domenica 20 settembre 2026

"NON PER BELLEZZA". MARTEDI' 22 SETTEMBRE A MONTEMAGNO LA PRESENTAZIONE DEL VOLUME DI MARGHERITA BECCHETTI SULLA RESISTENZA DELLE DONNE.

Si svolgerà martedì 22 settembre, dalle ore 18, al circolo Acli di Montemagno (Quarrata) l'incontro/dibattito di presentazione del libro della storica emiliana Margherita Becchetti
"Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana".

Il libro, edito da Mup, propone con capacità di sintesi e chiarezza una profonda rilettura critica del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, provando a scardinare i pregiudizi di genere che per decenni hanno ridotto la partecipazione femminile a un mero "contributo" secondario.

Anche il termine di "staffetta partigiana", pur celebrato dalla quasi omonima canzone di Vinicio Capossela, valorizza un termine oggettivamente "perimetrale", spesso volutamente riduttivo: una staffetta, se uomo/maschio, veniva, infatti, normalmente chiamata: "ufficiale di collegamento".

Il libro di Margherita Becchetti adotta la prospettiva della storia di genere per restituire piena centralità politica ed esistenziale alle donne partigiane, evidenziando anche le complessità del loro rapporto con i compagni uomini.

Il titolo del volume si ispira a una celebre dichiarazione della partigiana Elsa Oliva. Nella primavera del 1944, salendo in montagna per unirsi a una formazione partigiana, la Oliva mise subito in chiaro le cose con gli uomini del distaccamento e dichiarò che non fosse lì per fare la serva o per cercare un fidanzato, ma pretese un'arma, specificando che l'avrebbe tenuta «non per bellezza». 

Si tratta di un aneddoto che ben riassume lo spirito del libro: la rivendicazione di una scelta di lotta consapevole, determinata e paritaria.

Prendendo a prestito i sei capitoli del saggio è possibile enucleare alcune parole chiave che potranno essere approfondite dai lettori e dalle lettrici del libro: 

Scegliere;

Trasgredire;

Pregiudizi;

Senza armi (non ci sono contraddizioni con la frase di Teresa Oliva);

Il male;

Crescere.

Un tema chiave del volume, non sempre presente nei libri sulla Resistenza, è l'analisi del post-Liberazione. 

Nonostante la tardiva conquista del diritto di voto (di cui ricorre quest'anno l'80° anniversario), l'esperienza liberatrice della Resistenza non si tradusse immediatamente in una reale emancipazione sociale delle donne nel dopoguerra. 

Molte partigiane vennero spinte a tornare alla "normalità" domestica e i loro meriti furono silenziati o minimizzati dalla memoria pubblica ufficiale, dominata da una narrazione prevalentemente maschile che, fin dalle sfilate del 25 aprile, spesso le escluse forzatamente dalla partecipazione o pretese che si dovessero vestire, in maniera "ben pensante", da infermiere.

Anche se va ricordato che una delle foto iconiche della Resistenza italiana, utilizzata anche da Benedetta Tobagi per il suo splendido libro: "La Resistenza delle donne", una foto "femminile e armata" è notoriamente un'immagine pistoiese.

Ad organizzare l'incontro del 22 settembre prossimo sono le Acli Provinciali di Pistoia e Regionali della Toscana, la sezione Anpi di Quarrata, il Circolo Acli di Montemagno e l'Associazione Sognare da Svegli, con il patrocinio della Città di Quarrata,

Insieme a Becchetti, autrice del volume, a partire dalle ore 18, ci saranno il  giornalista pistoiese Maurizio Gori che modererà l'incontro, Francesco Lauria, Presidente dell'Associazione Sognare da Svegli, la ricercatrice dell'Istituto Storico della Resistenza di Firenze e della Toscana Giada Kogovsek, la Presidente Regionale delle Acli toscane Elena Pampana. 

sabato 19 settembre 2026

"LA VOCE DEI LAVORATORI NON SI LICENZIA!" COMIZIO PIAZZA DELLA SCALA A MILANO.

Intervento di Francesco Lauria (Cub, già rappresentante dei lavoratori della Cisl nazionale, licenziato, ritorsivamente e discriminatoriamente, a ottobre 2025) alla manifestazione nazionale convocata in solidarietà a Margherita Napoletano (sindacalista e coordinatrice delle Rsu, licenziata dall'Ospedale privato San Raffaele di Milano), Simone Vivoli (segretario nazionale Flmu-Cub, licenziato, due volte, a Firenze da Tim), Delio Fantasia (sindacalista Cub, licenziato a Cassino da Stellantis).

https://www.youtube.com/watch?v=lRV7zjP9oFs&t=20s

Alcuni estratti dell'intervento...

"Abbiamo appena ascoltato insieme la canzone: "I cento passi".

Io vengo da Pistoia, la città della P2 e di Licio Gelli. (...)

C'è un'alternativa all'economia di guerra che sfrutta, licenzia, uccide. L'alternativa siamo noi: pane e rose, ponti e barricate, poesia e prosa, desideri e bisogni, conflitto e Pace. 

Noi prendiamo parola!

Con il pensiero e il cuore a Gaza, noi siamo Voce collettiva contro il silenzio dell'indifferenza, dell'ipocrisia, del conformismo.

Siamo di fronte a una democrazia sempre più svuotata, militarizzata, non accetteremo mai una politica che non fa politica e sindacati (gli altri sindacati) che non fanno più sindacato.

