domenica 2 agosto 2026

MEMORIA DELLE STRAGI TRA VIGLIACCA ARROGANZA E STUPEFACENTE INEDIA. TRA ALESSIO DOLFI E GIOVANNI CAPECCHI. "DOVE ERAVAMO RIMASTI?"

"Dove eravamo rimasti?"

Prendo in prestito, in punta di piedi, l'indimenticabile, commovente frase del presentatore televisivo Enzo Tortora, pronunciata quando tornò sugli schermi italiani, con la sua Portobello, purtroppo troppo brevemente.

Tortora aveva subito, negli anni precedenti, l'incredibile, criminale persecuzione della camorra che aveva provocato, con false dichiarazioni di pentiti, insieme alla leggerezza e all'irresponsabilità di certa magistratura, il suo arresto spettacolo e la successiva amara, dolorosa, ingiusta, illegittima detenzione.

Quella frase, ma soprattutto quello sguardo, pieno di dolore e di immensa dignità, che non aveva ceduto nè alla rabbia, nè alla vendetta, ma che reclamava e reclama ancora, piena giustizia, mi colpì fermamente e indelebilmente, anche se ero piccolissimo: dopo un mese esatto avrei compiuto solo quattro anni.

Riflettendo oggi, quello sguardo e quella frase di Renzo Tortora costituiscono, forse incredibilmente, il primo ricordo della mia vita.

E allora, in un contesto completamente diverso, riprendo, in ordine cronologico, i principali quattro articoli che si collegano a quello odierno:

1) GIOVANNI CAPECCHI, ALESSIO DOLFI E L'OLTRAGGIO AI CADUTI DI PIAZZA DELLA LOGGIA  https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/05/giovanni-capecchi-alessio-dolfi-e.html

2) NEGLI OCCHI DI MANLIO E DI FRANCO: "CONTINUIAMO A LOTTARE PER UNA SOCIETA' PIU' GIUSTA". 28 MAGGIO 1974 - 2026. INSIEME, OLTRE L'INDIFFERENZA. https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/05/negli-occhi-di-manlio-e-di-franco.html

3) GIOVANNI, GIULIANO E ILVO: I CAPECCHI TRA TROTSKY E FRAGAI, POTERI BANCARI E ACCADEMICI; LA P2 E I FANFANIANI DELLA DC; DEMOCRAZIA PROLETARIA E LISTE VERDI ARCOBALENO... (Prima puntata) https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/07/giovanni-giuliano-e-ilvo-i-capecchi-tra.html 

4) UNA LEGGE (FUOCO AMICO) E TANTO ALTRO "CONTRO" GIOVANNI CAPECCHI? (Seconda puntata): https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/07/una-legge-fuoco-amico-e-tanto-altro.html

A seguito del mio primo articolo e ad alcune ulteriori dure (e a mio parere sacrosante) considerazioni sul suo profilo politico, ricevetti, per raccomandata, una lettera diffida, che ritengo minatoria, da parte di Alessio Dolfi.

La lettera, probabilmente redatta da un legale, era firmata da solo, dall'imminente componente dell'Ufficio di Gabinetto del neo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi.

Eravamo alla fine di maggio 2026 e mi feci un'ora buona di fila nell'ufficio postale di Viale Adua per ritirare la lettera scarlatta del Dolfi che, pur essendo generosamente accreditato di notevoli capacità digitali, nel 2026, ancora, non utilizza la PEC.

Presi sul serio le sue osservazioni e "minacce" tanto che immediatamente mi misi, insieme al mio legale, a rispondere, sempre per via raccomandata.

Contestavo, da un lato, un testo, a mio parere, ridicolo, falso e manipolatorio, e dall'altro rimarcavo i miei diritti e le mie richieste di risarcimento nei confronti del Dolfi stesso.

Il mio legale ha spedito la raccomandata a casa di Dolfi, luogo da cui era partita la sua.

E' risultato che, dopo un mese, l'assistente del sindaco Giovanni Capecchi non si era degnato di ritirare la raccomandata a lui indirizzata, facendola tornare indietro allo studio del legale.

Abbiamo quindi provato ad indirizzare la missiva (non conoscendo un indirizzo PEC del Dolfi) all'Ufficio di segreteria del sindaco sempre con destinatario Alessio Dolfi.

Nulla, nemmeno in questo caso alcun ritiro, almeno fino alla settimana scorsa, ultimo controllo. Segno, a mio parere, di infinita arroganza.

Ricordo che tra i fatti, sempre a mio parere gravissimi, commessi da Alessio Dolfi nei miei confronti ve ne è uno, davvero infame, posto in atto, soprattutto, nei confronti della memoria della Strage di Piazza delle Loggia e quindi della intera collettività.

Dolfi, credo e spero, se ne vergogni e per questo lo omette nella sua confusa corrispondenza, ma il 15 maggio scorso presso il Circolo ARCI di Capostrada si è svolto in incontro davvero significativo e importante (vedi articolo numero 3). 

Si è trattato di un incontro di rilievo nazionale che ha visto la partecipazione di autorevoli figure quali (da remoto) la scrittrice e storica Benedetta Tobagi e il Presidente dell'Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, Manlio Milani e, in presenza a Pistoia, l’ex onorevole prof. Giovanni Bachelet, l’ex parlamentare e sindacalista pistoiese Renzo Innocenti, la Presidente del Circolo Valentina Vettori, la giornalista del quotidiano di diffusione nazionale Domani Daniela Preziosi, l’allora candidato sindaco Giovanni Capecchi e, nella veste di principale organizzatore, il sottoscritto. 

