venerdì 27 febbraio 2026

10 PUNTI PROGRAMMATICI PER GIOVANNI CAPECCHI (usando a mani basse le idee della decaparecida SIMONA LAING)

Confesso, come ho detto all'interessata, che sono rimasto turbato e dispiaciuto dalla scomparsa in un istante della: "opzione Simona Laing" nell'ambito del campo largo del centrosinistra pistoiese in vista delle ormai imminenti elezioni di Primavera.

Non sono così ingenuo da non notare che nella complicata assemblea del Pd comunale di Pistoia che ha portato alle, per me tardive, ma sacrosante dimissioni del segretario Vannuccini, molti dei firmatari a sostegno di Laing nel Pd (sia quelli palesi che quelli sotto traccia, ma non troppo) sono coloro che hanno votato a spada tratta e cuore in mano la nuova candidata (di cui, peraltro, si vociferava da tempo...) Stefania Nesi.

Il tutto completamente al di fuori di qualsiasi idea di città, di ipotesi programmatica, di confronto con la cittadinanza e con i corpi intermedi.

Autoreferenzialità pura di una politica litigiosa e autoreferenziale oltre che, sinceramente, totalmente al di fuori della realtà, dei problemi veri delle persone, della riflessione su come risolverli, su come cambiare sguardo nella città e sulla città.

La mia riflessione su come siamo arrivati fin qui, pubblicata da Report Pistoia, solo sul sito del giornale, senza contare i social e i blog in cui è stata ripresa, è stata letta da oltre 4.000 persone: https://www.reportpistoia.com/nello-statuto-del-pd-in-nessun-articolo-ce-scritto-che-devono-decidere-marco-furfaro-o-bernard-dika/

Immagino che molti di loro (non tanto diversamente da me che, però, ho la sfrontatezza di prendere la parola) siano osservatori attoniti di quanto avvenuto nel campo "progressista" pistoiese nelle ultime settimane.

Una positiva eccezione nel vuoto delle idee di questa campagna elettorale (anche a destra, al di là delle foto opportunity e dei ticket tra i candidati, tipo serata delle cover di Sanremo, non è che si sia detto poi molto, in verità...) è stata rappresentata dall'intervista rilasciata proprio da Simona Laing all'ex sindaco di Pistoia Luciano Pallini (altra scelta controcorrente, un ex sindaco del Pci di fine anni Ottanta, all'epoca defenestrato, che ora viene considerato un traditore menscevico della "ditta", vabbè...) https://www.soloriformisti.it/pistoia-presente-futuro-13-simona-laing/

Rimandando all'utile lettura integrale dell'intervista della decaparecida e "sollevata" (mortacci sua...)  Simona Laing provo a fare sintesi (con alcune aggiunte "personali") di alcuni elementi programmatici da proporre a Giovanni Capecchi, che oggi pomeriggio a San Domenico: "ascolta i cittadini" (immagino e spero tutti quelli che votano, non solo quelli che hanno firmato spontaneamente o spintaneamente per lui).

Sintetizzo dall'intervista di Simona Laing a Luciano Pallini:

1. “Pistoia deve fare Pistoia”. Ritrovare la sua identità più profonda e coniugarla con un piano strategico coraggioso riconoscendo il bello che c’è. Aprire un nuovo sguardo sulla città. Con un approccio speranzoso e competente, partecipativo e determinato.

2. Nel programmare il futuro di Pistoia l'IA non deve essere subita, ma governata. Può rappresentare un’opportunità straordinaria di crescita e produttività se accompagnata da: formazione continua, riqualificazione professionale, investimenti pubblici e privati.

3. La sfida non è difendere il passato, ma costruire una nuova fase di sviluppo sostenibile, inclusiva e tecnologicamente avanzata. Un Comune non può risolvere da solo dinamiche globali, ma può creare condizioni favorevoli, fare rete con il territorio, semplificare procedure, investire in competenze e mettere al centro la qualità del lavoro.