Noi siamo scandalo, siamo alterità! 

Siamo, insieme, giustizia!

Uniamo le lotte! 

L'alternativa siamo NOI!!!".

Per maggiori informazioni e approfondimenti qui il racconto del viaggio verso Milano e del perchè di una lotta e di una speranza condivise per chi e con chi avrà 18 anni nel 2030...

https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/this-i-promise-you-te-che-avrai-18-anni.html

"Camminando si apre il cammino..."

venerdì 18 settembre 2026

"THIS I PROMISE YOU". LOTTARE PER TE (CON TE?) CHE AVRAI 18 ANNI NEL 2030... SVEGLIARCI INSIEME ALL'AURORA.


La sveglia è puntata alle 4.35 del mattino.
Sabato 19 settembre.

Con un po' di eccesso di ansia (e inevitabile sfiducia rispetto ad Autolinee Toscane) avevo, infatti, deciso di prendere, con anticipo, il primo bus del mattino verso la stazione di Pistoia.
Quello delle 5.27...

Destinazione Milano: manifestazione nazionale: "La voce dei lavoratori non si licenzia", promossa, insieme a decine e decine di realtà, dal sindacalismo di base: CUB, Confederazione Unitaria di Base e USI (lo storico sindacato anarchico o, almeno, un pezzo...)

Milano è la città dell'ospedale privato San Raffaele, Gruppo San Donato, che ha licenziato ritorsivamente l'ingegnera biomedico Margherita Napoletano, Rls e coodinatrice delle Rsu, ma anche la città dove hanno sede gli uffici di Tim che, sempre ritorsivamente, ha licenziato (due volte!) Simone Vivoli, Rsu e segretario nazionale Flmu Cub.
E oggi non dimentichiamo nemmeno il licenziamento del sindacalista Cub Delio Fantasia, "fatto fuori" da Stellantis a Cassino.

Oggi è il quindicesimo compleanno di mio figlio Jacopo.
Come per tanti genitori sembra ieri quando lo tenevo in braccio sostenendolo con una mano, mentre ora è più alto di me, un colosso di adolescente che mi da non poco filo da tessere...

Non sempre è facile lo ammetto, capirli i sogni di un adolescente, stare sul filo che, salvaguardando la protezione, non sconfina nell'oppressione e nel dialogo tra sordi.

Come penso sia normale, specialmente oggi, ma ovviamente non solo, il mio pensiero principale è lui che, nel 2030, avrà diciotto anni, compiuti da qualche mese...

Di anni Simone Weil ne aveva solo dieci in più di Jacopo (oggi) quando scrisse, nel 1934: "Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale".

Io le porto spesso con me come un talismano o, forse, come il tatuaggio che non ho, mentre sono costretto ad attraversare l'immenso ammasso di menzogne che circonda la parola "società".

Nella società, termine che ci sembra ovvio, consueto, inevitabile come le corse saltate dei bus di Autolinee Toscane, in particolare all'inizio delle scuole, si cela una "realtà segreta e imponente", che agisce su di noi e spesso non viene riconosciuta.

Simone Weil ci spiega con naturale chiarezza che l'uomo si è emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi a un'oppressione ancora più oscura, capricciosa e incontrollabile: quella realizzata dalla società stessa.

Scrive Weil: "sembra che l'uomo non riesca ad alleggerire il gioco delle necessità naturali senza appesantire nella stessa misura quello dell'oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso".

La riflessione di questa grande e fragile donna svela, nei meccanismi del potere come in quelli della produzione e dello scambio, altrettanti volti di una stessa idolatria.

E allora di fronte alla Speranza della Lotta che cosa si trova di fronte a noi?
 "Abbiamo l'immagine inscalfibile, concreta, non ideologica, non idolatrica del Bene, in rapporto al mondo".

Sosteniamo uno sguardo che ci induce a: "sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo".

Se vogliamo, con Walter Benjamin, superare il "capitalismo come (falsa) religione" dobbiamo testimoniare ed essere altro, essere scandalo, contestazione e sguardo consapevoli.

La nostra lotta per te, meglio con te, Jacopo, che avrai diciotto anni nel 2030 è immergersi in una vitalità travolgente, in una spinta di Speranza.

Il capitalismo come falsa religione, come ha spiegato benissimo il prof. Gabriele Gozzi durante un incontro, presso il Seminario di Pistoia, intitolato: "Dio o Mammona?", è un "carro armato iniquo".


Ormai l'economia militarizzata, che comprime i diritti di cittadinanza e nel lavoro, persino quello sindacalizzato, sta facendo della guerra non una eccezione, ma la propria prassi ordinaria.

Siamo al record assoluto di spese militari (undici anni di crescita ininterrotta...) e, se è vero che Stati Uniti, Russia e Cina, rappresentano ancora il 51 per cento di questa cifra enorme, l'Europa è il luogo in cui la spesa militare cresce di più.

Le organizzazioni militari, come la Nato, stanno, gradualmente, sostituendo i Parlamenti, viviamo in un'enorme e crescente diseguaglianza che porta con sè ingiustizia, alienazione, estraniazione, a partire dal lavoro, ma senza fermarsi ad esso.

Qual è, dunque, Jacopo la nostra "rivolta tra le dita"?

E' chiaro che si parte da una rivolta individuale, intima, sempre più consapevole.

Ma essa si deve trasmettere alle comunità e alle strutture politiche.

