lunedì 23 marzo 2026

CASO TEATRO DUE E CULTURA DELLO STUPRO: UNA QUESTIONE DI POTERE (LETTERA APERTA)

Questa lettera, nonostante la pazienza e il tentativo di dialogo degli estensori/estensitrici, non è stata pubblicata dal giornale cui era rivolta, scelta che, trattandosi della Gazzetta di Parma, sinceramente, non stupice.

Vi chiediamo di leggere, meditare, diffondere, commentare, aderire. 

Non possiamo fare finta di nulla, non possiamo pensare, "a me, a noi non accadrà mai".

Uomini e donne dobbiamo, vogliamo. cambiare.  Cambiare radicalmente la cultura, cambiare urgentemente le prassi.

Altrimenti, come ha detto Gino Cecchettin: "cambieranno solo i nomi delle vittime". 

No, noi non ci stiamo.

Caro Direttore,

Siamo rimasti molto colpiti dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo. (https://www.gazzettadiparma.it/home/2026/03/15/news/parla-l-avvocato-di-walter-le-moli-ricorreremo-contro-la-sentenza-930268/ )

Pur non essendo tutti di Parma, stiamo seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condannato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con correità del Teatro perché, come ha sottolineato anche la Casa delle Donne di Parma, non è stato messo in campo tutto quello che si poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.

La Gazzetta di Parma ha pubblicato, per la prima volta, il nome del regista Walter Le Moli non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta anni circa, almeno secondo le prime sentenze, risulta aver commesso manipolazioni, abusi e, in alcuni specifici casi, violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima

Una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sembrerebbe stia subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

Ciò che ci ha lasciati basiti nell'articolo del giornale non è il richiamo alla presunzione di innocenza fino alla Cassazione, ma l'approccio che, in maniera persino sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.

La vicenda principale, che ha visto due attrici coinvolte, viene distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, risultano molto ben delineati. 

Sostanzialmente si normalizza la violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che, anziché di atti conclamati, stiamo parlando di normali relazioni sentimentali.

Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive

Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoce della sola difesa del "potente", del “capo”, senza apportare alcun dubbio.

Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.

Anzi, le prove portate coraggiosamente dalle vittime stesse non sembrano mai sufficienti, come se fosse necessario vedere il loro “sangue” sul pavimento.

Troppo spesso e, purtroppo, il vostro articolo ne è una dimostrazione plastica, si cercano spiegazioni semplici a situazioni complesse e dolorose, e spesso si finisce più per giudicare chi subisce violenza, invece di osservare chi compie del male.

È più “comodo” pensare che la vittima avrebbe potuto fare qualcosa, perché così si mantiene l’illusione di controllo: del: “a me non succederebbe”

Ma è una difesa psicologica, non la realtà. 

La realtà è molto più complessa: chi subisce violenza, spesso, è in una situazione di paura, dipendenza, manipolazione e isolamento.

Non è vero che: “non ha fatto nulla”: resistere, adattarsi, sopravvivere sono già azioni.

Denunciare non è semplice né sicuro, farlo richiede un’enorme forza. Inoltre il tempo non invalida ciò che è successo.

Non deve servire il peggio, il sangue, la tragedia irreversibile, perché le persone inizino a credere e a empatizzare con le vittime.

Il dolore non diventa più “vero” solo quando è visibile o estremo.

Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?

Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro, rafforzata da una gestione perversa e manipolatoria del potere?

A Parma, come ovunque, se assecondiamo questo tipo di "cultura", rischiamo di indirizzare contro le donne gravissime forme di vittimizzazione secondaria perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce, come si intuisce anche dai toni liquidatori dell’avvocato di Walter Le Moli pubblicati sul vostro giornale.

Francesco Lauria, Parma-Pistoia,

Francesco Camattini, Parma,

Silvia Barbanti, Sesto San Giovanni,

Savino Pezzotta, Bergamo,

Emanuele Leonardi, Parma,

Debora Lucchetti, Genova,

Sara Chierici, Parma

Vincenzo Battaglia, Cuneo,

Carmine Marmo, Bologna,

Dante Ghisani, Parma.

