giovedì 24 settembre 2026

"PRIMA CHE GRIDINO LE PIETRE". POESIA, VITA E POLITICA: I "TRE TRADIMENTI" DI GIOVANNI CAPECCHI (prima parte).

C'è una frase di Simone Weil, richiamata ieri dalla teologa Lucia Vantini, durante l'incontro nazionale di studi delle Acli, in corso di svolgimento a Verona, che mi ha, da sempre, colpito: 

«Il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di alcun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.»

Simone Weil scrisse questa frase all'interno del testo: "Condition première d'un travail non servile" ("Condizione prima di un lavoro non servile"), pubblicato nella temperie bellica del 1941 e successivamente confluito nella raccolta "La Condition ouvrière" ("La condizione operaia"). 

C'è anche una versione forse meno nota, ma davvero bellissima della frase che ho citato, contenuta.in un capitolo che si intitola, significativamente: «Mystique du travail» ("Mistica del lavoro)" che si trova all'interno della raccolta postuma degli scritti della Weil: "La pesanteur et la grâce" ("La pesantezza e la grazia", titolo tradotto più liberamente nel 1951 da Franco Fortini con: "L'ombra e la grazia"),

«I lavoratori hanno bisogno di poesia più che di pane. Hanno bisogno che la loro vita sia poesia. Hanno bisogno di una luce d’eternità.»

Sul finire dell'estate del 2004 o forse già con un autunno appena arrivato, come oggi, non ricordo bene sono passati ventidue anni, mi trovavo alle soglie della mia laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche, presso la sede dell'Università di Trieste, situata sul confine di Gorizia, nell'ex seminario asburgico di Via Alviano.

Avevo ormai terminato la mia tesi di ricerca sul campo, ma anche di ricostruzione storica sulla "Diplomazia dell'Europa minore" e il ruolo degli enti locali e della società civile, con una visione europea e il supporto del Consiglio d'Europa, nel "mettersi in mezzo", insieme alle popolazioni e a supporto delle comunità locali durante la guerra civile balcanica degli anni Novanta.

Quello di "Europa minore", concetto non mio, ma suggeritomi dal sociologo di fama internazionale e relatore della mia tesi prof. Alberto Gasperini, ambiva a significare, contemporaneamente, due cose: da un lato la dimensione territoriale, piccola, degli enti locali e, dall'altro, la fragilità, ma anche la forza, la molteplicità di un "potere disperso" e per questo più facilmente meno condizionabile, meno lento, meno indifferente, meno nazionalista.

Non parliamo, quindi, di semplici gemellaggi perchè, nel pieno del fuoco del conflitto e poi nei difficili dopoguerra di "paci fredde", si provava davvero, tra milioni di difficoltà tutt'ora irrisolte (basti guardare ai terribili, recentissimi funerali del generale genocida Radko Mladic a Belgrado...) a cambiarla la storia.

Si provava, con la dimensione del pensiero/azione delle istituzioni locali, della società civile sia "occidentale", quanto "balcanica" e di un'autentica visione di un'Europa democratica e di Pace a "darsi il tempo", superare l'inerzia, l'indifferenza degli Stati nazionali, ma anche l'inefficacia, drammatica, delle Nazioni Unite.

Era questa la storia delle "Ambasciate (poi Agenzie) della Democrazia Locale".

Si provava, nella ricerca della verità e della giustizia, ad evitare di "bollare" come meramente etnico un conflitto che aveva molte e diverse dimensioni e cause, tra cui quella etnico-religiosa che non era, però, certamente, la sola.

Ho toccato con mano nelle mie missioni di ricerca in Bosnia, sia nella "famigerata" e "canaglia" Repubblica Srpska di Prijedor e Banja Luka (e di Mladic...), che nella federazione croato-musulmana, entrambe figlie dei discutibili compromessi della "pace" di Dayton, gli enormi interessi economici e geopolitici in gioco e messi in "palio", fin dal 1991 (e anche prima...), con la definitiva dissoluzione dell'ex Jugoslavia, in particolare nel cruento, complesso, sanguinoso, spietato conflitto bosniaco, dove lo "stupro etnico" era sostanzialmente la norma per tutte le parti in causa, come avvenne con l'uccisione e lo stupro di migliaia di bosniaci/che musulmani/e a Srebrenica.

In quei mesi la mia Università, in particolare a Trieste, ma coinvolgendo poi anche la sede decentrata e ancor più di confine di Gorizia, aveva dato corso ad un chiacchieratissimo e contestatissimo accordo con l'Esercito italiano.

La frase della Weil richiamata ieri alle Acli mi risuonava dentro come contrappiunto robusto e radicale all'idea dell'università come istituzione che dovrebbe dare non soltanto sapere, titoli, lavoro, ma anche dignità, senso e possibilità di realizzazione di senso a chi la abita, a chi la vive, la costruisce ogni giorno.

