venerdì 19 giugno 2026

"GRAZIE PER TUTTE LE LACRIME CHE MI AVETE FATTO VERSARE".

In questi giorni, lo ammetto, sto barcollando.

Trovarsi a combattere contro due sistemi è, forse, troppo anche per me.

Ricordo che dopo il settimo, incredibile, lodo dei probiviri nazionali Cisl, da me attivati, proprio quello relativo a Roberto Pezzani, segretario generale nazionale Fnp Cisl, presi una decisione difficile, non so ancora oggi se giusta, visto che di procedimenti aperti, in sei collegi diversi, ne erano rimasti circa una trentina.

Capii, però, che per me era troppo: troppo umiliante confrontarmi con un sistema, quello dei probiviri, apparentemente anche cordiale, ma che mi guardava davvero come un ufo, un vero extraterrestre. 

Era davvero impensabile che, nel 2026, per di più nella Cisl, potesse esistere qualcuno/a che, incredibilmente, pensasse che, con la "magistratura interna" di una organizzazione, in questo caso la Cisl nazionale, fosse possibile ottenere una qualsiasi forma di giustizia, anche calmierata, anche parziale, financo prudente.

No, non era possibile.

Mi era stato spiegato, ma io imperterrito, sostenuto anche da centinaia di sottoscrittori/sottoscrittrici alla mia raccolta fondi per le spese legali e, appunto legate ai probiviri (tutte rendicontate) avevo voluto andare avanti.

Proprio rispetto a Pezzani, da me considerato davvero figura esemplare in negativo, durante tutta la sua lunga carriera sindacale, avevo davvero dato l'anima, profuso ogni sforzo morale, impiegato ogni risorsa di energia disponibile.

Non si trattava di un'azione contro una persona, perchè anche la persona peggiore del mondo non merita il male, ma proprio contro un sistema, dal mio punto di vista perverso e, senza alcun dubbio, anticostituzionale (ricordiamo, rispetto al funzionamento interno dei sindacati, la mancata piena applicazione dell'articolo 39 della nostra Costituzione).

Non sto denunciando alcun reato, ma in particolare rispetto alla figura di Pezzani, più che ad altre (erano i giorni in cui ANCHE in rapporto alla mia vicenda veniva fatto dimettere Onofrio Rota, segretario generale nazionale Fai Cisl) riscontravo una sorta di terrore, timore reverenziale, come se potesse arrivare una sorta di King Kong furibondo e tutti, ma proprio tutti, dovessero solo scappare.

Ricordo che, probabilmente anche a causa di queste suggestioni (magari c'è anche un po' di mito da corridoio sindacale) la notte prima dell'incontro con i probiviri in Via Lancisi a Roma, sognai davvero Pezzani, alla guida di una schiera di carri armati, tutti con disegnati una P bianca, e che muovevano, con convinzione e virile belligeranza, verso la storica sede della Cisl di Parma, in Via Lanfranco.

Il sogno, comunque, si interruppe, prima che vi accadesse alcun evento cruento, non vorrei che Pezzani o, qualcuna del suo staff, mi querelassero anche per: "sogni proibiti".

Venendo alla realtà, nel lodo di totale "assoluzione" di Pezzani emesso dai probiviri confederali era scritto che il collegio aveva deciso anche sulla base della sua "memoria difensiva".

A differenza di Daniela Fumarola, Danilo Battista, Alessandro Spaggiari, Ignazio Ganga, Sauro Rossi, lo stesso Onofrio Rota, etc. che avevano prodotto, in quasi tutti i casi, corpose e dotte memorie difensive nei miei confronti, (quanto devo averli fatti penare però...) e che, correttamente rispetto allo Statuto me le avevano per tempo e per Pec fatte pervenire, Pezzani, violando spudoratamente Statuto, Regolamento, Codice Etico non si era scomodato.

Lui, infatti, credo (io la penso così)  si consideri al di sopra della Legge. Qualsiasi Legge, compresa quella associativa.

Non potevo farmi sfuggire questa occasione e non lo feci.

Protestai formalmente e devo sottolineare, che il Presidente dei Probiviri nazionali Cargnino, da me ovviamente compulsato, provò in tutti i modi a convincere Roberto Pezzani, segretario generale Fnp Nazionale a rispettare lo Statuto della Cisl.

Ci provò e riprovò, anche perchè era consapevole che si metteva formalmente e oggettivamente in discussione la piena legittimità di un lodo dei probiviri confederali, precedente pericoloso, soprattutto in caso di ricorsi alla magistratura ordinaria.

Niente, testimone anche la struttura organizzativa del collegio dei probiviri che, devo sottolineare, con me è stata sempre formalmente, ma anche umanamente impeccabile, non ci furono ragioni.

Pezzani era oltre, sopra, fuori.

Fu così che fu lo stesso Cargnino a farmi inviare dal collegio, del tutto irritualmente, la, sinceramente non memorabile, memoria difensiva di Roberto Pezzani da Parma, rispetto alle mie documentatissime accuse.

Fu lì che decisi. 

Vista l'inconsistenza (a mio parere) della memoria rimasta "segreta"  almeno per un paio di mesi, rinunciai alle mie macroscopiche ragioni e comunicai che non sarei andato oltre.

Con le lacrime agli occhi e le mani che tremavano, misi fine alla mia iscrizione ventennale alla Cisl e ad altrettanti anni di lavoro, passione, impegno, mestiere e missione, come direbbe il sociologo cislino Bruno Manghi.

La vicenda con Pezzani (e anche con il suo staff, risultato poi non appartenente, incredibilmente alla Cisl, proprio grazie alle mie denunce ai probiviri che, a qualcosa sono servite) non è chiusa. 

Rimangono le mie querele e rimangono le sue/loro.

Ho avuto modo, in questi giorni, di constatare alcune, almeno per me, anomalie giuridiche/procedurali nel percorso giudiziario che ci accomuna. 

Tutte, ovviamente, a favore del dirigente apicale sindacale. Alcune (una in particolare) mi appaiono così sfacciate che, essendo state giuridicamente contestate e rilevate, un po' come la memoria difensiva segreta, saranno molto probabilmente corrette/integrate.

Certamente Pezzani conta su una schiera di yes man e di yes woman amplissima che, ovviamente, e direi inopinatamente, arriva fino a Parma, dove non mi risulta essere particolarmente amato (da decenni e con alcune significative eccezioni, per carità), ma, certamente, è molto temuto.

Non mi ha nemmeno stupito nemmeno scoprire chi sia l'avvocato di Roberto Pezzani (immagino, magari mi sbaglio, pagato dalla Fnp Cisl nazionale).

Direi uno dei massimi avvocati italiani, forse il più importante, certamente uno dei più costosi.