Per chi volesse aderire è sufficiente inviare una mail con nome, cognome e città a: sognaredasvegli@gmail.com 

domenica 22 marzo 2026

“EDUCARE IL LUPO CHE E’ IN NOI.” IL CORAGGIO E LA RETE DI ERMAL META CONTRO IL PATRIARCATO

Un forte e coraggioso discorso di Ermal Meta, membro del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, sul patriarcato, la violenza sulle donne e i femminicidi(di Valentina Dirindin, Vanity Fair)

Le parole di Ermal Meta sulla violenza sulle donne sono tutt'altro che banali, e mettono in luce un aspetto della questione (drammatica) su cui si fa ancora troppa poca luce: la responsabilità collettiva degli uomini, e quella individuale di ogni singolo uomo, di abbandonare la propria posizione dominante in cui secoli di patriarcato lo hanno posto. Una posizione di cui originariamente non ha certamente colpa: ogni uomo nasce così, socialmente, culturalmente, economicamente superiore a una donna, senza che nulla abbia fatto per meritarselo, ma solo perché la storia lo sistema lì, in un luogo inarrivabile per una donna a pari condizioni. E in un luogo che talvolta - purtroppo - lo porta a esercitare un potere tale che degenera in violenza, in supremazia, in sopraffazione. Finanche in un omicidio, quando la donna sembra non accettare la sua posizione di sottomissione, e magari osa dire un no.

Nonostante il singolo uomo non abbia alcuna colpa di questo, nonostante la maggior parte degli uomini si dissocino - a parole e con i fatti - da tutto questo, quello che può fare ogni uomo, prima di tutto, è prendere atto del fatto che questa situazione esiste, esiste da secolie rende coinvolto anche l'uomo migliore del mondo, quello che mai approfitterebbe di una situazione di dominanza che comunque la storia e la cultura ancora gli assegnano.
Ed è esattamente quello che ha fatto Ermal Meta, uno dei più attivi membri del Laboratorio Artistico della Fondazione Una Nessuna centomila, dal palco della prima tappa del suo tour nei teatri, all'Auditorium Parco della Musica.

«In quanto uomo sono spaventato dal mostro che dorme dentro di me. Perché io so che c'è, così come lo sente dentro di sé ogni uomo», ha esordito il giovane cantante in un messaggio di grande forza e di coraggio.

«Quando io e quella Fondazione di cui faccio fieramente parte, Una Nessuna Centomila ci riuniamo, nei laboratori ci chiediamo sempre “Ma noi uomini cosa possiamo fare? cos'è che possiamo dire noi?” Dobbiamo prendere consapevolezza del fatto che dentro di noi c'è un cane che dorme. Il più delle volte è un lupo ed è spaventoso. Attraverso l'educazione, attraverso l'amore, attraverso il dialogo il più delle volte, la maggioranza delle volte in verità, riusciamo a tenerlo a bada. Riusciamo a non cedere a quel tipo di istinto, ma c'è».

«Inutile negarlo, c'è», ha concluso Ermal Meta, che sul tema del consenso ha dichiarato «Un'altra cosa che mi spaventa è quando la vittima viene vittimizzata due volte. Quando la colpa è sempre sua. 

In quale percorso della nostra società si è interrotto qualcosa, dove si è spaccato qualcosa per colpevolizzare chi sta soffrendo? Per addossargli anche questo peso?». Un tema che ritorna tristemente di attualità a ogni femminicidio che avviene in questo Paese.

«Molti di voi conoscono la mia storia. Io ci sono passato, quando ero piccolo», ha proseguito. «Però adesso non sono più piccolo, adesso ho una figlia piccola che è la luce dei miei occhi. La mia domanda è: “Ma io cosa posso insegnare a questa bambina? Ed è giusto insegnarle di non avere paura? Perché a volte la pura è autoconservazione”», ha detto Ermal Meta, facendo riferimento alla figlia Fortuna, nata a luglio scorso dalla relazione con la sua compagna Chiara Sturdà.

«Io non ho una risposta a questa domanda, ma secondo me noi tutti insieme ce lo chiediamo forse ad una risposta ci arriviamo, ognuno nel suo piccolo. Di cosa bisognerebbe veramente avere paura? Di se stessi.

Perché noi siamo capaci di qualsiasi cosa. Ognuno di noi così come siamo capaci del bene, siamo capaci anche del male. Dobbiamo decidere da quale parte della palizzata vogliamo cadere ogni volta. Cerchiamo di cadere dal lato della gentilezza. Dal lato del non irrimediabile perché si può essere irrimediabili anche a parole, non solo nei gesti. Le cose che più mi ricordo con dolore della mia vita non sono schiaffi, non mi hanno mai lasciato tanti lividi, ma sono le parole che più mi hanno accoltellato, che più mi hanno fatto sanguinare.

Partiamo da quelle. A tutti i miei fratelli dico: “Tenete gli occhi aperti, un occhio verso di voi e un occhio verso quella donna lì, quella ragazza, quella bambina lì”. Perché tutti insieme possiamo fare rete e la rete è il simbolo del salvataggio».

sabato 21 marzo 2026

IL SINDACATO E' ANCORA "LIBERO"? IL BUON LAVORO (PRIMA PARTE)

Benvenuti a una nuova puntata de "Il Buon Lavoro".

