lunedì 8 giugno 2026

MARICA SETARO: UN'ASSESSORA TRA ASPARAGI, VITAMINE E PERCORSI DI CONSAPEVOLEZZA, MEMORIA E LIBERAZIONE...

So che deluderò i miei (tanti) hater e i miei (pochi) nuovi follower antisinistra e anticapecchi, ma l'annunciata nomina di Marica Setaro ad assessora alla Cultura del Comune di Pistoia è, davvero, una buona notizia.

Ho ascoltato con attenzione Marica, con cui abbiamo amici in comune fuori Pistoia, nei diversi incontri promossi da Giovanni Capecchi sul tema delle politiche culturali (in senso ampio) sia in occasione delle primarie che della vera e propria campagna elettorale.

Che il tema cultura (insieme forse a quello delle periferie) rimanga l'argomento forte di Giovanni Capecchi l'ho scritto a commento, stamattina presto, di un post, come al solito trionfante, dell'inesorabile Agostino Fragai, sul "modello Capecchi-Pistoia per l'Italia, l'Europa e il Mondo..."

Tornando a Marica Setaro penso che il suo profilo sia quanto di meglio abbiano messo in moto in questi mesi la campagna di Capecchi e Capecchi proprio come persona.

Tra tanti autonominatisi elite generosa e primi della classe (un esempio? il primo primissimo primario, anche per preferenze Sandro Giannessi...) a Marica, che sa ovviamente prendere la parola quando è necessario, non interessano i riflettori per mostrarsi.

Il suo Cv, per me, che a Gorizia e proprio in quel luogo, nel sobborgo di San Pietro, dove sorgevano l'ospedale e il manicomio (ma anche il convitto dove abitava la mia ragazza) ho lasciato il cuore, è interessantissimo.

Studiare la storia della psichiatria in Italia e nel mondo ci permette di analizzare le dinamiche sociali e del potere: lo stigma e la rivolta, la speranza fatta di una paziente decostruzione di una verità imposta e di istituzioni totali che drammaticamente la società la spezzano, come spezzano, frantumano, nascondono le persone.

Ce lo ha spiegato benissimo Erving Goffman, nel suo celebre libro Asylums (1961) e ci dovrebbe venire in mente ogni volta che volgiamo lo sguardo al Colle Gigliato, alle Ville Sbertoli, (luogo anche della nostra Resistenza,) che non dovranno essere oggetto solo di un recupero urbanistico e artistico (necessario, per carità), ma divenire strumento di memoria del dolore, ma anche di una eresia, una scelta di liberazione e coscientizzazione.

Un percorso che dobbiamo in primis, in Italia, a Franco Basaglia e Franca Ongaro, ma che è anche la storia di tanti infermieri, portantini, pazienti, parenti, studenti che hanno saputo dire basta con i lager totali della nostra psichiatria.

E oggi dobbiamo dire basta ai Cpr, istituzioni totali, per la negazione della cittadinanza e dell'umanità dei migranti.

Dobbiamo questa sacrosanta rivolta anche a Mario Tommasini, parmigiano come me, eretico per amore della sinsitra, che i matti, seguendo l'esempio di Basaglia, li slegava in tutto il mondo, perchè in essi vedeva gli occhi delle persone, di soggetti meritevoli di ascolto, cura e riscatto, non oggetti di oblio e separatezza securitaria, sempre più spesso privata, tristemente e complicemente pagata.

Dobbiamo tanto anche a una figura importante, non da molto scomparsa, il prof. Leopoldo "Poldo" Tesi, che, da Pistoia a Gorizia, da Gorizia a Pistoia, ha saputo portare anche nella sua città l'approccio rivoluzionario che restituiva dignità e libertà alle persone, a parire dai più fragili, non dimentichiamo l'impegno per la chiusura dei brefotrofi, avvenuta definitivamente, in Italia, solo nel 2001.

Per questo, durante la campagna delle primarie, convinto di non esserci a votarlo perchè pellegrino sulle strade di San Jacopo, regalai a Giovanni Capecchi oltre a una maga lampadina da riempire di idee, poesie e sogni, una serie di adesivi.

Questi adesivi erano la copia adattata di quelli di cui si riempì Parma, nel 1998: da MARIO TOMMASINI JUST DO IT! a... GIOVANNI CAPECCHI JUST DO IT!

Come è andata con Capecchi, un po' si sa, io non posso e non voglio fare marcia indietro e confermo tutto quanto di pesantissimo ho detto e scritto in questi ultimi dieci brutti giorni.

Torniamo a Marica.

Marica Setaro, insieme a Prof. Massimo Bucciantini, compagno di vita, è stata, in questi anni, curatrice del festival "Le parole di Hurbinek" che ha saputo trasformare un sempre pù retorico e rituale Giorno della Memoria,  in un percorso più lungo, approfondito e apassionante di iniziative e di incontri, a partire dai giovani.

Un percorso che ha anche saputo fare rete, non solo istituzionale, senza isolare Pistoia, ma inserendola anche in spazi di cultura più ampi, aperti.

Ricordiamolo anche chi è, chi è stato Hurbinek: un bambino nato e morto a circa tre anni ad Auschwitz, cui simbolicamente si vuole dare una voce che non ha mai potuto avere.

Marica Setaro, infine, anche se stra-radicata a Pistoia (con puntate a Pisa) è, come me, un'immigrata.

Mi auguro che saprà, portare nella complessa e paludosa politica pistoiese l'umiltà e l'ostinata tenacia del suo Cilento.

Non quello dei cinema, delle commedie e dei lidi affermati e ormai patinati.

Quello delle montagne in cui è ancora forte il ricordo dei "briganti", sconfitti dalla storia narrata dai soli vincitori, e in cui si cammina e si colgono, quasi senza fine, gli asparagi selvatici.