Usando un linguaggio evangelico, ma che Alexander Langer è riuscito, con la sua capacità profetica, a trasformare in universale, dobbiamo realizzare una integrale: "conversione ecologica".

Peraltro che il capitalismo sia una struttura di peccato, come sempre ha ricordato Gozzi nel Seminario di Pistoia, ce lo ha detto non quel "comunista" irriducibile di Papa Francesco, ma il controverso Papa Pio XI nella sua enciclica "Quadragesimo Anno". Rileggere per credere...

Quali sono le scelte che ci avvicinano alla Verità del Bene e ci allontanano dalla Menzogna del Male?

La prima è porre un freno all'individualismo conformista e all'indifferenza complice.
La seconda è testimoniare e tessere relazioni con integrità e coerenza. Senza pretendere di "possedere" subito tutte le risposte, ma rimanendo, costantemente, in ricerca. 

Papa Francesco, questa volta sì, proprio lui, nell'ambizione a un cambiamento davvero radicale, ci parlava di un "cuore" che per praticarlo deve essere gioioso, felicemente integro.
Nonostante tutto.

Solo così si superano i discorsi astratti e si accende la fiamma dell'alternativa.

Perchè un'alternativa è possibile, necessaria, urgente, non vorremo certo dare ragione, quarantacinque anni dopo, a Ronald Reagan e Margareth Thatcher?

Certo dobbiamo pretendere di poter costruire un sindacato e una politica che non siano marionetta che non mentano a lavoratori e popolo, che non si riducano a: "tombe dell'arrivismo".

Per sognare, Jacopo, insieme a te, che avrai diciotto anni nel 2030 e potrai, con il tuo voto (e, ovviamente, non solo!) provare a cambiare davvero la storia, dobbiamo uscire dai "luoghi mortiferi", non essere mai catturati/e dallo sguardo e dall'atmosfera del potere e del dominio.

Viviamo, siamo travolti, infatti,  da un potere che non ha, in realtà potere, perchè recita e da una classe politica e sindacale, senza politica e sindacato.

Allora con Margherita, Simone, Delio e tanti altri/e, sindacalisti autentici, oggi sono sul treno.

 Ho visto fiorire, Jacopo, l'alba dell'aurora su questa "terra del tramonto".


Ti ho dedicato Jacopo, nel sussurrarti da lontano buon compleanno, pur nelle nostre difficoltà, nelle mie difficoltà, ogni respiro e ogni battito, ogni fessura, feritoia di luce mentre lasciavo Firenze, per l'erba e il cemento della mia pianura.

Il dialogo, strumento, spartito di Pace, non è semplice, noi lo sappiamo.
Ma è necessario.

Il dialogo, però, non annulla il conflitto, la rivolta, la lotta, il fuoco della Speranza.
Il principio e il fine di ogni Speranza.

Penso agli operari dell'Acca a Seano, al loro accordo, certo su cui vigilare, dopo la lotta.

Alla loro carne sull'asfalto rovente del nostro capitalismo dello scarto.

Questa mattina non sono con te, Jacopo, ma ti porto con me, dentro di me, di fronte a me.

Come quando abbiamo scherzato, in Val Badia, questa estate, fotografandoci mentre guardavamo differenti orizzonti.

Ma anche con sguardi diversi e felicemente molteplici, anche "dopo la pioggia", il mondo, l'unico che abbiamo, è uno.

Prendersi cura del mondo, "non uccidere", non solo con i fucili o con i droni, ma anche con l'economia di morte, è imperativo categorico ed, insieme, scelta libera e di gioia.

Perchè, come ci ha spiegato Bruno Trentin che, certamente, aveva letto Simone Weil: "la libertà viene prima".
Ma non è libertà su, è libertà con, libertà per, libertà da.

E' Pace, parola, progetto, sguardo. oggi, allo stesso tempo vero e rivoluzionario.

Stiamo sui margini, Jacopo, sulla soglia, valorizziamo l'innovazione creativa, il sogno, quello fatto da svegli.

Buon compleanno Jacopo, amore mio, vita mia, sogno incarnato, futuro.


Questo ti prometto: "This I promise you".
Non perderò, non perderemo mai la Speranza e lo sguardo di una lotta nonviolenta...

Che alla morte preferisce la Vita,
Che veglia, "sentinella nella notte",
Che è preghiera e rivolta,
Ponte e barricate,
Pane e Rose,
Poesia e Prosa,
Desiderio e Bisogno.
Utopia e progetto.
Orizzonte e passo.
Alba e tramonto.

Che è felice di svegliarsi presto, alle 4.35 o anche prima.
Per immergersi nel sogno condiviso e reale, concreto, quotidiano dell'Aurora...

This I Promise You.
Babbo, come dite voi toscani, Francesco

THIS I PROMISE YOU (Richard Marx)

Oh, oh
When the visions around you
Bring tears to your eyes
And all that surrounds you
Are secrets and lies
I'll be your strength
I'll give you hope
Keeping your faith when it's gone
The one you should call
Was standing here all along
And I will take you in my arms
And hold you right where you belong
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
I've loved you forever
In lifetimes before
And I promise you never
Will you hurt anymore
I give you my word
I give you my heart (give you my heart)
This is a battle we've won
And with this vow
Forever has now begun
Just close your eyes (close your eyes) each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
Over and over I thought (over and over I thought)
When I hear you call
Without you in my life, baby
I just wouldn't be living at all
And I will take you in my arms (I will take you in my arms)
And hold you right where you belong (right where you belong)
'Til the day my life is through
This I promise you, babe
Just close your eyes each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
Every word I say is true
This I promise you
Every word I say is true
This I promise you
Ooh, I promise you

giovedì 17 settembre 2026

"TI PROTEGGO IO". TRASPARENZA, O SINDACATO E POLITICA SONO MORTI. ESSERE COERENTI NON E' UN LUSSO MORALISTA. CANTIAMO UN CANTO NUOVO: "PER QUELLO A CUI SIAMO CHIAMATI". (prima parte...)