Partiamo dalle basi della nostra democrazia: l'organizzazione sindacale è ancora libera oggi, così come previsto dall'Articolo 39 della Costituzione? In questo primo appuntamento di una serie divisa in tre parti, affrontiamo un tema centrale per il mondo del lavoro: la rappresentanza sindacale e la partecipazione. Francesco Lauria, Carmine Marmo e Stefano Gregnanin, ne discutono con con tre ospiti d'eccezione: Mattia Scolari – Segretario Generale CUB di Milano Federico Antonelli – Filcams CGIL Nazionale Giovanni Graziani – Autore ed ex dirigente sindacale



Insieme analizziamo lo stato attuale delle tutele collettive e il ruolo dei sindacati in un contesto del lavoro in continua evoluzione. 📌 In questa puntata parliamo di: La libertà sindacale nell'Art. 39 della Costituzione. Sfide attuali della rappresentanza. Il dialogo tra diverse sigle e visioni del sindacalismo. 🔔 Iscriviti al canale e attiva la campanella per non perdere la Parte 2 e la Parte 3 di questo approfondimento! #IlBuonLavoro #Sindacato #Lavoro #Costituzione #Rappresentanza #Articolo39 #DirittiLavoratori Cenni sul sistema di rappresentanza sindacale in Italia

Il sistema di rappresentanza sindacale in Italia si basa sulla presenza nei luoghi di lavoro (con più di 15 dipendenti) di organismi eletti o nominati dai lavoratori, principalmente le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) e le RSA (Rappresentanze Sindacali Aziendali). Il Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014 regola la misurazione della rappresentatività per la contrattazione collettiva, con CGIL, CISL e UIL che costituiscono le principali confederazioni di carattere confederale. · RSA (Rappresentanza Sindacale Aziendale): Previste dall'art. 19 dello Statuto dei Lavoratori, sono nominate dai sindacati firmatari del contratto collettivo applicato in azienda. · RSU (Rappresentanza Sindacale Unitaria): Organismo elettivo a suffragio universale, introdotto nel 1993 e oggi prevalente, che sostituisce le RSA. I componenti sono eletti per 2/3 su liste sindacali e per 1/3 designati dalle organizzazioni firmatarie. · Differenza Principale: Le RSU sono elette da tutti i lavoratori e rappresentano l'unita sindacale; le RSA sono di nomina sindacale e rappresentano solo i propri iscritti. · Ruolo: Hanno poteri di contrattazione di secondo livello (aziendale), diritto di assemblea e tutele per i rappresentanti. · Settore Pubblico: La disciplina RSU è regolata da accordi quadro (ARAN), che prevedono norme specifiche sulla rappresentatività, richiedendo la partecipazione di sindacati firmatari. ll Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriale (RLST) è una figura prevista dal D.Lgs. 81/08 che tutela la salute e sicurezza sul lavoro nelle aziende, specialmente piccole, dove non è eletto un RLS interno. Non eletto dai lavoratori, ma designato dalle associazioni di categoria, svolge compiti di controllo, formazione e promozione delle misure di prevenzione. Le tutele per i rappresentanti sindacali includono il trasferimento vietato senza nulla osta e la procedura d'urgenza in caso di licenziamento.

venerdì 20 marzo 2026

QUEL BENEDETTO "NO"...

https://labarcaeilmare.it/persone-e-societa/quel-benedetto-no-sul-divorzio-nel-1974-i-cattolici-e-il-referendum-sulla-magistratura/ 


Sono contento che un sito importante del cattolicesimo sociale italiano, come La Barca e il Mare, abbia ospitato questa mia riflessione che parte dal Referendum sul Divorzio del 1974 e il suo "benedetto" NO.
1974 e 2026 non sono, ovviamente, sovrapponibili, ma la lezione dei 75 cattolici democratici (purtroppo solo tre donne...) primi firmatari del Manifesto del NO nel REFERENDUM sul DIVORZIO è ancora attuale e ci aiuta a discernere anche in vista dell'imminente voto sulla magistratura.

