mercoledì 26 agosto 2026

"DA UNA PARTE C'E' IL NEOLIBERISMO, DALL'ALTRA L'UMANITA'". LA PREZIOSA ATTUALITA' DEL SUBCOMANDANTE MARCOS, TRENTA ANNI DOPO.

“Da una parte c’è il neoliberismo, dall’altra l’umanità”. 

Dobbiamo essere grati al progetto editoriale "Cronache Ribelli", per averci riproposto un importante ed evocativo video, tratto da un documentario curato anche dal compianto Gianni Minà.

Il filmato, esattamente trenta anni dopo, riporta un parte del discorso del Subcomandante Marcos durante il primo “Encuentro Intercontinental por la Humanidad y contra el Neoliberalismo”, che si svolse in Chiapas tra il 27 luglio e il 3 agosto 1996

Erano passati pochi mesi dagli storici accordi di San Andrés sull'autonomia e i diritti dei popoli indigeni, successivi all'insurrezione zapatista del 1 gennaio 1994 e in cui aveva avuto un ruolo fondamentale Samuel Ruiz García, vescovo di San Cristóbal de las Casas, chiamato dagli indigeni Tatic ("padre") per la sua strenua difesa dei diritti umani e della dignità delle popolazioni maya.

Come racconta Cronache Ribelli, il discorso di Marcos del luglio-agosto 1996: "fu uno degli appuntamenti fondativi della dimensione internazionale dello zapatismo: l'obiettivo era mettere in relazione esperienze di resistenza molto diverse, costruendo una rete globale contro il capitalismo neoliberista. 

Una rete senza una struttura gerarchica o un centro dirigente. 

Marcos ci spiega come il neoliberismo trasforma ogni Paese, città, campagna, casa e persona in un possibile campo di battaglia e contrappone alla sua potenza l'essere umano che resiste ovunque nel mondo. 

È un passaggio particolarmente significativo perché condensa una delle idee centrali dello zapatismo: il vero conflitto non è quello tra gli Stati, ma quello tra le oligarchie globali neoliberiste e l'umanità che cerca di autodeterminarsi

Il conflitto esplode quando “in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi momento, un uomo o una donna si ribellano e alla fine si strappano di dosso gli abiti che il conformismo ha tessuto per loro e che il cinismo ha tinto di grigio

Un uomo o una donna, di qualsiasi colore e in qualsiasi lingua, dice e ripete a se stesso: Basta!”.  

Marcos è stato per la mia generazione, fino al suo ritiro nel 2014, un punto di riferimento fondamentale, insieme alla storia collettiva del movimento zapatista in Chiapas.

Pochi ricordano che, prima di lui, gli zapatisti avevano avuto, per parecchi anni, una subcomandante donna: la subcomandante Elisa (pseudonimo di María Gloria Benavides Guevara) e che la rivoluzione zapatista è stata spesso anche definita la rivoluzione dei bambini e, soprattutto, delle bambine senza paura.

Conosco più di una coppia di miei/mie coetanei/coetanee o poco più grandi, che, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, ha realizzato il proprio viaggio di nozze in Chiapas, nelle zone occupate dalla guerriglia zapatista, indigena e libertaria dell'EZLN.

Noi, chiedendoci, camminando, quale fosse, nel momento presente, il "significato della rivoluzione", aspiravamo, con lui, e con tutti gli zapatisti e le zapatiste a: "cambiare il mondo senza prendere il potere".

Anche se, in realtà, la riflessione politica e filosofica, debitrice al sociologo John Holloway, è sempre stata più complessa di questo affascinante titolo relativo a un saggio che tutti, davvero tutti e tutte, tenevamo, custodivamo nei nostri zaini, insieme ai nostri taccuini e ai nostri sogni.

Le nostre pagine, nell'Occidente delle "passioni tristi", si riempivano, si entusiasmavano, si coloravano delle "Istruzioni per cambiare il mondo" scritte dal subcomandante: dalle definizioni, alle istruzioni per "dimenticare e ricordare", "andare avanti",  "non piangere", "scrivere una canzone", per "la morte", "innamorarsi", "provare compassione", "avere successo scrivendo un libro", "accomiatarsi", "misurare il silenzio", per "le lacrime", "cadere e risollevarsi", per "misurare la vita"...

Peraltro Marcos parlava a tanti mondi differenti: nel 1995, un anno prima del filmato riportato da Cronache Ribelli, era stata Edizioni Lavoro, allora casa editrice interamente della Cisl (che aveva tra i propri autori anche Andrè Gorz e Serge Latouche) a pubblicare un testo importante del subcomandante, intitolato: "Dalle montagne del sud-est messicano".

Il volume raccoglieva comunicati, lettere e messaggi inviati dal portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) alle autorità messicane, alla stampa e alla popolazione.

Non va dimenticato che Marcos usava spesso per comunicare racconti, poesie e favole.

Una sua raccolta ha come titolo, bellissimo a mio parere, "Racconti per una solitudine insonne"; si tratta di un davvero irripetibile, intreccio di impegno rivoluzionario e narrazione fantastica che, nei racconti del subcomandante, vedeva spesso come protagonista il coleottero Don Durito de la Lacandona o un vecchio di nome Antonio.

Il manifesto con il subcomandante Marcos e la sua firma, realizzato dalla casa editrice della Cisl in occasione dell'uscita del libro, era stato affisso in diverse sedi sindacali in tutta Italia.

Io lo ricordo, a Bologna, anni dopo (e in tempi sindacalmente più difficili per il pluralismo nella confederazione che era sta guidata in anni ormai lontani da Pierre Carniti...) ancora orgogliosamente al centro della parete, nell'ufficio di Nicola Bagnoli, allora segretario generale regionale emiliano-romagnolo dell'Alai Cisl, il sindacato dei lavoratori "atipici" e interinali.

Con un po' di sana nostalgia, ma anche con la consapevolezza che non c'è una sillaba di Marcos e degli zapatisti a non essere ancora di assoluta attualità, lasciamo la parola a lui (e a loro...), dalla selva Lacandona...

Immagini e audio del video sono tratti dal documentario/intervista di Gianni Minà “Aqui Estamos”.

Link al VIDEO del SUBCOMANDANTE MARCOS: https://www.facebook.com/watch/?v=2039993106621602

Francesco Lauria

LEGAMBIENTE (PISTOIA) HA BATTUTO UN COLPO: VERSO LA CHIUSURA DELL'INCENERITORE DI MONTALE (E DI TUTTI GLI INCENERITORI).

Una settimana fa avevo realizzato un'ampia riflessione e rassegna di posizioni politiche e associative sul tema del c.d. "raddoppio" dell'inceneritore di Montale, impianto di smaltimento dei rifiuti, situato nella piana tra Prato e Pistoia, di cui da anni è prevista la chiusura.