Durante l'incontro, sempre in anteprima nazionale, è stato proiettato il nuovo docufilm sulla strage di Brescia, a cura tra gli altri, di Daniela Preziosi, poi presentato a inizio giugno presso la Camera dei Deputati e a cui, anche io, nel mio piccolo, ho collaborato.

Come è noto, nel portare avanti la scriteriata azione di boicottaggio che aveva colpito, due giorni prima, anche l'iniziativa sull'accoglienza dei migranti svoltasi presso la Libreria Lo Spazio, anch'essa con ospiti di livello territoriale e nazionale, il Dolfi che, all'epoca, era il responsabile dell'agenda del candidato sindaco Giovanni Capecchi, aveva volutamente e beffardamente trattenuto e non consegnato per tempo le locandine dei due eventi che gli erano state concordemente affidate.

Come è dimostrato da prove documentali, solo l'intervento reiterato del coordinatore politico della campagna elettorale di Capecchi Agostino Fragai aveva evitato che le locandine, in particolare sull'evento del 15 maggio relative alla strage neofascista e di Stato di Piazza della Loggia, a Brescia, finissero direttamente nei cestini o nei bidoni della città.

L'azione di boicottaggio è stata sottolineata e palesemente ammessa, con dichiarazioni certificate agli inquirenti, dall'esponente di Sinistra Italiana (e dell'Anpi!) Paolo Filoni che ha dichiarato letteralmente che quelle iniziative, dopo le mie non condivise posizioni su Don Massimo Biancalani e le modalità di accoglienza a Vicofaro e Ramini, oltre ad altri fatti a me contestati dal "cerchio magico" di Capecchi, dovevano essere: "cancellate".

Il tutto avveniva, lo ripeto, con un violento e direi vigliacco boicottaggio, attuato mentre io mi trovavo all'estero, nei Paesi Baschi, per svolgere una parte del Cammino di Santiago del Nord.

Per onestà intellettuale Giovanni Capecchi ha partecipato, per ben due ore, all'evento del 15 maggio, è intervenuto, mi ha ampiamente pubblicamente ringraziato, ha ricevuto, sempre pubblicamente, un dono di Pace proveniente dalla città di Guernica, martoriata dalle bombe naziste e fasciste, tappa proprio del Cammino di Santiago del Nord.

Ovviamente ho trovato altre strade per contestare a Dolfi quando ignobilmente ha commesso e, altrettanto ovviamente, sono rimasto più che sconvolto quando ho appreso della sua, oggettivamente per me tuttora incredibile, nomina nell'Ufficio di Gabinetto del sindaco di Pistoia.

Non ho operato, però, a differenza di quanto affermino alcuni pasdaran del sindaco, alcun "dossieraggio" nei confronti di Giovanni Capecchi e, addirittura, della sua famiglia, riportando semplicemente la notizia, stranota e sedimentata, che il nonno del neosindaco di Pistoia, l'accademico e banchiere democristiano Ilvo Capecchi, facesse parte delle liste della loggia massonica segreta ed eversiva P2, guidata dal pistoiese Licio Gelli.

Circostanza che, infatti, incalzato da altri giornalisti, tramite il suo portavoce, Giovanni Capecchi non ha potuto smentire.

Il ruolo della P2 nelle stragi neofasciste e di Stato, a Brescia, come a Bologna (abbiamo ricordato ieri la memoria del 2 agosto 1980) è, ormai, acclarato, lo riconosce, a denti strettissimi, persino il Presidente del Senato Ignazio La Russa.

I testimoni diretti, cominciano ad avere molti anni e l'Italia è un paese dalla memoria corta e dal silenzio facile e omertoso.

Strappare o, quantomeno, occultare i segni resistenti di questa memoria è, a mio parere, un atto gravissimo, inqualificabile, mai giustificabile.

Di cui, a mio parere, risulta responsabile chi lo ha materialmente compiuto (Alessio Dolfi), ma, indirettamente, anche chi lo ha, evidentemente, giustificato e già dimenticato (Giovanni Capecchi).

Un Giovanni Capecchi che, anche nella sua veste attuale di sindaco di Pistoia, ripeto città dove Licio Gelli è nato, cresciuto e morto, dovrebbe risultare, non responsabile, ma, almeno, eticamente consapevole della propria storia familiare.

Sono ovviamente pienamente disponibile a sostenere, confermare, dimostrare, dettagliare quanto scritto in questo articolo in qualsiasi sede, anche giudiziaria.

Francesco Lauria

sabato 1 agosto 2026

IMPERFETTA RICERCA DELLA VERITA’ TRA RATISBONA E ORSIGNA. CONDIVIDERE PANE E PESCI: UN'ECONOMIA DI COMUNIONE

Succede a volte che il destino ti riservi incroci fortunati.

Erano forse tre anni che non ci vedevamo con padre Arnaldo de Vidi, il missionario saveriano, allora direttore della rivista Cem Mondialità, quando, per caso, non ricordo esattamente il tragitto, condividemmo un viaggio su un treno regionale.

Sono passati circa venti anni e padre Arnaldo aveva già, di fatto, lasciato la direzione della rivista, si apprestava a tornare in missione in Brasile, dove, peraltro, ha collaborato in passato anche con la Fim Cisl

Il mondo era, allora, scosso dalle reazioni al controverso discorso di Papa Benedetto XVI° a Ratisbona, rispetto ai rapporti con l’Islam, eravamo nel settembre 2006.

Ratzinger, nella sua Baviera, aveva sostenuto il forte nesso con il pensiero filosofico greco del cristianesimo, attraverso la sintesi tra Fede e Ragione.