Francesco Lauria

giovedì 19 marzo 2026

14 APRILE 2026: LAVORO, PACE, SOSTENIBILITA', ALLEANZA, MONDO. PRESENTAZIONE ASSOCIAZIONE SOGNARE DA SVEGLI.

 

"La Speranza, affermava Aristotele, è uno splendido Sogno. 
Da fare da Svegli!" (Pierre Carniti)

LAVORO, PACE
SOSTENIBILITA', ALLEANZA, MONDO

        Ri-generare democrazia e solidarietà: un laburismo nuovo

 

Presentazione dell’Associazione Sognare da Svegli

Martedì 14 aprile 2026 - Ore 17.00-19.00 Online


Programma 

Ore 17.00 Introduzione

Francesco Lauria, ricercatore e formatore

Ore 17.10 Interventi: 

Roberto Rossini, docente Canossa Campus

Dolores Deidda, sociologa e scrittrice

Coordina: 

Carmine Marmo, esperto di educazione degli adulti

Ore 17.50 Dibattito fra i/le partecipanti e breve replica dei relatori

Ore 18.15: Presentazione, discussione e approvazione dello Statuto dell’Associazione; 

Registrazione dell’associazione e apertura iscrizioni;

Convocazione dell’Assemblea per l’elezione delle cariche associative

Ore 19.00 Conclusione dei lavori

È possibile iscriversi all’incontro compilando il modulo a questo link: https://forms.gle/gSqX7qKCpLQSw3Qa7

INFO:  sognaredasvegli@gmail.com

                               RELATORI/RELATRICI

Roberto Rossini

Nato a Brescia nel 1964. Laureato in Scienze politiche, docente e Membro del Comitato Scientifico presso Canossa Campus Brescia. Componente del Comitato scientifico di EULO. Già presidente provinciale e nazionale ACLI, presidente FAI ed ENAIP nazionale. Presidente del Consiglio Comunale di Brescia. È stato portavoce nazionale dell'Alleanza contro la povertà in Italia ed è autore di svariate pubblicazioni sul laburismo cristiano e sulla formazione professionale e continua.

                                                           Dolores Deidda

Nata a Tonara (NU), vive e lavora a Roma. Svolge attività di ricerca e consulenza sullo sviluppo locale; è stata dirigente delle Acli, operatrice nazionale della Cisl e direttrice di Dipartimento presso il Formez. Collabora con il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Cagliari; è stata responsabile di progetti innovativi in ambito europeo. Ha curato (insieme a P. Benedetti) “La politica come partecipazione. L’esperienza di P. Giuseppe Sozzi tra movimento e organizzazione”, edizioni Polistampa (2017) e ha pubblicato il romanzo “La signora della stazione”, ed. BookSprint (2020).   

mercoledì 18 marzo 2026

QUEL "BENEDETTO" NO SUL DIVORZIO NEL 1974 E I CATTOLICI ALLA PRESE OGGI CON IL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA

 
Una fotografia alla cassa in una trattoria di Trastevere, Roma, 17 marzo 2026.

Quarantadue anni fa esatti un referendum spaccava e faceva discutere il Paese.

Non si trattava, come oggi, del tema della riforma della giustizia e, soprattutto, della magistratura, ma di un quesito etico: il mantenimento o meno della legislazione del 1970 che aveva introdotto, anche in Italia, il divorzio.

Il Vaticano, la Cei e la Democrazia Cristiana, guidata allora da Amintore Fanfani, si impegnarono a testa bassa, uno slogan, molto esemplificativo del clima che venne diffuso da committenti ecclesiastici fu: "Sì, come il giorno delle nozze!" 

Il 17 febbraio 1974 fu, in senso contrario, promulgato l'Appello dei cattolici democratici per il No al referendum. 

75 furono i primi firmatari, capitanati dallo storico Pietro Scoppola e guidati anche dai leader Cisl Luigi Macario (pur democristiano) e Pierre Carniti oltre che dall'ex Presidente Nazionale delle Acli Emilio Gabaglio, "dimissionato" da Vaticano e Cei solo due anni prima a causa dell'opzione/scelta socialista intrapresa proprio dalle Acli che, in quel momento, fronteggiavano anche un'insidiosa scissione alla loro destra con la nascita del Movimento Cristiano Lavoratori (McL).

Colpisce il fatto che tra i primi 75 firmatari dell'Appello dei c.d. "cattolici del no" su 75 firmatari figurino solo tre donnePaola GorlaPaola Gagliardi e Adriana Zarri.

Emilio Gabaglio ebbe un ruolo significativo anche nell'organizzare i rapporti con la stampa del Comitato dei Cattolici del No e dichiarò, senza peli sulla lingua, ad Adista: "Non è possibile nascondersi che una vittoria dello schieramento abrogazionista aprirebbe la strada ad una grave involuzione politica  e che su questa eventualità hanno scommesso le forze integraliste, reazionarie, gli stessi fascisti e tutti coloro che puntano alla divisione della classe operaia e delle masse popolari e a soluzioni autoritarie". 

Su una linea simile si schierarono Gioventù Aclista e alcune Acli regionali, mentre, nonostante la presa di posizione di Luigi Borroni, della Presidenza Nazionale, anche a seguito delle turbolenze interne ancora non sopite, le Acli nazionali si allinearono, sostanzialmente, alle posizioni della Cei, pur rigettando, per usare le parole di Borroni, un: "ruolo propagandistico".

