lunedì 6 aprile 2026

IN CAMMINO. IL "SILENZIO E' RIVOLUZIONE".

E' da quasi sette mesi (più o meno da quando è diventato chiaro che si delineava il mio licenziamento illegittimo, illegale, discriminatorio, ritorsivo e infame dalla Cisl) che scrivo di temi sociali e della mia vicenda personale e politico-sindacale ogni giorno.

Qualche volta anche due volte al giorno.

Almeno non è stato, del tutto, un monologo: mi ha confidato, con una certa preoccupazione, una collega attiva a livello nazionale nell'ambito Cisl che ogni mio post viene letto, vagliato e, di fatto, preso in considerazione dai vertici, anche per individuare e "tagliare" eventuali collaborazionisti, simpatizzanti etc.

"Francesco attento, tu hai un potere paradossalmente enorme, con le tue parole".

Mi ha detto. Magari esagerava.

In ogni caso, il mio blog personale sta per superare le 50.000 visualizzazioni che sono solo una piccola parte di coloro che leggono e frequentemente commentano i miei articoli sui social (Facebook, ma talvolta anche Twitter e Linkedin).

Ho scritto così tanto (molto probabilmente troppo), come mai nella mia Vita, essenzialmente per due ragioni:

la prima, di fatto terapeutica: lenire il dolore e continuare l'impegno;

la seconda, per non essere ridotto, da azioni indegne, ad un silenzio forzato.

Il silenzio, in realtà, mi ha proprio circondato, avvolto in questi mesi.

Decine, un paio di centinaia, forse, di persone che interagivano con me regolarmente, a volte anche al di fuori dal ristretto ambito lavorativo, sono del tutto sparite, senza un litigio, senza una spiegazione.

Qualcuno/a perchè realmente in disaccordo con me; la stragrande maggioranza perchè fortemente intimorito/a da possibili/probabili/realizzate ritorsioni lavorative e personali.

Comunque tutti/e, spariti. In silenzio appunto.

Anche se, in realtà, c'è anche chi, in questi mesi, c'è stato/a quasi ogni giorno, ogni mattino, anche solo con un "come va?" anche solo condividendo una poesia, una canzone, una preghiera.

Nel silenzio.

Pertanto anche se a me, figlio unico, tutto questo ha sempre fatto un po' paura, ritengo che sia proprio vero quello che mi ha detto un'amica sindacalista (un'altra...): "il silenzio angoscia, ma parla più di tante parole".

Già il fatto di parlare, scrivere di silenzio è un paradosso in sè, come ben afferma Nicoletta Polla-Mattiot nel suo bellissimo: "Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita".

Da sempre, non solo a me, quindi, il silenzio inquieta. Evoca paura e disagio, persino violenza, talvolta.

E' l'ultimo gesto, la fine e la nostra società - iperveloce, perennamente connessa, scrive Mattiot, non tollera l'assenza, la rimuove.

Non so se ci arriverò mai, ma sono convinto, con l'autrice, che il silenzio possa anche essere rivoluzionario, un po' come il cammino

Lento, solitario, ma aperto al dialogo nell'incontro.

Nel silenzio e nel cammino possono rinascere appunto il dialogo, ma anche il pensiero, la creatività, la consapevolezza, persino l'empatia.

Chi sono? Cosa dico? Perchè respiro, vivo, sogno, mi arrabbio, provo dolcezza e speranza, dolore nella ferita e desiderio di orizzonte, di ritrovarmi, di riprovarci?

Mi tornano in mente spesso le domande, fondamentali, risalenti al 1990, riscoperte nel computer di Alexander Langer, dopo la sua, ahimè tragica, scomparsa.

Proprio per questo, già da oggi, verso Roma riprenderò a camminare, in silenzio.

Poi Bilbao, Irun, San Sebastian, Gernika.

Al confine tra terra e mare, fuoco e cielo, anima e materia.

Porterò con me, insieme alla guida del Cammino di Santiago del Nord, a un romanzo e a un libro di poesie, soprattutto un testo: "Combattere la bella battaglia" di Sandro Antoniazzi.

Un battaglia nonviolenta, in tempo di guerra, contro le ingiustizie e, insieme, per ricomporre le fragilità, prendersene cura, immergersi in esse.

Porterò Sandro con me, proprio perchè lui ha scritto tantissimo non tanto sul sindacato, ma sull'essere sindacalista.

Credeva profondamente, direi messianicamente, nelle persone.

Nell'incontro con lo sguardo dell'Altro/a, nel mistero dell'ascolto dell'Altro/a che porta in sè, sempre, anche se magari non ne è consapevole, il seme di Dio.

Anche l'altro/a "difficile". Quello che associ al male.

