mercoledì 15 luglio 2026

RICORDANDO TOM: LETTERA APERTA ALL'ARCI NEL GIORNO DELL'AVVIO DI UNA FESTA PROVINCIALE.

Care/e compagne/e dell'Arci,

una delle cose che mi ha sempre colpito, fin dal 2011-2012 quando mi sono trasferito a Pistoia da Roma (e da Parma...) è stato il peculiare resistere, quasi intatto, del sistema delle c.d. "Case del Popolo" aderenti all'Arci.

Nella mia terra, infatti, pur limitrofa alle celebri vicende di Peppone e Don Camillo, narrate dalla penna ribelle di Giovannino Guareschi, le Case del Popolo sono quasi scomparse, pur rimanendo attivo un sistema diffuso anche se parecchio variegato e non sempre coerente di circoli.

Va detto che, anche a Pistoia, prima nascono molte Case del Popolo e poi l'Arci, che viene costituita, a livello nazionale, a Firenze, nel 1957. L'anno prossimo si celebreranno i settanta anni dalla fondazione.

Il marchio di nascita storico di una associazione, pur erede della grande storia del mutualismo operaio italiano, collaterale e satellite del Pci, non mi ha mai permesso di diventare un vero e proprio attivista e militante dell'Arci, anche se sono stato per molti anni e tutt'ora lo sono, iscritto e fruitore di molte attività dei circoli (a Pistoia, come a Parma, come a Trieste, come a Roma).

In collaborazione con l'Arci ho mosso in primi passi lavorativi nei primi anni duemila, lavorando per il Cesos Cisl e l'Ires Cgil ad un progetto nazionale ed europeo sull'integrazione socio-lavorativa degli immigrati e la lotta alle discriminazioni, anche partecipando come relatore, peraltro, al "mitico" Festival antirazzista Arci di Cecina.

Perchè questa lunga introduzione?

Per dire che, davvero, nulla ho contro questa associazione, a cui sono peraltro iscritto, anzi.

Aggiungo anche che, forse, al di là delle collaborazioni lavorative il momento più intenso di cooperazione con l'Arci io l'ho vissuto pochi anni prima del mio esordio lavorativo durante la stagione dei movimenti per un'altra globalizzazione: da Genova, a Firenze, a Porto Alegre (pur non essendo mai stato fisicamente in Brasile).

All'epoca due figure dell'Arci erano particolarmente carismatiche ed attive: Tom Benetollo (il Presidente nazionale) e Raffaella Bolini (che si occupava di tutti i collegamenti, le reti altermondialiste).

Se Tom non fosse morto improvvisamente nel 2004, all'età di soli 53 anni, io credo, anche, che in quella fase di egemonia berlusconiana nella politica italiana, con una sinistra smarrita e divisa, sarebbe stata in campo una figura sociale di grande credibilità, non settaria e indipendente, pur provenendo storicamente dall'impegno attivo nel Pci guidato da Enrico Berlinguer.

Un tema, secondo me, molto critico è, però, quella del rapporto tra l'Arci e i partiti politici provenienti totalmente o parzialmente dalla diaspora ex comunista: Pd, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista.

E' un tema, ovviamente, non pistoiese, non toscano, ma nazionale.

Non scorderò mai, ad esempio, il 1998, quando il Pds di Parma esprimeva la maggioranza assoluta da solo in consiglio comunale e l'Arci poteva schierare ben sette consiglieri comunali di stretta osservanza.

Il crollo fu totale: il Pds (e indirettamente anche l'Arci) persero il 75% della propria rappresentanza e rovinosamente si aprirono le porte ad un civismo di centrodestra che, nel pieno della fu Emilia rossa, quasi non credeva ai propri occhi.

La (non nuova) commistione di potere tra Comune, Partito ed Arci era stata davvero fortissima, tutto (o quasi) fu trascinato in una caduta rovinosa che necessitò di almeno quindici anni per una ripresa.

Proprio per questo, come tanti/e nel centrosinistra pistoiese, sono rimasto davvero perplesso dello schierarsi, fin nei dettagli, dell'Arci nelle ultime elezioni amministrative di Pistoia.

Attenzione! Non è in discussione il sostegno al campo largo che è fisiologico per l'Arci, ma una dinamica strettissima di nuovo tra associazione, partito (partiti...) e governo municipale (assessorati in particolare).

Oggi si apre la festa provinciale dell'Arci di Pistoia, presso il bellissimo circolo delle Fornaci. 

Il tema è di quelli importanti e un po' troppo sottotraccia oggi: il presente e il futuro di Cuba.

Ma, al di là degli incontri che possono essere più o meno interessanti/visionari, tenuti da figure più o meno credibili, quello che appare importante, fondamentale. specialmente in questa nuova stagione di campo largo pistoiese, è il mantenimento dell'autonomia.

Se il volontariato, infatti, come affermava Luciano Tavazza, padre del volontariato politico in Italia, non può essere il "barelliere dello Stato", non può nemmeno, a mio parere, diventare il "barelliere dei partiti" o, peggio ancora, la stampella "degli assessori".

Riuscirà l'Arci provinciale di Pistoia, forte della sua importantissima, rilevante, positiva rete di circoli e di volontari/e (veri/e) non solo a mantenere, ma anche a rivendicare questa autonomia?

Sinceramente non lo so.

Certamente aiuterebbe una comunicazione più veritiera e trasparente e certamente è una questione che non riguarda solo i dirigenti dell'Arci, del Pd o di Sinistra Italiana, ma è un aspetto che si intreccia con la democrazia, la partecipazione e la sussidiarietà in senso più ampio.

Venendo, ad esempio, al programma di questa sera: se è vero che si può essere "attivisti/e" anche di un partito, sarebbe bene, una volta tanto, affermarlo esplicitamente, anche perchè non c'è, ovviamente, nulla di male.

Non ci può nascondere, secondo me, magari adottando come scusa una comoda multiappartenenza, dietro mille bandiere, indossando, ostentando pubblicamente, a seconda delle convenienze personali, un panuelo femminista o una stella associativa.

Non si può, almeno secondo me, rivendicare furbamente provenienze dal basso, per poi, invece, diventare nei fatti, quasi ce lo si si fosse tatuato,  i più "fedeli alla linea" dei dettami a livello comunale, provinciale, regionale, nazionale di un partito. 

Magari appoggiandosi anche, in campagna elettorale, al suo segretario nazionale o al suo indiscusso capo locale.

La mia generazione, formatasi nel trauma, ma anche nella grande esperienza collettiva di Genova 2001, di cui porta, come giustamente ha rilevato il Manifesto, ancora le "cicatrici", ha perso la guida di Tom Benetollo nel 2004, ma l'anno dopo ha letto, in massa, Giulio Marcon, co-fondatore di Sbilanciamoci, quando ha pubblicato il saggio: "Come fare politica senza entrare in un partito"

Un manuale pratico per chi avesse voluto impegnarsi nella società e nei movimenti dal basso, senza deleghe e al di fuori delle tradizionali strutture, appunto, di partito.

Ma tanti/e di noi si sono formati/e, nell'impegno pubblico leggendo di un fiato anche il: "Manifesto per la soppressione dei partiti politici" di Simone Weil.