Fu così che decisi, davvero temerariamente, pochissime settimane prima della discussione della mia tesi a Gorizia, di organizzare una tappa della Carovana della Pace organizzata dai missionari comboniani (stasera saremo a cena da loro a Verona...) e, in particolare da padre Alex Zanotelli e Padre Dario Bossi (promotori in questi giorni dei "preti in cammino contro il genocidio palestinese"..) proprio nella mia Università, ma anche nella sede decentrata dell'Università di Udine, altro ateneo presente nella città di Gorizia.

Le accoglienze, pur entrambe fugaci, furono diverse: gelo e assenza nel mio ateneo, benvenuto e ascolto in quello "friulano".

Scrissi anche un breve e prudentemente non firmato articolo sul quotidiano Il Manifesto che, complice la mia vanagloria e un contesto universitario piccolissimo come quello di Gorizia, dopo tre minuti tre dalla pubblicazione sul giornale, tutti/e, ma proprio tutti/e sapevano lo avessi scritto io.

Nell'articolo citavo un testo pubblicato una decina di anni prima, all'inizio deli Anni Novanta da Raffaele Simone e intitolato: "L'università dei tre tradimenti".

Questo volume rappresenta davvero, ancora oggi, una delle analisi più severe e puntuali dell’università italiana. 

Il linguista e saggista vi individua, appunto, tre tradimenti: verso lo Stato, che finanzia l’istituzione senza riuscire sempre a governarne efficacemente i meccanismi; verso la ricerca, quando logiche corporative e di cooptazione prendono il posto della qualità scientifica; e verso gli studenti, che finiscono per pagare il prezzo delle inefficienze del sistema. 

Al centro del saggio c’è quindi una critica a un’università che rischia di diventare meramente autoreferenziale e più attenta alla propria riproduzione interna che alla sua funzione pubblica.

Rileggere oggi "L’università dei tre tradimenti" di Raffaele Simone, a più di trent’anni dalla sua prima pubblicazione, offre una chiave di lettura interessante per interrogarsi su alcune vicende più recenti dell’università italiana. 

Il punto interessante, almeno con gli occhi del 2026, appare chiedersi che cosa succede quando le regole formali di un sistema meritocratico entrano in tensione con i suoi meccanismi informali di potere.

Vale, con sfumature diverse, per l'Università, come per un Comune, un'associazione, un sindacato, un partito, lo Stato.

Una selezione accademica,  una commissione, una valutazione scientifica, una progressione di carriera, o più semplicemente una scelta ufficiale, come fu il creare una sorta di corsia preferenziale e di modalità semplificate ad hoc per offrire, dietro il pagamento di finanziamenti dedicati, lauree in Scienze Politiche ai militari dell'esercito italiano, sono infatti procedure formalmente regolate. 

Ma la loro credibilità dipende anche da elementi meno visibili: l'indipendenza di chi giudica, l'assenza di conflitti di interesse, la trasparenza dei criteri, la coerenza delle decisioni e, soprattutto, la possibilità di verificare dall'esterno che il risultato non sia stato determinato da rapporti personali o da logiche di appartenenza, di potere, financo di corruzione.

È precisamente su questo terreno che una vicenda individuale può diventare una questione più generale. 

Non perché un singolo caso dimostri da solo l'esistenza di un sistema malato, ma perché consente di verificare concretamente quanto le garanzie previste sulla carta funzionino nella realtà.

La domanda posta da Raffaele Simone, in fondo, rimane allora semplice e scomoda: l'università (ma anche la politica) riesce davvero a proteggere la ricerca e il merito dalle proprie dinamiche di potere, oppure talvolta finisce per proteggere soprattutto se stessa?

E quel rapporto con il mondo militare (senza criminalizzare ovviamente nessuna categoria) ci rapporta al mondo di oggi: in cui si è passati, tristemente, dalla riconversione del lavoro e della produzione dal militare al civile, all'esatto opposto.

La mia domanda che non richiede anticipazioni di giudizio o imputati. 

Richiede piuttosto di ricostruire i fatti, seguire le responsabilità e mettere a confronto ciò che le regole prevedono con ciò che, concretamente, è accaduto.

Cercherò di fare tutto questo "disarmando le parole", avendo a mente un bell'articolo sulla rivista della Federazione Acli Internazionali: "Mondo", ad opera del portavoce nazionale dei Giovani delle Acli, Simone Romagnaoli e, ovviamente Papa Leone XIV.

"Le parole - come scrive Simone (in questo caso Romagnoli..) - cambiano il mondo prima che lo facciano le armi. Lo anticipano, lo giustificano, a volte lo nascondono. E' la lezione più antica della storia, quella che ogni generazione dimentica. Prima che qualcuno spari, qualcuno ha parlato; prima che qualcuno venga odiato, qualcuno lo ha reso "nemico" con una parola".

Nel mio caso personale, sinceramente, non ci si è limitati alle parole, ma sono state compiute azioni gravi, così assurde da sembrare quasi uno scherzo di pessimo gusto.

