martedì 13 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA. MATTIA SCOLARI: UN SINDACALISTA IN RIVOLTA, DALLA PARTE DEGLI ULTIMI

I lavori dell'incontro nazionale: "Rigenerare Democrazia" che si svolgerà a Firenze il prossimo 31 Gennaio 2026, saranno conclusi, prima delle decisioni delle associazioni promotrici, da Mattia Scolari.

Mattia Scolari, segretario generale della Cub (Confederazione Unitaria di Base) di Milano è nato nel capoluogo lombardo nel 1991 ed è cresciuto nell’hinterland milanese.

E' laureato in "Relazioni di lavoro" presso l'Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.

Si è impegnato, sin da giovane, tra la sinistra radicale e le mobilitazioni sulle politiche per l’abitare e l’antisfratto.

Da poco più di dieci anni svolge il ruolo di operatore sindacale per la Confederazione Unitaria di Base, uno dei più importanti e storici sindacati di base in Italia, nata, tra il 1991 e il 1992, dall'esperienza trentennale della Fim Cisl milanese guidata da Piergiorgio Tiboni.

Scolari si occupa di organizzare prevalentemente, ma non solo, i lavoratori dei settori del commercio e turismo; ha seguito importanti vertenze sindacali di natura provinciale e nazionale.

E’ estremamente critico nei confronti della politica della “concertazione sociale” ed è per questo impegnato nel rivendicare il diritto dei lavoratori ad eleggere i propri delegati sindacali, a poter votare le piattaforme rivendicative e le ipotesi di accordo, a designare i propri rappresentanti ai tavoli di contrattazione.

Guida oggi la CUB di Milano, la più grande provincia attiva nell’organizzazione di base, promotrice, insieme ad altre realtà di movimento, delle più importanti mobilitazioni cittadine degli ultimi anni per il lavoro stabile e contro la precarietà, per il diritto all’abitare, in favore della pace.

Per consultare il programma, i documenti preparatori ed iscriversi all'incontro nazionale a Firenze di sabato 31 Gennaio è sufficiente aprire questo link: 

https://www.prendereparola.it/2025/12/25/rigenerare-democrazia-la-partecipazione-nei-corpi-intermedi-per-una-politica-della-cura/

Per approfondire le attività della Cub di Milano è, invece, possibile cliccare su:

www.cubmilano.org

lunedì 12 gennaio 2026

FIRENZE 31 GENNAIO: SIMONA LAING E IL "COSTO DI ESSERE SCOMODA"

Il 31 Gennaio prossimo la sessione mattutina del convegno: "Rigenerare democrazia" che si svolgerà a Firenze dalle 10 alle 17, sarà introdotta e moderata da Simona Laing, dirigente di lungo corso nell'ambito delle farmacie pubbliche e private.

Tutte le informazioni sull'incontro e per l'iscrizione ad esso possono essere ritrovate sui siti: www.sindacalmente.org; www.il9marzo.it; www.prendereparola.it; www.cubmilano.org 

Ma chi è Simona Laing?

  • Manager e dirigente: ha ricoperto ruoli di vertice in aziende farmaceutiche pubbliche o partecipate, occupandosi di gestione strategica, riorganizzazione, controllo di gestione e sviluppo di servizi innovativi.

  • È stata presidente e amministratore delegato di Farcom SpaLa società che gestisce le farmacie comunali di Pistoia, Direttore Generale presso Farmacap, farmacie comunali di Roma attualmente è Direttore Generale presso le farmacie comunali di Grosseto. 

  • In Toscana è stata nominata coordinatrice della commissione farmacie di Confservizi Cispel Toscana, un ruolo associativo importante per le farmacie pubbliche della regione.

  • Autrice del libro "Burla Ciao" (romanzo no global).

Ma Simona Laing si racconta benissimo da sola in questo video del novembre scorso che ha avuto, su Facebook, migliaia di visualizzazioni.

Un video cui lei stessa da un titolo: "Il costo di essere scomoda" e che può essere visualizzato qui:

Nel video Simona Laing ripercorre la sua incredibile vicenda alla guida delle Farmacie Comunali di Roma (Farmacap).

E’ il racconto di false accuse (tutte archiviate) subite anche da dirigenti e dipendenti di FarmaCap, meri strumenti (ma anche oggettivi protagonisti) della “macchina del fango”, volta, peraltro, a coprire evidenti ruberie.

C’è, nel video, anche una riflessione sui limiti della stampa.

Due i filoni principali toccati: uno legato al tema dell’approccio alla selezione della classe dirigente (persone oneste, capaci, competenti e meritevoli o fedeli, capaci solo di abbassare la testa?), l’altro, legato alla questione delle discriminazioni di genere.

Se Simona fosse stata un uomo le sarebbe successo tutto quello che le è vergognosamente accaduto?

La determinazione della dirigente racconta delle accuse di “mancanza di tenuta” nel ricoprire ruoli dirigenziali, in quanto “donna fragile” e, magari, un po’ isterica.

Una condizione di: "necessaria difesa permanente" che rende difficile semplicemente anche il lavorare.

Simona si rivolge, in solidarietà, alle tante donne come lei: “non mollate!”

Rospi enormi da ingoiare, con altre donne stesse che si accaniscono, ma, nonostante questo, Simona si impegna, anche se c'è ancora oggi chi non le da pace.

E' la lotta per un Paese nuovo che sani a livello culturale, emotivo e sistemico, i deficit evidenti delle organizzazioni pubbliche e private.