Se i partiti per Simone, almeno negli anni Quaranta del Novecento, erano ancora "macchine per generare passione collettiva" essi, nei tempi delle ideologie, utilizzavano le emozioni collettive per soffocare la personalità individuale, imponendo, autoritariamente, un pensiero rigido e unico ai propri iscritti/e.

Secondo la Weil, ed è forse l'aspetto più attuale del suo saggio, i partiti si rivelano avere l'autoconservazione come unico fine: il primo obiettivo di ogni partito è la propria crescita materiale, non il bene comune.

Il partito ci costringe, quindi, alla rinuncia della ricerca autonoma della verità e della giustizia, diviene una "macchina" del potere che smette di essere un mezzo per raggiungere il bene pubblico, ma risulta invece fine a se stesso, focalizzato esclusivamente sulla raccolta di denaro, posti ed elettori/elettrici.

Di fronte ai partiti liquidi, personali, ai cambi di simbolo, nome, statuto, abbiamo abbracciato il sentire della Weil che evidenziava (sotto le bombe, nel 1943!) come la lotta tra partiti riduca la democrazia a una mera competizione per il potere, distruggendo la vera partecipazione democratica.

Ma non abbiamo mai pensato, sempre coerenti con il pensiero della Weil, che tutto questo comportasse un distacco qualunquista dalla politica stessa.

Al contrario, ci siamo impegnati allo spasimo auspicando che la nascita e lo sviluppo dei movimenti permettesse la creazione di spazi "civici" locali e globali in cui i cittadini e le cittadine potessero scambiare opinioni liberamente e formare il proprio impegno realmente collegati e dal basso, senza alcun vincolo artificiale di appartenenza o di sottomissione a una leadership.

Come scriveva il compianto Goffredo Fofi: "Non ci sto. Al mondo così com’è non ci sto. Non posso accettarlo perché è falso, è brutto e ingiusto. E' un atto di rivolta individuale che si radica in una scelta prima di tutto etica, che inevitabilmente comporta implicazioni più ampie, un orizzonte di azione collettivo dentro il tempo, dentro la storia."

Non possiamo dimenticare, però, che la sconfitta dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha aperto la strada all’affermazione piena di un modello economico e sociale entro i cui confini esseri umani e natura, la vita stessa nella sua elementarità, si confermano (molto più oggi che in qualsiasi altra fase del percorso compiuto dal capitalismo nei suoi trecento anni di storia) mezzi per attingere l’unico fine in apparenza legittimo: l’espansione senza più limiti delle pratiche del capitale potenziate come mai prima d’ora dallo sviluppo della tecnica e, oggi, dell'intelligenza artificiale.

Continuava, pasolinianamente, Fofi: "Si è affermato un «nuovo fascismo» che per persuadere non ha più bisogno solo della violenza, dei manganelli: sono sufficienti l’omologazione veicolata dal consumismo imperante e l’uso pianificato dell’informazione e della formazione come strumenti di produzione del consenso".

Come smontare tutto questo?

Qui torno alla mia riflessione principale su Arci, assessorati, movimenti e attiviste/i: sulla politica istituzionale, per Fofi, non si può fare affidamento, compresa quella che dice di essere di sinistra se poi nei fatti (alla prova del governo) fa le stesse cose della destra. 

Diverso il discorso sui movimenti. Perché se è vero che una certa parte di essi (Fofi fa l’esempio del volontariato e del terzo settore) si sono fatti integrare nel sistema, restano invece ben vivi fuochi di resistenza su diversi fronti: razziale, ecologico, post e decoloniale, di genere e di orientamento sessuale.

Ma, era ben scritto sul quotidiano il Manifesto di circa un mese fa, i movimenti, privi per Fofi di un pensiero unificante, sono per lo più chiusi in ambiti identitari ristretti, che raramente comunicano tra di loro. E non va bene, perché credere che ci si possa liberare solo per sé (individuo o gruppo o comunità che sia) è un’illusione destinata a sicuro fallimento.

Che fare allora? 

Tenere fermo, rispondeva Fofi richiamando la lezione di Aldo Capitini, il punto della rivolta etica, del «non accetto» individuale, e costruire legami liberi e sostanziali tra le minoranze attive provando a far emergere dalle pratiche di opposizione uno sguardo (un orizzonte) comune. 

«Si agisce, si trasmette, si forma – scriveva Fofi – da pochi a pochi. È il poco che siamo in grado, in pochi, di fare. Di controllare. Per forza di cose e per persuasione profonda. Senza mai dimenticare che ogni nostra piccola impresa ha uno scopo immenso: la liberazione di tutti/e».

Ma, in conclusione, cari/e compagni e compagne dell'Arci di Pistoia, è dalle parole bellissime di Raffaella Bolini su Tom Benetollo che possiamo trovare le energie per "fare ancora" e fare bene. Per, cito Alexander Langer: "continuare in ciò che era giusto".

Sono parole scritte, con amore, dolore e speranza, ormai dodici anni fa, nel decennale della scomparsa del grande Presidente nazionale dell'Arci.

Un aspetto della biografia di Tom Benetollo che non traspare dalla bellissima lettera-testimonianza di Raffaella, e che mi ha giustamente ricordato l'ex Presidente Nazionale delle Acli Franco Passuello, è la sua provenienza dal mondo cattolico postconciliare con l'impegno prima nella rivista Com e poi, dopo la fusione, nel 1974, con il periodico evangelico Nuovi Tempi, con la pubblicazione unitaria ed ecumenica Com-Nuovi Tempi.

Voglio ri-trasmettere le parole su Tom in particolare a chi, con gratuità e impegno disinteressato, tiene viva la rete dei circoli e delle Case del Popolo e non merita di essere strumentalizzato da improbabili attivisti/e o dirigenti di partito, il cui unico obiettivo pare essere la mera conquista, personale o di clan, del potere per il potere. 

Che poi diviene anche, paradossalmente, il dominio del patriarcato, che, come scriveva Raffaella Bolini, era l'esatto contrario di Tom Benetollo.

(...) Tom, la relazione al tuo ultimo congresso dell’Arci nel 2002 si concludeva con una citazione di Al Ghazali, filosofo medioevale persiano: «Devi evitare di frequentare principi e sultani, perché dalla loro compagnia e frequentazione deriva gran danno. Ma se sei obbligato a frequentarli, evita complimenti e adulazioni, poiché Iddio l’Altissimo si adira quando vengono lodati malvagi ed oppressori».

E infatti ti sono sempre piaciuti i dissidenti. Una delle tue stelle polari era Alexander Dubcek, l’eroe della Primavera di Praga schiacciata nel 1968 dai carri armati sovietici -costretto per anni a pulire giardini fino alla «rivoluzione di velluto» del 1989 che lo riportò alla testa del suo paese. Nessuno costrinse mai te a fare il giardiniere, anche se coltivavi i pomodori sui vasi in balcone. 

Però te ne andasti da Botteghe Oscure. 

Per anni avevi accettato di negoziare parola per parola perfino il testo dei volantini pacifisti, ma dopo Berlinguer la mediazione interna ti pareva finalizzata solo a produrre immobilismo.

Rinunciasti a una sicura carriera politica per esiliarti all’Arci, che a quel tempo stava sull’orlo del fallimento. Con Nuccio Iovene e Giampiero Rasimelli, vi caricaste di una enorme quantità di debiti e di una storia tutta in salita. Ma avevate un piano: creare uno spazio libero per la sinistra, ancorato alla dimensione politica del sociale.