Così, a proposito di guerre, arte e nonviolenza, da Gernika mi collegherò il 14 aprile alle ore 17 per la prima piccola, privata iniziativa dell'Associazione Sognare da Svegli.

Sandro Antoniazzi ha dedicato all'amico Pierre Carniti, il suo ultimo, definitivo libro, scrivendo che Pierre gli aveva insegnato cosa, davvero, significasse essere un sindacalista.

Non fare il sindacato, ma esserlo. Agirlo "con", non solo "per", tanto meno: "su".

L'ultima volta che vidi Pierre, a casa sua, tre mesi prima della morte, consumato, eroso dalla malattia, gli detti un bacio sulla fronte e gli dissi: "Ti voglio bene".

Sono proprio le ultime parole, prima del suo definitivo, apparente silenzio, che ho ricevuto, ascoltato da Sandro. 

Quel: "ti voglio bene" che risuona, ancora di più, oggi, ogni giorno. Anche negli occhi, buoni, di Lea.

Non è più angoscia, morte, ma gratitudine e quotidiano dialogo, ostinata preghiera.

In cammino. Senza paura. 

Il Silenzio è "Rivoluzione".

Francesco Lauria

RIVOGLIAMO LA VERA CISL: AUTONOMA DA PADRONI, PARTITI, GOVERNI, PER NULLA CONSERVATRICE, APERTA AL MONDO.

                       E invece, se mai qualcuno/a si illudesse... nel giro di 24 ore...


E anche... (della serie io la partecipazione dei lavoratori me la ricordavo un po' differente, non in mano al Governo nemmeno nelle aziende "parapubbliche"...)

Eppure, fino a poco tempo prima, nonostante i ricorsi in Tribunale, anche della Cisl, per i contratti pirata dei rider...


Infine, il pezzo forte, per non dimenticare... il video (oggettivamente agghiacciante...) dell'elogio sperticato di Luigi Sbarra, allora segretario generale Cisl, al "dinamismo del fare" del Ministro Matteo Salvini... rilanciato, con orgoglio e sicumera sui social, dallo stesso Salvini:

domenica 5 aprile 2026

PER MILLE CAMICETTE AL GIORNO: MARZO 1911 - PASQUA 2026. L'UNICO PIANETA CHE ABBIAMO.

Come chi mi conosce anche solo un po' sa, io la mattina sono solito svegliarmi molto, molto presto.

Questa abitudine è ancor più peculiare nei giorni di festa, come oggi. 

La città dove, in qualsiasi caso, mi trovi (che sia Parma, Pistoia, in passato Firenze od, oggi, Roma, Bruxelles...) dorme e io comincio, di solito, a scrivere o a leggere.

Qualche rara volta, invece, accendo la televisione, incuriosito da programmazioni di solito originali/improbabili, giustificate dalla collocazione in un palinsesto destinato, davvero, a pochi sonnambuli.

Oggi è stato lo stesso. Parma dormiva, la mia famiglia dormiva (non parliamo di mio figlio Jacopo che, a differenza mia, apprezza, tantissimo il sonno festivo) ed io ero, inesorabilmente, sveglio.

Dopo aver rinunciato, quasi subito, a seguire un improbabile e già iniziato film Western anni Sessanta (quasi pre John Wayne) ho virato su un canale locale, modenese, che raccontava, peraltro in maniera profonda e non didascalica, una storia vera.

Questa: Per mille camicette al giorno

1911: la Triangle Waist Company occupa i tre piani più alti dell’Asch Building di New York.              

La compagnia produce camicette e occupa circa 500 lavoratori, in gran parte giovani donne immigrate. Il 25 marzo scoppia un incendio. 

I proprietari si mettono in salvo e lasciano morire le donne e gli uomini intrappolati. 

L’incendio fa 146 vittime di cui 129 giovani donne italiane e ebree dell’Europa orientale. 62 di loro muoiono lanciandosi dalle finestre.

All'alba di Pasqua 2026, la tv locale modenese raccontava, promuovendo un bel libro illustrato, adatto anche a ragazzi e ragazze, il racconto del più grave incidente industriale della storia di New York, per voce di una di quelle camicette che, esposta in una vetrina davanti al grattacielo, vede tutto e tutto sa. 

Parole che illuminano sulle condizioni di sfruttamento delle lavoratrici, ma anche sulle lotte per l’emancipazione delle donne (Vogliamo il pane, ma anche le rose!)

Parole non destinate solo ad un lontano passato, ma, specialemente nella mia collocazione geografica prevalente, a pochi passi da Prato e dall'hinterland industriale e artigianale pratese che lambisce anche qualche territorio pistoiese, parole che raccontano del disastro delle condizioni di lavoro nel settore tessile che, purtroppo, sembrano non conoscere nè tempo, nè spazio.