Una battaglia in cui donne e uomini devono fare sistema (e: "immischiarsi") per donare, consegnare un mondo più giusto alle nuove generazioni di cittadini/e e lavoratori/lavoratrici.

domenica 11 gennaio 2026

LA CRISI DI PENSIERO DEL SINDACALISMO (OLTRE LA METAFISICA). ABSTRACT INTERVENTO DI SAVINO PEZZOTTA (FIRENZE 31 GENNAIO 2026)

Il 31 Gennaio prossimo, dalle 10 alle 17 si terrà a Firenze l'incontro: "Rigenerare democrazia". 

Tutte le informazioni sul programma e le modalità di iscrizione sono raggiungibili a questo link: www.prendereparola.it 

Pubblichiamo, per stimolare il dibattito in vista di Firenze, un abstract dell'intervento che Savino Pezzotta (già segretario generale Cisl nazionale) terrà in apertura dei lavori del pomeriggio del 31 Gennaio prossimo.

Oltre la metafisica del sindacalismo (di Savino Pezzotta)

In questi anni nel discutere con gli amici dell’associazione Prendere Parola e quelli che frequento nella quotidianità e nel valutare i loro interventi mi sono convinto che la crisi attuale del sindacalismo non sia organizzativa, ma di pensiero.

1. Una crisi non organizzativa, ma di pensiero

La crisi del sindacalismo contemporaneo viene raccontata come una questione di numeri: iscritti che diminuiscono, rappresentanza che si assottiglia, capacità contrattuale che si indebolisce. È una lettura comoda, perché consente di intervenire con correttivi tecnici: campagne di tesseramento, riforme statutarie, rinnovamento generazionale delle classi dirigenti. Ma questa spiegazione è insufficiente. La difficoltà che il sindacato attraversa oggi è più profonda: riguarda il modo stesso in cui pensa il lavoro, il conflitto e la rappresentanza.

Siamo di fronte non a una crisi contingente, ma al logoramento di una metafisica. Una metafisica pratica, mai dichiarata, che ha sostenuto il sindacalismo moderno per tutto il Novecento e che oggi non regge più l’urto della realtà.

2. Il non detto che reggeva il sindacato

Il sindacato continua a cercare un soggetto che non c’è più e, non trovandolo, finisce per rappresentare soprattutto ciò che resiste ancora alle trasformazioni: lavoro stabile, settori protetti, identità già riconosciute. Così facendo, perde contatto con una parte crescente dell’esperienza lavorativa contemporanea.

3. La dissoluzione del soggetto unitario

Il lavoro oggi è frammentato, intermittente, mobile. Spesso non ha un luogo preciso, ne orari definiti, spesso non produce un’identità riconoscibile. È lavoro cognitivo, affettivo, relazionale; è lavoro che invade la vita e che, proprio per questo, fatica a essere nominato come tale.

Non si tratta di dire che il lavoro è scomparso. Al contrario: ha colonizzato l’esistenza. Ma proprio perché è ovunque, non è più facilmente rappresentabile. Il sindacato rischia di diventare cieco di fronte alle nuove forme di sfruttamento.

4. Rappresentanza: una crisi che non è solo politica

La crisi della rappresentanza sindacale viene spesso letta come disaffezione o individualismo. Ma questa interpretazione rovescia il problema. Non è che i lavoratori non vogliano più partecipare; è che non si riconoscono nelle forme della partecipazione offerte.

La crisi della rappresentanza, dunque, non è solo organizzativa. È una crisi ontologica: riguarda ciò che il sindacato pensa di rappresentare e il modo in cui pensa di farlo.

5. Oltre le grandi narrazioni

Per uscire da questa impasse è necessario un cambio di sguardo. Pensare a un oltre la storia compiuta non va inteso come una moda teorica o come resa al relativismo, ma come presa d’atto della fine delle grandi narrazioni totalizzanti.

Continuare a ridurre il conflitto a ciò che è negoziabile ai tavoli istituzionali significa lasciare senza nome una parte decisiva della sofferenza sociale.

6. Dal sindacato-istituzione al sindacato-pratica

Il passaggio cruciale riguarda la forma. Il sindacato si è pensato prevalentemente come istituzione: apparati, ruoli, procedure, mediazioni. Ma oggi questa forma rischia di diventare autoreferenziale.

Una visione attuale del sindacalismo vuol dire spostare l’asse: dal sindacato come struttura al sindacato come pratica situata. Non un soggetto sovrano che parla a nome di altri, ma un dispositivo che ascolta, accompagna, rende visibile ciò che è invisibile.

7. La nostalgia come forma di rimozione

Il mondo del lavoro non tornerà com’era, insistere su questa attesa significa ritardare l’unico compito serio oggi possibile: inventare forme nuove di azione collettiva dentro un mondo radicalmente cambiato.

8. Un sindacalismo senza fondamenti, ma capace di stare nella ferita

Andare oltre la metafisica del sindacalismo significa accettare che non esistono più fondamenti garantiti, né soggetti privilegiati della storia, né automatismi emancipativi. Il sindacato, se vuole tornare a essere una forza viva, deve accettare di abitare l’incertezza.

Un sindacalismo capace di stare nella frattura, di nominare ciò che ancora non ha nome, di accompagnare vite lavorative spezzate senza pretendere di ricomporle dall’alto. Solo così potrà tornare a essere non un residuo del passato, ma una pratica necessaria del presente.

sabato 10 gennaio 2026

"AMBRO". QUELLO SCIOPERO E QUEL SORRISO ETERNI NELLA NEVE. SCIVOLANDO (SENZA CADERE) TRA PARMA, BOLOGNA, PORRETTA E PISTOIA

Questa volta, essendo carico di tanti libri su Bruno Buozzi e il sindacalismo socialista, recuperati il giorno prima all'Istituto Parri di Milano, non me la ero sentita di affrontare, nella notte di gennaio, i 45 minuti a piedi che separano casa mia dalla stazione ferroviaria di Parma.

Sceso quindi dal mio comodo passaggio, sono entrato in una stazione quasi deserta.

