Come tutti i "vecchi", in circostanze importanti ed evocatrici di memoria mi capita di riprendere parole, dialoghi passati.
Vale anche per questo 25 aprile, importantissimo, pur se forse di passaggio, a Pistoia come, in generale, in Italia.
Nel 2013, mentre mi trasferivo definitivamente da Roma proprio a Pistoia, svolsi per la rivista Contromano un dialogo molto profondo con uno dei mei mastri di politica, vita, poesia: Giovanni Bianchi, già Presidente Nazionale delle Acli e, allora, Presidente dell'Associazione dei Partigiani Cristiani (Apc).
Riprendo le parole di Giovanni:
"Quando si strappano o si dimenticano le radici in genere si evocano i fantasmi del nuovismo, ma la perdita delle radici e della memoria consente soltanto di passare dal vecchio al vuoto.
Guidare una grande associazione confrontandosi con le aggressioni dell’anagrafe significa soprattutto tenere culturalmente e concretamente insieme passato e futuro.
Le grandi idealità del passato e gli esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni. Chi ha il coraggio della discontinuità deve avere acuto il senso della storia: la grande politica è in grado di andare anche “contro” la storia, perché la conosce, la rispetta, sa che è indispensabile miniera nella quale è bene continuare a discendere.”
Come ricordai anche nel 2022, in un mio complesso pezzo su Adista, una delle prima idee di Giovanni Bianchi da Presidente Apc, fu quella di promuovere gruppi di incontro intergenerazionali sul rapporto tra “Resistenza e Costituzione” introducendo anche il tema dell’art.11 e del ripudio della guerra:
L’ex presidente nazionale delle Acli spiegava: “Una grande epopea popolare come la Resistenza rischia la noia delle liturgie ripetute.
I protagonisti di allora sono tutti da tempo avviati verso l’altra sponda. I superstiti hanno tenuto e tengono ancora alta la fiaccola, ma i più baldi hanno superato gli ottantacinque anni (era il 2013 ndR).
L’idea va letta in questa prospettiva: messa in comune di storie ed energie con la possibilità concreta di aprire alle nuove generazioni.
Fu Dossetti a indicare il legame profondo tra Resistenza e Costituzione. Nel senso che il patrimonio antropologico e ideale della Resistenza trova sbocco e architettura nella “più bella Costituzione del mondo”.
Continuava, con parole attualissime:
“La Costituzione non è leggibile infatti (si pensi all’articolo 11 e a quel verbo inedito che recita “l’Italia ripudia la guerra”) senza la pressione della seconda guerra mondiale e la spinta di ideale delle Resistenze europee. Sarebbe sufficiente una rilettura dei testi poetici e teatrali di padre Turoldo a ricreare una irripetibile atmosfera.
Possiamo risalire all’epopea resistenziale, connubio di lotta armata sui monti e trasformazione delle coscienze nelle città, a partire dalla codificazione degli articoli forgiati alla Costituente.
L’idea ha cominciato a funzionare. Il ponte tra le generazioni vede la costruzione delle prime campate, pur lavorando con i “mezzi poveri” consigliati da Giuseppe Lazzati.”
Era il 2013, ed era appena arrivato, in Italia e nel mondo, il turbine bello e sconvolgente di Papa Francesco.
Rispondeva così, alle mie sollecitazioni, Giovanni:
“La prima enciclica di Papa Francesco consiste nel nome. Il Papa gesuita che indica per il discernimento e per la pratica le “periferie esistenziali”.
Il cristianesimo ha bisogno di riflettere non soltanto sul rapporto con l’illuminismo, ma sui luoghi che ne sollecitano l’incarnazione e la testimonianza. (…)
Occorre tornare, come invitava padre Turoldo, “a riprendere i nomi di battaglia, indossare le armi della luce” significa testimoniare, assumerci i rischi della condizione umana in questa complicata fase storica.
Anche in Italia, i punti di riferimento non mancano. Da don Tonino Bello al cardinale Martini, a don Luigi Ciotti, per restare tra i presbiteri.
Chi avesse voglia di leggere integralmente questo lungo dialogo e le riflessioni su Resistenza e nonviolenza su Adista (Giovanni curò, prima di morire anche un libro su cui si è discusso molto: "Resistenza senza fucile") può trovare tutto qui: https://www.adista.it/articolo/67944
Non ci sono dubbi, ovviamente, che la nostra Resistenza sia stata, principalmente una Resistenza con il fucile, senza dimenticare, quanto di pienamente civile c'è stato, penso, ad esempio, al ruolo nonviolento degli scioperi nelle fabbriche del 1943, 1944 e, ovviamente, allo sciopero insurrezionale del 25 aprile.
Un recente libro della storica emiliana Margherita Becchetti si intitola appunto: "Non per bellezza" e ci racconta la resistenza soprattutto delle donne che decisero di liberare il Paese anche imbracciando le armi, specificando appunto: "non per bellezza".
Un altro volume importantissimo, ad opera di Benedetta Tobagi, "La Resistenza delle donne", riporta in copertina proprio una iconica fotografia pistoiese ed anche lì, sulle spalle delle donne e degli uomini della Resistenza toscani, insieme agli sguardi fieri, non mancano le armi.
