lunedì 10 agosto 2026

"SENTIRE CIO' CHE NON FA RUMORE": IL CARCERE E LA COMUNITA', DA REGINA COELI A PISTOIA.

Agosto, per chi ha sensibilità al tema, è tradizionalmente il mese della mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri.

Ce lo ha insegnato per decenni Marco Pannella che sceglieva, emblematicamente, la data del 15 del mese, il più festivo dei giorni festivi, per realizzare, insieme ai radicali, le proverbiali visite di denuncia nei penitenziari di tutta Italia.

Le Unioni delle Camere Penali, da tempi più recenti, organizzano un'iniziativa intitolata "Ristretti in Agosto", nell'ambito della quale, meno di una decina di giorni fa, anche il nuovo sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi ha visitato, accompagnato dall'Assessore al sociale Giannessi (Sandro) la casa circondariale posta ai margini del centro della città toscana.

Oltre alle iniziative dei radicali (orfani di Pannella) e delle Unioni delle Camere Penali i giorni scorsi sono stati caratterizzati anche dall'impegno delle ACLI sul tema.

Le ACLI sono peraltro tra le fondatrici della coalizione Alleanza per l'Articolo 27, nata per chiedere il rispetto della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. La mobilitazione dell'associazione presieduta a livello nazionale dal pisano Emiliano Manfredonia, ha realizzato ispezioni in 37 istituti penitenziari italiani, rilevando picchi di sovraffollamento fino al 250%.

Nell'ambito della loro attività per le carceri le associazione cattolica ha denunciato l'emergenza caldo nei mesi estivi, con frequente invivibilità delle celle ad agosto, la mancanza di ventilatori, frigoriferi e spazi protetti dal sole, con temperature insostenibili e celle dotate persino di letti a tre piani. 

Un tema specifico è quello legato alla gestione dei detenuti con dipendenze anche rispetto alle modifiche al Testo unico sugli stupefacenti. 

Se  lo strumento della detenzione domiciliare per i percorsi di recupero risulta per le ACLI positivo, come spesso accade nelle carceri italiane (e Pistoia non fa eccezione...) risultano però mancare adeguate risorse e personale sufficiente. 

Con una corretta e innovativa visione del futuro le ACLI si sono poi dotate, negli ultimi anni, anche di un Dipartimento per la promozione dello strumento della "giustizia riparativa".

Tornando a Pistoia, so che, per una volta, deluderò qualcuno/a, ma, in questo caso non ho (almeno rispetto a Giovanni Capecchi) alcuna critica da fare: il neosindaco di Pistoia ha toccato tutti i temi più importanti e ha fatto sentire opportunamente la propria voce, prendendosi anche qualche impegno concreto per il futuro.

D'altronde il sindaco di un comune capoluogo sul carcere ha influenza e poteri, ne parlerò più avanti.

I problemi del penitenziario cittadino non sono certo paragonabili a quelli, più che enormi, del carcere fiorentino di Sollicciano o di quello di Prato, ma anche nel penitenziario di Pistoia (che, va ricordato, è una casa circondariale maschile con detenuti in attesa di giudizio o, comunque condannati a pene non superiori a cinque anni) le criticità non mancano.

La frase con cui i giornali cittadini hanno sintetizzato la visita di Capecchi al carcere della città centra i due problemi principali (che non sono gli unici): "Sovrannumero e poco personale".

In occasione della visita del sindaco si è fatto sentire (finalmente...?) anche il Garante dei Detenuti di Pistoia, l'avvocato Tommaso Sannini che, insieme alla Camera Penale di Pistoia, ha dichiarato: "la situazione che abbiamo trovato è decisamente peggiorata rispetto a quella degli anni scorsi, a causa del sovrannumero dei detenuti: 85 al posto dei 63 che la struttura sarebbe destinata ad accogliere". 

Il sovraffollamento non è l'unico problema: il personale amministrativo e di polizia penitenziaria è sotto organico, e ciò contribuisce a rendere ancora più difficoltosa la vita all’interno della casa circondariale. Su un organico di circa quaranta agenti, ne mancano, infatti, all’appello circa una decina.

Nel carcere di Pistoia opera da anni con incisività ed impegno l'associazione Il Delfino, presieduta da Anna Chiara Corsi.

Quattro le principali attività promosse da Il Delfino: i colloqui con i detenuti, le attività ludiche, la lettura dei quotidiani e la Messa, officiata dal cappuccino Padre Alfredo Paladini.

Oltre a sovraffollamento e mancanza di personale, il carcere di Pistoia risulta piuttosto debole sia nelle attività di studio (è possibile conseguire solo il diploma di scuola media inferiore) che di reinserimento al lavoro, svolte senza il supporto di realtà associative e sussidiarie.

Ridotte anche le possibilità di formazione professionale, come il conseguimento dell'abilitazione HCCP, funzionale al coinvolgimento dei detenuti nella preparazione dei pasti nella cucina del carcere che sembra risentire, a detta dei detenuti stessi, di una qualità bassissima delle materie prime.

Rispetto agli oltre ottanta detenuti (molti in attesa di giudizio) gli immigrati oscillano tra il 35 ed il 40% con provenienze principalmente da Tunisia, Marocco, Albania e Romania.

Un altro aspetto problematico, pur in presenza di una biblioteca del carcere dignitosa, è la totale mancanza di interlocuzione/collaborazione con la Biblioteca San Giorgio che, invece, era attiva in passato, con la possibilità per i detenuti di usufruire, con un servizio dedicato, del prestito bibliotecario.

Un altro tema problematico piuttosto singolare, è il costo davvero ingiustificato delle telefonate per i detenuti, in Italia e all'estero, con i carcerati pistoiesi costretti ad acquistare obbligatoriamente delle "schede telefoniche" stile anni Ottanta, dai prezzi del tutto "fuori mercato".

Non semplici, infine, le attività sportive, dopo la chiusura, anche per giustificati motivi di sicurezza, della palestra interna.

"La misura civica e morale di una comunità – ha sottolineato il Sindaco Giovanni Capecchi, ripreso dai quotidiani cittadini – si riconosce soprattutto dalla capacità di guardare a chi vive nei luoghi più complessi ed esposti alla sofferenza. La Casa Circondariale è parte integrante del nostro tessuto cittadino e non può essere considerata un mondo a parte o isolato dalla città. Oggi più che mai - ha ribadito giustamente il sindaco - abbiamo il dovere di riaffermare tre principi fondamentali: l’ascolto autentico, il rispetto della dignità della persona e l’umanità verso tutte e tutti". 

A margine dell’incontro in carcere - si legge su La Nazione - i rappresentanti della Camera Penale di Pistoia e dell’amministrazione comunale hanno quindi ribadito come la funzione costituzionale della pena debba sempre tendere alla rieducazione, al reinserimento sociale e al rispetto dei diritti fondamentali della persona, garantendo al contempo condizioni lavorative adeguate e dignitose per tutto il personale penitenziario.

Tutto questo, da verificare nella sua concretezza, ha un valore particolarmente significativo nel contesto attuale in cui viviamo.

Ha colpito e sconcertato, qualche giorno fa, una nuova dichiarazione davvero improvvida di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, passata un paio di anni fa da Forza Italia Fratelli d'Italia.

Di fronte all'impegno di un deputato di Forza Italia, Tommaso Calderone e, più in generale, del partito azzurro per l'avvio di un'indagine conoscitiva sulle condizioni delle carceri italiane, Bartolozzi ha sventuratamente tacciato la meritoria iniziativa come: "populista" e: "degna di un partito di opposizione".

L'ex magistrata si è sostanzialmente autoassolta ed ha autoassolto anche il Ministro Carlo Nordio, lasciando incredibilmente capire, con la sua consueta arroganza, che occuparsi della situazione dei detenuti nelle carceri italiane sia un'attività sostanzialmente da demandare alla sinistra.