Pochi minuti prima delle sei del mattino, treno anticipato e percorso incognito causa sciopero.

Una parola antica, che Don Lorenzo Milani spiegava ai suoi ragazzi e alle sue ragazze come una fondamentale "arma non violenta", proprio come il voto.

Avevo barattato quindi il mio comodo intercity Parma-Prato (cancellato) con un regionale, di quelli lenti, ottocenteschi, che salutano i condomini sulla Via Emilia (tra la Via Emilia e il West avrebbe detto qualche scrittore ispirato...) fino a Bologna.

Un viaggio quindi, abbastanza lungo, di cui sinceramente non ricordo praticamente nulla.

Devo aver anche russato, viste le espressioni non proprio amichevoli, al mio risveglio, dei vicini di posto, proprio mentre si approssimavano i molteplici binari dello snodo ferroviario più importante del Paese.

Scendo speranzoso.

Il successivo regionale per Prato mi era stato garantito al..."99%".

Niente, ieri eravamo nel famigerato 1%, d'altronde io sono, come è noto, un uomo testardamente di minoranza. Il regionale per Prato, già non proprio una freccia alata, si sarebbe, infatti, fermato, nel nulla a San Benedetto val di Sambro.

Mentre cerco di capire cosa fare per arrivare alla meta finale di Pistoia (la più emiliana delle città toscane, come ci dice il buon Francesco Guccini...) vago per Piazzale Ovest della Stazione (l'Est, quello dei treni per Prato aveva perso di interesse...).

Ascolto due anziani dai tratti inequivocabilmente arabi parlare tra loro, proprio vicino alle aiuole abbastanza curate del piazzale, appena spruzzate da una resistente neve.

L'accento sarebbe da studiare da parte degli antropologi: un misto di vocali aspirate (arabe non toscane!) e di accento emiliano, un mix stupefacente, tra memoria, baffi argentati e globalizzazione.

Riascolto la frase: "Oggi scioperano".

Guardo meglio i giubbotti dei due. C'è un marchio blu scuro di una cooperativa di pulizie, abbastanza nota.

Ecco il senso di quello...: "scioperano".

Uno dei due anziani lavoratori mediorientali emiliani dice all'altro: "E' importante, è per la sicurezza. Hai visto quello che è successo, proprio qui?"

L'altro lavoratore annuisce e questa volta non c'è accento. Non ci sono, infatti, parole. Solo uno sguardo profondo, di chi ne ha vissute probabilmente tante nella vita, ma che non si abitua alla morte, soprattutto se insensata, violenta.

Alzo gli occhi. Guardo il cielo, oltre la tettoia.

Mi vergogno un po'. Io che mi ero pure quasi lamentato dei disagi dello sciopero!

Poi guardo dietro i due. Proprio lì, a Piazzale Ovest. Luogo di tante mie corse per prendere nei decenni della mia vita, un sempre incombente regionale in coincidenza, diretto verso Parma.

Uno striscione bianco, le scritte nere.

"Ciao Ambro. IC Bo"

Ambro è Alessandro Ambrosio, giovane capotreno ucciso sul lavoro, nel parcheggio aziendale, dai fendenti del tutto gratuiti e folli di un coltello. 

L'autopsia dice morto in: "tre secondi".

Accendo il telefono. Apprendo delle foto sfogliate, quel tardo fatale pomeriggio, due ore prima del fatto, insieme a Francesca, la fidanzata: guardavano, insieme le immagini del paese di lui: San Giuseppe Vesuviano.

Il sogno di una vita insieme, figli meticci, tra il Vesuvio e il West.

Purtroppo questa volta l'Emilia è diventata davvero il selvaggio West, senza regole, senza pudore, senza pietà. Senza appello.

E Alessandro, il capotreno con il sorriso nella neve, chitarrista nella sua band, in tre secondi ha cessato di vivere, sognare, suonare, attraversare binari e paesi sulle rotaie.

Quasi come in un sogno, non bello lo confesso, alzo ancora lo sguardo e, questa volta, mi accorgo di un inatteso treno per Porretta Terme, in grande ritardo. 

Se mi sbrigo posso prenderlo, al volo, di corsa, come al solito.

Di lì, anche allungando un braccio, Pistoia si vede, si tocca, è laggiù, verso un'altra pianura, quella che porta anche a Prato e a Firenze.

Anche se la storica e diradata ferrovia Porrettana è più economica della direttissima via Prato, con gli algoritmi dei biglietti ora non si scherza.

Fermo una giovane con la divisa di Trenitalia, sembra trattenere un sorriso sotto gli occhiali.

Mi ispira fiducia.

Ci prendo. 

"A volte basta guardare bene gli occhi delle persone per capire tante cose".

Mi sorride e mi dice: "Non ti preoccupare, sono io la capotreno del Porretta. Lo aspettiamo insieme."

Salgo, appoggio i miei tanti libri e, questa volta, non dormo.

Fin da Vergato la neve cresce sempre di più. Non solo nelle montagne, anche nei paesi, nelle piccole stazioni.

Io che non ho trovato a dicembre la neve in Islanda, penso tra me e me, la trovo a Vergato, viaggiando lento, lento, fino a Porretta.

Arriviamo.

I naufraghi del treno, in ritardo, delle 7.17 da Bologna (tre o quattro oltre a me)  si riconoscono perchè vagano con lo sguardo, nonostante la neve e il Reno appaiano splendidi di fronte agli occhi.


Gli altri tirano fuori le bacchette da trekking e fermano felici la corriera blu per Corno alle Scale e per l'Abetone.

Quanto dovrò aspettare?

Quando scenderò le colline verso Pistoia?

Trascino il trolley (si i libri non stavano tutti nello zaino, sono fatto così...) e la prima cosa che rischio di assaporare di Porretta è una lastra di ghiaccio.

