martedì 23 giugno 2026

CARNE OPERAIA SULL'ASFALTO BOLLENTE A CARMIGNANO. E QUELLA "FABBRICA DELLE DONNE" CHE, A MILANO, SFONDO' L'ARROGANZA DEL PADRONE.

Pubblicato su: https://www.reportpistoia.com/carmignano-carne-operaia-sullasfalto-bollente-e-la-fabbrica-delle-donne-che-anticipo-la-resistenza/

Italia, 23 giugno 2026

C'era molto caldo ieri a Carmignano (Prato).

Come in tante parti d'Italia, il cemento ributtava calore, il sole cocente faceva male alla testa.

Eppure proprio nella testa di tanti operai della logistica risuona solo una cifra: 100.

Cento, 100, in lettere e in numeri.

Sono i licenziamenti annunciati dall'azienda che si occupa del trasporto in tutta Europa dell'abbigliamento del pronto moda e che, anche perchè messa di fronte a diffuse e inaccettabili sue pratiche illegali, da ogni punto di vista, ha annunciato il ricatto più bieco: chiusura.

Una chiusura che è anche, ovviamente, trasferimento dove lo sfruttamento è più pesante dello sfruttamento, enorme, che già c'è.

Sono le 13 e il sole batte forte sulla piana pratese, batte forte sulle colline, anche sulle montagne che sono spettatrici dell'ordinaria follia del capitalismo dello scarto, come lo chiamava, inascoltato e bestemmiato, Papa Francesco.

Un Papa che ci insegnava a pregare e a vedere.

Ma anche, con l'urgenza della profezia e della razionalità, ad agire.

Collettivamente.

E allora, un piccolo, eroico, prezioso sindacato di base, il Sudd Cobas decide che basta, non si può più stare in silenzio.

Subire lo scempio, abbassare la testa. Accettare turni totalmente illegali, nessuna regola di salute e sicurezza, inquadramenti ridicoli  (quando ci sono), ricatti su ricatti, su ricatti.

C'è una parola antica, ormai forse desueta, certamente contro corrente, in direzione ostinata e contraria in tempi di malefici pacchetti sicurezza che colpiscono in maniera indiscriminata e vigliacca lavoratori, immigrati, cittadini, manifestanti.

La parola è "picchetto". 

Il picchetto ti da forza, è un Noi, un essere in tanti di fronte allo strapotere padronale.

Ma lì, nel piazzale dei camion, i padroni danno un ordine a tutti i padroncini, proprio fuori dai pronto moda dell'area pratese.

La parola d'ordine è "forzare", costi quel che costi.

Quanto per loro è più importante la merce, di una qualità più che scadente, di qualsiasi persona, di qualsiasi lavoratore/lavoratrice, di qualsiasi legge, di qualsiasi dignità.

Fa caldo, anche per i padroncini, i furgoni sudano benzina sull'asfalto.

Si mette in moto. Tutti insieme, fa più paura.

Cosa può un uomo, un senza nome, un miserevole ingranaggio del capitalismo dello scarto, di fronte ad una fila di furgoni accesi dall'illegalità?

Può farsi scudo, nonviolento con il proprio corpo. Con il proprio vissuto, con la propria anima, con la propria rivolta.

L'operaio, parola antica, viene trascinato per diversi metri sull'asfalto bollente, la carne si fa sangue. Il grido di un uomo, una persona vera, spezza il rumore di fondo.

Non è importante la lingua, il colore della pelle, l'età. E' un uomo. Un uomo che lavora e che è lì per difendere la sua e la nostra dignità.

Questa volta, no. Non c'è scappato il morto. Anzi, la ferita pare pure lieve, "di che si lamenta...?"

In Via Copernico, si può, almeno per ora, continuare a lavorare, a scaricare, a ignorare, all'infinito, tutto quello che succede.

Da anni e anni...


Italia, 23 giugno 2026

Google maps fatica a funzionare a causa del mio sudore, ci sono trentotto gradi. Un'ora prima di mezzogiorno.

Incontro Uliano Lucas, ad Asti, dopo una lunga camminata sotto il sole e quattro treni regionali presi al volo, tra coincidenze strette e rincorse verso i binari-tronco, quelli posti alla fine delle stazioni, di quelli che nemmeno ti accorgi che esistono se non devi prendere il treno da lì.

Ne vale, davvero, la pena.

Ci tuffiamo, anche grazie al suo ultimo, bellissimo e recente libro fotografico, intitolato: "Sguardi sulla fabbrica" nel pieno del Novecento, delle lotte operaie, ma anche di quelle sociali, a partire dall'impegno con i "matti" di Franco Basaglia, a Trieste e Gorizia, ma anche a Parma e Colorno, ricordando, insieme, con nostalgia il comune amico, eretico per amore, Mario Tommasini.

Scatti in tutto il mondo che, oltre che nei libri e nelle mostre, possono essere, almeno in parte, raggiunti sul sito che raccoglie gli sguardi di una vita: www.ulianolucas.it 

Discutiamo, insieme, di potere e di comunicazione, di verità e di scelte.

Torniamo agli anni Sessanta a Milano, alla crescita della città industriale, tante, tantissime fabbriche.

E arriviamo subito dopo al 1968, ma prima dello Statuto dei Lavoratori, della Costituzione nelle fabbriche. Ci fermiamo ai cancelli.

Già me li immagino i cancelli della Borletti, cinquemila lavoratori e lavoratrici, tantissime donne.

Si fabbricano orologi e macchine da cucire, alla Borletti, nella grande Milano, in Via Washington.

Fin dagli anni Cinquanta, mi spiega Lucas, la Borletti era chiamata la "fabbrica delle donne".

I primi grandi scioperi in azienda sono ancora precedenti, addirittura anticipano la Resistenza, risaliamo alla primavera del 1943.

Ma torniamo a quei cancelli. 

Bisogna far entrare i sindacalisti in fabbrica. Devono parlare dentro, non fuori per strada, ai cancelli appunto.

Il sindacato deve entrare dentro al cuore dei luoghi di lavoro, interessarsi dell'organizzazione del lavoro, dell'istruzione di lavoratori e lavoratrici, della salute e della sicurezza.

E' un onda che si trasmette di uomo in uomo, di donna in donna.

Il lavoro è dignità, la lotta non è più un tabù, i diritti non solo più concessioni padronali, chissenefrega del panettone a Natale.