4. Il tema dell’area Firenze–Prato–Pistoia non può essere una formula vuota. O è un progetto politico reale, oppure è un sistema sbilanciato che accentua le disuguaglianze territoriali. Pistoia deve smettere di inseguire e iniziare a pretendere un ruolo. Ma essa stessa deve avere consapevolezza di chi è. Non possiamo limitarci a chiedere infrastrutture: dobbiamo reclamare investimenti in innovazione, formazione e sviluppo produttivo.

5. La scelta non può essere tra casa o cultura, tra anziani o bambini, tra economia o ambiente. Un programma serio deve individuare un asse strategico unico, capace di tenere insieme le priorità dentro una visione coerente.

6. Il tema dell’abitare oggi non è più solo “case popolari” o “emergenza sfratti”. La domanda è cambiata profondamente: più nuclei monopersonali, giovani lavoratori precari, famiglie monogenitoriali, anziani soli, lavoratori temporanei e nuove fragilità sociali. Serve quindi una politica abitativa strutturale di medio-lungo periodo, non interventi spot.

7. Una proposta concreta per il Comune di Pistoia, impostata su alcuni pilastri operativi.

a) Mappatura completa e aggiornata di: patrimonio pubblico disponibile o recuperabile, immobili dismessi o sottoutilizzati, domanda abitativa per fasce di reddito e tipologia familiare. 

b) Partenariato pubblico–privato regolato. Non basta il Comune da solo. Servono: investitori istituzionali, cooperative, soggetti del terzo settore, fondazioni bancarie, sistema del credito.

c) Rigenerazione invece che vendita. La vendita del patrimonio immobiliare comunale è spesso una soluzione finanziaria di breve periodo che impoverisce il futuro.

d) Immobili storici o di recente donazione (come i Villini Desii) possono diventare: residenze per giovani lavoratori, housing intergenerazionale, spazi misti abitare–servizi, residenzialità temporanea legata a formazione o lavoro, micronido.

e) Il patrimonio pubblico va valorizzato, non alienato per coprire spese correnti. Senza politiche abitative: i giovani non restano, le imprese non trovano lavoratori, il centro storico si svuota, aumenta la fragilità sociale. La vera alternativa non è tra vendere o non vendere il patrimonio. La vera scelta è tra: fare cassa oggi oppure, costruire una strategia urbana per i prossimi vent’anni.

8. Una politica di accoglienza di sinistra a Pistoia deve essere pragmatica e integrata. Non basta dare un tetto: servono percorsi di inserimento abitativo, formazione e lavoro, inclusione sociale e sicurezza urbana. I migranti diventano una risorsa se li aiutiamo a partecipare alla vita della città, collaborando con associazioni, scuole e imprese. Così l’accoglienza non divide, ma rafforza la comunità, produce opportunità economiche e costruisce coesione sociale.»

9. Sulla sanità il Comune può fare la differenza concentrandosi su coordinamento, integrazione e semplificazione: facilitare la collaborazione tra ospedale, medicina di base, servizi sociali e Terzo Settore; dare priorità a interventi che hanno impatto concreto per i cittadini; sostenere le strutture che già funzionano e potenziare quelle carenti. È fondamentale superare la ritrosia verso il Terzo Settore, riconoscendone il valore come partner nella programmazione e nell’erogazione dei servizi.

10. Sul tema della valorizzazione della montagna e dei rapporti (del comune di Pistoia, non parlo della Provincia) con i territori di Bologna e di Modena, rimando, da pistoiese emiliano, ad un altro mio personale contributo, ancor più letto di quello sulle elezioni comunali, pubblicato sempre su Report Pistoia: 

https://www.reportpistoia.com/pistoia-non-puo-diventare-il-dormitorio-di-firenze-guardiamo-invece-allemilia/

Diciamo che per esprimere metà di queste idee (in gran parte di Simona Laing, non mie) il centrosinistra pistoiese, tutto, ci avrebbe messo alcune generazioni (peraltro in città ci si passa spesso il potere di padre in figlio, quindi c'è una coerenza...)