Barcollo, barcollo.

Scivolo. Ma non cado.

Con un po' più di accortezza raggiungo la vicina, e a me nota, stazione delle corriere. Con i suoi murales jazz e folk, i suoi fiati, i volti "negri" che significano musica, ritmo, festival.

Mentre i ricordi e le stelle musicate del Porretta Soul Festival di tanti anni prima fanno capolino nella mente e nel cuore, apprendo, non senza qualche titubanza da un autista ("io sono di San Marcello, quelli di Pistoia sono sempre poco affidabili...") che ho due ore di tempo e di attesa.

Già l'attesa.

Chi si ricorda cosa è?

Oggi ci sono i cellulari, non esiste più l'attesa.

Ci sono i whatsup, di cui sono un consumatore seriale, non si ascolta più il silenzio.

O quasi.

A Porretta oltre alla neve, c'è il mercato.

E io mi avventuro, sempre a colpi di trolley e di libri sul sindacalismo riformista tra Ottocento e Novecento, tra le bancarelle.

Resisto alla pasticceria, per fortuna dei gradini ghiacciati mi fanno da muro.

Raggiungo la chiesa (ovviamente in salita, mai una gioia eh!) attraversando un passaggio fluviale pieno zeppo di anatre.

Uno sguardo verso l'alto, una preghiera per Alessandro e per Francesca.

Negli occhi gli occhi proprio di San Giuseppe, in questo caso emiliano, di confine, non proprio vesuviano.

Piano piano, viene quasi il tempo di salire sulla corriera blu per Pistoia, che, nonostante le dicerie di campanile provenienti da San Marcello Pistoiese, arriva in perfetto orario.

Poche curve e passiamo, come sempre da Pavana, comune di Sambuca Pistoiese.

La strada non può farmi risuonare nella mente di versi di Vorrei e al suo indigeno abitante, proprio Francesco Guccini..

Penso a Francesca, intenta quel giorno a guardare, insieme al suo Alessandro, presa nel sognare le case, le strade, i campanili di San Giuseppe Vesuviano.

Risuona Vorrei, nei versi dal poeta cantautore più emiliano che esista...

"Vorrei

Camminare di casa nel tuo giardino

Respirare nell'aria sale e maggese

Gli aromi della tua salvia e del rosmarino

Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero

Parlando con me del tempo e dei giorni andati

Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero

Come se amici fossimo sempre stati

Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci

E i ciuffi di parietaria attaccati ai muri

Le strisce delle lumache nei loro gusci

Capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

E lo vorrei

Perché non sono 

quando non ci sei..."

La neve si scioglie sulla Porrettana, 

questa volta fatta di asfalto, non di rotaie.

Goccia dopo goccia, il tempo, troppo veloce,

la trasforma in acqua.

Il canto di Guccini continua, intimamente universale:

"Vorrei restare per sempre in un posto solo
Per ascoltare il suono del tuo parlare
E guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
Impliciti dentro al semplice tuo camminare
E restare in silenzio al suono della tua voce
O parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
Dimenticando il tempo troppo veloce
O nascondere in due sciocchezze che son commosso
Vorrei cantare il canto delle tue mani
Giocare con te un eterno gioco proibito
Che l'oggi restasse oggi senza domani
O domani potesse tendere all'infinito
E lo vorrei
Perché non sono quando non ci sei
E resto solo coi pensieri miei ed io..."

La frase di Guccini rimane irrisolta, immersa in un'eco di nostalgica speranza.
E' ora di scendere, riabbracciare la città.
Portare nel cuore la neve, fotografia nell'anima.
Il sole non sempre la scioglie,
la neve rimane, pensata, di fronte a noi, 
insieme alla cascate del Reno,
Rimane anche di fronte al buio, 
al pozzo nero della morte, 
perchè continuiamo a credere.
Una luce fa capolino e bonariamente guarda,
incastonata, forse un po' nascosta, 
tra colline ormai lontane.
Pistoia è arrivata, 
l'attesa, 
almeno per oggi,
è finita.
E' tempo di credere.
Ho voglia di credere.
"...Come la neve".
Francesco Lauria

venerdì 9 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA. 31 GENNAIO 2026, FIRENZE: SAVINO PEZZOTTA

La relazione di apertura del pomeriggio dell'incontro: "Rigenerare Democrazia. La partecipazione nei corpi intermedi per una politica della cura" che si svolgerà nella giornata di sabato 31 gennaio 2026 a Firenze (sulla salita che porta a Fiesole e Barbiana) sarà affidata a Savino Pezzotta, già segretario generale nazionale della Cisl ed attualmente presidente dell'Associazione Prendere Parola.

Tutte le informazioni sull'incontro ed  il link per iscriversi sono raggiungibili sui siti internet:

www.sindacalmente.org - www.il9marzo.it - www,prendereparola.it - www.cubmilano.org

Ma chi è Savino Pezzotta?

Qui di seguito una sua biografia, tra impegno sociale, sindacale e politico.

Domani pubblicheremo, invece, l'abstract del suo intervento.

Savino Pezzotta, bergamasco, è un sindacalista e politico italiano.

Dopo le scuole elementari va a lavorare, come tanti ragazzi della sua età, in una piccola azienda metalmeccanica del suo paese (Scanzorosciate). 

Il 4 aprile 1959 è assunto come operaio tessile alla Reggiani Spa di Bergamo, azienda che opera nel settore del finissaggio, dove resta fino al 1974. A seguito di una serrata operata dall'azienda per contrastare lo sciopero nazionale per il rinnovo del CCNL, e per creare un'alternativa al sindacato aziendalista messo in campo dalla direzione (Lista Indipendenti Reggiani), nel 1963 si iscrive alla CISL.