E allora Antonio Pizzinato, della Fiom, futuro segretario generale della Cgil e Piergiorgio Tiboni, della Fim Cisl, vengono presi in spalla dalle donne della Borletti, con gli operai uomini che, increduli, stanno a guardare...

E' una grande marea allegra e impetuosa che, piano piano, si fa strada, fino all'impensabile.

I cancelli, sfondati, si aprono e i due sindacalisti, insieme ad operaie ed operai, portati in spalla, in trionfo, entrano nella grande sala mensa, quella sala che lo Statuto dei Lavoratori, porterà ad essere unica per operai ed impiegati/dirigenti.

Immagino gli occhi che ho ben conosciuto di Pier Giorgio Tiboni, ma anche quelli di Antonio Pizzinato, anche lui "immigrato" a Milano, dall'allora povero Nord-Est.

Immagino la gioia incredula di quegli occhi: siamo dentro. E ci rimarremo. 

Alla Borletti, come in tante piccole, medie, grandi fabbriche della metropoli.

Insieme a noi, a me e ad Uliano Lucas, mentre ritroviamo le immagini e la speranza di quegli anni c'è una persona che, per una malattia, ha perso la memoria di lungo termine, vive, con ironia, gioia fragilità, solo il presente.

Ci scatta, davvero felice in quell'istante, una fotografia:

Si può, però, collettivamente, vivere solo nel presente?

Perdere completamente la memoria di queste lotte, queste radici fondamentali della nostra democrazia e, insieme, privarsi dell'orizzonte di un futuro desiderabile e condiviso?

Ce lo chiediamo, senza probabilmente avere un'univoca risposta, rimettendo via i ricordi.

Eppure, in particolare nella fotografia di Uliano, fotoreporter sempre free lance, libertario e anarchico per scelta, narratore, con le immagini di un'umanità libera, dignitosa e resistente, non c'è spazio per la nostalgia.

Anche gli ultimi lavori, nei centri di accoglienza per i migranti, così come nelle esperienze più avanzate di accompagnamento alla salute mentale nel Mezzogiorno, ci regalano una ferita che è feritoia, spazio di futuro.

Cercano la verità come Uliano la cercava con le sue foto controcorrente durante l'assedio di Sarajevo, tra mortai e bombe, certo, ma narrando anche una città che continuava a vivere, miracolo di convivenza e resistenza civile, sfacciato messaggio di umanità e di sofferta poesia.

Cercare, anticipare il futuro.

Come quella famosissima immagine di Lucas, all'Alfa Romeo, in catena di montaggio, 1987, credo pubblicata dal Corriere della Sera.

L'operaio in fabbrica, per la prima volta, legittimamente, perchè non serve più, è senza tuta blu.

Oggi non ci faremmo più caso, al tempo della Thatcher e di Reagan, fu, invece, una rivoluzione, anche del costume.

Già, gli anni Ottanta. Il riflusso, il ritorno al privato, i walkmen...

Ma torniamo ad oggi.

Come si collegano l'asfalto di Carmignano, il pronto moda e la logistica, con gli orologi della Borletti del 1969 (e non dimentichiamoci, quell'anno la strage di Piazza Fontana, a Milano) e l'Alfa Romeo, post vendita alla Fiat, del 1987?

Qual è il filo che nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social, del digitale (anche nella fotografia) non possiamo/vogliamo spezzare?

Quel filo è uno solo: l'uomo non può essere lasciato solo.

Sindacato, significa, anche questo ce lo ricordava spesso, molto spesso, Papa Francesco: "fare, essere giustizia INSIEME", "sun dike".

Oggi, nella frammentazione estrema del lavoro e nell'esplosione dell'individualismo è tutto ancora più difficile di quando alla Borletti, per un discorso di un'ora in sala mensa, a fine turno, si dovevano sfondare i cancelli.

Ma rimane necessario. 

Bisogna essere grati a quei lavoratori, a quei giovani sindacalisti che, nella piana fiorentina-pratese-pistoiese, come altrove, non si rassegnano.

Non sono cenere del passato.

Ma luce necessaria di futuro.

Uliano mi sorride, e mi da appuntamento alle prossime lotte, alle prossime storie di vita, al prossimo fotografico sguardo, stupito mai rassegnato., su un mondo che cambia.

Un mondo che certamente, non può però perdere l'umanità.

Anche al caldo di una ferita che lascia la carne sull'asfalto, sfidando una troppo silenziosa, amara, complice indifferenza.

Francesco Lauria

"L'INTELLIGENZA DEL BOSCO" E LO STERILE CEMENTO DI PISTOIA. LETTERA APERTA A TIZIANO CARRADORI (VICE CONDOR...)

Mi sono chiesto come spiegare a Tiziano Carradori, per molti in città, vera mente ideatrice della candidatura del sindaco di Pistoia Giovanni "Condor" Capecchi, quale sia la concezione di politica (ma se fossimo a scuola o all'università potremmo dire anche di sapere) che io ritengo già tradita dalla nuova amministrazione comunale di centrosinistra (e questo, ovviamente, non vuol dire che difenda o propenda per le precedenti).

Provo a farlo, senza livore, nonostante il Carradori (da me ampiamente rintuzzato) abbia dedicato alla mia persona e ai mei scritti epiteti del tipo (solo per fare un sunto...): presuntuoso, verboso, insopportabile, insolente, e molti altri peggiori che, potrei sbagliarmi, mi sembra abbia provveduto a cancellare.

Il top è stata l'intimazione che mi ha rivolto a non scrivere più, degna del peggior editto bulgaro (no, Carradori, non mi ritengo Enzo Biagi, tranquillo, era un esempio...)

Ti segnalo poi, caro Tiziano Carradori, che, in data odierna, sono apparsi account anonimi o fake su facebook che attaccano sul piano personale chiunque muova una critica o un'osservazione al sindaco.

Mi pare molto grave, ma veniamo a noi.

Quante volte Giovanni Capecchi, prima durante la campagna delle primarie e poi in quella che lo ha contrapposto ad Annamaria Celesti e al centrodestra, ci ha ricordato la sua professione di insegnante universitario, i suoi studenti, ma anche gli studenti fragili di cui si è preso cura il padre, nel doposcuola da lui fondato?

Rispondo io.

Tantissime.

Allora proviamo a seguire, per giungere alla politiche e alle sue scelte, il filo del sapere, dell'educazione.