C'era stato poi il passaggio, nel complesso discorso del Papa, sul rapporto tra Violenza e Natura di Dio, con la critica alla religione musulmana, attraverso il dialogo tra l'imperatore bizantino Manuele il Paleologo e un dotto persiano, dove si esprimeva un giudizio critico sull'uso della violenza per diffondere la fede nell'Islam. 

Quest'ultimo passaggio che sembrava delineare un automatismo proprio tra Islam e violenza (dimenticando, peraltro, secoli e secoli in cui il cristianesimo, in tutte le sue varianti, dal cattolicesimo, al mondo ortodosso, al protestantesimo, anche se su questo ultimo punto di possono fare dei distinguo, si era imposto pesantemente con la spada), scatenò durissime reazioni nei paesi musulmani e il successivo "dispiacere" del Papa tedesco.

Padre Arnaldo era rimasto molto, molto perplesso dal discorso di Ratzinger, certamente, pesavano su di lui i durissimi trascorsi da cardinale di quest'ultimo, quando, a capo dell'ex Sant'Uffizio era risultato fondamentale e particolarmente punitivo nella reiterata condanna teologica di Papa Giovanni Paolo II rispetto alla teologia della liberazione, nelle sue varie forme.

Una delle critiche più severe di padre Arnaldo e Papa Benedetto era la totale, quasi per lui perversa, "occidentalizzazione" del cristianesimo e del cattolicesimo.

Un grave errore di fondo, secondo il missionario veneto, causa di strabismo e di non aderenza alla Parola.

Padre Arnaldo mi fece un esempio che collima, perfettamente, con il Vangelo di Matteo di oggi:

"Ricorderai, Francesco la parabola dei pani e dei pesci. Qui in Occidente detta della "moltiplicazione".

In Amazzonia la narrazione è diversa, più aderente al Vangelo.

Gesù, non moltiplicò, infatti, proprio nulla.

Nulla di nulla.

Se non una cosa: la "fiducia".

E lo fece ottenendo il superamento della paura.

La paura della condivisione.

Ognuno infatti, aveva un pane e un pesce, anche di più, tra coloro che erano accorsi ad ascoltarlo.

Ma ogni persona temeva di essere tra i pochi ad essere dotata di cibo e che, tirando fuori il mangiare dalla sacca, gli altri, affamati, la potessero aggredire.

La Parola di Gesù, scioglie, invece, la paura.

E così si scopre che il cibo c'è, ed è abbondante, anche se non deve essere sprecato.

Il miracolo di Gesù, mi disse padre Arnaldo, non è quindi quello individuale del capitalismo della crescita infinita (e dell’incultura dello scarto e della guerra avrebbe echeggiato, anni più tardi, Papa Francesco), ma quello collettivo della circolarità dell'essere compagni e compagne – “cum panis” , coloro che, letteralmente, "spezzano il pane – (e puliscono i pesci), insieme."

E così, in questa ottica, quasi due millenni dopo, che due grandi maestri come Don Lorenzo Milani ed Ermanno Gorrieri ci hanno spiegato che: "NON si possono fare parte uguali tra disuguali".

Il valore spirituale, politico ed economico dell'uguaglianza, nasce da un'economia della fiducia e della felicità cooperativa (“oikos”, in greco antico significa “casa” e “famiglia”), un'economia di comunione, in sintesi.

Il capitalismo neoliberale non è l'unica via, non è vero, come affermavano Ronald Reagan e Margareth Thatcher, negli anni Ottanta del Novecento, che non esistano alternative o che, come rincarò, nel 1987, la lady di ferro inglese: “la società non esiste, esistono solo gli individui”.

Le alternative ci sono, magari diverse, perchè il concetto di ricchezza e povertà, ad esempio, non può essere lo stesso a Parma o a Pistoia, rispetto ad Antananarivo o a Belem.

"Ma non solo - concluse padre Arnaldo, prima di raccogliere i suoi libri e scendere dal treno:

tutto questo ci dimostra che, se è vero che c'è una sola Verità, (non siamo dei relativisti!) esistono tanti modi, tanti cammini, tante culture, tanti doni, tante comunità ("cum munus") attivabili per raggiungerla, o, almeno, per camminare verso di essa."

Ho pensato a Padre Arnaldo, purtroppo, come tanti suoi confratelli, scomparso in tempi di Covid, anche ieri, durante la meditazione guidata nel bosco presso la casa di Tullio, vicino a Pian dell’Osteria, sopra l’Orsigna di Tiziano e Fulco Terzani.

Mi trovavo, al bellissimo, stupefacente Arum Festival, che, da sette anni, impreziosisce con il suo: “mondo prima di essere sciupato”, quel frammento di montagna, protetto, ma panorama sul mondo, nel Comune di Pistoia.

Arum: non un mondo perfetto e di perfetti, come ci ha ricordato ieri, proprio al festival, al calar del tramonto, nel confronto con Sandra Gesualdi sull’abitare la Pace, l’abate benedettino di San Miniato al Monte, padre Bernardo Gianni.

Nella postfazione al mio libro: "Sapere, Libertà, Mondo. La strada di Pippo Morelli", Ivo Lizzola, nel paragrafo "La parola e il potere", sottolinea che:

"Nei luoghi di parola, di ricerca e di orientamento, di confronto e discussione (come dovrebbe essere il sindacato, come è, certamente, l’Arum Festival ad Orsigna), occorre vivere la franchezza di quello che Raimòn Panikkar avrebbe chiamato: "dialogo dialogale", non orientato a convergere, all'uniformare, tanto meno al vincere sulle ragioni dell'altro; piuttosto teso a fare vivere nella agorà della parola spostamenti di visione e posizionamento, processi di approfondimento e scoperta di legami tra pensieri e aspetti diversi, ampliamenti delle prospettive. Sempre un po' incompiuti, ma nella consapevolezza del valore delle differenze, con ridisegni di proposte, di strategie e di posizionamenti organizzativi e personali".

