sabato 6 giugno 2026

GIOVANNI CAPECCHI: PISTOIA E LE DUE PALUDI.

Giovanni Capecchi è una persona abile.

Non intendo alla leva (immagino abbia fatto obiezione di coscienza, visto che in famiglia: "facevano obiezione alle spese militari"), ma in generale.

Sicuramente con la parola, ma anche con lo sguardo, i silenzi, l'ascolto.

Uno a cui, abbastanza facilmente, dai fiducia, credito.

C'è una data che per la storia recente di Pistoia e di Giovanni Capecchi è uno spartiacque: il 28 febbraio 2026.

Lo ha detto spesso anche in campagna elettorale, Capecchi: lì è cambiato tutto.

A San Domenico c'ertano 400-500 persone, una vera folla per Pistoia.

C'era anche io, di più, sono tra i cinque-sei che sono intervenuti: annunciando il mio personale sostegno al candidato che chiedeva, finalmente e a gran voce, le primarie di coalizione.

Quella di San Domenico fu una grande prova di forza e una pesante sfida alla maggioranza del Pd pistoiese che aveva respinto sdegnosamente la candidatura Capecchi e aveva proposto l'allora poco conosciuta consigliera comunale ed insegnante Stefania Nesi.

Mentre osservavo la sala mi rendevo conto che su cinquencento persone ne conoscevo forse una ventina, ero consapevole che Capecchi non rappresentava del tutto il mio mondo e i miei valori, ma il suo intervento mi convinse pienamente.

Anche se non pienamente riportato, ma per fortuna ci sono le registrazioni, annunciandolo all'inizio dell'intervento e tornandovi alla fine, il professore trapiantato (in parte) a Perugia si impegnò molto a descrivere la "palude" di Pistoia.

Scelse l'immagine del fatto che il Palazzo Comunale sia stato in tempi medioevali costruito su una palude e che si risvolti si erano fatti sentire fin nel ventunesimo secolo.

Capecchi promise (ma poi non lo fece) di lasciare un foglietto in cui fosseri scritti i vari dossier/macchine del fango in preparazione su di lui.

Dossier, fece capire chiaramente, non a opera del centrodestra, ma di chi: "nel centrosinistra è non contrario, ma contrarissimo alla mia candidatura".

Un esempio: la sua incompatibilità rispetto al ruolo (questione di famiglia) nella Fondazione Cassa di Risparmio legata al pesante ritardo nelle sue dimissioni, in chiara violazione del codice etico.

Capecchi si difese non nel merito (non poteva farlo) ma facendo presente che nella sua stessa situazione vi erano politici della provincia di Pistoia sia di centrodestra che di centrosinistra (ed era vero...)

Gli altri temi sono noti: gli articoli di giornali e le voci sui concorsi all'Università di Perugia, fantomatiche ville all'estero, etc.

Fu molto chiaro Capecchi: promettendo di bonificare, nemmeno fosse il lago del Fucino di mussolinana memoria, la palude della politica pistoiese, a partire da quella rappresentata da una non piccola parte di centrosinistra.


Come è andata si sa: Giovanni Capecchi è stato più forte delle voci (vere e false) che giravano su di lui, ha incassato via via sostegni sempre più alti (fino ad Elly Schlein) e ha vinto prima le primarie del campolarghissimo pistoiese e poi le elezioni contro il timido e rassegnato centrodestra di Annamaria Celesti.

Un centrodestra uscito in città vincitore per vera disperazione, quasi solo dove regna incontrastato e incontrastabile un altro personaggio davvero peculiare del microcosmo pistoiese: Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, rimosso dal Vescovo Fausto Tardelli, per fatti gravissimi, nell'agosto 2025 ed ora, come se nulla fosse, plenipotenziario a Ramini.

Dopo le mie vicissitudini con un potente datore di lavoro che mi aveva messo alla porta per motivi politici e discriminatori dopo vent'anni di impegno e passione, personalmente, in quello scampolo di inverno che bussava alla primavera, non potevo non essere sensibile a chi, come "San" Giovanni Capecchi, diceva di opporsi alla "macchina del fango".

Ma pur da "neocapecchiano" seppi prendere le distanze dal futuro sindaco quando, con una scelta di inarrivabile incoerenza, lui e Avs-Sce-Possibile espropriarono gli immigrati residenti e i giovani universitari e non, del diritto di veto alla primarie, contrariamente a quanto avveniva a Viareggio la settimana prima.

Con grande abilità, poi, Capecchi avvicinandosi il voto, ha mantenuto il concetto della palude, capovolgendo, però, completamente la narrazione.

La palude non era più rappresentata dalle trame oscure della maggioranza del Pd comunale e di alcuni ex sindaci/poteri forti della città, ma dai nove anni del centrodestra.

E così, nuovo storytelling perfetto e ben confenzionato, a bonificare, ridare energia, soffio di vita ai territori, tutti i territori, dal Manzanarre al Reno, da Bottegone all'Orsigna, passando per Cireglio, arrivava proprio lui: il taumaturgico, buono, onesto, competentissimissimo Giovanni Capecchi da Candeglia, Perugia, Pistoia, Mondo.

L'uomo della Pace, ma anche delle buche e delle varianti.

Delle regole a targhe alterne (dehors e ztl sì, Biancalani viediamo...) e della grande responsabilità sociale e ambientale del vivaismo pistoiese, descritto senza remore, come una sorta di grande associazione benefica pronta a salvare l'Amazzonia dalla deforestazione e il mondo dal cambiamento climatico.

Insomma Giovanni Capecchi diventa l'uomo delle due paludi prosciugate: prima i cattivissimi, oscuri, terribili schizzi del centrosinistra e poi gli esiti deludenti degli ignavi, tendenzialmente un po' incapaci e da poco usciti dalle caverne, politici e amministratori uscenti di centrodestra.

Già questi primi giorni post elezioni ci hanno dimostrato che Capecchi non ha i super poteri che gli hanno frettolosamente attribuito i suoi hooligans, molto attivi anche sul web, da veri e propri leoni digitali.