Niente di nuovo, per carità, è noto che il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove sia stato al centro di durissime polemiche politiche e istituzionali a causa di alcune dichiarazioni sui detenuti, in particolare per aver affermato di provare: un'"intima gioia" nel non far respirare chi sta dietro i vetri oscurati delle auto della Polizia Penitenziaria.

Ad aggravare un contesto generale così complesso, complicato anche dai famigerati, repressivi e ripetuti c.d. "decreti sicurezza" si sono verificati, pochi giorni fa, i fatti del carcere di Porto Azzurro (Livorno).

In un luogo storico come Porto Azzurro, di cui parlerò più avanti, circa trenta detenuti sarebbero stati coinvolti in una violenta colluttazione in un reparto "aperto" del carcere. 

La fonte è un sindacato di polizia tendenzialmente di destra, il Sappe che ha denunciato che: "per riportare la situazione sotto controllo è stato necessario l'intervento massiccio della polizia penitenziaria, compreso personale libero dal servizio e alcuni detenuti sono rimasti feriti in modo non grave. Dai controlli sono stati rinvenuti oggetti non consentiti e potenzialmente utilizzabili come strumenti atti ad offendere".

Certamente, nel 2026, i problemi nel carcere di Porto Azzurro, così come in altre carceri toscane (Pistoia compreso), come già detto, non mancano.

Quello che colpisce e preoccupa tantissimo è la dichiarazione di Donato Capece, segretario generale del Sappe che si è scagliato contro la storia di Porto Azzurro, carcere che ha, da oltre quarant'anni, un modello di detenzione appunto a: "porte aperte" (non è un paradosso).

Capece ha dichiarato battagliero alla Nazione di Livorno,  supportato dal suo segretario generale toscano Oliviero:

"Il modello detentivo a porte aperte non può diventare un dogma ideologico da applicare indipendentemente dalle condizioni concrete dell'istituto e dalla tipologia dei detenuti presenti. Porto Azzurro non può essere trattato come un contenitore nel quale trasferire indiscriminatamente detenuti provenienti dagli istituti circondariali senza una seria valutazione della compatibilità con la struttura, con il modello organizzativo e con le effettive capacità gestionali. La composizione della popolazione detenuta incide direttamente sulla sicurezza".

Anche Pasquale Amato, dirigente Sappe di Porto Azzurro, ha sottolineato: "non possiamo continuare a chiedere ai poliziotti penitenziari di fare miracoli. Il personale è stanco, sottoposto quotidianamente a una pressione enorme e costretto a gestire situazioni sempre più complesse." 

Fin qui osservazioni condivisibili, ma poi parte, grave, l'attacco politico sul tema della rieducazione della pena e dell'apertura del carcere all'esterno:

"Se l'Amministrazione ritiene che il modello a porte aperte sia ancora sostenibile, deve garantire concretamente tutte le condizioni organizzative e di sicurezza necessarie. Altrimenti deve avere il coraggio di modificarlo".

Leggere di questa situazione nel carcere dell'Isola d'Elba, mi ha fatto tornare bambino, all'agosto 1987.

Avevo da un mese compiuto otto anni, ma la rivolta del carcere di Porto Azzurro me la ricordo benissimo, perchè colpì profondamente proprio il mio immaginario di bambino.

La rivolta iniziò il 25 agosto 1987 e durò sette giorni. Nato inizialmente come un tentativo di evasione da parte di un gruppo di ergastolani guidato da Mario Tuti e Mario Ubaldo Rossi, l'evento si trasformò nel sequestro di 33 ostaggi (tra guardie e civili).

I rivoltosi chiesero addirittura un elicottero per fuggire ("partito dell'elicottero"), ma lo Stato scelse la linea della fermezza.

I negoziati durarono una settimana e videro l'intervento di garanti esterni e mediatori (tra cui Ernesto Olivero del Sermig). 

Un ruolo chiave nella risoluzione pacifica fu giocato dalle garanzie legate all'applicazione della neonata legge Gozzini sull'ordinamento penitenziario.

La crisi si concluse senza spargimenti di sangue, con la liberazione di tutti gli ostaggi e la resa dei detenuti.

Tutto ciò avvenne per un preciso motivo.

Nell'agosto del 1987 la Casa di Reclusione di Porto Azzurro era considerata un vero e proprio modello all'avanguardia per le politiche di trattamento e riabilitazione dei detenuti. 

Il carcere dell'Isola d'Elba si distingueva nel panorama penitenziario italiano per l'applicazione avanzata dei principi di reinserimento sociale. 

Il primato qualitativo della struttura prima della rivolta del 25 agosto 1987 si basava su alcuni pilastri specifici: 

-attività riabilitative: i detenuti erano attivamente coinvolti in svariati programmi ricreativi, culturali, artistici e lavorativi volto al loro reinserimento;

- clima disteso: l'istituto offriva un ambiente sereno e un rapporto insolitamente collaborativo e aperto tra la polizia penitenziaria (allora agenti di custodia) e la popolazione carceraria;

- apertura verso l'esterno: la direzione promuoveva la cooperazione con la comunità locale dell'isola per scongiurare l'isolamento sociale dei reclusi.

Tutto ciò ebbe un impatto decisivo sulla rivolta: l'approccio progressista e "illuminato" emerse chiaramente proprio durante i drammatici sette giorni del sequestro guidato dal terrorista nero Mario Tuti. 

La stragrande maggioranza dei detenuti rifiutò di associarsi alla rivolta armata e scelse di prendere le distanze dai sei sequestratori. 

Molti di loro si rinchiusero spontaneamente nelle proprie celle proprio per tutelare quel modello di reclusione e non perdere i diritti e il clima di fiducia conquistati fino a quel momento.

La gestione pacifica della crisi permise in seguito di salvaguardare i decreti della recente Legge Gozzini (varata nel 1986), che molti settori politici dell'epoca avrebbero voluto revocare in risposta al sequestro.

Porto Azzurro, allora come oggi, senza nascondere i problemi che ci sono, anche in barba alla dottoressa Bartolozzi, ci insegna molto. 

La sua storia deve, auspicabilmente, arrivare fino a Firenze, Prato e, nel piccolo, anche a Pistoia.

Una Pistoia che si appresta all'importante nomina di un nuovo Garante dei detenuti, dopo il non entusiasmante nè incisivo, mandato dell'avvocato Sannini.

Non può essere dimenticato (anche se a Pistoia ci si dimentica tutto...) che, dopo la positiva esperienza come Garante dei detenuti dell'avvocato penalista Antonio Sammartino, durata dal 2012 al 2015, questa importante figura sia rimasta vacante a Pistoia, incredibilmente, per sette lunghi anni.

Si è dovuti arrivare sino al 2022, con gravi responsabilità condivise sia nel centrosinistra (amministrazione Bertinelli) che nel centrodestra (doppie, visti gli anni passati senza decisioni da parte dell'amministrazione Tomasi).

Su questo punto Giovanni Capecchi, che ha il diritto/dovere, sancito dal regolamento comunale, di nominare direttamente un nuovo Garante, deve essere tempestivo ed incisivo e non può, non deve fermarsi ad atti e gesti di immagine, simbolici.

Un Garante efficace, presente, inclusivo, coraggioso, competente, supportato non può risolvere tutti i problemi, ma rappresenta un punto di partenza importante.

Non si tratta, infatti, solo di "fare".

Occorre, come traspare anche dalle parole di Giovanni Capecchi, soprattutto: "essere".

Sul carcere occorre tutti e tutte cambiare lo sguardo e non fare silenzio.

Anche se, può sembrare strano, dentro al carcere di Pistoia un aspetto che manca è proprio il silenzio.