Quella volta, ormai venti anni fa, rimasi solo sul treno.

Cominciava anche a fare buio, forse anche un po' freddo, indossavo solo una maglietta.

Ma quella conversazione e quel saluto mi hanno accompagnato silenziosamente opportunamente per venti anni. 

In ogni gesto, in ogni respiro, in ogni percorso, personale, di fede, sindacale e politico.

La Verità esiste e va oltre la paura, ogni paura.

Ma non esiste un unico modo, un’unica verità, per raggiungere la Verità.

Quel Vangelo sulla condivisione dei pani e dei pesci favorita maieuticamente da Gesù, resomi autentico da Padre Arnaldo de Vidi, missionario e poeta, ha abitato, da allora, profondamente in me. Anche se, ovviamente, non sempre sono riuscito ad esservi fedele.

Ho portato spesso con me anche il suo più famoso libro di una significativa produzione, poetica e non solo: “Sapore di terra e di cielo. Poesie da pregare e gridare”.

Fino ad oggi, domenica in cui la Chiesa, attraverso l’evangelista Matteo, proprio quel Vangelo ci dà l’opportunità di rileggerlo, ma, soprattutto, di riviverlo, anche, come ho appreso meglio ad Arum, attraverso l’arte, la poesia, la musica, il silenzio.

Con la nostra, imperfetta, Vita, alla ricerca, ostinata, plurale, molteplice, della Verità.

Come una tenda imperfetta, che a Pian dell’Osteria, Orsigna, Pistoia, Mondo, almeno per alcuni giorni, diventa famiglia, casa, “oikos”.

Comunione scelta e condivisa, pane e pesci dell’anima.

Per concludere: "Ma chi lo dice che il fiore è nero?"

"Noi ci saremo"https://www.youtube.com/watch?v=b-Fg_Ggnxfw&list=RDb-Fg_Ggnxfw&start_radio=1


IL FIORE NERO (I Nomadi)

Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come un popolo sotto l'oppressioneCome un asino sotto il bastoneCome un bimbo sotto l'educazioneCome uno schiavo sotto il padrone
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come il corpo sotto la moraleCome il lavoro sotto il capitaleCome il diverso sotto l'ugualeCome l'imprevisto sotto il normale
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?
Come Dio sotto la religioneCome l'amore sotto la convenzioneCome la realtà sotto l'illusioneCome un mattone sotto la distruzione
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?Ma chi lo dice che il fiore è nero?
Così, quando il sole muoreFiore, perdi il tuo coloreLe qualità che ti hanno reso veroMa chi lo dice che il fiore è nero?

Francesco Lauria

venerdì 31 luglio 2026

OLTRE IL SINDACATO CHE LICENZIA PER RITORSIONE E REPRESSIONE. E CHE VIENE CONDANNATO: PER DIRITTO E COSTITUZIONE.

Ieri, quando ho sentito Stefano Pisetta al telefono (era la prima volta) ho ascoltato una voce sollevata, come quella di chi, nell'ultimo anno e mezzo, ha subito davvero qualsiasi cosa e che ora, finalmente,, anche se solo al 99%, perchè su dieci punti richiesti se ne è visti riconoscere dal giudice nove, si sente risarcito, di nuovo visto. Mi sento persino di dire, giustamente riabilitato.

Ascoltandolo mi sono immaginato la sua solitudine, il suo isolamento, la macchina del fango contro di lui, la quasi totalità di colleghi e colleghe che non ti salutano più, chi per conformismo, chi per interesse, chi per mera paura mista a vigliaccheria e bieco opportunismo.

Ho anche pensato, con immenso dolore, a Fabrizio Scatà, ex segretario nazionale Fai Cisl, che oggi, purtroppo credo non casualmente, non c'è più, dopo le tantissime e pesantissime umiliazioni subite.

Fabrizio, colpito dalla mia gravissima vicenda personale, mi aveva raccontato, insieme alla moglie, la beffarda e devastante, umiliazione subita dal sindacato cui aveva dedicato la vita e lo aveva fatto, durante una lunga e soffertissima telefonata che, ovviamente, non potrò mai più dimenticare.

Perchè Fabrizio è finito polverizzato, frantumato (termine che piace tanto ad alcune "dirigenti" sindacali...) pochi giorni dopo il nostro doloroso colloquio, tra le lamiere fracassate della sua auto.

Come ha spiegato ieri il, sempre sia lodato, blog il9marzo.it (sì, ho cambiato opinione, solo gli stupidi non lo fanno mai...), se la vogliamo raccontare molto in breve, semplificando, Stefano Pisetta, già segretario generale per dodici anni, era stato licenziato dalla Filca Cisl trentina (il sindacato dei lavoratori edili) con l’accusa (non ci crederei se non conoscessi storie simili, tipo la mia...) di aver mandato un messaggio privato ad un collega in cui criticava il segretario generale in carica e ne auspicava la sostituzione. 

Poco più di un anno dopo, il licenziamento è stato giudicato illegittimo dal Tribunale di Trento che ha riconosciuto il diritto ad un risarcimento pari a 12 mensilità.

Vai al link su Youtube: https://youtu.be/vPB4A8KxqKg 

E' quindi l'avvocato di Stefano, Marco Cianci, a entrare nel merito, con una dichiarazione pubblica ripresa da numerose agenzie di stampa:

"La recente sentenza n.86/2026 del Tribunale di Trento sezione lavoro, emessa dal Giudice dott. Giorgio Flaim in data 21/07/2026, ha affrontato un caso molto particolare: l’illegittimità del licenziamento di un proprio dipendente da parte di un’importante federazione sindacale del Trentino.