C'è una frase di Don Lorenzo Milani,  che può essere condivisa oppure no, che afferma, con la consueta radicalità del priore di Barbiana:“il sapere serve solo per darlo”.

Ritengo che questa frase racchiuda l’essenza più autentica dell’educazione, ma anche della politica (i due temi per don Lorenzo erano molto legati): la conoscenza non come privilegio individuale, ma come bene da condividere, come strumento per costruire comunità, solidarietà e futuro.

Se a "conoscenza", sostituiamo "potere" otteniamo l'idea di don Lorenzo per la politica, quel "sortirne insieme" che ha affascinato, motivato, messo in moto generazioni e generazioni di giovani.

Carradori che è un antico comunista, spesso, nei decenni, vicino e dentro al potere comunale, non credo sia stato particolarmente interessato all'insediamento del nuovo vescovo Augusto.

In un passaggio che ho molto apprezzato il nuovo vescovo di Pistoia e Pescia, ha parlato della disobbedienza e dei No necessari per dire, con la Vita, dei sì.

E' un tema, per esempio, che un Don Biancalani non capirà mai, bestemmiando da sempre i veri insegnamenti di Don Lorenzo Milani (ma anche del Vangelo), con l'incapacità assoluta del presbitero quarratino di affiancare i doveri ai diritti.

Molto meglio di come posso fare io, che sono verboso e chissà che altro, può spiegare a Tiziano Carradori il fulcro del tema, il cantante e romanziere italo-albanese Ermal Meta, come riportato (dalla seconda edizione) nel libro su Don Milani e il lavoro che ho curato, per la prima volta, ormai quasi dieci anni fa: "Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana".

Si tratta di un testo di Ermal Meta ed è il discorso svolto dal cantautore a Taranto, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico, esattamente a cinquanta anni dalla pubblicazione del testo: “Lettera a una Professoressa”:

“Ho imparato a disobbedire a scuola. Non in senso negativo. Parlo di disobbedienza culturale. Per disobbedire bisogna conoscere, bisogna sapere, bisogna studiare. Sono diventato culturalmente, mentalmente disobbediente proprio tra i banchi di scuola, perché ho avuto l’occasione conoscere me stesso, di imparare. Se avete questa possibilità, e ce l’avete, cercate di imparare il più possibile. 

Soltanto attraverso la cultura si può imparare a dire dei sì, dicendo di no. Scegliendo la propria dimensione, la propria strada (…) C’è sempre spazio dentro di noi per tutto quello che è stato e quello che c’è. 

La cultura fondamentalmente è questo: crearsi dei varchi nella vita, come tante piccole finestre. Più cose sai, più finestre hai attraverso le quali guardare il mondo (…) 

Bisogna essere migliorativi: se non si è migliorativi si tende a fare del male al pianeta in cui viviamo. Quando dico pianeta intendo anche le persone che ci stanno intorno: il mondo siamo noi, siamo migranti del tempo. 

Attraversando questo tempo, dietro di noi lasciamo delle tracce e il modo migliore per lasciare tracce è il cuore delle persone, le loro menti, i destini degli altri (…) 

Fate in modo, ragazzi, di non sprecare nemmeno un’ora del vostro tempo.”

Il fine dell’istruzione, come quello, pur in ambiti diversi della Politica, ci dicono Don Lorenzo ed Ermal Meta, è, pertanto, rendere ciascuno capace di dedicarsi al prossimo e di prendersi cura, fin da subito e consapevolmente, della realtà che lo circonda.

Ma voglio sfidare Tiziano Carradori, se gli aggrada e non si stufa, a leggere ancora un po'.

In un discorso pubblico mia cugina Raffaella Lauria, Presidente di un liceo in Alto Adige, mi ha ricordato che:

"la scuola può essere paragonata a ciò che la biologa/ecologa canadese, Suzanne Simard definisce “l’intelligenza del bosco”.

Nei boschi, gli alberi non competono per le risorse: si sostengono. 

Quando uno di loro è in difficoltà, altri, anche di specie diverse, gli inviano sostanze nutritive attraverso la rete a noi invisibile delle radici. 

Ogni albero cresce perché altri lo aiutano a farlo e gli alberi madre assicurano che le nuove generazioni possano crescere forti. 

Così la scuola, ma anche la politica, direi persino la Chiesa se funzionasse, dovrebbero vivere come rete di relazioni, dove chi ha più esperienza sostiene chi inizia e dove ciascuno/a, a sua volta, può diventare radice per un altro/a. 

Quando la scuola o una città sono vive, come il bosco, diventano una comunità dove il sapere non si trasmette soltanto, ma si condivide.

Anche qui proviamo, caro Tiziano, a sostituire "sapere" con "fede", o "potere".

Ecco io ho misurato, sulla mia pelle, che tutto questo per la massima guida dell'amministrazione di Pistoia, nella concretezza dell'esistere, non nella vacuità del comunicare, non vale, non conta, non esiste.

Al  di là dello storytelling ben costruito, il potere non viene realmente condiviso, la partecipazione è un farlocco o una foglia di fico e si preferisce la zona di confort dei propri stretti cortigiani, alla verità e alla politica. Quella vera. Quella che comporta l'eresia, che in greco significa: "la scelta".

Si preferisce il silenzio al coraggio, l'inedia (si sono un po' verboso) alla trasparenza, il conformismo al dibattito, franco e netto, quanto opportuno.

Si insegna oggi a Pistoia, ma al contrario.

Non a sortirne insieme, ma a guadagnarci il più possibile, per se stessi o, siamo a Pistoia, per il proprio clan, la propria dinastia, il proprio gruppo o gruppetto di potere, la propria associazione.

Non mi riferisco ovviamente nello specifico a Giovanni, non denuncio nulla di individuale (ma la guida non può disinteressarsi di quello che lo circonda) ma rivendico il mio diritto di descrivere e denunciare il sistema che ha vinto e ora: "si riprende finalmente la città", come si urlava o ci si diceva intorno a San Domenico il lunedì dei risultati elettorali.

No, caro Tiziano Carradori, in questa città, non da ora, non si sviluppa: "l'intelligenza del bosco", nonostante i propositi di recupero del consumo di suolo, si delinea la sterilità di una colata di cemento, dove la scomparsa dell'etica, annulla qualsiasi buon proposito o competenza esibiti e comunque da dimostrare nella concretezza del quotidiano.

Mi dirai che è sempre stato così, fin dai tempi del tuo Pci imperante, dominatore nella città.