Si pensi solo alle rumorosissime, enormi, vetuste chiavi delle celle.

Uno dei momenti - ha ricordato un detenuto agnostico che la frequenta - in cui si può assaporare, vivere il silenzio, nel carcere è la Messa, frequentata da più di un terzo dell'intera popolazione carceraria.

Federico Fellini ne La voce della luna ci ha consegnato questa riflessione:

"Eppure io credo che se ci fosse un po' più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire".

Il silenzio, da sempre, inquieta, ma nell'epoca del rumore onnipresente, riscoprire e coltivare il silenzio rappresenta un atto politico, una forma di resistenza, un punto generativo e rivoluzionario di partenza e di speranza.

Noi che stiamo fuori dal carcere e che i tanti rumori del carcere non siamo costretti a sentirli, dobbiamo compiere un vero e proprio atto politico: "sentire ciò che non fa rumore".

Dobbiamo sentire, vedere, la fragilità, il disagio, la necessità di cura, l'urgenza e il diritto a una seconda possibilità.

Sentire il silenzio di un carcere rumoroso, significa, su questo concordo totalmente con Giovanni Capecchi, educare, migliorare, rigenerare un'intera comunità.

Il carcere, a Porto Azzurro come a Pistoia, a Prato, come a Sollicciano, non può rappresentare, come ha descritto il sociologo Ervin Goffman, un'istituzione totale, concentrazionaria. 

Deve, invece, essere aperto, penetrabile, ovviamente con le dovute garanzie e i necessari investimenti.

Ce lo dimostrò, da poco eletto, Papa Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano Secondo, con la sua rivoluzionaria e allora assolutamente inconsueta visita nel carcere romano di Regina Coeli nel giorno di Santo Stefano del 1958.

Le sue parole rimangono scolpite nel tempo, indelebili, incancellabili anche in questo bastardo, disperato, eterno, ignorante, furioso presente:

"Ho messo i miei occhi nei vostri occhi e il mio cuore vicino al vostro".

Una frase profondamente spirituale, umana, politica, quella di Papa Giovanni.

C'è un fatto storico di quella visita forse meno noto; lo vorrei dedicare, ricordare, in particolare a Bartolozzi e Del Mastro:

"Mentre si avviava all’uscita della prigione, Papa Giovanni vide un uomo staccarsi dal gruppo dei reclusi raccolti attorno all’altare. Quello lo guardò con occhi arrossati dal pianto e, cadendogli ai piedi, domandò: “Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me, che sono un grande peccatore?

Roncalli non rispose. Si chinò sull’uomo, lo sollevò, lo abbracciò e lo tenne a lungo stretto a sé."

Non servono, credo, altre mie parole.

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

domenica 9 agosto 2026

"COME LEGNI STORTI SUL CRINALE. IL PERSONALE E' POLITICO". LETTERA APERTA A GIANNESSI (GIOVANNI).

Caro Giovanni (Giannessi),

spero mi scuserai per la consueta mancanza di sintesi, ma confido anche che tu ed altri/e almeno di questa mi perdonerete, una volta letti i contenuti della seguente lettera aperta-proposta di dialogo.

Dopo che ci siamo "scontrati" la sera del ricordo di Francesco Guccini in Piazza Duomo, sì, la sera in cui le mie ultime sprezzanti parole a te rivolte sono state: "tanto tu sei il solito figlio di papà",  ho, alla fine, imparato il tuo nome.

Prima di quel momento per me sei sempre stato, anche in contesti ufficiali in cui ho dovuto fare riferimento a te, mio malgrado, il "figlio del Primario e Assessore Giannessi" o, al massimo: "quello dell'Ho Chi Minh".

Penso che riconoscere, in alcuni casi, persino restituire alle persone il proprio nome sia un primo basilare e dovuto segno di rispetto.

Se ci si pensa un po' su, allargando lo sguardo, l'atto, ad esempio, di togliere il nome originale alle popolazioni indigene è stata una pratica sistematica di assimilazione culturale forzata utilizzata dai governi coloniali.

Un'azione violenta, nei secoli, portata avanti non solo dagli Stati, dal potere politico, ma anche dalla Chiesa, dal potere religioso, con conversioni spesso estorte, in cui i nomi tradizionali venivano sostituiti, cancellati, con nomi cristiani od occidentali, in larga parte durante battesimi, appunto, forzati.

Se, poi, ci allarghiamo dai nomi ai cognomi vediamo come, ad esempio nei sistemi giuridici anglosassoni, la donna sposata perdeva normalmente la propria identità legale. Si diceva letteralmente che venisse "coperta" da quella del marito.

Il passaggio del cognome simboleggiava il trasferimento della donna dall'autorità del padre a quella del marito e serviva a identificare la discendenza dei beni e del patrimonio per via unicamente maschile.

In Italia, solo nel 2022, con una storica sentenza della Corte Costituzionale, il rigido automatismo del passaggio del cognome del padre ai figli/figlie è stato dichiarato illegittimo.

Tornando a noi, ti scrivo perchè la mia rabbia e, forse, nel tuo caso, un po' di vino bevuto di troppo (ti eri appena sgolato un'intera bottiglia davanti a tutti) non ci hanno permesso un dialogo, non dico sereno, ma civile.

Non avendo altro modo preferisco renderlo pubblico, trasparente, non ci sono, tra noi due, infatti, problemi personali, ma politici.

Almeno questa è la mia personale visione.

Quando ti ho lievemente urtato, goffamente lo ammetto, e tu mi sei corso dietro sotto i portici di Palazzo di Giano, mi hai sputato verbalmente in faccia due cose: come mi sentissi ora che (a tuo parere) non potessi più scrivere quello che volevo e se non mi convenisse tacere e sparire: "vista la mia situazione".

Devo essere stato molto sfortunato con te, perchè in tutto, nella nostra vita, ci siamo visti tre volte (due al circolo Arci Ho Chi Minh e lì i rapporti di forza erano chiaramente a tuo favore...) e due volte su tre ho misurato in te, da te, alcuni degli atti (principalmente parole sia chiaro) più violenti che io abbia subito e visto in vita mia.

So bene (anzi me lo ricordaste tu e Mariasole) che il mio destino, quella sera al circolo in Porta al Borgo, è stato quello di molti altri, anche storici soci e dirigenti, rimossi da una sorta di cancel culture associativa che, parere mio da semplice iscritto non militante, non fa assolutamente bene non solo al circolo Ho Chi Minh, che ha una importante storia, più che cinquantennale, ma a tutta l'Arci di Pistoia.

E' vero, da un anno esatto, la mia vita, principalmente lavorativa, ma non solo, è stata stravolta, sono, come succede a molte persone, prima o poi quasi tutte, caduto. E anche piuttosto male. 

Non posso poi dire, in sincerità, che gli ultimi quattro mesi siano stati, in minima parte anche grazie a te, migliori dei precedenti otto.

Ma questi sono fatti personali che, immagino, a te e a molti altri/e, che magari si riempiono quotidianamente la bocca con termini impostori come cura, servizio, ascolto, non importano un fico secco,  peraltro legittimamente.

Quello che però mi ha colpito, senza voler dare un giudizio generale su di te visto che, di fatto non ci conosciamo ed eventi esterni precedenti hanno giocato molto negativamente sui nostri incontri, è stata la "chirurgica" volontà (passami questa volta il termine di famiglia...) di annientare, zittire, disconoscere la dignità dell'altro.

Un altro che, stando alle tue parole di qualche giorno fa, ma anche del nostro precedente incontro, deve tacere, sparire, preoccuparsi, piuttosto, della propria incolumità e salute. Non si sa mai.

Un altro che, come successe un paio di mesi fa all'Ho Chi Min, in "territorio tuo", manco tu fossi un autoritario ufficiale coloniale, non può nemmeno terminare in fretta una birra piccola, peraltro regolarmente già pagata.