Come certamente è noto alla nuova prossima Assessora alla cultura, gli asparagi, nelle loro tante varietà, sono particolarmente ricchi di vitamine e di  sali minerali.

Proprio ciò che ci vuole oggi a Pistoia e alla sua complicata politica.

E, non volermene Marica, proprio quello di cui mi pare aver bisogno, in questo momento, Giovanni Capecchi.

Cui, però, non posso che dire, per una volta... bravo!

Francesco Lauria

domenica 7 giugno 2026

PISTOIA (E NON SOLO...): LA POLITICA DELLE VETRINE TEMPORANEE; SELFIE, TICKET, LISTINI BLOCCATI E DEL "SALTO UN GIRO, MI RIPOSO"....

I nodi stanno per venire al pettine, con ritardo, ma prima o poi la nuova Giunta del comune di Pistoia sarà varata.

Nonostante un timidissimo, quasi impercettibile, aumento dell'affluenza rispetto ai deludenti numeri che portarono alla scontata riconferma (per mancanza di competitor adeguati) di Alessandro Tomasi al primo turno nel 2022, il tema della (mancata) partecipazione dei cittadini e delle cittadine, non è stato quasi toccato nelle analisi delle trionfanti truppe capecchiane (di diversa osservanza), ma è stato anche poco dibattuto nello spelacchiato centrodestra pistoiese, alle prese con l'abbaglio autoconsolatorio e creativo del c.d. "voto ideologico".

Fin dalla sciagurata e davvero provinciale scelta di "chiudere", quasi unici in Italia nel centrosinistra,  le primarie pistoiesi a giovani e immigrati - contro la quale ho scritto in tempi non sospetti su Report - mi sono interrogato su quali fossero i motivi di tanta disaffezione e disattenzione, certo radicata e nazionale, non solo pistoiese, dei cittadini alla politica.

Visti i risultati dell'affluenza, infatti, la tanto osannata "macchina da guerra" di Giovanni Capecchi, sia alle primarie (dove, nonostante la buona partecipazione, comunque inferiore ad altre tornate simili, il divario con Stefania Nesi è stato molto meno netto del previsto) che alle elezioni, ha riportato, è vero, gente di centrosinistra alle urne, ma si è limitata, visti i numeri, al cerchio di simpatizzanti e militanti, con la fisiologica aggiunta di qualche parente cammellato di candidati/e.

Il tema non è banale: di fronte alla crisi dei circoli culturali, alla separatezza con il mondo del volontariato (con l'eccezione, in questa tornata, dell'Arci per il centrosinistra e dell'Mcl per il centrodestra, oltre ad alcuni singoli), al sempre più forte ridursi della stampa libera e indipendente, di fronte alla disaffezione e alla diserzione alla militanza dei cittadini e delle cittadine "normali", come, quando e dove viene selezionata la classe dirigente? 

E' noto che le sedi vere e permanenti di partito siano sempre più rare, anche movimenti studenteschi giovanili di destra e di sinistra che avevano, in autonomia, provato ad aprire propri spazi, li hanno dovuti chiudere per mancanza di partecipazione e di risorse.

Tutto, o quasi, diviene digitale, temporaneo, virtuale, provvisorio.

Avrebbe detto un Leoluca Orlando d'annata: "tutto diviene tenda dell'eterno presente".

Un esempio sono le vetrine delle sedi temporanee di liste e comitati elettorali: se è comprensibile che quelli dei singoli candidati/e siano stati subito chiusi, mette un certe tristezza, ad esempio, vedere l'immediato smantellamento e svuotamento della sede della Lista Capecchi che, era stato promesso, non sarebbe stata una meteora elettorale che accomunasse le diverse elites pistoiesi, ma un esperimento politico più profondo e duraturo.

Nulla tutto chiuso, serrato.

Anche il Pd in centro ha mantenuto i manifesti, ma tiene la sede sempre serrata, in attesa, probabilmente di seguire (una volta tanto) l'esempio dei fedelissimi pasadaran del nuovo sindaco.

Al mercato, poi, non ci sono più i militanti e i candidati alla disperata ricerca, magari in ticket uomo-donna, della preferenza personale, ma un deserto e un silenzio che, pur distrattamente, viene di certo percepito dal cittadino comune, di nuovo lasciato solo con i propri problemi, sempre più individuali e, donmilianamente, sempre meno affrontabili, almeno in apparenza, con la "Politica", come arte del "sortirne insieme".

La preferenza doppia di genere ha poi creato una serie infinita di distorsioni e di lotte intestine ed è, peraltro, palesemente fuorilegge perchè contraria agli esiti del referendum del 1991 che di preferenze ne aveva indicata una sola, per bloccare i "giochi" da Prima Repubblica, in cui, qualcuno ricorderà, non si votavano, tanto i nomi dei candidati (che nemmeno si scrivevano sulla scheda), quanto i numeri della tombola della preferenza multipla, appannaggio specialistico delle correnti dei partiti.

Con l'"andate al mare", improvvido, di quel referendum, i leader socialista Bettino Craxi, iniziò il proprio declino politico e di potere.

Oltre alla tristissima "politica dei selfie", non possiamo però non considerare anche gli improvvidi e crescenti adepti del listino bloccato, per la prima volta, nel 2025, utilizzato dal Partito democratico regionale, paracadutante candidati e candidate  che, in particolare, su Pistoia e provincia, avevano subito sonore e plurime batoste per quel che riguardava il consenso...

“Non mi ha mai convinto, nonostante la motivazione nobile con la quale fu pensato – spiegava qualche mese fa lo storico dirigente Pci, Pds, Pd Paolo Bruni -: offrire la possibilità a un soggetto di particolare competenza e/o prestigio professionale o culturale di portare il proprio contributo senza passare dal vaglio elettorale. 

Aveva un suo perché. 