Mi dirai che è giusto barattare un'amministrazione formalmente di centrosinistra, tutto sommato dignitosa, con qualche guizzo anche di bravura e di attenzione ai più deboli, rispetto ad una fragile, ma vera e nuova costruzione di comunità, che superi realmente i privilegi bloccati dei soliti noti, le scontate vassallerie, le inesorabili cinghie di trasmissione, i poteri consolidati che bloccano lo sviluppo e la democrazia compiuta, per usare un termine che era caro ad Aldo Moro.

Dirai, magari, che oltre a tutto il resto, sono anche un cocciuto, pervicace moralista.

Può essere.

Come dissi, anche pubblicamente, a Giovanni Capecchi, durante l'iniziativa sulla cultura in campagna elettorale, prima di tutto io mi ritengo, con un'altra parola desueta, un: "militante".

E per un militante, al di là di se stesso, parliamo della città, non di ferite dei singoli:

"La differenza tra fatti e valori è una questione personale".

Vale, ad esempio, per la cultura, la politica della Pace.

Insomma, Carradori vice Condor, così ho fatto.

Così faccio.

Così farò,

nonostante i tuoi insulti e i tuoi risibili "warning".

Francesco Lauria

P.S. Parlando di cose serie, so, come quasi tutti in città, delle difficoltà che stai attraversando. Ti auguro di uscirne al meglio, senza alcun rancore personale. Perchè le persone, lo affermerebbe teoricamente anche Giovanni Capecchi, vengono prima di tutto. Prima della politica, figuriamoci del potere o dello scontro per esso.

domenica 21 giugno 2026

"UNA CITTA' GIUSTA: RESTITUIRE A PISTOIA CAPACITA' DI IMMAGINARE FUTURO" (Intervento di A. Giovannelli, consiglio comunale)

Pubblico la mia sbobinatura, il più fedele possibile, dell'intervento di Alessandro Giovannelli (Partito Democratico) durante il primo consiglio comunale dell'era Capecchi, lo scorso 15 settembre.

Per chi volesse ascoltare l'intervento video integrale esso è disponibile sulle pagine istituzionali del Comune di Pistoia.

Dell'intervento di Alessandro Giovannelli mi ha colpito, e molto, la profondità: "rigenerazione" non è uno slogan, ma un impegno umano e, insieme, un progetto politico.

Molti altri sono i temi affrontati, a partire, con concreta chiarezza, dalle questioni della collina e della montagna.

Va poi dato atto ad Alessandro anche del coraggio di aver pronunciato, diciamo dialetticamente, le parole "Fondazione Cassa di Risparmio Pistoia e Pescia"

Cosa, sinceramente, a Pistoia, non da tutti/e (centrosinistra o centrodestra, su questo non cambia granchè...)

Buona lettura, 

Francesco Lauria

INTERVENTO A. GIOVANNELLI, CONSIGLIO COMUNALE DI PISTOIA 15/09/2026.

Il mio è un ritorno in consiglio comunale dopo nove anni di assenza.

Parto dalle linee programmatiche di coalizione che hanno il fine di indicare obiettivi e azioni amministrative.

Il programma di coalizione è un compromesso, senza accezioni negative.

Le coalizioni esistono per tenere insieme culture, sensibilità e priorità politiche differenti.

Il compromesso è, sempre, un punto di partenza, non può rappresentare un punto di arrivo.

Dobbiamo provare a cogliere il significato politico più profondo del documento programmatico su cui siamo stati votati: “Dobbiamo restituire a Pistoia la capacità di immaginare il proprio futuro”.

Negli ultimi anni si è spesso avuta l’impressione di una città sì amministrata, ma non sempre guidata. Una città capace di gestire l’esistente, ma meno pronta sull’interpretazione della direzione da seguire.

Importante è il richiamo, presente nelle linee di Governo, alla pianificazione, alla conoscenza dei dati economici e sociali, alla costruzione di una visione di sviluppo e di recupero di un ruolo più forte di Pistoia in un contesto più ampio di area vasta e regionale.

La prima grande sfida sarà proprio questa: riportare la politica ad esercitare una forte funzione di indirizzo. Non solo governare l’oggi, ma costruire il domani.

Qui c’è un secondo elemento qualificante: la scelta della rigenerazione come modello di sviluppo.

Rigenerare significa avere il coraggio necessario di investire su ciò che già esiste, recuperando spazi edifici, e funzioni, ma anche relazioni. 

Significa considerare il territorio non come una risorsa infinita da consumare, ma come un patrimonio da valorizzare.

Penso alle grandi aree strategiche della città: Il Ceppo, Ville Sbertoli, Monte Secco, spazi che attendono da troppo tempo una nuova funzione pubblica. 

La loro rigenerazione non riguarda soltanto l’assetto urbanistico della città, ma anche l’identità di Pistoia,e il suo futuro.

Penso anche alla collina e alla montagna dove vivo e dove ho tante relazioni. Nel programma è giustamente presente l’attenzione alla mobilità e ai collegamenti e ai servizi, a partire dalla Ferrovia Porrettana, ma la sfida è ancora più grande.

Collina e montagna sono sì territori da tutelare, ma la vera questione è capire quale ruolo questi territori potranno giocare per il futuro di Pistoia.

Il Piano strutturale approvato negli anni scorsi mostra una debolezza evidente, molto forte su questo aspetto. Ci sono alcune scelte macro, ma si fatica a delineare, anzi non si delinea proprio, una prospettiva di sviluppo per la collina e la montagna.

È una lacuna da colmare nel Piano operativo.

Soprattutto per collina e montagna pistoiesi dobbiamo porci alcune domande:

Quale modello economico?

Quale ruolo per il patrimonio forestale?

Quale rapporto tra residenza, servizi e turismo?

Quale valorizzazione delle produzioni agricole e delle filiere locali?

Come stare dentro alla questione delle comunità energetiche?

Come attrarre nuove residenti anche in questi territori?

Quale funzione strategica, nell’ottica del policentrismo, per borghi e territori montani?

Sono domande che restano largamente aperte, il Piano operativo ci deve dare politicamente la possibilità di incidere per il futuro, a partire dalla collina e dalla montagna: periferie sì, ma essenziali per la città e il suo futuro.

Un altro tema molto rilevante e decisivo è quello della cultura.