Tu eri comunista. Il Pci rispondeva per te alla esigenza di trasformare in forza collettiva l’anelito individuale contro ogni oppressione. La possibilità di dare agli ultimi gli strumenti per «imparare a non togliersi il cappello davanti al padrone» come dicevi sempre. Produttore di emancipazione e cambiamento, come il sindacato.

Poi, il Pci si fece cadere in testa il Muro di Berlino. Per te, che quel muro avevi sempre combattuto, il 1989 avrebbe dovuto essere una festa e aprire la strada a una sinistra più forte e più grande, non ideologica, plurale e unitaria. Fu al contrario la resa al pensiero unico.

Tu rimanesti convinto fosse necessario innestare sulla migliore cultura comunista il portato dei nuovi movimenti. Il pacifismo, la nonviolenza attiva, l’ambientalismo, i diritti civili, il femminismo, l’antirazzismo stavano facendo crescere in tutto il mondo generazioni nuove e nuove pratiche, arricchivano l’orizzonte della lotta per la pace, l’uguaglianza e la giustizia sociale. 

Lo hai creduto e praticato fino all’ultimo, accompagnando il movimento altermondialista, tollerando sempre più a fatica «la debolezza e la subalternità delle forze del centrosinistra e della sinistra», fino a dire nel tuo ultimo intervento che «l’autoriforma della politica non c’è stata e non ci sarà: ne deduco che sia necessaria una vera e propria rivoluzione, rovesciando i meccanismi che conducono alla formazione della volontà politica».

L’avresti fatta, la rivoluzione della politica dal basso e da sinistra. Avresti saputo farla. Perché avevi capacità di visione e guardavi lontano. Eri curioso del mondo, capivi le sfide del futuro prima che diventassero evidenti. 

Sapevi come mettere un passo dietro l’altro per avanzare. Costruivi alleanze, per aumentare l’impatto. Sapevi coinvolgere tutti, e non lasciavi indietro nessuno.

Ti stavi attrezzando, grazie agli anni di immersione nel sociale. Ci avresti indicato la strada, come sempre. Non hai fatto in tempo.

E noi siamo qui, dopo dieci anni, a rimpiangerti – Tom Benetollo, che potevi sfidare il potere perché non lo invidiavi. Tu credevi nella forza dei piccoli. E per questo eri un grande".

Francesco Lauria, Presidente Associazione Sognare da Svegli.

lunedì 13 luglio 2026

LA VITA BELLA DI SANDRO ANTONIAZZI, SINDACALISTA. E QUEL GRANELLO DI SENAPE CHE OLTREPASSA E CURA OGNI CONVENIENZA "SIMONIACA"...

14 di luglio. Come quest'anno, giorno del mio compleanno. 

Ero solamente più giovane.

Non mi trovavo, sfortunatamente, tra le valli ladine in Alta Val Badia come ora, ma nella calda piana di Pistoia; facevo la spesa al supermercato, cercando di refrigerarmi dal caldo.

Era tarda mattinata e mancavano solo due giorni al congresso nazionale della Cisl a cui, per la prima volta in vent'anni, con una vicenda davvero farsesca e malvagia, sostanzialmente unico tra quasi duecento operatori confederali, non ero stato invitato (in realtà c'era qualche altro epurato/a, ma era già stato distaccato/a fuori dalla confederazione).

Il mio ultimo libro: "Prospettive Sindacali", che era uscito per poche ore sul sito della casa editrice della Cisl Edizioni Lavoro il 30 di giugno, era stato bloccato senza fornire alcuna spiegazione plausibile e, pur stampato, non era stato portato al congresso.

Le numerose prenotazioni, poi, erano state ignorate, sostanzialmente annullate. 

La mia colpa? Aver fatto presente alla segreteria generale della Cisl, riservatamente e nell'ambito di un'attività che mi era stata esplicitamente delegata, alcune incongruenze: etiche, prima che politiche, come poi denunciarono principalmente i media nazionali (il tema non era solo l'asservimento al centrodestra al potere, ma, in generale, la progressiva perdita di autonomia, trasparenza e memoria della Cisl).

A nulla erano valse le lettere riservate a Daniela Fumarola, scritte da me anche fin troppo in ginocchio: massima cattiveria e nessuna risposta, nemmeno l'alzarsi di un sopracciglio.

Con, credo, grandissima professionalità e infinita capacità di resilienza (sinceramente oggi mi chiedo come io abbia fatto), nonostante tutto, avevo terminato il numero 7 della rivista il Progetto che, qualunque fesseria dica l'attuale direttore unico, era una testata che avevo ripreso io dall'oblio e ricreato, recuperando con qualità, apertura mentale e desiderio di innovazione e libertà, l'antica tradizione, fino a quel momento perduta da decenni, delle riviste cisline.

Il numero 7 de il Progetto era stato, in gran parte, dedicato proprio al congresso confederale con interviste a tutto campo sulla Cisl e, come tradizione, anche con qualche osservazione critica, volta a migliorare, non a denigrare.

Le interviste, mai nessuna accondiscendente, mai nessuna melliflua, erano tutte mie, tranne una, anche quando venivano, per convenienza, co-firmate da Emmanuele Massagli, Presidente della Fondazione Tarantelli, futuro nuovo potente di turno.

Oggi, follemente, con una malvagità davvero unica e priva di qualsiasi dignità, si riesce persino a negare l'evidenza e cioè che il direttore della rivista fossi io (peraltro ho firmato ogni numero, ma non c'è, davvero, limite al male).

Questi/e gli/le intervistati/e (non tutti, mi pare, dei Tupac Amaru, peraltro...): Daniela Fumarola (sì, proprio lei, con una conversazione tra noi che rimase, beffardamente per me, in home page per tutto il congresso nazionale, con grande evidenza, sul sito confederale della Cisl); Sergio D'Antoni, Lia Ghisani, Giorgio Santini, Michele Tiraboschi, Ilaria Armaroli, Gianni Bocchieri, Tiziano Treu, Ambrogio Brenna, Giovanni Teneggi, Stefano Zamagni, Roberto Benaglia, Annamaria Parente, Giuliano Cazzola, Francesco Verbaro.

Quel giorno, credo anche perchè sopraffatto da una sorta di frantumazione interiore, tra un ciuffo di insalata e uno yogurt, decisi, dopo qualche settimana che non lo sentivo, di chiamare Sandro Antoniazzi.

Sapevo che la malattia procedeva inesorabile, non avevo alcuna intenzione di parlare di me e delle mie piccole disgrazie, volevo solo abbracciarlo forte, fortissimo.

Così fu. Sandro sarebbe morto il 16 di luglio, proprio il giorno di apertura del congresso, quarantotto ore dopo quella dolorosa, mai triste, ma stupenda (grazie a lui), indimenticabile, nostra telefonata.

Ma di questo scriverò successivamente.

Poco più di un mese prima di quel mio compleanno e di quella telefonata con Sandro, contro ogni decenza, il 12 giugno 2025, Luigi Sbarra, da pochissimo dimessosi da segretario generale della Cisl, era stato nominato super sottosegretario con specifica delega per il Sud, dal Governo più a destra della storia repubblicana, quello guidato da Giorgia Meloni.