"Non ti preoccupare caro Francesco, finchè ci sarò io attorno a questo Palazzo tu non corri alcun rischio, ti proteggo io..."

Ricorderò sempre questa frase di "Gigi Bonfanti", parmigiano come me, potente segretario confederale nazionale della Cisl, in passato braccio destro del segretario generale Sergio D'Antoni, infine segretario generale della potente federazione dei pensionati del sindacato di Via Po.

Il Palazzo in questione era, appunto, la sede confederale Cisl di Via Po a Roma, un ex bellissima palazzina liberty, stravolta e sommersa di cemento armato negli anni Settanta (Pierre Carniti ha fatto anche qualche errore...)

Per capire il contesto di quella frase, occorre sapere che io, che di padrini e madrine ero proprio volutamente sprovvisto, avevo scontato, a partire dal luglio 2005, oltre sei anni di precariato, tra il Cesos (il Centro di Studi Economici e Sociali, promosso dalla Cisl e ora chiuso) e la confederazione stessa.

Arrivato poco dopo la defenestrazione violenta, per alcuni "congiura di palazzo" che aveva eliminato senza appello il segretario generale Savino Pezzotta, pochi mesi dopo che un congresso nazionale lo aveva riconfermato con il 93% dei voti, fin da subito, in Via Po, non avevo mai fatto parte dei "vincenti".

Bonfanti, pur mio concittadino, anche per la differenza anagrafica, l'avevo conosciuto direttamente a Roma e il segretario confederale e poi generale aggiunto con cui lavoravo e di cui, a un certo punto, ero considerato il braccio "sinistro" (in senso politico...) veniva dalla, allora, gloriosa storia dei metalmeccanici e, pur essendo venuto pericolosamente a patti con la destra interna, imperiale e stravittoriosa, di Raffaele Bonanni, era visto, costantemente, con sospetto e come un pericoloso "comunista" da esorcizzare e, il prima possibile, allontanare.

Il fatto, poi, che fosse (sia) considerato da tutti/e una persona competente e laboriosa, come ha ampiamente dimostrato nell'unico mandato parlamentare che il sistema ottuso dei partiti del centrosinistra e in particolare il Partito Democratico, gli ha concesso, costituiva una vera e propria, pietra dello scandalo.

Il mio "capo" era uno, per di più, che si era laureato da adulto (a Padova, Università vera...) e che, tanti anni prima, per carità, aveva discusso una tesi con dei pericolosi rivoluzionari, vicini a quella sinistra extraparlamentare che, in quei tempi, aveva la Cisl (ancora pluralista e ben meno irreggimentata della Cgil...) come la propria principale casa sindacale.

Certo, nel frattempo, avevo anche avuto modo di concludere, proprio pochi giorni prima del mio colloquio con Bonfanti, il dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia.

La mia piccola storia è semplice, anche se sono passati ormai più di sedici anni da quel colloquio: ero salito, su indicazione del mio "capo", al piano nobile (il quinto, con tanto di vista su Villa Borghese) del Palazzo per sancire e firmare l'agognata e, direi, sacrosanta, assunzione a tempo determinato come quadro direttivo.

Un'assunzione che sarebbe dovuta arrivare dopo una sequela, lunga, di contratti annuali a progetto, sempre meno adatti a uno, come il sottoscritto, che, nel lavoro sindacale, aveva ormai assunto responsabilità, anche formali, nazionali ed europee e cominciava anche ad avere a che fare, nell'interlocuzione quotidiana sulle leggi sul mercato del lavoro, la formazione, l'istruzione, l'apprendistato, la lotta al lavoro sommerso, con parlamentari (di ogni schieramento) e, in alcuni casi, anche con Ministri.

Chi volesse compiere un gesto eroico (e inconsulto) e infliggersi il racconto della mia storia professionale (come hanno fatto, in realtà, in migliaia, incuriositi dal c.d. "caso Lauria", frettolosamente definito il "sindacalista anti Meloni, fatto fuori da Daniela Fumarola") la trova "riassunta" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2025/11/pane-e-rose-mestiere-e-missione-sapere.html


Tornando a noi, scesi dal quinto piano al primo di Via Po, furibondo, incredulo, sconvolto.

Invece dell'assunzione a tempo indeterminato e dell'inquadramento promesso e meritato (avevo anche concluso, con il massimo del giudizio, il dottorato di ricerca) mi ero ritrovato uno spelacchiato e nemmeno tanto remunerativo, contratto a progetto di sei mesi.

Sei mesi. Uno yogurt, quasi, dura di più.

Ricordo che tornai dal mio "capo", feci presente i miei diritti (ma lui, incolpevole era considerato, ormai, in uscita, quasi da espellere...) e ottenni dalla direzione di sede, battendo i pugni sul tavolo, in extremis, almeno, un piccolo, piccolo, piccolo aumento retributivo.