Francesco Lauria

UNA SU CINQUANTA. IL CRICKET, LE MOLESTIE SESSUALI, IL POTERE MASCHILISTA, LA GUERRA, LA REPRESSIONE. CAMBIARE LO SGUARDO.

E' abbastanza curioso rilevare, in questi tempi di inchieste, che la prima citazione sul cricket sia datata proprio durante un processo che risale addirittura al 1588. 

Il medico legale John Derrick testimoniò, infatti, che praticava il gioco del «creckett» quando era intento ai propri studi alla Royal Grammar School intorno al 1550. 

Ieri la Federazione italiana di cricket (FCRI) è stata commissariata dal Coni dopo il grave scandalo legato ad accuse di molestie e violenza sessuale che hanno coinvolto i vertici tecnici della nazionale femminile.

Il principale accusato è Prabath Ekneligoda, coordinatore del cricket femminile e allenatore, accusato di violenza sessuale da parte di un'atleta della nazionale.

Una giocatrice ha riferito alla polizia di Roma di essere stata palpeggiata e toccata in modo inappropriato durante un massaggio a un ginocchio infortunato nel marzo 2025. L'atleta ha dichiarato di aver taciuto inizialmente per timore di perdere il posto in squadra.

L'allenatore è peraltro compagno della Presidente della Federazione, Maria Lorena Haz Paz

Alcune denunce suggeriscono che la dirigenza fosse a conoscenza di comportamenti inappropriati e pressioni psicologiche esercitate su diverse atlete, descrivendo la nazionale come un "harem" gestito dall'allenatore. 

Va detto, per correttezza, che l'indagine penale è in corso e, ad oggi, non vi è stata ancora una decisione sul rinvio a giudizio, anche se colpisce il fatto che la Presidente, in evidentissimo conflitto di interessi, non si sia voluta dimettere e che, per arrivare al commissariamento, abbia dovuto lasciare il posto la maggioranza dei consiglieri nazionali.

Sembrerebbe che ci siano almeno altre tre atlete molestate pronte alla denuncia, ma la notizia è in attesa di conferma.

Il fatto è emerso pubblicamente in tutto il mondo nel febbraio 2026, proprio nei giorni successivi allo storico debutto storico della nazionale maschile alla T20 World Cup 2026 svoltasi in India e Sri Lanka. 

Ora c'è un altro tema curioso e, indirettamente, collegato: se non sbaglio, su 45 (quarantacinque) Federazioni sportive nazionali riconosciute dal Coni, solo due erano presiedute da donne. Da ieri, quindi, la Presidenza Femminile è una su quarantacinque, più o meno il 2 per cento del totale.

Inoltre, se è normale e legittimo che l'accusato si difenda nel modo che ritiene più opportuno, l'altro tema che stride è l'immediata macchina del fango scatenata sulle atlete ed in particolare sull'atleta denunciante il cui nome è stato reso pubblico, anche sulla stampa, forzando le norme deontologiche dell'Ordine dei Giornalisti sulla violenza di genere.

Subito, sibillina, è partita l'illazione: "Come mai ha aspettato sei mesi a denunciare?" 

E' normale e noto internazionalmente che la vittime di violenza sessuale, soprattutto, ma non solo quando sono in condizione subordinata e di asimmetria di potere, attendano, comprensibilmente, non mesi, ma anni prima di riuscire a denunciare.

Non per pavidità, ma proprio perchè il "sistema" e l'"incultura" intorno a loro rende tutto più difficile.

Quante volte, in situazioni del genere, magari al bar con gli amici, soprattutto in contesti maschili, ci è sfuggito un:

"Però gran... una botta gliela avrei data anche io!"; oppure più compostamente: "Beh, ma lui era innamorato di lei!".