Si era rotto un argine: quell'argine che, con grande dirittura morale, nell'aprile 1960, Giulio Pastore, dimettendosi con i ministri delle sinistre Dc Pierluigi Sullo e Carlo Bo, aveva deciso, con fermezza e generosità, di non oltrepassare, lasciando immediatamente il Governo Tambroni, monocolore Dc, destinatario dei determinanti voti di fiducia del Movimento Sociale Italiano.

Tornando al 2025, aveva fatto scalpore, poco tempo prima dell'ingresso di Sbarra al Governo, l'inverecondo passaggio di consegne tra il "sindacalista" calabrese e la sua pupilla, la tarantina, nuova segretaria generale (e organizzativa e coordinatrice donne) Daniela Fumarola.

Durante l'evento, tutto, ogni istante, ogni respiro, ogni intervento, ogni inquadratura, ogni post, era stato calibrato, nel festeggiare (ahimè!) non tanto i 75 anni della Cisl, ma in accondiscedente e sfacciato omaggio, la premier Giorgia Meloni: dalle standing ovation dei delegati e delle delegate fortemente caldeggiate dai massimi dirigenti, ai mazzi di fiori ostentati, ai selfie e ai sorrisi ammiccanti e condivisi.

Scherzando, un collega, poi ovviamente immediatamente riallineatosi in un lugubre silenzio, riportò a me e ad alcuni altri convenuti sconcertati una battuta fulminante e azzeccata: 

"Non ci vedo nulla di male che una premier intervenga con queste modalità ad un evento interno di un sindacato (attenzione, non era un congresso in quel caso e fa la differenza). Succede anche in tanti altri paesi: dalla Russia, alla Corea del Nord, fino a numerose dittature africane...!"

Le immagini degli sfacciati inchini alla destra al potere fecero il giro di tutta Europa e di tutto il mondo, lasciando increduli ed indignando sindacati e sindacalisti stranieri davvero ad ogni latitudine. 

Proprio a partire da quelli più vicini, storicamente, alla Cisl (quella vera) e tanto cari a Sandro: dal sindacato cristiano belga, alla (appunto) Cfdt francese.

Pochi giorni dopo, il 24 di giugno, Sandro Antoniazzi aveva reagito con la penna e deciso di intitolare un suo articolo, l'ultimo della sua vita,  in maniera inequivocabile: "Il caso Sbarra: una questione morale".

 Lo riporto qui sotto, senza alcun taglio o modifica, riprendendolo dal portale C3dem (Costituzione, concilio, cittadinanza) che era fortemente animato da Sandro.

Un articolo netto, asciutto, perfetto e lucido (qualunque cosa abbia detto qualche vigliacco denigratore da corridoio).

Il caso Sbarra: una questione morale (di Sandro Antoniazzi)

Ho sempre rifiutato di sottoscrivere appelli contro quella o quella posizione della Cisl, pur meritevole di critiche, perché non ritengo che siano gli ex-dirigenti, ora non più attivi, ad avere titolo per giudicare.

Quando si lasciano gli incarichi tocca poi ad altri assumere le responsabilità politiche: è sbagliato intervenire sulle loro decisioni. Si fa la parte del grillo parlante, brutto ruolo, soprattutto inutile e fastidioso.

C’è un tema però su cui tutte e persone legate alla Cisl, iscritti, militanti, dirigenti, ex-dirigenti, non solo possono, ma devono intervenire: si tratta della questione morale perché, se le basi e l’indirizzo morale dell’organizzazione non sono solidi, è l’intera organizzazione a vacillare.

Invece di essere un sindacato forte della sua autonomia, libertà e coerenza, diventa un’organizzazione qualunque che chiunque può usare per i propri scopi personali: carriera, potere, guadagni, favori politici…

Inoltre, si rischia di avere un’organizzazione dove gli ideali passano in seconda linea e il lavoro sindacale diventa un lavoro come un altro.

Le trasformazioni sociali hanno portato ovunque e in tutte le organizzazioni in questi decenni a un’erosione dell’iniziale base etico-sociale; un motivo di più per essere estremamente attenti a questo aspetto.

A riguardo il comportamento di Sbarra rappresenta un grande vulnus all’immagine della Cisl realizzata in 75 anni di storia, grazie ai sacrifici e all’impegno di tanti dirigenti e militanti.

La loro storia è la critica più viva e più vera alla scelta di Sbarra, un pungolo che, prima o poi, anche Sbarra dovrebbe sentire.

Sbarra, passando rapidamente da Segretario Generale della Cisl a Sottosegretario per il Sud, ha infranto due principi fondamentali:

- ha usato la propria carica sindacale per favorire la carriera personale, in modo, fra l’altro, evidentemente concordato.

- Non si è curato, così, di infangare l’immagine della Cisl.

Ritengo che si sia toccato il punto morale più basso di tutta la gloriosa storia della Cisl.

C’ è poi un’aggravante molto pericolosa: è da tempo che la destra cerca di portare la Cisl nel suo alveo (molteplici presenze dei ministri, un chiaro appoggio per far passare la legge sulla partecipazione, gli abbracci Meloni/Sbarra al Consiglio Generale in cui Sbarra ha lasciato l’incarico e infine, dulcis in fundo, l’incarico governativo a Sbarra).

È una manovra di avvolgimento e di coinvolgimento che occorre rompere al più presto, prima che sia troppo tardi.

Che ci siano aderenti alla Cisl soddisfatti di tutto questo è un’opinione rispettabile, ma non può certo essere la posizione della Cisl che è indipendente dai governi, dai partiti, dalle forze imprenditoriali.

Spetta all’attuale gruppo dirigente (che dovrebbe essere riconfermato nel prossimo congresso di luglio) garantire queste condizioni etiche essenziali.

L’attuale gruppo dirigente è un’espressione congressuale, nel senso che trae la sua legittimità dal voto ottenuto al Congresso: legittimità reale, ma, per così dire, interna.

La vera legittimità esterna, pubblica, questo gruppo dirigente deve conquistarsela alla prova del fuoco nella società, per gli obiettivi che è capace di avanzare, delle battaglie sociali che saprà esprimere, del contributo che saprà apportare al miglioramento della società e della promozione dei lavoratori.

In questa impresa e per questa impresa, delle solide basi morali sindacali sono necessarie e sarà dunque l’occasione per superare questa brutta pagina.

Gli uomini e le donne della Cisl ripongono in questa prospettiva le loro speranze".

Tra i diversi commenti all'articolo di Sandro  riportati dal portale C3Dem, tutti molto critici sulla Cisl e tutti firmati con nome e cognome, c'è ne è uno di Andrea Montanari che mi ha molto colpito e che riporto integralmente:

"Sono addolorato per la piega data dai dirigenti CISL (sono iscritto dal 1976, e dal 1970 FLM) al comportamento del sindacato. 

In passato c’erano stati problemi anche gravi, ma mai un servilismo sfacciato al Governo come oggi. 

Ricordo con gratitudine l’indipendenza sostenuta da Carniti nei confronti della politica dei partiti: si tratta ma per l’interesse e la dignità dei lavoratori. 

Questo era lo spirito dell’accordo di San Valentino, ancorchè sgradito dal PCI.

L’indipendenza Carniti la manifestò anche rinunciando alla carica di presidente della RAI per una ragione essenziale di principio. L’amicizia e la stima verso Craxi non hanno mai prevalso sulla obiettività nelle trattative, spesso anche non capita da dentro la Confederazione.

Oggi l’appiattimento e la subalternità simoniaca hanno passato il limite. 