Una figura che ha difeso (e gli fa onore, tutti hanno diritto alla difesa) personaggi del calibro, ad esempio, di Massimo Carminati ex Nar, il principale imputato del processo Mafia Capitale, o, pensate un po' del giudice Giuseppe Prestipino, procuratore nazionale aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, cui sono state revocate, nel 2025, le inchieste e il coordinamento investigativo. Prestipino è indagato (non ancora condannato, per carità) per gravissime violazioni del segreto istruttorio e si è avvalso, nel corso delle indagini, come suo diritto, della facoltà di non rispondere.

L'avvocato del segretario generale Fnp Cisl è noto anche, legittimamente per carità, cito direttamente da Wikipedia: "per le circostanze che lo hanno portato a scontrarsi anche pubblicamente con noti giornalisti d'inchiesta".

E anche questo, almeno a me, conoscendo Pezzani, non stupisce.

Così come non mi stupisce, ognuno si sceglie l'avvocato che vuole, Pezzani ed Fnp compresi, che il noto avvocato, cito sempre Wikipedia: "è stato un attivo promotore e sostenitore del al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. È stato tra i fondatori del comitato "Sì Riforma",

Che dire di più?

Scriveva, facendomi di nuovo commuovere, subito dopo le mie dimissioni da socio della Cisl , il 28 novembre 2025, il blog www.il9marzo.it in un articolo significativamente intitolato: "Le organizzazioni non perdono mai".

"Le organizzazioni non perdono il sonno.

Le organizzazioni non si stressano.

Le organizzazioni non si ammalano, non si consumano nell’attesa di una notizia, non si chiedono ad ogni passo perché devo fare quello che sto facendo, se avrò il tempo e le forze e le risorse che servono per farlo.

Lo fanno e basta, perché sono organizzate apposta per farlo.

Ecco perché le organizzazioni contro le persone vincono sempre. Le persone sono reali, quindi sono fragili, le organizzazioni sono creazioni artificiali e sono forti. Sono forti perché sono cose.

Francesco Lauria ha provato a fare dall’interno la battaglia di una persona contro “la Cosa” che è diventata la Cisl. Che non è più quella cosa che prometteva il suo nome, una confederazione di sindacati di lavoratori. Un nome, anche se ce lo siamo dimenticati, che era da leggere al contrario: prima ci sono le persone che lavorano, queste si associano nei sindacati, i sindacati si associano nella confederazione. Ma solo le persone danno senso a tutta la costruzione. Questo vuol dire sindacato associazione.

Quando non è così, del sindacato associazione resta il nome (che qualcuno a Via Po 21 aveva definito, con notevole sincerità, il “brand”. Cioè il nome di qualcosa da vendere per farci i soldi). E resta l’organizzazione fine a se stessa. Che vince sempre contro le persone.

La battaglia all’interno è finita. Con le dimissioni da socio di Francesco, la Cosa ha vinto. Fuori è un’altra storia, e tutto può succedere (ma è nella logica della Cosa stringersi verso l’esterno anche più forte che all’interno).

Nessuna sorpresa è arrivata, nessuna sorpresa era possibile.

Ora resta una domanda: ma ve l’immaginate Franco Marini (ma anche gente molto meno sveglia di lui) che spreca il prestigio da segretario generale in una vertenza con un dipendente? Uno scontro al termine del quale l’organizzazione vince, perché può solo vincere, ma non ci ha guadagnato nulla, se non l’immagine pubblica di “un sindacato che licenzia” (e non per la prima volta)?

Ma la verità è che le organizzazioni vincono sempre perché sono forti, sì, perché sono cose, sì, ma anche perché sono stupide. E sanno solo vincere anche quando con un pareggio otterrebbero molto di più.

Qualsiasi sindacalista, anche mediocre ma autentico, sa che vincere non serve a niente, serve il risultato che ottieni. E se sei intelligente, o anche solo furbo, lasci agli altri il prestigio della vittoria e tu porti a casa tutto il resto.

Nella vicenda Lauria l’unico risultato ottenuto dalla Cisl è di aver dimostrato che “la Cosa” ha preso il posto dell’associazione e delle persone.

Quelle che perdono, ma che sono l’unica ragione per cui un sindacato ha diritto di esistere. E che se si uniscono in un’organizzazione che non si riduca a “cosa” possono essere fortissime.(...)

Non credo di dover aggiungere molto.

Preferisco tacere e, senza voler in alcun modo paragonare l'enormità del suo dolore al mio, far parlare Ilaria Cucchi, ribadendo che, almeno in queste circostanze, non sono a contestare a Roberto Pezzani alcun ulteriore reato/violazione, non c'è alcun legame diretto, per carità, con la vicenda Cucchi.

Sto parlando del contesto e del potere.

Inteso come dominio. Come buio, piramide diritta, direi rigida, come tenebra senza vita.

Scriveva, qualche ora, fa, la stupenda Ilaria Cucchi, in un dolorissimo post sui social intitolato amaramente: "Grazie per tutte le lacrime che mi avete fatto versare".

"Oggi la Cassazione ha scritto la parola fine sull’uccisione di Stefano Cucchi e sull’annientamento morale e fisico della mia famiglia che ne è conseguito.
Queste lacrime le dedico ai Generali Alessandro Casarsa e Vittorio Tomasone.
Il primo, nel momento in cui le versavo, era diventato niente di meno che il comandante dei Corazzieri del Quirinale. Il secondo era in pole position per la carica di Comandante Generale dell’Arma.
Casarsa ha scritto la causa di morte di Stefano ancor prima che venisse effettuata l’autopsia con parole esatte che verranno riportate poi dai medici legali di un processo che il pm Musarò ebbe a definire kafkiano. I testimoni erano i responsabili del suo omicidio mentre gli imputati erano i suoi testimoni.
Tomasone, nel giorno in cui comunicò a tutta la stampa nazionale la telefonata di condoglianze a mia madre non mancò di aggiungere falsamente, dall’alto della sua autorevolezza, che però Stefano Cucchi era un tossicodipendente, anoressico, sieropositivo.
Tomasone ci ha condannati a vita alle infamie degli haters della carta stampata e del web.
Casarsa ha costretto la mia famiglia a consumarsi la vita in 16 anni di udienze.
Per il primo le agenzie di stampa oggi riportano: “Chiara volontà di impedire di ricondurre responsabilità a carabinieri” e “Dai carabinieri falso per coprire responsabilità”.
Per il secondo rimangono le scuse verbalizzate nel processo sulle domande del mio avvocato per aver detto quelle parole false ai giornalisti.
Tutto qui.
Ciao mamma e ciao papà.
Ciao Stefano."

Nonostante tutti e nonostante la terribile morte, meglio, uccisione, di Stefano, la nuda vita di Ilaria e con questo ha riportato la Luce anche suo fratello, è, in se stessa, un segno potentissimo, importantissimo, pedagogico di Speranza.

Un segno che ci dice che sì, il Potere può essere sconfitto e che non ha senso smettere di credere nella Verità.