Cultura intesa non solo come insieme di eventi, musei, biblioteche o stagioni teatrali. Dovremo parlare dei rapporti tra i vari soggetti attivi, importante sarà riflettere sul ruolo del Comune nei confronti della Fondazione Caript, a partire dal Polo Museale.

La cultura va intesa come infrastruttura civile della città, non un settore tra gli altri, ma criterio su cui leggere e orientare tutte le politiche pubbliche.

Gli spazi pubblici devono essere fruibili e inclusivi, non sempre da monetizzare.

Investimenti nella partecipazione, conoscenza, formazione, relazioni, sono tutti investimenti sulla cultura. Noi siamo stati Capitale italiana della cultura nel 2017.

Dobbiamo immaginare la città come progetto collettivo: una tensione ideale che deve diventare metodo di governo.

Un ultimo suggerimento, come possible bussola di questo mandato, a partire dalle questioni urbanistiche.

Utilizzo una citazione di un’urbanista americana, Susan Fainstein, teorica della “Città giusta”:  “Democrazia, diversità, equità” sono i tre principi principali di ogni giustizia urbana.

Credo che questo trittico potrà rappresentare un buon viatico di lavoro e di impegno per ciascuno di noi.

 Alessandro Giovannelli

sabato 20 giugno 2026

NEI CAMPI DA CALCIO TRA CONDOR E GUFI: CAPECCHI (GIOVANNI) E AGOSTINI (MASSIMO). "IF I COULD..."

Succede, a volte, che ti capitino frasi, direi non fondamentali, che, però, ascolti e non dimentichi mai più.

A me capitò proprio quella volta.

Stadio Ennio Tardini, Parma, Curva Sud, era la stagione 1991-1992, se non ricordo male agli inizi, una delle prime giornate di campionato.

Era il Parma spumeggiante di Nevio Scala, da poco, per la prima volta nella sua storia approdato in serie A, c'erano i soldi di Tanzi e della Parmalat, il crollo era ancora lontano.

L'entusiasmo in città era alle stelle, la "piccola Parigi", come ai parmigiani piace chiamare un po' ottimisticamente la loro città)  da due anni finalmente stava nelle serie adatta (almeno per i parmigiani), inutile dirlo: la serie A e nemmeno da comprimari.

Quasi tutti i miei amici, che da piccoli erano chi interista, chi milanista (pochi gli juventini, erano gli anni di vera magra post Platini, ma con Maifredi e Rush...) divennero dei perfetti piccoli ultrà della Curva Nord (quella seria...) e le maglie gialloblu (ancora non era stata recuperata quella storica, con la croce nera in campo bianco....) si erano sostituite in fretta alle altre.

Io no, simpatizzavo ovviamente per il Parma, ma ero rimasto, nella disgrazia di quei primi anni e nella crescente rivalità con la mia squadra, juventino (e che potevo fare abbandonare Gigi Maifredi e Ian Rush?....)

In quella stagione il Parma andò bene, arrivando settimo a fine campionato, ma ci fu, soprattutto, il primo trofeo della squadra.

Contro una Juventus di nuovo ai massimi livelli si giocò una decisiva finale di Coppa Italia con ribaltamento del risultato dell'andata e trionfale vittoria del Parma 2-0 sulla Juventus con goal dei beniamini locali Sandro Melli e Marco Osio (quest'ultimo entrato così nel cuore dei tifosi da divenire "sindaco" morale della città anche nei cori della curva Nord...)

Ma quella stagione, a Parma, ebbe anche un protagonista mancato che, a fine anni, pur essendo ancora nel pieno della carriera, dovette fare le valige per trasferirsi ad Ancona e recuperare il fiuto del goal: Massimo Agostini, un romagnolo (e già qui l'Emilia è terra straniera) che aveva fatto grandi cose a Cesena nelle annate precedenti, ma che, lontano dal mare, rendeva poco (anche al Milan, nella stagione prima, non era andata granchè bene...)

Detto questo, Massimo Agostini era un signor attaccante, alto, capello abbastanza lungo, ottima capacità di lettura del gioco, bravo di testa, nella stagione 1985-86, quando il Parma ancora lottava per salvarsi in serie B, aveva conosciuto, ancora molto giovane, il boom personale, nella "sua" Cesena, segnando 13 reti nel massimo campionato, in una sola stagione.

Grande fiuto per il gol, slanciato, inesorabile: da allora fu soprannominato, un po' come Capecchi (Giovanni) a Pistoia, sempre sui campi da calcio: "Il Condor".

Quando, già in campagna elettorale, Giovanni Capecchi, ricordando le sue grandi abilità sportive e calcistiche, aveva rivelato che anche lui aveva questo soprannome: "il Condor", Massimo Agostini, che era un attaccante che a me piaceva molto, mi è venuto subito in mente, anche se nell'85-86, io viaggiavo tra i sei e i sette anni (ma facevo le elementari, almeno i primi anni, nella scuola della figlia di Arrigo Sacchi e ogni volta che lui la veniva prendere in Via Santa Fiora a Parma attaccavo dei pipponi incredibili all'allora allenatore del Parma, consigliando pure alcuni possibili acquisti a buon mercato...)

Quando ieri il Tirreno, con tutte le colonne, ha accostato, nella sua intervista fiume, Giovanni Capecchi al Condor, non ho potuto resistere...

E mi è venuta in mente quella beffarda frase allo stadio Tardini, all'inizio della stagione 1991-1992.

Agostini non sempre partiva titolare e non era ben visto dai tifosi del Parma perchè a volte era stato impiegato in alternativa all'idolo locale, il parmigiano Sandro Melli, artefice, come Osio, dell'apoteosi della promozione in serie A con il 2-0 alla rivalissima Reggiana, squadra delle odiate "testa quadre" di Reggio Emilia.

Quella sera, lo ricordo perfettamente, ciccò il pallone a non più di dieci-dodici metri dalla porta.

Un errore che possono fare tutti, ma che non gli venne perdonato dalla curva locale.

Fischi su fischi, anche ingenerosi, (ma c'era il problema Melli) e soprattutto improperi in dialetto.

Uno su tutti di un anziano che era al mio fianco e che, come detto, non ho mai più dimenticato:

"Agostini, se a Zizéna t'er al còndor, chè a Pärma t'at pär bombén un gùf!" che tradotto in italiano suona inesorabilmente così: "Agostini se a Cesena eri il Condor, qui a Parma ci appari giusto un gufo!"