Successivamente viene eletto nella Commissione Interna e poi nel 1969 nel Consiglio di fabbrica. Entra nel direttivo provinciale della FILTA-CISL (Federazione Italiana Lavoratori Tessili Abbigliamento), nel 1972 entra nella Segretaria Provinciale. Si batte per l'unità sindacale ed è tra i promotori della FULTA di Bergamo (Federazione Unitaria Lavoratori Tessili Abbigliamento). 

Il primo maggio del 1974 viene chiamato a fare l'operatore sindacale nella zona di Grumello del Monte (zona a forte presenza di aziende bottoniere e dell'abbigliamento), poi sarà impegnato nella zona di Zingonia e Treviglio.

Viene eletto segretario Provinciale dei tessili e successivamente segretario generale della Unione Provinciale Cisl. Nel corso della sua attività sindacale nella FILTA, si appassiona alla cooperazione e partecipa alla costituzione di cooperative di produzione-lavoro nell'ambito del settore. Da cattolico impegnato, a 14 anni si iscrive alla DC e nel 1972 aderisce all'esperienza politica di un gruppo di cattolici progressisti di sinistra che, rompendo il collateralismo con la DC, danno vita al Movimento Politico dei Lavoratori.

Per questo movimento partecipa alle elezioni politiche del 1972 candidandosi alla Camera nel collegio di Brescia-Bergamo, senza essere eletto. Con lo scioglimento del piccolo partito si dedica esclusivamente all'attività sindacale. Dopo vari incarichi sindacali nel 1993 diventa segretario regionale della CISL in Lombardia, incarico che lascia nel dicembre del 1998. La grande passione per il sindacato e l'impegno nel sociale, lo portano in quegli anni a ricoprire l'incarico di Presidente della Comunità dei Sindacati delle Regioni delle Alpi Centrali (ARGE-ALP).

Nel dicembre del 1998, entra a far parte della Segreteria Confederale della Cisl di cui è segretario Sergio D'Antoni, dove in seguito assume le funzioni di Vicario. Consigliere CNEL dall'ottobre 1999, il 4 dicembre 2000, viene eletto Segretario Generale della Cisl, incarico che gli venne riconfermato, con il più ampio consenso di voti, dal Primo Consiglio Generale della Cisl, sia dopo il XIV Congresso del giugno 2001 che dopo il XV Congresso del luglio 2005. È stato vicepresidente della CISL Internazionale e membro del Comitato Esecutivo della CES.

Al sorgere di questioni interne, relative ai tempi della successione, mantenendo fede alla convinzione che l'unità del sindacato sia sempre un bene e volendo evitare la rottura nella Cisl, si dimette dall'incarico nel 2006, poco prima delle consultazioni politiche del 9 e 10 aprile, per "rimarcare l'autonomia del sindacato di fronte alle elezioni”. È stato presidente della Fondazione Ezio Tarantelli e presidente della Fondazione per il Sud, e dal 2006 al 2014 Presidente del CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati).

L'8 febbraio 2008 partecipa alla costituzione del movimento politico della Rosa per l'Italia, di cui diventa presidente. È stato fautore dell'accordo elettorale con l'Unione dei democratici Cristiani e di Centro (UDC) che ha dato vita all'Unione di Centro, con la quale si candida alle elezioni politiche del 2008 e viene eletto deputato.

Il 17 gennaio 2013 ha lasciato l'Unione di Centro ed ha aderito al Gruppo misto della Camera. Non ha accettato le proposte a ricandidarsi ritenendo esaurita la sua esperienza politico-istituzionale.  

Continua ad interessarsi delle questioni sociali, di pace e di cooperazione internazionale attraverso l'associazione "Educatori senza Frontiere" fondata da don Antonio Mazzi ed è attualmente Presidente dell’Associazione Prendere Parola.

giovedì 8 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA: A MARCO DERIU (UNIPR) LA RELAZIONE DI APERTURA

Il prossimo 31 Gennaio a Firenze, sulla salita che porta a Fiesole e Barbiana, dalle 10 alle 17.00, si svolgerà l'incontro nazionale: "Rigenerare democrazia. Tra crisi dei corpi intermedi ed eclissi della partecipazione".

Qui tutte le informazioni sia da un punto di vista dei contenuti che logistico/organizzativo:

www.prendereparola.it; www.sindacalmente.org; www.il9marzo.it ; www.cubmilano.org 

Marco Deriu sarà l'autore della relazione di apertura, dal titolo: "Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro".

Deriu è Professore Associato in Sociologia dei processi culturali e comunicativi, e docente di “Comunicazione ambientale”, di “Comunicazione e pubblicità sociale” e di “Sociologia della violenza di genere”presso il Dipartimento di Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali dell’Università di Parma

Già Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Giornalismo, cultura editoriale, comunicazione ambientale e multimediale (2018-2025) è coordinatore dell’Environmental Social Humanities Lab

Fa parte dell’Associazione per la Decrescita, dell’Associazione nazionale Maschile Plurale e dell’Associazione locale Maschi che si immischiano

È inoltre condirettore della rivista quadrimestrale “I quaderni della decrescita”.

Tra le sue opere o curatele possono essere segnalate: Gregory Bateson, Bruno Mondadori, Milano, 2000; L'illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e le prospettive della solidarietà internazionale, EMI, Bologna, 2001; Dizionario critico delle nuove guerre, Emi, Bologna, 2005; Davide e Golia. La primavera delle economie diverse, Jaca Book, Milano, 2013 (con L. Bertell, A. De Vita, G. Gosetti); Verso una civiltà della decrescita. Prospettive sulla transizione, Marotta&Cafiero, Napoli, 2016; Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro, Castelvecchi, 2022; Rompere il silenzio. Per un’università libera da molestie e da violenze di genere, Castelvecchi, Roma, 2024 (con T. Mancini); Il clima dell'informazione. La costruzione di uno spazio pubblico di discussione tra giornalismo ambientale ed ecologia della comunicazione, Castelvecchi, Roma, 2025 (con O. Arrobbio e N. Bertuzzi).