Mi sono, con grande dispiacere, dimesso".

Credo, non ne posso essere sicuro, che a un uomo di grande e autentica fede, come Sandro Antoniazzi, quel termine di "subalternità simoniaca" sarebbe risultato perfettamente descrittivo della Cisl e del suo gruppo dirigente, ancorchè ora, mostri qualche recente aggiustamento tattico fuori tempo massimo, non essendo più sicuro al cento per cento della riconferma del centrodestra alle prossime elezioni politiche e rimanendo alla disperata ricerca di un potere, qualunque esso sia, da assecondare, riverire, servire, utilizzare.

Sono onorato grazie credo all'ostinato impegno della moglie Lea, di aver potuto rendere la mia testimonianza di Sandro all'interno del libro che, in questo primo anniversario, ne ha celebrato, con umiltà e dedizione, la memoria.

Quando ho scoperto, da lei stessa e con un certo stupore, le radici differenti rispetto a quelle di Sandro, ho, credo, capito molte cose.

Sandro sapeva abbracciare, amare, ascoltare la diversità, fondersi con essa e generare nuovi frutti, nuovo Amore, nuova sapienza, famiglia e amicizia, in senso ampio.

D'altronde chi se non lui poteva intitolare, quasi provocatoriamente, una rivista proprio così: "Politica e Amicizia"?

Riprendo quanto ho scritto in memoria di Sandro nel libro in sua memoria che può essere richiesto e diffuso in pdf da chiunque lo desideri.

E che, in piena laicità, in pieno rispetto di ogni diversità riporta, alla fine, la "parabola del gelso" (Luca 17, 5-6):  

"Gli apostoli dissero al Signore: “Aumenta la nostra fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”.

SANDRO: OGNI GIORNO. PER SEMPRE.

“Ciao Francesco, scusami se non ti ho risposto subito, ma sono in Francia con Lea, mia moglie, a Cannes. Ora sto passeggiando sul lungomare, sai, sto finendo un libro di Paul Vignaux, il grande leader della nuova Cfdt in Francia, amico di Pierre. Tu che sei uno dei pochi rimasti interessati a queste cose lo devi leggere. Assolutamente…”

Sandro Antoniazzi era così, non si perdeva nemmeno la nuova edizione francese di un vecchio libro sindacale, risalente alla fine degli anni Ottanta del Novecento.

Non ricordo, ammetto, quando l’ho conosciuto di persona. Anche perché di lui avevo letto, prima, diversi suoi libri, in particolare quelli relativi all’etica e alla spiritualità del sindacalista.

Già, perché Sandro, amava parlare dei sindacalisti e, soprattutto, ai sindacalisti e alle sindacaliste, non affrontava solo il tema, a volte astratto, del sindacato.

Come ha ricordato nel libro edito in occasione degli ottanta anni di Pierre Carniti, “Pensiero, Azione Autonomia”, Sandro è entrato nel sindacato, come confederale, a Milano, nel 1958, un anno dopo Carniti, all’Ufficio Formazione della Cisl meneghina, allora diretto dal Professor Sergio Zaninelli.

Mi ha molto colpito, nella testimonianza contenuta di quel volume, il racconto della scintilla, in Sandro, insieme all’anarchico fimmino milanese Fausto Gavazzeni, che portò alla scelta di cambiare in concreto le cose.

Di cambiare il sindacato, prima la Fim e poi la Cisl, dal basso, smettendo i lamenti e, racconta Sandro: “passando all’azione”.

Passare all’azione per Sandro, che si trovava all’Ufficio Formazione, significava incontrare le persone, gli iscritti, i delegati, dialogare con loro, convincerli, anche ostinatamente quando necessario, ma sempre con dolcezza.

Perché Sandro, oltre che nel sindacato, profondamente, direi messianicamente, credeva nelle persone, nell’incontro con lo sguardo dell’altro, nel mistero dell’ascolto dell’Altro che porta in sé, sempre, il seme di Dio.

In un periodo per me molto difficile, la seconda parte del 2023, ricordo che ricevetti una sua lettera al Centro Studi Cisl di Firenze, in accompagnamento al libro, curato da lui con Paola Melchiori: “Cura e Democrazia. Il valore politico della cura”. 

Me lo aveva preannunciato al telefono, con uno dei suoi consueti slanci di entusiasmo: “Sai Francesco, io, alla mia età, sto curando un libro con una femminista!”.

Lì per lì non avevo dato il peso necessario alla cosa, l’avevo attribuita alla proverbiale poliedricità competente e curiosa di Sandro, che poteva scrivere diffusamente di anziani, sinistra, cultura, politica, partiti, democrazia, sindacato, etica, religione, perdono e terrorismo, spiritualità, giustizia, welfare, pace ed ecologia, senza mai essere banale e senza mai ripetersi.

Anni dopo, accompagnando da lontano, la fragilità di Sandro dovuta al progredire piuttosto veloce della malattia, ho pensato che, invece, non era stato un caso che, a ottantatrè anni, avesse promosso e coordinato un libro sulla cura come nuovo paradigma sociale in grado di contrapporsi all’assetto predatorio e distruttivo della società capitalista.

In Sandro c’era, infatti, un concetto di umanità, ma anche di leadership, estraneo al dominio su persone, cose, e organizzazioni, un approccio che privilegiava il dialogo come straordinario strumento di pace, sul peso dei rapporti di forza (che, per carità, nella contrattazione, come nel sindacato, come nella politica, quando necessario, vanno agiti). Parlo, ad esempio, non solo dei rapporti di genere, ma persino di quelli generazionali.

C’era, insomma, un concetto di “maschile” estremamente moderno, mi sento di dire anche in parte estraneo ad un luogo spesso tremendamente patriarcale come, indubbiamente, può essere il sindacato, anche il più ispirato.

Non sono nemmeno poche le occasioni pubbliche in cui ho avuto l’opportunità di confrontarmi pubblicamente con Sandro, spesso sulle spalle di altri giganti, come Don Lorenzo Milani e Pierre Carniti. L’ho lungamente anche intervistato per il mio libro: “Sapere, Liberà, Mondo”, un testo sul suo amico Pippo Morelli,

Di Sandro voglio dire questo: il suo sguardo non cambiava mai, era sempre acceso di interesse, di cura, di ascolto e interlocuzione, sia di fronte a una sala piena (e qualcuna l’abbiamo condivisa) sia nel confronto intimo, a tu per tu.

Non dimenticherò mai, l’ultima conversazione telefonica, avvenuta, un po’ casualmente, mentre stava per venirlo a prendere l’ambulanza che lo avrebbe portato da casa all’hospice, dove avrebbe passato i pochi, ultimi giorni.

Un filo di voce affaticatissimo, quasi irriconoscibile. Mi disse due cose: “Ti voglio bene” e … “Hai visto. Ce l’ho fatta. Ho terminato il mio libro. Sono felice”.

In quel preciso istante, realizzai che Sandro, pur a pochi passi dalla morte, pur in attesa di un’ambulanza che lo avrebbe portato in un hospice, mi aveva appena detto di essere felice.

Una dimostrazione di Vita oltre la Morte, nella concretezza della carne e nella gioia della Fede, lui che, da giovane, aveva pensato di lasciare il sindacato per il sacerdozio, prima di incontrare l’Amore, quello infinito che però si concentra in una persona: sua moglie Lea.