Mi sono sinceramente interrogato, credimi, sulle tue parole.

E' vero, non per responsabilità mia (nell'ultimo più recente caso, nemmeno un po', nemmeno un briciolo) vivo un momento di difficoltà, posso dire tranquillamente di forte fragilità.

Peraltro tra un paio di mesi a Firenze, come forse sai, si svolgerà finalmente la prima udienza del processo del lavoro per la mia reintegra/risarcimento, dopo un licenziamento politico, discriminatorio, ritorsivo, illegittimo e, per me, infame.

Un licenziamento che mi ha forzatamente allontanato, per meri contrasti di opinione, da un posto di lavoro di cui, credimi, mi prendevo cura da vent'anni con tutto me stesso, vivendolo non solo come un "mestiere", ma come una vera e propria "missione".

Stiamo parlando di un periodo equivalente all'intera tua età, anno più, anno meno.

E' vero, in questi mesi ho sperimentato la solitudine, la paura di non farcela, la caduta. nonostante cinque appelli nazionali e internazionali di solidarietà, nonostante sulla mia vicenda sindacale siano stati scritti articoli (a mio supporto) persino in Svezia o in Brasile, nonostante trasmissioni web, interviste radio, cinque quotidiani nazionali che si sono spesi (mentre, per dire la verità, a Pistoia, tranne per Report, è calato un lugubre e complice silenzio).

E' vero, la mia non è una caduta qualsiasi, ma una di quelle in cui ti esce contemporaneamente il sangue alle ginocchia e ai polsi e in cui la pelle ti fa male, ti si strappa, brucia fin dentro al cuore e all'anima, non solo nel corpo.

Ti dirò anche di più.

Per almeno due mesi, forse più, sono riuscito a vedere, guardare solo me stesso.

Il mio dolore, la mia ingiustizia, il mio peso pesantissimo da portare, da solo, sulla schiena.

Il resto del mondo, il resto delle persone non contava, mi trovavo disorientato nella mia rabbia e, come canterebbero i Gang, perduto tra: "silenzi e spari" (e spero "senza tradire mai...")

Poi ho incontrato (mi ha cercato) una giovane sindacalista che, anche in quanto donna, aveva subito torti ben peggiori e violenti dei miei, ed è stata solo la prima di decine e decine di telefonate, di volti, di sguardi, di nomi.

Tante solitudini, tante "fragili situazioni", avevano soltanto bisogno di condividere dolore, reciproco ascolto e solidarietà, senza particolari strategie.

Ma è stato il messaggio recente di un amico, anche lui caduto che, insieme a lui, mi ha aiutato a rialzarmi e mi ha dato anche lo spunto di scriverti pubblicamente oggi.

Questo mio amico mi ha inviato la stupenda, serena, viva testimonianza di Mario Calabresi, intitolata: "Scegliere la strada", risalante al Festival della Spiritualità di Torino di due anni fa.

Il titolo del Festival di Torino del settembre 2024, caro Giovanni, ci parla da solo: «Come legni storti. L’imperfezione, l’errore, l’inciampo».

Al titolo del Festival si è ispirata la testimonianza di Mario Calabresi, dal racconto del bosco  nel crinale sull'Appennino casentinese, tra Romagna e Toscana (Sasso Fratino) inaccessibile e di rigenerazione integrale (legni storti...) alla vera e propria rinascita di sua nonna materna.

Una neonata incredibilmente più resistente della rovinosa caduta della madre (la bisnonna di Mario) e di un parto indotto e prematuro, al tempo in cui le incubatrici non esistevano.

Mario Calabresi, "spingendo la notte più in là", spiegandoci che: "la fortuna non esiste" e raccontandoci il: "tempo del bosco", non ci parla solo degli altri, affronta, generosamente, anche se stesso, le sue cadute, i suoi inciampi.

Ci racconta anche del suo traumatico licenziamento da direttore di Repubblica nel 2019, del suo non sapere cosa fare, del suo senso di vuoto, del tempo fermo, del telefono muto e del suo stare male.

Ci confida anche del tentativo, fallace, di far finta di nulla con gli amici e i colleghi, e, soprattutto, di non far trasparire, al di fuori la propria sofferenza, la propria incertezza, il proprio "morire dentro".

Diresti tu Giovanni: "la propria precaria situazione..."

Come spiega Mario Calabresi, però, la Vita non si misura giorno per giorno, ma su un tempo più lungo, in cui si riparte, ci si rialza, si accetta una mano aperta, tesa, si comincia, piano piano, a uscire dal pozzo.

La Vita, caro Giovanni, con le sue "situazioni", non è un algoritmo e non concepisce/sviluppa percorsi piatti, lineari.

La Vita ci sorprende, ma solo se teniamo gli occhi aperti, lo sguardo acceso, se viviamo pienamente la difficoltà e la accompagniamo, pur nei frantumi, con un passo diverso, che non ci nasconda le nuove opportunità, i nuovi percorsi, i nuovi incontri, le ripartenze possibili.

Certo, dobbiamo saper: "scegliere la strada" e pensare a qualcosa di nuovo, a un passo diverso.

In quest'ultimo mese mi sono capitati due incontri che mi hanno indicato un orizzonte di lotta e di speranza, certo ostinata, difficile, resiliente, da organizzare.

Mi riferisco, in primis, proprio all'"organizzazione dei non organizzati", in particolare alla manifestazione di Prato dopo lo sgombero del presidio sindacale Sudd Cobas a Seano.

Penso ai lavoratori pachistani dell'Acca, il pronto moda cinese (ma se fosse pratese, bianco, occidentale non cambierebbe nulla...) che li vuole licenziare in tronco.

Non basta, vuole, anche fisicamente, "sorvegliare e punire", per citare concretamente il fondamentale testo di Michel Focault, chiudendo e riaprendo l'azienda con un vile gioco di prestigio frutto dell'economia dello scarto e del concetto aberrante e antico di lavoro ridotto a merce.

A questi lavoratori (a proposito di pelle che brucia sull'asfalto bollente) ho avuto l'onore di parlare, a nome della Cub, del sindacalismo di base, proprio in piazza a Prato, salendo su una panchina con un megafono improvvisato, dialogando con le loro paure, imparando dal loro coraggio, ascoltando le loro parole, pronunciate nella loro lingua e poi, con rispetto, tradotte.

A proposito, come con un servizio davvero opportuno ci ricorda il Tirreno (pagina di Prato) di oggi, il presidio dei lavoratori a Seano eroicamente resiste, nonostante i riflettori spenti e il caldo torrido.

Il presidio della dignità e della resistenza è ancora lì anche a grazie a bravissimi/e e giovani sindacalisti/e "da marciapiede", per usare la positiva definizione che proponeva, anche di sè, l'indimenticabile leader dei metalmeccanici (e non solo...) Pierre Carniti, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Penso, ancora, a Margherita. Margherita Napoletano.

Una sindacalista e una lavoratrice che, nel tempio del profitto della sanità privata, ma anche di una sanità ridotta a mercato, l'ospedale San Raffaele di Milano, non ha voluto chiudere gli occhi di fronte ad appalti ed esternalizzazioni selvaggi che hanno persino messo a rischio la vita di alcuni pazienti.

L'ospedale che recentemente ha scambiato le mamme per l'impianto di embrioni nella procreazione assistita (a dimostrare che i problemi di sicurezza sono ben altri...), ha reagito, freddamente, con cinismo e senza pietà, sfruttando, incredibilmente, proprio il tema della salute e sicurezza sul lavoro.

Un licenziamento pretestuoso e ritorsivo, quello subito da Margherita Napoletano, coordinatrice di tutte le Rsu (Rappresentanze Sindacali Unitarie), eletta ininterrottamente, dal 1999, anche Rls (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza).