Lui che proprio un pischello non è, si è peraltro affidato ad un capo di gabinetto alle soglie della pensione, rodato decenni fa dal fido Agostino Fragai.

Quella che rimane orfana una volta che termina la fascinosa narrazione è la Politica.

Quella vera.

Quella di visione e di concretezza. Che affronta i bisogni ed i desideri delle persone, accompagna le loro aspirazioni.

Assicura il pane, ma non si dimetica delle rose.

Si esprime in poesia, ma sa vivere anche la quotidianità faticosa ed estenuante della prosa.

Una politica portata avanti da persone che sappiano fare "della contraddizione tra fatti e valori", una questione personale.

A me, sinceramente, di tutta la narrazione capecchiana (intesa come gruppo, cerchio magico, elite delle elites, amici nel potere e nei poteri, non come singola persona) rimane davvero poco.

Forse un po' di melma politica paludosa nelle mani, cui contrappongo un sapone di quelli grossi, grossi, antichi.

Per pulirmele.

Francesco Lauria

giovedì 4 giugno 2026

PIERRE CARNITI, UN PENSIERO "NATURALE" PER MIGLIORARE IL LAVORO DI OGGI (IN MEMORIA DI PIERRE A 8 ANNI DALLA SCOMPARSA).

La risacca è il moto di ritorno dell’onda che, respinta da un ostacolo, si scontra con l’onda successiva in arrivo dando origine a un frangente.
Ma è anche il titolo di uno degli ultimi libri di Pierre Carniti, indimenticato e indimenticabile segretario generale della Cisl e protagonista opportuno del Novecento italiano.
In questo video, in particolare con la testimonianza di Francesco Lauria, si racconta l’incontro con Pierre Carniti anche nel solco della riflessione su un lavoro che è sempre: “un fatto sociale e relazionale”.

Vedi il video de Il Buon Lavoro su Pierre Carniti: 


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UN CALABRONE CHE, INASPETTATO, VOLA. E BRUNO BUOZZI FUCILATO DAI NAZIFASCISTI PER LA NOSTRA LIBERTA' (4 GIUGNO 1944 - 2026)

Al Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, dove oggi, 4 giugno, inizierà il modulo finale (data originariamente scelta da me) del corso di formazione per contrattualisti privati, ci sono diversi padiglioni.

Il principale, la Villa Medicea, antica, è dedicata al leader della corrente sindacale cristiana nella Cgil unitaria, il costituente e anche fondatore delle Acli Achille Grandi.

Vi è poi un secondo padiglione, operativo del 1960, la cui prima pietra fu posata insieme da Giulio Pastore e Giorgio La Pira, che è dedicato al sindacalista socialista Bruno Buozzi. Non poteva essere altrimenti, essendo Buozzi, al pari di Grandi, ispiratore principe del sindacalismo libero e democratico.

Proseguendo, vi è un padiglione intitolato ad un martire del sindacalismo libero, ucciso giovanissimo (24 anni...) nel secondo dopoguerra nella zona di Bologna da estremisti comunisti rei-confessi: Giuseppe Fanin. 

Infine, laddove era la biblioteca, ma oggi vi sono camere matrimoniali e bagni, vi è, magari per coda di paglia, un settore dedicato al sindacalista e intellettuale cislino romano Eraldo Crea, già direttore della mitica rivista sindacale: "Il Progetto".

L'unica area dedicata ad una donna, ormai oltre dieci anni fa, è, sempre iniziativa mia in accordo con la direzione dell'epoca, la sala lettura intitolata all'operatrice Cisl sui temi europei Maria Irace, anche se ormai si legge molto, molto poco e ci si va a fare conferenze.

Infine, e di questo tutti andavamo orgogliosi, vi è un'aula, appena entrati, dedicata a Damiano, che non è un grande leader sindacale o un intellettuale, ma lo storico portiere di notte del Centro Studi, persona accogliente e inclusiva, un "santo minore" del sindacato, direbbe il sociologo cislino Bruno Manghi.

Uno qualunque, uno di noi.

Capitò a me e all'indimenticato altro grande presidente nazionale delle Acli e storico segretario generale della Confederazione Europea dei Sindacati, Emilio Gabaglio, che un dirigente sindacale di medio corso ci dicesse, ormai quasi quindici anni fa: "Achille Grandi? E chi è? Io conosco, soprattutto Serena Grandi, tuttalpiù la cantante Irene Grandi che è di Firenze o giù di lì!".

Non era una battuta, il sindacalista non aveva davvero alcuna idea di chi fosse Achille Grandi.

Fu così che, con Emilio, riuscimmo ad ottenere di installare in tutti i padiglioni del Centro Studi delle teche in vetro (un po' troppo piccole, in verità) in cui fossero pubblicate in italiano ed in inglese quattro biografie, a mia cura e con la revisione linguistica di Luigi Lama, di Grandi (Achille), Buozzi (Bruno), Fanin (Giuseppe) e Crea (Eraldo).

Le biografie possono tutte essere rintracciate qui: https://www.centrostudi.cisl.it/category/padiglioni-storia/

Non mi accontentai e, per decenni, mi sono inventato il c.d. "tour storico camminando attraverso i padiglioni del Centro Studi".

Credo di averne realizzati centinaia, sempre partendo dalla reception di "Villa Grandi".

E dall'ex vano valigie, ora luogo di uffici di Unitas Spa, raccontavo sempre per primo un fatto importante: lì era situata la cappella originaria della Villa. 

Giulio Pastore e Mario Romani, uno primo segretario generale, l'altro ideologo e ispiratore del sindacato libero, entrambi fortemente credenti, decisero di cambiare destinazione alla cappella interna.

Pastore pronunciò una frase modernissima a delineare la laicità della Cisl che è un concetto molto ampio cui sono stati dedicati, peraltro, bellissimi libri:

"Nessun lavoratore (o lavoratrice) deve vedere mortificata, aderendo al sindacato libero, la propria personale concezione di vita".