A sostegno delle tesi del referendum la Cei promulgò, la settimana successiva alla diffusione dell'Appello, una notificazione mentre si mobilitarono alcune personalità (si pensi a Luigi Gedda) e movimenti come la neonata Comunione e Liberazione, insieme ovviamente alla Democrazia Cristiana e al Movimento Sociale Italiano (con un, sinceramente, davvero imbarazzante e paradossale ruolo di Giorgio Almirante, divorziato all'estero e risposato che sosteneva, con grande faccia tosta, anche in televisione, le ragioni del sì al referendum...)

La notificazione della Cei sosteneva che: «Il cristiano, come cittadino, ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia». 

Si oppose in modo argomentato a questa presa di posizione dei vertici della Cei  Giovanni Franzoni, ex abate della basilica Ostiense, dimessosi da quella carica – a causa delle pressioni vaticane – nel luglio del ’73. 

Come ha ricordato la rivista Confronti, il 14 aprile ’74 l’allora monaco benedettino pubblicò Il mio regno non è di questo mondo. Una risposta alla Notificazione della Cei sul referendum: un libro nel quale demoliva le argomentazioni teologiche accampate dai vescovi e proclamava il diritto di tutti, cattolici compresi, alla libertà di scelta nell’incombente referendum. 

Pochi giorni dopo fu proibito a Franzoni di andare a parlare del divorzio; egli, pur ritenendo ingiusto l’ordine, obbedì, ma egualmente il 27 aprile fu sospeso a divinis. Il tutto senza alcun processo canonico. 

Anche alcune decine di preti «divorzisti» furono variamente puniti dai rispettivi superiori. Ma anche «laici» furono puniti: a Venezia il patriarca Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I, sciolse la Fuci, gli universitari cattolici che si erano espressi per il No.

Il Referendum sul divorzio ebbe luogo il 12 e 13 maggio 1974, il responso fu davvero inequivocabile: Sì 40,7%, No 59,3%. 

Anche nelle regioni dove vinse il Sì – Veneto, Trentino-Alto Adige, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Molise – esso prevalse comunque di pochissimo.

Le gerarchie, sconvolte, ma anche la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale, scoprirono un paese laico, secolarizzato e con il gusto per la libertà di coscienza.

Tornando all'oggi, ovviamente appare forzato paragonare i due referendum, quello del 1974 e quello del 2026, in particolare perchè il primo era, certamente, maggiormente "eticamente sensibile" da un punto di vista confessionale.

Ha scatenato, a mio parere, giuste polemiche il fatto che, a Roma, lo scorso gennaio, sia stato "ruinianamente" organizzato e certificato con atto notarile un "Comitato di cattolici per il sì, al referendum sulla magistratura".

Ha ben spiegato a Famiglia Cristiana il cattolico Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato della Società Civile per il No al referendum sulla giustizia: «Sotto lo schiaffo dell’azione disciplinare mi chiedo se i magistrati potranno fare inchieste come quella sulla P2, sulle stragi di mafia, sulla corruzione. E da cattolico, ribadisco: «Impegnàti in prima persona, non per appartenenza religiosa»

Qui il link all'intervista: urly.it/31f5r0

Anche il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, a differenza di quanto successe nel 1974, ha preso, a nome di tutta la sua organizzazione, una posizione inequivocabile a favore del No, ben espressa al quotidiano: Domani: urly.it/31f5rb

Chi volesse approfondire ulteriormente il percorso del referendum sul divorzio può leggere l'intero articolo della rivista Confronti a questo link:

 https://confronti.net/2014/04/1974-quel-benedetto-referendum-sul-divorzio/

Di seguito, sempre tornando al 1974, il testo completo dell'Appello dei cattolici per il NO, ancora attualissimo rispetto ai temi della laicità della politica e della convivenza civile.

Francesco Lauria

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APPELLO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI PER IL NO NEL REFERENDUM

17 febbraio 1974

Uniti da una comune adesione ai valori della democrazia, pure nella diversità di orientamenti politici e di esperienze individuali, crediamo di dover portare un contributo al dibattito in corso nel Paese nell'imminenza del referendum.

La scelta proposta agli elettori italiani nella scheda è all'apparenza semplice e chiara: "sì" all'abrogazione e il divorzio sarà cancellato; "no" e il divorzio resterà.

Si tratta in realtà di una scelta sommaria e astratta: nulla dice sulle condizioni di vita che realmente contano per l'unione o la disunione delle famiglie, nè si preoccupa di che cosa accada quando un matrimonio è fallito. I promotori del referendum si curano solo che nella legge italiana stia scritto che il matrimonio è indissolubile: vogliono un "modello" e solo su questo chiamano l'elettorato a decidere, come se un modello giuridico determinasse, per sè solo, la realtà.