Temevo però che dietro questo velo nobile potesse celarsi una verità di real politik: la compensazione. Scegliere, per la prima volta, di utilizzarlo per candidare rappresentanti istituzionali e dirigenti di partito (Simona Querci, ndr) ne è la conferma”.

Infine un ulteriore elemento di riflessione due "cavalli di razza", piuttosto giovani, quindi non privi di energie, hanno, del tutto rinunciato a correre, almeno in prima persona, nelle amministrative 2026.

Si tratta di Riccardo Trallori (prima garantito vicesindaco, poi garantito assessore pesante, poi...?)  per il centrosinistra e di Gabriele Sgueglia nel centrodestra/Fratelli d'Italia che, se è vero che ha sostenuto i propri "fratelli e sorelle minori" di Gioventù nazionale, non è che abbia macinato i chilometri in questa campagna elettorale, nonostante il ticket dei ticket con Annamaria Celesti (uomo-donna, giovane-matura- destra-moderata).

 

Mi sbaglierò, ma questa balzana idea del "salto un turno, mi riposo", in tempi in cui tutto si misura in estemporanee, ma ricercatissime preferenze individuali, non porterà politicamente bene a nessuno dei due (rispettivi premi di consolazione comunque dati per scontati).

Un'ultima riflessione: alle ultime elezione i cittadini hanno avuto poche scelte anche per il candidato/candidata sindaco.

Mai, davvero mai, si erano avuti solo tre candidati e la scusa delle primarie per il centrosinistra, che tutto erano tranne che una novità, non regge.

Siamo ad una "americanizzazione" semplificatoria della politica? 

Due soli schieramenti/cartelli elettorali, comitati provvisori, campagne a suon di reel di pochi secondi solo sulla persona, e mai sulle idee, sul partito, sulla politica?

Io, purtroppo, temo di sì, nonostante quanto sia variegato, ad esempio, il campolargo.

Ed il primo a dover fare i conti con le proprie evidenti contraddizioni, il primo che non potrà più mettere la polvere sotto il tappeto, non mi si dica che è diventata la mia ossessione, è semplicemente, stato eletto è, ovviamente, il neo sindaco Giovanni Capecchi.

Che, se ne accorgeranno presto anche i suoi hooligans, super/pieni poteri, anche per indole, non li ha o non è in condizione di esercitarli/mantenerli.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

sabato 6 giugno 2026

GIOVANNI CAPECCHI: PISTOIA E LE DUE PALUDI.

Giovanni Capecchi è una persona abile.

Non intendo alla leva (immagino abbia fatto obiezione di coscienza, visto che in famiglia: "facevano obiezione alle spese militari"), ma in generale.

Sicuramente con la parola, ma anche con lo sguardo, i silenzi, l'ascolto.

Uno a cui, abbastanza facilmente, dai fiducia, credito.

C'è una data che per la storia recente di Pistoia e di Giovanni Capecchi è uno spartiacque: il 28 febbraio 2026.

Lo ha detto spesso anche in campagna elettorale, Capecchi: lì è cambiato tutto.

A San Domenico c'ertano 400-500 persone, una vera folla per Pistoia.

C'era anche io, di più, sono tra i cinque-sei che sono intervenuti: annunciando il mio personale sostegno al candidato che chiedeva, finalmente e a gran voce, le primarie di coalizione.

Quella di San Domenico fu una grande prova di forza e una pesante sfida alla maggioranza del Pd pistoiese che aveva respinto sdegnosamente la candidatura Capecchi e aveva proposto l'allora poco conosciuta consigliera comunale ed insegnante Stefania Nesi.

Mentre osservavo la sala mi rendevo conto che su cinquencento persone ne conoscevo forse una ventina, ero consapevole che Capecchi non rappresentava del tutto il mio mondo e i miei valori, ma il suo intervento mi convinse pienamente.

Anche se non pienamente riportato, ma per fortuna ci sono le registrazioni, annunciandolo all'inizio dell'intervento e tornandovi alla fine, il professore trapiantato (in parte) a Perugia si impegnò molto a descrivere la "palude" di Pistoia.

Scelse l'immagine del fatto che il Palazzo Comunale sia stato in tempi medioevali costruito su una palude e che si risvolti si erano fatti sentire fin nel ventunesimo secolo.

Capecchi promise (ma poi non lo fece) di lasciare un foglietto in cui fosseri scritti i vari dossier/macchine del fango in preparazione su di lui.

Dossier, fece capire chiaramente, non a opera del centrodestra, ma di chi: "nel centrosinistra è non contrario, ma contrarissimo alla mia candidatura".

Un esempio: la sua incompatibilità rispetto al ruolo (questione di famiglia) nella Fondazione Cassa di Risparmio legata al pesante ritardo nelle sue dimissioni, in chiara violazione del codice etico.

Capecchi si difese non nel merito (non poteva farlo) ma facendo presente che nella sua stessa situazione vi erano politici della provincia di Pistoia sia di centrodestra che di centrosinistra (ed era vero...)

Gli altri temi sono noti: gli articoli di giornali e le voci sui concorsi all'Università di Perugia, fantomatiche ville all'estero, etc.

Fu molto chiaro Capecchi: promettendo di bonificare, nemmeno fosse il lago del Fucino di mussolinana memoria, la palude della politica pistoiese, a partire da quella rappresentata da una non piccola parte di centrosinistra.


Come è andata si sa: Giovanni Capecchi è stato più forte delle voci (vere e false) che giravano su di lui, ha incassato via via sostegni sempre più alti (fino ad Elly Schlein) e ha vinto prima le primarie del campolarghissimo pistoiese e poi le elezioni contro il timido e rassegnato centrodestra di Annamaria Celesti.

Un centrodestra uscito in città vincitore per vera disperazione, quasi solo dove regna incontrastato e incontrastabile un altro personaggio davvero peculiare del microcosmo pistoiese: Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, rimosso dal Vescovo Fausto Tardelli, per fatti gravissimi, nell'agosto 2025 ed ora, come se nulla fosse, plenipotenziario a Ramini.