Il sig. Stefano Pisetta, assistito dall’avv. Marco Cianci, ha infatti impugnato il licenziamento irrogatogli dalla Filca-Cisl del Trentino in data 06/03/2025 e basato su diverse motivazioni, tutte per lo più riconducibili alle critiche manifestate dallo stesso Pisetta al segretario generale dell’organizzazione.

In particolare, il sindacato ha contestato a Pisetta di aver inviato un messaggio whatsapp a un collega (uno che NdR pare fosse molto interessato ad occupare proprio il posto di Pisetta...) in cui suggeriva l’opportunità per il bene dell’organizzazione di sostituire il segretario, ritenuto non idoneo. 

Inoltre, veniva contestato che in altre occasioni Pisetta avrebbe espresso pareri critici nei confronti del segretario al cospetto di colleghi e di soggetti esterni all’organizzazione. 

La sentenza ha riconosciuto innanzitutto l’inutilizzabilità ai fini del giudizio del messaggio whatsapp in quanto tutelato dal diritto costituzionale alla segretezza della corrispondenza.

Il Giudice ha ritenuto comunque pienamente legittimo per un associato al sindacato (pure laddove ne sia lavoratore dipendente) rivolgere critiche nei confronti del segretario davanti ai membri dell’organizzazione e anche formulare progetti volti alla sua sostituzione. 

Ciò anche alla luce dello stesso Codice Etico della CISL che esprime principi organizzativi democratici che garantiscono la partecipazione degli associati alla vita dell’associazione.

Di conseguenza la sentenza ha dichiarato illegittimo il licenziamento e ha condannato Filca CISL a corrispondere a Pisetta un risarcimento pari a 12 mensilità.

Stefano Pisetta, che ha lavorato alle dipendenze di Filca CISL sin dal 1999 e ne è stato segretario generale per 12 anni, ha dichiarato:

Questa vicenda mi ha amareggiato, mi ha danneggiato sia economicamente, sia professionalmente, ed è anche stata calpestata la mia dignità. 

Mi auguro che un fatto così grave non succeda mai più nel sindacato. 

Al Sindacato dove ho dato molto e ricevuto altrettanto fino a questo spiacevole episodio”.

Va ricordato, e ne parlo per esperienza diretta, che quello di Stefano Pisetta, non è certo il primo caso di provvedimenti motivati dall’espressione di opinioni critiche interne all’organizzazione sindacale, in questo caso, come frequentemente accade, la Cisl. 

Lo stesso ex segretario generale Cisl Luigi Sbarra, quando era commissario della categoria dei lavoratori agricoli, la Fai Cisl, dopo che essa era stata commissariata collettivamente, anche da lui, soltanto per un libero e sacrosanto voto espresso in un congresso nazionale, allontanò lo studioso e formatore Giampiero Bianchi portando come prova alcuni sms passatigli da un paio di servi del potere …

Come scrive il9marzo.it, il problema non è l’inidoneità del segretario della Filca di Trento (o di quelli del Piemonte che “non parevano inconsapevoli” della presenza di chi era legato alla ‘ndrangheta tra i dirigenti locali della loro organizzazione a Torino), o di quella del segretario generale nazionale, ma della Cisl in quanto tale. 

Una Cisl dove i dirigenti pro tempore si comportano come i padroni della ferriera e non come chi riveste un mandato democratico, potendo quindi sempre essere mandato a casa da chi lo ha eletto.

Per questo, questi pseudo-dirigenti sindacali non si rendono nemmeno conto del fatto che certe questioni non devono essere decise in tribunale, ma nei congressi o, almeno, negli organismi deputati.

In vista della mia prima udienza presso il Tribunale del Lavoro di Firenze (21 ottobre prossimo) contro la Cisl confederale, a seguito del mio licenziamento nullo, illegittimo, ritorsivo, discriminatorio, infame e politico, lo dico anche sulla base della sentenza del Tribunale del Lavoro di Trento, non mi sento, sinceramente, non solo per scaramanzia, di cantare prematuramente vittoria.

Non certo perchè non sia convinto delle mie lapalissiane, evidenti, inscalfibili ragioni.

Ma perchè il potere, le "organizzazioni" si adattano, colpiscono in silenzio con risorse illimitate, anche utilizzando leccaculo sempre pronti all'uso e sono in grado, come è stato scritto non da me, ma citando la mia vicenda personale e sindacale da altri, di annientare, frantumare le persone, non tanto per cattiveria, ma per autoconservarsi.

Per difendere lo status quo, per sopravvivere ai propri fallimenti valoriali e operativi, per reprimere qualsiasi idea, non solo di motivato e democratico dissenso, ma proprio in generale.

E la Cisl, a mio parere, almeno finchè ci saranno questo sciagurato governo di centrodestra e questa dirigenza nazionale ad esso devota, categorie comprese, rappresenta, pertanto, un pezzo di potere che mi fa paura (non ritengo migliori, peraltro, nel metodo, le gestioni del potere dei governi del centrosinistra, il potere, ahimè, è potere...)

Non canto quindi vittoria e non smetto, lo dico con sincerità, di avere paura.

Di sentirmi dentro la solitudine, l'abbandono, l'ipocrita vigliaccheria.

E però, mi hanno insegnato, che occorre, come ha fatto benissimo a Trento Stefano Pisetta, forte della sua dignità e della sua storia sindacale, delle tante volte che ha rischiato e lottato non per se stesso, ma per i lavoratori più fragili e deboli: "resistere anche un solo minuto più del padrone".