Un'azione improvvida che ha indignato, facendo cadere loro le braccia, persino alcuni politici e amministratori della destra lombarda.

Quando ho incontrato Margherita, che riabbraccerò di nuovo al San Raffaele il prossimo martedì 11 agosto, poco dopo la cerimonia collettiva della riconsegna del suo badge e nel pieno del suo sciopero della fame, ho incontrato il suo sorriso accogliente e nonviolento ed un cartello nelle sue mani che non parlava di lei, ma dei "sanitari per Gaza".

Perchè, come sai, non c'è contraddizione, caro Giovanni, nel lottare qui ed ora nel proprio posto di lavoro, nel pagare i prezzi più alti e mantenere uno sguardo aperto ed empatico sulle tragedie e le ingiustizie del mondo.

Margherita, qualche giorno fa, parlando alla Camera dei Deputati della sua gravissima vicenda, nel giorno della scomparsa del grande poeta e cantautore, non ha potuto non citare, con un omaggio, il verso di Francesco Guccini che descriveva perfettamente la sua situazione: "avevo la rivolta tra le dita, dei soldi in tasca niente".

Perchè lottare, rivoltarsi contro il "caporalato in giacca e cravatta" ti rompe, ti frantuma, ti trascina in un'asimmetria di potere che solo il vero sindacato, l'unione dal basso dei lavoratori e delle lavoratrici, il "fare, essere giustizia insieme", può compensare e speriamo anche ribaltare, rovesciare.

L'imperfezione della rinascita rifiorisce, però, anche da queste rotture e, come canta Leonard Cohen in Anthem, in "ogni cosa c'è una crepa, ed è da lì che passa la luce".

Magari: "alzandosi all'alba", sognando da svegli "la mattina dopo", per citare due altri titoli di libri di Mario Calabresi.

Quindi, no, caro Giovanni, non starò zitto e continuerò, magari sbagliando, anche con mille, diecimila imperfezioni, a: "prendere parola".

Concludo con il punto più importante:

magari non ti interessa nulla, ma oltre a non rinunciare a pronunciare le mie parole, sono pronto a confrontarmi con le tue, sia privatamente che pubblicamente, scegli tu.

Ad ascoltarle, a prendermene cura.

Magari litigheremo ancora, ma il dialogo può rivelarsi uno straordinario "strumento" di Pace, come mi ha insegnato proprio quella giovane sindacalista, che oggi, con le sue forze, si è rialzata dal baratro e macina, da sola, migliaia di chilometri.

Per utilizzare una citazione di una generazione precedente alle nostre (persino alla mia!): "Il personale è politico".

L'attivista femminista Carol Hanisch parlando dei gruppi del femminismo americano della c.d. "seconda ondata" affermava, nel 1969, facendo tesoro della pratica dell'autoriflessione del movimento per i diritti degli afroamericani:

"Una delle prime cose che scopriamo in questi gruppi è che i problemi personali sono problemi politici. Non ci sono soluzioni personali in questo momento. C’è solo un’azione collettiva per una soluzione collettiva.”

Pertanto il dialogo è, prima di tutto, specialmente per chi si impegna pubblicamente come noi, un atto politico, un ponte tra personale e pubblico valido ancora oggi.

Una pratica, che non esula ovviamente dal conflitto, e che ha guidato, in quegli stessi anni del femminismo, anche il movimento degli studenti nelle Università.

Recitava così il manifesto studentesco di Port Huron:

È tempo di riaffermare il personale. Una nuova sinistra deve dare forma a sentimenti di impotenza e indifferenza in modo che le persone possano vedere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi privati e organizzarsi per cambiare la società.”

Lo dico a te che, prima di orientarti su contesti più movimentisti e, almeno formalmente più radicali, hai avuto tra le mani (vedi la foto emblematica di quattro anni fa...) il peso, il simbolo, direi l'onore e l'onere, di tutta la "sinistra" istituzionale pistoiese...

Il dialogo non è fatto solo di parole, ma può anche diventare suono, musica, incanto.

Cerco di interloquire (cosa che mi avete già impedito di fare una volta, con un po' di livore, ma io sono uno che insiste...) consapevole che, anche di fronte a conflitti e difficoltà interne, avete provato, proprio al circolo in Porta al Borgo, e con il tuo coordinamento organizzativo, a interrogarvi su voi stessi e sulle dinamiche, da un lato, della violenza, e, dall'altro, della connessione e del dialogo.

Nessuno su questo, a partire da me e da te, può ergersi a maestro; ciò che conta, come giustamente avete scritto presentando un ciclo di incontri, è continuare a riflettere, per usare ancora le vostre parole, su: "relazioni, emozioni, comunicazione e responsabilità".

Sono anche d'accordo che non basta discutere di "ciò che non funziona", ma bisogna provare ostinatamente a scoprire: "ciò che noi possiamo fare" "come riconoscere e coltivare relazioni sane, migliorare la comunicazione, gestire le emozioni, diventare protagonisti del cambiamento, migliorare insieme".

Perchè il cambiamento, ti propongo sempre le parole da voi utilizzate: "comincia soprattutto da noi".

Ed è vero, siamo "come legni storti", direbbe Mario Calabresi, ma proprio per questo possiamo resistere meglio e più a lungo, ognuno a modo suo, al vento del crinale. 

Non solo il crinale delle montagne, anche quello, metaforico, ma concretamente paradossale e a tratti violentemente battuto, dell'afosa, e non poco inquinata, piana/conca di Pistoia.

Pensaci.

Francesco Lauria

P.S. Questo è il link alla testimonianza integrale di Mario Calabresi al Festival della Spiritualità di Torino... Link: https://youtu.be/-49SbxWy69E?is=kXzzBi845qYWUQPE

sabato 8 agosto 2026

NONOSTANTE HOBBES (E MACHIAVELLI...) LAVORO, ANTROPOLOGIA, DEMOCRAZIA (AMORE, EMOZIONI). CONVERSAZIONE CON LAURA PENNACCHI. UN ANNO DOPO.

Un amico ricercatore, lette, da buon pratese, le mie riflessioni critiche sulle dinamiche di potere pistoiesi (e non solo...), mi ha consigliato di guardare su Netflix la celebre serie danese: "Borgen" che significa appunto, nella lingua scandinava, "Il Potere".

Questa serie tv racconta, anche in forma drammatica, le vicende di Birgitte Nyborg,  prima donna, nella fiction, a diventare Capo di Governo in Danimarca, mostrando senza indulgenza, i giochi di potere, i compromessi e i dilemmi tra vita privata e carriera politica.

In particolare il fatto che la protagonista, in chiaroscuro, sia una donna di fronte alla conquista e alla gestione del potere rende tutto il racconto della serie interessante e mai scontato ed, probabilmente, una delle ragioni principali del suo duraturo successo.

Non è casuale che il primo episodio della prima stagione della serie si apra con una frase di Nicolò Machiavelli: "Un principe non deve porsi altro obiettivo, nè avere altro pensiero se non sulla guerra e ordini e disciplina di essa".

La citazione mi ha subito fatto venire in mente, ovviamente per associazione opposta di idee, una mia intervista a Laura Pennacchi, economista, deputata per tre legislature, già sottosegretaria al Tesoro nei Governi Ciampi e Prodi.

La conversazione è stata pubblicata su Il Diario del Lavoro esattamente un anno fa, in occasione dell'uscita del suo ultimo, bellissimo libro intitolato: "Nonostante Hobbes".