Che bisogna soffrire, non si può non piangere, ma si può e si deve andare oltre.

Nel piccolo della mia vicenda, rispetto a quella enorme di Stefano e Ilaria, so che non è una confessione da maschio alfa, capita di piangere, da un anno, ogni giorno.

Ogni mattina.

Però poi penso a persone come Ilaria.

Mi alzo dalle mie lacrime e dal mio letto e sono grato e pieno, ridondante di Speranza.

Una Speranza, sogno fatto da svegli, che magari può anche essere sconfitta, ma che non muore, perchè si nutre non della prepotenza della morte, ma della fragilità della Vita.

Della gratuità dell'Amore.

Stefano non c'è più, ma il suo sorriso è nel cuore di ogni essere umano che sia riuscito a rimanere tale.


E questo perchè qualcuna, di fronte a più sistemi perversi e violenti, non ha mai smesso, pur tra le lacrime, non solo di cercare, ma di pretendere coraggiosamente, civilmente, costituzionalmente, la Verità.

Con la forza, la rabbia, la tenacia, ma soprattutto l'Amore di una Donna.

Perchè la Speranza è: "una Risposta che risuona nel Vento"...



Francesco Lauria

giovedì 18 giugno 2026

PER UNA VERA DEMOCRAZIA NEI LUOGHI DI LAVORO IN ITALIA. ANDARE BEN OLTRE LA BOZZA DI INTESA TRA CGIL CISL E UIL.


Ho letto con grande attenzione, ma anche crescente delusione, la proposta di accordo quadro sulle relazioni industriali, la contrattazione e la rappresentanza varata da Cgil Cisl Uil.

Chi scrive ha sempre creduto in una democrazia ampia, a partire dai luoghi di lavoro e al valore associativo del sindacato.
Legge o non legge, si è sempre ritenuto fondamentale che i lavoratori e le lavoratrici possano scegliere e organizzarsi liberamente nel sindacato che più gli aggrada.
E' una questione fondamentale di democrazia che, ormai, riguarda, ovviamente le organizzazioni sindacali (con il fardello dell'attuazione completa o meno dell'articolo 39 della Costituzione), ma anche i sempre più svuotati partiti politici.

Se è un'illusione pericolosa imporre la democrazia interna a partiti e sindacati con la forza dello Stato, allo stesso tempo evitare qualsiasi controllo e un minimo di rispondenza tra quanto è reale e quanto è proclamato, sarebbe necessario.
Anche perchè, paradossalmente, si chiede meno a organizzazioni con milioni di iscritti e strutture enormi eroganti servizi rispetto alle piccole associazioni post riforma del terzo settore.

Venendo all'accordo, sinceramente io non ci trovo quasi nulla di significativo e non ridondante. Magari mi sbaglio.

Gli ultimi quindici anni di tensioni geopolitiche e di oscillazioni dei prezzi dell'energia sembrano non aver insegnato nulla poichè viene confermato il riferimento all’indice IPCA NEI (cioè depurato dei prezzi dei prodotti energetici).
Risibile, perchè non esigibile, viste le reali dinamiche temporali periodiche dei rinnovi contrattuali, la proposta di verifiche annuali tra le parti sull'andamento del costo della vita.
Il punto più incisivo dell' accordo è una più circoscritta deinizione del TEM (trattamento economico minimo) e TEC (trattamento economico complessivo).

L'obiettivo, di Cgil Cisl Uil non sbagliato in sè, ma del tutto parziale e non risolutivo, anche in rapporto al vituperato decreto Primo Maggio, promosso da Giorgia Meloni e alla questione dei criteri per il salario minimo, è garantire a sé stesse l'esclusiva della contrattazione, con una definizione più stringente del TEC, valorizzando il trattamento economico complessivo in funzione di un teorico contrasto ai contratti pirata.

L'unico sguardo al di fuori di se stesse delle tre organizzazioni confederali è questo passaggio: "Devono essere individuati criteri aperti affinché possano concorrere anche sigle diverse da CGIL CISL UIL in parte già aderenti agli accordi interconfederali a suo tempo definiti.".
Morte perenne e totale, insomma, ai sindacati che, per legittima scelta, decidono, invece, di non firmare il Testo Unico del 2014.

Nella bozza di accordo vi è poi l'unico passaggio, a mio parere, positivo (ma tutto da gestire concretamente, organizzativamente, giuridicamente) sul fatto che le Parti (quindi, però, sempre i confederali...) introdurranno meccanismi che consentano l'elezione delle RSU anche su iniziativa dei lavoratori.


Forse, finalmente, Cgil Cisl e Uil si sono rese conto che le aziende in cui i rappresentanti sindacali unitari sono eletti democraticamente sono, in realtà, sempre meno.
Insomma, un accordo che registra il deludente e antidemocratico quadro esistente e che, attende, comunque, i peggioramenti per i lavoratori che verranno proposti dal mondo associato delle imprese.

Mondo delle imprese, che, in realtà, appare quasi già contento così, si pensialla reazione ufficiale al testo di Confindustria, per bocca del Vicepresidente Marchesini: "È positivo che i sindacati abbiano trovato una linea comune, il documento che abbiamo ricevuto da loro è una buona base di discussione e continueremo il confronto con l'aspettativa di arrivare a un'intesa in tempi brevi".

Evito di approfondire le richieste, piuttosto velleitarie e simboliche, sulla formazione continua e la certificazione delle competenze. Avendo lavorato una vita su questi temi, che ritengo ancora importanti, ma che devono essere realmente esigibili, so che possono essere affrontati solo con accordi ad hoc e non come postille aggiunte ad intese generali.

Il più entusiasta dell'accordo unitario, ovviamente lodato con generosità anche da Daniela Fumarola e Maurizio Landini, è apparso, quasi fuori dalle righe, Pierpaolo Bombardieri che ha dichiarato:
“Consentire a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, in tutti i luoghi di lavoro, di votare liberamente i propri rappresentanti non è solo un atto di autentica democrazia, ma anche la premessa per garantire l’applicazione di contratti davvero dignitosi, spazzando via quelli pirata che intossicano il mondo del lavoro e generano povertà e sottomissione

Ora – ha proseguito Bombardieri – dopo questo atto di responsabilità di Uil, Cisl e Cgil, l’attenzione si sposta sui tavoli dei negoziati con le parti datoriali. A loro abbiamo già presentato questa piattaforma. Se il confronto produrrà gli esiti sperati, avremo scritto una pagina storica delle relazioni sindacali. Realizzeremo così – ha concluso Bombardieri – una riforma copernicana del mondo del lavoro, nella prospettiva della crescita economica e del rispetto della dignità delle persone”.

Inutile dire, con tutto il rispetto per Bombardieri, che una tale enfasi sulla "rivoluzione copernicana", legata alla bozza di accordo confederale, non pare condivisa da nessuno a parte il leader della Uil.