Per chi volesse riprendere le mie parole (come al solito non proprio sintetiche...) qui il link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/montale-perche-nel-tempo-del.html

La pluridecennale vicenda dell'inceneritore di Montale rappresenta questione di dimensione almeno regionale, non solo locale, esempio direi lampante di mancanza di visione strategica, tradimento delle promesse fatte e scippo della giustizia geografica, da parte di un'intera classe politica, peraltro confusa, contraddittoria, drammaticamente incerta tra la tutela e la promozione della salute pubblica e il business, anche finanziario, dello smaltimento dei rifiuti.

Una classe politica, ovviamente, sia di centrosinistra che di centrodestra.

Ultimamente, anche professionalmente, mi sto occupando, a livello locale, nazionale ed europeo, della VIG (Valutazione di Impatto Generazionale) formula un po' burocratica e bruxellese per definire politiche che, a partire dai territori per giungere al pianeta, non possono che dare piena priorità alla tutela e alla promozione delle nuove e delle future generazioni.

Conosco già le spuntate (e sputate...) obiezioni: basta con i nimby, quali sono le alternative, i rifiuti li portiamo a casa tua in cucina, che male c'è a guadagnarci dallo smaltimento, c'è un inceneritore nel centro di Copenhagen, etc, etc....

Prima di commentare compulsivamente o di criticare con ignorante veemenza, suggerisco, pertanto, la lettura attenta dell'articolo dove, ovviamente, posto le riflessioni e le proposte alternative di chi, da decenni, si occupa del tema, non tanto le mie.

Infine, diamo a Cesare ciò che è di Cesare.

O meglio, a Legambiente di Pistoia, ciò che è di Legambiente di Pistoia.

Avevo scritto dell'apparente afasia dell'associazione ambientalista (unica tra le associazioni ambientaliste del territorio, che io sappia), ipotizzando la possibilità che essa fosse dovuta ad uno storico collateralismo con i partiti di centrosinistra (Pd in particolare).

Legambiente ha realizzato, sia chiaro, tante azioni e attività significative, ed ha avuto certamente un'evoluzione importante in più di quarantasei anni di vita (è nata il 20 maggio 1980), ma non va dimenticato che la "Lega per l'Ambiente" (così si chiamava in origine) nacque come mera "costola" dell'Arci (realtà associativa costituitasi nel 1957, a seguito dell'impetuoso sviluppo del movimento di costruzione di Case del Popolo in tutto il paese, promosso dal Partito Comunista Italiano allora guidato da Palmiro Togliatti). 

L'Arci, è noto, fu, a sua volta, "costola" del Pci, così, più nel piccolo, come la Libertas, lo fu della Democrazia Cristiana, l'Aics del Partito Socialista Italiano, l'Endas del Partito Repubblicano Italiano, il CNS Fiamma, del Movimento Sociale Italiano, etc.

Si trattava del sistema complesso e variegato (che comprendeva, ad esempio, anche il mondo della cooperazione c.d. "rossa", "bianca" e, in alcune zone del paese, anche "verde" per quel che riguarda i Repubblicani e "nera", ad esempio nel basso Lazio) della c.d. "Repubblica dei Partiti", realtà importanti, imponenti e di massa.

Partiti, però, nel corso dei decenni, sempre più involuti e strumenti, macchine del potere, quando, negli anni Novanta del Novecento, lo storico cattolico Pietro Scoppola, coniò la precedente definizione, in parte dispregiativa, che accompagnava la sua attenta ricostruzione dell'evoluzione e della crisi del sistema politico italiano.

Tornando a noi e al tema della raccolta, gestione e smaltimento relativi al ciclo dei rifiuti, in questi giorni, oserei dire finalmente, Legambiente Pistoia ha battuto un colpo e ha diramato un comunicato in cui, abbastanza chiaramente, prende posizione contro il raddoppio dell'inceneritore di Montale.

Non solo, l'aspetto che a me pare più importante e significativo è che l'associazione ambientalista abbia preso pubblicamente posizione, a partire dal caso specifico di Montale e coerentemente con gli orientamenti nazionali, contro gli inceneritori in generale nell'ambito del ciclo di smaltimento dei rifiuti e a favore di un processo decisionale democratico e partecipato (il contrario di quanto avvenuto, fino ad ora, a Montale e non solo).

Qui il link: https://www.ecodallecitta.it/legambiente-chiusura-riconversione-inceneritore-montale/

Che dire?

Meno male e... meglio tardi che mai!

Benvenuti/bentornati.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli

lunedì 24 agosto 2026

VALERIA CITTADIN vs TINA ANSELMI E ANNA KULISCIOFF. L'IMPRESSIONANTE METAMORFOSI DI UNA (EX) SINDACALISTA: DALLA GUIDA DELLA CISL ALLA DESTRA PIU' ESTREMA

Ci sono parabole personali (e, almeno in parte, purtroppo, collettive), legittime per carità, ma pubbliche e che, come tali, possono essere vagliate, commentate e criticate, poichè riescono a rivestire i connotati più grotteschi.

Sono parabole, ovviamente, di potere che annientano una vita precedente, ammainano i propri ideali, la propria esperienza, le proprie (vecchie) relazioni, per abbracciare nuovi orizzonti di dominio e di conquista del potere.

Queste parabole non sono, sia chiaro, appannaggio della sola destra razzista e xenofoba o dei sindacati concertativi, ce ne sono di molto subdole anche nella sinistra, persino nella sinistra c.d. "radicale" (ed io le ho dovute sperimentare, mio malgrado, nella recente campagna elettorale per le elezioni amministrative a Pistoia, ad esempio in Alleanza Verdi Sinistra (anche rispetto a figure molto giovani, pur con qualche sparuta, lodevole, eccezione).

Ce ne sono, purtroppo, anche nel frammentatissimo sindacalismo di base.

La ricerca del potere per il potere che, femministicamente viene definito, da un collettivo peraltro veneto: Diotima, ricerca ostinata e perversa del dominio, di quel cosiddetto "potere su" e non "poter per" e/o "potere con" è una caratteristica antica di quella politica che il dirigente socialista craxiano, Rino Fornica, definiva, con ostentata assuefazione: "sangue e merda".

Venendo a noi, fece scalpore, una decina di mesi fa, la scelta di Valeria Cittadin, neosindaca/o di Rovigo, eletta con Fratelli d'Italia e, sino ad un attimo prima della campagna elettorale, esponente apicale (la numero due...) della più grande Cisl d'Italia, la Cisl del Veneto, quasi 500.000 iscritti, di cui era segretaria organizzativa, ma in cui ricopriva, tra l'altro, le deleghe all'immigrazione, alla cooperazione internazionale e alle politiche di genere.

La decisione della neosindaca/o era stata quella di rinunciare deliberatamente e sorprendentemente a cospicui fondi del Pnrr, già deliberati e stanziati a favore del Comune di Rovigo, pur di non doversi occupare di integrazione degli immigrati, e dei richiedenti asilo in particolare, mettendo la parola fine a progetti ventennali dell'amministrazione locale, peraltro da lei ampiamente sostenuti quando, in passato, aveva svolto il ruolo di sindacalista nella sua città.

