AVVERTENZA NECESSARIA: queste riflessioni, come al solito non sintetiche, nate dal commento del Vangelo della scorsa domenica, sono fluite dopo due giornate spese tra Reggio Emilia, Parma e Pistoia, tra la "via Emilia e il West", direbbe forse, ancora, Francesco Guccini.
Gli appioppo, postuma, una parziale forzatura geografica e spero che non se ne abbiano troppo a male gli amici e le amiche pistoiesi, specialmente di pianura (Pavana è, infatti una "cosa diversa", un luogo meticcio del cuore e dell'anima...)
Sono riflessioni messe a terra dopo l'inquietante, interrogante, doloroso, non inatteso, trionfo dell'estrema destra in Germania (in particolare nella Sassonia Anhalt) e potrebbero sembrare rivolte solo ai credenti cristiani, bianchi, occidentali.
Non può essere così.
Come dichiarò anni fa, lui sì con grande capacità di disegnare una sintesi, Enzo Bianchi in una intervista che gli feci presso il monastero di Bose per la rivista nazionale dei Cristiano Sociali: "il cristiano non deve avere paura, ma deve rendersi conto di vivere in una società pluralistica".
Questo, anche per Bianchi, significava che, nel tempo della secolarizzazione e del multiculturalismo (che, qualcuno se lo metta bene in testa, nessuna remigrazione potrà mai fermare) il cristiano deve accettare, prendere atto di essere: "minoranza fra minoranze".
Questo non significa ovviamente (Don Massimo Biancalani, prova a prestare attenzione...), annullare, annientare, disconoscere, provare vergogna della propria identità, non significa, nemmeno, ridurre la propria fede ad un fatto meramente privato.
O, nella dimensione sociale e civile, pensare illusoriamente che ai diritti non si accompagnino, naturalmente, anche i doveri.
Significa, però, riconoscere il valore, l'arricchimento, la necessità direi, dell'alterità, sia essa rappresentata dalle "molte fedi" del terzo millennio, sia essa impersonata da chi, magari fieramente, non è credente.
Non vogliamo poi, come purtroppo fa magistralmente l'AFD, essere seguaci della distorsione, risalente ormai a più di venti anni fa, dei c.d. "atei devoti" dei tempi di Bush e di un certo, infestante, protestantesimo estremista nordamericano, ora coccolato da Donald Trump, tra opportunistici deliri e spari.
Non vogliamo usare a biechi fini politici, bestemmiando, la nostra fede, qualsiasi essa sia.
Ci basterebbe essere fedeli, cattolici e non, agli insegnamenti profetici (si ricordi la "cattedra dei non credenti") di una figura che stupidamente stiamo dimenticando: il cardinale Carlo Maria Martini.
Personalmente mi sono formato alla grande scuola di laicità (oggi decaduta) di una confederazione sindacale come la Cisl, erroneamente spesso definita cattolico, anche da alcuni suoi dirigenti analfabeti.
Ho provato ad essere coerente con l'allora modernissimo insegnamento del fondatore Giulio Pastore (ex lavoratore tessile bambino, un attaccafili...) che affermava, nel rifiutare fermamente il sindacato confessionale, auspicato da molti settori della gerarchia ecclesiatica e della Democrazia Cristiana, che nessun lavoratore, nessuna lavoratrice, avrebbe mai dovuto, nell'aderire al sindacato, "vedere mortificata la propria concezione di vita".
Per questo Giulio Pastore e Mario Romani, entrambi cattolicissimissimi, decisero di dismettere, destinare ad altro uso, all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento, la cappella cattolica interna al Centro Studi nazionale Cisl di Fiesole (oggi ci sono degli uffici...)
Ma la scuola di laicità della Cisl, come scrisse magistralmente venticinque anni fa, l'allora giornalista di Conquiste del Lavoro, Pierluigi Mele, non era solo questo.
Era una scuola, un concreto camminare domandando, che ti insegnava ad approfondire sempre, a toccare con mano, a non accontentarti mai di un dottrinetta ideologica già pronta, o a rinunciare alla dimensione critica, volutamente rischiosa e sfidante, della formazione sindacale, "guscio fragile".