Il nodo da risolvere e che non viene toccato dall'accordo tra Cgil Cisl e Uil è relativo a quei sindacati che non firmano il Testo Unico sulla Rappresentanza del 10 gennaio 2014 affrontando un'immotivata esclusione dai tavoli di contrattazione integrativa, la perdita di legittimazione nel firmare accordi validi per tutti i lavoratori, e limitazioni nella costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali (RSA),

Proprio rispetto alle RSA non va dimenticata la perdita di rappresentanza diretta nei luoghi di lavoro: le regole stabilite dal Testo Unico favoriscono l'istituzione delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) basate sul consenso elettorale, rendendo più difficoltoso o svantaggioso il mantenimento delle sole RSA per i sindacati non aderenti.

E' proprio quello che appare l'intento del segretario generale Bombardieri, generalizzare le Rsu, in qualche modo erodendo anche i residui spazi di libertà rispetto ai non firmatari di quello che, va ricordato, è semplicemente un patto tra privati e non una Legge dello Stato.

Ciò sempre anche un modo,nemmeno tanto velato, di aggirare la sentenza n. 156 del 30 ottobre 2025, attraverso la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato (senza esserne sufficientemente conseguente) l'illegittimità dell'attuale articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. 
La norma è stata, infatti, bocciata nella parte in cui escludeva le sigle sindacali firmatarie di contratti dalla possibilità di costituire Rappresentanze Sindacali Aziendali (RSA).

Non va dimenticato che i punti chiave della pronuncia della Consulta includono:
  • Estensione dei diritti: Il diritto di costituire una RSA e di accedere ai diritti sindacali (ex Titolo III dello Statuto dei Lavoratori) non è più un'esclusiva dei soli sindacati firmatari del contratto applicato in azienda;
  • Riconoscimento delle sigle minoritarie: La tutela viene ampliata alle associazioni sindacali "comparativamente più rappresentative sul piano nazionale", anche se non hanno firmato il contratto collettivo o partecipato alle relative trattative aziendali;zRappresentatività effettiva: La Corte ha ritenuto irragionevole legare l'agibilità sindacale alla sola sottoscrizione degli accordi, tutelando invece il pluralismo e la rappresentatività effettiva delle organizzazioni nei luoghi di lavoro
Ma il mondo delle grandi associazioni, il mondo della cultura, tutti coloro che hanno a cuore la democrazia sostanziale e sussidiaria nel nostro Paese, non hanno, davvero, nulla da dire?
Io credo, invece, che le regole della rappresentanza e della contrattazione riguardino tutti, non le singole sigle.
Nessuno vuole un mondo perfetto, ma almeno un po' migliore, maggiormente partecipato, coraggiosamente aperto.

Sottolineava nel 2015 Piergiorgio Tiboni, leader del sindacalismo di base: "la conquista di una stabile ed effettiva democrazia nei luoghi di lavoro è essenziale anche per il mantenimento della democrazia nella società.
E aggiungeva con lungimiranza: "Se milioni di lavoratori per la maggior parte del loro tempo attivo vengono costretti a subire metodi autoritari,ciò crea le condizioni perchè quel modello pervada l'insieme della società".


Quella delineata nella bozza di accordo interconfederale appare, in realtà, la certificazione di una radicata e forse definitiva decadenza anche perchè Cgil Cisl e Uil appaiono autossolversi inspiegabilmente di fronte alla pervasiva diffusione del lavoro povero in Italia, certificata ogni anno, dall'ottimo rapporto dell'Iref, l'istituto di ricerca promosso dalle Acli.

Senza anche dimenticare il lavoro completamente irregolare, il caporalato che elimina ogni legittima rappresentanza sindacale, confederale o meno, e la dimensione feroce dello sfruttamento e della precarietà, è chiaro, a mio parere, che è impossibile non accompagnare oggi, nel nostro paese, ogni riflessione sull'applicazione (o meno) dell'art. 39 con la necessaria, indiscutibile, urgente, anche da un punto di vista giuridico, generalizzazione dell'applicazione dell'art. 36.
E' attraverso, infatti, l'eliminazione dello scandalo della povertà lavorativa che si gioca prioritariamente il ruolo del sindacato nel futuro; una povertà lavorativa che non si può, davvero, con onestà e calcolatrice alla mano, confinare ai soli contratti pirata e al dumping rispetto alle intese firmate da Cgil Cisl e Uil.

Un tema che, ovviamente, coinvolge e include la questione dell'affidamento degli appalti pubblici ad ogni livello e la riflessione sul salario minimo.

Tornando alla questione della rappresentanza, per una vera democrazia nei luoghi di lavoro in Italia, dovremo, ahimè, attendere ancora a lungo e, soprattutto, non imprigionare il sindacalismo libero e conflittuale in schemi che gli sono estranei e che ne comprimono la libertà di azione nel territorio e l'agibilità concreta nell'ambito della rappresentanza e dell'azione concreta di tutela nei luoghi di lavoro.
Francesco Lauria, iscritto Cub Milano.

mercoledì 17 giugno 2026

L'IMBARAZZANTE VANITA' ALLO SPECCHIO DELLA CISL PUGLIA DI FRONTE A UNA GRANDE DONNA E ITALIANA: TINA ANSELMI

Mi è stato fatto notare che non scrivo più granchè della Cisl.

Avendo, in realtà, dopo averci pensato a lungo, fatto altre scelte sindacali, un po' di respiro mi appare fisiologico.

Ma se dolore e rabbia si sono sedimentate, non la si è la voglia, l'aspirazione di giustizia che si confronterà con la Cisl, in uno scontro ovviamente, almeno in apparenza impari, nella realtà processuale del lavoro, la mattina del prossimo 21 ottobre, a Firenze.

Nel frattempo non è che manchino le occasioni di riflessione e dibattito: quanto successo alla Fisascat di Milano, ad esempio, appare abnorme, con storici dirigenti, decine di delegati e centinaia di iscritti di fatto messi alla porta da un commissariamento inaspettato quanto, almeno all'apparenza, molto violento, nei modi e nei toni.

Davvero singolare, poi, che siano state svolte due ispezioni nella stessa struttura, a distanza di pochi mesi l'una dall'altra, e con esiti diametralmente opposti.

Davvero.

Ma, nel dare la massima solidarietà a chi ha perso il posto di lavoro, la missione di una vita, o, semplicemente, ha dovuto accettare "conciliazioni tombali" e l'obbligo di tacere, per sempre, anche sulle proprie, peggiorate, condizioni di lavoro e di retribuzione, c'è anche da sorridere. Pur amaramente.

Sto ovviamente parlando del Premio dedicata a Tina Anselmi e promosso dalla Cisl Puglia.