Ci avvicianiamo all'ennesimo anniversario dell'immane tragedia del Rana Plaza, in Bangladesh, dove, sempre in una fabbrica tessile, in condizioni simili a quelle di New York 1911, il 24 aprile 2013 morirono oltre 1.300 lavoratrici e lavoratori, in grandissima parte impiegate/i come "terzisti", per marchi occidentali e, anche, italiani.

Ho seguito per oltre dieci anni, come componente sindacale del Punto di Contatto Nazionale Ocse presso il Ministero dello Sviluppo Economico (ora Made in Italy) la vicenda successiva al disastro del Rana Plaza.

Qualche settimana fa, comunemente mobilitati di fronte al vergognoso intento (per fortun per ora fallito) della maggioranza italiana di Governo di costruire uno "scudo penale" per le aziende italiane della moda, abbiamo approfondito, con due amici, il tema della costruzione di ponti di dignità nella globalizzazione del fashion.

Ho potuto interloquire, sul canale Youtube Rosso Fastidio, con due persone speciali: Deborah Lucchetti, ex sindacalista, anima e coordinatrice in Italia della Campagna Abiti Puliti ed Emanuele Leonardi, attivista sociale, ricercatore militante e docente presso l'Università di Bologna.



L'occasione è stata la presentazione del prezioso rapporto, proprio sull'industria globale tessile in Bangladesh: "Fabbriche Verdi, Lavoro Grigio"https://www.abitipuliti.org/wp-content/uploads/2026/02/FAIR_FabbricheVerdiLavoroGrigio_Sintesi_Report2026.pdf

Nel giorno della Resurrezione, non possiamo non coltivare un seme di ostinata speranza:  la costruzione di una rete, un'alleanza per la dignità, a partire dalla filiera tessile, dalle sue lavoratrici, troppo spesso afone o inascoltate, a partire dal Bangladesh, per arrivare fino noi.

Per arrivare alla Politica e al Sindacato. Quelli veri, che non si voltano dall'altra parte, che non fischiettano, o peggio, di fronte alle catene globali di fornitura e del valore.

Tutto ciò vale ancora di più nel triangolo della moda: Prato-Pistoia-Firenze (e nel ricordo non rituale di Luana D'Orazio, giovanissima lavoratrice uccisa sul lavoro a Oste, proprio tra le Province di Prato e di Pistoia). 

 

Se ci riflettiamo, se guardiamo i vestiti che indossiamo, noi non possiamo ignorare che portiamo quotidianamente sui nostri corpi i risultati macabri dello sfruttamento globale del "turbocapitalismo nichilista" e di quella che Papa Francesco chiamava: "economia dello scarto".

Pensiamoci, quando compriamo una maglietta a sette euro. Chiediamoci da dove viene, come e da chi è stata prodotta.

Cosa produrre, come produrre, sono dilemmi che il sindacato (quello vero...) si è posto già alla fine degli anni Settanta e che sono oggi al centro del "Manifesto per una transizione giusta nella filiera della moda". Genesi, contenuti, obiettivi del documento sono ben spiegati nel corso del filmato da Deborah Lucchetti.

Giunti nella seconda parte dei "furiosi anni Venti", come li ha correttamente definiti qualche tempo fa lo studioso americano Alec Ross, ci troviamo, andando oltre al settore tessile, di fronte alla Volkswagen in Germania che riconverte, proprio in questi mesi, importanti stabilimenti di auto in fabbriche, avanzate, di armi.

La guerra è prodotta dall'economia di guerra, non possiamo dimenticarlo.

Ed è solo un altro lato della medaglia dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, proprio come nel 1911 a New York.

Per una "moda dei diritti", non deve rappresentare solo uno slogan azzeccato, ma diventare un tatuaggio indelebile, permanente, che fa, finalmente, la differenza. 

Democrazia politica e democrazia economica hanno realmente senso, solo se ci propongono orizzonti compiuti e progressi sostanziali, non attacabili ogni giorno, in ogni tempo ed in ogni luogo.

Buona Pasqua di Resurrezione a tutti/e.

In particolar modo, a chi non rinuncia, in ogni parte del Pianeta (l'unico che abbiamo) alla costruzione di un Altro Mondo Possibile.

E Necessario.

Francesco Lauria

venerdì 3 aprile 2026

HANNO PARLATO I GIUDICI: QUESTA CISL NON E' LA CISL. GRAZIE A SIGFRIDO RANUCCI, CLAUDIA DI PASQUALE (NADIA TOFFA+). NON FINISCE QUI.