Dopo le mie vicissitudini con un potente datore di lavoro che mi aveva messo alla porta per motivi politici e discriminatori dopo vent'anni di impegno e passione, personalmente, in quello scampolo di inverno che bussava alla primavera, non potevo non essere sensibile a chi, come "San" Giovanni Capecchi, diceva di opporsi alla "macchina del fango".

Ma pur da "neocapecchiano" seppi prendere le distanze dal futuro sindaco quando, con una scelta di inarrivabile incoerenza, lui e Avs-Sce-Possibile espropriarono gli immigrati residenti e i giovani universitari e non, del diritto di veto alla primarie, contrariamente a quanto avveniva a Viareggio la settimana prima.

Con grande abilità, poi, Capecchi avvicinandosi il voto, ha mantenuto il concetto della palude, capovolgendo, però, completamente la narrazione.

La palude non era più rappresentata dalle trame oscure della maggioranza del Pd comunale e di alcuni ex sindaci/poteri forti della città, ma dai nove anni del centrodestra.

E così, nuovo storytelling perfetto e ben confenzionato, a bonificare, ridare energia, soffio di vita ai territori, tutti i territori, dal Manzanarre al Reno, da Bottegone all'Orsigna, passando per Cireglio, arrivava proprio lui: il taumaturgico, buono, onesto, competentissimissimo Giovanni Capecchi da Candeglia, Perugia, Pistoia, Mondo.

L'uomo della Pace, ma anche delle buche e delle varianti.

Delle regole a targhe alterne (dehors e ztl sì, Biancalani viediamo...) e della grande responsabilità sociale e ambientale del vivaismo pistoiese, descritto senza remore, come una sorta di grande associazione benefica pronta a salvare l'Amazzonia dalla deforestazione e il mondo dal cambiamento climatico.

Insomma Giovanni Capecchi diventa l'uomo delle due paludi prosciugate: prima i cattivissimi, oscuri, terribili schizzi del centrosinistra e poi gli esiti deludenti degli ignavi, tendenzialmente un po' incapaci e da poco usciti dalle caverne, politici e amministratori uscenti di centrodestra.

Già questi primi giorni post elezioni ci hanno dimostrato che Capecchi non ha i super poteri che gli hanno frettolosamente attribuito i suoi hooligans, molto attivi anche sul web, da veri e propri leoni digitali.

Lui che proprio un pischello non è, si è peraltro affidato ad un capo di gabinetto alle soglie della pensione, rodato decenni fa dal fido Agostino Fragai.

Quella che rimane orfana una volta che termina la fascinosa narrazione è la Politica.

Quella vera.

Quella di visione e di concretezza. Che affronta i bisogni ed i desideri delle persone, accompagna le loro aspirazioni.

Assicura il pane, ma non si dimetica delle rose.

Si esprime in poesia, ma sa vivere anche la quotidianità faticosa ed estenuante della prosa.

Una politica portata avanti da persone che sappiano fare "della contraddizione tra fatti e valori", una questione personale.

A me, sinceramente, di tutta la narrazione capecchiana (intesa come gruppo, cerchio magico, elite delle elites, amici nel potere e nei poteri, non come singola persona) rimane davvero poco.

Forse un po' di melma politica paludosa nelle mani, cui contrappongo un sapone di quelli grossi, grossi, antichi.

Per pulirmele.

Francesco Lauria

giovedì 4 giugno 2026

PIERRE CARNITI, UN PENSIERO "NATURALE" PER MIGLIORARE IL LAVORO DI OGGI (IN MEMORIA DI PIERRE A 8 ANNI DALLA SCOMPARSA).

La risacca è il moto di ritorno dell’onda che, respinta da un ostacolo, si scontra con l’onda successiva in arrivo dando origine a un frangente.
Ma è anche il titolo di uno degli ultimi libri di Pierre Carniti, indimenticato e indimenticabile segretario generale della Cisl e protagonista opportuno del Novecento italiano.
In questo video, in particolare con la testimonianza di Francesco Lauria, si racconta l’incontro con Pierre Carniti anche nel solco della riflessione su un lavoro che è sempre: “un fatto sociale e relazionale”.

Vedi il video de Il Buon Lavoro su Pierre Carniti: 


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UN CALABRONE CHE, INASPETTATO, VOLA. E BRUNO BUOZZI FUCILATO DAI NAZIFASCISTI PER LA NOSTRA LIBERTA' (4 GIUGNO 1944 - 2026)

Al Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, dove oggi, 4 giugno, inizierà il modulo finale (data originariamente scelta da me) del corso di formazione per contrattualisti privati, ci sono diversi padiglioni.

Il principale, la Villa Medicea, antica, è dedicata al leader della corrente sindacale cristiana nella Cgil unitaria, il costituente e anche fondatore delle Acli Achille Grandi.

Vi è poi un secondo padiglione, operativo del 1960, la cui prima pietra fu posata insieme da Giulio Pastore e Giorgio La Pira, che è dedicato al sindacalista socialista Bruno Buozzi. Non poteva essere altrimenti, essendo Buozzi, al pari di Grandi, ispiratore principe del sindacalismo libero e democratico.

Proseguendo, vi è un padiglione intitolato ad un martire del sindacalismo libero, ucciso giovanissimo (24 anni...) nel secondo dopoguerra nella zona di Bologna da estremisti comunisti rei-confessi: Giuseppe Fanin. 

Infine, laddove era la biblioteca, ma oggi vi sono camere matrimoniali e bagni, vi è, magari per coda di paglia, un settore dedicato al sindacalista e intellettuale cislino romano Eraldo Crea, già direttore della mitica rivista sindacale: "Il Progetto".