Una formazione che educa, a partire proprio dal soggetto e anche dall'abitare un potenziale conflitto, non al rifiuto, ma alla ricerca, alla fame degli occhi, dello sguardo e dei sogni dell'altro/a.
Debitori e debitrici della molteplicità degli insegnamenti, delle ispirazioni a quel dover: "creare tutto dal nuovo", altra frase, perfetta, di Giulio Pastore, cui con la ricercatrice e formatrice Adriana Coppola, ho dedicato la cura di un omonimo (alla frase...) volume collettivo, pubblicato, cinque anni fa, in diverse e via via arricchite ristampe ed edizioni.
"Creare tutto dal nuovo", significa, nel cercare risposte concrete all'asimmetria di potere nel lavoro, tra chi lo ha e chi non lo ha, costruire, con pazienza e tenacia, nuove forme di associazione, organizzazione, contrattazione, rappresentanza, partecipazione, socialità.
Significa, anche, disobbedire ai precetti del capitalismo (come è scritto nello spesso dimenticato articolo 2 dello Statuto della Cisl) prendere parte, essere parte con chi sta sotto, è più debole, senza parola e senza parole.
Significa tendere, democraticamente, verso il trionfo di un "ideale di pace", essere soggetto di soggetti, non mera cinghia di trasmissione di un partito.
Certo bisogna essere, non dire, testimoniare, cercare un fine, non parlare e basta, con truffaldina vacuità.
Significa non solo prendersi cura, ma soprattutto saper lasciare spazio, ad esempio, a un/una lavoratore/lavoratrice immigrato/a, (non conta nulla, proprio nulla, se di religione islamica, buddista, se ateo/a o cristiano/a)
Conta, invece, se è sfruttato/a, privato/a del riconoscimento della sua dignità e, magari, ricattato/a perchè privo/a di documenti e permessi di soggiorno.
Significa, anche, provare a ricomporre la frammentazione del lavoro e dei lavori, non pensando di ricostruire tout court quello che più non è, ma inventando, ogni giorno, nuovi equilibri di cura e di tutela, di soggettività, libera e autonoma rappresentanza e democrazia.
Sapendo anche che non si può mai bastare a se stessi, che c'è bisogno dell'altro/a e proprio perchè non si hanno, sempre, tutte le risposte, anche quando, ormai sempre più raramente, purtroppo, i rapporti di forza sembrano favorevoli.
Significa, infine, dire ai lavoratori e alle lavoratrici, alle persone, sempre la verità, senza opportunismi e collateralismi al "padrone" e/o allo Stato.
In questa riflessione, entrano, ognuno a suo modo, sia il deleterio trionfo dell'estrema destra tedesca, che il Vangelo, sociale e comunitario, di domenica scorsa...
Ascoltando per radio le notizie, sono stato travolto, come molti/e, dall'enorme risultato dell'estrema destra tedesca di AFD alle elezioni regionali svoltesi nel Land orientale della Bassa Sassonia.
Le Chiese di Germania, sia quella cattolica che quella protestante, hanno espresso una netta e ferma opposizione all'estrema destra, dichiarando come il nazionalismo etnico dell'AFD sia totalmente incompatibile con la fede cristiana.
Siamo di fronte all'uso strumentale del Vangelo e alla negazione politica della dignità umana.
Un programma e un partito che, indubbiamente hanno aperto una vastissima breccia nell'elettorato, a partire dai ceti popolari, rurali e operai, anche tra i credenti.
Tutto questo ci deve interrogare profondamente, senza sindromi di superiorità.
L'inquietante e pericoloso "capolavoro politico" di AFD è stato quello di contrapporre strumentalmente ultimi e penultimi, in un Land povero e fortemente ambientalmente inquinato, come la Bassa Sassonia, che è anche il territorio maggiormente anziano, da un punto di vista demografico, di tutta la Germania.
Un Land, peraltro, che non vede una particolare pressione migratoria, tantomeno islamica (il gruppo di migranti più ampio è quello ucraino, certo non particolarmente ben accetto).
Mentre ascoltavo con tristezza i risultati provenienti dalla Germania orientale, rabbrividivo dentro di me in particolare per il dissennato programma di AFD di reintroduzione delle classi differenziate per i disabili.