Cosa che, purtroppo, non è.

Anche nell'ottobre 2004, accettai di pagare il prezzo, normale, nulla di eroico, di non venirmi riconosciuta la lode e che la mia Preside di Corso di Laurea, Maria Paola Pagnini, si autoespellesse dalla commissione di tesi (cosa mai vista in quasi quindici anni) per non dover laureare: "quello ... che ci ha portato Zanotelli in Università".

E pensare che a quella stessa donna di immenso potere, accademico e politico, avevo velleitariamente, ma sinceramente regalato, come segno di distensione tra noi, un'agenda della Pace, predisposta, in quel caso, non dai missionari comboniani, ma da quelli saveriani che hanno sede mondiale nella mia città, a Parma.

Non potevo regalarle, perchè non era ancora uscito, il bel libro di Padre Alex: "Prima che gridino le pietre".

E ancora, in vita mia, anche se di lì a pochi mesi pochi mesi cambiò tutto, mai avevo ancora messo piede in una città come Pistoia...

Francesco Lauria

(continua...)

mercoledì 23 settembre 2026

"NEL NULLA SFUMA ORMAI LA VERITA'": MARICA, IRENE E FRANCESCA. L'ERRORE, IL POTERE. FARE, ESSERE DIFFERENZA NELLA PALUDE... (terza puntata)

"Nel nulla sfuma ormai la verità".

E' il verso finale di una canzone piuttosto nota del cantautore emiliano Francesco Guccini, un brano che risale al 1970, anno del suo secondo album.

Questo verso e tutta la canzone in realtà, assumono ancor più valore rispetto al tempo in cui sono stati pubblicati, l'inizio degli anni Settanta, periodo di grandi lotte e di speranza, ma anche di ideologie che più che la ricerca, ostinata, della verità, ne rivendicavano il possesso assoluto e, talvolta, anche violento.

Quando Guccini, che proprio ieri è stato commemorato in forma assolutamente bipartisan presso la Camera dei Deputati (come è avvenuto, un paio di settimane prima, presso il consiglio comunale di Pistoia), canta: "in quattro re non hai la verità" oltre al suo consueto e costante ammonimento contro le sirene del potere e dei poteri, ci avverte, echeggiando Michel Foucault, che il potere/dominio si trova, si fa forza e forte anche dentro di noi.

Tutti noi.

Guccini riflette e canta, appunto, dell'impossibilità umana di afferrare una verità assoluta e definitiva: "le certezze, svaniscono, il racconto si perde".

Significa quindi che dobbiamo smettere di cercarla la verità (o forse, meglio, senza cadere nel relativismo, una delle verità)?

Nonostante la sua amara constatazione che la verità sfumi nel nulla, per il cantautore resta, però fondamentale continuare a cercarla, pur sapendo di non poterla mai possedere del tutto.

Anzi la chiave, sul finir della sera, è proprio essere consapevoli che non si è alla ricerca della perfezione, ma della differenza che è ciò che ci rende umani, onesti, consapevoli, dignitosi, reali, veri, appunto.

Non eccezionali o eroici.

Normali.

Anche in rapporto al potere, trasformando il dominio, il "potere su", sulle cose, sulle persone, sugli ecosistemi, in "potere con, in, tra, per.." noi possiamo compiere un gesto esistenziale di "rivolta senza armi", che, per continuare a citare Guccini, lo disvela il potere, lo rende, necessariamente, nudo.

A proposito di poteri (locali...) non posso dire di conoscere personalmente l'Assessora alla Cultura del Comune di Pistoia Marica Setaro.

Ci siamo incrociati alcune volte ad iniziative a sostegno di Giovanni Capecchi durante le campagne per le elezioni primarie e amministrative e abbiamo velocemente scambiato due chiacchiere su un amico comune, sanrufese come lei.

Un carissimo amico che l'ha vista nascere e che, peraltro, è proprio la persona che, durante una conversazione condivisa sul declino del sindacato, mi ha fatto venire in mente il verso di Guccini che ho citato.

Per quello che può interessare non ho, per lei, quindi, nè motivi di particolare simpatia, nè di avversione anche se, come molti a Pistoia, sono stato abbastanza sorpreso, non per questo negativamente, dalla sua nomina.

Una nomina che è forse l'unica, insieme a quella di Alessandro Giannessi, su cui il nuovo sindaco ha voluto/potuto mettere del proprio nel formare una giunta che, "tra silenzi e spari" e soprattutto veti tra i partiti e nei partiti, intromissioni di poteri fiorentini etc. è stata un parto molto, molto, molto travagliato (e secondo più di qualcuno/a anche un "gattino cieco"...)

Come hanno notato, peraltro, anche i normalmente più che ben disposti media locali...