L'unica area dedicata ad una donna, ormai oltre dieci anni fa, è, sempre iniziativa mia in accordo con la direzione dell'epoca, la sala lettura intitolata all'operatrice Cisl sui temi europei Maria Irace, anche se ormai si legge molto, molto poco e ci si va a fare conferenze.

Infine, e di questo tutti andavamo orgogliosi, vi è un'aula, appena entrati, dedicata a Damiano, che non è un grande leader sindacale o un intellettuale, ma lo storico portiere di notte del Centro Studi, persona accogliente e inclusiva, un "santo minore" del sindacato, direbbe il sociologo cislino Bruno Manghi.

Uno qualunque, uno di noi.

Capitò a me e all'indimenticato altro grande presidente nazionale delle Acli e storico segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati, Emilio Gabaglio, che un dirigente sindacale di medio corso ci dicesse, ormai quasi quindici anni fa: "Achille Grandi? E chi è? Io conosco, soprattutto Serena Grandi, tuttalpiù la cantante Irene Grandi che è di Firenze o giù di lì!".

Non era una battuta, il sindacalista non aveva davvero alcuna idea di chi fosse Achille Grandi.

Fu così che, con Emilio, riuscimmo ad ottenere di installare in tutti i padiglioni del Centro Studi delle teche in vetro (un po' troppo piccole, in verità) in cui fossero pubblicate in italiano ed in inglese quattro biografie, a mia cura e con la revisione linguistica di Luigi Lama, di Grandi (Achille), Buozzi (Bruno), Fanin (Giuseppe) e Crea (Eraldo).

Le biografie possono tutte essere rintracciate qui: https://www.centrostudi.cisl.it/category/padiglioni-storia/

Non mi accontentai e, per decenni, mi sono inventato il c.d. "tour storico camminando attraverso i padiglioni del Centro Studi".

Credo di averne realizzati centinaia, sempre partendo dalla reception di "Villa Grandi".

E dall'ex vano valigie, ora luogo di uffici di Unitas Spa, raccontavo sempre per primo un fatto importante: lì era situata la cappella originaria della Villa. 

Giulio Pastore e Mario Romani, uno primo segretario generale, l'altro ideologo e ispiratore del sindacato libero, entrambi fortemente credenti, decisero di cambiare destinazione alla cappella interna.

Pastore pronunciò una frase modernissima a delineare la laicità della Cisl che è un concetto molto ampio cui sono stati dedicati, peraltro, bellissimi libri:

"Nessun lavoratore (o lavoratrice) deve vedere mortificata, aderendo al sindacato libero, la propria personale concezione di vita".

Fu così che venne definitivamente archiviato il proposito, sostenuto tra gli altri da Carlo Donat Cattin, del sindacato confessionale, come esisteva, per fare alcuni esempi europei, in Belgio e Francia.

All'oltre il migliaio di sindacalisti e sindacaliste, di giovani, italiani e stranieri, che ho formato, camminando per i padiglioni del Centro Studi ho sempre raccontato, a lungo anche di Bruno Buozzi.

Per vari motivi: una vita complessa e affascinante (terminata tragicamente con la fucilazione nazifascista a La Storta, nella periferia romana) e per il suo essere straordinario e significativo punto di incontro tra tutte le culture riformiste sindacali italiane.

Buozzi, come è noto, fu un grande leader, ma soprattutto un grande contrattualista, a lui si deve, nel febbraio 1919, quando dirigeva la Fiom (quella originaria...) la firma del primo contratto nazionale di settore di lavoro in Italia. Con il limite, ad esempio, che allora era una grande conquista, delle 48 ore di lavoro settimanali.

Ma Buozzi, tra il 2 e il 3 settembre 1943, prima addirittura dell'armistizio di Badoglio, è colui che, con un accordo con il Presidente di Confindustria Mazzini, ricostruisce le commissioni interne nelle fabbriche e negli uffici, ridà vita, insomma, alla democrazia economica, nel nostro paese, nei luoghi di lavoro, ancor prima che venga riconquistata pienamente la democrazia politica.

Quando fissai per il 4 e 5 giugno il modulo finale del corso contrattualisti, un corso importantissimo e complesso, della durata di circa un anno, che ho avuto l'onore e l'onere di dirigere per circa dieci edizioni, avevo pensato che, il 4 giugno, anniversario del suo assassinio, sera avremmo potuto rappresentare uno spettacolo teatrale che, alcuni anni fa, era stato dedicato a Bruno Buozzi.

Lo avremmo potuto realizzare, avendo i testi, con i corsisti, non con attori e attrici esterne, perchè il teatro è, esso stesso, strumento e occasione di formazione.

Non sarà così. Anzi io non sarò, ovviamente, presente al Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze.

Ma sarò a Roma, al Cnel, al convegno dedicato al grande sindacalista socialista a ottanta due anni dalla sua scomparsa.

Recentemente sono stato all'Istituto Nazionale Parri di Milano, dedicato alla Resistenza, e ho potuto leggere l'eccezionale epistolario tra Buozzi e Saragat, quando entrambi si trovavano in esilio, cacciati dal fascismo.

Ho scoperto, dietro ai baffi austeri del sindacalista ferrarese, una grandissima umanità, in tempi difficili e di esilio, di solitudine.

Bruno Buozzi è stato sfortunatissimo, fu intercettato da una colonna quasi sbandata di nazifascisti in fuga dalla capitale, e poi processato sommariamente e fucilato.

Un combattente e un martire della nostra democrazia e della nostra libertà, non una via di città e paesi di cui non si conosce l'origine, la storia, il perchè.

Sarebbe bello che a Pistoia e in tante città d'Italia, alle targhe delle vie o a dei monumenti si aggiungessero dei Qr code (qualcosa di simile esiste già, ad esempio, a Parma) con dei brevi podcast che raccontino, ai giovani e non solo, chi c'è stato prima di noi.

Che cosa ha vissuto, in cosa ha sperato, in cosa è stato sconfitto/a, perchè ci ha lasciato qualcosa di importante.