Ho pensato con gratitudine alla sua gratitudine rispetto a quello che aveva vissuto e condiviso, nelle vittorie, come nelle sconfitte, nei successi, come nell’oblio.

Non ho fatto in tempo a parlarne con lui, ma ho pensato lungamente al titolo della sua autobiografia “Combattere la bella battaglia Il sindacato come soggetto di trasformazione della società”.


Dove il “bella”, rispetto al “buona” dell’originale nel testo di San Paolo, utilizzato nel lasciare la Cisl anche da Pierre Carniti, fa la differenza. Per Sandro, quel “bella” tratteggia il compimento del proprio percorso di Vita e di Fede.

Ho imparato nelle mie ricerche nei Balcani che i concetti di “bello” e di “buono” hanno, in quei luoghi e nelle lingue che vi si parlano, radici maggiormente comuni che nella nostra. Da noi si percepiscono come termini distinti, ma nell’ex Jugoslavia, o in Bulgaria non è così, perché risentono di una visione del mondo in cui qualità estetica (che è molto più della bellezza fisica) e morale sono connesse.

Sono quindi certo che non sia un caso, non sia un errore che Sandro abbia usato, nel titolo della sua biografia che ha voluto dedicare a Pierre Carniti, il concetto di bello che racchiude, in sé, anche quello di buono.

Perché Sandro era, insieme, buono e bello come la sua Vita, che io paragonerei ad una Preghiera spontanea e condivisa.

Sandro, la tua Memoria Viva, ci accarezza di gratitudine e felicità ancora oggi.

Ogni giorno. Per sempre.

Francesco Lauria

domenica 12 luglio 2026

UN COMUNISTA "DOLCE": TRA SEVESO E LO STARI MOST, DALLE LOTTE OPERAIE, AI NUOVI MOVIMENTI. LA SEMINA DELL'ACQUA BENE COMUNE: UN ANNO SENZA EMILIO MOLINARI

1. Premessa 

23 luglio 2004, Mostar, Bosnia.

Avevo appena terminato la prima stesura della mia tesi di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, sulla difficile ricostruzione di democrazia e comunità in Bosnia: a Prijedor, "buco nero d'Europa, e a Zavidovici, nella federazione croato-musulmana.

Il titolo della tesi, azzeccato, "La diplomazia dell'Europa minore" (enti locali e società civile), sarebbe stato scelto di lì a poche settimane non da me, ma dal mio relatore, il sociologo Alberto Gasparini, direttore dell'ISIG, lo storico istituto, appunto, di sociologia internazionale di Gorizia.

Tra il 2003 e il 2004 avevo svolto numerosi viaggi di studio e ricerca in Bosnia, accompagnato (in loco o nella preparazione) da figure "grandi" come Agostino Zanotti, bresciano storico leader dell'Ambasciata della Democrazia Locale, in Bosnia, scampato fortunosamente ad un eccidio (nel suo caso di milizie croate). 

Agostino aveva fatto della pace e del perdono, la cifra della sua rinascita, anche personale, e del suo impegno civile, ma fui molto ispirato anche, in  particolare nell'approccio critico e consapevole alla cooperazione internazionale, dall'attivista e pensatore trentino Michele Nardelli.

Agostino è una persona dolcissima; quasi sempre. Ha perdonato gli assassini dei suoi compagni di viaggio che, per un nonnulla, non avevano ucciso anche lui. 

Racconto spesso, però, l'aneddoto, che, veramente esausto rispetto ai miei gusti musicali, durante un lungo tragitto verso Zenica, inchiodò il fuoristrada bianco, proprio a lato di un campo minato, e mi impose di riporre immediatamente, per tutta la mia successiva permanenza con lui in Bosnia il cd di Luca Barbarossa che, effettivamente con qualche eccesso, gli avevo più volte fatto ascoltare mentre guidava...

Il 2003-2004 ci aveva poi visto impegnatissimi su due fronti: l'avvio della Carovana della Pace promossa dai missionari comboniani proprio da Gorizia, con la testimonianza di Agostino a Gradisca d'Isonzo, dove era (ed è) situato il locale Centro di Permanenza per Migranti, un'offesa alla dignità della persona e al diritto, prodotto della nostra assurda legislazione bipartisan sull'immigrazione.

Feci poi entrare con clamore, con tanto di mio, evitabile, articoletto pubblicato dal quotidiano il Manifesto, padre Alex Zanotelli nella mia università: "pubblica, ma d'elites". 

Erano tempi di convenzioni chiacchierate tra Università di Trieste ed esercito italiano per lauree, sostanzialmente facilitate, da assegnare agli ufficiali. 

Tutto ciò mi sarebbe stato fatto sdegnatamente pagare in sede di discussione della tesi, mangiandomi la lode nella votazione finale (sono tranquillamente sopravvissuto). Ma non è questo il luogo per parlarne.

A Gorizia, allora frontiera dell'Europa di Schengen, avevamo creato, immediatamente dopo Genova 2001, un, enorme per la città, No Border Social Forum transfrontaliero, insieme agli attivisti della vicinissima città slovena di Nova Gorica

Il fermento, ancora sull'onda lunga di Genova e sulla reazione militante a quanto era avvenuto, era altissimo: volevamo, con tutte le nostre forze, trasformare Gorizia, "città maledetta" come nell'antica canzone, in simbolo concreto di un dialogo di pace europeo e mediterraneo.

Il 2004 fu poi, un anno non privo di contraddizioni, ma che sarebbe stato fondamentale, in vista dell'adesione della Slovenia all'Unione Europea, per la ricomposizione delle due città che costituivano una sorta di piccola "Berlino divisa tra occidente e oriente", abitata, nella parte "italiana", dal nostro drappello di studenti in Scienze Internazionali e Diplomatiche, provenienti da tutto il mondo.

Mai avremmo potuto sperare, allora, che Gorizia e Nova Gorica sarebbero state nominate città europee della cultura, insieme, nel 2025.

2. Emilio Molinari e lo Stari Most,  l'Isonzo-Soca e la Neretva: "Acqua Bene Comune".

In quel luglio 2004 fu quindi per me naturale, con una mia amica proprio di Gradisca d'Isonzo, compagna di università, prendere il pullman che, da Gorizia e Trieste, con un lungo viaggio, principalmente notturno, ci avrebbe portato in Bosnia, a Mostar.

Non erano giorni qualunque, per la città bosniaca, come scrissi nelle mie testimonianze per Osservatorio Balcani.

L'antico ponte sulla Neretva, risalente al 1566, era stato fatto saltare, anche simbolicamente, nel 1993, dalle "cattolicissime" milizie croate. 

Un po' tutto il mondo, occidentale ed arabo, aveva fatto a gara per finanziare il restauro e noi, società civile globale, ma soprattutto; "Movimento Acqua Bene Comune", eravamo lì, a celebrare la riapertura del Ponte Vecchio (Stari Most).

Sapevo bene chi era Emilio Molinari e subito facemmo amicizia nelle serate che avevano preceduto e susseguito la riapertura del ponte.

Emilio, con i suoi inconfondibili baffi, era come un fratello maggiore, se non, soprattutto per ragioni anagrafiche, un padre, per noi giovani attivisti e attiviste, ma rappresentava, per tutti noi, soprattutto una persona inclusiva, tessitrice instancabile di relazioni, progetti e futuro.