Forse, in questo tempo di spasmodica e artificiale istanteneità, non tutti/e ricordano lo psicodramma collettivo del giorno di nomina della Giunta Capecchi, anche definita dai supporter sfegatati del nuovo sindaco e da alcuni media amici, "laboratorio nazionale Pistoia".

Non tutti/e ricordano forse il "maschio" ultimatum da parte di Giovanni Capecchi ("chi c'è, c'è..."), la sofferta, generosa e coraggiosa rinuncia all'assessorato da parte della segretaria comunale del Partito Democratico Irene Bottacci e la conseguente chiamata, a sorpresa, di Elena Sininberghi, nominata assessora quasi a sua insaputa (e soprattutto, direi, quasi a insaputa del sindaco...).


La ricercatrice cilentana non fu direttamente coinvolta in quelle ore frementi e violente (ma tutto sommato ordinarie per una politica non innovativa, ma, appunto, ordinaria...) proprio perchè era stata l'unica assessora, insieme alla competitrice di Capecchi alle primarie, Stefania Nesi, ad essere annunciata in anticipo rispetto alla giornata dei lunghi coltelli e poi dei finti sorrisi del centrosinistra della palude pistoiese (cit. Giovanni Capecchi, 28 febbraio 2026...)

Come accennavo nella seconda puntata dei miei articoli (che si può recuperare qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/la-scelta-di-marica-e-quella-di.html) la luna di miele dell'assessora Marica Setaro con alcuni settori della città è finita quasi istantaneamente. 

ll perchè è molto semplice: essendo lei esponente di quella "società civile" della sinistra sinistra che avrebbe dovuto rinnovare radicalmente contenuti e metodi della politica, a partire dai cittadini e dalle cittadine, come afferma sempre l'attuale sindaco di Pistoia, su di lei l'asticella è stata subito, giustamente, posta in alto.

Ed è caduta rovinosamente su un bando pubblico legato ai fondi di Pistoia Capitale Italiana del Libro 2026.

Un bando emesso dalla precedente amministrazione di centrodestra ed assegnato proprio dall'assessorato alla cultura di Marica Setaro.

Gli esiti hanno visto nei primissimi posti proprio il progetto realizzato da Le parole di Hurbinek, festival e realtà associativa, animato in questi anni dalla Setaro e dal marito, il docente universitario Massimo Bucciantini che, proprio un paio di giorni prima della moglie, era stato regalmente nominato successore di Giovanni Capecchi alla guida della rivista culturale e vivaistica Naturart.

Il progetto, peraltro, era stato predisposto e presentato in tandem con l'associazione omonima e satellite della Libreria Lo Spazio, la nota e, direi, ormai ufficiale "Libreria dell'era Capecchi".

Qual è, dunque, la pietra dello scandalo?

Tutto è, in realtà, molto semplice: dalla verifica formale degli atti della Giunta si deducono/riscontrano vari aspetti non del tutto noti/chiari/ e apparentemente non trasparenti:

- Non è vero che tutti i progetti, tranne due non conformi alle linee guida, siano stati immediatamente finanziati. Lo erano stati, con i primi 24.000 euro erogati dal Ministero della Cultura nell'ambito di Pistoia Capitale del Libro 2026, solo una parte e, nello specifico, atti e cifre alla mano: 
otto progetti su un totale di venti presentati, con "Le parole di Hurbinek-Libreria Capecchi Lo Spazio" giunta quarta con un punteggio di 73,33 su 100.
Con una richiesta di 4.000 euro e una erogazione di 4.000 euro (il 100%, non per tutti, peraltro, è andata così).

- A fine luglio, inizio agosto è poi scattata una durissima polemica pubblica con la richiesta di dimissioni dell'Assessora Setaro da parte del gruppo consiliare di Fratelli d'Italia (poi sostenuto da tutte le opposizioni), guidato dalla combattiva e competente consigliera Francesca Capecchi (dalla quale mi dividono il 100% delle idee politiche, la stessa percentuale, peraltro, del finanziamento da parte del Comune di Pistoia e dell'Assessorato alla Cultura del progetto presentato dall'associazione "Le parole di Hurbinek" );

- Francesca Capecchi, anche in quanto giovane donna (e madre...), è stata attaccata in ogni modo, sia con una selva di prese di posizioni ufficiali molto aggressive, con alcuni tratti che a me sono parsi intimidatori (ne ho contate sui media locali dodici diverse) sia con i soliti insulti social da parte degli hoolingan del sindaco (alcuni dei quali, al limite della querela, poi cancellati da autori e autrici...);

- Non si è registrata, nel centrosinistra, alcuna presa di posizione in difesa della consigliera Capecchi, anzi, siamo al solito femminismo a targhe alterne di certa pseudosinistra da salotto che usa biecamente e patriarcalmente il corpo delle donne e in realtà non lo difende (e io, lo dico trasparentemente e senza farmi in alcun modo intimorire, spaventare, annientare, ne so qualcosa...);