Come ricordava nella mia intervista Giovanni Bianchi, ma come si è ricordato alla vigilia del 25 aprile al Circolo Arci Niccolò Puccini di Capostrada, di fronte ad una sala più che gremita, l'antifascismo evolve, travalica i decenni, accoglie nuove generazioni e nuove istanze.
Tra le tante, tantissime c'è, centrale oggi, il tema della nonviolenza, di città di Pace, di un Mondo che si diriga, sempre più con urgenza, in "direzione ostinata e contraria" alla guerra, ma anche alla militarizzazione che, nelle nostre città, nelle nostre vite, nel nostro linguaggio, persino nelle nostre scuole.
Tutto, purtroppo, già reale.
Proprio per questo Pistoia che ha già un eroe, anomalo e stupendo, come l'anarchico Silvano Fedi, non può, ho detto ieri a Capostrada, non ricordare un altro giovane, folle e poetico, appassionato e coraggioso: Giuseppe Gozzini.
Gozzini non fu, in assoluto, il primo obiettore di coscienza in Italia, prima di lui testimoni di Geova, anarchici, Pietro Pinna.
Ma quando, con un coraggio infinito, l'8 novembre 1962, al Car di Pistoia (Pistoia, Pistoia... rifiutò di arruolarsi, stabilendo, nel tempo trionfante dei cappellani militari, che non ci poteva essere nesso tra cristianesimo e guerra, fece saltare molti muri.
Uno scandalo immane. Non ci potevano che essere due destinazioni: il manicomio e il carcere militari.
Però, grazie anche al supporto di Don Lorenzo Milani e Padre Ernesto Balducci, di tanti operai nelle fabbriche toscane, in primis alla Pignone, la rivolta, prima eroicamente individuale e poi sempre più collettiva, fu piena, danzante.
Da quel giorno, nulla, davvero nulla fu più come prima.
Quasi sei anni in anticipo rispetto al mitico '68!
Ma, come ricordava Giovanni Bianchi nella mia vecchia intervista: "Le grandi idealità del passato devono dialogare, trasformarsi in esempi capaci di “contaminare” e affascinare le nuove generazioni.
Io penso, e lo dico in primis al bravissimo, portatore di Speranza, Giovanni Capecchi, candidato a concretizzare il Sogno di Pistoia città della Pace, città nel Mondo, che non si possa, nel riprendere, raccontare, approfondire, la memoria di Giuseppe Gozzini e dell'obiezione (fiscale e non) di coscienza alle spese militari e alla guerra, tema iper attuale, confrontarsi con un drammatico presente.
Non basta, Giovanni, un gemellaggio.
Bisogna portare il mare, l'oceano a Pistoia.
Don Milani, lo fece, costruendo con i suoi ragazzi/e, nell'esilio di Barbiana, una piscina.
Serviva ad una cosa sola quella piccola piscina: a permettere di nuotare a ragazzi e ragazze che non lo avevano mai potuto fare e che il mare, forse, non lo avrebbero visto mai, nelle colline del Mugello.
Non si nuota da soli. A Barbiana, si nuotava insieme.
Insieme contro la paura, contro ogni paura.
Contro la paura di non farcela e di non essere all'altezza, contro la paura del diverso, contro la paura della guerra.
Ti faccio un appello Giovanni (Capecchi): Pistoia dovrà diventare un porto contro ogni paura, un porto franco per tutti/e coloro che: "disonorano la guerra e scelgono la Pace".
Per gli obiettori di coscienza perseguitati in Israele (a parte quando sono ebrei ultraortodossi) e per i ragazzi e le ragazze palestinesi che riescono ad uscire, torturati, stuprati, dalle terribili carceri israeliane.
Per coloro, ma è solo un esempio, ebrei ed arabi, che costruiscono la convivialità delle differenze, l'orizzonte della convivenza, come direbbe, Alexander Langer.
Sono tanti, tante. Silenziate dai media, dal potere, dalla guerra, dalle bombe.
Partendo dal basso, dalla disobbedienza, "dire no, per dire sì", dal gesto individuale che si fa abbraccio collettivo al mondo di Giuseppe Gozzini, Pistoia può lanciare un segno e un sogno, un passo concreto di Pace.
Giovanni ci hai detto in Piazza dello Spirito Santo, che: "i sogni, (quelli fatti da svegli), si avverano".
Come proponeva, con le sue splendide poesie Padre David Maria Turoldo: "trasformiamo, a partire da noi stessi, le coscienze nella città".
Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare, costruire, ogni giorno, con ostinata Speranza, la Pace.
Pace è il nuovo nome dell'antifascismo, il nuovo nome della Resistenza, il nostro, alzarci ogni mattina, questa mattina...
Come nella Bella Ciao coraggiosamente rivisitata dal mio amico cantautore, insegnante parmigiano Francesco Camattini... Link: https://www.youtube.com/watch?v=yU3MR-k-BEk&list=RDyU3MR-k-BEk&start_radio=1
Buon 25 Aprile Giovanni! Buon 25 Aprile Pistoia! Buon 25 Aprile Mondo!
Francesco Lauria






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