Un paio di ore fa, forse tre, ho ricevuto in tutti i modi possibili (mail, messenger, telefonate, whatsup, sms, grida di gioia etc.) da persone di tutta Italia, in prevalenza cislini in attività, più qualche ex, la foto del post di Sigfrido Ranucci che annunciava la piena vittoria in Tribunale di Report contro la Cisl.

Basta farsi un giro sulle pagine social di Ranucci o di Report per constatare migliaia di messaggi durissimi (e motivatissimi) contro la confederazione che, come ricordò con rispetto durante la trasmissione lo stesso giornalista romano, era stata fondata da una grande figura del Novecento Italiano, come Giulio Pastore (facile la battuta che certamente e da molti anni si sta rivoltando nella tomba...)

I fatti sono noti la famosa trasmissione del 2020 che faceva saltare il banco: non c'era la sola mela marcia Raffaele Bonanni (che aveva grandissime colpe, peraltro, in buona parte ammesse con il suo sostanziale: "mi facevo, ci facevamo da solo/soli lo stipendio").

Molti ricorderanno la serie di Report sulla Cisl denominata: "insindacabili", ma anche il lavoro della compianta Nadia Toffa per le Iene.

Con un termine fin troppo gentile la trasmissione (Report, in questo caso) spiegava che molti dirigenti Cisl, almeno quelli apicali direi tutti/tutte, si sentono al di sopra non solo delle regole associative (lasciamo perdere i collegi dei probiviri perchè ci si potrebbe realizzare una serie noir su qualche piattaforma, magari anche con un discreto successo...), ma del buon senso, della legge, di tutto e di tutti.

Qualcuno ricorderà, ad esempio, che Report aveva ricostruito la carriera (ancora non del tutto sbocciata a dir la verità) del commercialista irpino Danilo Battista, l'unico che aveva avuto il coraggio di attestare ad Annamaria Furlan che i regolamenti Cisl non erano stati violati perchè: meramente indicativi.

Insomma chi doveva dare il buon esempio, vigilare sulle strutture territoriali e di categoria, nell'ottica della confederalità, poteva fare ciò che voleva con le risorse di lavoratori e pensionati, con i regolamenti che, da solo, si era dato.

Una follia. O meglio, una grande presa per i fondelli.

Danilo Battista verrà "premiato" con l'importantissima, ambitissima o ottimamente retribuita poltrona di Presidente del Caf Cisl Nazionale, per poi assumere numerosissimi altri incarichi (persino all'Inps... pazzesco).

Sarà insieme a Daniela Fumarola e Alessandro Spaggiari, protagonista delle mie incredibili, ridicole, ritorsive, gravatorie, false, ilegittime e illecite contestazioni disciplinari e del mio infame licenziamento, con anche alcune curiose dichiarazioni alla stampa nei miei confronti, per cui è stato da me immediatamente querelato (certo di qui alla sua condanna ce ne corre, ma vediamo...rimaniamo fiduciosi).

La cosa curiosa è che, a seguito dei miei dettagliati ricorsi ai probiviri confederali, insieme ad un'altra mia fantasiosa accusatrice, Roberta Roncone, plenipotenziaria alla Fnp Cisl nazionale, è risultato NON ISCRITTO alla Cisl.

Non iscritto lui. Non iscritta lei. Devo aggiungere altro?

Credo che sia questa la dimostrazione plastica che la Cisl di oggi (e anche del passato recente) non è, in alcun modo, lo ribadisco con tutta la forza che ho in corpo, la vera Cisl.

Si tratta, quella di oggi, di un'organizzazione chiamata Cisl, in mano a persone che non solo non ne incarnano la storia e i volori, ma nemmeno li conoscono, nemmeno li hanno mai sfiorati. Manco per sbaglio.

E' tutto qui, sul sito della Rai, consiglio di rinfrescare la memoria: https://www.rai.it/dl/doc/1608059855067_insindacabili_report_pdf.pdf 

Non mi spingo a parlare della Cisl di Carniti, per carità, ma nemmeno della Cisl di Giulio Pastore e Mario Romani. Nemmeno di Franco Marini, cui è stata dedicata pure una Fondazione che appare, oggi, magari ci sbagliassimo, fantasma.

Non è solo questione di sudditanza ai Governi e alla politica di destra, anche qui dimostrata in maniera sfacciata dal percorso personale dell'ex segretario generale e, insieme, fiorista pro Meloni, Gigi Sbarra, ma di molto peggio.

Non è difficile pensare che, in caso di, diciamolo un po' miracolosa vittoria del centrosinistra, ci sarà in Cisl chi sarà pronto, immediatamente, a genuflettersi ai potenti di turno, senza vergogna, senza pudore, senza coerenza.