Una buona ed equilibrata, sobria, sintesi di tutto ciò può essere ritrovata in questo articolo de Il Posthttps://www.ilpost.it/2025/10/29/migranti-sicurezza-rovigo-valeria-cittadin/

La traiettoria verso la destra politica e sindacale della Cisl, nazionale, ma anche del Veneto, è arcinota, evidente a tutti e a tutte.

Essa è stata sancita anche dall'ingresso nel Governo Meloni  del calabrese Gigi Sbarra (peraltro oggi quasi invisibile da un punto di vista dei contenuti politici), ex leader maximo del sindacato che fu, tra gli altri, di Pastore, Carniti e Marini, ma anche, pensiamo al Veneto, della partigiana e sindacalista Tina Anselmi (proveniente dal sindacato della scuola, proprio come la/il neosindaca/o di Rovigo).

Un ingresso nel Governo più a destra della storia repubblicana, sia chiaro, pubblicamente benedetto e lodato dall'attuale segretaria generale nazionale della Cisl, la tarantina Daniela Fumarola.

Ma, anche in questo doloroso contesto, il percorso di Valeria Cittadin merita un'attenzione e una menzione peculiari.

La battuta perfida che gira in Regione e a Rovigo, dove, bisogna riconoscerlo, alle ultime elezioni ha preso tantissimi voti, è che la Cittadin, intuita, per ragioni di regolamenti di conti interni alla Cisl del Veneto e nazionale, a lei abbastanza indipendenti, la fine prossima della propria ambiziosa carriera sindacale,  sarebbe stata pronta e disponibile a candidarsi con chiunque, adeguando i propri programmi e il proprio profilo politico a qualsiasi partito e coalizione, purchè potenzialmente vincenti.

Ad essere sinceri c'è un precedente interessante e premonitore e anche abbastanza antico (a testimonianza che il percorso verso destra della Cisl è almeno ventennale...) in cui Valeria Cittadin, allora segretaria provinciale generale della Cisl di Rovigo, nel commentare esultante una sentenza avversa agli ambientalisti sulla centrale di Porto Tolle, si espresse così, ben consapevole e anzi rivendicandone l'utilizzo, con una famosa frase di Benito Mussolini: "Molti nemici, molto onore...!"

Da persona pragmatica e operativa quale è, Cittadin, una volta eletta sindaco/a, non ha perso tempo: ad esempio, ottenendo l'effetto contrario, e cioè di trasformare un piccolo, piccolissimo gay Pride in un occasione di rilievo nazionale, la/il sindaca/o Valeria Cittadin ha definito l'evento, per usare solo una delle sue affermazioni più delicate e gentili, una: "manifestazione tribale".

Anche qui, andando in contraddizione piena con la sua precedente esperienza sindacale, anche recente, in una confederazione che, ancorchè spesso definita con un errore da matita rossa (o nera...) cattolica, è, invece, da sempre, un sindacato pienamente laico ed aconfessionale, dove il leader e fondatore Giulio Pastore, l'ho riportato anche in un mio libro a lui dedicato, voleva con forza che mai: "fosse mortificata la concezione di vita di qualsiasi lavoratore o lavoratrice".

E' chiaro che Valeria Cittadin questa lezione di vita, di sindacato, ma anche di politica, ad opera di Giulio Pastore, che volutamente, negli anni Cinquanta del Novecento, dismise, insieme al suo storico collaboratore Mario Romani, la cappella religiosa presso il Centro Studi Nazionale del sindacato a Fiesole,  l'abbia (volutamente?) drammaticamente dimenticata.

Quello stesso Giulio Pastore che, ricordiamolo, lasciata la Cisl anche lui per l'impegno politico (ma con ben altra postura e ben altri obiettivi) ci mise un secondo, insieme ad altri due altri ministri della sinistra democristiana, a dimettersi, nel 1960, dal Governo presieduto da Fernando Tambroni (altro grande camaleonte della politica...), con i voti, determinanti, della destra del Movimento Sociale Italiano.

Tornando all'oggi, quello che appare più grave è che Valeria Cittadin, dopo le sue gravissime dichiarazioni, in cui si diceva anche sostanzialmente rammaricata che le regole costituzionali le impedissero di far vietare la manifestazione per i diritti civili, sia stata pubblicamente omaggiata da quella che più che una successora, sembra il suo clone: la nuova segretaria organizzativa della Cisl del Veneto, Stefania Botton, rodigina come lei e proveniente (sic, ahimè...) dalla Cisl Scuola ancora come lei.

Nessuno vuole permettersi, per carità, di giudicare un'amicizia, peraltro antica, ma il selfie condiviso da entrambe, proprio nel pieno delle polemiche per le oggettivamente incredibili dichiarazioni di Valeria Cittadin che hanno offeso non solo la comunità Lgbt, ma tutte le persone minimamente attente ai diritti (non solo civili...), ha assunto il significato, anche, di una (ulteriore...) benedizione politica e sindacale.

E' vero, siamo nel pieno della polemica, orchestrata magistralmente da Repubblica in pieno agosto, sulla c.d. "sinistra woke" e sui suoi eccessi.

Chi scrive, sin da tempi non sospetti, sperimentatolo sulla propria pelle e sulla propria carne, ha preso le distanze da un crescente femminismo estremo, separatista, inutilmente aggressivo nei confronti degli uomini e delle donne non ad esso allineate, denunciandone gli eccessi e, soprattutto, gli aspetti paradossali, violenti e controproducenti.

Ma, in questo davvero singolare dibattito sulla inventata e strumentale contrapposizione tra diritti sociali e diritti civili, tra diritti al lavoro e diritti di cittadinanza, mi sono venute in mente due figure femminili particolarmente importanti: la prima, inevitabilmente e per ovvie ragioni, non può che essere la veneta Tina Anselmi, nominata solo nel 1976 (ed è sinceramente incredibile ci sia voluto tanto...) prima Ministra donna della nostra Repubblica (al lavoro, peraltro...) , la seconda è la grande socialista (e medico ginecologo) nata in Crimea, ma naturalizzata italiana, Anna Kuliscioff, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Se le battaglie di Tina Anselmi, nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento, per la parità nel lavoro tra uomo e donna e per la sanità pubblica e di dimensione nazionale, non possono, in alcun modo, essere messe in contrapposizione, anche l'impegno militante e riformisticamente rivoluzionario della Kuliscioff ha, da sempre e molto prima, messo insieme diritti sociali e diritti civili.