Il modello di matrimonio in vigore fino al dicembre 1970, quando fu approvata la legge Fortuna, non ha ispirato una politica capace di rispondere alle esigenze della famiglia, nè ha impedito profonde trasformazioni di costume. Ripristare ora quel modello giuridico non rappresenta una risposta costruttiva ai problemi della famiglia; potrebbe anzi essere un alibi, per credere di aver tutto risolto.

Per la vita familiare in senso stretto non ci aspettiamo gran che di bene, nè grandi mali, dall'esito del referendum. Ben più gravi sono invece le nostre preoccupazioni per il significato politico generale di questo referendum. Il successo della iniziativa abrogazionista potrebbe dare infatti spazio a operazioni politiche pericolose per le libertà civili e per lo sviluppo della democrazia italiana.

Riteniamo perchè necessario rivolgere un duplice appello:

A tutti i democratici di fede cristiana, affinchè rifiutino colo loro voto la proposta abrogazionista, affermando così valori di convivenza civile e di libertà religiosa essenziali in una società pluralista e democratica. Sentiamo tutta la responsabilità di questa scelta, ma nella nostra coscienza, riteniamo di doverla compiere e proporre per concorrere al bene comune.

Il principio morale e religioso dell'unità della famiglia e dell'indissolubilità del matrimonio può e deve essere custodito e rafforzato con valore, ma non può essere assunto in maniera intransigente dalla legge civile così da escludere che la legge stessa possa prevedere casi di scioglimento allorchè il matrimonio, di fatto, è fallito.

Il rifiuto dell'abrogazione servirà a sbarrare la strada ad ogni utilizzazione del referendum in senso conservatore e autoritario e al tentativo dei fascisti di reinserirsi nella vita politica del paese.

Alle forze politiche divorziste, affinchè confermino e chiariscano l'impegno a promuovere domani in parlamento, vinta civilmente la prova del referendum, una politica sociale e un diritto di famiglia che meglio tutelino, insieme al coniuge più debole e ai figli minori, esigenze di coscienza oggi trascurate e che hanno bisogno di un solido fondamento anche nella tradizione religiosa del popolo italiano.

Il miglioramento della legislazione divorzista, che già si sarebbe ottenuto senza la rigidità che il referendum ha introdotto nella dialettica politica e parlamentare, è di fatto largamente maturo nelle coscienze più responsabili dei vari settori di opinione.

Esso sarà possibile domani senza traumi e umiliazioni per nessuno: nella Repubblica italiana è possibile attuare una politica della famiglia, una politica socile e un rapporto fra Stato e Chiesa, complessivamente e coerentemente degni della nostra Costituzione e della Chiesa dopo il Concilio.

A quanti condividono la nostra proposta chiediamo un contributo di idee e di iniziativa per una scelta democratica nel referendum e oltre il referendum.

Tra i primi firmatari dell'appello figurano: 

Sabino Samuele Acquaviva, Franco Bassanini, Paolo Brezzi, Piergiorgio Camaiani, Luigi Frey, Giancarlo Lizzeri, Giancarlo Mazzocchi, Pietro Paolo Onida, Valerio Onida, Ettore Passerin d'Entreves, Luigi Pedrazzi, Paolo Prodi, Pasquale Saraceno, Pietro Scoppola, Tuttlio Tentori, Francesco Traniello, Tiziano Treu, docenti universitari; Enzo Bertuccelli, Lino Bracchi, Pierre Carniti, Mario Colombo, Eraldo Crea, Cesare Del Piano, Luigi Macario, Mario Manfredda, Idolo Marcone, Vittorio Meraviglia, Luigi Paganelli, Nino Pagani, Guido Pasqua, Marcello Ponzi, Stelvio Ravizza, Manlio Spadonaro, sindacalisti della CISL; Piergiorio Agnelli, Geo Brenna, Angelo Cozzarini, Emilio Gabaglio, Gabriele Gherardi, Michele Giacomantonio, Paola Gorla, Renato Morandina, Giuseppe Reburdo, dirigenti delle ACLI; Nuccio Fava, Laberto Furno, Raniero La Valle, Dina Luce, Ettore Masina, Francesco Mattioli, Ruggero Orfei, Mario Pastore, Pietro Pratesi, Giancarlo Zizola, giornalisti; e inoltre: Giuseppe Alberigo, Giorgio Battistacci, Franco Briatico, Pasquale Colella, Benedetto De Cesaris, Angelo Detragiache, Nando Fabro, Giuseppe Farias, Paola Gagliardi, Angelo Gennari, Sandro Magister, Sergio Mariani, Gian Paolo Meucci, Stefani Minelli, Gino Montesanto, Italo Moscati, Franco Pasinello, Alfonso Prandi, Ezio Raimondi, Angelo Romanò, Sandro Zambetti, Adriana Zarri.

martedì 17 marzo 2026

CASO TEATRO DUE E CULTURA DELLO STUPRO. "ANTIGONE E L'IMPERO", IL PATRIARCATO PROVINCIALE, BEATRICE SACCHI E 10 DONNE CORAGGIOSE...