O ancora: "Io ho visto lei sorridergli e una volta erano anche andati a pranzo insieme, secondo me tra loro c'era una storia"" e in risposta: "Vuoi vedere che lei ha un tantino esagerato?" (come se, peraltro, una relazione vera, presunta o del tutto inventata, giustificasse in qualche modo le molestie o la violenza...)

Ma soprattutto: "Che ingrata, lui l'ha fatta entrare in squadra, l'ha sempre privilegiata e trattata bene!".

Così come la vittima della (presunta) violenza fosse da considerare un oggetto (anche di amore unilaterale) o, se le va bene, un trofeo che, in quanto trofeo, non può essere dotato di pensiero, parola, volontà, autodeterminazione.

Tutto questo si chiama vittimizzazione secondaria, perchè rende la donna vittima di molestia/violenza sessuale vittima una seconda volta.

E' lei, infatti, a dover provare tutto, senza il minimo dubbio, a dover fugare tutti i dubbi (compresi spesso quelli di essere una "facile" o "un'abile manipolatrice".)

Insomma o troviamo la "vittima perfetta" o non siamo contenti.

E, talvolta, non basta nemmeno questo.

Finchè non si tocca con mano una situazione del genere, si rimane spesso prigionieri dei nostri pregiudizi, delle nostre battutine, del nostro terribile, raccapricciante: "se l'è cercata, ora sputa nel piatto dove ha mangiato".

Certo, questo non significa, ovviamente, che tutti gli accusati, individualmente, siano senza alcun dubbio colpevoli.

Significa, però, che un mondo in cui solo il 2 per cento delle Presidenti delle Federazioni sportive italiane sono donne, ha qualcosa non solo di sbagliato, ma di malato.

Festeggiamo e ricordiamo, in questi giorni, la memoria di Tina Anselmi, partigiana, sindacalista, fiera relatrice della Commissione d'inchiesta sulla loggia massonica P2 di Licio Gelli, ma soprattutto prima Ministra della Repubblica, solo 50 anni fa, solo nel 1976,

Tre anni prima che nascessi io, quasi la cosa mi inorridisce.

Come è stato possibile?

Come è stato possibile che, in Italia, culla del diritto, prima della riforma del Diritto di Famiglia del 1975, le mogli non avessero un diritto individuale alla residenza, che non potessero firmare, giusto per fare un esempio, le giustificazioni dei figli per l'assenza a scuola? 

Sono note le altre date dello scandalo: si attende il 1981 per l'abolizione del c.d. "delitto d'onore" e ci è voluto proprio il febbraio 1996 (altro anniversario, trenta anni fa) perchè si superasse, finalmente, il concetto di stupro come reato contro la morale, contro il "buon costume", per renderlo sacrosantamente, primariamente, un reato contro la persona.

Giusto la persona.

E' un termine che dovrebbe farci riflettere, alla vigilia di un nuovo, forse rituale, 8 marzo, tutti e tutte.

Un potere sempre più biecamente maschilista sta portando tutta l'umanità verso il baratro della guerra.

Un potere sempre più biecamente maschilista sto orientando la produzione capitalistica verso un'economia di guerra.

Un potere sempre più biecamente maschilista sta riducendo gli spazi di libertà, per dare sfogo alla repressione e ad una repressione che si vorrebbe impunita, al di sopra della legge e della morale.

Anche la lettura agghiacciante degli sterminati, e forse non tutti pubblici, Epstein files non può che renderci consapevoli dell'urgenza di un cambio assoluto, radicale di paradigma.

Un cambio di sistema e di potere certo, in cui la politica si riprende la propria parola, la propria voce, il proprio ruolo.

Ma anche una conversione interiore, individuale e collettiva, uno sguardo che abbracci la fragilità di chi è senza voce, non certo per colpa propria, ma perchè, anche quando parla, con coraggio estremo, non è ascoltato, nè creduto.

Da parte mia credo, certo con ritardo ed imperfezioni, di aver capito, compreso.