Il contrario di quel sindacato, indipendente dai padroni e dai Governi, che aveva disegnato con la sua testimonianza e la sua vita, proprio l'indimenticabile ex segretario generale Pierre Carniti.

A poco o a nulla sono valse le minacce di azioni legali contro la libera stampa, sia da parte di Annamaria Furlan sia, ancor più impressionanti, con la mascherina Covid sul naso, di Gigi Sbarra, allora segretario generale aggiunto.

Altro che chiacchiere, fandonie e illazioni come affermava il duo Furlan - Sbarra e la sentenza di oggi lo scrive a caratteri cubitali.

Abbiamo visto come è finito (non per la prima volta) quel, privo di responsabilità, "faremo parlare gli avvocati". Bene ha fatto il blog il9marzo a tirar fuori un davvero gustosissimo e, visto oggi, più che penoso video du Furlan su La7, visionabile qui: https://www.il9marzo.it/?p=11020

Sprecare i soldi degli iscritti, in querele davvero temerarie, evidentemente, non conta nulla se ci si ritiene insindacabili, inattaccabili, inamovibili, indiscutibili.

A chi mi chiede, tu dov'eri? 

Rispondo che io da una parte sola sempre sono stato. Sempre, con impegno massimo, a difendere i valori, le idee forza, gli ideali, le prassi corrette della Cisl e del sindacato.

Sempre, a pagarne il necessario prezzo. Fino a sacrifici estremi.

Ho contribuito a formare centinaia, forse alcune migliaia di sindacalisti a Firenze, in Italia, in Europa e anche oltre.

A recuperare le radici e a farle volare verso il futuro.

A studiare, valorizzare un patrimonio culturale e sindacale, da mettere in dialogo, come la migliore Cisl ha saputo fare, in tempi ormai lontani, in tutto il mondo.

Sindacato significa, infatti, NOI, non IO.

Significa, come si evince dall'etimologia della parola, del tutto dimenticata in Via Po e anche nei territori, nelle categorie, nei servizi, negli enti, nelle associazioni, nelle Fondazioni, nei Centri Studi e formativi, FARE GIUSTIZIA INSIEME.

Non farsi i c....i propri in barba a chi si pretende di rappresentare senza mai parlarci, senza mai incontrare realmente, sinceramente i lavoratori, senza mai ascoltarle davvero le persone.

Se non in tristi e autoreferenziali eventi, molto spesso chiusi (come i commenti ai post della Cisl sui social) in cui le uniche parole d'ordine sono: quanto siamo bravi, quanto siamo lungimiranti, quanto ci fa pena Landini (che, per carità, ha le sue criticità...)

Un coro illusorio che viene cantato anche quando magari sfugge e non si vede arrivare la più grande mobilitazione a difesa della Costituzione degli ultimi decenni.

Una mobilitazione per il No al Referendum costituzionale sulla magistratura, nata dai giovani e dal futuro sano di questo paese, anche al di là degli schieramenti e dei partiti che molto, anche a sinistra, hanno da imparare da questa mobilitazione civile guidata sapientemente e pacatamente da Giovanni Bachelet.

Una mobilitazione civile e sociale che con quella che si fa chiamare Cisl, senza più esserlo, con quella che, almeno a mio parere, è solo terribile impostura e devastante metastasi, non ha nulla, ma proprio nulla a cui vedere.

E non è finita qui. 

Io, come noto, e non sono il solo, non mi faccio intimorire. 

Da nulla e da nessuno/a.

Proprio come Sigfrido Ranucci, come Claudia Di Pasquale, come tutto lo staff di Report.

Perchè io nel sindacato, quello vero, ci credo ancora.

Francesco Lauria

giovedì 2 aprile 2026

"DAL FIUME AL MARE". IL SOGNO, "FATTO DA SVEGLIO", DI GIOVANNI CAPECCHI.

No, ieri 2 aprile 2026, al Circolo di Capostrada la consueta pizza del giovedì, pur con preavviso, non era prenotabile. 

Tutto esaurito, esauritissimo, in vista dell'arrivo per il confronto sulla visione di città di Giovanni Capecchi, in questa occasione accompagnato dal "padrone" di casa Riccardo Trallori.

Consumata, un po' tristemente, in Viale Adua una pizza al taglio acquistata al supermercato, mi sono spostato di fretta verso il luogo da cui si dipanano le due strade che portano verso la mia Regione d'origine, la via Modenese e la Via Bolognese.

Il luogo lo conosco bene e mi sono diretto senza esitazioni all'ampio parcheggio a fianco della Chiesa. Niente tutto esaurito. Esauritissimo. D'altronde succede sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.