Viviamo in un eterno presente privo di memoria e orfano di visione.

Ritrovare le proprie radici può aiutarci ad essere consapevoli che abbiamo le ali.

E che, proprio come il sindacato, quando è sindacato vero, dei e tra i lavoratori, possiamo volare.

Anche se rimaniamo, paradossalmente, un grosso, grasso, impacciato calabrone.

E qui, il pensiero, con un po' di nostalgia, non può che andare a Pierre Carniti e al resistente Franco Bentivogli che con l'odore della fabbrica tra le ossa e l'impegno del cuore hanno saputo tracciare una via fondamentale per una democrazia matura e dal basso nel nostro complicato Paese.

Quando il cielo, un po' lo si assaltava e un po' lo si abbracciava.

INSIEME.

Francesco Lauria

martedì 2 giugno 2026

"SONO PRONTO A MORIRE". NELSON MANDELA vs GIOVANNI CAPECCHI. E QUALCHE SPIEGAZIONE.

E' comprensibile che di fronte al pieno sostegno che gli avevo tributato, apprezzatissimo dal candidato, quei tre o quattro interessati alle mie idee sulla politica cittadina, o che abbiano voglia di discutere senza schiaramenti a priori di politica, siano rimasti non poco increduli e, magari, anche perplessi.

Mi capita, in questo periodo a Pistoia, di incrociare, nel cerchio dei militanti politici, trattamenti molto diversi, direi, sintetizzando, quattro: 

1) c'è chi mi ingnora, completamente e con un certa cattiveria;

2) chi mi ferma, spesso addirittura in Chiesa, per farmi i complimenti, sia per i contenuti dei miei interventi, che per il coraggio di criticare un sistema quasi "rampante", appena insediatosi, anzi in via di insediamento; 

3) chi mi insulta, quasi sempre solo sui social, in stile "leoni da tastiera", soprattutto se oso criticare il neosindaco e "idolo-modello-laboratorio" Giovanni Capecchi; 

4) chi, e purtroppo sono pochissimi, interloquisce con me, si confronta, magari mi pone qualche critica costruttiva o mi da ponderati, e da me sempre apprezzati, consigli.

Tornando a come si è sviluppata la vicenda politica cittadina: più cresceva il mio sostegno a Capecchi, più conoscevo, in questi mesi, il suo entourage, anche il più ristretto, più vecchi amici di centrosinistra mi criticavano anche aspramente per il mio: "espormi senza sapere", per le mie cocciute, solite: "cambiali in bianco accordate senza garanzie".

Non avevano torto.

Sono arrivato a sostenere Giovanni Capecchi, discutendo duramente, anche con chi lo considerava una sorta di bolla in cui gran parte del centrosinistra pistoiese e tutta la sinistra erano caduti.

Era lo stesso Capecchi, però, a prevenire queste critiche con un complesso atteggiamento vittimista che anticipava, addirittura, gli attacchi strumentali e "paludosi" che gli venivano o gli sarebbero venuti dalla sua stessa parte politica (si veda, il molto bello, per altri contenuti, discorso di San Domenico, del 28 febbraio 2026).

Ritengo che i Capecchi (al di là della diffusione estrema del cognome a Pistoia) siano almeno due, si chiamino entrambi Giovanni e siano, recentemente, entrambi diventati sindaci.

Il primo ha saputo, con pazienza e intelligenza, allargare il proprio consenso, mantenendo una parola d'ordine unitaria, usando anche lo strumento delle primarie, in un primo tempo derubricato; inserendo parole d'ordine programmatiche inconsuete ed importanti, 

Penso alla Pace e alla Palestina, al recupero del suolo (e non solo lo stop al consumo di suolo), alla dimensione internazionale della cultura nelle sua varie sfaccettature, ai processi e meccanismi partecipativi (che, però, in sincerità, il neosindaco ha sempre finora enunciato, senza mai entrare tecnicamente nel merito e nel metodo).

Capecchi, in questo periodo, è stato molto, molto più timido, e a tratti deludente, su una serie di dossier importanti: dal glifosato e dall'inquinamento legato all'attività vivaistica, alla revisione radicale del piano del traffico e dei nuovi insediamenti industriali, ad una matura ed equilibrata gestione dell'immigrazione e dell'accoglienza, priva di inutili tossine ideologiche.

Giovanni Capecchi non è arrivato a prendere posizioni soddisfacenti per vari motivi:

1) una coalizione larghissima, in cui le differenze di programma e di impostazione politica, financo di valori, non potranno non venire prestissimo al pettine;

2) una coalizione che ha vissuto due mesi da separata in casa ed in cui i due quartier generali si lanciavano bombe e droni senza particolare ritegno di causare, politicamente, morti e feriti;

3) la scelta, evidentissima nelle ultime due settimane prima del voto, di non esporsi minimamente sui temi più spinosi, due esempi: immigrazione e allargamento graduale della Ztl nel centro storico;

4) un errore tattico strategico che sta pagando in queste ore: quando affermava che, a parte la vicesindacatura di Stefania Nesi (con quali deleghe?), nulla era stato negoziato, io credo che, in questo caso, fosse sincero. Non si erano fatte riflessioni vere, in tutto il centrosinistra, nè sui nomi, nè sulle priorità programmatiche da condividere, progettare, realizzare in maniera partecipativa, al di là di un programma scritto dai partiti nelle segrete stanze, ormai un anno prima. Può darsi che oggi sia varata la Giunta, ma sarà, in ogni caso, un parto prematuro, un gattino dagli occhi ciechi.

A questo, per me, si aggiunge una scelta davvero incomprensibile, dolorosissima, contraddittoria.