- La notizia che, a parte i due palesemente irregolari, tutti i progetti sarebbero stati finanziati è stata da subito una (a mio parere spuntata) difesa dell'Assessora Setaro cui veniva contestato un coinvolgimento manifesto ed innegabile ne, le parole di Hurbinek e il fatto che il marito, peraltro da poco dimessosi dal Comitato Scientifico di Pistoia Capitale del Libro, fosse ufficialmente, ancora a fine luglio, il tesoriere dell'"Associazione Le Parole di Hurbinek".
Cioè proprio la persona che, materialmente, avrebbe dovuto ricevere il finanziamento da parte dell'assessorato della moglie.
Ed è interessante che questa notizia, veicolata anche dalla Libreria Lo Spazio (in particolare da Mauro Pompei, uno dei titolari) non fosse ancora vera, ma solo un (furbo? desiderato?) obiettivo;

- E' stato, infatti, sempre carte e verbali alla mano, con la riunione di giunta quasi ferragostana del 13 di agosto 2026 che si è deliberato un extrafinanziamento con fondi comunali che ha portato al sostegno economico (totale o parziale) di tutti i progetti presentati tranne i due irregolari. I fondi, nell'ambito di Pistoia Capitale del Libro 2026, sono stati raddoppiati fino a raggiungere, quasi "magicamente", la cifra di 47,779 euro.
Guarda caso, guarda caso, esattamente la cifra necessaria a finanziare tutti i progetti tranne i due irregolari, persino quelli che avevano raggiunto punteggi di valutazione molto bassi, sotto la soglia critica di 50 punti su 100.

- Ma non è finita qui: dopo la diffusa richiesta di crocifissione a testa in giù della "fascista che ci fa solo ribrezzo" Francesca Capecchi, evidentemente amica del "fascista con gli occhi celesti", ex sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi, uno, davvero non ci si aspetterebbe un particolare davvero singolare e sorprendente che si evince dal verbale della Giunta del 13 agosto scorso, peraltro svoltasi in modalità videoconferenza.
Nonostante, complice anche la data sostanzialmente ferragostana, la Giunta fosse a ranghi ridotti e il gesto di Marica Setaro la spingesse proprio alle soglie della mancanza del numero legale, l'assessora di San Rufo ha fatto mettere a verbale che, durante la discussione del punto relativo al raddoppio dei finanziamenti legati ai progetti nell'ambito di Pistoia Capitale del Libro 2026, che: "alle ore 8,56 esce l’Assessore Setaro che non partecipa alla discussione e votazione della presente deliberazione".

Cosa significa tutto ciò?

Che mentre a fine luglio si affermava e rivendicava la totale legittimità del finanziamento, la totale (e oggettivamente poco credibile) mancanza di imbarazzo, il 13 di agosto, sostanzialmente alla chetichella (perchè del gesto di Setaro non vi è traccia nei relativi, come al solito trionfanti, comunicati stampa del Comune di Pistoia) ci si comportava, certo con una bella faccia tosta e una enorme coda di paglia, sostanzialmente all'opposto.

Rimane da capire: il gesto è stato di iniziativa di Marica Setaro (e in questo caso l'incoerenza appare davvero imbarazzante) o le è stato chiesto/imposto? (e in questo caso la sbandierata fiducia assoluta del sindaco in lei, appare quantomeno scalfita...) 

Mi si dirà, Lauria, tutto questo casino, tutte queste parole per miseri 4.000 euro?

Al di là che si tratta comunque di fondi pubblici, dei cittadini e delle cittadine, io la penso proprio così: non cambia nulla se parliamo di 4.000, 40.000 o 400.000 euro, il tema è di opportunità politica e di credibilità etica.

Non sono tra coloro (e ce ne sono...) che definisce il percorso della delibera della Giunta di Pistoia come illecita, ma inopportuna, discutibile, inelegante, non pienamente trasparente, sì.

Mi sembra, davvero, innegabile.

E anche qui: ritengo che sia più che probabile che Setaro sia in assoluta buonafede, abbia sbagliato per inesperienza, involontaria superficialità, magari anche un po' di esuberante arroganza da neo esponente del potere cittadino.

Fin dai tempi antichi, il potere cambia tutte e tutti e ci vuole un minimo di tempo, di assestamento per riprenderne le dovute distanze.

Quello che, a mio parere, risulta moralmente inaccettabile è l'ipocrisia, violenta, di chi sta "sempre con la ragione e mai col torto", per tornare a Francesco Guccini.

Io, non sono Bernard Dika, ma faccio politica da quando avevo 15 anni, oltre, ahimè, 30 anni fa.

Ho maturato e consolidato negli anni una convinzione profonda che devo alla scuola di Aldo Moro di cui, sempre ieri, si ricordava la nascita.