Benissimo ha fatto la casa editrice Cronache Ribelli a pubblicare un agile e opportuno volumetto di Anna Kuliscioff (intitolato: "Il monopolio dell'uomo e altri scritti") dove questa grande ed incredibile donna ha analizzato il tema della condizione femminile legandolo direttamente alla "questione sociale". (di lei, da poco scomparsa, scrisse Carlo Rosselli in "Quarto Stato": "eternamente giovane, indescrivibile il fascino e la suggestione che esercitava. Il Suo dono più prezioso fu quello di poter capire tutto e tutti").

Infatti, partendo dalle trasformazioni economiche dovute all'industrializzazione e dalla crescente partecipazione femminile al lavoro retribuito, Anna Kuliscioff mise in luce come la subordinazione delle donne non fosse un fatto naturale, ma il risultato di un monopolio del potere maschile consolidato da norme sociali, culturali e giuridiche.

Per lei, e siamo nel 1890, solo l'indipendenza tanto sul piano economico che su quello dei diritti, poteva consentire alle donne di emanciparsi dal dominio maschile e partecipare pienamente alla vita collettiva.

Ma, qui sta il punto, già nel pensiero della socialista nata in Crimea, ovviamente in stato embrionale, si poteva scorgere una saggia e visionaria prospettiva intersezionale, tra i diritti civili e la lotta per la giustizia sociale per tutti e tutte.

Ora, con pochi, ulteriori commenti, ma avvertendo tutti e tutte che si tratta di "roba" davvero forte, inadatta a chi avesse qualsiasi minima, anche moderatissima, sensibilità sociale e civile, posto il link, segnalatomi dal Veneto da alcuni increduli e costernati amici, alle ultime riflessioni della/del sindaca/o Valeria Cittadin, a partire proprio dal rifiuto dell'accoglienza e dell'impegno del sostegno istituzionale ai più fragili (oggi solo in quanto immigrati e rifugiati, ma domani, chissà...)

Il punto più amaro è che queste parole, per me dissolute, della ex numero due della Cisl regionale del Veneto, sono state accompagnate da migliaia di like.

Ho già scritto più volte di come, condividendo le riflessioni di Laura Pennacchi nel suo ultimo libro, non credo che la politica, oggi, sia destinata a seguire inevitabilmente nè Machiavelli,Hobbes... (link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/nonostante-hobbes-e-machiavelli-lavoro.html   ).

Ma ho scritto anche di come, tra gli altri, Rosanna Virgili, Francesco Guccini e Michel Foucault ci indichino strade e speranze alternative, link: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/08/non-innamoratevi-del-potere-patriarcato.html e successivi...) 

Nel frattempo, ripeto, allontanando tassativamente i bambini e le persone particolarmente sensibili e non per forza di sinistra, proviamo ad ascoltare, come esempio paradigmatico di assoluta negazione, ad ogni livello, del senso e della missione della politica, Valeria Cittadin, a questo, almeno per me, terribile link:

https://www.facebook.com/share/v/1GDyHa7qS1/

Qualora ci fossero problemi di visualizzazione è disponibile anche questo (sempre terribile) ulteriore link: https://www.facebook.com/reel/1432281728790248

Un filmato, destinato prioritariamente da Valeria Cittadin ai suoi non pochi follower, in cui questa rappresentante delle istituzioni si vanta, con ordinaria "banalità del male", di aver impedito l'accoglienza a Rovigo (integralmente già finanziata con fondi comunitari) non di trecento, non di tremila richiedenti asilo, ma di trenta.

Trenta e sarebbe facile, evangelicamente, compiere considerazioni sul rapporto tra questo numero e il denaro, i denari...

C'è un punto che mi rammarica, mi addolora più di altri: ed è il lucrare politico (nel senso più basso, infimo, del termine) sulla competizione sociale tra ultimi e penultimi.

Tra poveri italiani e poveri immigrati. Tra persone. Tra lavoratori, lavoratrici.

Anzi nel respingerli, nel "mettere loro fine", Valeria Cittadin definisce negativamente queste persone, a me pare con agghiacciante disprezzo: "i bisognosi dei bisognosi", esseri umani che "deturpano" con la loro presenza...

Non aggiungo nulla, per carità cristiana nei suoi confronti, anche come ex sindacalista, rispetto alla rinuncia da parte di Valeria Cittadin e del Comune di Rovigo ai fondi pronti e stanziati per la costruzione di una casa per le vittime del caporalato. 

Il sindacato, non per forza quello rivoluzionario e conflittuale, ma anche quello concertativo, avrebbe dovuto insegnare, invece, a Valeria Cittadin, ex numero due della Cisl regionale più grande d'Italia, che: "fare, essere giustizia insieme", come ci hanno spiegato l'etimologia della parola e Papa Francesco, è esattamente il contrario di quello che lei fa quotidianamente.

E' costruire, insieme e dal basso, percorsi di liberazione attraverso la dignità della vita e del lavoro a partire dalle e con le soggettività più fragili, emarginate, sfruttate, scartate.

Tutto questo, peraltro,in piena coerenza anche con il troppo spesso dimenticato, bellissimo Articolo 2 dello Statuto della Cisl, 

Invito, infine, tutte e tutti a seguire, nel visionare questo orribile video, le tre fasi proposte proprio da Papa Francesco ai movimenti popolari: "vedere, giudicare, agire".

Perchè sarebbe davvero folle ed incosciente, socialmente e politicamente, a partire da Rovigo e dal Veneto, terre di antica emigrazione di massa, non costruire un'alternativa radicale a tutto questo, salvaguardando, ovviamente e in maniera strenua, il valore dell'autonomia del sociale dalla politica dei partiti...

Tutti.

Francesco Lauria (affranto e radicalmente, esistenzialmente, da un'altra parte...)

domenica 23 agosto 2026

"LA LIBERTA' VIENE PRIMA". BRUNO TRENTIN 100 ANNI DOPO: SCRIGNO SCOMODO E INDELEBILE.

Il 23 agosto è passato, abbastanza sotto silenzio, il diciannovesimo anniversario della scomparsa di Bruno Trentin, antifascista, partigiano, intellettuale, grande sindacalista, già leader nazionale della Cgil, nel complesso periodo tra anni Ottanta e Novanta del Novecento, dove in Europa e nel mondo crollava il socialismo reale, e in Italia scomparivano il Pci e i partiti governativi della c.d. "prima repubblica" ,ed entrava turbinosamente nell'agone politico, "scendendo in campo", l'autocrate televisivo Silvio Berlusconi.

Il 2026 è, soprattutto, l'anno del centenario della nascita di Trentin, ed è quindi occasione di riflessione non celebrativa, ma profonda, opportuna, sul tema centrale della libertà nel lavoro e del lavoro (non dal lavoro!) e del sindacato come soggetto politico autonomo della sinistra, mai corporativo, mai subordinato al partito, pur in contraddizione con Lenin e Gramsci.

Sono sempre stato un grande ammiratore di Bruno Trentin che incontrai, di sfuggita, solo una volta, in un convegno a Jesolo dedicato al padre Silvio, altra figura interessantissima, centrale nel filone del socialismo radicale e federalista e della resistenza europea.