Ho pensato, con tenerezza, preoccupazione e nostalgia, ai miei "rivoltosi" del Chiossone di Genova, gli ex ragazzi, quasi bambini, dell'Istituto per ciechi che all'inizio degli anni Settanta, con un commovente ed efficace sostegno di operai e sindacato, a partire dai siderurgici, hanno rivendicato la loro soggettività libera e fragile, sancendo un passo fondamentale emancipatorio che avrebbe portato, di lì a poco, all'abolizione delle classi differenziali e separate nelle scuole.
Il sostegno sindacale e operaio, oltre che studentesco, alla mobilitazione del Chiossone, ripreso anche se in forma un po' sottovalutata dal bel film "Rosso come il cielo", fu un lungimirante segnale di intelligenza di un, allora, potente movimento dei lavoratori e delle lavoratrici che aveva saputo guardare oltre se stesso, oltre la propria forza.
Un sindacato che, nell'incontro con gli ultimi, gli ultimi fra gli ultimi, seppe includere, contaminare e farsi contaminare, da chi, dai margini dimenticati e invisibili della società, rivendicava un percorso di liberazione e riconoscimento che avrebbe reso costituzionalmente più liberi/e tutti e tutte.
Molti anni dopo, nel 2012, la grandissima attivista, politica, pacifista, femminista, ecologista Lidia Menapace ha scritto un importante contributo, intitolato significativamente: "Ricostruire la cultura politica".
Coerentemente con la mobilitazione che ho descritto e contrapponendosi alle tesi del sociologo tedesco (per rimanere in Germania...) Niklas Luhmann, Lidia ricordava che la sfida del presente non fosse di "ridurre la complessità", ma, al contrario, di comprenderla in tutte le sue differenze molteplici.
La presenza dei movimenti, per esempio quello delle donne, degli studenti, degli intellettuali, degli ecologisti, dei pacifisti (e perchè no, dei migranti, dei ciechi...) se connessa e integrata, poteva dar luogo a un "sistema pattizio tra forme politiche" che configurasse un blocco sociale gramsciano di trasformazione sociale e culturale concreta.
Dieci anni prima Lidia Menapace, non casualmente, mi aveva suggerito di trasformare il nome dell'associazione e della piccola rivista allora da me dirette, da Europa Plurale proprio in Europa Molteplice.
Credo che il c.d. "campo largo" italiano, ma anche tutta la sinistra tedesca, dovrebbero rileggere attentamente il saggio di questa fantastica partigiana, giornalista, scrittrice, insegnante e attivista del nostro Novecento, con la sua eco debititrice anche al grande un filosofo Edgar Morin.
E' dalla connessione molteplice, complessa delle minoranze e delle fragilità, di chi sta "quasi al margine" della società, per usare un'espressione del compianto Goffredo Fofi, che possono scaturire le energie vitali di un cambiamento positivo e non degenerato, come quello, invece, promosso da AFD.
Non credo sia un caso che oggi abbia avuto il dono di riabbracciare ed essere riabbracciato dal crocifisso ligneo della chiesa parrocchiale di Lesignano Bagni, a poca distanza da casa mia, a Parma.
Un crocifisso che, molti mesi prima, mi aveva accompagnato nel condividere la reciproche ferite e pregare con un'altra persona, in un momento molto difficile, quasi drammatico delle nostre rispettive vite.
A me Gesù era sembrato "in volo", ma l'altra persona che era con me, più concretamente, mi aveva fatto notare che quel dono di sè atterrava in un concreto, stupendo, libero, commovente abbraccio.
Se leggiamo con cura il Vangelo di Matteo (18 15-20) di domenica 6 settembre, non ci può che cogliere la tenerezza, per usare le parole di commento di don Paolo Curtaz.
Gesù parla ai suoi discepoli, a quei discepoli, fragili, scostanti, colmi di contraddizioni, rissosi; discepoli raccogliticci, così diversi fra loro, che si porta con sé per educarli, per farli diventare profezia di un mondo diverso, in cui si prova a vivere senza sbranarsi vicendevolmente.
Matteo ricorda e scrive le parole del suo Vangelo, indirizzandole ad una comunità frastornata dagli eventi storici, dalla distruzione del tempio, dal sentirsi fragile vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Un po' come ci sentiamo noi, oggi, nel tempo della guerra mondiale incombente, dell'AFD e, ahinoi, di Vannacci.