La frase, apparentemente rassicurante e protettiva, di Gigi Bonfanti si situava nel contesto che ho descritto.

Avrebbe dovuto rassicurarmi, ma non lo fece.

Io, che sono da sempre un "rompicoglioni" (affettuosa e assolutamente corretta definizione del sociologo cislino e mio "padre" sindacale, Bruno Manghi), non mi sentivo per nulla protetto da quella affermazione.

Perchè io, che avevo un profilo tecnico e non politico (in senso interno,  avrei dovuto stare tranquillo per la protezione, peraltro mai richiesta, di un alto dirigente?

Perchè non dovevano contare le tante alzatacce alle cinque del mattino, l'aver girato varie volte l'Italia (come altri colleghi/colleghe per carità...) ad ogni riforma del lavoro (e, in quegli anni se ne susseguivano tante), perchè non contavano i tanti articoli scientifici, l'aver rappresentato, con successo, in svariati contesti stranieri la Cisl, il massimo titolo di studio conseguito, i mille e mille comunicati stampa, circolari etc. etc. etc.

Perchè doveva contare solo, esclusivamente, non la lealtà all'organizzazione, ma la fedeltà ai singoli dirigenti apicali?

La frase, in sè affettuosa e anche generosa, direi rispetto a me disinteressata, di Gigi Bonfanti che mi stimava molto e a cui stavo, pur nella nostra radicale, direi assoluta diversità, pure simpatico, mi aveva fatto venire in mente la confidenza del mio primo capo: un altro ex metalmeccanico, un intellettuale, operaio e sindacalista, autodidatta, come Domenico Paparella.

Uno che era in grado di farti correggere pervicacemente anche il modo in cui scrivevi il tuo nome e cognome (e che spiegava sempre, assertivo, ai tassisti la strada che dovevano fare, come raccontò, con ironia, al funerale di Domenico il prof. Guido Baglioni, in occasione della prematura scomparsa, dovuta, da ex saldatore adolescente, a Genova, a una maledetta e antica fibra/scheggia di amianto che aveva causato, dopo oltre trent'anni, un inesorabile mesotelioma)

Ma Domenico Paparella era anche un fine intellettuale e un grande e competente lavoratore, che era sempre il primo, la mattina presto dopo la corsa a Villa Borghese, a entrare al lavoro e l'ultimo ad andarsene. Un dirigente che aveva, con severa e affidabile etica francescana, sempre e comunque, una parola sola.

Paparella mi disse, di fronte ad una mia scelta di vita che mi avrebbe portato via dal Cesos per approdare, appunto in Via Po, chiamato da Bruno Manghi:

"Mi raccomando Francesco, mantieni sempre una seconda possibilità/strada. Non significa tenere il piede in due scarpe, ma il sindacato, te lo dico per esperienza personale, è spietato, non perdona. Devi sempre, sempre, pur sapendo stare alle regole di una grande organizzazione, preservare una cosa sola: la tua libertà. La tua libertà di pensare e di agire, Ma soprattutto di essere".

Ho ripensato tante volte, con nostalgia, a Domenico.

Mi sono impegnato, a fondo, per custodirne la memoria e il pensiero.

Come quando, per la redazione del volume in sua memoria, ho incontrato gli "ex ragazzi" dell'Istituto per Ciechi, il David Chiossone di Genova.

Domenica Paparella fu il sindacalista della Fim, insieme ad un collega comunista della Fiom, che offrì il proprio importante sostegno e la propria competenza ai ragazzi del Chiossone in rivolta.

A quella grande "lotta da orbi", come il titolo del libro che poi l'ha raccontata, che contribuì, in maniera fondamentale, a superare le scuole differenziali e separate per ciechi e disabili in Italia.

Quelle stesse scuole differenziali che, in Germania, l'estrema destra dell'Afd vorrebbe oggi, ignobilmente, sventuratamente, reintrodurre.

L'ho immaginato tante volte, Domenico, con il suo grande quaderno ordinato, segnare, una ad una, le richieste, le aspirazioni dei ragazzi, e aiutarli nel vittorioso negoziato seguito poi al conflitto.

Gli ultimi degli ultimi, come raccontato nel film: "Rosso come il cielo", avevano vinto, i fragili fra i fragili, avevano affermato la loro soggettività, si erano visti riconosciuti, con la fatica e con la lotta, la loro dignità, al di fuori di ogni paternalismo.

Dignità di persone e di cittadini. Di studenti.

Il sindacato, allora potentissimo, eravamo all'inizio degli anni Settanta, aveva saputo guardare fuori da sè, farsi positivamente contaminare, era stato visionariamente e concretamente in grado di ascoltare, accompagnare, sostenere, sollevare.

Uscire dalla logica di potenza, dalla zona di confort.

Le sirene delle acciaierie e delle fabbriche sul lungomare e sulle colline di Genova, avevano salutato, come le campane di una chiesa laica e diffusa, la vittoria dei ragazzi del Chiossone. 

Dei ragazzi, ma anche di Domenico, ormai promosso da Pierre Carniti verso Roma e verso la segreteria nazionale della Fim Cisl e, poi, dell'Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici.

Oggi a Parma, verrà inaugurata, dalla segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, la sala Ermenegildo "Gigi" Bonfanti.

Bonfanti è scomparso, improvvisamente, circa cinque anni fa, mentre era sulla nave che lo avrebbe portato, per le ferie estive, in Sardegna.