Anni fa ebbi l'onore della richiesta, direi unico ricercatore di area non Cgil o quasi, di contribuire a un libro collettivo di commento e riflessione su un saggio importante, quanto ingiustamente sottovalutato di Trentin: "La città del lavoro".

E' stata, credo, l'unica volta che non mi sono sentito di scrivere qualcosa, di fronte a una figura per me enorme, austera quanto centrale, un pilastro della cultura italiana ed europea e del sindacalismo.

Un intellettuale sindacalista, un "ricercatore socio-economico", come lui amava definirsi, fondamentale nel delineare percorsi di emancipazione attraverso la cultura, peraltro in piena coerenza con la figura di Giuseppe Di Vittorio, ovviamente molto diversa da lui per origini ed estrazione, 

Per Trentin, e questo vale sia per il sindacato che per la politica più in generale, se si vuole evitare: "l'eclissi della sinistra", con un'eco fino ad oggi poco riconosciuto di Simone Weil (e, indirettamente anche con il primo Pierre Carniti...), progetto e programma sono fondamentali perchè il sindacato e la politica non diventino meri soggetti autoreferenziali di potere e di paradossale dominio.

Curiosamente oggi, 24 agosto, il giorno dopo quello di Bruno Trentin, ricorre l'anniversario della scomparsa proprio di Simone Weil, avvenuta, nel 1943, a soli 34 anni.

In questa concezione dei "limiti" della politica c'è un filone solo in parte indagato, ma molto interessante e cioè quello dell'assonanza di Trentin, che era anche francofono, con il personalismo francese di matrice cristiana, ovviamente più con quello diremmo "rivoluzionario", di Emmanuel Mounier o, se vogliamo invece seguire il filone del federalismo integrale, abbastanza vicino al padre Silvio, di Alexandre Marc, che con quello rappresentato dalla figura, più tradizionale, di Jacques Maritain.

Ciò è ancora più importante e significativo per una figura, come quella del sindacalista della Cgil, che si definiva, apertamente: "non credente".

Non è un caso, poi, che Trentin sia ricordato, nella Cgil, come colui che, tra il 1989 e il 1991, in qualità di segretario generale nazionale, operò per lo scioglimento delle storiche componenti politico-partitiche (comunista, socialista e terza componente dei radicali senza tessera o quasi...) proprio per far prevalere, di fronte ai frantumi del crollo dell'Unione Sovietica, ma anche alla crisi della, per dirla alla Pietro Scoppola, della "repubblica dei partiti", un sindacato, appunto, di autonomi progetto e programma.

E' noto che per Trentin la trasformazione della fabbrica, attraverso l'emancipazione della persona e il controllo diffuso dell'organizzazione del lavoro, crea, favorisce, incarna la trasformazione della società.

E al sindacato (e al lavoro, ai lavoratori), per trasformare la società, per bilanciare, rovesciare le contraddizioni del capitalismo, meglio, "trentiniamente" dei capitalismi al plurale, è affidato un compito fondamentale.

Non va poi dimenticata in Trentin, specialmente negli ultimi trent'anni, ma in piena coerenza anche con i percorsi precedenti, l'attenzione all'emancipazione sociale attraverso la conoscenza, diremmo: "lavoro e libertà".  attraverso il sapere.

Un percorso sindacale ed intellettuale, che, con la contrattazione, anche articolata al centro, si sviluppa dalle 150 ore per il diritto allo studio, alle sfide anche sindacali, diremmo oggi, Trentin non ci è arrivato ma aveva intuito molto, dell'algoritmo e dell'intelligenza artificiale.

Un percorso di emancipazione anche individuale, anche qui Bruno Trentin è stato modernissimo, anticipatore, anche se non sempre pienamente compreso da chi è abituato a non uscire mai da schemi comodamente precostituiti.

Trentin si è confrontato apertamente, con generosità e modernità, direi anche anticonformismo sindacale, sui temi della salute, dell'ecologia, della critica e messa in discussione, della concezione della crescita economica infinita.

Del dialogo con la femminista e ambientalista Carla Ravaioli intitolato: "Processo alla crescita. Ambiente, occupazione, giustizia sociale nel mondo neoliberista" ho scritto, prima a settembre su Report Pistoia e poi, più ampiamente a ottobre scorso su Il Diario del lavoro a molti anni di distanza dalla pubblicazione del volume che lo racchiude.

E' stato quello uno dei miei ultimi contributi prima di subire l'epurazione dal giornale online a seguito del licenziamento politico operato nei miei confronti dalla Cisl (tra i sostenitori della storica testata...).

Il link è qui: https://www.ildiariodellavoro.it/processo-alla-crescita-un-dialogo-ancora-attuale-tra-carla-ravaioli-e-bruno-trentin/

Di Trentin, infine, anche se non è semplice, non è agevole, dobbiamo anche indagare la biografia, il non sempre semplice lato umano.

Io rimasi impressionato, profondamente ed eternamente affascinato dalla prima pubblicazione dei suoi diari (relativi al periodo 1988-1994, quando era segretario generale nazionale della Cgil).

Sono testi ruvidi, quasi violenti, intimi, drammaticamente intrisi, da punto di vista politico, ma spesso anche umano, di solitudine (spesso "attraversata" tramite le scalate in montagna o le nuotate al mare, o  con la lettura, attentissima e minuziosa, di saggi e romanzi...)

I diari sono testi infinitamente preziosi, intellettualmente ricchissimi, umanamente profondissimi, sorprendenti, anche difficili.

Ne scrissi un'ampia recensione su Conquiste del Lavoro, citatissima in verità, anche in tesi di laurea e di dottorato, per la semplice ragione che fui l'unico, credo, anche per questioni di neutralità generazionale, a scriverne bene e a comprendere la generosa operazione di Iginio Auriemma, della Fondazione Di Vittorio e della moglie Marcelle "Marie" Padovani, giornalista, autrice, tra l'altro, nel 1991, di un celebre libro intervista con Giovanni Falcone sulla mafia.

"Marie" mi scrisse una lettera bellissima e riconoscente che conservo ancora nel mio computer e nel mio cuore.

La mia recensione che, a distanza ormai di quasi dieci anni, sposo pienamente e confermo ancora oggi si intitolava: "Lo scrigno scomodo dei diari di Bruno Trentin" e si può recuperare (dato che Conquiste del Lavoro non possiede un archivio online degno di questo nome...) qui: https://www.bollettinoadapt.it/lo-scrigno-scomodo-dei-diari-di-trentin/

Con un'operazione forse, almeno per me, più discutibile, perchè condizionata da pesanti tagli, Andrea Ranieri e Ilaria Romeo, anni dopo hanno pubblicato non i testi integrali, ma degli estratti dei diari di Trentin dal 1995 al tragico incidente in bicicletta, avvenuto nelle amate curve e pericolose discese di San Candido, in Alto Adige, nell'estate del 2006 e da cui il ricercatore-sindacalista non si riprese mai.