Di seguito l'abstract della relazione del Prof. Marco Deriu.

“Rigenerazione: per una democrazia capace di futuro”
La questione ecologica e climatica pongono, oggi, una sfida radicale al modo tradizionale di pensare la democrazia, facendo emergere conflitti e limiti, ma anche le opportunità di ripensamento e di reinvenzione.

Ma per rigenerare la democrazia e la partecipazione in senso più ecologico, occorre fare i conti con le ambiguità e i punti ciechi che hanno accompagnato l’evoluzione del pensiero e delle istituzioni democratiche, mettendo in luce il legame profondo tra la comunità politica e le sue fondamenta ecologiche.  

Occorre inoltre contrastare le seduzioni dell’autoritarismo ecologico e tecnocratico, e mostrare come l’unica strada percorribile per una politica ecologica sia quella di ripensare ciò che includiamo nel demos e nella cittadinanza

Ciò significa riconoscere ed esplorare le diverse soggettività viventi e i diversi rapporti di interdipendenza che ci legano assieme in un destino comune e immaginare nuove forme di partecipazione e di pratiche istituenti considerando che la democrazia non è una realtà istituita una volta per tutti ma un regime capace di ripensarsi e di rigenerarsi maturando in rapporto alle sfide e alle aspirazioni cui deve rispondere.

Occorre dunque riconoscere che non può esistere una reale transizione ecologica senza una transizione democratica e viceversa.

mercoledì 7 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA: RELATORI E RELATRICI. ADRIANO SERAFINO

In vista dell'incontro nazionale previsto per il 31 gennaio prossimo a Firenze, che si intitolerà: "Rigenerare democrazia" continuiamo a conoscere le relatrici ed i relatori che interverranno durante l'intensa giornata di lavori.

Adriano Serafino è nato nel 1941 a Rivoli, dove ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in una famiglia operaia (padre operaio, mamma casalinga, due sorelle) che aveva affrontato la povertà con dignità educando a grandi elementari valori per la vita. 

Ha frequentato l’oratorio a 12 anni, agganciato da un vice parroco che percorreva in bici le contrade per colloquiare con bambini e ragazzi/e invitando le famiglie a mandarli all’oratorio di San Martino.

Nel 1960, con il conseguimento del diploma di perito industriale all’Itis A. Avogadro di Torino, per scelta personale ha fatto più esperienze lavorative e in più aziende nell’arco di soli due anni, conoscendo così la realtà del cosiddetto ascensore sociale degli anni '60-'70.  

Nel periodo studentesco è stato co-fondatore, del Tamburino, un gruppo di giovani cattolici rivolesi controcorrente che “soffiavano” nelle vele del Concilio Vaticano II: seguivano le prediche di Don Primo Mazzolari, le parole di Padre Vivarelli, di Don Milani, del sindaco di Firenze La Pira, leggevano la rivista genovese “Adesso” e i libri di Mounier e di Mauriac e di molti altri. 

Erano sostenitori dell’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio e del No agli armamenti nucleari. Amavano conoscere. 

Animarono il confronto e le iniziative tra cattolici-socialisti-comunisti, fino ad essere stati determinanti (con il protagonismo del movimento giovanile D.C. di Rivoli) per l’avvio della prima giunta di centro-sinistra ('59-'62) della Provincia di Torino.

Nel 1965, a 24 anni, ha lasciato un centro di ricerca sul primo Pc da tavolo dell’Olivetti di Ivrea per entrare nella Fim-Cisl Torinese, convinto a questa scelta da Alberto Tridente con la motivazione di agire per “portare la Costituzione all’interno degli stabilimenti Fiat”. 

 
Adriano Serafino, giugno 1969, ai cancelli di Mirafiori

Nel sindacato torinese è stato Responsabile della Lega Fim-Cisl a Mirafiori ('65-'71), poi segretario generale della Fim-Cisl e della Flm torinesi; quindi segretario nell’Unione Territoriale della Cisl Torinese ('79-'86). 

Prima della pensione per alcuni anni è stato operatore sindacale in Valle Susa e ha svolto incarichi di redazione per l’informazione ai militanti Cisl.

Nei primo decennio del 2010, in pensione, è stato supplente nella commissione di derivazione europea a Bruxelles per conto della Coldiretti di Torino; è stato nel Consiglio di Amministrazione delle case popolari torinesi per conto di Cgil-Cisl-Uil. 

Poi consigliere comunale e della Comunità Montana Vallesusa. 

Infine co-fondatore dal 2009 del sito www.sindacalmente.org che dal 2017 ha collaborato per la costruzione dell’Associazione Prendere parola, presieduta da Savino Pezzotta e del relativo sito.


SCHEMA DELL'INTERVENTO DI ADRIANO SERAFINO AL PROSSIMO INCONTRO: RIGENERARE DEMOCRAZIA (FIRENZE, 31 GENNAIO 2026).

“Il non voto è un campo largo. Nuovi strumenti di partecipazione”.

Adriano Serafino

In premessa, con riferimento alle ultime elezioni politiche e a quelle regionali, alcune considerazioni sui mali della democrazia liberale, nell’Occidente e nel nostro paese, che registra la crescita costante del partito dell’astensione, anche superiore al 50% degli aventi diritto

Riflessioni sul monito del teorico della democrazia liberale Alexis de Toqueville che metteva in guardia dal pericolo della “dittatura della maggioranza numerica” che poteva azzerare il valore del pluralismo e del senso critico. In quel tempo si pensava che la maggioranza degli aventi diritto si recasse alle urne. Ora quel timore si materializzato e il Parlamento ha abdicato – in Italia e molti paesi -  al proprio ruolo costituzionale di soggetto legislatore trasferendolo al governo per poi limitarsi alla ratifica.