Molestie/violenze o amichevoli confidenze? Una questione di potere.

Sono rimasto letteralmente sconvolto dalla lettura della Gazzetta di Parma di domenica 15 marzo.
Non abito più stabilmente nella mia città da molti anni, ma sto seguendo con la massima attenzione il cd. "caso Teatro Due", dove il regista Walter Le Moli è stato condanato per violenza sessuale su due attrici dal tribunale del lavoro, con la correità del Teatro per non aver fatto tutto quello che poteva fare per evitare gli atti che, stando alla sentenza, sono stati compiuti dal regista.
Una figura, direi da decenni, assolutamente apicale nel Teatro, dove, a lungo, hanno peraltro lavorato anche componenti della sua famiglia.

La Casa delle donne di Parma ha giustamente fatto notare che, domenica 15 marzo, per la prima volta da quando la questione di TeatroDue è balzata agli onori della cronaca, il giornale ha "osato" pubblicare il nome del regista Walter Le Moli.
Non per dare un nome, un volto e una storia a chi per trenta e passa anni risulta aver commesso manipolazioni, abusi e violenze sessuali su attrici, aspiranti attrici e allieve, ma per parlare di lui come una vittima che, a causa di una narrazione sbagliata, sta subendo danni incalcolabili sul piano professionale e personale.

Scrive la Casa delle Donne di Parma: "A raccontarlo così a un giornalista compiacente è il suo avvocato che si dice convinto di ribaltare presto le sentenze del Tribunale del Lavoro, restituendoci un Le Moli immacolato. Come se sei anni di processi e tre sentenze fossero carta straccia.
Come se fosse possibile - continua indignata la Casa delle donne di Parma -leggere in altro modo l’agire predatorio di un uomo che, per decenni, si è sentito onnipotente e ha abusato del suo potere in ogni modo, andando ben oltre il possibile e il pensabile".

Ciò che mi ha lasciato basito nell'articolo della Gazzetta di Parma, non è il richiamo alla presenuzione di innocenza fino alla Cassazione (e oltre?) ma l'approccio inaccettabile di un giornalista e di un giornale che, in maniera direi sfacciata, empatizza con chi commette abusi (almeno così fino ad ora è stato attestato) e non con chi ne è vittima.

La vicenda principale, quella di due attrici coinvolte, è abilmente distaccata dal contesto generale e dalle dinamiche di potere autoritario e patriarcale che, nelle carte giudiziarie, hanno delineato 30 anni (trenta) di stupri, abusi, molestie.
Come alla Casa delle Donne l'articolo della Gazzetta di Parma, ma anche l'ampio silenzio omertoso provinciale che ha caratterizzato la vicenda "Teatro Due", anche a me sono sembrati agenti normalizzatori della violenza che viene derubricata ad "amichevoli confidenze", alludendo al dubbio che anziché di conclamati atti di violenza stiamo forse parlando di relazioni sentimentali.

Nessuno pretende narrazioni a senso unico, nessuno trasforma accuse o sentenze provvisorie in condanne definitive.
Ma qui ci troviamo di fronte a un giornalismo e a una società che si fanno portavoci della sola difesa del "potente" senza apportare alcun dubbio.
Dove non c'è spazio nè per il consenso delle vittime nè per il loro punto di vista.

Che messaggio danno questo articolo e questo contesto cittadino alle giovani donne e ai giovani uomini di Parma e non solo?
Come si fa a non alimentare una vera e propria cultura collettiva dello stupro?

Come ha sottolineato il sociologo parmigiano Marco Deriu, coordinatore dell'Associazione "Maschi che si immischiano", in numerosi articoli e in una recente intervista a Francesco Dradi per il sito internet Parmaparallela (si veda: https://parmaparallela.it/occorre-uno-scatto-di-coraggio/ ) occorre uno scatto di coraggio: nelle persone, nei cittadini e nelle cittadine, ma anche nel contesto sociale, civico, istituzionale.
Nella comunità.

Non dimentichiamo poi i rischi connessi con il c.d. DDL Bongiorno.