Il libro, da loro curato per l'editore Castelvecchi, si intitola: "Bruno Trentin e l'eclisse della sinistra. Dai diari 1995-2006".

Di questo volume abbiamo discusso in una seminario online, coordinato da Alessandro Mauriello per la Fondazione Bruno Buozzi (un incontro, non dovrei dirlo io, davvero molto bello) il sottoscritto, Ilaria Romeo, Andrea Ranieri, Leonello Tronti, Giorgio Benvenuto.

La registrazione integrale, che tratta davvero a tutto tondo della figura di Bruno Trentin, è recuperabile sul mio canale Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=HgGHo37xcQE&t=8s


Infine, un ricordo personale, risalente all'agosto del 2007, relativo ai funerali di Bruno Trentin.

Eravamo entrati, in Cisl, nel pieno dell'era di Raffaele Bonanni, sindacalista fieramente di destra e molto attento al potere, al di là dei giudizi di merito (che credo si possano facilmente, comunque, intuire...) quanto di più lontano si possa concepire dal binomio (articolato) Trentin-Carniti.

Io lavoravo, precariamente, da soli due mesi presso la sede confederale nazionale di Via Po.

Fu, per fortuna, la Fim-Cisl, in quell'occasione, a portare una sorta di "picchetto d'onore" alla camera ardente, allestita in Corso d'Italia in quella rovente fine d'estate, dedicata a colui che, prima che segretario generale della Cgil, era stato leader della Fiom., in stagioni indimenticabili e complesse, di grandi speranza, ma anche di una mancata occasione con la storia: il fallimento dell'unità sindacale organica dei lavoratori metalmeccanici.

E' noto, infine, ed è un ricordo, anche personale, bellissimo, dolcissimo, indelebile che Bruno Trentin (e Giovanna Marini e Marie...) ci regalarono, nell'occasione dei funerali laici del sindacalista.

Tre canzoni davvero non casuali, splendidamente intrecciate: "Le temps des cerises" le ciliegie simbolo della Comune di Parigi, We shall overcome e Bella ciao, nella versione partigiana, ma nelle prime due strofe, anche delle "mondine", suonate da Giovanna Marini e cantate collettivamente sulle scale del palazzo della Cgil.

Canzoni, parole e note, che racchiudevano, accompagnavano un'epoca (l'Ottocento e il  Novecento) e una Vita, preziosa e scomoda, mai accomodante, talvolta anche sprezzante, mai seduta sugli allori.

Quei dieci minuti, indimenticabili e commoventi, di musica e lotta, di rabbia e amore, di dolore e speranza, di resistenza e liberazione, sono racchiusi, per sempre, qui: https://www.youtube.com/watch?v=GwzS1kLDz5g

La vita di Bruno Trentin, partigiano, ricercatore, sindacalista, politico, è stata vissuta sempre con la: "furia di un ragazzo", titolo di un bel documentario a lui dedicato.

Bruno è stato un gigante burbero, a volte consapevolmente incompreso, oggi troppo spesso dimenticato, un protagonista importante del Novecento italiano ed europeo.

Un gigante che ha ancora tanto da dirci, magari rimbrottandoci un po' rudemente come solo lui sapeva fare, ma con la certezza preziosa, mai dimenticata e da Trentin sempre onorata, che: "la libertà viene prima"...

Una lezione, quella di Bruno Trentin, che nei "furiosi" anni Venti del Duemila non possiamo permetterci il lusso di lasciare all'oblio di un presente eterno, disperato, ignorante, violento.

Un presente privo di radici e di memoria, noncurante del progetto come del programma, come del futuro.

Ma noi possiamo e vogliamo andare in "direzione ostinata e contraria", aspettando, cantando di nuovo, mai inerti, mai definitivamente scoraggiati, il: "tempo delle ciliegie"

Francesco Lauria

UNA SCOMMESSA DA VINCERE IN UNA MATTINATA A RAMINI TRA CASA, CHIESA E UN CAFFE' AL CIRCOLO CON... DON MASSIMO BIANCALANI.

Ma tu ci vieni domani alla Messa delle 10 a Ramini?

Questo messaggio, inviatomi ieri da una persona del luogo, mi ha fatto interrogare a lungo.

Ho criticato tanti e tante che in questi giorni parlano di Vicofaro e Ramini senza sapere nemmeno dove sia Pistoia e mi sono detto: è molto tempo che non ascolto un'omelia di don Massimo Biancalani, che non vivo quel clima, è giusto, senza nessun intento bellicoso, anzi disarmato nell'anima, andare.

Ho deciso, quindi, di recarmi a Ramini con ampio anticipo. 

Anche se, come mi è stato sfatto scherzosamente notare da chi poi questa mattina ha dato "buca", avevo già assistito alla funzione festiva partecipando,  alla messa serale prefestiva celebrata dal Vescovo Mascagna in San Bartolomeo.

Parcheggio volutamente un po' distante dalla Chiesa di San Nicolò, voglio entrare lentamente, in ascolto, non in dimensione di giudizio.

Trovo, per la prima volta in questi mesi, la chiesa aperta, anche se deserta.

Ci sono molti pannelli di una mostra realizzata a Vicofaro in collaborazione con la Fondazione Migrantes, mi metto in seconda fila, provo a pregare.

Gradualmente arriva qualche persona, non conosco nessuno/a.

Chiedo di poter utilizzare un bagno ed entro nella casa, saluto alcuni migranti, che, dai vestiti, mi sembrano di religione islamica, ascoltano, mi pare, Radio Dee Jay...

Entra in chiesa, con qualche minuto di ritardo, anche don Massimo Biancalani.

Senza riconoscermi mi saluta, stupito, perchè alla messa partecipano normalmente solo i suoi pochi stretti collaboratori, nessun parrocchiano, nessun "esterno", nessun migrante/ospite.

Quando inizia la funzione, alle 10.15, siamo in otto, poi raggiungiamo un massimo di dodici fedeli (come gli apostoli...) compresi me e don Massimo.

Prima dell'inizio della funzione parliamo, gli spiego chi sono, fa un sospirone, ci diciamo con franchezza, ma senza animosità, complice anche il luogo, quello che pensiamo delle reciproche affermazioni, l'uno dell'altro.

Gli faccio presente di aver subito delle minacce gravi da suoi sostenitori, citando anche i nomi e i cognomi, lui prende, per fortuna, le distanze.

Inizia la Messa e dall'altare don Massimo mi stupisce:

"Francesco, se vuoi leggi tu la Prima Lettura".

E' proprio il passo, bellissimo, di Isaia che avevo citato nella lettera aperta inviatagli di prima mattina e che l'ex parroco non aveva ancora letto.