Oggi, chi ottiene la maggioranza dei voti nelle competizioni elettorali, qui come negli Usa, rappresenta non più del 20-25% degli aventi diritto al voto. Il rischio temuto da Toqueville è diventato più grande e ben è appropriato  parlare di “dittatura della minoranza”.

Chi fa parte del campo largo che non vota più? Cittadini che con troppo semplicismo si definiscono “menefreghisti”?  Oppure la maggioranza di essi comprende cittadini delusi - che hanno votato in passato per partiti di sinistra, di centro o di destra – che si sono stufati di questo modo di fare politica che fa “pietà” – altri usano termini più drastici - quando si esprime in Parlamento o sui media con dichiarazioni, interviste.

Chi decide non è per nulla il popolo sovrano, ma un gruppo ristretto di eletti che non verificano mai la delega ricevuta se non all’interno degli organismi di partito o nel parlamento, con la micidiale prassi di quanto sopra ricordato.

I giovani perché votano in pochi? Forse a loro non interessa partecipare a questa degenerazione della democrazia di votare per delegare altri la facoltà di pensare e di decidere, altri che si trasformano in oligarchie e/o in comitati d’affari; molto probabilmente sono interessati ad essere chiamati per decidere, in una democrazia partecipata con nuovi strumenti e modalità.

Come stanno i cosiddetti corpi intermedi? Sono forse i partiti i principali autori della degenerazione in atto della democrazia rappresentativa delegata? Motiveremo il nostro sì.

E il sindacato? Anche qui il campo largo del non voto nei Congressi di base degli iscritti è enorme. I resoconti non sono pubblici e non di rado artefatti, forse la percentuale dei votanti sta sotto il 10% degli aventi diritto, che in genere non ricevano l’invito, come pure molti pensionati non ricevono la tessera. 

Il sindacato è il più grande dei corpi intermedi, il più organizzato nel territorio con una base di riferimento - considerando le tre Confederazioni storiche che fino a pochi anni fa erano unite nell’azione - di oltre 11 milioni di tesserati (dati 2023-2024). 

La rottura unitaria preclude al sindacato di agire e cogliere significativi risultati come soggetto politico; non solo disunito si politicizza pro o contro il governo come assistiamo da molti mesi, cogliendo scarsi risultati.

Si può arrestare questo declino? Certamente sì: sperimentando, unitariamente, iniziando dai territori e dai luoghi di lavoro, nuovi strumenti di democrazia diretta che risveglino l’anchilosata democrazia rappresentativa delegata, utilizzando ampiamente i social e la rete. Un tempo ebbero successo le inchieste strumenti del tutto diversi dai sondaggi dei nostri giorni.

Saranno sintetizzate le principali esperienze sui fini e sui mezzi democratici utilizzati da sindacato per conseguirli: Commissione Interne e gestione di accordi nazionali, Sas-sindacato e premi di produzione, Consigli di fabbrica e carichi di lavoro e ambiente, Consigli di zona e 150 ore  (…).

Anche una breve riflessione sull’esperienza (non andata a buon fine) dei referendum on line dei 5 Stelle.

Il sindacato può fare un utilizzo della rete con ben altre procedure, valorizzando innanzitutto il ruolo delle RSU sui luoghi di lavoro, che sono tante decine di migliaia. Non è noto un dato unitario, se esiste è conosciuto da pochi.

Si avanzeranno infine 3-4 specifiche idee - maturate in Convegni di o promossi da Prendere parola - tenendo a mente anche quanto ha detto il premio Nobel per l’economia Amartya Sen sui processi decisionali: il voto è l’ultimo atto di un percorso, prima viene la qualità della informazione, della formazione, del confronto su temi sui quali esprimersi poi con un voto.   

PER ISCRIVERSI ALL'EVENTO: 

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeT1dvmQbLkIvjbwB6LgippKEwrFT2yF8ti2gpjR2YpYTbQaA/viewform 

martedì 6 gennaio 2026

RIGENERARE DEMOCRAZIA: TEMI PER IL DIBATTITO

 Pubblichiamo di seguito il documento con cui le associazioni Prendere parola e Sognare da svegli propongono alcuni spunti di dibattito per l’iniziativa del 31 gennaio a Firenze.

Per iscriversi basta riempire il modulo che trovate a questo linkhttps://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeT1dvmQbLkIvjbwB6LgippKEwrFT2yF8ti2gpjR2YpYTbQaA/viewform


RIGENERARE IL SINDACATO E LA DEMOCRAZIA. TRA CRISI DEI CORPI INTERMEDI ED ECLISSI DELLA PARTECIPAZIONE

A Firenze, sabato 31 gennaio, un incontro nazionale per rivitalizzare la democrazia, la rappresentanza, il sindacato.

Di seguito alcune ragioni dell’iniziativa, promossa dalle Associazioni Prendere Parola e Sognare da Svegli.

  1. Crisi strutturale: fabbriche e network digitali, oltre la solitudine antropologica e la crisi ecologica

Il sindacalismo tradizionale nasceva in epoca industriale, quando la fabbrica costituiva il centro identitario dei lavoratori. Stabilità, coesione e contrapposizione al capitale permettevano negoziazioni efficaci e diritti condivisi. Oggi, la globalizzazione, la rivoluzione tecnologica e la finanziarizzazione hanno frammentato il lavoro: produzione dispersa, subordinazione mascherata e lavoro precario sono la norma. La contrattazione collettiva tradizionale fatica a tutelare chi opera in contesti instabili o digitali. Il processo di individualizzazione e la crisi del lavoro come fatto sociale e relazionale intreccia la rivoluzione digitale con la crisi antropologica ed ecologica del nostro tempo, intreccia l’economia di guerra. Siamo alla ricerca di nuovi spazi di dialogo e interlocuzione, “arma” di pace, pur senza archiviare il conflitto, quando necessario.