Quando, nel 2024, la Cisl Puglia che ha da alcuni anni promosso il premio dal nome e dalla dedica impegnativi, lo consegnò a Luigi Sbarra, ormai prossimissimo al salto in politica nel centrodestra e nel Governo Meloni, queste furono le motivazioni:  "la dedizione e il concreto impegno che riesce a trasmettere ogni giorno a tutta la Cisl, con l'obiettivo di renderla sempre più un sindacato moderno, responsabile e autonomo, contrattualista e partecipativo". 

Di fronte a tutto ciò, uno pensa di aver raggiunto l'apice del servilismo sciocco, dell'autoreferenzialità, del ridicolo, insomma.

E, invece, no.

Tre giorni fa, a Bari, si è raggiunta l'apoteosi.

Il Premio Tina Anselmi (povera Tina!), dalle mani del fidatissimo Antonio Castellucci (e per questo pluripremiato con le contemporanee segreteria Usr e la reggenza nazionale della Fai Cisl) è giunto, indovinate un po', nelle mani di...

.... Ma certo! Di Daniela Fumarola.

So che in un mondo normale tutto questo normale non lo è, forse nemmeno spiegabile, qui si raggiunge davvero il grottesco.

Ma nella Cisl di oggi, sinceramente comincia ad essere, tutto, normale, accettato, giustificabile.

Questa la motivazione del Premio a Daniela Fumarola: “un riconoscimento a chi dedica la propria vita agli altri, ad una donna con un percorso umano e sindacale capace di coniugare concretezza e valori”.

Se dovessimo prendere Sbarra come punto di riferimento (ahimè ci tocca...) dovremmo pensare che, forse anche forte del premio dedicato a Tina Anselmi, allora saremmo prossimi allo sbarco in politica (indovinate dove).

Lo sbarco di Daniela Fumarola, di colei che guidava la Cisl provinciale, mentre l'llva dei Riva riempiva, oggettivamente, Taranto, dei suoi di veleni, colpendo tutti e tutte, a partire dai bambini, a partire, proprio, dai lavoratori e dai loro familiari.

Su tutto questo consiglio la lettura di un libro significativo, intitolato, non a caso: "Malesangue".

Il primo maggio alternativo, non solo musicale, che ormai da diversi anni si celebra nella città pugliese, ci spiega che lavoro e ambiente, non solo non sono incompatibili, ma possono divenire sinergia vincente per il futuro.

Come antidoto a certa follia arrogante riprendiamo in mano i testi e i pensieri di Tina Anselmi, quella vera., la nostra prima donna Ministra, nel 1976 (e appare incredibile che per trenta anni i Ministri italiani siano stati solo uomini...).

Poi, per carità, ci saranno anche tutti i permessi della famiglia e la Cisl Puglia (accettandone però le critiche) è liberissima di premiare chi vuole. 

Inoltre, certamente, Daniela Fumarola, lo si è visto anche dai contenuti della piattaforma appena approvata da Cgil Cisl Uil su relazioni industriali, contrattazione e rappresentanza, dove Landini sembra svanito, donna concreta lo è.

Andrebbe verificato meglio, a mio parere, per mia esperienza e in sincerità, nel fare che cosa e con quali obiettivi reali.

Francesco Lauria

martedì 16 giugno 2026

DELIO, SIMONE, ANTONELLA. DAI LICENZIAMENTI REPRESSIVI, AI DECRETI "SICUREZZA", AI RAPIMENTI, ALLE TORTURE IN MARE. TUTTO E' CONNESSO. TUTTO E' RIVOLTA.

In questi ultimi giorni ho smesso di muovermi disordinatamente come (vista la stazza raggiunta) un ippopotamo furioso (curando le ferite della vicenda, incredibile e scandalosa, che coinvolge, insieme a me, pezzi di centrosinistra pistoiese molto vicini al neosindaco Giovanni Capecchi) e ho ricominciato, per fortuna e per mia salute, a guardare fuori di me.

Devo tutto questo, principalmente, a tre persone, due delle quali fino a sabato non le conoscevo nemmeno, e che reputo tutte speciali.

Si tratta di Delio Fantasia, leader sindacale presso la Fiat di Cassino e per questo licenziato da Stellantis, come fossimo negli anni Cinquanta del Novecento, Lorenzo Vivoli, componente della segreteria nazionale dell'Flmu Cub, licenziato dopo più di trent'anni di lavoro da Tim perchè colpevole di aver supportato sindacalmente dei lavoratori in appalto (Fibercoop) usando qualche volta una mail aziendale, e Antonella Bundu, che è difficile descrivere in poche parole se non come leader di Toscana Rossa e consigliera a Firenze per Sinistra Progetto Comune e come lei stessa si propone: "donna nera, fiorentina e di sinistra".

Per chi volesse approfondire l'interessantissima biografia di Antonella è disponibile questo link: https://www.firenzecittaaperta.it/antonella-bundu-la-mia-storia/ che è lo stesso che mandai a tutti i miei amici e contatti quando decisi, un po' in extremis per la verità, di sostenerla e votarla alle ultime elezioni regionali dell'autunno 2025 (altro periodo per me più che turbolento, qualcuno mi avrà fatto il "malocchio"...).

Tornando a sabato scorso, sono davvero grato alla Cub nazionale per aver promosso a Firenze, e quindi in solidarietà all'ultimo, in ordine di tempo, dei licenziati, Simone, un convegno di altissimo livello e di importante partecipazione sul tema: libertà sindacale e licenziamenti repressivi.

Il convegno ha permesso di raccontare le storie personali: Delio, Simone, ma anche altri, tra cui io, ed è stato molto utile anche per gli interventi di tre giuslavoristi impegnati nella difesa dei lavoratori e delle lavoratrici insieme al sindacalismo di base e alla Cub in particolare: Simone Bisacca, Pino Marziale, Andrea Danilo Conte. (Qui il link ai lavori completi del convegno: https://www.youtube.com/live/Seajx3kmElY)

Ha colpito molto Antonella, che lo ha ripreso ieri sera a Pistoia al Circolo Arci della Fornaci, e ha colpito anche me, il racconto dello sciopero di solidarietà di Pinerolo di alcuni anni fa, rispetto al licenziamento di un delegato sindacale.

Si tratta del licenziamento di un esperto della Fiom in Fiat che aveva utilizzato la mail aziendale per la diffusione di un volantino (realizzato, peraltro, nei contenuti da lavoratori polacchi) ai tempi della vicenda di Pomigliano.

La Fiat provò a colpire un singolo e un simbolo, ma la risposta fu stupefacente e coinvolse per due settimane di scioperi e mobilitazioni tutte le aziende del territorio (Pinerolo) mentre in tutti e tre i gradi di giudizio si arrivò alla reintegra del lavoratore.

Si tratta di quindici anni fa: oggi non è possibile fare finta che alcune cose non siano cambiate, che non ci siano maggiore paura, minore solidarietà e tanti lavoratori e lavoratrici che, per timore, rinunciano alla tutela e alla giustizia.