Risuonano in me e nella chiesa di Ramini le parole, che avevo ripreso anche all'alba, dell'Antico Testamento:

«Ti toglierò la carica,

ti rovescerò dal tuo posto.

In quel giorno avverrà

che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;

lo rivestirò con la tua tunica,

lo cingerò della tua cintura

e metterò il tuo potere nelle sue mani." 

Don Massimo si concentra, nella sua lunga omelia, soprattutto, in realtà, sul Vangelo di Matteo: caratterizzato dalla domanda di Gesù ai discepoli: "Ma voi chi dite che io sia?"

Più che sulla domanda, contrariamente a quanto aveva fatto nella messa serale prefestiva il Vescovo Mascagna, Don Biancalani si concentra sulla riposta di Pietro e sul ruolo del papato nella Chiesa cattolica e nell'Occidente.

Commenta, ovviamente, l'intervento di Papa Leone sui migranti al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini (con, ovviamente, annessa battuta su Comunione e Liberazione, ma ci sta...), e poi, inevitabilmente, fa cenno all'esperienza di tentata accoglienza a Vicofaro e Ramini.

Ricevo da lui la comunione ed è un bel segno di riconciliazione e di pace nel nome di Cristo.

Al termine della Messa don Biancalani raccoglie i collaboratori e il sottoscritto e aggiorna su quanto avvenuto e su quanto avverrà.

Ci sarebbero almeno due o tre scoop sul passato e sul futuro (sui due vescovi, sull'ex sindaco, sul Governo, sui dicasteri e sui tribunali vaticani, sugli eventuali ricorsi e sospensive, sul futuro di Ramini, sulle trattative con la Regione toscana, sui tempi del trasloco anche da Vicofaro, sulle spese per l'accoglienza, sulla nascita dei vari comitati e il rapporto con alcune parrocchie e sacerdoti del centro di Pistoia etc...), ma, rispettando i contenuti di una comunicazione che ritengo confidenziale, preferisco non riprendere nulla delle parole di Biancalani che, comunque, andrebbero verificate con le controparti...

Al termine della funzione decidiamo, anche con il fedelissimo Doriano, di prenderci un caffè (che Biancalani mi offre...) e di entrare nel vicino circolo Arci.

Il sacerdote mi mostra a tutti quasi come un trofeo e dice, prendendomi bonariamente in giro: "ma lo sapete di chi abbiamo avuto l'onore della visita? Del famoso Francesco Lauria!".

Prendiamo il caffè e continuiamo a discutere, il clima è disteso, ma, sia chiaro, forse perchè siamo sotto le insegne dell'Arci di Pistoia e non più in chiesa, non avviene proprio nessun miracolo.

Ognuno rimane sulle sue posizioni: Biancalani di difesa assoluta, totale, estrema della sua esperienza, io di critica severa, rivendicando che la mia è una discussione ragionata e "da sinistra" che pone al centro del futuro la dignità degli ospiti/migranti e il rapporto, la necessaria relazione con le comunità parrocchiali.

Uno dei coordinatori del circolo Arci, sorridendo, risponde a Biancalani: "Lauria lo leggiamo sempre, scrive davvero benissimo, anche se con te, Don Massimo, un pochino esagera..."

Un pochino. Lo reputo quasi un riconoscimento,, diciamo un pareggio in trasferta e senza pubblico a favore.

Il mio ego è comunque soddisfatto, all'Arci di Pistoia non mi rispondono nemmeno, anzi se possono mi cacciano, almeno all'Arci di Ramini mi leggono e, almeno parzialmente, diciamo letterariamente, mi apprezzano.

Speriamo non li commissarino...!

Ci salutiamo e ci ringraziamo, entrambi abbiamo tanti pensieri, siamo sovrastati dal tempo ristretto, dalle preoccupazioni, ma felici di una pausa di distensione, consapevoli che il dialogo è sempre la scelta giusta, lo strumento giusto, anche nel conflitto, anche nel duro conflitto.

Biancalani scherza: "Lauria, fai il bravo, se no, come hanno scritto sui social, ti veniamo a prendere a casa eh...!"

Io sorrido e replico che sono pronto a suggerire a tutti la strada di Barba... dove c'è, come è noto, l'abitazione del sacerdote.

Prima di partire scambio due parole in inglese con un ospite del Gambia.

Mi chiede che lavoro faccio e io, che già non ho il dono della sintesi, mi ritrovo a spiegare che cosa sia un sindacato che, secondo me, ha perso l'anima, un licenziamento politico e come funzioni l'apertura di una Partita Iva.

Il futuro di queste persone è molto più importante delle mie dure critiche o delle affermazioni, spesso provocatorie, di Don Biancalani.

Come ho già scritto non ci possono essere le stesse soluzioni per chi è sostanzialmente integrato, lavora e chi è, invece, iper fragile, come molti di coloro che provengono, in particolare, dall'accoglienza di Vicofaro.

Anche per la mia esperienza personale, dolorosissima, un pensiero solo mi raggiunge mentre torno, solitario, verso la macchina.

Non si dovrebbe mai arrivare, nel contenzioso tra due persone, nelle comunità, nelle parrocchie, ai tribunali, ai ricorsi, ai rigetti, alle "Cassazioni vaticane" o alle corti repubblicane di vario grado, ai testimoni di parte, alle delazioni, alle dispendiose carte bollate, ai silenzi di chi non si schiera mai se non sa prima chi ha vinto.

Su Vicofaro, ha pienamente ragione il vescovo Mascagna, abbiamo perso tutti.

Su Ramini la partita è ancora aperta e io continuo ad essere dell'opinione che, anche per il loro equilibrio, sia don Biancalani che la comunità di Ramini debbano, reciprocamente, voltare pagina.

In mezzo ci sono, però, le oltre cinquanta persone accolte, spesso in condizioni di disagio e precarietà.

Occorre incontrarle una ad una. Riconoscerle come soggetti, come cittadini.

Con diritti e, come insegnava Don Lorenzo Milani, anche con doveri.

Non sono un incidente da cancellare, ma una nuova scommessa da condividere.

Questa volta, caro Vescovo Augusto, caro sindaco Giovanni Capecchi, caro sottosegretario Bernard Dika, caro terzo settore di Pistoia e territori limitrofi, caro Francesco Lauria, si tratta di una scommessa da vincere.

Insieme e senza aspettare troppo...

Nevè Shalom - Wahat al Salam.

Francesco Lauria

sabato 22 agosto 2026

"MA VOI, CHI DITE CHE IO SIA"? LETTERA APERTA A DON MASSIMO BIANCALANI

Caro Don Massimo,

in questi giorni Pistoia è attraversata da due sentimenti profondamente diversi, direi contrapposti.

C'è, da un lato, un sentimento di sollievo e di rinascita, una "Pasqua" dopo un venerdì e un sabato santi, come ha detto, a Vicofaro, il vescovo Augusto durante la celebrazione della Messa e, dall'altro, non mancano la divisione, la contrapposizione, lo scontro tra visioni e percezioni antitetiche.