In occasione del conflitto duro, ma tutto politico ed etico con una parte del suo staff e un candidato poi eletto, Capecchi, prima mi ha manifestato, anche in forma scritta ed inequivocabile, piena comprensione e sostegno, poi è sparito, non ha voluto approfondire, prendere parte, ha fischiettato, lasciato fare.

Tutto questo vale anche per gli atteggiamenti umanamente e politicamente più turpi e con indubbi profili di gravi responsabilità, anche penali.

Su questo, deciderà ovviamente non il sottoscritto, ma la magistratura, anche perchè anche io, lo dico con trasparenza, mi devo anche difendere da accuse totalmente inventate, pretestuose, maturate in "associazione". Volte, con cattiveria, cinismo, vigliaccheria a distruggere, uccidere politicamente e umanamente anche un cavallo.

Ma, andando oltre il mio caso personale, mi sono chiesto e ho anche chiesto in città ad alcuni, non proprio ininfluenti amici: "Ma quando si troverà a gestire una vicenda ben più complessa della mia, con pressioni fortissime, con interessi in gioco ben più importanti... come si comporterà il sindaco Giovanni Capecchi?"

Citerà sterilmente, senza crederci più di tanto, Giorgio La Pira e/o Martin Luther King, o prenderà posizione verso la verità e la giustizia? 

Si metterà in gioco oer Pistoia e per i suoi cittadini e cittadine, a partire dai/dalle più fragili, come assicurato in campagna elettorale, o sarà, invece, tristemente e inesorabilmente, prono ai potenti/arroganti/prepotenti di turno?

Non mi pare una domanda banale, non mi voglio dare risposte definitive, certo la mia esperienza personale con Capecchi (sia chiaro, del tutto estraneo ai fatti che contesto e che ho denunciato) è stata in questo ambito: terribile, spiazzante, deludente.

La mia impressione (invero, sempre più radicata, anche a causa degli ultimi incomprensibili e un po' anche ridicoli contatti personali) è che Giovanni Capecchi, si sarà anche preparato venti anni in esilio per fare il sindaco di Pistoia, ma non è assolutamente pronto per esserlo e, forse, non lo sarà mai.

Tutto ciò non toglie, ovviamente, che lo stesso Capecchi possa rivelarsi un valente docente e studioso universitario o un bravo e onesto (anche se talvolta un po' assente, mi dicono) animatore di parchi letterari, etc.

Ma tantè, la frittata ormai è fatta e ce la dobbiamo mangiare.

Non è il solo punto: la mia delusione (che è personale e soggettiva, non vuole essere la "verità", per carità) si è sviluppata conoscendo meglio un "sistema" di sostenitori e di leadership politico/partitica, ma anche associativa del centrosinistra pistoiese che, sinceramente, a me pare, con pochissime eccezioni, sostanzialmente imbarazzante.

Indubbiamente, e come altri commentatori e giornalisti hanno già fatto rilevare, al di là della figura di Capecchi e della sorpresa davvero positiva Stefania Nesi, questa campagna elettorale ha mostrato, sia per il centrosinistra che per il centrodestra, una evidente mancanza, un vuoto, anche generazionale, di classe dirigente (fatte salve le solite parentele, dinastie, etc...)

Ci si chiede (sempre al netto delle parentele e delle dinastie, inevitabili come le tasse): come e da chi venga selezionata questa classe dirigente, poi avallata da un sistema, a tratti perverso, delle preferenze multiple di genere, che ha effetti più nefasti del sistema proporzionale nella Prima Repubblica pre referendum del 1991.

D'altronde, non lo dico io, ma lo ha scritto, più autorevolmente di me, in occasione dell'ottantesimo anniversario della Repubblica, l'ex parlamentare, sottosegretario e Ministro, il pistoiese Vannino Chiti (amico e sostenitore della prima ora di Capecchi): 

"Non si è ancora compiuta, dopo ottant’anni, una ricomposizione dell’unità degli italiani sul solo terreno giusto e possibile, quello fondato sull’assunzione come valore comune del patrimonio congiunto Liberazione-Resistenza-Costituzione. È la causa della fragilità del nostro del nostro Paese rispetto alle sfide e ai compiti di oggi: per primo quello di contribuire da protagonista al compimento della democrazia europea e all’affermazione della pace".

Un'ultima considerazione...

Le mie precedenti vicissitudini, (per chi volesse qualche assaggio, può leggere i link seguenti) mi hanno forgiato e sono pronto al contrattacco, come è avvenuto per le azioni improvvide del mio ex datore di lavoro. 

Soprattutto, sono pronto al far valere, con pazienza, fiducia, ostinazione e determinazione i principi e le pratiche dello Stato di Diritto.

A partire dai più deboli e dai più fragili, come, ad esempio, sono sempre le lavoratrici e i lavoratori nel diritto e nel processo del lavoro (uno dei capisaldi delle importanti conquiste degli anni Settanta...)

https://sindacalmente.org/wp-content/uploads/2025/09/La-difesa-non-e-piu-un-diritto_Il9marzo.pdf 

Tre ore e tredici minuti di diritti: https://www.il9marzo.it/?p=10779

https://sindacalmente.org/content/il-caso-lauria-diventa-caso-cisl/ 

"Gli eroi della classe operaia". Intervista a Francesco Lauria su Radio Onda d'Urto:

https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw 

Termino: scriveva dal carcere, era il 1964, nel difendersi senza avere diritto di difesa, l'indimenticabile Nelson Mandela: 

"La lotta del popolo africano trae ispirazione dalla sue sofferenze ed esperienze. E' una lotta per il diritto di vivere. Nel corso della mia vita mi sono dedicato a questa lotta del popolo. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l'ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.

E' un ideale per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma, se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire".

Francesco Lauria

lunedì 1 giugno 2026

PRIMA DEL 2 GIUGNO 1946. LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE (E NON SOLO): "NON PER BELLEZZA".

La giornata del 2 giugno 1946 con il primo riconoscimento nazionale del voto alle donne deve spingerci a riflettere: che cosa è avvenuto prima?