Come spiega benissimo Deriu: "parlare di volontà contraria all’atto sessuale è qualcosa di più riduttivo che non riconoscere pienamente il consenso come diritto all’autodeterminazione della donna nel rapporto sessuale. 
È un po’ come se si dicesse che la donna e il suo corpo sono disponibili per il piacere maschile “fino a prova contraria”. In un processo cambia la dinamica, perché nell’ipotesi del consenso chi viene accusato di un atto di violenza sessuale deve spiegare cosa gli ha fatto credere che la donna fosse consenziente, invece nell’ipotesi del dissenso è la donna - conclude il sociologo parmigiano - che dovrà dimostrare di aver espresso la propria “volontà contraria” fuori da ogni possibile dubbio."

Non dimentichiamo, a Parma come ovunque, che se assecondiamo non solo la norma, ma la "cultura" sottesa al Ddl Bongiorno rischiamo di rafforzare contro le vittime, gravissime forme di vittimizzazione secondaria, perché spostiamo tutto l’onere della prova sulla persona che subisce.

I toni liquidanti dell'Avvocato di Walter Le Moli (immagino con pieno consenso del suo assistito) e del quotidiano di proprietà degli industriali parmensi, mi hanno fatto tornare indietro di più di 120 anni e venire in mente l'Italia dei primi del Novecento, ben descritta nel testo, ad opera di Marco Severini: "Dieci donne. Storia delle prime elettrici italiane", edito da Liberlibri nel 2012.

Quando, nel 1904, venne, infatti depositata, dall'onorevole Mirabelli la prima proposta di legge per il voto politico e amministrativo alle donne, sorsero in parecchie città italiane vari Comitati Pro Voto, in cui confluirono donne di orientamenti politici diversi, dando vita così ad rilevanti esperienze di collaborazione.

Il nome della prima donna a iscriversi alle liste elettorali è passato alla storia, si tratta di Beatrice Sacchi di Budrio (Mantova), ma il suo esempio fu seguito in tutta Italia da molte donne coraggiose e determinate.
Tutte queste iscrizioni furono respinte. Tranne che in un'unica occasione.
Il giurista Ludovico Mortara, che diventerà poi anche Ministro della Giustizia del Regno d'Italia, diede infatti parere favorevole in base a "criteri puramente giuridici" pur essendo personalmente contrario al voto alle donne: "perchè non ancora matura la preparazione della maggioranze di esse".

In questo modo, pur a livello meramente teorico, perchè non ci furono consultazioni in quel lasso di tempo, dieci donne marchigiane si videro riconosciuto, per un paio di anni, il diritto di voto politico che fu poi annullato da una sentenza della Cassazione del maggio 1907, sulla base di un ricorso del Procuratore del re che si basava sulla: "inconciliabilità tra le doti tipicamente femminili e i forti doveri dell'impegno politico".

Come è noto si dovranno aspettare altri sessanta anni per avere in Italia, nel 1965, le prime donne Magistrato e ulteriori dieci per avere, nel 1976, la prima donna Ministra che fu, come è noto, l'ex staffetta partigiana e sindacalista, la democristiana Tina Anselmi.

Parma, non solo per il Teatro Due, ma anche per altre vicende avvenuta in questi anni e che descrivono un contesto omertoso, complice, sempre pronto alla vittimizzazione secondaria delle donne che hanno coraggio, ci fa tornare indietro, almeno di dodici decenni.

E dire che, proprio da una giovane e valente regista e autrice parmigiana, pur nata in Germania, venti anni fa è stato scritto per Rai Cinema il documentario "Antigone e l'Impero" dove, a partire dall'Antigone di Sofocle, i due protagonisti, Creonte e Antigone, sostengono, come consuetudine, due tesi politiche e filosofiche opposte.
Se Antigone afferma che l'agire politico rientra nella sfera della moralità, Creonte difende il principio della ragion di Stato, da cui: "l'obbligo supremo del cittadino di ubbidire sempre alla Legge".


Come sopra dimostrato, il patriarcato, in Italia, ha scritto molte leggi e sentenze, ma noi uomini e donne che restiamo umani, non ci stancheremo mai di "disobbedire".

Perchè dire NO, significa spesso dire SI', in primis all'Amore e alla Vita.
Che, come ha affermato Gino Cecchettin, non sono mai generativi di dominio e violenza (anche in ipotetiche relazioni, persino coniugali), ma un sogno vissuto insieme. 
L'Amore, infatti, "Libera la Vita", crea Spazio, genera Futuro.

Il potere, il patriarcato, il silenzio non lo possono/devono cancellare, calpestare, violentare. Mai più. Nemmeno a mezzo stampa.

Francesco Lauria
Associazione Sognare da Svegli