Questi giorni rappresentavano, tra l'altro, momenti davvero concitati e decisivi della mia vita (in quel caso anche lavorativa); di lì a poco sarebbe scoppiato anche mediaticamente un pandemonio a causa del quale, tra le tante cose, avrei perso, per ossequio del responsabile di fronte al potere e dolorosa ingratitudine riversata nel momento più sbagliato, anche la mia rubrica fissa su un portale che, da vent'anni, è un punto di riferimento per chi si occupa, in Italia, di relazioni industriali.

La mia situazione oggi non pare, in verità, particolarmente diversa, pur sviluppandosi in forme, con cause e attraverso protagoniste/i in buona parte differenti.

La costante delle due complicate esperienze è, senza alcun dubbio, il rapporto, mio e di altri/e, con il potere nell'azione politica, ma anche nei rapporti interpersonali, nella gestione delle emozioni, nella costruzione delle amicizie e di collaborazioni rilevanti, anche dal punto di vista professionale e associativo.

Si tratta di un tema complesso e variegato, tra dimensione intima e pubblica, non lontano dagli assunti principali del libro di Laura Pennacchi.

Ho riletto la mia conversazione con Laura dell'agosto 2025 e l'ho trovata, forse, ancora più attuale, opportuna e incalzante di un anno fa.

Oggi mi è venuto in mente che, due settimane prima della mia intervista a Laura Pennacchi era scomparso Sandro Antoniazzi, grande sindacalista (e non solo...) che negli anni Ottanta e Novanta aveva avuto l'ardire e l'ardore di fondare una rivista chiamata, controcorrente: "Politica e Amicizia".

Proprio per questo, per chi avesse l'interesse e il tempo di apprezzarla, ripropongo integralmente l'intervista, suggerendo ancora a tutti e a tutte di procurarsi il prima possibile il suo libro, così opportuno, ispirato e ispirante.

Originariamente tratto da Il Diario del Lavoro (www.ildiariodellavoro.it), 4 agosto 2025...

"Nonostante Hobbes. Lavoro, antropologia, democrazia” di Laura Pennacchi, edito da Castelvecchi, è un libro stupendo.

Quando ho chiuso l’ultima delle 191 pagine, mi è venuta in mente la definizione che avevo dato, controcorrente, dei primi Diari pubblicati di Bruno Trentin e che tanto era piaciuta alla moglie Marcelle “Marie” Padovani: “uno scrigno scomodo”. 

Certo, non parliamo di una lettura da ombrellone. Il solo ricchissimo, aggiornatissimo e internazionale apparato bibliografico ne fa un contributo inestimabile. 

Laura Pennacchi, economista, più volte eletta in Parlamento, sottosegretaria al Tesoro con Ciampi e nel primo governo Prodi, ci ricorda che per decenni, anche a sinistra, si è accolto con entusiasmo l’annuncio della “fine del lavoro”, resa possibile dai progressi tecnologici. 

Oggi che questa stagione appare definitivamente (e fortunatamente) tramontata, occorre, per dirla sempre con Bruno Trentin, ricercare non “la libertà dal lavoro”, ma la “libertà nel lavoro”. 

Un lavoro che torna cruciale per la formazione e l’affermazione delle identità e delle soggettività, pur nella necessità, oggi, di continuare a ripensarne il significato, a partire dalla rilevanza cooperativa ed emancipatoria. 

Il libro di Pennacchi mette in discussione la cupa antropologia ereditata da pensatori come Machiavelli e Hobbes e propone, al contrario, un’antropologia che, recuperando anche il migliore pensiero femminista, esalta la creatività e ci accompagna nella piena realizzazione personale, collettiva e relazionale, anche salvaguardando, nella crisi di questi tempi bui, lo sviluppo della democrazia. Di seguito, una conversazione con Laura Pennacchi a proposito della sua ultima opera.

“Nonostante Hobbes” è un libro prezioso, quanto complesso. Apparentemente controcorrente, visto il contesto economico, politico e sociale complessivo. Come e perché nasce l’idea del libro?

L’idea del libro mi era venuta, per la verità, già da molto tempo. 

L’avevo sempre un po’ spinta indietro nella mia mente. 

Il fatto decisivo per riprenderla sono state le guerre: questa strana giustificazione, portata nemmeno in modo troppo esplicito, ma data assolutamente per scontata, che le guerre stesse siano un portato naturale della vita umana sul pianeta. 

Mi trovavo di fronte alla desolazione delle guerre e alla devastazione da esse provocata. Ho ripensato anche alle molte distruzioni che hanno preceduto i conflitti e che si sono espresse soprattutto con assetti economici molto poco favorevoli, quasi negatori rispetto all’espressione della dignità umana. Penso soprattutto al lavoro. 

Ho quindi ritenuto che stia montando una questione antropologica, come molti riconoscono, soprattutto nel mondo religioso, ma anche in un mondo laico che guarda alla spiritualità con grande interesse. 

In particolare Papa Francesco aveva indicato i termini di una nuova questione antropologica affermando: “questa economia uccide l’umanità”

Mi è venuto l’impulso di cercare, di mettere in evidenza dei substrati logici e filosofici che si sono consolidati nel tempo nelle nostre coscienze e che sono quasi diventati luoghi comuni. 

Tali substrati, a mio parere, risalgono addirittura ad antecedenti filosofici maturati negli anni che hanno visto l’affermazione della riforma protestante, ma anche in precedenza. Io li attribuisco soprattutto a Machiavelli e a Hobbes, da qui il titolo del libro.

Machiavelli, soprattutto in Italia, è considerato un autore criticare il quale significa compiere azioni di lesa maestà, è lo scrittore italiano più tradotto e più letto nel mondo. 

Hobbes viene considerato il padre della scienza e della teoria politica moderne rispetto al sistema dell’evoluzione degli stati assoluti e delle fasi successive. Appare veramente controcorrente sia discutere Machiavelli e Hobbes, sia contestare quei principi di Machiavelli e Hobbes che sono diventati quasi senso comune. 

Parlo dell’idea dell’intrinseca malvagità, naturale, innata dell’essere umano. 

Afferma, infatti, Machiavelli, e lo dice in particolare ai politici: “dovete sempre presupporre la malignità umana”. 

Per lo scrittore fiorentino la prima cosa che il principe deve imparare è mentire e presupporre che gli esseri umani siano sempre pronti al male. 

La malvagità naturale, innata, intrinseca dell’essere umano in Hobbes viene anche teorizzata come homo homini lupus, sotto un’accezione ancora più violenta. 

Tutto ciò reca alla base la presupposizione di un egoismo comportamentale, anche questo innato o intrinseco, la pulsione all’utilitarismo, un’esistenza individualistica assoluta. 

Hobbes critica Aristotele, per lui non aveva capito niente, ritiene falso il suo assioma dello zoon politikon, dell’uomo essere sociale intrinsecamente tale. 

Questi presupposti agiscono talmente quasi all’insaputa, come direbbe Elster, degli agenti economici quando in realtà sono, sia dal punto di vista empirico che dal punto di vista teorico, assolutamente criticabili e contestabili. 

Tali presupposti non appaiono fondati, sono proiezioni ideologiche di immagini dell’essere umano e dunque del suo vivere. 

Esistono, in realtà, più Machiavelli, come, del resto, più Hobbes. 

La differenza tra i vari Machiavelli è più marcata. In Machiavelli, a un certo punto, c’è uno spirito repubblicano che viene affermato, ma gli elementi di fondo non vengono mai smentiti. 

In Hobbes tutto è molto più chiaro: la politica si basa sul dominio, sulla violenza, sulla sopraffazione. 

Da qui anche la legittimazione della guerra come impulso atavico permanente. Da tutto questo groviglio di pensieri nasce il ragionamento che ha portato al libro.

È davvero giunta al termine la “strana stagione di esaltazione della fine del lavoro”? Come può il lavoro ritornare al centro di una nuova soggettività, allo stesso tempo, emancipante e relazionale?