A questa frase urlata, tutta la curva era venuta giù a ridere, a testimonianza che, nemmeno tanto per colpa sua, nelle stagioni successive Agostini dimostrerà di essere ancora un gran giocatore, il "condor riminese" a Parma non era per nulla amato/apprezzato.

Perchè scrivo questo, mi si chiederà, oltre a ricordare tempi antichi di super gioventù?

Perchè, appunto, mi ha colpito non poco l'intervista sostanzialmente riparatoria sue due paginone al neo sindaco di Pistoia Giovanni Condor Capecchi sul Tirreno....

Alcuni articoli nei giorni precedenti, in particolare sugli stipendi degli assessori, avevano fatto imbestialire l'agguerritissima fanbase digitale di Capecchi, con insulti al giornale e ai giornalisti e, addirittura, proposte di querele.

Il giornale, come capita nella stampa italiana, ha voluto farsi perdonare dal nuovo dominus pistoiese, eletto a suon di voti, apparecchiandogli un'intervista piuttosto prona in cui, tra diverse proposte programmatiche interessanti, è uscito da Capecchi un autocompiacimento in sincerità imbarazzante, peraltro ulteriormente accentuato dal giornalista intervistatore.

Il Tirreno, per esempio, si è guardato bene dal chiedere a Giovanni Condor Capecchi se, come promesso, ad esempio si ridurrà lo stipendio da sindaco, ma ha sottolineato, prospettando mirabolanti novità di inizio consiliatura, come Capecchi sia "ancora il Condor" e ci sia da aspettarsi da lui grandi e magari, persino inaspettate, sorprese.

Ai pistoiesi, forse con maggiore umiltà e giusto per fare un esempio, basterebbe sapere se quest'anno si farà o meno, il cinema all'aperto ad agosto, tradizionale meta di tante famiglie e cittadini che, magari, non possono permettersi costose vacanze in Italia o all'estero.

Colpa dell'amministrazione precedente e dei bandi andati deserti, si dirà, ed è probabilmente vero.

Ma una sorpresa positiva dal Condor pistoiese dobbiamo pur aspettarcela, altrimenti, inevitabilmente, anche a Pistoia, lo slanciato uccello, senza nulla mal volere al rapace notturno, si trasforma, come nella "piccola Parigi", in un più goffo e certamente meno prolifico sotto porta, "gufo".

Gufo che, come goleador, fino a prova contraria, ma lasciamo, per carità a Capecchi e al suo stormo (ma i Condor tendono a essere solitari) non dovrebbe essere granchè.

Francesco Lauria

P.S. Quando penso al Condor, come tutti quelli di una certa età, non possono non pensare a una famosa canzone di Simon & Garfunkel: "El condor pasa (If I could).

Il condor non deve farsi notare, non deve autoelogiarsi. Il condor c'è, sorvola, arriva in picchiata quando serve. Non è un avvoltoio, è una figura, un uccello planatore.

Certo un necrofago, ma che sa sfruttare le correnti termiche, svolge un ruolo ecologico ed è sacro per le culture andine.

Paul Simon nello scrivere e riscrivere il testo della canzone, non lo inserisce, alla fine, tra le parole.

Ne El Condor Pasa, infatti, la parola Condor non c'è mai.

C'è il suono degli strumenti andini che ci ricorda il suo grande, maestoso, ma anche veloce volo.

Il Condor, quello vero, non ha bisogno di annunci/interviste fiume, c'è. 

E tutta la cordigliera delle Ande non è consapevole e ammirata.

EL CONDOR PASA (IF I COULD)  -   IL CONDOR PASSA (SE POTESSI)  https://www.youtube.com/watch?v=QqJvqMeaDtU&list=RDQqJvqMeaDtU&start_radio=1

Preferirei essere un passero che una lumaca
Sì, preferirei
Se potessi
Sicuramente lo preferirei

Preferirei essere un martello piuttosto che un chiodo
Sì, preferirei
Se potessi
Sicuramente lo preferirei

Lontano, preferirei salpare
Come un cigno che viene e va
Un uomo viene legato a terra
Dà al mondo il suo suono più triste
Il suo suono più triste

Preferirei essere una foresta piuttosto che una strada
Sì, preferirei
Se solo potessi
Sicuramente lo preferirei

Preferisco sentire la terra sotto i piedi
Sì, preferirei
Se solo potessi
Sicuramente lo preferirei

venerdì 19 giugno 2026

"GRAZIE PER TUTTE LE LACRIME CHE MI AVETE FATTO VERSARE".

In questi giorni, lo ammetto, sto barcollando.

Trovarsi a combattere contro due sistemi è, forse, troppo anche per me.

Ricordo che dopo il settimo, incredibile, lodo dei probiviri nazionali Cisl, da me attivati, proprio quello relativo a Roberto Pezzani, segretario generale nazionale Fnp Cisl, presi una decisione difficile, non so ancora oggi se giusta, visto che di procedimenti aperti, in sei collegi diversi, ne erano rimasti circa una trentina.

Capii, però, che per me era troppo: troppo umiliante confrontarmi con un sistema, quello dei probiviri, apparentemente anche cordiale, ma che mi guardava davvero come un ufo, un vero extraterrestre. 

Era davvero impensabile che, nel 2026, per di più nella Cisl, potesse esistere qualcuno/a che, incredibilmente, pensasse che, con la "magistratura interna" di una organizzazione, in questo caso la Cisl nazionale, fosse possibile ottenere una qualsiasi forma di giustizia, anche calmierata, anche parziale, financo prudente.

No, non era possibile.

Mi era stato spiegato, ma io imperterrito, sostenuto anche da centinaia di sottoscrittori/sottoscrittrici alla mia raccolta fondi per le spese legali e, appunto legate ai probiviri (tutte rendicontate) avevo voluto andare avanti.

Proprio rispetto a Pezzani, da me considerato davvero figura esemplare in negativo, durante tutta la sua lunga carriera sindacale, avevo davvero dato l'anima, profuso ogni sforzo morale, impiegato ogni risorsa di energia disponibile.

Non si trattava di un'azione contro una persona, perchè anche la persona peggiore del mondo non merita il male, ma proprio contro un sistema, dal mio punto di vista perverso e, senza alcun dubbio, anticostituzionale (ricordiamo, rispetto al funzionamento interno dei sindacati, la mancata piena applicazione dell'articolo 39 della nostra Costituzione).