Proprio come ci dice, in altri modi, la canzone "La Verità" di Guccini, Moro, filosofo del diritto, padre costituente, docente appassionato, martire della Repubblica, ha sempre spiegato che, "se tutto è politica", come si diceva negli anni Settanta (corpo compreso e Moro lo ha sperimentato, insieme agli agenti della sua scorta, sulla propria vita) la politica non è tutto.

Il potere non è tutto.

Ho anche imparato che si può sbagliare. Che non siamo perfetti.

Non lo sono io, non lo è Francesca Capecchi e non lo è, nemmeno Marica Setaro (su Giovanni Capecchi, non so, magari si pronuncerà la Commissione vaticana che delibera sui beati e i santi...) 

Un uomo e una donna di Governo, in buona fede, specialmente all'inizio della propria esperienza e del proprio mandato amministrativi, non solo possono, direi devono poter sbagliare.

Devono avere coraggio e sostegno, fiducia e rispetto.

Altrimenti è più semplice vivacchiare, non fare nulla e invecchiare da assessori permanenti, inconcludenti e, magari, pure itineranti (rispetto ai luoghi, alle deleghe/competenze, ai partiti...)

Però, pur nella consapevolezza che non la si potrà mai possedere del tutto, non la si potrà mai "vomitare" in faccia a nessuno o a nessuna (altra simpatica espressione in questo caso non rivolta a Francesca Capecchi, ma al sottoscritto) alla ricerca della verità, come cantava Francesco Guccini, pur "nell'aria stanca della sera" o, per quel che riguarda me, di giornate, settimane, mesi orribili, raccapriccianti, violenti, non bisogna mai, mai, mai rinunciare.

E bisogna anche saperlo pagare in prima persona il prezzo della ricerca della verità.

Con umiltà e responsabile coscienza della propria e altrui inevitabile imperfezione.

Sta qui la "differenza", la zattera in quella "palude" di Pistoia che ho provato a descrivere, anche storicamente, nella prima puntata di questa serie di articoli che si può ritrovare qui: 

Sono consapevole, consepevolissimo che, almeno politicamente, la mia figura e la mia "canzone" sono "morte già".

Pazienza. La politica, come scrivevo prima, non è tutto.

Ci sono l'amicizia, l'amore, la solidarietà, la dignità, il lavoro, il volontariato (che è molto politico, non è una semplice barella), la famiglia con tutte le sue difficoltà, rotture e imperfezioni, la formazione, lo studio, la scrittura, la preghiera, "il "silenzio e la pazienza del nulla".

Ma sono, anche certo, o almeno "sognatore da sveglio", con la gioia dell'impegno civile, di una "rivolta senza armi", su cui ci ha sempre spronato da credenti e da uomini e donne di buona volontà, Papa Francesco, anche che: "qualcuno forse ascolterà, cercando assieme a me la verità".

Di una cosa, infine, sono assolutamente certo: "tornerà la primavera", "torneranno i sorrisi".
 
Magari "Due anni dopo".

Link: 

Francesco Lauria

P.S. Poichè il rispetto dei corpi (tutti i corpi) è importante, specifico che tutte le foto pubblicate in questo articolo erano condivise e volutamente disponibili su facebook.
La Verità (Francesco Guccini, 1970)
La voce triste del silenzio abbraccia gli angoli del tempo
Si è fatto giorno ed è già sera e dove è andata primavera?
I camions corrono lontani, mi tengon fermo le tue mani
Le fughe sono ormai finite sulle autostrade ormai ingiallite
Risate a vuoto si son spente sui visi noti della gente
Le frasi storiche son dette, le mani nobili son strette
La mia canzone è morta già, qualcuno forse ascolterà
Cercando assieme a me la verità
Un suono triste di chitarra si sta spargendo lento in aria
Vorrei capire i miei pensieri, in sogni all'alba veritieri
Nell'aria stanca della sera c'è un'illusione che par vera
Si son perduti anche i rumori in forme vaghe di colori
Non sappiam più che cosa dire, ma non c'è niente da sentire
Ogni discorso si è perduto nell'urlo dolce di un minuto
E mentre l'ora se ne va, lontana sembra la città
E forse cogli un po' di verità
Parole a vuoto son passate nel cielo breve dell'estate
La saga falsa degli amori è già finita come i fiori
Ma i venditori di illusioni han già cantato le canzoni
Le sale buie splenderanno e i nuovi amori nasceranno
Nelle auto in corsa lungo i viali risplendon simboli sociali
La corsa solita riparte, il tempo mescola le carte
La mano ancora passerà e c'è chi perde o vincerà
Ma in quattro re non hai la verità
Le spiagge morte all'improvviso si sono aperte in un sorriso
Si è sparso piano nella brezza un dolce odore di tristezza
Il tamburino ha già suonato, ma il suo ricordo si è spezzato
E un vento denso di paura ha già percorso la pianura
Il cavaliere morirà, il suo scudiero non saprà
Parole vuote come occhiaie si seccano sulle pietraie
E mentre il corvo volerà e l'acqua in pioggia ricadrà
Nel nulla sfuma ormai la verità
Nel nulla sfuma ormai la verità
Nel nulla sfuma ormai la verità
Nel nulla sfuma ormai la verità

martedì 22 settembre 2026

SUL CONFINE DELLA FOLLIA: LA SCELTA DI MARICA, QUELLA DI FRANCESCA E LA MIA. COME RIDARE SPERANZA E DIGNITA' ALLA POLITICA. (seconda puntata...)