Parlammo molto, proprio a partire dall'impegno, anche educativo, sull'Acqua Bene Comune, dell'Isonzo (Soca in sloveno, con la c dolce), fiume di Gorizia che travalica, oltrepassa i confini nazionali, a differenza di tanti corsi d'acqua che li delimitano; delle edizioni Punto Rosso, di cui ero lettore e che vedevano Emilio protagonista; dei suoi trascorsi in Democrazia Proletaria.

Ancora non conoscevo la figura per me fondamentale del sindacalista cislino torinese Alberto Tridente, cui Emilio, per effetto delle rotazioni che erano la norma nell'estrema sinistra non comunista italiana, aveva lasciato, nel 1984, il seggio al Parlamento Europeo, conquistato con Democrazia Proletaria.

In Parlamento (questa volta italiano), in Senato, Emilio sarebbe rientrato, con la Federazione dei Verdi, nella breve e turbolenta legislatura 1992-1994.

Parlammo insieme di Padre Eugenio Melandri, missionario (pure lui!) saveriano, che aveva "sospeso" il sacerdozio, per essere eletto, alle europee del 1987, sempre al Parlamento Europeo e sempre con Dp.

Non conoscevo, allora, i trascorsi "operaisti" di Emilio, in Avanguardia Operaia, ma comprendevo bene che la sua vita di militante della sinistra del Novecento, aveva saputo incontrare con curiosità e intelligenza, il nuovo, il movimento per un'altra globalizzazione che, dagli scontri di Genova, aveva saputo avere cura della proposta di un altro mondo possibile e necessario, passando prima per Firenze e poi per Porto Alegre, in Brasile, nel Sud globale, de-occidentalizzandosi.

Non sapevo, fino ad oggi, che era stato operaio (poi divenne perito industriale), dopo la madre, operaia anch'ella nella stessa fabbrica, alla Borletti, di Milano, la fabbrica delle donne: quella degli scioperi "pre-resistenziali" dell'aprile del 1943 e della "rivoluzione femminile" che aveva, nel 1969, sfondato i cancelli della fabbrica, per farvi entrare, trionfalmente, sorretti a braccia dalle lavoratrici e per la prima volta, i sindacalisti della Fim Cisl Piergiorgio Tiboni e della Fiom Cgil, Antonio Pizzinato, partigiano e futuro segretario generale, pur per poco tempo, della confederazione di Corso d'Italia.

Emilio, come detto, divenne il leader italiano del Movimento mondiale per l'Acqua pubblica, e guidò, successivamente, la vittoriosa e difficile campagna referendaria su questo tema, svoltasi nel 2011.

In quei mesi non tolsi mai la bandiera del comitato per l'acqua pubblica nel mio ufficio alla Cisl di Via Po. Era chiaramente esposta e lo fu con ancora più evidenza, quando l'allora leader della Cisl il "destro" Raffaele Bonanni si pronunciò pubblicamente, senza avere il mandato di alcun organismo del sindacato, invece, per il no a tutti i referendum (legittimo impedimento compreso!", a partire, proprio, dall'acqua pubblica.

Per fortuna, all'epoca, in Cisl c'era ancora un po' di dibattito, e la Fim Cisl fece, plasticamente, la scelta contraria. I due quesiti sull'acqua furono sentitissimi e, contro ogni previsione, oltre alla vittoria del sì, si raggiunse ampiamente il quorum.

3. Emilio: da Seveso alla Laudato sì. La semina di un non credente...

In questi giorni in maniera molto superficiale e rituale sono stati ricordati i  cinquanta anni dal disastro ambientale e sociale di Seveso.

Il disastro di Seveso è stato, come è noto, un grave incidente industriale avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda svizzera ICMESA, di proprietà prima della Givaudan e dal 1963 della Hoffmann-La Roche, che causò la fuoriuscita e la dispersione nell'atmosfera di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale estremamente tossica. 

Il veleno, con gravissime conseguenze, investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso.

Nel 2025, un attimo prima di andarsene, a dire come erano andate veramente le cose, è stato proprio Emilio Molinari, che da ambientalista e consigliere regionale denunciò “gestione” e menzogne della giunta guidata dall’allora presidente Giuseppe Guzzetti, poi sovrano di Cariplo. 

Emilio ricostruì lo scandalo dei 41 fusti contenenti le scorie del reattore bonificato gettati in un macello francese; il testo, meritevolmente ripubblicato da Altreconomia si può trovare qui: https://altreconomia.it/che-fitta-nube-di-falsa-ipocrisia-50-anni-dopo-seveso-per-fortuna-ce-stato-emilio-molinari/

La storia completa è raccontata nella splendida autobiografia di Emilio, intitolata: "La fabbrica, la politica, i beni comuni. Autobiografia di un comunista dolce"https://www.redstarpress.it/prodotto/la-fabbrica-la-politica-i-beni-comuni/

Ma di Emilio, allora vicepresidente dell'Associazione Laudato sì, ci rimane la sua lettera a Papa Francesco, scritta, nel 2024, da non credente.

“Sono un non credente - scriveva appunto Emilio - sono un ex senatore della Repubblica italiana disincantato e deluso dalla sinistra, sono indignato per le ingiustizie e la disumanità di questo mondo e non me la sento di rivolgermi a Lei chiamandola Sua Santità. 

Ma le Sue parole nell’Enciclica Laudato si’ e il riferimento all’acqua che non può essere oggetto di mercato sono diventate una guida per me e per le associazioni in cui mi impegno… 

Mi rivolgo dunque a Lei, Papa Francesco, perché è la sola autorità che può cacciare i mercanti dal tempio e chiedere a tanti parroci sparsi in tutto il mondo: tuonate dai vostri pulpiti, tuonate che l’acqua non può essere quotata in Borsa, perché l’acqua è la vita.”

Pensando al non credente, amico Emilio e al nostro scherzare e sognare insieme, di oltre venti anni fa sulle rive della Neretva, non posso, da credente, ascoltare e riecheggiare il Vangelo di questa domenica che ci propone la celebre, non sempre pienamente compresa :"parabola del seminatore", testo che, proprio Papa Francesco, definiva, non a caso: "la madre di tutte le parabole".

Noi non siamo Dio, ma proprio come ci insegnava Papa Francesco, non dobbiamo, per forza, selezionare il terreno della semina, nè scoraggiarci di fronte ai fallimenti.

Noi siamo il terreno che, come ricordava sempre Papa Francesco, dipende dalle "condizioni del cuore".

Possiamo far scivolare i semi in fretta, lungo la strada, possiamo essere sassosi e incostanti, o spinosi, ingannati dalla ricchezza e dai vizi del potere.

Ma, pazienti e perseveranti, possiamo, invece, anche essere, le etichette e le auto-attribuzioni di fede non contano nulla, terreno buono, non inquinato e non inquinante.

Possiamo essere acqua pulita e soffio d'aria ristoratrice.

Possiamo far ardere il fuoco, la fiamma di una rivolta mai doma, che ci rinfresca di gioia: "bene comune".

Emilio è stato, per tanti/tante di noi tutto questo: seme e terreno, acqua e fuoco, vento e sorriso.

Un comunista certo. 

Ma dolce, ristoratore: come un seme che diviene fiore, che diviene frutto per la bellezza, la fame d'Amore, la felicità, pur sempre imperfetta, dell'altro/a.