Non sto denunciando alcun reato, ma in particolare rispetto alla figura di Pezzani, più che ad altre (erano i giorni in cui ANCHE in rapporto alla mia vicenda veniva fatto dimettere Onofrio Rota, segretario generale nazionale Fai Cisl) riscontravo una sorta di terrore, timore reverenziale, come se potesse arrivare una sorta di King Kong furibondo e tutti, ma proprio tutti, dovessero solo scappare.

Ricordo che, probabilmente anche a causa di queste suggestioni (magari c'è anche un po' di mito da corridoio sindacale) la notte prima dell'incontro con i probiviri in Via Lancisi a Roma, sognai davvero Pezzani, alla guida di una schiera di carri armati, tutti con disegnati una P bianca, e che muovevano, con convinzione e virile belligeranza, verso la storica sede della Cisl di Parma, in Via Lanfranco.

Il sogno, comunque, si interruppe, prima che vi accadesse alcun evento cruento, non vorrei che Pezzani o, qualcuna del suo staff, mi querelassero anche per: "sogni proibiti".

Venendo alla realtà, nel lodo di totale "assoluzione" di Pezzani emesso dai probiviri confederali era scritto che il collegio aveva deciso anche sulla base della sua "memoria difensiva".

A differenza di Daniela Fumarola, Danilo Battista, Alessandro Spaggiari, Ignazio Ganga, Sauro Rossi, lo stesso Onofrio Rota, etc. che avevano prodotto, in quasi tutti i casi, corpose e dotte memorie difensive nei miei confronti, (quanto devo averli fatti penare però...) e che, correttamente rispetto allo Statuto me le avevano per tempo e per Pec fatte pervenire, Pezzani, violando spudoratamente Statuto, Regolamento, Codice Etico non si era scomodato.

Lui, infatti, credo (io la penso così)  si consideri al di sopra della Legge. Qualsiasi Legge, compresa quella associativa.

Non potevo farmi sfuggire questa occasione e non lo feci.

Protestai formalmente e devo sottolineare, che il Presidente dei Probiviri nazionali Cargnino, da me ovviamente compulsato, provò in tutti i modi a convincere Roberto Pezzani, segretario generale Fnp Nazionale a rispettare lo Statuto della Cisl.

Ci provò e riprovò, anche perchè era consapevole che si metteva formalmente e oggettivamente in discussione la piena legittimità di un lodo dei probiviri confederali, precedente pericoloso, soprattutto in caso di ricorsi alla magistratura ordinaria.

Niente, testimone anche la struttura organizzativa del collegio dei probiviri che, devo sottolineare, con me è stata sempre formalmente, ma anche umanamente impeccabile, non ci furono ragioni.

Pezzani era oltre, sopra, fuori.

Fu così che fu lo stesso Cargnino a farmi inviare dal collegio, del tutto irritualmente, la, sinceramente non memorabile, memoria difensiva di Roberto Pezzani da Parma, rispetto alle mie documentatissime accuse.

Fu lì che decisi. 

Vista l'inconsistenza (a mio parere) della memoria rimasta "segreta"  almeno per un paio di mesi, rinunciai alle mie macroscopiche ragioni e comunicai che non sarei andato oltre.

Con le lacrime agli occhi e le mani che tremavano, misi fine alla mia iscrizione ventennale alla Cisl e ad altrettanti anni di lavoro, passione, impegno, mestiere e missione, come direbbe il sociologo cislino Bruno Manghi.

La vicenda con Pezzani (e anche con il suo staff, risultato poi non appartenente, incredibilmente alla Cisl, proprio grazie alle mie denunce ai probiviri che, a qualcosa sono servite) non è chiusa. 

Rimangono le mie querele e rimangono le sue/loro.

Ho avuto modo, in questi giorni, di constatare alcune, almeno per me, anomalie giuridiche/procedurali nel percorso giudiziario che ci accomuna. 

Tutte, ovviamente, a favore del dirigente apicale sindacale. Alcune (una in particolare) mi appaiono così sfacciate che, essendo state giuridicamente contestate e rilevate, un po' come la memoria difensiva segreta, saranno molto probabilmente corrette/integrate.

Certamente Pezzani conta su una schiera di yes man e di yes woman amplissima che, ovviamente, e direi inopinatamente, arriva fino a Parma, dove non mi risulta essere particolarmente amato (da decenni e con alcune significative eccezioni, per carità), ma, certamente, è molto temuto.

Non mi ha nemmeno stupito nemmeno scoprire chi sia l'avvocato di Roberto Pezzani (immagino, magari mi sbaglio, pagato dalla Fnp Cisl nazionale).

Direi uno dei massimi avvocati italiani, forse il più importante, certamente uno dei più costosi.

Una figura che ha difeso (e gli fa onore, tutti hanno diritto alla difesa) personaggi del calibro, ad esempio, di Massimo Carminati ex Nar, il principale imputato del processo Mafia Capitale, o, pensate un po' del giudice Giuseppe Prestipino, procuratore nazionale aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, cui sono state revocate, nel 2025, le inchieste e il coordinamento investigativo. Prestipino è indagato (non ancora condannato, per carità) per gravissime violazioni del segreto istruttorio e si è avvalso, nel corso delle indagini, come suo diritto, della facoltà di non rispondere.

L'avvocato del segretario generale Fnp Cisl è noto anche, legittimamente per carità, cito direttamente da Wikipedia: "per le circostanze che lo hanno portato a scontrarsi anche pubblicamente con noti giornalisti d'inchiesta".

E anche questo, almeno a me, conoscendo Pezzani, non stupisce.

Così come non mi stupisce, ognuno si sceglie l'avvocato che vuole, Pezzani ed Fnp compresi, che il noto avvocato, cito sempre Wikipedia: "è stato un attivo promotore e sostenitore del al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. È stato tra i fondatori del comitato "Sì Riforma",

Che dire di più?

Scriveva, facendomi di nuovo commuovere, subito dopo le mie dimissioni da socio della Cisl , il 28 novembre 2025, il blog www.il9marzo.it in un articolo significativamente intitolato: "Le organizzazioni non perdono mai".

"Le organizzazioni non perdono il sonno.

Le organizzazioni non si stressano.

Le organizzazioni non si ammalano, non si consumano nell’attesa di una notizia, non si chiedono ad ogni passo perché devo fare quello che sto facendo, se avrò il tempo e le forze e le risorse che servono per farlo.

Lo fanno e basta, perché sono organizzate apposta per farlo.