Fu così che venne definitivamente archiviato il proposito, sostenuto tra gli altri da Carlo Donat Cattin, del sindacato confessionale, come esisteva, per fare alcuni esempi europei, in Belgio e Francia.

All'oltre il migliaio di sindacalisti e sindacaliste, di giovani, italiani e stranieri, che ho formato, camminando per i padiglioni del Centro Studi ho sempre raccontato, a lungo anche di Bruno Buozzi.

Per vari motivi: una vita complessa e affascinante (terminata tragicamente con la fucilazione nazifascista a La Storta, nella periferia romana) e per il suo essere straordinario e significativo punto di incontro tra tutte le culture riformiste sindacali italiane.

Buozzi, come è noto, fu un grande leader, ma soprattutto un grande contrattualista, a lui si deve, nel febbraio 1919, quando dirigeva la Fiom (quella originaria...) la firma del primo contratto nazionale di settore di lavoro in Italia. Con il limite, ad esempio, che allora era una grande conquista, delle 48 ore di lavoro settimanali.

Ma Buozzi, tra il 2 e il 3 settembre 1943, prima addirittura dell'armistizio di Badoglio, è colui che, con un accordo con il Presidente di Confindustria Mazzini, ricostruisce le commissioni interne nelle fabbriche e negli uffici, ridà vita, insomma, alla democrazia economica, nel nostro paese, nei luoghi di lavoro, ancor prima che venga riconquistata pienamente la democrazia politica.

Quando fissai per il 4 e 5 giugno il modulo finale del corso contrattualisti, un corso importantissimo e complesso, della durata di circa un anno, che ho avuto l'onore e l'onere di dirigere per circa dieci edizioni, avevo pensato che, il 4 giugno, anniversario del suo assassinio, sera avremmo potuto rappresentare uno spettacolo teatrale che, alcuni anni fa, era stato dedicato a Bruno Buozzi.

Lo avremmo potuto realizzare, avendo i testi, con i corsisti, non con attori e attrici esterne, perchè il teatro è, esso stesso, strumento e occasione di formazione.

Non sarà così. Anzi io non sarò, ovviamente, presente al Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze.

Ma sarò a Roma, al Cnel, al convegno dedicato al grande sindacalista socialista a ottanta due anni dalla sua scomparsa.

Recentemente sono stato all'Istituto Nazionale Parri di Milano, dedicato alla Resistenza, e ho potuto leggere l'eccezionale epistolario tra Buozzi e Saragat, quando entrambi si trovavano in esilio, cacciati dal fascismo.

Ho scoperto, dietro ai baffi austeri del sindacalista ferrarese, una grandissima umanità, in tempi difficili e di esilio, di solitudine.

Bruno Buozzi è stato sfortunatissimo, fu intercettato da una colonna quasi sbandata di nazifascisti in fuga dalla capitale, e poi processato sommariamente e fucilato.

Un combattente e un martire della nostra democrazia e della nostra libertà, non una via di città e paesi di cui non si conosce l'origine, la storia, il perchè.

Sarebbe bello che a Pistoia e in tante città d'Italia, alle targhe delle vie o a dei monumenti si aggiungessero dei Qr code (qualcosa di simile esiste già, ad esempio, a Parma) con dei brevi podcast che raccontino, ai giovani e non solo, chi c'è stato prima di noi.

Che cosa ha vissuto, in cosa ha sperato, in cosa è stato sconfitto/a, perchè ci ha lasciato qualcosa di importante.

Viviamo in un eterno presente privo di memoria e orfano di visione.

Ritrovare le proprie radici può aiutarci ad essere consapevoli che abbiamo le ali.

E che, proprio come il sindacato, quando è sindacato vero, dei e tra i lavoratori, possiamo volare.

Anche se rimaniamo, paradossalmente, un grosso, grasso, impacciato calabrone.

E qui, il pensiero, con un po' di nostalgia, non può che andare a Pierre Carniti e al resistente Franco Bentivogli che con l'odore della fabbrica tra le ossa e l'impegno del cuore hanno saputo tracciare una via fondamentale per una democrazia matura e dal basso nel nostro complicato Paese.

Quando il cielo, un po' lo si assaltava e un po' lo si abbracciava.

INSIEME.

Francesco Lauria

martedì 2 giugno 2026

"SONO PRONTO A MORIRE". NELSON MANDELA vs GIOVANNI CAPECCHI. E QUALCHE SPIEGAZIONE.

E' comprensibile che di fronte al pieno sostegno che gli avevo tributato, apprezzatissimo dal candidato, quei tre o quattro interessati alle mie idee sulla politica cittadina, o che abbiano voglia di discutere senza schiaramenti a priori di politica, siano rimasti non poco increduli e, magari, anche perplessi.

Mi capita, in questo periodo a Pistoia, di incrociare, nel cerchio dei militanti politici, trattamenti molto diversi, direi, sintetizzando, quattro: 

1) c'è chi mi ingnora, completamente e con un certa cattiveria;

2) chi mi ferma, spesso addirittura in Chiesa, per farmi i complimenti, sia per i contenuti dei miei interventi, che per il coraggio di criticare un sistema quasi "rampante", appena insediatosi, anzi in via di insediamento; 

3) chi mi insulta, quasi sempre solo sui social, in stile "leoni da tastiera", soprattutto se oso criticare il neosindaco e "idolo-modello-laboratorio" Giovanni Capecchi; 

4) chi, e purtroppo sono pochissimi, interloquisce con me, si confronta, magari mi pone qualche critica costruttiva o mi da ponderati, e da me sempre apprezzati, consigli.

Tornando a come si è sviluppata la vicenda politica cittadina: più cresceva il mio sostegno a Capecchi, più conoscevo, in questi mesi, il suo entourage, anche il più ristretto, più vecchi amici di centrosinistra mi criticavano anche aspramente per il mio: "espormi senza sapere", per le mie cocciute, solite: "cambiali in bianco accordate senza garanzie".

Non avevano torto.

Sono arrivato a sostenere Giovanni Capecchi, discutendo duramente, anche con chi lo considerava una sorta di bolla in cui gran parte del centrosinistra pistoiese e tutta la sinistra erano caduti.