Se ci fermiamo all'immediatamente prima una lettera molto interessante è il recente saggio della storica emiliana Margherita Becchetti: "Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana", Mup Editore.

Il volume prende il proprio titolo da una frase della partigiana Elsa Oliva

Quando salì in montagna per unirsi alla Resistenza, pretese subito un'arma dai compagni maschi, chiarendo che l'avrebbe tenuta con sé "non per bellezza", rifiutando i ruoli tradizionali di cura, di servizio o di semplice compagna.

Il tema centrale del libro della Becchetti è l'analisi profonda e documentata sul ruolo attivo, armato e politico delle donne nella Resistenza italiana. 

Spesso, infatti, le figure femminili sono state messe in secondo piano o silenziate dalla narrazione storica ufficiale, prevalentemente maschile.

Ma non possiamo fermarci qui.

Possiamo/dobbiamo tornare indietro di più di 120 anni, all'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.

Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.

Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.

Tutte queste iscrizioni furono respinte. 
Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".

In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".

Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi che seguì di un anno la riforma dell'arcaico diritto di famiglia italiano.

In questa ricostruzione storica può allargare il nostro riflettere il teatro greco.
 
Torniamo all'Antigone di Sofocle in cui i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono due tesi politiche e filosofiche opposte.

Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".


Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze;  ha dominato per secoli, anche sostenuto da un diritto totalmente avulso dal buon senso e dalla realtà.

Noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire" a tutto ciò. A quello (non poco) che rimane.

Ma disobbediremo, diremo di no, anche a quelle donne che, nel fare propri modelli e modalità maschili, si sono dimostrate più realiste del re, più violente della violenza, più patriarcali del patriarcato.

Dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.

Come ha giustamente affermato Gino Cecchettin, l'Amore, infatti: "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro. Anche politicamente.

Il potere, il patriarcato (anche quello femminile), il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. 

E questo non vale solo per il 2 giugno 2026, esattamente ottanta anni dopo che, con il riconoscimento generale del voto alle donne in Italia, un assurdo no è divenuto un normalissimo, lapalissiano, molto più che tardivo sì.

Francesco Lauria
Presidente Associazione Sognare da Svegli

LA DIGNITA' DEL LAVORO E DI UNA VITA IN UN SOSPIRO. E IN UNA STORIA, A FINE TURNO...

Siamo ormai a fine turno, in un supermercato di Pistoia, fra i più grandi.

I cassieri maschi sono davvero pochi, quelli "anziani", ancora meno.

Vado alla sua cassa, so che, pur non essendo velocissimo, sarà preciso e gentile.

Prima di me, una persona straniera ha comprato birre, patatine, salatini.

Lui si accorge subito che il cliente non parla italiano e gli chiede comunque, in perfetto, inglese se ha la tessera fidelity.

Il cliente risponde di no, che non gli interessa e lui lo saluta, sempre in perfetto inglese, anche come pronuncia.

Avevo creduto di dover intervenire, per aiutare a spiegare, ma non ce ne era stato bisogno.

Lui mi guarda e mi dice: "Sa, ho lavorato per tanti anni per una società americana, vendevamo, negli anni Ottanta, a Pistoia, le Chevrolet, poi siamo passati alla Fiat, poi, dopo trentuno anni abbiamo chiuso. Io l'inglese l'ho studiato al liceo, all'Università, l'ho praticato al lavoro. Diciamo che un po' me lo ricordo, pur tra questi benedetti scaffali".

Non ci sono, quasi un miracolo, altri clienti dopo di me.

Il cassiere aggiunge: "Oltre alla perdita del lavoro, ho avuto problemi di salute e mi sono dovuto reinventare, ed eccomi qui, alla cassa, ma fra dieci mesi, se Dio vuole, vado in pensione..."

Poi vedo che deve dirmi qualche cosa e lo fa in un sospiro: "ma ogni lavoro può essere fatto bene, con dignità".

Gli faccio i complimenti, sia per l'inglese, sia per la passione, la precisione e la gentilezza che mette nel suo lavoro quotidiano. Non è la prima volta che lo osservo, in silenzio.

Ho pensato ai miei lavori: nei campi di cipolle, nelle fabbriche dei gelati, nelle industrie metalmeccaniche che producevano scatolette di tonno per i paesi arabi, al banco degli autogrill nell'estate rovente e affollata sull'A1, nell'industria chimico farmaceutica, nelle redazioni (o meglio con le redazioni) a 5-6 euro al pezzo, come rilevatore Istat nei paesini friulani, a volte accolto con fiumi di vino e a volte quasi a fucilate.

Mentirei se dicessi che mi sono sempre trovato bene. Che non mi sono sentito, a volte, sfruttato, leso nella mia dignità.

Altre volte, invece, proprio come il mio amico cassiere, ho svolto lavori considerati umili (e nel suo caso "femminili") con dignità e apprezando quello che facevo, con chi mi relazionavo, come lo facevo, magari dopo un po' di necessario rodaggio.

A volte non conta lo stipendio, nemmeno lo stigma di genere, in questo caso, ribaltato.

Conta come si va a letto la sera.

Consapevole di aver regalato, come fa il mio amico cassiere, un sorriso gratis ad un'anziana sola o un bollino dimenticato al settecentesimo cliente che nemmeno ti saluta o ti ringrazia.

Il lavoro non è merce. Il lavoro è umanità, come diceva Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl, mio maestro: "è un fatto sociale e relazionale". 

Restiamo umani.

Anche a pochi minuti dalla chiusura, in un supermercato di una città di provincia che, a volte, sa essere spietata. Anche con chi non se lo merita, anche con chi ringrazia, con chi sorride gratis. Senza volere nulla in cambio.

Con chi, nonostante tutto, non ha ancora voglia di smettere di sognare.

Da sveglio.

Francesco Lauria