Anche, anzi soprattutto, quando questo padrone si qualifica sfacciatamente come sindacato: avendo rovinosamente dimenticato, del sindacato, l'etimologia ("fare, essere giustizia insieme", dal greco antico), i valori, la mission, financo, sinceramente, la memoria e il ricordo.

Un sindacato, quello vero, che, deve sapersi e potersi riconoscere come: "comunità inclusiva ed educante".

Un sindacato, come insegna la storia della Cisl (quella vera): in cui il "guscio fragile" e prezioso della formazione sia rivolto alla costruzione comune, dal basso, con libertà, responsabilità e protezione, del pensiero critico, non alla trasmissione di una misera "dottrinetta" dei capi.

Un sindacato che, come affermava con estrema modernità, il fondatore della Cisl, Giulio Pastore (che, pur da cattolico, fece dismettere la cappella interna del Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze), non deve mai rischiare di: "mortificare la concezione di vita di ciascun lavoratore."

Un sindacato: "mosaico", "carovana", non caserma autoritaria.

Un sindacato che come ricordò Papa Francesco proprio ai delegati e alle delegate del congresso nazionale della Cisl, nel giugno 2017, una settimana dopo aver pregato, a Barbiana, sulla tomba di Don Lorenzo Milani, (ispiratore di tanti futuri sindacalisti) sappia, collocandosi "tra profezia e innovazione", non lasciare mai indietro chi si trova: "ai margini della città del lavoro".

Un sindacato che NON deve avere, da solo, sempre tutte le risposte, ma che non rinunci mai a farsi e a fare tutte le domande necessarie.

Un sindacato che si prenda cura, rappresenti, ripari le fragilità, anche quelle, ecologiche, del pianeta. L'unico che abbiamo. Come scrive da anni la Confederazione Europea dei Sindacati: "non esiste lavoro, in un pianeta morto".

Un sindacato, infine, che, come la politica, uso una bellissima frase di Tina Anselmi, che prima che personalità di partito e delle istituzioni è stata partigiana e sindacalista: "deve saperci far sperimentare la gioia condivisa dell'impegno, della passione".

Oggi brindiamo con Stefano, pur con il dispiacere che non ci sia stata la ciliegina sulla torta della reintegra sul posto di lavoro.

Un tema, quest'ultimo, molto complesso e dibattuto che ci riporta, come ha giustamente ricordato l'avvocato Cianci, ai diritti costituzionali.

Ad un articolo 39 non pienamente e non integralmente attuato, per fondate ragioni storiche (la vicinanza con l'era fascista e con il sindacato fantoccio di stato, subordinato al Partito e al Governo, subordinato al potere).

Oggi, però, siamo in una fase del tutto diversa, in cui, peraltro, si stanno riscrivendo, come fossero questioni solo private, le regole della rappresentanza e della rappresentatività nei luoghi di lavoro.

Passando dai casi individuali al senso collettivo anche qui occorre vigilare e lottare.

Il sindacato, visti anche i finanziamenti pubblici che riceve soprattutto attraverso il sistema dei servizi individuali, deve rendere conto, essere trasparente, e lo deve essere davvero, non per finta.

Non solo: il sindacato, i sindacati, pur combattendo strenuamente, ovviamente, il dumping contrattuale, non possono godere di privilegi, monopoli e riserve acquisite della rappresentanza, senza inquinare, profondamente, la nostra democrazia.

Proprio in Cisl mi è stato insegnato e io stesso ho insegnato, formando centinaia, migliaia di sindacalisti e sindacaliste, il valore democratico del sindacato come associazione, patto tra pari, che si mettono insieme per riequilibrare i rapporti di forza e, appunto, di potere.

Non solo: il valore democratico del sindacato come soggetto di trasformazione sociale radicale e collettiva.

Io mi riconosco, infatti, nel sindacato in chi trasforma il potere non in dominio arbitrario, ma in servizio e bene comune, tutelando, per primi, i più fragili, i più deboli.

Ci ho, come Stefano, dedicato la vita. Per me  il sindacato non è, citando il sociologo cislino Bruno Manghi, solo un mestiere, ma una missione.

E' la Vita.

Non un "potere su" (sopra gli altri), ma un "potere con" e un "potere per" (insieme e con un orizzonte condiviso di senso).

Nella Cisl mi è stato insegnato che il sindacato, infatti, non è solo fare tessere e/o archiviare numeri (iscritti e soldi), magari ora con l'algoritmo, e che il sindacato, quello vero, non può non confrontarsi con la totalità dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dagli ultimi (sì, dagli ultimi, non dai penultimi).

Il sindacato, quello vero, proprio perchè riconosce valore all'associazione dei soci, non può mai ricercare benefici e risultati solo per se stesso e per i propri iscritti/e (o peggio ancora, soltanto per i propri dirigenti apicali).

Quando restituii, per mia scelta e con dolore immenso (un mio collega che fece la stessa cosa, poco prima, dopo quarant'anni di militanza mi confidò di aver pianto tutta la notte...) affermai che credevo (e credo) che il vero militante, politico o sindacale, sia colui o colei che fa, senza ideologismi o inutile moralismi, ma con determinazione: "della differenza tra fatti e valori una questione personale".

Oggi sono stanco, ferito, assetato di Pace, lo ammetto.

Ma non mi piegherò.

Perchè, proprio come scrissi lasciando la Cisl, ricordando il celebre paradosso del volo del calabrone, io, nel sindacato, quello vero, ci credo ancora.

Fin nelle budella. A caratteri scolpiti nell'anima.

E resisto, pensando anche ai tanti e tante, sindacalisti e sindacaliste (Delio, Simone, Margherita, fermandomi alla sola Cub...) che vengono massacrati e licenziati da padroni spietati (che non possono essere definiti imprenditori o aziende) per il loro solo essere al servizio, attenti al bene dei lavoratori e delle lavoratrici e al bene comune.