Ovviamente grazie al coraggio delle donne. Alcune donne che ho conosciuto. 

No, non erano perfette.

Avevano paure, non solo tenacia, dolore, non solo orgoglio, lacrime, non solo determinazione.

E, spesso, erano state lasciate sole.

Dai colleghi (e colleghe), dai "capi" (di solito uomini, ma non sempre), persino dai mariti.

Ma devo l'imperfetta verità del mio sguardo anche all'intelligenza di uomini che si "immischiano", affrontano, combattono questo potere buio, senza sentirsi i cavalieri liberatori del castello, e non hanno paura di pagare dei prezzi, del silenzio, dell'indifferenza, della derisione.

Tutto questo avviene intorno a noi: nella politica, nello sport, nelle istituzioni, nei luoghi educativi e, persino, in un contesto che le persone le dovrebbe, invece, proteggere e innalzare, come il sindacato.

E' il momento di smettere di tacere, di essere complici. E non serve essere degli eroi, semplicemente occorre "rimanere umani".

"SE NON ORA, QUANDO?"

Francesco Lauria

giovedì 26 febbraio 2026

SANREMO: IL LABORATORIO DI ASVIS PEOPLE & PLANET

 A Sanremo, durante il festival della canzone, si svolgono tantissimi eventi c.d. "collaterali".

Uno di questi, già da diverse mattine, lo ha organizzato l'Asvis, l'Alleanza italiana di Associazioni per la sostenibilità, fondata, ormai oltre dieci anni fa, dall'ex Ministro del Lavoro e Presidente dell'Istat Enrico Giovannini.

Trovate tutte le informazioni e i link per dirette e le registrazioni qui: https://asvis.it/l-asvis-e-a-sanremo/

Oggi e domani, a partire dalle ore 10, sono in programma gli ultimi due appuntamenti live, le ultime due "P", dedicate a "Persone" e "Pace" (che seguono le prime tre P: "Partenariati", "Pianeta", "Prosperità".

Tutto il ciclo sanremese dell'Asvis, che si intitola: People & Planet Lab, può essere riascoltato e approfondito, in ogni caso, sul sito dell'Asvis: www.asvis.it



mercoledì 25 febbraio 2026

STEFANIA NESI (E BERNARD DIKA...) NO. NON E' UNA BELLA STORIA... CAMBIAMOLA.

No, non sono iscritto, da oltre dieci anni, al Partito Democratico.

Al di là che, di fronte al trionfo mondiale del turbocapitalismo dello scarto, ho reputato inevitabile, in questi ultimi anni, dare più ascolto alla mia "anima" di sinistra, sinistra, fu lo sciagurato Referendum costituzionale di Matteo Renzi (quello per cui Renzi e Boschi si sarebbero dovuti ritirare dalla politica, in caso di esito negativo...) a farmi decidere di stracciare per coerenza la tessera del Pd e di rendermi disponibile a fare il "rappresentante di lista" (anche se in quel caso il termine era improprio) per il Comitato per il No.

In realtà ho scritto articoli e anche una piccola "favola" pubblicate ai tempi da Report Pistoia su congressi di circolo Pd a Pistoia (lo Sperone in particolare) con centinaia di persone (non sto esagerando) portate a votare in maniera becera senza sapere cosa facessero (no, non parlo di primarie, proprio di congressi di circoli, all'epoca considerati di "corrente", in particolare di provenienza ex Margherita, al di là della territorialità che era, sostanzialmente, una scusa).

Ricordo io e Renzo Innocenti, ex parlamentare e sindacalista, iscritti ingenuamente al circolo, chiedere, invano, di aprire il dibattito congressuale e venire sommersi di buh, incredulità, indifferenza.

La gente doveva passare cinque minuti, non di più e votare.

Finito. Magari un aperitivo fuori dalla sala, al bar del circolo ospitante lo pseudocongresso, nulla di più-

Che cosa e chi votava il 90 delle persone non lo sapeva nemmeno.