Ho fatto, a passo d'uomo, tutto il percorso verso la ferrovia (la Porrettana...), gli unici buchi erano i passi carrabili e, forse, nemmeno tutti erano stati lasciati liberi.

Ottenuto comunque un più che discutibile e sanzionabile parcheggio, mi sono diretto a piedi verso il Circolo, rinato a nuova vita poco più di un paio di anni fa grazie all'impegno, volontario e militante, tra gli altri, proprio di Riccardo Trallori.

Un sacco di gente fuori e una prima sorpresa.

Un blackout davvero chirurgico aveva lasciato al buio poche case nella via tra cui, proprio il glorioso Circolo di Capostrada.

Sorrisi, battute. Tra me e me mi sono detto e mò, chi gliele dà le tre sorprese che ho preparato a Giovanni?

Sbagliavo, al buio nel circolo (non è una metafora, al di là di qualche torcia di telefonino, proprio al buio, buio) c'era già il tutto esaurito. Esauritissimo. Nemmeno una sedia, uno sgabello, una panca rimasta in disparte, magari dimenticata fin dai tempi del Pci.

D'altronde, c'è poco da fare, è sempre così quando c'è Giovanni Capecchi in zona.

Fuori dal circolo, tra la folla, incrocio la moglie di Giovanni e Chiara, la figlia, che conosco solo di vista.

La saluto, mi faccio coraggio e mostro dal mio piccolo zainetto verde due delle sorprese che ho in serbo per la serata e per Giovanni.

Ottenuto un bel sorriso e il suo via libera, proseguo e salgo le scale.

Non prima di aver dato un occhio al mio manifesto storico preferito: quello risalente al referendum autogestito del circolo, nel 1984, contro l'istallazione e il dispiegamente delle testate nucleari americane in Italia.

Riccardo Trallori è già in mezzo alla sala, in apparenza un po' nervoso per la mancanza della luce (credo ripeta più volte, Enel, Enel...). Arriva Giovanni, poi Marco Furfaro.

Sembriamo in "M'illimino di meno" di Caterpillar e, scherzando, ma neanche troppo, si evoca comprensibilmente visti  i tempi in cui viviamo, anche il risparmio energetico.

Di energie ne ha tante, tantissime, nonostante la giornata intensa, lo stesso Giovanni che prende la parola dopo l'introduzione di Riccardo Trallori.

E' un intervento bellissimo, certo qualche inevitabile ripetizione rispetto ai dibattiti precedenti ovviamente c'è, ma quando Giovanni comincia a parlare di politica come sogno e di Pistoia come città della Pace, della sostenibilità e della partecipazione, quando parla di libri regalati, mi sento, non solo a casa, ma come se fossi su un'amaca e fuori ci fossero il doppio degli undici gradi di una serata pistoiese piuttosto fredda di inizio primavera.

Giovanni ricorda che, nell'incontro dei Giovani per Giò, gli è stato chiesto di promuovere un gemellaggio, negato dall'attuale Giunta di destra, tra Pistoia e una città della Palestina.

Arriva un faro, ma tutti ascoltano, il buio aiuta persino a concentrarsi mentre il non brevissimo intervento di Giovanni, si conclude.

Ho in mano le mie tre sorprese:

Ma prima faccio una domanda alla platea che mi guarda incuriosita:

"Lo sapete che cosa imputano a Giovanni Capecchi, in particolare in alcuni ambiti del centrosinistra pistoiese? Lo sapete? Gli rimproverano di pensare e di sognare, di non occuparsi solo del presente e delle buche, ma di essere concentrato soprattutto sul futuro."

Ho in mano le mie prime due sorprese, quelle validate da Chiara.

Una grande lampadina e un adesivo, mutuato da una bellissima campagna alle amministrative di Parma nel 1998, a favore del grande eretico della sinistra, liberatore di matti e neonati, manicomi e brefotrofi, Mario Tommasini.

"Mario Tommasini Just do it!", scrivevamo, in ogni luogo, a Parma nel 1998. 

In tempi e modi diversi, "Giovanni Capecchi Just do it!" scriviamo oggi su simili adesivi.

Siamo molto lontani da certe multinazionali, ma il famoso baffo significa anche io voto, significa: "Io ci sono!"

Un adesivo è sulla grande lampadina, ed è un messaggio anche per Giovanni: non smettere di pensare, non smettere di avere una visione, non smettere di sognare e di far sognare.

Non ho finito.

Ricordo a tutti e a tutte che Gaza non è lontana.

E', invece, vicinissima, basta andare al Kebab vicino alla stazione ferroviaria di Pistoia, parlare con il proprietario, leggere nei suoi occhi la ferita dell'esilio, la ferita delle bombe, la ferita sanguinante del genocidio del popolo palestinese.