E oggi, però, brindo, insieme a Stefano Pisetta, alla sua famiglia e agli amici veri, quelli, pochi, che rimangono, restano, resistono insieme a te anche nei momenti di grave, disperata difficoltà. 

Quelli che restano anche nelle sconfitte, come mi ha insegnato personalmente l'indimenticabile segretario generale della Cisl (quella vera...) Pierre Carniti.

Quelli che ti guardano, sempre, negli occhi, ti vedono e ti sanno dire, restando, anche quando sbagli.

Restare nelle vittorie, me lo ricordava spesso Pierre, con il suo sorriso sornione e il suo immancabile sigaro, invece, "è troppo facile".

Francesco Lauria

giovedì 30 luglio 2026

VERTIGINE: "NELLE MANI E NEL CUORE, ANCORA, IL FUTURO DEL MONDO". LOTTA, MEMORIA, SCRITTURA DI NICOLA RUGANTI.


Ho acquistato Vertigine in piena campagna elettorale per le amministrative di Pistoia, bucando in pieno, per impegni di lavoro, la prima presentazione a Pistoia del secondo libro di Nicola Ruganti, realizzata alla Galleria Moon.

Ero stato anche incuriosito, lo ammetto, dal fuoco di fila molto duro, in alcuni casi quasi violento, che Ruganti aveva subito, principalmente via social e corridoi, da diversi dei sostenitori/sostenitrici dell'ex sindaco Samuele Bertinelli impegnatissimi/e, in quel momento, a sostenere la "moderata" Stefania Nesi, principalmente per bloccare la strada al futuro sindaco, lo sgraditissimo, anche per ragioni storico-amministrative, Giovanni Capecchi.

Ma l'importanza di questi aspetti è svanita, fin dalla prima riga della prefazione del mio amico Marco Damilano (in questo con Ruganti siamo accomunati, Marco ha firmato anche la prefazione del mio volume su Don Lorenzo Milani e il mondo del lavoro) e del romanzo dell'ex consigliere comunale di Pistoia ed ex referente del sistema teatrale pistoiese.

Perchè Vertigine (Bordeaux Edizioni, 2026), come segnalato da molte recensioni, e non solo da quelle amiche, è un libro, insieme, prezioso e bellissimo, delicato e scompaginante, perchè è un romanzo che unisce attraverso una splendida e documentata scrittura, formazione personale, memoria storica (in particolare sugli anni Settanta e primi anni Ottanta) e riflessione civile.

Il libro, senza voler anticipare troppo, compratelo e leggetelo, inizia con l'immagine di una trottola e di una stella, un nonno affettuoso che, credo, voglia significarci proprio il valore della memoria, delle radici, che alimentano la vita, la crescita e il sogno di una bambina di dieci anni che incontra il vortice (la vertigine?) dell'acqua e del fiume. 

Acqua ristoratrice certo, ma anche gorgo maledetto che prova a portartele via le radici e le stelle, fino alla foce, fino al mare.

Ci sono storie, poi, che non si trovano tra i libri di scuola e a questo servono i romanzi.

La protagonista di Vertigine è Anna, diciottenne, che vive nella, solo parzialmente misteriosa, città di T. 

Grazie alla sorella Irene, Anna entra nella campagna elettorale di Ernesto, candidato sindaco, e conosce Paolo, un militante quarantenne ancora convinto che la politica possa cambiare la realtà, pur essendo segnato da molte delusioni.

Attraverso assemblee, sezioni di partito, rapporti di amicizia e sentimentali, Anna scopre che fare politica significa anche confrontarsi con la storia italiana: il terrorismo nero, gli anni di piombo, l'assassinio del magistrato Mario Amato (altro vero centro del romanzo), il caso Valerio Verbano, le connivenze istituzionali, la memoria delle stragi, la loggia massonica eversiva (un po' pistoiese...) P2.

La vicenda privata della protagonista diventa, così, un percorso di crescita e di presa di coscienza civile, perchè Anna, grazie a Ruganti, ci prende per mano e ci accompagna nella memoria e nella storia, nella politica e nella violenza, nella militanza e nella città (T. diventa così un luogo anche universale) nel sogno e nella dura realtà.

Ormai più di venti anni fa Jovanotti, in "Mi fido di te", cantava: "la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare".

C'è anche questo, secondo me, nel bel libro dell'autore pistoiese ora trasferitosi nella capitale.

Ma la "Vertigine" di Nicola Ruganti è anche la sensazione di chi si affaccia alla politica senza sapere se sarà salvato o travolto; il confronto con una storia nazionale fatta di ideali (viene evocato, ovviamente, Enrico Berlinguer), ma anche di violenza e rimozione.

"Vertigine" rappresenta ancora la difficoltà di scegliere se impegnarsi o ritirarsi di fronte alla complessità del presente.

Qui ci viene in aiuto la postfazione del libro, altrettanto prestigiosa e preziosa, a firma di Luigi Cancrini.

Cancrini è stato autore, in questi ultimi giorni, di considerazioni apprezzate e sacrosante sullo scellerato provvedimento del Governo di destra in merito all'allargamento della punibilità penale dei minori fin dai 14 anni ("sorvegliare e punire", avrebbe detto Michel Focault, autore tanto odiato/ripudiato dall'attuale famigerato Ministro dell'Istruzione (e del Merito...) Valditara...)