Ecco perché le organizzazioni contro le persone vincono sempre. Le persone sono reali, quindi sono fragili, le organizzazioni sono creazioni artificiali e sono forti. Sono forti perché sono cose.

Francesco Lauria ha provato a fare dall’interno la battaglia di una persona contro “la Cosa” che è diventata la Cisl. Che non è più quella cosa che prometteva il suo nome, una confederazione di sindacati di lavoratori. Un nome, anche se ce lo siamo dimenticati, che era da leggere al contrario: prima ci sono le persone che lavorano, queste si associano nei sindacati, i sindacati si associano nella confederazione. Ma solo le persone danno senso a tutta la costruzione. Questo vuol dire sindacato associazione.

Quando non è così, del sindacato associazione resta il nome (che qualcuno a Via Po 21 aveva definito, con notevole sincerità, il “brand”. Cioè il nome di qualcosa da vendere per farci i soldi). E resta l’organizzazione fine a se stessa. Che vince sempre contro le persone.

La battaglia all’interno è finita. Con le dimissioni da socio di Francesco, la Cosa ha vinto. Fuori è un’altra storia, e tutto può succedere (ma è nella logica della Cosa stringersi verso l’esterno anche più forte che all’interno).

Nessuna sorpresa è arrivata, nessuna sorpresa era possibile.

Ora resta una domanda: ma ve l’immaginate Franco Marini (ma anche gente molto meno sveglia di lui) che spreca il prestigio da segretario generale in una vertenza con un dipendente? Uno scontro al termine del quale l’organizzazione vince, perché può solo vincere, ma non ci ha guadagnato nulla, se non l’immagine pubblica di “un sindacato che licenzia” (e non per la prima volta)?

Ma la verità è che le organizzazioni vincono sempre perché sono forti, sì, perché sono cose, sì, ma anche perché sono stupide. E sanno solo vincere anche quando con un pareggio otterrebbero molto di più.

Qualsiasi sindacalista, anche mediocre ma autentico, sa che vincere non serve a niente, serve il risultato che ottieni. E se sei intelligente, o anche solo furbo, lasci agli altri il prestigio della vittoria e tu porti a casa tutto il resto.

Nella vicenda Lauria l’unico risultato ottenuto dalla Cisl è di aver dimostrato che “la Cosa” ha preso il posto dell’associazione e delle persone.

Quelle che perdono, ma che sono l’unica ragione per cui un sindacato ha diritto di esistere. E che se si uniscono in un’organizzazione che non si riduca a “cosa” possono essere fortissime.(...)

Non credo di dover aggiungere molto.

Preferisco tacere e, senza voler in alcun modo paragonare l'enormità del suo dolore al mio, far parlare Ilaria Cucchi, ribadendo che, almeno in queste circostanze, non sono a contestare a Roberto Pezzani alcun ulteriore reato/violazione, non c'è alcun legame diretto, per carità, con la vicenda Cucchi.

Sto parlando del contesto e del potere.

Inteso come dominio. Come buio, piramide diritta, direi rigida, come tenebra senza vita.

Scriveva, qualche ora, fa, la stupenda Ilaria Cucchi, in un dolorissimo post sui social intitolato amaramente: "Grazie per tutte le lacrime che mi avete fatto versare".

"Oggi la Cassazione ha scritto la parola fine sull’uccisione di Stefano Cucchi e sull’annientamento morale e fisico della mia famiglia che ne è conseguito.
Queste lacrime le dedico ai Generali Alessandro Casarsa e Vittorio Tomasone.
Il primo, nel momento in cui le versavo, era diventato niente di meno che il comandante dei Corazzieri del Quirinale. Il secondo era in pole position per la carica di Comandante Generale dell’Arma.
Casarsa ha scritto la causa di morte di Stefano ancor prima che venisse effettuata l’autopsia con parole esatte che verranno riportate poi dai medici legali di un processo che il pm Musarò ebbe a definire kafkiano. I testimoni erano i responsabili del suo omicidio mentre gli imputati erano i suoi testimoni.
Tomasone, nel giorno in cui comunicò a tutta la stampa nazionale la telefonata di condoglianze a mia madre non mancò di aggiungere falsamente, dall’alto della sua autorevolezza, che però Stefano Cucchi era un tossicodipendente, anoressico, sieropositivo.
Tomasone ci ha condannati a vita alle infamie degli haters della carta stampata e del web.
Casarsa ha costretto la mia famiglia a consumarsi la vita in 16 anni di udienze.
Per il primo le agenzie di stampa oggi riportano: “Chiara volontà di impedire di ricondurre responsabilità a carabinieri” e “Dai carabinieri falso per coprire responsabilità”.
Per il secondo rimangono le scuse verbalizzate nel processo sulle domande del mio avvocato per aver detto quelle parole false ai giornalisti.
Tutto qui.
Ciao mamma e ciao papà.
Ciao Stefano."

Nonostante tutti e nonostante la terribile morte, meglio, uccisione, di Stefano, la nuda vita di Ilaria e con questo ha riportato la Luce anche suo fratello, è, in se stessa, un segno potentissimo, importantissimo, pedagogico di Speranza.

Un segno che ci dice che sì, il Potere può essere sconfitto e che non ha senso smettere di credere nella Verità.

Che bisogna soffrire, non si può non piangere, ma si può e si deve andare oltre.

Nel piccolo della mia vicenda, rispetto a quella enorme di Stefano e Ilaria, so che non è una confessione da maschio alfa, capita di piangere, da un anno, ogni giorno.

Ogni mattina.

Però poi penso a persone come Ilaria.

Mi alzo dalle mie lacrime e dal mio letto e sono grato e pieno, ridondante di Speranza.

Una Speranza, sogno fatto da svegli, che magari può anche essere sconfitta, ma che non muore, perchè si nutre non della prepotenza della morte, ma della fragilità della Vita.

Della gratuità dell'Amore.

Stefano non c'è più, ma il suo sorriso è nel cuore di ogni essere umano che sia riuscito a rimanere tale.


E questo perchè qualcuna, di fronte a più sistemi perversi e violenti, non ha mai smesso, pur tra le lacrime, non solo di cercare, ma di pretendere coraggiosamente, civilmente, costituzionalmente, la Verità.

Con la forza, la rabbia, la tenacia, ma soprattutto l'Amore di una Donna.

Perchè la Speranza è: "una Risposta che risuona nel Vento"...



Francesco Lauria