Ricordo a tutti che, leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grandissimo poeta palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice israeliana Helit Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio meno, in arabo ed in ebraico, poesia si scrive sostanzialmente allo stesso modo: "sh ir".

Mentre "verso" si scrive bait in arabo e bayt in ebraico e, non casualmente, significa, in entrambe le lingue anche: "casa".

Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può significare, anche, intonare una poesia o un canto.

Darwish ci dice: "Se Dio creò il mondo, l'uomo può creare la poesia".

Spesso, nei conflitti, che, ovviamente hanno ragioni economiche, geopolitiche, di potere, etc. mancano le parole per parlarsi.

Io penso che si possa fare ancora di più di quanto, ha giustamente proposto Giovanni Capecchi in queste settimane.

Penso che sia certamente importantissimo, come da Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato, dal basso e non solo istituzionale, con una città palestinese.

Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.

Cominciamo a spargere antidoti rispetto al veleno dell’odio.

Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre la sua curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in Israele e Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul bene, si muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che organizzano le loro forze attorno alla creazione di spazi nei quali superare le barriere e realizzare un presente e un futuro comune, condiviso.

Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel destino), Zazim Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an (Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad (Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di Pace). 

Pensiamo, infine, alla storia stupenda dei due “padri per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin (palestinese) che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a donarci una potente testimonianza di riconciliazione condivisa.

Ecco io penso a Pistoia anche come città della: “diserzione”. Diserzione dall’odio, dal nazionalismo, dall'inevitabilità della guerra, dalla violenza, dai muri.

Pistoia come bait/bayt casa, ma anche poesia, canto della nonviolenza e del dialogo, anche franco, anche difficile, anche doloroso, perché le ferite non si cancellano, si attraversano insieme, diventando fessure di luce, come nella bellissima canzone, Inno, di Leonard Cohen.

Bait/bayt come "verso, strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.

Anche e soprattutto: "l'altro/a difficile".

Pistoia, insomma, come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono vive anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.

Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile, a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere” la Pace, non solo proclamarla da lontano.

Tiro fuori dal mio zainetto la terza sorpresa. E' un libro: "Dal fiume al mare" di Widad Tamimi. E' una frase di libertà che, nel racconto, soprattutto femminile, di una famiglia mista, araba e israeliana, non porta alla distruzione di nessuno, ma alla libertà e alla giustizia per tutti/e, a partire dai più fragili.

Tamimi, promuove, anche in Italia, borse di studio per giovani palestinesi.

Guardo Giovanni e gli chiedo: "in attesa dell'ulteriore sviluppo dell'università a Pistoia, partiamo da ciò che c'è: borse di studio per ragazzi e ragazze palestinesi proprio in infermieristica, proprio a Pistoia".

Mentre torna la luce, proprio alla fine dell'incontro, penso che la Speranza, come ci diceva sempre l'indimenticabile leader sindacale Pierre Carniti, sia un sogno bellissimo e importantisssimo.

Da "fare da svegli", come affermava, a sua volta, Aristotele.

Giovanni Capecchi è questo: una forza dolce, una speranza sognata da svegli, un desiderio di potere per e con (NOI), non di potere, dominio su (IO).

Anche se il 12 aprile. giorno delle primarie del centrosinistra, sarò purtroppo all'estero, per me sarà come esserci.

Insieme, con gioia, alla Primavera di Pistoia e per Pistoia!

Francesco Lauria

mercoledì 1 aprile 2026

"CON LA LINGUA DELL'ALTRO/A". PISTOIA: BAIT/BAYT, CANTO, CASA DI PACE, NONVIOLENZA, DISERZIONE DALLA GUERRA E DALL'ODIO.

Leggendo un’intervista di trent'anni fa di un grande poeta palestinese, Mahmud Darwish, a una letterata ed editrice israeliana Helit Yeshurun, ho scoperto che, spazio più, spazio meno, in arabo ed in ebraico, poesia si scrive sostanzialmente allo stesso modo: "sh ir".

Mentre "verso" si scrive bait in arabo e bayt in ebraico e, non casualmente, significa, in entrambe le lingue anche: "casa".

Alla fine cercare, costruire, trovare una casa, può significare, anche, intonare una poesia o un canto.

È un insegnamento paradossale da cogliere da un poeta dell'esilio come Mahmud Darwish. Lui e la sua interlocutrice nell'intervista, che è lunga 100 pagine, discutono anche duramente, rivendicano, ciascuno/a le proprie ragioni.

Però, comprendono che serve una lingua comune o comunque condivisa, un dialogo per parlare, spiegare, capire, l'altro/a, senza cercare a tutti i costi un compromesso, ma incontrandosi nella chiarezza.