Cancrini, pur parlando con durezza della dissoluzione morale e organizzativa della politica, ci aiuta, nel libro dell'insegnante pistoiese, a tirarci fuori dal pozzo nero del dolore, del silenzio, della paura, della sfiducia (Jovanotti al contrario...) del riflusso e scrive:

(...) "Anche le idee, tuttavia, sono importanti e Ruganti lo sa. Lo spazio per ricominciare c'è sempre. Come ci dimostrano in fondo, le persone che scendono di nuovo in piazza per Gaza, il nuovo Vietnam, e così come fanno, al termine di Vertigine, i giovani nelle cui mani e nel cui cuore c'è ancora una volta il futuro del mondo".

Leggendo Cancrini e, soprattutto nei suoi giusti e onesti chiaroscuri, Ruganti, ho pensato a LOTTA.

Classe 2002, nata un anno dopo Genova 2001 e le nostre speranze tradite, stuprate dal potere, con LOTTA, abbiamo discusso insieme in una conversazione, anche con Aluisi Tosolini, a venticinque anni da Genova, pubblicata dalla rivista Le parole e le cose, il 20 luglio scorso e raggiungibile a questo link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/07/genova-2001-2026-detonazione.html

Nella sua ultima canzone, ACT NOW,  LOTTA, giovane artista vegan e queer, ci offre un'opera che nasce dall'urgenza di questo momento storico. 

Non solo un brano (e, parafrasando Ruganti, non solo un romanzo...), ma una chiamata all'azione.

Canta la giovane artista della mia terra, attiva in tutto il mondo:

"Sono anni che aspetto

questo momento

cambiare il silenzio

in movimento!

Ronzano i droni

sulla mia testa

tendo il mio arco

e dico basta

Vedo il collasso

ma il movimento

come uno sciame

rompe il cemento".

E continua...

"Non è un'esercitazione

è la mia detonazione

siamo in agitazione

cariche e in posizione

Siamo in mobilitazione!"

Coerentemente con quanto canta LOTTA, il romanzo di Nicola Ruganti non ci propone, infatti, una mera nostalgia della militanza degli anni Settanta od Ottanta. 

Vertigine, proprio come la musicista e cantante parmense, si chiede e ci chiede se oggi sia ancora possibile credere nella politica come strumento di trasformazione collettiva. 

La memoria del passato non è, infatti, un museo, ma qualcosa/qualcuno/qualcuna che continua a interrogare il presente e il futuro, con l'arte, scrittura e musica.

Come nella seconda strofa di ACT NOW:

"Schegge per strada

l'ansia che passa

cori e megafoni

ognuno a tempo sotto cassa!

Siam tutte queen

fanculo ai king

tra PPM sti BPM

Siamo ad un passo

dal sabotaggio

e lo blocchiamo quest'ingranaggio!"

Pensando anche a Sergio Amato, figlio del giudice Mario Amato, assassinato a Roma, nel 1980, dal terrorismo nero dei Nar, non ci sono solo i muscoli, la mobilitazione, la detonazione.

Non ci sono solo l'arte, la musica, la poesia, l'incanto.

Ci sono momenti, io uno lo sto vivendo rovinosamente ora, in cui la politica sembra essere soltanto, inquietante silenzio, depistaggio, dissoluzione e, perchè no, morte, suicidio, come è scritto ancora nel libro, individuale e collettivo.

E allora, più intimamente, ACT NOW, continua così, tra vertigini e appigli:

"Ho solo queste ossa fragili

ho solo queste gambe stanche

ma sanno ancora andare avanti

sanno ancora fare passi

Sento la rabbia che ribolle

e questo peso folle

se lo porto insieme a te

mi fa un po' meno male."

E allora, se è vero che la politica è un mestiere difficile, come scrive Ruganti (ma anche una passione difficile aggiungo io), dove tutti credono di aver la soluzione perchè pensano a se stessi: "per i propri bisogni le parole si trovano sempre".

Continua l'autore: "Quando, infine, si deve rispondere a tante necessità diverse, di comunità, singoli, associazioni di categoria, imprenditori, operai, sindacati... Ecco, a quel punto il politico non lo invidia più nessuno..."

Forse, in verità, non abbiamo più bisogno/desiderio di politici, ma di militanti che fanno, creano, insieme, Politica.

Il militante, è stato detto, è colui/colei: "che fa della differenza tra fatti e valori una questione personale".

E' una frase che, invano, ho provato a riproporre, pubblicamente, proprio all'imminente futuro sindaco Giovanni Capecchi.

Ma oggi rimango solo su Nicola Ruganti e, come lo definisce opportunamente Marco Damilano, sul suo "reportage della memoria", dove la storia intima, personale, familiare diventa storia civile, passione, impegno, responsabilità collettiva.

E allora LOTTA (insieme al Paolo del romanzo che ha quasi il doppio dei suoi anni...) ci sprona e ci aiuta, ci sorregge, nella Vertigine, con la sua concretezza, con il suo rompere il silenzio del potere con il suono, dolcemente forte e comunitario, della rivolta:

"Questa non è un'esercitazione

questa non è un'esercitazione

In posizione! Mobilitazione! 

ACT NOW."

Francesco Lauria

P.S. No, oggi a Campiglio, non recupererò la presentazione di Vertigine perduta in campagna elettorale.

Anche questa volta ho altri impegni, peraltro intimi, familiari. 

Non mi nascondo dietro a un dito: penso, infatti, che se si condivide la propria "Vertigine" con chi concepisce e vive la politica in modo paradossalmente patriarcale, violento, vissuto e condiviso solo come affermazione di se stessi, non si vada lontani.

Si cade.

Ma non importa.

Per rialzarsi, infatti, se ci sono, come direbbe Jovanotti, la voglia, l'aspirazione e l'ispirazione, il desiderio, l'ostinata speranza di volare, credere, condividere, politicamente e pacificamente amare...

"... bisogna prima cadere".