Leggi la prima parte dell'articolo a questo link:

https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/nella-citta-della-loggia-p2-la-scelta.html

Inizierei questa riflessione con l'affermare, per quel che può valere la mia opinione, siamo professionalmente colleghi, che Marica Setaro è una ricercatrice di valore, una ricercatrice militante, senza che questo aggettivo sminuisca in alcun modo l'accuratezza scientifica delle sue opere e anche del suo impegno didattico, svolto prevalentemente presso l'Università di Pisa.

So che lei è stata, in passato, vicina ai Disobbedienti (lato Rifondazione Comunista, non Luca Casarini...), senatrice accademica, allieva del filosofo e scrittore Alfonso Maurizio Iacono.

Importante è stato il suo passato sodalizio con l'attuale segretario regionale di Sinistra Italiana, il pisano Dario Danti., assessore itinerante in varie terre della Toscana (ora al Comune di Firenze).

Siamo quasi coetanei, io sono del 1979, lei del 1980, e abbiamo vissuto, credo, le stesse stagioni politiche, con l'impegno universitario e lo spartiacque del G8 di Genova nel 2001.

C'è un prima e c'è un dopo Genova, tema di cui abbiamo riflettuto lo scorso luglio sulla rivista culturale Le Parole e Le Cose, con l'artista e attivista contro la crisi climatrica Lotta (significativamente nata nel 2002) e con il filosofo dell'educazione, coordinatore nazionale delle scuole per la Pace, Aluisi Tosolini.

Il risultato del dialogo è qui: https://www.leparoleelecose.it/genova-2001-2026-detonazione-conversazione-con-lotta-e-aluisi-tosolini/

Le radici dell'attuale assessora alla cultura del Comune di Pistoia sono nel Cilento interno e montano, a San Rufo, fuori dai grandi flussi turistici, non molto distante, però, dalla terra, bellissima, del sindaco pescatore Salvatore Vassallo, assassinato per le sue lotte in difesa dell'ambiente e contro il traffico di droga e la criminalità organizzata.

Sono terre che ho nel cuore e che ho battuto, anche per ragioni familiari passate, in lungo e in largo.

Il Cilento, un po' come Trieste e Gorizia (almeno considerando la provincia) mette insieme splendidamente il mare e la montagna, anche se, rispetto alle terre in cui hanno operato Franco Basaglia e Franca Ongaro, manca un terzo fondamentale elemento: il confine.

Non scorderò mai, ad esempio, la frazione di San Pietro-San Peter a Gorizia, a un passo letterale dal confine tra Occidente e Oriente, tra l'Italia e la Jugoslavia di Tito, ora Slovenia.

Lì, proprio sul confine, sorgeva il manicomio, istituzione sociale, totale e concentrazionaria, che Franco Basaglia contribuì a smontare, aprire, liberare, coscientizzare, trasformare radicalmente e poi, conseguentemente, chiudere.

A pochi passi, allungando il braccio appunto, il confine: tra una città in Italia, Gorizia, nome che, in sloveno, significa "piccolo monte", e una frazione San Pietro-San Peter che, pur essendo di là, in terra slava, ha un nome latino.

Un simpatico scherzo del destino che smonta ogni "eccesso di frontiera", ogni nazionalismo col fiato corto, così come il Monte Sabotino che, ancora alla fine degli anni Novanta, quando frequentavo io l'Università di Scienze Internazionali e Diplomatiche a Gorizia, vedeva confrontarsi, da un lato, le luci tricolori della caserma italiana e dall'altro le scritte con le pietre, resistenti alle erbacce: "Nas Tito-Grande Tito".

E poi l'Isonzo, Soca in sloveno, un fiume stupendo che unisce e attraversa, non è confine, testardamente, beffardamente, spiritualmente non si fa confine, non vuole esserlo.

L'allargamento a est dell'Unione Europea era ancora di là da venire, rappresentavamo, ancora, la frontiera di Schengen, dell'Europa fortezza. Ogni notte, a Gorizia, ma anche a Trieste, "passavano" decine, centinaia di migranti: kurdi, iraniani, siriani, palestinesi, afgani, africani.

Non scorderò mai una notte (ero un volontario piuttosto saltuario, altri ed altre erano ben più costanti) in cui, per un caso, mi trovavo da solo al Centro Caritas San Giuseppe, quando arrivarono, tutti in una volta, quarantacinque curdi, bambini compresi.

C'era, appesa a un muro del centro, una vecchia, grande cartina geografica del mondo.