Era lo stesso Capecchi, però, a prevenire queste critiche con un complesso atteggiamento vittimista che anticipava, addirittura, gli attacchi strumentali e "paludosi" che gli venivano o gli sarebbero venuti dalla sua stessa parte politica (si veda, il molto bello, per altri contenuti, discorso di San Domenico, del 28 febbraio 2026).

Ritengo che i Capecchi (al di là della diffusione estrema del cognome a Pistoia) siano almeno due, si chiamino entrambi Giovanni e siano, recentemente, entrambi diventati sindaci.

Il primo ha saputo, con pazienza e intelligenza, allargare il proprio consenso, mantenendo una parola d'ordine unitaria, usando anche lo strumento delle primarie, in un primo tempo derubricato; inserendo parole d'ordine programmatiche inconsuete ed importanti, 

Penso alla Pace e alla Palestina, al recupero del suolo (e non solo lo stop al consumo di suolo), alla dimensione internazionale della cultura nelle sua varie sfaccettature, ai processi e meccanismi partecipativi (che, però, in sincerità, il neosindaco ha sempre finora enunciato, senza mai entrare tecnicamente nel merito e nel metodo).

Capecchi, in questo periodo, è stato molto, molto più timido, e a tratti deludente, su una serie di dossier importanti: dal glifosato e dall'inquinamento legato all'attività vivaistica, alla revisione radicale del piano del traffico e dei nuovi insediamenti industriali, ad una matura ed equilibrata gestione dell'immigrazione e dell'accoglienza, priva di inutili tossine ideologiche.

Giovanni Capecchi non è arrivato a prendere posizioni soddisfacenti per vari motivi:

1) una coalizione larghissima, in cui le differenze di programma e di impostazione politica, financo di valori, non potranno non venire prestissimo al pettine;

2) una coalizione che ha vissuto due mesi da separata in casa ed in cui i due quartier generali si lanciavano bombe e droni senza particolare ritegno di causare, politicamente, morti e feriti;

3) la scelta, evidentissima nelle ultime due settimane prima del voto, di non esporsi minimamente sui temi più spinosi, due esempi: immigrazione e allargamento graduale della Ztl nel centro storico;

4) un errore tattico strategico che sta pagando in queste ore: quando affermava che, a parte la vicesindacatura di Stefania Nesi (con quali deleghe?), nulla era stato negoziato, io credo che, in questo caso, fosse sincero. Non si erano fatte riflessioni vere, in tutto il centrosinistra, nè sui nomi, nè sulle priorità programmatiche da condividere, progettare, realizzare in maniera partecipativa, al di là di un programma scritto dai partiti nelle segrete stanze, ormai un anno prima. Può darsi che oggi sia varata la Giunta, ma sarà, in ogni caso, un parto prematuro, un gattino dagli occhi ciechi.

A questo, per me, si aggiunge una scelta davvero incomprensibile, dolorosissima, contraddittoria.

In occasione del conflitto duro, ma tutto politico ed etico con una parte del suo staff e un candidato poi eletto, Capecchi, prima mi ha manifestato, anche in forma scritta ed inequivocabile, piena comprensione e sostegno, poi è sparito, non ha voluto approfondire, prendere parte, ha fischiettato, lasciato fare.

Tutto questo vale anche per gli atteggiamenti umanamente e politicamente più turpi e con indubbi profili di gravi responsabilità, anche penali.

Su questo, deciderà ovviamente non il sottoscritto, ma la magistratura, anche perchè anche io, lo dico con trasparenza, mi devo anche difendere da accuse totalmente inventate, pretestuose, maturate in "associazione". Volte, con cattiveria, cinismo, vigliaccheria a distruggere, uccidere politicamente e umanamente anche un cavallo.

Ma, andando oltre il mio caso personale, mi sono chiesto e ho anche chiesto in città ad alcuni, non proprio ininfluenti amici: "Ma quando si troverà a gestire una vicenda ben più complessa della mia, con pressioni fortissime, con interessi in gioco ben più importanti... come si comporterà il sindaco Giovanni Capecchi?"

Citerà sterilmente, senza crederci più di tanto, Giorgio La Pira e/o Martin Luther King, o prenderà posizione verso la verità e la giustizia? 

Si metterà in gioco oer Pistoia e per i suoi cittadini e cittadine, a partire dai/dalle più fragili, come assicurato in campagna elettorale, o sarà, invece, tristemente e inesorabilmente, prono ai potenti/arroganti/prepotenti di turno?

Non mi pare una domanda banale, non mi voglio dare risposte definitive, certo la mia esperienza personale con Capecchi (sia chiaro, del tutto estraneo ai fatti che contesto e che ho denunciato) è stata in questo ambito: terribile, spiazzante, deludente.

La mia impressione (invero, sempre più radicata, anche a causa degli ultimi incomprensibili e un po' anche ridicoli contatti personali) è che Giovanni Capecchi, si sarà anche preparato venti anni in esilio per fare il sindaco di Pistoia, ma non è assolutamente pronto per esserlo e, forse, non lo sarà mai.

Tutto ciò non toglie, ovviamente, che lo stesso Capecchi possa rivelarsi un valente docente e studioso universitario o un bravo e onesto (anche se talvolta un po' assente, mi dicono) animatore di parchi letterari, etc.

Ma tantè, la frittata ormai è fatta e ce la dobbiamo mangiare.

Non è il solo punto: la mia delusione (che è personale e soggettiva, non vuole essere la "verità", per carità) si è sviluppata conoscendo meglio un "sistema" di sostenitori e di leadership politico/partitica, ma anche associativa del centrosinistra pistoiese che, sinceramente, a me pare, con pochissime eccezioni, sostanzialmente imbarazzante.

Indubbiamente, e come altri commentatori e giornalisti hanno già fatto rilevare, al di là della figura di Capecchi e della sorpresa davvero positiva Stefania Nesi, questa campagna elettorale ha mostrato, sia per il centrosinistra che per il centrodestra, una evidente mancanza, un vuoto, anche generazionale, di classe dirigente (fatte salve le solite parentele, dinastie, etc...)