Lui medico, con di fronte la figlia medico, si è accasciato mentre si allacciava una scarpa, nel porto di Livorno.

Non c'è stato nulla da fare.

Aveva lasciato da tempo il palazzo di Via Po 21 in cemento armato.

Ma io, nel giugno del 2025, solo due mesi prima l'esplodere, urbi et orbi, del c.d. "caso Lauria", solo quattro mesi prima il mio infame e ritorsivo, illegittimo licenziamento, ho svolto, con responsabilità e impegno, un particolare compito, assegnatomi da Edizioni Lavoro, la casa editrice della Cisl.

Ho redazionato (e ci ho messo molto, molto del mio) il volumetto di Alberto Aibino (anche lui parmigiano...): "Gigi Bonfanti. Il medico e il sindacalista illuminato".

Prima che qualcuno dica, consapevolmente mentendo, che io "millanto", basta andare a pagina 2 del libro, c'è scritto.

L'inaugurazione della sala Bonfanti, presso la Cisl di Parma, avviene pochi giorni dopo un fatto cruento e, per me, anche se non mi riguarda direttamente, un "calcolo" terribile, spietato, dolorosissimo, pur in un contesto complesso.

Molto spesso non mi trovavo d'accordo, sindacalmente, con Gigi Bonfanti. 

Avevamo anche stili diametralmente opposti, io pauperistico e proletario, viaggiando sempre in seconda classe e, se ci fosse stata una terza, in terza classe, lui sempre raffinato, ai confini del lusso.

Ma sono certo, certissimo che, protezioni e simpatie, a parte, lui non avrebbe mai parlato, come altre dirigenti apicali della Cisl, di un "sindacato che può, senza tanti problemi, frantumare le persone".

Il sindacato, quello vero, con tutti i suoi limiti e i difetti, le persone le tutela, le organizza, le innalza, le protegge (per davvero), ne ha cura, le mette in relazione.

Le ascolta.

Non le frantuma. Nemmeno lo meritassero, magari un po'.

Pensateci oggi in Via Lanfranco, a Parma, cari/e dirigenti sindacali, giovani rampanti e volpi attempate, prime, seconde, terze e quarte file, mentre mangiate le tartine, fate gossip nei corridoi, celebrate, ipocritamente, un potere che non è più, ma che vi ha protetto, disinteressatamente e non.

Pensate alle promesse tradite, al desiderio e al diritto di rinascita frantumato, ad una seconda possibilità negata.

Non parlo di me.

Pensate al silenzio dell'etica del vostro brusio e del vostro volgare gozzovigliare, magari dopo aver ascoltato distratti, una, almeno per voi, benedizione vacua e insincera.

In questi lunghi, difficili mesi ho imparato che la persona, ogni persona, anche se frantumata, annientata, vilipesa, vittimizzata, ignorata, violata, derisa, diffamata, calunniata, anche se essa stessa può sbagliare, commettere degli errori, sopravvive, intera, alla propria ferita, anche senza doverla cancellare.

Una cicatrice può fare male, anche nella memoria, e la mia è dolore quotidiano, intenso, inesorabile, indelebile.

Ma di fronte agli occhi dell'altro, dell'altra, alla ferita dell'altro, dell'altra, si riscopre il senso profondo della parola sindacato, "sun dike": "fare, essere giustizia insieme".

Anche e soprattutto nelle difficoltà, nel pozzo nero.

Quello in cui non ti chiama e non ti sente nessuno/a. Per convinzione o, più probabilmente, per interesse, per conformismo, per vigliaccheria.

E lotterò, senza moralismo, ma con moralità.

Senza aver paura o vergogna della sconfitta e della caduta, imparando dai ragazzi del Chiossone, lotterò con tutte le mie forze. Tutte.

Per il riconoscimento della dignità. Non solo della mia.

E' scritto nella prefazione dell'antologia di Padre David Maria Turoldo: "Amare":

"Cantate al Signore un canto nuovo, proclama il Salmo 149, il canto, cioè, definitivo e perfetto. Ma Agostino ricorda (Discorso 34) che soltanto l'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il canto è espressione di gioia e d'amore: solo chi è innamorato della vita nuova - la vita che ci è stata donata da Colui che ci ha ha amato per primo - può cantare il canto nuovo. E l'unica preoccupazione deve essere quella della coerenza.

Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. 

Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce".

Francesco Lauria

mercoledì 16 settembre 2026

SULAIMA E LA CAPACITA' DI ASPIRARE, NUTRIRE LA DEMOCRAZIA. UNA PALESTINA CHE RESISTE, DESIDERA, CREA, CI INTERROGA, CI CHIAMA.


Devo dire che Sulaima Ramadan mi ha sorpreso.

Certo avevo letto con attenzione il volantino dell'Associazione Acqua Cheta ed ero preparato ad incontrare una donna generatrice di cambiamento, una giovane, ma già di grande spessore ed esperienza, imprenditrice sociale.

Ma l'incontro è andato oltre ogni previsione e, sono certo, dato che presso le suore domenicane di Pistoia non c'era nemmeno un posto libero, anzi, in molti hanno dovuto ascoltare in giardino o nel corridoio, che in tanti e in tante hanno pensato la stessa cosa.

I numeri non dicono tutto, ma dicono molto: in un contesto difficilissimo, da un punto di vista umano, sociale, ma anche e soprattutto lavorativo, come la Cisgiordania palestinese, Sulaima che, in arabo significa "pacificatrice" forma oltre 1200 tra donne, ragazze e bambine/bambini ogni anno.