Darwish ci dice: "Tornare alla persona di un tempo, al luogo che fu, è impossibile".

Ma aggiunge anche che occorre continuare a raccontare, narrare e narrarsi “storie nella storia” per sopravvivere, per vivere, per convivere.

D’altronde sottolinea ancora: "Se Dio creò il mondo, l'uomo può creare la poesia".

Spesso, nei conflitti, che, ovviamente hanno ragioni economiche, geopolitiche, di potere, etc. mancano le parole per parlarsi.

Io penso che si possa fare di più che, come è stato giustamente proposto da Giovanni Capecchi in queste settimane, di proclamare semplicemente Pistoia: “città della Pace”.

Penso che sia certamente importantissimo, come da Giovanni suggerito, promuovere un gemellaggio, vero, partecipato, dal basso e non solo istituzionale, con una città palestinese (possibilità gravemente impedita dalla giunta Tomasi-Celesti).

Però, ritengo che si possa, si debba fare di più.

Cominciamo a spargere antidoti rispetto al veleno dell’odio.

Come ha ben scritto Francesca Gorgioni, nell’introdurre la sua curatela del libro di Darwish: “Con la lingua dell’altro”, in Israele e Palestina, anche ora, fuori dai riflettori che mai si posano sul bene, si muovono donne e uomini coraggiosi, arabi e israeliani che organizzano le loro forze attorno alla creazione di spazi sicuri nei quali superare le barriere e realizzare un presente e un futuro per sé e per i propri figli.

Si pensi ai movimenti arabo-israeliani come Ajec Nisped per il Negev, Shutafim lagoal- Shuraka fi-lmasiri (Uniti nel destino), Zazim . Huraku sha aby (In movimento), Omdim be-yachad – Naqifu Ma an (Standing together), il progetto scolastico bilingue arabo-ebraico Yad ba-yad (Mano nella mano), il movimento palestinese Kulna (Noi tutti), B’tzelem, ai coraggiosi giovani di Breaking the Silence, pensiamo all’utopia ancora viva di Bruno Hussar: Neve Shalom – Wahat al-Salam (Oasi di Pace). 

Pensiamo, infine, alla storia stupenda dei due “padri per la Pace”: Rami Elhanan (israeliano) e Bassan Aramin (palestinese) che dalla tragedia dei loro figli continuano ostinatamente a donarci una potente testimonianza di riconciliazione condivisa.

Ecco io penso a Pistoia anche come città della: “diserzione”.

Diserzione dall’odio, dal nazionalismo, dall'inevitabilità della guerra, dalla violenza, dai muri.

Pistoia come bait/bayt casa, ma anche poesia, canto della nonviolenza e del dialogo, anche franco, anche difficile, anche doloroso, perché le ferite non si cancellano, si attraversano insieme.

Bait/bayt come "verso, strofa", parola che non si basta da sola, ma che si mette in carovana/mosaico con la lingua, la vita, il battito dell'altro/a.

Anche e soprattutto: "l'altro/a difficile", come si dice nella "giustizia riparativa".

Pistoia, insomma, come Casa aperta per tutte queste esperienze che si mantengono vive anche oggi in: “direzione ostinata e contraria”.

Una città laboratorio e incontro in cui sia possibile, a partire dalle generazioni più giovani, dalle scuole, “condi-vivere” la Pace, non solo proclamarla da lontano.

Perché, come direbbe un altro “esule”, Ermal Meta: “E’ vietato morire”.

Pensiamoci e sognamoci su.

Da svegli.

Francesco Lauria

martedì 31 marzo 2026

RAPPRESENTANZA E LAVORO: E' IL MOMENTO DI UNA LEGGE? PROPOSTE E PROSPETTIVE

Arriviamo all'ultima tappa del nostro viaggio nel mondo della partecipazione e della democrazia nel lavoro!

Dopo aver analizzato, nelle puntate precedenti, i problemi, oggi ci chiediamo: cosa fare concretamente?
Spesso si sente parlare della necessità di una legge sulla rappresentanza per mettere ordine, promuovere democrazia economica e dare forza ai lavoratori e alle lavoratrici..
Ma è davvero questa la soluzione definitiva o serve un cambiamento culturale più profondo?
Francesco Lauria, Stefano Gregnanin e Carmine Marmo ne discutono con:
Mattia Scolari (Segretario Generale CUB Milano)
Federico Antonelli (Filcams CGIL Nazionale)
Giovanni Graziani (Autore ed ex dirigente sindacale CISL).
👇 Guarda il video e scrivi nei commenti la tua opinione: le regole attuali bastano o serve un intervento del legislatore? https://www.youtube.com/watch?v=4IvVm6P3CHo