Intendiamoci, nei confronti di Delio, Simone, ma anche mia, non sono mancate ampie e importanti manifestazioni di solidarietà, non solo dall'Italia, ma, a un certo punto, si sono, quasi inevitabilmente, fermate, affievolite, mentre, ad esempio nei confronti di Delio, venivano pronunciate sentenze del lavoro più che discutibili.

Torniamo a quanto hanno detto gli avvocati, invitando a tornare agli albori del movimento sindacale e alle casse di resistenza create, non occasionalmente, in occasione degli scioperi. Il lavoratore non deve avere solo l'avvocato gratis, ma anche il rischio di causa coperto perchè le condanne nei loro confronti al pagamento delle spese di giustizia sono sempre, purtroppo, più frequenti, in barba allo spirito originario del nuovo processo del lavoro, approvato nel 1973.

Nel mio intervento durante il convegno, dove mi è stata data l'attenzione di intervenire dopo Delio e Simone, sono tornato sulla terribile e "frantumante" vicenda del mio licenziamento dalla Cisl e dal Centro Studi Nazionale fiorentino della confederazione, dopo venti anni di impegno e passione (minuto 1.51.00 del filmato, ma per chi volesse un racconto più breve rimando, come sempre, alla mia sintetica intervista dell'epoca a Radio Onda d'Urto: "Licenziamento per ingiusta causa"https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw&t=209s )

Ciò che accomuna le nostre storie (ma anche altre raccontate con commozione, dolore, rivolta, durante i lavori) è la compressione dei diritti, come ha affermato giustamente la Cub, "dentro un processo di destrutturazione" ad opera del turbocapitalismo, un processo simbolico, giuridico, economico e politico.

Al convegno è intervenuta anche Antonella Bundu, assolutamente sul pezzo, dopo un'intera mattinata di ascolto, quaderni pieni di appunti, vero spirito di servizio e sinergia nella lotta.

Antonella ha anche parlato dell'impegno della sua lista comunale nello "stanare" Tim, azienda che ha licenziato scriteriatamente Simone Vivoli e che gode di appalti e affidamenti non indifferenti da parte del Comune di Firenze.

Un po' come degli ufo siamo poi planati alla stazione di Santa Maria Novella per il presidio di solidarietà nei confronti di Simone.

Era sabato pomeriggio e i turisti erano molti di più dei lavoratori, dei pendolari, ma i volantini sono stati tutti consegnati.

Tante mani ci hanno detto di no, ma non sono mancati i giovani, i lavoratori e le lavoratrici che si sono fermati ad ascoltare, perchè ribellarsi a licenziamenti ritorsivi e discriminatori è una lotta che riguarda la libertà di tutti e la democrazia per tutti e per tutte.

Prima di ascoltare ieri sera tutto di un fiato Antonella sulla vicenda incredibile, scandalosa della Flotilla, prima di ascoltare la sua composta emozione nel ricordare la paura, le torture, le violenze subite sia dall'esercito che dalla polizia israeliana, dopo i veri e propri rapimenti, non avevo, però, compreso tutto.

Mi sono fermato, senza fiato, mentre ci raccontava delle divise da carcerato più piccole, utilizzate per la attiviste della Flotilla più minute: sono le tute che, normalmente, vengono usate per i bambini palestinesi imprigionati, dai dodici anni in sù.

Pensiamoci quando riflettiamo sull'inerzia complice dei nostri governi e dell'Unione Europea, o sul fango, anche mediatico, che è stato riversato sulla spedizione internazionale (settanta paesi rappresentati dagli attivisti e dalle attiviste sulle navi), che i giornalacci di destra, anche italiani, hanno definito, senza vergogna: "Love boat".

Tutto è connesso.

E' connessa la repressione nei luoghi di lavoro, sono connessi i reiterati e sempre più duri decreti sicurezza (che, di fatto, impediscono le manifestazioni spontanee e che hanno portato a sanzioni pecuniarie assurde. Pensiamo ad esempio ai i fatti di Prato rispetto alla "remigrazione", che, anche in quel caso hanno coinvolto, con una sanzione di 10.000 euro, Antonella).

C'è un collegamento diretto con la repressione internazionale, la fine del diritto internazionale e una società, patriarcale e maschilista (dove non mancano, però, donne più patriarcali di Trump).

Una società che, fra poco, sarà dipendente dall'economia della guerra e del riarmo.

Dobbiamo forse "vivere" come nella peggiore delle caserme: disabituarci a pensare, avere terrore di disobbedire, smettere di pensare anche solo di poter avere diritti?

In questo mondo capovolto, i penultimi non devono guardare in cima alla piramide, ma competere, invece, con gli ultimi, senza appello e senza alcuna razionalità.

Ieri sera con Antonella ci siamo guardati, parlati, riconosciuti, lei ha ricordato, emozionandomi, il mio licenziamento davanti a tutti e a tutte all'inizio del suo intervento.

Due ore dopo, mentre io, andavo, esausto, a letto, mi ha colpito la sua capacità di passare in un attimo dalla testimonianza alla musica, dal dolore alla gioia, dalla fermezza alla dolcezza.

Anche con la musica si rompe il silenzio, anche con la musica si connettono, trasversalmente, le speranze e le lotte.

Ci sono tante, forse non abbastanza conosciute, esperienze di resistenza (Gkn, ma non solo) e di mobilitazione dal basso. 

Il lavoro che stanno facendo i Sudd Cobas a Prato, ma ormai anche in provincia di Pistoia, è egregio, sindacato vero, puro, duro, oserei dire scintillante.

I licenziamenti ritorsivi, le multe preventive, la repressione permanente, l'aggressione alla dignità nel lavoro, le macchine del fano incidono sulle nostre vite, ci rubano il futuro, ci terremotano il presente.

Se non capiamo che il nostro destino è strettamente collegato a quel bambino palestinese di dodici anni che veste la tuta da prigioniero nel sistema repressivo israeliano, se non capiamo che dobbiamo sostenere, con tutte le nostre forze e risorse, quelle parti di società in Israele che, coraggiosamente, si ribellano a tutto questo, di futuro non ne abbiamo e non ne avremo.

Anche di questo sono grato a Delio, Simone e Antonella.

Anche grazie a questo, dopo quasi un anno, in cui, ogni mattina, mi sono svegliato con le lacrime agli occhi, riesco a vivere il mio dolore sul lavoro, non come una tragedia privata, ma, con tutti i miei limiti, come un'ostinata, direi anche coraggiosa, resistente, aspirazione non estemporanea di volontà e di dignità 

Perchè, se ci sono tanti modi di arrivare alla verità, la Verità esiste.

E la si può declinare, comprendere, amare, urlare. INSIEME.

Francesco Lauria

lunedì 15 giugno 2026

PISTOIA - CRONACHE DAL CONSIGLIO: MINORANZE NELLA MAGGIORANZA, BERLINGUER A DESTRA, DIMENSIONI DI CURA E SOGNO, FUTURO INTERCULTURALE.