Formatori e formatrici sono, poi, l'architrave di un progetto di cambiamento che investe sulle competenze in un contesto in cui, a causa delle riduzioni delle tasse girate dal Governo israeliano all'Autorità Nazionale Palestinese, la scuola, di ogni ordine e grado, è stata ridotta, così come lo stipendio degli insegnanti, da cinque a tre giorni settimanali.

Quando va bene.

I prodotti artigiani, i tessuti che sono realizzati attraverso l'impresa sociale Ibitkar sono un strumento di resistenza pacifica, emancipazione e riscatto.

Ibtikar, che in arabo significa "innovazione", è un incubatore d'impresa e un laboratorio comunitario con sede a Betlemme.

Questa scommessa di futuro offre corsi di formazione professionale, tutoraggio, percorsi di avvio alla micro-imprenditoria, supporto psicologico e sociale, in un tessuto, anche familiare, sempre più frammentato, sfrangiato, violato.

La produzione e la valorizzazione di manufatti tradizionali e artigianali: borse, tessuti ricamati, realizzati dalle donne della comunità anche a domicilio, sono un elemento di resistenza anche culturale, di fronte alle gravissime violenze subite dalla popolazione palestinese.

Terminata la conferenza mi sono avvicinato a Sulaima, ci siamo sorrisi e le ho detto, tra le altre cose:

"Thank you Sulaima, for your capacity to aspire...!"

Ho sempre creduto nell'impostazione del socio-antropologo indiano Arjun Appadurai, attivo nelle baraccopoli di Mumbai, per il quale le "aspirazioni nutrono la democrazia".

Le aspirazioni delle persone, in particolare delle donne nel Medioriente e dei territori occupati, non sono, infatti, una minaccia per la democrazia, come continuano a pensare coloro che la intendono come un modo di costruire consenso per decisioni già prese altrove e da altri.

Le aspirazioni, Sulaima è maestra e testimone in questo, invece, nutrono la democrazia, e la stessa capacità di aspirare è per i poveri (parte gigantesca dell'umanità) la premessa per riconoscere la propria condizione, per prendere parola, per protestare e federarsi, per cambiare la propria vita, il proprio destino già scritto da altri.

Per usare il lessico della sociologa Ota de Leonardis nell'introduzione ad alcune opere del pensatore indiano, quello che Ibitkar prova a suscitare, stimolare, diffondere, proteggere è la "meta-capacità di ogni capacità".

La cultura, perchè con la sua imprenditorialità sociale Sulaima, questo fa, questo suscita, è quindi la capacità di avere aspirazioni e di pensare il futuro.

La giovane donna palestinese ha detto, ad un certo punto, nel suo perfetto inglese: "non voglio oggi parlare di politica".

Ma il suo agire è, nel senso più nobile del termine, fare politica, alimentato da culture condivise che si esprimono attraverso un "fatto collettivo".

Costruire futuri possibili, anche grazie alle proprie radici, ma nell'incontro e nella contaminazione con l'altro (la famiglia di Sulaima è per metà cristiana e per metà musulmana) è un grande, opportuno atto politico.

Supportare le persone non in una logica caritatevole ed assistenzialista, ma di riconoscimento e affermazione della dignità, pur in un contesto, quello dell'occupazione israeliana, sempre più feroce e violento, significa aiutarle a "trovare il loro posto nel mondo".

Come soggetti che aspirano, non come oggetti passivi di aiuto.

Il saggio di Ota de Leonardis, intitolato "E se parlassimo un po' di politica?" confronta in maniera peculiare l'impegno di emancipazione negli slums di Mumbai con il percorso di de-istituzionalizzazione manicomiale della psichiatria.

Appadurai (e Sen) in rapporto a Basaglia e Foucault, insomma.

De Leonardis scrive:

"Dal confronto con i matti e la psichiatria, ma non solo, ho imparato in proposito tre cose:

- che un welfare degno di questo nome non (re) distribuisce bene (e nei territori palestinesi c'è, purtroppo, ben poco da redistribuire...), ma produce capacità - con ciò redistribuendo piuttosto poteri (e qui c'è anche tutto il tema dell'emancipazione femminile, in una società in cui tantissimi uomini vengono rinchiusi nelle carceri israeliane, anche preventivamente...);

- che le capacità delle persone, capacità di essere e di fare, si esprimono e crescono con l'uso, in quanto cioè sono praticate per realizzarsi in e realizzare qualcosa (e i laboratori di artigianato di Ibtikar, guardando ai processi, non solo ai prodotti sono proprio questo...);

- che le condizioni perchè questo avvenga sono di natura squisitamente sociale. A cominciare dal contesto in cui si possono semmai praticare e coltivare, esse richiedono di porre mano a dotazioni costitutivamente collettive - da soli nella città e nei campi profughi si resta comunque incapaci: ed è qui, su queste dotazioni, che entrano in gioco poteri, istituzioni e saperi dedicati a produrre welfare, o meglio, well being, lo star bene e ancor di più lo star meglio.

Star meglio insieme, è una grande scommessa ed è il fulcro, in contemporanea, di un'attenzione alla persona, focalizzato anche sulle aspirazioni personali, individuali, sulla soggettività che diviene tessera peculiare in un mosaico comune, condiviso, molteplice.