Siamo a Pistoia, non nella Russia di Putin o nella Teramo di Remo Gaspari, intorno al 2013 credo.

Una cosa vergognosa, un ricordo talmente folle che se non avessi conservato i documenti, penso avrei del tutto rimosso.

Peraltro nemmeno io ricordo cosa votai (e se alla fine votai) a quel congresso di circolo, anche perchè, come è noto, nel Pd il voto degli iscritti può essere del tutto ribaltato (vedi Schlein - Bonaccini) da fantomatici e vagamente statutariamente descritti elettori/elettrici.

Si lo ammetto, vi ho ingannato con il titolo.

Volevo arrivaste almeno fino a qui.

No, non è una bella storia la richiesta di commissariamento del Pd comunale di Pistoia, resa pubblica dal segretario provinciale del Pd stesso Mazzanti.

Sono tra coloro che hanno ritenuto la candidatura di Stefania Nesi, nata per stoppare l'autocandidato Giovanni Capecchi, più che inadeguata, mal preparata, sinceramente elettoralmente sbagliata, al di là delle considerazioni sulla persona che, come il 98% dei pistoiesi, non conosco.

Il Pd comunale di Pistoia, però, pur nello sbagliare nel merito sui contenuti e sulle scelte, non ha violato (e nemmeno ripetutamente come è scritto) lo Statuto del Pd.

Ma il  commissariamento, a seguito dell'indicazione a maggioranza di Stefania Nesi come candidata sindaco, almeno del Pd, è qualcosa che non sta davvero nè in cielo nè in terra.

Mi si chiederà (forse), ma perchè se sei contrarissimo alla (perdente) candidatura di Stefania Nesi, ti opponi al Commissariamento del Pd del comune di Pistoia, peraltro dopo le dimissioni a quanto pare irrevocabili dell'inconsistente e del tutto ondivago segretario comunale Vannuccini?

Semplicemente perchè credo nella democrazia e nella trasparenza.

Sono un inguaribile romantico.

Ma anche perchè la partita non è chiusa, il Pd non è il centrosinistra e non può pensare, peraltro essendo divisissimo al proprio interno, di proporre a scatola chiusa una candidatura legittima, ma del tutto sbagliata.

Peraltro nello spulciare da osservatore esterno lo Statuto del Pd, si legge, all'articolo 4 comma 5 che gli iscritti, gli iscritti devono essere consultati in caso di candidature.

Ora io iscritto non lo sono, ma di iscritti (veri) al Pd di Pistoia ne conosco diversi.

Nessuno/a di loro è stato minimamente consultato, nè direttamente, nè nei circoli, nè nei Forum etc. 

Questa semmai è la violazione statutaria, non l'aver preso decisioni (a mio parere sbagliate), comunque passando dall'Assemblea comunale.

L'eventuale commissariamento avrebbe (forse) una giustificazione in soli due casi: un referendum fra gli iscritti del Pd comunale di Pistoia o primarie aperte (di coalizione, ovviamente).

Quindi quella legata, indirettamente, a Stefania Nesi (in questo caso non per colpa di Stefania Nesi!) no, non è una bella storia.

Poi, vorrei anche dire, che ho letto ben bene lo Statuto, varie volte.

E vi assicuro non c'è alcun articolo che stabilisca che a decidere il candidato sindaco di Pistoia siano Marco Furfaro o Bernard Dika o, addirittura, Federica Fratoni.

Al di là che quella di Bernard Dika (che io non ho votato, sono di sinistra, sinistra e sono anche uno degli oltre 72.000 elettori di Toscana Rossa, defraudati del proprio voto da una legge elettorale antidemocratica voluta dal Partito Democratico di Eugenio Giani), concordo, sia con Nesi (sua prof. al Liceo Forteguerri, come è noto) che con Fratoni, sia, davvero, da un punto di vista individuale/personale, una bella storia... 