Ci si chiede (sempre al netto delle parentele e delle dinastie, inevitabili come le tasse): come e da chi venga selezionata questa classe dirigente, poi avallata da un sistema, a tratti perverso, delle preferenze multiple di genere, che ha effetti più nefasti del sistema proporzionale nella Prima Repubblica pre referendum del 1991.

D'altronde, non lo dico io, ma lo ha scritto, più autorevolmente di me, in occasione dell'ottantesimo anniversario della Repubblica, l'ex parlamentare, sottosegretario e Ministro, il pistoiese Vannino Chiti (amico e sostenitore della prima ora di Capecchi): 

"Non si è ancora compiuta, dopo ottant’anni, una ricomposizione dell’unità degli italiani sul solo terreno giusto e possibile, quello fondato sull’assunzione come valore comune del patrimonio congiunto Liberazione-Resistenza-Costituzione. È la causa della fragilità del nostro del nostro Paese rispetto alle sfide e ai compiti di oggi: per primo quello di contribuire da protagonista al compimento della democrazia europea e all’affermazione della pace".

Un'ultima considerazione...

Le mie precedenti vicissitudini, (per chi volesse qualche assaggio, può leggere i link seguenti) mi hanno forgiato e sono pronto al contrattacco, come è avvenuto per le azioni improvvide del mio ex datore di lavoro. 

Soprattutto, sono pronto al far valere, con pazienza, fiducia, ostinazione e determinazione i principi e le pratiche dello Stato di Diritto.

A partire dai più deboli e dai più fragili, come, ad esempio, sono sempre le lavoratrici e i lavoratori nel diritto e nel processo del lavoro (uno dei capisaldi delle importanti conquiste degli anni Settanta...)

https://sindacalmente.org/wp-content/uploads/2025/09/La-difesa-non-e-piu-un-diritto_Il9marzo.pdf 

Tre ore e tredici minuti di diritti: https://www.il9marzo.it/?p=10779

https://sindacalmente.org/content/il-caso-lauria-diventa-caso-cisl/ 

"Gli eroi della classe operaia". Intervista a Francesco Lauria su Radio Onda d'Urto:

https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw 

Termino: scriveva dal carcere, era il 1964, nel difendersi senza avere diritto di difesa, l'indimenticabile Nelson Mandela: 

"La lotta del popolo africano trae ispirazione dalla sue sofferenze ed esperienze. E' una lotta per il diritto di vivere. Nel corso della mia vita mi sono dedicato a questa lotta del popolo. Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l'ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.

E' un ideale per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma, se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire".

Francesco Lauria

lunedì 1 giugno 2026

PRIMA DEL 2 GIUGNO 1946. LA LOTTA PER IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE (E NON SOLO): "NON PER BELLEZZA".

La giornata del 2 giugno 1946 con il primo riconoscimento nazionale del voto alle donne deve spingerci a riflettere: che cosa è avvenuto prima?

Se ci fermiamo all'immediatamente prima una lettera molto interessante è il recente saggio della storica emiliana Margherita Becchetti: "Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana", Mup Editore.

Il volume prende il proprio titolo da una frase della partigiana Elsa Oliva

Quando salì in montagna per unirsi alla Resistenza, pretese subito un'arma dai compagni maschi, chiarendo che l'avrebbe tenuta con sé "non per bellezza", rifiutando i ruoli tradizionali di cura, di servizio o di semplice compagna.

Il tema centrale del libro della Becchetti è l'analisi profonda e documentata sul ruolo attivo, armato e politico delle donne nella Resistenza italiana. 

Spesso, infatti, le figure femminili sono state messe in secondo piano o silenziate dalla narrazione storica ufficiale, prevalentemente maschile.

Ma non possiamo fermarci qui.

Possiamo/dobbiamo tornare indietro di più di 120 anni, all'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.

Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.

Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.

Tutte queste iscrizioni furono respinte. 
Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".

In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".

Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi che seguì di un anno la riforma dell'arcaico diritto di famiglia italiano.

In questa ricostruzione storica può allargare il nostro riflettere il teatro greco.
 
Torniamo all'Antigone di Sofocle in cui i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono due tesi politiche e filosofiche opposte.

Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".


Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze;  ha dominato per secoli, anche sostenuto da un diritto totalmente avulso dal buon senso e dalla realtà.

Noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire" a tutto ciò. A quello (non poco) che rimane.

Ma disobbediremo, diremo di no, anche a quelle donne che, nel fare propri modelli e modalità maschili, si sono dimostrate più realiste del re, più violente della violenza, più patriarcali del patriarcato.

Dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.

Come ha giustamente affermato Gino Cecchettin, l'Amore, infatti: "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro. Anche politicamente.

Il potere, il patriarcato (anche quello femminile), il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. 

E questo non vale solo per il 2 giugno 2026, esattamente ottanta anni dopo che, con il riconoscimento generale del voto alle donne in Italia, un assurdo no è divenuto un normalissimo, lapalissiano, molto più che tardivo sì.

Francesco Lauria
Presidente Associazione Sognare da Svegli

LA DIGNITA' DEL LAVORO E DI UNA VITA IN UN SOSPIRO. E IN UNA STORIA, A FINE TURNO...

Siamo ormai a fine turno, in un supermercato di Pistoia, fra i più grandi.

I cassieri maschi sono davvero pochi, quelli "anziani", ancora meno.

Vado alla sua cassa, so che, pur non essendo velocissimo, sarà preciso e gentile.

Prima di me, una persona straniera ha comprato birre, patatine, salatini.

Lui si accorge subito che il cliente non parla italiano e gli chiede comunque, in perfetto, inglese se ha la tessera fidelity.

Il cliente risponde di no, che non gli interessa e lui lo saluta, sempre in perfetto inglese, anche come pronuncia.

Avevo creduto di dover intervenire, per aiutare a spiegare, ma non ce ne era stato bisogno.