Come hanno spiegato in un libro piuttosto recente e che ritengo fondamentale Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, nel volume intitolato: "Spazio al desiderio. Il potere delle aspirazioni per generare innovazione e giustizia sociale", la scommessa di Sulaima e del team che la accompagna ci racconta che nessun cambiamento umano, sociale ed economico è possibile se manca "chi" lo desidera così tanto da farlo accadere.

Sulaima ci ha spiegato, con i fatti e i progetti, non in teoria, che la creazione di valore, tanto più in contesti fragili e costantemente sotto attacco come la Cisgiordania palestinese, ha bisogno tanto di compentenze (e Ibitkar ha come mission centrale proprio la formazione) quanto di significati.

E' l'orizzonte condiviso di senso, senza volontà forzatamente uniformatrice, a legare le azioni (il fare) alle aspirazioni (l'essere e il divenire) diventando sfida di tutti/e e di ognuno/a.

E' questo l'impatto sociale di Sulaima, la "pacificatrice".

E allora Sulaima chiama anche noi.

Noi cittadini e cittadine, noi volontariato e associazionismo, noi imprenditoria sociale, noi enti locali per la Pace.

Ci dà occasione di riaccendere e risignificare il nostro operato, il nostro desiderio, la nostra aspirazione di cambiamento.

Quella che ci è stata raccontata il 15 settembre scorso a Pistoia, presso il convento delle suore domenicane, è una impresa di comunità che si fonda su innovazione, partecipazione e sviluppo locale aperto all'incontro, paritario, con il mondo.

Proprio per questo Sulaima ha ribadito, più e più volte, che non le interessano doni a fondo perduto e che forma le ricamatrici di Ibitkar perchè siano esse stesse veicolo di soggettività e coscientizzazione, con le loro opere.

Come scrive Ivo Lizzola: "si sta nelle comunità per prendersi cura e per essere cura, perchè si è rispettati se non si può dire e pechè si ha da dire". 

Certo, pur nella grande positività di questa donna, che ha avuto un ruolo molto importante anche nello sviluppo del microcredito in Cisgiordania, non mancheranno, immagino, malinconia e rabbia, sofferenza e silenzio.

Immagino che di fronte all'ennesimo sopruso subito dal governo israeliano o dai coloni, o dall'inefficienza spesso corrotta della fragile Autorità nazionale palestinese, sia stata pronunciata, più volte e comprensibilmente, la frase: "non ce la faccio più".

Ma Sulaima ci ha trasmesso anche il fatto che in quei luoghi fragili, circondati, provvisori, nei campi profughi, non molto diversi dagli slum di Mumbai, di Nairobi o di San Paolo del Brasile, o di Borgo Mezzanone nel foggiano, si vivono anche la calma e l'ascolto, la liberazione e il rispetto e, in ultimo, la dignità.

Una dignità che non può essere offerta, millantata da nessuna "illusione umanitaria", ma che va semplicemente riconosciuta.

La "soglia" collettiva di Sulaima è, in fine dei conti, pur in contesti difficilissimi, cito ancora Lizzola: il riconoscimento del "poter essere quel che si è, in una propria possibilità e anche in una propria grazia".

Prima di allontanarmi da San Domenico ho guardato negli occhi, ancora una volta, questa giovane donna, così grande, ma anche così normale, prossima.

Ero entrato nella sala già gremita chiedendomi che cosa "potessi dare" a Sulaima.

Ne sono uscito, con responsabilità, grato per quello che lei mi e ci ha donato.

Quando parlava di "cultura nelle mani", nelle "opere", Sulaima mi ha fatto venire in mente una lettera di Frei Betto all'educatore, al pedagogo brasiliano degli oppressi, Paulo Freire:

"Caro Paulo, 

ti ricordi che i manuali di alfabetizzazione insegnavano "Ivo ha visto l'uva"? 

Ma tu, con il tuo metodo di insegnare l'alfabetizzazione coscientizzando, di far precedere la lettura del mondo alla lettura del testo, hai portato adulti e bambini in Brasile e in Guinea-Bissau, India, Nicaragua e tanti altri luoghi, a scoprire che Ivo non vedeva solo con gli occhi. 

Vedeva anche con la mente e si chiedeva se l'uva è natura o cultura. Ivo vedeva che il frutto non è il risultato del lavoro umano. E' Creazione, è natura.

Tu hai insegnato a Ivo che seminare l'uva è un'azione umana nella e sulla natura. E la mano, con le sue numerose capacità, risveglia le potenzialità del frutto. 

Proprio come l'essere umano stesso è stato seminato dalla natura in anni e anni di evoluzione dell'Universo. 

Vendemmiare l'uva, pigiarla e trasformarla in vino è cultura, hai sottolineato".

Ho pensato, osservando i prodotti di artigianato culturale di Ibitkar sui banchini di San Domenico, alla storia millenaria della vendemmia in Palestina, di cui abbiamo ampia traccia anche nei Testi Sacri del cristianesimo.

Ramallah, Betlemme (presso la cui università Sulaima ha svolto i propri studi universitari e post universitari), Hebron.

Ad una vendemmia, probabilmente anche in quei luoghi anticipata dalla crisi climatica, che si svolge, normalmente, proprio in queste settimane.

Come cantavano, quando ero giovane giovane, gli Stadio:

"Stabiliamo un contatto. Ma stabiliamolo adesso!".

Per una solidarietà che è reciprocità o non è.

Palestina libera!

Francesco Lauria