NOTA:
Tutte le foto pubblicate sono tratte dalla photogallery, molto ampia del consiglio comunale di ieri pubblicata da www.reporpistoia.com 

   

Ieri, per circa due ore e mezzo, ho partecipato in presenza, come peraltro tantissimi cittadini e cittadini e giornalisti, al
primo Consiglio comunale di Pistoia dell’era Capecchi (Giovanni).

Ero quasi pronto, per una volta, ad accontentarmi dell’ascolto, ma poi ho letto il resoconto di Tiziano Carradori, ovviamente molto sindaco-centrico e, mi sono detto: verifichiamo anche il resto.

Stiamo parlando di una seduta fiume, in cui ci sono stati, solo nella sessione delle comunicazioni dei consiglieri, circa venticinque interventi; si è scelto di far parlare tutti e non solo i capigruppo.

Ammetto, come Carradori, di aver ascoltato, anche on line, molte altre ore in streaming, ma confesso, come il portavoce naturale di Giovanni Capecchi, di non aver sentito integralmente proprio tutte le quasi sette ore di interventi.

Seguiamo la linea Carradori (Tiziano):

intanto per la sintesi (innamorata come sempre, ma direi completa) di quanto detto nell’intervento e nella replica dal sindaco faccio tranquillamente riferimento a lui che è, come detto, una fonte quasi ufficiale.

Ci sono poi due cattivi, scovati da Carradori stesso: Alvaro Alberti (del Pd, lato Stefania Nesi, ovviamente) e Francesca Capecchi, capogruppo di Fratelli d’Italia.

Ho ascoltato i due interventi che mi sono parsi, invece, entrambi di buon livello certo, nessuno dei due scontato, perfettamente in linea, privo di scomodità.

Alberti da perugino-pistoiese ha parlato della negatività di Pistoia, ha ammesso, essendo stato organizzatore del Blues, che occorra recuperare l’identità di quella che si potrebbe oggi chiamare più correttamente: “Pistoia musica”. Ha parlato di lavoro da fare ambizioso, ma anche difficile per la Giunta.

Francesca Capecchi, che interveniva dopo Tina Nuti e Francesco Branchetti, ha goduto (lo spiegherò fra poco) di un’autostrada a otto corsie con l’asfalto appena rifatto.

Infatti ha esordito così: “Sindaco, noto che probabilmente c’è un po’ di minoranza nella sua maggioranza!”. 

Ha poi stupito la platea affermando di essersi preparata al consiglio comunale leggendo Enrico Berlinguer sulla questione morale. Seguendo il grande leader del Pci, ma anche e soprattutto la propria storia politica, ha sottolineato quanto non sia disposta a rinunciare alle proprie idee e a scendere a compromessi. “Non rinnego, ha detto con forza, il nostro modo di governare la città in questi anni”.

Secondo me, con una squadra molto giovane, e con altre figure significative e nuove (non solo di Fdi) Francesca Capecchi è già la leader dell’opposizione in consiglio, non me ne voglia Annamaria Celesti che, a me pare, sempre, troppo forzatamente istituzionale. 

Mi ha stupito, ad esempio, la scelta, per me incomprensibile, di votare alla terza chiama Paolo Tosi come Presidente del Consiglio Comunale, nonostante non fosse sostenuto nemmeno da tutta la maggioranza…)

Dicevamo dell’autostrada a otto corsie che Tina Nuti e Francesco Branchetti, con due bellissimi interventi, hanno predisposto a Francesca Capecchi.

In realtà, sia chiaro, hanno fatto molto di più, con due interventi di altissimo profilo, certo molto critici verso il neo sindaco (non me ne voglia l’innamoratissimo Carradori che mi invita spesso, con una certa arroganza, vista la sua posizione, al forzato silenzio e poi parla e scrive, quasi, più di me…).

Tina Nuti che ha una capacità magistrale (che a me, ad esempio, manca completamente) di essere durissima nei contenuti e garbatissima nei toni, ha parlato della necessità di non ascoltare le insistenti voci sul ruolo di pressioni, capibastone, e gigli fiorentini. E si è schierata con immane durezza contro la neo assessora “riformista” Olimpia Banci, preferita alla rosa proposta dalla sua lista, ma soprattutto rea di aver a lungo simpatizzato con forze politiche che, secondo Nuti, faticano, ancora oggi, a prendere le distanze dal fascismo. 

Ha rincarato la dose con riferimenti a Giacomo Matteotti (padre spirituale della Lista riformista) e a un giovane partigiano Sandro Pertini che respinge con forza la richiesta che sua madre fa a Mussolini.

Non avrei voluto essere nei panni di Banci (Olimpia) e Capecchi (Giovanni) in quel momento.

Ha preso, poi la parola Francesco Branchetti. Il più votato di Avs-Sce-Possibile e il candidato sindaco che ho sostenuto, convintissimamente, nel 2022.

Candidato, tra i primissimi sostenitori di Capecchi (Giovanni) e lasciato a piedi prima dalla Giunta e poi dalla Presidenza del Consiglio comunale su cui, sinceramente, siccome non si è pesatori all’ingrosso di preferenze, il suo profilo appariva molto più indicato di quello di Paolo Tosi (e anche, sinceramente, di Samuela Breschi, vicepresidente, per la sua storia no vax, altrettanto divisiva…)

Branchetti che, appena presentate le liste avevo annunciato che avrei votato, insieme alla giovane Lavinia Ferrari, è stato, come lui spesso sa fare, davvero eccezionale.

Mi ha ricordato quando, un po’ scherzando e un po’ no, a latere di uno degli incontri più ispirati del futuro sindaco, gli dissi, davanti a Francesco, “Giovanni, sei davvero bravo negli interventi, quasi quanto Branchetti!”

Lo psicologo pistoiese ha parlato, nel suo intervento, completo, concreto e ispirato, di un passato che ci riguarda e  di non dimenticare la progettualità dei quattro anni di opposizione. 

E’ intervenuto sulle parole, non pellegrine eteree, ma espressioni di concretezza.

 Ha subito punzecchiato Mattia Nesti, interloquendo con colui che: “vorrei poter chiamare nostro assessore…”  

La rottura tra i due è nota, netta e risalente già alla campagna elettorale. 

Quando, dai banchi della minoranza, gli chiedono provocatori: “Già lo disconosci?”, Branchetti, con esperienza risponde con una sorridente e velata “minaccia”: “ce ne prenderemo cura”.

Mi sono immaginato il solito sorrisetto silenziosissimo di Nesti, ma ammetto di non averlo visto.

Branchetti ha così continuato: “Dobbiamo evitare ipocrisie e coni d’ombra anche nella maggioranza. La nostra volontà è l’unità vera del centrosinistra, ma crediamo in una politica espressa maggiormente fuori che dentro i palazzi. Certo, come ha detto Giovanni Capecchi, a una politica del fare. Ma non solo".