Lui mi guarda e mi dice: "Sa, ho lavorato per tanti anni per una società americana, vendevamo, negli anni Ottanta, a Pistoia, le Chevrolet, poi siamo passati alla Fiat, poi, dopo trentuno anni abbiamo chiuso. Io l'inglese l'ho studiato al liceo, all'Università, l'ho praticato al lavoro. Diciamo che un po' me lo ricordo, pur tra questi benedetti scaffali".

Non ci sono, quasi un miracolo, altri clienti dopo di me.

Il cassiere aggiunge: "Oltre alla perdita del lavoro, ho avuto problemi di salute e mi sono dovuto reinventare, ed eccomi qui, alla cassa, ma fra dieci mesi, se Dio vuole, vado in pensione..."

Poi vedo che deve dirmi qualche cosa e lo fa in un sospiro: "ma ogni lavoro può essere fatto bene, con dignità".

Gli faccio i complimenti, sia per l'inglese, sia per la passione, la precisione e la gentilezza che mette nel suo lavoro quotidiano. Non è la prima volta che lo osservo, in silenzio.

Ho pensato ai miei lavori: nei campi di cipolle, nelle fabbriche dei gelati, nelle industrie metalmeccaniche che producevano scatolette di tonno per i paesi arabi, al banco degli autogrill nell'estate rovente e affollata sull'A1, nell'industria chimico farmaceutica, nelle redazioni (o meglio con le redazioni) a 5-6 euro al pezzo, come rilevatore Istat nei paesini friulani, a volte accolto con fiumi di vino e a volte quasi a fucilate.

Mentirei se dicessi che mi sono sempre trovato bene. Che non mi sono sentito, a volte, sfruttato, leso nella mia dignità.

Altre volte, invece, proprio come il mio amico cassiere, ho svolto lavori considerati umili (e nel suo caso "femminili") con dignità e apprezando quello che facevo, con chi mi relazionavo, come lo facevo, magari dopo un po' di necessario rodaggio.

A volte non conta lo stipendio, nemmeno lo stigma di genere, in questo caso, ribaltato.

Conta come si va a letto la sera.

Consapevole di aver regalato, come fa il mio amico cassiere, un sorriso gratis ad un'anziana sola o un bollino dimenticato al settecentesimo cliente che nemmeno ti saluta o ti ringrazia.

Il lavoro non è merce. Il lavoro è umanità, come diceva Pierre Carniti, indimenticato segretario generale della Cisl, mio maestro: "è un fatto sociale e relazionale". 

Restiamo umani.

Anche a pochi minuti dalla chiusura, in un supermercato di una città di provincia che, a volte, sa essere spietata. Anche con chi non se lo merita, anche con chi ringrazia, con chi sorride gratis. Senza volere nulla in cambio.

Con chi, nonostante tutto, non ha ancora voglia di smettere di sognare.

Da sveglio.

Francesco Lauria

domenica 31 maggio 2026

IL PROBLEMA DI CAPECCHI NON SONO I NONNI, IL PROBLEMA DI CAPECCHI E’ CAPECCHI.

Capisco che con tutti/e i/le Capecchi che ci sono a Pistoia, anche in politica, a destra, come a sinistra si possa fare confusione.

Ma qui parliamo di Giovanni Capecchi, mister laboratorio nazionale, eletto trionfalmente una settimana fa, sindaco della città.

Ieri, alla fine della Messa di commiato del Vescovo Fausto Tardelli, sono stato avvicinato dal neo sindaco mentre ero con un amico e, sinceramente, ne avrei anche volentieri fatto a meno (peraltro tutti, tutti i sacerdoti della diocesi erano presenti, anche malati, anche in sedia a rotelle, tranne uno, indovinate chi?).

Platealmente Giovanni Capecchi mi ha voluto stringere la mano dichiarando a voce alta: “Francesco non ce l’ho con te, io sono uno che non porta rancore, dai stringiamoci la mano!”

Non sarebbe stato coerente, dopo aver celebrato l’Eucarestia (Capecchi mi ha detto in campagna elettorale di essere un credente che non va a Messa, ma, evidentemente, ieri aveva anche un ruolo di rappresentanza politica cittadina) negare, anche se ne ero sinceramente tentato, la stretta di mano a chi mi aveva e mi ha profondamente deluso, sia dal punto di vista umano che politico. Così, pur senza grande entusiasmo, non l’ho rifiutata.

Peraltro ero appena stato fermato da una cittadina del centro storico che mi voleva fare i complimenti per l’intervento durante la campagna elettorale nell’incontro con i residenti: un intervento che, tra i vari punti, non era contrario ad un possibile graduale ampiamento della Ztl e che, almeno in quel momento, sembrava essere stato condiviso anche dallo stesso Capecchi. 

Quel mio intervento, di meno di quattro minuti, mi è stato contestato violentemente ex post sui social da una degli hoolingan digitali di Capecchi (già assessora provinciale) che mi imputava, abitando solo ai confini del centro, di aver rubato preziosi minuti (quattro!) ad inesistenti altri relatori (tutti avevano potuto parlare e contribuire a quell’incontro in piena serenità).

Solo per dire che molti fanatici “capecchiani” di spargimenti di fango, digitale e non, se ne intendono perfettamente.

Tornando a noi, sempre in Chiesa, dopo un paio di minuti in cui non avevo minimamente parlato di cose che lo riguardassero, Capecchi è tornato sui suoi passi, scuro in volto e mi detto esattamente il contrario di quanto affermato pubblicamente due minuti prima: “Francesco, mi hai attaccato a testa bassa, hai attaccato la mia famiglia colpendo mio nonno, così non si fa!”.

Dentro di me si sono aperte le ipotesi più disparate: 1) è stato morso da un serpente; 2) ha letto cose di una settimana prima, telepaticamente (si sa, molti tra i fan di Capecchi gli attribuiscono superpoteri e facoltà taumaturgiche); 3) è così stressato dal braccio di ferro con i partiti sulla nuova giunta che da non risultare, provvisoriamente per carità, particolarmente equilibrato e lucido.