Non mi nascondo dietro, a un dito, io mi schiero.

Mi schiero, non da ora, con chi ti ha tolto la guida pastorale delle parrocchie di Vicofaro e Ramini, con chi non stima le tue modalità di insegnante, sacerdote e parroco, anzi, per alcuni aspetti ti teme; con chi ritiene che la tua pastorale sia lontana dal Vangelo che affermi di impersonare, predicare e vivere.

Tu sei per me, e per tanti/e a Pistoia un: "altro difficile".

E, però, mi hanno insegnato che con gli "altri difficili", anche i difficilissimi, non si può non dialogare, non mettersi in gioco, con attesa, verità e perseveranza.

Mi ha colpito, Don Massimo, che molti tuoi sostenitori, a voce e nei social, abbiano criticato violentemente che, qualche giorno fa, la Chiesa di Vicofaro fosse pulita, "tirata a festa".

Come se vivere e pregare nello sporco, nel disordine, nel bivacco, fosse normale, auspicabile, come se il disagio debba essere in qualche modo manifestato, ostentato, messo nella condizione di giudicare chi, magari, ha una casa tutta per sè.

Ieri sera, nel giardino della Chiesa di San Bartolomeo, salvato una decina di anni fa da un folle progetto di cementificazione e ricerca di profitto che aveva coinvolto anche la parrocchia, con l'idea insana di costruirvi un parcheggio a più piani, ho atteso l'arrivo del Vescovo e dei camminatori che, molte ore prima, si erano mossi da Baggio.

L'attesa è stata bellissima perchè ascoltavo, con sorpresa e un po' di disorientatamente, tanti giovani parlare in più lingue: inglese, francese, arabo.

Ho scoperto, poi, durante l'Eucarestia, che era presente a Pistoia, in cammino tra San Jacopo e San Bartolomeo, una comunità giovanile libanese, di Beirut, accompagnata da un sacerdote, una comunità di giovani proveniente dalla guerra, dalle bombe, dalla nostra colpevole e complice indifferenza.

E' stato rigenerante, credimi, ascoltare, con loro, il Vescovo Augusto, nel commentare il Vangelo della domenica, parlarci degli undici chilometri di cammino da Baggio (zona dove quasi non prende, incredibilmente, il cellulare e internet) al centro di Pistoia, alla chiesa di San Bartolomeo, appunto.

Undici faticosi chilometri, affrontati con il caldo, non sono un vezzo di un pomeriggio della seconda metà di agosto, ma ci pongono, in cammino come i discepoli di Emmaus, una domanda centrale per la nostra vita di uomini, donne e cristiani:

"Ma voi, chi dite che io sia?" (Mt, 16, 15).

Commentando questo Vangelo, nella festività romana degli apostoli Pietro e Paolo, Papa Leone ha detto: 

"Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda. 

Se non vogliamo che il nostro essere cristiani si riduca a un retaggio del passato, come tante volte ci ha ammoniti Papa Francesco, è importante uscire dal rischio di una fede stanca e statica, per chiederci: chi è oggi per noi Gesù Cristo? 

Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? 

Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo? 

Fratelli e sorelle, l’esercizio del discernimento, che nasce da questi interrogativi, permette alla nostra fede e alla Chiesa di rinnovarsi continuamente e di sperimentare nuove vie e nuove prassi per l’annuncio del Vangelo. 

Questo, insieme alla comunione, dev’essere il nostro primo desiderio."

Caro Don Massimo, 

è anche con la prima lettura di oggi, il profeta Isaia (Is 22,19-23) a mettere in discussione le nostre certezze e i nostri poteri, a porci questioni fondamentali:

"Così dice il Signore a Sebna, 

maggiordomo del palazzo:

«Ti toglierò la carica,

ti rovescerò dal tuo posto.

In quel giorno avverrà

che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa;

lo rivestirò con la tua tunica,

lo cingerò della tua cintura

e metterò il tuo potere nelle sue mani." 

La domanda di Gesù non pone noi stessi al centro, prima dell'io (senza cancellarlo, però) c'è un tu.

C'è un incontro che trasforma la nostra vita, il nostro cammino, i nostri undici chilometri.

Un incontro che può trasformare l'amore per il potere, nel Potere dell'Amore.

Non è un incontro effimero, facile, quei chilometri, quell'attesa ci vogliono tutti.

E in quei chilometri, si cade, si sbaglia, si bestemmia, non si vede.

Per avere il coraggio di rialzarsi e di camminare, infatti, bisogna prima cadere.

Per incontrare la Pasqua, non si possono saltare il Venerdì e il Sabato Santo.

Affermava il filosofo esistenzialista francese Gabriel Marcel, con una frase intensa e impegnativa che:

"L'Amore è la negazione stessa dell'essenza".

Si tratta di un paradosso filosofico ed esistenziale e significa che il vero Amore cancella l'egoismo, l'identità rigida e l'isolamento del singolo per farlo esistere in funzione dell'altro.

L'Amore, caro don Massimo, anche quello politico (anzi l'Amore presuppone una relazione con l'altro/a, quindi è sempre "politico") si nutre, vive nella fragilità e nella vulnerabilità.

Perchè "negare" la propria essenza significa anche esporsi al pericolo di perdersi.

Se l'amore finisce o si perde si rischia di avvertire e di vivere un senso di vuoto totale.

Negare l'Io può portare, infatti, sia alla massima felicità che alla sofferenza più profonda

Navigando in rete, sulla bacheca di un'amica, ho trovato, infine, questa riflessione dello psicoterapeuta Oscar Travino che ti presento, ma che accolgo anche in forma di autocritica:

"E siate gentili.
Non per essere ammirati, ma per restare umani.
Perché le parole pesano,
Gli sguardi restano, e ciò che doni ritorna. In forme che non avevi previsto.
Perché il tempo passa, ma il modo in cui hai fatto sentire qualcuno no.
E alla fine, quando il rumore si spegne, resta solo questo: come hai fatto sentire chi ti è passato accanto.
Il resto è solo polvere che il tempo si porta via."
Buona strada, buon cammino don Massimo...

Liberiamoci della nostra essenza,
inginocchiamoci a quel Tu che ci libera,
ci affranca dai tentacoli del nostro debordante e straripante Io.

Continuiamo a cercare quella risposta dentro e fuori di noi:

"Ma voi, chi dite che io sia?"

Non vaghe speculazioni teologiche, ma cielo e terra, carne, aria, acqua, fuoco.

Sangue vivo. Speranza. Aurora.

Solo così potremo, davvero, camminare nella Fede e nel Vangelo e provare ad esistere.

Ad essere esempio e testimonianza vivi, mai perfetti, mai conclusi, mai sicuri, a non perderci nelle nostre dissolute certezze e nei nostri troni, effimeri e blasfemi.

Francesco Lauria