Come ci propone don Paolo, guardiamoci attorno. Guardiamoci dentro.
Luce e tenebre ci abitano, inestricabili, fanno parte della stessa tavolozza, necessaria alla libertà, essenziale dell’Amore.
Intorno a noi e in noi, tanta pace, bellezza, amore e passione.
Ma anche tanta rabbia e violenza, vittimismo, scoraggiamento.
Luce e tenebra essenziali l’una all’altra, ci dice Curtaz sul sentiero di Matteo e di Gesù, facce della stessa medaglia.
E' facile, me lo dico da solo, essere aggressivi, scontenti, pettegoli, sempre pronti ad accusare, a giudicare, a denigrare, a giustificarsi.
E' facile farsi prendere, specialmente se cattolici, dal moralismo, essere intransigenti con gli altri e accondiscendenti con sé stessi, arroccati.
Sentirmi, sentirci, avvocati di Dio, che si pensano, se non migliori, almeno non peggiori degli altri.
Pensiamo anche ad un Occidente egemone quanto frammentato, che si sente permanentemente sotto minaccia e anche, inguaribilmente, superbamente migliore.
Ed è normale che sia così, ci dice Curtaz, che sia istintivo. Veniamo dal fango.
Pensiamo che, alla fine, non ci siano altri modi di essere, di vivere, di relazionarsi se non la guerra.
Diciamo: se tuo fratello pecca contro di te, eliminalo, trumpianamente distruggilo, mortificalo, come da AFD con tutti gli ultimi.
Gesù, al solito, però, fa nuove tutte le cose. Spariglia le carte.
Con un volo. Con un abbraccio.
Gesù ci dice: "Se tuo fratello commette una colpa contro di te".
Quindi è previsto che un fratello, una sorella possano sbagliare.
Ma ciò che fa la differenza è quel titolo: fratello/sorella
Uno che pecca contro di te, sì. Ma un fratello/una sorella.
Non un avversario, non un nemico, non uno/una da cancellare sulla faccia della terra.
Ma il Vangelo di Matteo ci propone anche un metodo di risoluzione dei conflitti, non banale.
Prima due testimoni, poi la comunità.
Si allarga il cerchio, non per distruggere, ma per coinvolgere.
Senza gettare la spugna. E senza ipocrisia, senza conformismo.
Dobbiamo fare nostro l’agire del fratello/della sorella che dice anche cose scomode, se necessarie.
Che corre il rischio di apparire maldestro e inopportuno per richiamare, senza superbia, alla verità del Vangelo.
Equilibrio difficile, eppure possibile.
Certo c'è un finale complesso e da capire: "se non ascolta nessuno, il fratello sia per te come il pagano".
Cioè, ci ricorda ancora don Paolo Cortaz, qualcuno/a cui annunciare il Vangelo.
Nuovamente.
La risposta di Gesù è proprio il contrario della divisione escludente di Afd.
"Dove due o tre..."
E' il mistero della comunità, "cum munos", un vuoto, meglio uno spazio comune, una possibilità, una fede da abitare laicamente insieme.
Non una; "comunità maledetta", ma una: "comunità benedetta".
Ci spiega don Paolo che nella verità e nella giustizia è "sempre possibile riconciliarsi perché siamo chiamati a custodire Dio, a contenere l’infinito amore, l’infinita compassione che converte noi e il mondo".
Farci carico, prenderci cura, senza correre dietro a regole e precetti, amando intensamente.
Mettiamoci in gioco: facciamo luce senza nascondere le nostre ombre.
Ci crediamo davvero?
E' l’unico modo, conclude don Paolo Cortaz, commentando il Vangelo domenicale, in cui torneremo ad essere credenti credibili, profezia per un mondo rovente che sta implodendo.
Amando.
Come nel volo di un Icaro che, proprio come desiderava, dipingendolo dalla sua sedia a rotelle, Henrì Matisse, abbia trovato pace, senso, relazione, direzione, infinito, cuore e stelle.
Come nell'abbraccio disarmato e disarmante che ci è stato insegnato, proposto, svelato.
Distendendo e tenendo aperte, spalancate, quelle mani universalmente ferite, meticce, libere e inchiodate...
...sulla Croce.
Francesco Lauria











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