Uscito dalla cattedrale, mentre lui era marcato strettissimamente, come sempre, dalla onnipresente Simona Querci, consigliera regionale nominata nel listino bloccato del candidato Presidente Giani, gli ho scritto un messaggio chiedendogli conto della sua piazzata, peraltro in un edificio sacro (per fortuna aveva già tolto la fascia tricolore).

Il vocale di risposta è stato un capolavoro: “Francesco se vuoi parlare della mia famiglia non ti affidare ad ex sindaci di Pistoia, ma parla direttamente con me. Per questo blocco il tuo numero”.

Vista la palese incoerenza anche psicologica di questo messaggio, ho optato, quindi, per una delle ipotesi uno e tre e mi sono messo il cuore in pace, in questo periodo, Giovanni Capecchi è forse l’ultimo dei miei problemi, ho anche diradato i miei commenti su di lui.

Quello che vorrei ribadire e che Capecchi Giovanni, studioso di Pinocchio, nonostante la sua proverbiale intelligenza, non ha capito o non ha voluto capire, è che il suo problema non sono i nonni, uno maestro e docente, l’altro, Ilvo, esponente della Democrazia Cristiana locale, primo Presidente della Casa di Risparmio di Pistoia e Pescia e pure saggista (si veda l'illustrazione...)

Ilvo Capecchi: un importante democristiano in tempi in cui il Pci a Pistoia deteneva il potere politico (e a cui era affidato il famoso tre su quattro alla Breda: tre assunzioni a noi e una alla Dc…) e la Dc quello economico (Camera di Commercio, Asso Industria, Caript, Iacp, Copit, etc.)

La mia affermazione, in campagna elettorale, sui nonni di Capecchi non era certo mancanza di rispetto (saranno stati anche, come afferma Giovanni e anche diversi testimoni che ho incontrato, “bravissime persone”), ma un dato lapalissiano.

Giovanni Capecchi è establishment pistoiese, è nato per fare il sindaco, l’assessore, il componente di Cda della Fondazione Caript, il Presidente di Uniser etc.

Questa è un’arma a doppio taglio: se da un lato può rivendicare un “humus culturale” favorevole, dall’altro, guidando, tra l’altro, un’ampia coalizione progressista, la favola del candidato trovato sotto un albero, mentre un paio di cittadini pistoiesi ormai in pensione, andavano a funghi nel settembre 2025, regge, a mio parere, poco.

Pistoia, soprattutto nel centrosinistra (ma non mancano esempi nel centrodestra, anche in questa ultima tornata…) è fatta di dinastie politiche, di mancanza di mobilità sociale, di un ruolo, assolutamente non secondario, nella selezione della classe dirigente, della massoneria (parola che, in città, andrebbe, peraltro, declinata al plurale).

Con questo sto dicendo che Giovanni Capecchi è espressione dei poteri forti e, addirittura, delle potenti logge della città di Licio Gelli?

Ovviamente no.

Sto solo dicendo che la vocazione politica nata da ragazzetto nella sede di Democrazia Proletaria a Pistoia, guardando i doposcuola per i ragazzi svantaggiati e occupando l’Università di Firenze con il movimento della Pantera nel 1990 è una storia vera, ma solo parziale, diciamo sapientemente narrata.

Nessuno, peraltro, nega che Giovanni Capecchi, una parte del suo consenso se lo sia costruito da solo, che abbia saputo mobilitare energie e competenze e creare entusiasmo e mobilitazione intorno a sé (anzi, in un primo momento aveva contagiato anche il sottoscritto, sempre pronto, troppo, a dare credito alle persone).

In sintesi, come già detto, il problema politico di Capecchi non sono tanto i rispettabilissimi (ma anche affermatissimi) nonni, ma Capecchi stesso, nella sua bambagia.

La sua incapacità di decidere, schierarsi, esporsi (un po’ come è successo non molto più di un anno fa con l’illuminazione farlocca installata dalla giunta Tomasi, e poi, dopo ampia mobilitazione, sostituita, nel borgo medioevale di Castello di Cireglio dove Capecchi presiede il Parco Letterario).

Quanto scritto è valido, ovviamente, a meno che in gioco non ci siano lui stesso e la sua carriera, in questo caso le cose, ovviamente, cambiano.

Tutto qui, come dice il neo sindaco, salvo poi subito pentirsi: “senza rancore”.

Per quel che mi riguarda, in conclusione, faccio mia una poesia di Franco Arminio, dato che anche lo stesso Capecchi, citando Sciascia ha ricordato in campagna elettorale che: “i poeti danno il certificato di esistenza in vita ai luoghi”.

“Se arriva un lutto, una grande delusione,

se il mondo si fa brutale

è il tempo della grande alleanza

con te stesso,

fuggi con i tuoi piedi, con le tue ciglia,

porta via il tuo sguardo,

portalo in salvo,

attraversa il muro dei passanti,

il silenzio, il gelo, il vento

che si getta in faccia come una cassa

di coltelli.

Questa paura sia l’ultima che ti sta cercando”. (F. Arminio).

Francesco Lauria

sabato 30 maggio 2026

LE ORGANIZZAZIONI NON PERDONO MAI? INSIEME OGNI RIVOLUZIONE E' POSSIBILE.

IL PROCESSO CONTRO IL LICENZIAMENTO POLITICO, GRAVATORIO, DISCRIMINATORIO E ILLEGITTIMO DELLA CISL (dopo venti anni di impegno e passione) E' FINALMENTE FISSATO, A FIRENZE, PER IL 21 OTTOBRE 2026.


Ho riflettuto se scrivere oggi di questa vicenda visto che, almeno in parte, sono di nuovo in un complicato turbine di ricerca di giustizia e verità.
Ma, come è noto, non sono incline al silenzio e all'opportunismo.
In realtà, il processo del lavoro è stato fissato mentre ero a compiere il Cammino di Santiago, una ventina di giorni fa.
E' un atto, il primo di una lunga strada, per carità, che ho lungamente atteso e preparato.