Sostengo che tutti questi discorsi sono iniziati già negli anni ‘90 con André Gorz e poi hanno raggiunto un apice in Rifkin, che ha scritto, nel 1995: “La fine del lavoro”. 

Il volume è uscito proprio negli anni in cui avveniva una moltiplicazione delle forze di lavoro a livello mondiale per l’ingresso della Cina nell’agone internazionale. 

Rifkin non ha mai fatto autocritica. 

Ci sono stati vari gruppi di pensiero, ad opera, per esempio, della Scuola di Francoforte, con Axel Honneth e Rahel Jaeggi, ma anche gruppi di francesi come quelli legati a Deleuze, che, come altri che hanno dato vita addirittura a nuove discipline come la psicodinamica del lavoro, hanno studiato con rinnovato interesse proprio le questioni del lavoro. 

Il problema enorme che abbiamo di fronte e che abbiamo avuto nel ventennio passato non è tanto che il lavoro finisca, ma è che il lavoro viene frantumato, spezzato

C’è una dicotomia tra una componente ad altissima qualificazione e salari, che è sempre più esigua, e una grande massa. 

Qualcuno ha usato, addirittura, l’espressione plebe, che Hegel aveva utilizzato nell’Ottocento con grande riprovazione di quello che stava allora accadendo. 

La domanda esige una risposta che tenga conto del fatto che questi ricorrenti tentativi di dire che il lavoro è finito, il lavoro non conta più per le persone, ci sono ancora oggi. 

Basti pensare, per esempio, alla questione delle c.d. “grandi dimissioni” che ci sono state dopo il Covid 19, subito utilizzate per sostenere questa falsa affermazione. 

Secondo queste interpretazioni la gente odia il lavoro, non vuole più lavorare. Non si ha mai, peraltro, un’indicazione su come si vivrebbe completamente senza lavoro, anche in senso materiale, cioè con quale reddito, con quali risorse.

 Manca una riflessione seria sul significato che avrebbe una vita spogliata del lavoro, una nuda vita, come diceva Foucault.

Porterebbe davvero la felicità? Io non credo proprio. 

D’altro canto è vero anche che riprendono vigore dei tentativi che datano molto più indietro nel tempo. Addirittura al ‘68 e agli anni successivi in cui si affermava che è importante liberarci dal lavoro. Liberazione dal lavoro, non del lavoro.

Questi temi sono stati molto presenti nelle formazioni di estrema sinistra e rimangono sempre filoni di pensiero vivi. 

C’è poi tutto il filone del basic income che ha origini molto più liberali. La fase attuale, però, mi pare, come scrivo nel libro, un tempo in cui si torna a pensare in modo forte e autorevole alla centralità del lavoro.

Quali sono gli aspetti principali da rimettere in discussione per l’affermazione di una: “nuova questione antropologica”? Quali le priorità, i punti di forza e i punti di debolezza?

Penso che sia fondamentale rimettere in discussione quei postulati indimostrati di cui parlavo all’inizio. 

Questa è un’operazione che va compiuta soprattutto sul piano delle coscienze, dei comportamenti primari. 

C’è una grande opera di demistificazione da compiere. 

In parte io lo l’ho tentata riprendendo, per esempio, una straordinaria opera di antropologia: “L’alba di tutto”, scritta da David Graeber, antropologo, e David Wengrow, fondatore, tra l’altro, di Occupy Wall Street

Un libro veramente bellissimo che cito abbondantemente nel mio e che è un testo voluminoso perché rappresenta una storia dell’umanità

In “L’alba di tutto”, per esempio, documentano, come hanno fatto altri antropologi, anche studiando le popolazioni primitive che ancora vivono nel pianeta, che la guerra non è un istinto primario. 

La guerra come struttura organizzata, non come scaramuccia: il conflitto, come è ovvio, c’è sempre. 

La guerra sembra essere comparsa soltanto 10.000 anni fa: la lunghissima storia di formazione dell’umano non aveva con sè la guerra incorporata, come dimostrano peraltro molti documenti e fatti empirici. 

Penso a studiosi che svolgono tantissimo lavoro di ricerca sul campo, per esempio Michael Tomasello, che ha scritto opere molto importanti. 

Mi è piaciuto molto un suo testo divulgativo che è stato pubblicato anche in Italia e che ha questo significativo titolo: “Altruisti nati”, perché cooperiamo fin da piccoli. 

Non si tratta solo del celebre discorso sui neuroni specchio, è qualcosa di più profondo, nel quale Tomasello, per esempio, documenta l’attitudine alla cooperazione che si riscontra nei bambini piccolissimi, addirittura prima dell’anno di vita. Alcuni psicologi studiano questi processi evolutivi.

 La scuola di Jean Piaget, attiva negli anni ’50 e ’60, è importantissima per tutti questi temi. Per molti è in realtà l’altruismo che precede l’istinto alla cooperazione, con un riconoscimento di modalità comportamentali e di regole.

Dalle regole nascono le istituzioni. 

È molto importante diffondere questi filoni che vanno dall’antropologia alla psicologia, all’economia comportamentale critica dell’economia neoclassica. 

Filoni che manifestano, sia empiricamente che teoricamente, che in realtà c’è tutto un percorso diverso che ci tiene in vita e che ci porta e che ci ha portato, fino a questo punto, alla maturazione dell’umano, all’essenza umana

Tutto questo richiederebbe un grandissimo lavoro anche di educazione pedagogica: non un’educazione pedagogica tirannica, ovviamente, ma l’esercizio alla comprensione della tendenza intrinseca alla relazionalità umana. 

Una volta questo esercizio pedagogico veniva svolto dai partiti politici e dai sindacati, già nel loro strutturarsi organizzativo

Penso anche alla scuola operaia di cui si era fatto interprete Giuseppe Mazzini nell’Ottocento. Questi aspetti sono stati molto importanti anche nel primo socialismo e nella prima parte del secondo dopoguerra, ma oggi sono andati un po’ perduti e dovrebbero essere recuperati. 

Va combattuta una battaglia a viso aperto, penso al filosofo Vittorio Possenti, che ha costituito un’associazione dedicata alla persona e ha lanciato un manifesto incentrato proprio sulla riscoperta della persona umana.

Nel libro appare fondamentale, in più ambiti, la ripresa della centralità del lavoro. Lei afferma che: “senza democrazia del lavoro, senza la democrazia mediante il lavoro, la lotta per la democrazia è perduta“. Possiamo approfondire il rapporto tra democrazia economica e democrazia politica, alla luce degli assunti del volume?

Questo è il percorso più lungo e specifico che il volume offre. 

L’elemento rilevante sta nel seguente punto di partenza: senza una rivitalizzazione della democrazia nel lavoro e del lavoro la battaglia per la democrazia oggi è perduta. 

Ciò anche per quello che la lunga fase neoliberista ha imposto. 

Questa fase sembra avvalorare proprio le descrizioni che Hobbes compie dello stato di natura e della massimizzazione dell’interesse come unico movente dell’attività economica, che è la base peraltro della teoria degli shareholder, la quale a sua volta è fondamento della tremenda trasformazione dell’impresa.

Non c’è stato solo un danno sul lavoro, c’è stato anche un danno sull’impresa, che è stata trasformata in un mero organo per la creazione di valore per gli azionisti e per i manager, sottraendola alla sua finalità precipua che è di essere un attore dell’economia reale. 

L’impresa diventa, invece, un attore dell’economia finanziaria: da questo punto di vista ci sono stati danni immensi. Riconoscerli offrirebbe una grande occasione per ristabilire equilibri capitale/lavoro più adeguati e più simili a quelli che si riscontravano nei “trent’anni gloriosi” quando il compromesso socialdemocratico/keynesiano aveva prodotto risultati rilevanti, pur con diverse mancanze. 