E, no, lui non me ne voglia, no Emilio, non ti dedico Luca Barbarossa... ma Bob Dylan, cantato da due giovani ragazzi americani...


Blowin' in the wind
How many roads must a man walk downBefore you call him a man?How many seas must a white dove sailBefore she sleeps in the sand?Yes, and how many times must the cannonballs flyBefore they're forever banned?
The answer, my friend, is blowin' in the windThe answer is blowin' in the wind
Yes, and how many years must a mountain existBefore it is washed to the sea?Yes, and how many years can some people existBefore they're allowed to be free?Yes, and how many times can a man turn his headAnd pretend that he just doesn't see?
The answer, my friend, is blowin' in the windThe answer is blowin' in the wind
Yes, and how many times must a man look upBefore he can see the sky?Yes, and how many ears must one man haveBefore he can hear people cry?Yes, and how many deaths will it take 'til he knowsThat too many people have died?

The answer, my friend, is blowin' in the windThe answer is blowin' in the wind

Ciao Emilio, ci manchi.

Francesco Lauria

sabato 11 luglio 2026

TIZIANO CARRADORI IL PORTAVOCE DEL POTERE NELLA (NUOVA) PALUDE PISTOIESE. ORA ANCHE BASTA.

Tutti/e conoscono, al di là del fatto che alcune delle ultime uscite del giornalista-ex assessore comunista abbiano creato qualche imbarazzo al neo sindaco di Pistoia, quanto stretto sia stato in questi mesi il rapporto tra Tiziano Carradori e Giovanni Capecchi.

Hanno, insieme, con metodo, ostinazione e scaltrezza, scalato Pistoia.

Soprattutto a partire dall'occasione in cui, il 28 febbraio scorso, nella famosa epica, affollata riunione nel convento di San Domenico che ha sancito l'inizio della rincorsa vittoriosa alla poltrona di sindaco sono state affermate alcune cose. Rilevanti.

Si tratta dell'evento pubblico nel quale lo stesso Capecchi aveva definito Pistoia una "palude", riferendosi, sia chiaro, principalmente ad altri ambienti di centrosinistra da lui ritenuti: "contrarissimi, anche realizzando dossier artefatti, alla mia candidatura."

Ora c'è un punto che non è chiaro a Carradori che non mi pare un'aquila (pur stando vicino a un condor...) e che gli andrebbe spiegato da qualcuno/a che abbia più pazienza del sottoscritto.

Un conto è quando si è candidati o proto-candidati (come erano a San Domenico), un conto è quando, legittimamente perché si è stati votati, si detiene il potere.

Non è possibile/corretto/lecito in questi casi stabilire se qualcuno in una città possa o non possa parlare e attaccare continuamente sul piano personale (peraltro mai frontalmente, ma sempre in maniera bieca e subdola, normalmente nelle bacheche di altri).

Carradori lo ha fatto infinite volte con me, ma anche ad esempio con figure non secondarie che non stanno nel famoso cerchio magico di Capecchi, pur appartenendo all'area in prevalenza moderata/riformista del Pd e del centrosinistra (che, per quello che conta, non è la mia).

Questo atteggiamento insopportabile, irritante di Tiziano Carradori non può che finire per coinvolgere lo stesso Giovanni Capecchi, almeno fino a quando il sindaco non ne prenderà finalmente pubblicamente le distanze (avvertenza: i sottovoce timidi non bastano).

Per carità, io non sono certo un maestro della comunicazione nonviolenta ed, esasperato, ho finalmente scritto a Carradori quello che penso di lui (in grande compagnia in città, mi pare), ma qui siamo su un piano più ampio e non meramente personale.

Ovviamente Carradori ha subito minacciato querele, ma, avendo definito le mie riflessioni politiche: "vaneggiamenti", credo non abbia molto filo, poi si vedrà, per carità.

Io non conto nulla, anzi sono sceso da un carro vincente mentre tanti, sgomitando, vi salivano, anche all'ultimo minuto, fiutando la vittoria.

Ho fatto le mie nette scelte motivate da accadimenti ben precisi e che ritengo di una gravità etica e politica incommensurabile e su cui attendo, ovviamente, con pazienza, sviluppi che, ormai, in gran parte non dipendono da me.

Non pretendo che tutto ciò sia considerato la verità, ma il mio sentire motivato dalla mia esperienza che, probabilmente, è diversa da quella di altri/e (e meno male, sarò stato sfortunato...)

Vincere un'elezione non significa, però, mettere le mani su una città ("perché Pistoia è nostra" etc. ) e annichilire, frantumare non nel merito, ma sul piano personale, chi non la pensa come la nuova maggioranza al potere, da qualunque parte provenga o si collochi.

Ciò, se si vuole innovare un po' la politica, come afferma pedissequamente Giovanni Capecchi, dovrebbe valere anche per Carradori e per il ruolo che, pur senza incarichi formali, (non è stato nominato portavoce del sindaco e ci sarà un perchè...) continua indiscutibilmente a rivestire.

Parliamo di un uomo pubblico che, coerentemente con la propria "cultura politica" che, nei fatti, al di là delle parole, è quella di un comunista stalinista puro, ha passato una vita, a Pistoia e a Firenze (almeno questa è la mia opinione) a fare lo scendiletto e il portavoce acritico del potere di turno.

Ora, è chiaro, come fossimo ancora prima del ventesimo congresso del Pcus, in cui Nikita Chruščëv (che Carradori, infatti, oltre settanta anni dopo, non sa nemmeno come si scriva) rivelò la verità su Stalin e le sue purghe, che una figura come Carradori faccia davvero fatica a concepire un pensiero altro, il pluralismo, il dibattito, la legittimità e la compresenza di opinioni diverse, magari anche in una colazione larga o comunque nello spazio pubblico di una media città.


No, l'altro, è un ostacolo, un folle, un "deviato", per usare un antico termine che negli anni Cinquanta e Sessanta (anche dopo, quindi, il ventesimo congresso) veniva ancora utilizzato anche nel Pci italiano.

L'idea, poi, che si possano esprimere idee senza un diretto tornaconto, senza incassare qualcosa, detto in senso ampio, ovviamente, è un altro aspetto del tutto alieno, avulso da figure come lui (ed è in buona compagnia, non dimentichiamocelo).

C'è, infatti, anche una "mistica", un po' povera, un po' provinciale, in questa nuova, rinnovata, multiforme, direi arricchita e allo stesso tempo miserevole, palude del potere pistoiese.

In questa sfrenata corsa all'occupazione del dominio e dei poteri ci si ritiene anche, persino, di buon cuore, generosi, prestati al bene comune (che coincide, ovviamente, con il proprio, ci mancherebbe).

Però, mi si conceda un pensiero, una volta tanto sintetico: non prendiamoci per il culo.

E chi, come il nuovissimo, bravissimo, encomiabile sindaco, pronuncia tanti discorsi su pace, temperanza e nonviolenza prenda nota e cerchi di frenare chi è rimasto senza freni e senza misura (ammesso li abbia mai avuti...), visto che, a differenza del coraggiosissimo Chruščëv non si hanno, nemmeno lontanissimamente, nè la forza nè la visione di cambiare il metodo e la sostanza del fare politica a Pistoia.

 

D'altronde, come scriveva, George Orwell: «Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire»

Con preventiva, e direi anche generosa (da parte mia intendo...) gratitudine.

Francesco Lauria