Voglio innanzitutto ringraziare i tantissimi firmatari degli appelli collettivi e individuali a mio nome: da Romano Prodi e Tiziano Treu, fino a tante Rsu, operai e operaie che ho contribuito a formare nelle aule del Centro Studi Nazionale Cisl di Fiesole, ma anche sul territorio, macinando, negli anni, decine di migliaia di chilometri, incontrano migliaia di volti, di persone che, GRATUITAMENTE, impiegavano il loro tempo a sostegno di lavoratori e lavoratrici, per un'idea di giustizia, associazione, contrattazione, partecipazione.

Voglio ringraziare le mie avvocate che con me hanno la pazienza di Giobbe.
Ringrazio Mattia Scolari, segretario generale della CUB Confederazione Unitaria di Base, ma con sangue fimmino nelle vene, che da Milano è sceso a Roma, a difendermi, quando tutti scappavano per la paura, per l'asimmetria di potere, per la certezza di una ritorsione.

Ringrazio D. che, da donna e da sindacalista, più con il silenzio che con le parole, mi ha insegnato (e devo ancora imparare tanto) che la mia ferita, pur grande, non era l'unica, anzi.
Che se si incontra davvero l'altro/a, bisogna ascoltarlo con cura, non basta certo pensare al suo posto, magari in buona fede.
Che non sempre si possono avere tutte le risposte e che ESSERE è più importante e viene prima del FARE.
Quando penso al privilegio, non solo in Italia, ma in tutta Europa, di aver incontrato e formato, in molti anni, così tanti sindacalisti, penso, senza alcuna retorica, a quanto ho ricevuto da loro, a quanto mi ha cambiato l'incontro, magari anche la discussione franca, con loro.
Con chi fa sindacato prendendo ferie, o la sera, dopo un turno in cartiera di otto ore, o, al contrario, dopo averne lavorato solo quattro in un supermercato, perchè subisce, magari da donna, un part time del tutto involontario con un mutuo da pagare e un figlio da crescere da sola.
Penso agli invisibili, un esempio: i lavoratori indiani, che, nella grande e civilissima Milano, lavoravano nel cantiere del consolato Usa, pagati due euro all'ora.
Ripeto: a Milano, dove un caffè ormai costa due euro, pagati due euro l'ora.
Penso a Luana d'Orazio e a quell'orditoio, degno dell'Ottocento e che, invece, ha straziato, a pochi chilometri da casa mia, una giovane donna lavoratrice, di poco più di vent'anni nei "furiosi anni Venti" del Duemila.
Penso, con riconoscenza, alle quasi cento persone che, da tutta Europa, hanno contribuito alle mid spese legali: c'è chi ha versato 3 euro e chi ne ha versato 300, io sono grato a tutti/e, in egual misura.
Allora, presto, con tutto questo nel cuore, spero di poter partire per un lungo viaggio nel nostro paese che racconterà il lavoro povero, sfruttato, irregolare.
Racconterà anche i sogni e i volti, i progetti, la voglia di riscatto, il "salvarsi insieme" che, citando Don Lorenzo Milani, non è solo politica, è anche sindacato.
Quello vero.

Da quasi un anno subisco una enorme macchina del fango, cui si sono opposti tanti bravi giornalisti e giornaliste: penso a Tommaso Rodano (per primo ) del Fatto Quotidiano, a Tommaso Pucciarelli di Repubblica, a Daniela Preziosi de Il Domani, a Luciana Cimino de Il Manifesto, ad Alberto Vivarelli di ReportQ, unica testata pistoiese e toscana a rompere il muro di silenzio intorno a me. Ma non scorderò mai anche le interviste per Rosso Fastidio e Radio Onda d'Urto.
Come è noto, sono finito, con risalto, e foto AI con Giorgia Meloni e Daniela Fumarola, anche su Dagospia e la cosa mi ha strappato, tra le lacrime, un lungo sorriso.
La macchina del fango si mosse, scientifica e menzognera amche quando rinunciai, dopo sette pazzeschi lodi avversi, ad altri trenta procedimenti ai probiviri.
Subito arrivò la sentenza: "Lauria per ritirarsi ha sicuramente preso soldi, magari un cinquantone.."
Eccomi, invece, (certamente più povero e senza alcun cinquantone) ancora qui, a testa alta, a combattere la buona battaglia per il buon lavoro e per la dignità e il benessere di lavoratori e lavoratrici.
Per la mia di dignità di lavoratore del sindacato e rappresentante dei lavoratori e delle lavoratrici del sindacato.
Senza paura, ma con Amore e, spero, valore e valori.

In un bellissimo articolo dedicato alla mia battaglia/vicenda il blog www.il9marzo.it circa sei mesi fa, fu commovente, ma realista.
Scrissero che, purtroppo, le organizzazioni, rispetto alle persone, non perdono mai, perchè le persone, al contrario delle organizzazioni, non sono cose.
Perchè le organizzazioni, da cose, non perdono mai il sonno, la speranza, perchè, le organizzazioni, non abbandonano mai il potere anche a costo di calpestare violentemente ogni umanità.
Tutto ciò, purtroppo, è vero, perchè da soli non ci si salva, quasi mai.
E' questo il motivo per cui è nato e si è sviluppato il sindacato, un "fare-essere giustizia insieme".
E proprio per questo, il prossimo 21 ottobre mattina, al Palazzo di Giustizia di Firenze so, per certo, che non sarò solo.
Porterò con me il ricordo di Luana e di tutti quanti mi hanno insegnato, nel mio, omrai lungo, cammino di vita e professionale che ogni, piccolo passo di una singola persona verso la dignità è una rivoluzione/rivolta opportuna e importante per tutti/e e per ciascuno/a.
Come ci insegna oggi il Vangelo di Giovanni, non occorre "condannare il mondo", ma "salvarci insieme ad esso".
Guardando, insieme, al cielo e agli occhi del prossimo, colui che il mistero della Vita ci ha posto di fronte e che, potenzialmente, possiamo ritrovare, invece, al nostro fianco.
Insieme: Sindacato.
Un po' come ho provato a raccontare quest'anno, il primo di maggio alla MAY DAY PARADE:

Francesco Lauria