Come, peraltro bellissima, lo è, senza alcun dubbio, anche quella di Antonella Bundu: https://www.firenzecittaaperta.it/antonella-bundu-la-mia-storia/

Francesco Lauria

 

UNA BELLA STORIA (di Stefani Nesi, da Facebook, bacheca pubblica)

È una bella storia quella di Bernard Dika.
Bella ma non certo semplice. Non sono stati facili i primi anni d'infanzia a Larciano, ma proprio lì si è attivata attorno a lui una rete sociale che è stata poi la sua forza. La parrocchia, il circolo, il Comune, dove il Sindaco Pappalardo è fra i primi a intuire il grande potenziale di un ragazzino “dal cognome strano”, …e una mamma straordinaria, il suo faro da sempre.
Poi il Liceo Forteguerri, la mitica 5 H, amiche e amici che ancora oggi ci sono.
Sempre con la mano alzata Bernard, una sete di conoscenza che non finiva di stupirmi. La scelta di correre per il Parlamento regionale degli studenti in terza liceo.
“Faccio bene professoressa Nesi?”...”Si Bernard, fai benissimo, vola!”.
L'incontro con Giani segna la svolta. Giani capisce il talento e lo vuole al suo fianco.
Il merito. Finalmente!
Bernard arriva a fare il portavoce del Presidente perché Eugenio Giani ci crede e con grande coraggio gli affida l'incarico di suo portavoce. Bernard aveva 23 anni.
Perché un giovane se è forte non si tiene in panchina, ma si fa giocare.
Sul campo Bernard si è costruito la credibilità, la competenza, la capacità di dialogare, di reggere gli attacchi (tantissimi in questi mesi). Oggi tutto questo è la sua forza, la sua “dote”, il suo biglietto da visita candidandosi come Consigliere regionale.
Cosa ci si aspetta da un Consigliere regionale?
📌Che conosca il territorio della Regione, per agganciare Pistoia ad un'area metropolitana che non sia solo fiorentinocentrica.
📌Che conosca il tessuto economico sociale della Regione e gli attori che lo governano,
📌Che sia abituato a dialogare con tecnici, imprenditori, enti pubblici e privati su scala regionale
📌Che sia credibile, motivato ed abbia voglia di realizzare, magari con esperienza di progetti già realizzati e gestiti in autonomia.
Questo candidato è Bernard. Perché vede Pistoia in un quadro più ampio e vuole far uscire dal margine e valorizzare il territorio che lo ha accolto e sente profondamente suo: dalla Valdinievole alla piana, dalla montagna alla collina fino al centro storico.
Bernard è un’occasione straordinaria per una Provincia come Pistoia, che vanta indicatori economici fra i più scarsi della Toscana.
È con questa convinzione che ho scelto di sostenerlo con la mia candidatura, in questa breve ma intensissima corsa elettorale.
Con questa stessa convinzione, chiedo a tutte le persone che mi conoscono, se lo vorranno, di sostenerci.
Percepisco una grande spinta di rinnovamento ed ho voluto essere parte attiva di questo progetto.
Nessuna divisione, nessuna aggressione agli avversari, nessuna critica sterile, nessun giudizio.
Siamo qui per costruire una città nuova.
Siamo qui per CAMBIARE LA STORIA

martedì 24 febbraio 2026

AL DI SOTTO DELLA LEGGE? POLIZIA E DEMOCRAZIA (DOPO ROGOREDO, PRIMA DEL REFERENDUM).

A volte succedono eventi del tutto fortuiti e inaspettati, segni del destino.

Avevo da poco ascoltato le parole per me rivoltanti di esponenti politici del centrodestra (ma anche di sindacati di polizia, sui generis, come il Sap) e dentro di me, pensavo a un grande sindacalista e poliziotto della mia terra Luigi Notari, già segretario nazionale del Siulp (quando il Siulp era il vero Siulp, sia chiaro...)

La verità stava per venire a galla, si percepiva che, sui fatti dell'omicidio di Rogoredo, qualcosa non tornava.