Un giovane con la kefiah (sono passati venticinque anni, ma lo ricordo come fosse oggi) prese a mostrarmi il Kurdistan, facendolo sembrare più grande degli Stati Uniti.

Mentre scaldavo il latte per i bambini e ascoltavo attonito, in inglese, il racconto di migliaia, migliaia e migliaia di chilometri a piedi, ci mettemmo a ridere, perchè io raccontavo che, invece, venivo da una grande pianura, da quella Parma che per noi autoctoni era da considerare, quasi senza pudore, una "piccola Parigi".

In poco tempo può accadere un miracolo e, provvisoriamente, due reciproci stranieri, incontrano i propri sguardi, condividono le proprie radici, mettono su un tavolo consumato di legno, le loro speranze.

Insomma, in una lunga notte sul confine, piena zeppa di stelle e di freddo, condividevamo, per lui, un Kurdistan più grande dei cinquantuno stati americani e, per me, Parma, con il suo omonimo bizzoso torrente e le sue storiche barricate antifasciste, la piccola Parigi che faceva invidia agli Champs-Élysées, almeno dal proprio punto di vista.

Meno male che i manicomi erano già stati chiusi...! :-)

Il Kurdistan, come ha raccontato, più recentemente, nella sua poesia più famosa, il poeta curdo-parmigiano Allawi, proprio come la Palestina è un territorio senza Stato, una "matria", una contraddizione opportuna tra le patrie del potere-dominio della guerra e dei nazionalismi proni agli interessi dell'industria e dell'economia militare.

Quella di Gorizia, un tempo terra basagliana, era l'approdo della allora prima rotta migratoria balcanica, sorvegliata dalle pattuglie di polizia miste italo-slovene.

Vivemmo anche una grandissima, irripetibile, forse anche un po' eroica esperienza: il primo social forum trasfrontaliero, nato a cavallo di Genova 2001, anche come risposta dal basso alla repressione governativa: il No Border Social Forum.

Qual era, quindi, la linea di "sconfine", la "linea d'ombra"? Qual era la soglia?

Tra gli stati nazionali, tra l'Europa e la non Europa, di fronte al buco nero dei Balcani, ancora terribilmente caldo di massacri, ma anche confine, limite tra normalità e follia.

Per me, San Peter, rappresentava anche il convitto di confine delle suore in cui abitava, almeno al primo anno, la mia ragazza, "straniera come me" e quindi priva di "prepusnica", il lasciapassare per i valichi di seconda categoria destinato ai soli residenti, italiani e sloveni.

Ma perchè, da Pistoia e dal Cilento, sono passato a parlare di Gorizia e anche di Trieste, quest'ultima con i suoi monti di confine?

Trieste con la grande scultura blu di Marco Cavallo, una visione reale che scende su binari di ghisa, oltrepassa l'impossibile e arriva al mare, con i sogni dei matti, non più rinchiusi, dentro.

Perchè, dal punto di vista accademico, è lì che, principalmente (senza dimenticare Arezzo) si è concentrata l'attività di ricerca di Marica Setaro, esperta e divulgatrice di storia della psichiatria e dell'epistemologia storica dei concetti scientifici.

Setaro ha curato il volume fondamentale di testi inediti di Franco Basaglia, "Fare l'impossibile. Ragionando di psichiatria e di potere" (Donzelli, 2024), insieme alla riedizione dell'importante libro di Anna Maria Bruzzone, "Ci chiamavano matti. Voci dal manicomio (1968-1977)" (Il Saggiatore, 2021).

E con il compagno e, da questa estate marito, Massimo Bucciantini, successore del sindaco Giovanni Capecchi alla direzione di Naturart, ha anche portato a Pistoia l'esperienza e il viaggio de "Le parole di Hurbinek".

Hurbinek: un bambino, un inno alla fragilità e alla cura, di nazionalità sconosciuta e figlio di genitori ignoti, quasi certamente nato nel campo di concentramento di Auschwitz da una madre, con ogni probabilità, deceduta poco dopo il parto.

Dargli idealmente parola in questi anni, a partire dal Giorno della Memoria, ha rappresentato un gesto e un viaggio bellissimi.

Questa estate, però, "Le Parole di Hurbinek" hanno incontrato, sul loro confine, un bando legato a Pistoia Capitale Italiana del libro 2026.

E sono arrivate, insieme alle polemiche, le richieste, motivate, di dimissioni di Marica Setaro.

Si è sviluppata una vera e propria "guerra delle parole", tra luglio e agosto scorsi, soprattutto con Francesca Capecchi, giovane capogruppo di Fratelli d'Italia in comune a Pistoia, insegnante, candidata sindaca possibile, anche lei, checchè ne dicano alla Libreria Lo Spazio, persona di valore.

Una che, come dovrebbe fare qualsiasi brava consigliera di opposizione, non si accontenta della prima spiegazione che le arriva...

(continua...)