  1. Partecipazione in calo e crescita di un modello di oligarchie interne

La diminuita partecipazione alle decisioni interne ha rafforzato le oligarchie sindacali e politiche. Assemblee poco frequentate e consultazioni rare aumentano il distacco tra base, delegati e dirigenti, generando sfiducia e delegittimazione. Oggi la legittimità e la tenuta morale del sindacato e della democrazia sono spesso messe in discussione più della loro utilità concreta.

  1. Individualismo e micro-resistenze quotidiane

Il paradigma neoliberale ha trasformato il lavoratore, anche subordinato, in “imprenditore di sé stesso”, indebolendo la solidarietà collettiva. Isolamento e competizione rendono difficile costruire identità plurali, oltre le solitudini. Tuttavia, le pratiche quotidiane — gesti di solidarietà informale e strategie silenziose — rappresentano micro-resistenze reali. Integrare queste dinamiche nella strategia sindacale significa trasformare il lavoro dei singoli in partecipazione collettiva e rappresentanza concreta.

  1. Segnali di innovazione sindacale a livello internazionale

Le piattaforme digitali e le tecniche di “organizing” dal basso, permettono di mettere insieme lavoratori dispersi, facilitando campagne, petizioni e mobilitazioni, prevalentemente online. Alcuni esempi: SLPD in Romania per Uber, Bolt e Glovo; UVW (lavoratori dei videogiochi), ma anche, più tradizionalmente, i lavoratori di Amazon e Starbucks in USA/Canada. Queste esperienze mostrano che la frammentazione può diventare opportunità per nuove forme di rappresentanza anche a dimensione transfrontaliera. Sfruttando, non subendo anche le opportunità del digitale.

  1. Proposte operative per un sindacalismo rigenerato

Per rigenerare il sindacalismo è necessario rafforzare la democrazia interna anche con voto elettronico, rotazione obbligatoria dei ruoli e limiti stringenti dei mandati (come è stato in passato nella Cisl) e assemblee partecipative. La rappresentanza deve essere capillare, collegando strategie nazionali ed esigenze concrete dei territori e dei settori, senza dimenticare le rinnovate esigenze di intercategorialità. L’innovazione digitale, che non può sostituire i momenti in presenza, offre strumenti per mobilitazione, formazione e comunicazione tra lavoratori dispersi. Parallelamente, è fondamentale costruire reti di solidarietà intersettoriali, connettere lavoratori flessibili e precari e promuovere trasparenza tramite bilanci, decisioni pubbliche e valutazioni periodiche. Alleanza tra cittadini e lavoratori, tra Nord e Sud del Mondo. Le micro-pratiche quotidiane vanno valorizzate, trasformandole in strumenti di partecipazione organizzata e rappresentanza collettiva.

Di fronte alla devastazione del diritto internazionale, il sindacato, senza ambiguità, non può poi che impegnarsi a recuperare il proprio ruolo di diplomazia attiva nonviolenta popolare e dal basso.

  1. Credibilità e riforma morale

Negli ultimi decenni la professionalizzazione sindacale ha trasformato il sindacato in carriera permanente per alcuni dirigenti, generando distacco dalla fatica quotidiana, percezione di privilegi e uso della posizione come trampolino politico. La soluzione richiede una riforma morale: ristabilire un’etica del servizio, sobrietà e responsabilità, evitando oligarchie e ricollegandosi alle esigenze dei lavoratori, ricollegando offerta sindacale e domande del lavoro.

  1. Il sindacato come rete di welfare, cultura civica, nuovo mutualismo

Ogni iscritto deve diventare protagonista attivo, ogni luogo di lavoro nodo di rete. La decisione collettiva nasce dal basso, con processi trasparenti e inclusivi. Il sindacato deve promuovere welfare territoriale condiviso, servizi interaziendali collettivizzanti (dalla dimensione dell’io a quella dell’io fra noi), formazione e reti di assistenza, costruendo coesione sociale, nuovo mutualismo e senso di comunità. Dietro queste azioni deve esserci una visione morale anche se non moralistica: il sindacato come istituzione e movimento che genera cultura, coscienza civica, responsabilità speranza, sogno.

  1. Conclusione: il sindacalismo che verrà

Il futuro del sindacalismo (ma in parte anche della politica e dell’associazionismo) non è la semplice sopravvivenza. Il quieto vivere. Per restare rilevante il sindacato deve integrare tradizione e innovazione, strutture organizzative e micro-resistenze quotidiane, strumenti digitali e reti di solidarietà concreta, reale. Solo così il sindacato: “fare, essere giustizia insieme” potrà riconquistare credibilità, efficacia e capacità di incidere nella costruzione di nuovi diritti e solidarietà nel lavoro contemporaneo.

Di tutto questo le Associazioni Prendere Parola e Sognare da Svegli, insieme a tanti amici e amiche, discuteranno in forma aperta a Firenze, il prossimo sabato 31 gennaio, tutta la giornata, sulle colline che, dal capoluogo toscano, città di Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani, portano a Fiesole. Sulle orme anche di Padre Balducci, in un’occasione di incontro, sapere condiviso, apertura internazionale di pace e giustizia.

Tutte le informazioni e il programma sono reperibili sui siti internetwww.prendereparola.itwww.sindacalmente.orgwww.il9marzo.itwww.fiesolebarbiana.blogspot.com