Teniamo presente, inoltre, che in Germania o nei Paesi scandinavi il rapporto capitale lavoro era già allora molto più avanzato. 

Oggi sta ormai venendo alla luce l’esaurimento del modello neoliberista che, per riprodursi, cerca fertilizzazione con il populismo, l’autoritarismo, la xenofobia, che a loro volta danno luogo a attacchi alla democrazia liberale, configurandosi come istanze democratiche illiberali. 

Tutto ciò è un paradosso assoluto e insostenibile

Non possiamo dimenticare le grandi trasformazioni tecnologiche, legate oggi soprattutto all’intelligenza artificiale e la grande ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali nei quali l’Europa non potrà sopravvivere adeguatamente se non cambia radicalmente il suo modello di sviluppo. 

Penso soprattutto alla Germania e all’Italia, ma ciò vale davvero per tutto il continente. Il modello di sviluppo non può più essere concentrato solo sulle esportazioni che rendono i Paesi molto esposti alle rappresaglie sui dazi che Donald Trump sta portando avanti. 

Le economie europee devono basarsi molto di più sulla domanda interna, sui beni comuni, sui beni sociali. Tutto questo richiede un apporto partecipativo e un dialogo democratico delle forze del lavoro, dei sindacati, delle associazioni di volontariato. 

Va ricostruito un dialogo che non sarà privo di conflitti, ma produttivo e creativo, anche con le tante piccole imprese che appaiono disposte a un grande cambiamento di paradigma.

Oggi ci troviamo di fronte alla crisi profonda del diritto internazionale, alla prepotente ripresa di centralità della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, all’esplosione delle disuguaglianze e all’inerzia crescente rispetto alla catastrofe climatica, Come è possibile affermare, come Lei fa all’inizio del terzo capitolo del libro, che il dolore, la sofferenza, l’angoscia non sono altrettanto fondative della vita umana quanto la gioia, la felicità, la speranza?

Faccio questa affermazione partendo soprattutto dalla mia esperienza personale e dall’osservazione dell’esperienza di tutti. 

Credo che non ci sia nessuno che se viene interrogato su cosa contraddistingua la propria essenza di essere umano, pur nel dolore e nella sofferenza che sono sempre presenti, non prediliga la gioia, la speranza, la sollecitudine verso gli altri come fattori realmente identificativi. 

Miliardi di persone sul pianeta non potrebbero vivere se non ci fosse questa spinta primaria. 

Possiamo osservare questa spinta primaria perfino nell’interazione tra vivente umano e vivente biologico, animale e vegetale. 

L’interazione nel vivente è talmente forte che non possiamo non essere indotti a ripensare all’affermazione di Spinoza: “Deus sive natura”, per la grande, potente forza spirituale che c’è in tutta la natura stessa. 

Certo, non possiamo non osservare il contrasto di tutto ciò con le guerre e la lesione del diritto internazionale

Questo contrasto nasce dal fatto che c’è stata un’evoluzione sorprendentemente positiva verso la democratizzazione del mondo e verso un diritto internazionale più equo e più articolato. 

Pensiamo ai progressi incredibili che tutta l’umanità ha fatto dall’Ottocento alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. 

Progressi immensi che non sono solo formali se osservati anche dal punto di vista empirico. 

Passi avanti innegabili persino oggi che siamo di fronte alle allucinanti guerre in Palestina e in Ucraina e anche in altri scenari. 

Ci sono studi che ci dicono che la reazione offensiva basata sulle guerre è appunto una reazione al fatto che il processo di democratizzazione è andato estremamente avanti. Ci sono studi importanti basati sulle idee di Fernand Braudel e Immanuel Wallerstein, degli economisti e degli storici economici del c.d. “sistema mondo”. 

Ad esempio Giovanni Arrighi, scomparso ormai da tempo, aveva scritto e dimostrato che, fino al 2007-2008, gli avanzamenti democratici erano stati straordinari, comprendendo anche la Cina. 

Arrighi era un grande conoscitore della Cina, ricordo il suo libro interessantissimo: “Adam Smith a Pechino”. 

Questa teoria interpreta la turbolenta fase odierna come l’estremo tentativo di farci tornare indietro da punti molto avanzati di cui dobbiamo avere consapevolezza. Se combattiamo questo tentativo con consapevolezza, io penso che saremo nelle migliori condizioni per smascherarlo e vincerlo.

Un’ultima domanda. Lei riflette sulla differenza tra potere (o meglio “potere per”) e dominio (“potere su”). Con quali forme, strumenti e priorità è possibile valorizzare collettivamente, attraverso il lavoro, un “potere cooperativo”, rispetto al “potere come violenza”?

Qui c’è tutto un campo che va esplorato nel futuro

Non posso dare risposte esaustive, certamente vanno riattivati e mobilitati tutti gli strumenti della partecipazione democratica

Dal voto a tante attività intermedie che possono essere messe in campo a partire dal ripristino delle funzioni integrali degli attori della cosiddetta mediazione sociale che a lungo, anche a sinistra, è stata, invece, criticata. 

Negli anni passati abbiamo letto di elogi della disintermediazione: impostazioni assolutamente sbagliate che vanno criticate e messe completamente da parte.

C’è poi tutto il discorso sugli strumenti della partecipazione, c’è una grande riflessione da compiere sulla trasformazione anche degli Stati e dell’ambito pubblico. 

Tutto il ragionamento che svolgo porta a una grande rivalutazione delle strutture, delle istituzioni pubbliche, anche statuali. 

Non possiamo, ovviamente, tornare al vecchio statalismo, dobbiamo cercare ed esplorare quello che alcuni studiosi chiamano “sperimentalismo istituzionale” e ritrovare istituzioni differenti. 

Dobbiamo basarci molto sui territori, non puntare soltanto sulle strutture centralizzate, puntare molto sull’interazione

Non dobbiamo demonizzare le nuove tecnologie, ma dobbiamo imparare ad usarle, anzi dobbiamo inventarne di nuove coerenti con i nostri fini. 

Dobbiamo dare vita, curare i beni sociali e i beni comuni. 

Penso, per esempio, a tutte le aree interne che vanno recuperate assai più di quanto non abbiamo fatto finora, le nuove tecnologie ci possono aiutare anche da questo punto di vista. 

Più al fondo c’è in me una ricerca che ho appena abbozzato e che spero qualcuno voglia continuare.

Nel libro ho molto criticato di Hannah Arendt la svalutazione del lavoro, la svalutazione dell’anima al lavoro. 

L’ho criticata e continuo a criticarla proprio perché credo, invece, a una nuova centralità del lavoro. 

Vi credo nei termini che usava Marcuse negli anni ’30 del Novecento, anche positivamente condizionato dalla lettura dei manoscritti economico-filosofici del giovane Marx, che erano stati appena pubblicati. 

Marcuse parla del lavoro come ciò che fa accadere l’esistenza, accetta un quadro trascendentale di tipo kantiano agli antipodi proprio della riflessione di Hannah Arendt. 

Seguo, però, anche il suggerimento di un grande filosofo dell’esperienza del pragmatismo americano: Richard Rubenstein

Egli riconosce che la Arendt ha moltissimo da insegnarci rispetto alla visione della sfera democratica e del potere. 

Hannah Arendt giustifica, infatti, il potere soltanto se esprime un amor mundi, l’amore per il mondo. 

Ciò è proprio all’opposto del potere come violenza, come sopraffazione, come dominio. 

Insomma l’opposto di Machiavelli e Hobbes, per tornare a tutto quello da cui siamo partiti…

Laura Pennacchi, Nonostante Hobbes. Lavoro, antropologia, democrazia. Castelvecchi, Roma, 2025, pp. 202, euro 25.

Francesco Lauria