Caro sindaco ha detto Branchetti: “le propongo come metodo un percorso a ritroso: dove la politica del fare è un risultato di idee. Prima del fare ci devono essere le idee che rendono evidenti i ragionamenti alla loro base. Così si evita anche che la “politica del fare” sia discontinua e a macchia di leopardo che è un rischio reale".

Qui, poi verrà ripreso  molto bene anche da Irene Bottacci, Branchetti aggiunge: “le idee dovrebbero andare a pescare in quello che è il sognare: è dentro i sogni che crescono le idee. Se io non sogno una città, quel sogno non si potrà mai avverare.” 

Sono parole, immagini, visioni che, una volta, usava anche Capecchi che ora pare sempre più realista, riformista.

Continua Branchetti che mi sembra tornato quello di quattro anni fa: “Osiamo sognare e rendiamolo evidente!” Dentro i sogni, ,ma anche nella politica del fare, si dovranno trovare delle priorità.”

Branchetti ha chiesto la massima radicalità, perchè: "non c’è centrosinistra senza coraggiosa radicalità". 

Seguire un percorso, difendere quell’idea, un sogno perentorio.

Francesco, capo scout, educatore, di partenza infermiere e poi tre lauree, ha lanciato la sua di priorità: il principio di fragilità.

“Se la fragilità è la mia priorità la declinerò – ha detto Branchetti - sulle persone e sui territori (dobbiamo cercare le povertà)".

Non basta il dossier povertà della Caritas, pur importantissimo. Il 10 per centro dei lavoratori a tempo pieno a Pistoia e in Italia, sono a rischio povertà.

Ancora Branchetti: "E’ questo che vuol dire stare sui territori. Il mio sogno riguarda questa gente: i più poveri, persone deboli che ci sono e vanno stanate per essere ascoltate e incluse".

C’è poi un punto che, con l’Associazione Sognare da Svegli e, soprattutto, l’Associazione Il Delfino, in assenza di Capecchi (ma si confida in un suo recupero), abbiamo affrontato il 13 maggio anche in rapporto alla quedstione immigrazione: “un’altra grande fragilità che è il carcere"

"A Pistoia - ha sottolineato l'ex candidato - riscontriamo il doppio di persone rispetto alla capienza. Lo sapete che, se diminuiscono i metri quadri si va contro la arta dei diritti universali dell’uomo?”

Il carcere della città è, anche per tipologia, meno problematico, aggiungo io, di Prato o Sollicciano, ma vive comunque una situazione grave.

Branchetti ha poi detto una cosa sacrosanta, cruciale: “I diritti per propria natura sono tutti fragili, sono costati forza, energia, lacrime e sangue. Proprio per questo dobbiamo difendere anche i diritti consolidati. Nel mio sogno di città perfetta, si perfetta: ci si deve esprimere in questa maniera”.

Il leader di Sinistra Civica Ecologista, in una sorta di extra-relazione rispetto al sindaco, ha parlato anche di servizi socio-sanitari e degli indicatori di Pistoia non positivi per la qualità di vita per gli over 65, con la necessità di un patto esigente con l’Asl.

L'ex candidato sindaco ha parlato poi di un sogno che ha a che fare con il linguaggio della cura.

Non basta, infatti, parlare genericamente di cura.

"Occorre – ha detto preciso - scavare un po’: ci sono diversi tipi di cura, di filosofia della cura.

Non basta, anche se è necessaria, la merimna, la preoccupazione quotidiana, il salvaguardare la sopravvivenza.

Viene poi la therapeia, la cura delle ferite, il servizio, l’attento accudimento, l’eudaimonia, con il far fiorire la possibilità di vivere bene.

Infine si raggiunge, ha sottolineato Branchetti, l’epimeleia che, pur con la necessaria sollecitudine, i greci intendevano come un progetto di cura davvero compiuto".

Dovrei completare il mio resoconto con l’altra figura a cui con Branchetti avevo promesso (per poi cambiare idea) il mio voto: la giovane consigliera Lavinia Ferrari.

Non ho, sinceramente, ora, la serenità interiore e politica per farlo, anche se la ho ascoltata attentamente e rifletterò a tempo debito sui temi, importanti, che Lavinia ha toccato, meritandosi, insieme a Lorenzo Scalise, un, probabilmente eccessivo, rimbrotto finale di Annamaria Celesti, coordinatrice dell’opposizione.

A Lavinia, voglio riconoscere un merito. È stata la prima persona a parlarmi politicamente, mentre preparavamo insieme e su sua iniziativa un’iniziativa su immigrazione e accoglienza, di Bruno Leka. “Culturalmente diverso da me - mi disse Lavinia - ma dalla storia e dai contenuti davvero interessanti”.

Bruno, e non mi stupisce, perché nel frattempo l’ho conosciuto molto meglio, ha pronunciato ieri in consiglio comunale un intervento di altissimo profilo. Non ha sbagliato proprio nulla, nonostante all’inizio abbia citato l’esordio, in una lontana notte romana, di Papa Giovanni Paolo II° (“Se sbaglio, mi corriggerete”).

Devo dire che il suo intervento, da “semplice cristiano”, mi ha emozionato, così come mi ha emozionato la sua storia personale, che ha molto, moltissimo da insegnarci, senza per questo distinguerlo, farne uno “un po’ diverso anche se bravo.”

Bruno è uno di noi, oserei dire, da immigrato interno, è Noi.

Anche se presto non sarà solo, è il primo consigliere comunale di Pistoia con background migratorio, arrivato qui piccolissimo.

Tornerò, come su quello di Lavinia, anche sul suo intervento. Ma mi soffermo solo sulle conclusioni: “basta, basta, basta, per favore parlare di integrazione”.

Il futuro (Valditara permettendo) passa, invece, proprio dalla conoscenza di altre culture, nel dialogo come straordinario strumento, musica universale di Pace (e Giustizia).

“Dobbiamo parlare, invece, - ha sottolineato Bruno Leka, persona che sono assolutamente orgoglioso mi rappresenti in questa città, pur non essendo un suo diretto elettore - di intercultura.  Non esiste, infatti, più una cultura da sola.”

L’identità, me lo hanno insegnato nel sindacato (quello vero), è qualcosa che è in continuo divenire.

Su questo ci ho scritto, perfino un intero libro, insieme alla ricercatrice e formatrice, Adriana Coppola: "Dobbiamo creare tutto dal nuovo".

L'identità si nutre di realtà e di incontri, di positiva contaminazione. Non di esclusione e di prevaricazione. Men che meno di superiorità.

E i gemellaggi che verranno promossi dal Comune di Pistoia, ha notato giustamente il neoconsigliere, costituiranno un primo, concreto, banco di prova.

Francesco Lauria (Fine prima parte…)