affascinato, motivato, messo in moto generazioni e generazioni di giovani.
Carradori che è un antico comunista, spesso, nei decenni, vicino e dentro al potere comunale, non credo sia stato particolarmente interessato all'insediamento del nuovo vescovo Augusto.
In un passaggio che ho molto apprezzato il nuovo vescovo di Pistoia e Pescia, ha parlato della disobbedienza e dei No necessari per dire, con la Vita, dei sì.
E' un tema, per esempio, che un Don Biancalani non capirà mai, bestemmiando da sempre i veri insegnamenti di Don Lorenzo Milani (ma anche del Vangelo), con l'incapacità assoluta del presbitero quarratino di affiancare i doveri ai diritti.
Molto meglio di come posso fare io, che sono verboso e chissà che altro, può spiegare a Tiziano Carradori il fulcro del tema, il cantante e romanziere italo-albanese Ermal Meta, come riportato (dalla seconda edizione) nel libro su Don Milani e il lavoro che ho curato, per la prima volta, ormai quasi dieci anni fa: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana".
Si tratta di un testo di Ermal Meta ed è il discorso svolto dal cantautore a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:
“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile.
Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è.
La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…)
Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo.
Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…)
Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”
Il fine dell’istruzione, come quello, pur in ambiti diversi della Politica, ci dicono Don Lorenzo ed Ermal Meta, è, pertanto, rendere ciascuno capace di dedicarsi al prossimo e di prendersi cura, fin da subito e consapevolmente, della realtà che lo circonda.
Ma voglio sfidare Tiziano Carradori, se gli aggrada e non si stufa, a leggere ancora un po'.
In un discorso pubblico mia cugina Raffaella Lauria, Presidente di un liceo in Alto Adige, mi ha ricordato che:
"la scuola può essere paragonata a ciò che la biologa/ecologa canadese, Suzanne Simard definisce “l’intelligenza del bosco”.
Nei boschi, gli alberi non competono per le risorse: si sostengono.
Quando uno di loro è in difficoltà, altri, anche di specie diverse, gli inviano sostanze nutritive attraverso la rete a noi invisibile delle radici.
Ogni albero cresce perché altri lo aiutano a farlo e gli alberi madre assicurano che le nuove generazioni possano crescere forti.
Così la scuola, ma anche la politica, direi persino la Chiesa se funzionasse, dovrebbero vivere come rete di relazioni, dove chi ha più esperienza sostiene chi inizia e dove ciascuno/a, a sua volta, può diventare radice per un altro/a.
Quando la scuola o una città sono vive, come il bosco, diventano una comunità dove il sapere non si trasmette soltanto, ma si condivide.
Anche qui proviamo, caro Tiziano, a sostituire "sapere" con "fede", o "potere".
Ecco io ho misurato, sulla mia pelle, che tutto questo per la massima guida dell'amministrazione di Pistoia, nella concretezza dell'esistere, non nella vacuità del comunicare, non vale, non conta, non esiste.
Al di là dello storytelling ben costruito, il potere non viene realmente condiviso, la partecipazione è un farlocco o una foglia di fico e si preferisce la zona di confort dei propri stretti cortigiani, alla verità e alla politica. Quella vera. Quella che comporta l'eresia, che in greco significa: "la scelta".
Si preferisce il silenzio al coraggio, l'inedia (si sono un po' verboso) alla trasparenza, il conformismo al dibattito, franco e netto, quanto opportuno.
Si insegna oggi a Pistoia, ma al contrario.
Non a sortirne insieme, ma a guadagnarci il più possibile, per se stessi o, siamo a Pistoia, per il proprio clan, la propria dinastia, il proprio gruppo o gruppetto di potere, la propria associazione.
Non mi riferisco ovviamente nello specifico a Giovanni, non denuncio nulla di individuale (ma la guida non può disinteressarsi di quello che lo circonda) ma rivendico il mio diritto di descrivere e denunciare il sistema che ha vinto e ora: "si riprende finalmente la città", come si urlava o ci si diceva intorno a San Domenico il lunedì dei risultati elettorali.
No, caro Tiziano Carradori, in questa città, non da ora, non si sviluppa: "l'intelligenza del bosco", nonostante i propositi di recupero del consumo di suolo, si delinea la sterilità di una colata di cemento, dove la scomparsa dell'etica, annulla qualsiasi buon proposito o competenza esibiti e comunque da dimostrare nella concretezza del quotidiano.
Mi dirai che è sempre stato così, fin dai tempi del tuo Pci imperante, dominatore nella città.
Mi dirai che è giusto barattare un'amministrazione formalmente di centrosinistra, tutto sommato dignitosa, con qualche guizzo anche di bravura e di attenzione ai più deboli, rispetto ad una fragile, ma vera e nuova costruzione di comunità, che superi realmente i privilegi bloccati dei soliti noti, le scontate vassallerie, le inesorabili cinghie di trasmissione, i poteri consolidati che bloccano lo sviluppo e la democrazia compiuta, per usare un termine che era caro ad Aldo Moro.
Dirai, magari, che oltre a tutto il resto, sono anche un cocciuto, pervicace moralista.
Può essere.
Come dissi, anche pubblicamente, a Giovanni Capecchi, durante l'iniziativa sulla cultura in campagna elettorale, prima di tutto io mi ritengo, con un'altra parola desueta, un: "militante".
E per un militante, al di là di se stesso, parliamo della città, non di ferite dei singoli:
"La differenza tra fatti e valori è una questione personale".
Vale, ad esempio, per la cultura, la politica della Pace.
Insomma, Carradori vice Condor, così ho fatto.
Così faccio.
Così farò,
nonostante i tuoi insulti e i tuoi risibili "warning".
Francesco Lauria
P.S. Parlando di cose serie, so, come quasi tutti in città, delle difficoltà che stai attraversando. Ti auguro di uscirne al meglio, senza alcun rancore personale. Perchè le persone, lo affermerebbe teoricamente anche Giovanni Capecchi, vengono prima di tutto. Prima della politica, figuriamoci del potere o dello scontro per esso.

.jpg)



.jpg)



.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)
.jpg)