Eppure, tutti, imperterriti, anche molti miei amici, a parlare di scudi, di magistrati politicizzati e impertinenti, di droga libera, degrado, necessità di pugno di ferro, etc.

Mentre spostavo, nel mio solito disordine, alcuni testi nella mia libreria, dall'alto, mi è caduto sulla fronte (per fortuna è un volume agile!) il preziosissimo libro, proprio di Luigi Notari (con il giornalista Mauro Rovarino): "Al di sotto della legge. Conversazioni su politica e democrazia".

Il libro, ormai pubblicato più di dieci anni fa, è una conversazione illuminante, mai scontata tra un (ormai ex) "ragazzo di Genova" (Mauro Rovarino, appunto) e Luigi, poliziotto per oltre 40 anni, impegnato in numerose e delicate indagini, già segretario nazionale del Siulp (Sindacato italiano unitario lavoratori polizia).

Proprio come me, e come un'intera enorme generazione di ragazze e ragazzi, attivisti che hanno vissuto traumaticamente e dolorosamente i fatti, le manganellate, i lacrimogeni, la scuola Diaz, etc. a Genova nel luglio del 2001, Mauro Rovarino non ha mai potuto superare la diffidenza nei confronto delle forze dell'ordine (ma anche del potere in generale, possiamo dire).

Il Dialogo ("formidabile strumento di Pace") con Luigi Notari è per lui (e per noi...) un atto di coraggio; perchè Luigi crede nella sua istituzione, anche se ne ha ripetutamente e duramente criticato il conformismo, prima e dopo Genova.

In questo formidabile libretto scorre un lungo pezzo della storia d'Italia, dalla battaglia per la smilitarizzazione della polizia, all'assassinio di Aldo Moro, dall'omicidio di Francesco Lorusso a Bologna (che ho peraltro ricordato l'altro ieri in ateneo, proprio nel capoluogo della mia regione), alla strage del 2 agosto, dalla bomba sul Rapido 904 alla nascita della Seconda Repubblica, dalla Uno bianca alla rottura dell'unità sindacale (anche nella polizia...), da Genova 2001 alla fine della leva obbligatoria (che oggi viene peraltro rimessa in discussione), dalla Val di Susa, alla Ferrara di Federico Aldovrandi, una delle vittime degli abusi di polizia.

Il libro, non a caso, è edito dalle Edizioni del Gruppo Abele di don Luigi Ciotti, coni suoi fondamentali capitoli:

I. 1976.1980: non solo anni di piombo;

II. 1981-1990: smilitarizzati, ma non contenti;

III. 1991-2000: controriforma all'americana;

IV. Genova 2001: andata/ritorno

V. 2002-2015: il partito della polizia.

In questi tempi maledetti di "scudi penali", economia e società di guerra permanenti, e di repressione, fin dal loro nascere, del dissenso e della creatività, tornare ad un libro come quello di Luigi Notari, in dialogo con Mauro Rovarino, è come bere acqua da una sorgente.

Il sindacalista e poliziotto parmigiano non fa sconti e non si fa sconti, ma nel dialogo con il giornalista Novarino, ci parla con la sua esperienza, con il suo coraggio, con la sua travolgente trasparenza e scomoda sincerità,

Dobbiamo reagire alla nostra ferita che risale per molti, proprio a Genova 2001, e mobilitarci, a partire da un No nel referendum sulla giustizia, che deve essere pieno, non di misura.

Un No deve difenderci da una torsione autoritaria che, come dimostra il volume di Lugi, ha radici profondissime (e in parte occulte) nella nostra Repubblica.

Proprio ieri a Padova, mi trovavo con una persona per me importantissima con cui ho condiviso, venti anni fa e più, momenti di impegno militante e di sogno civile: un giornale nazionale ci ritrasse in prima pagina, sul confine di Schengen, con un cartello: "Meno polizia e più democrazia!".

Abbiamo sempre sorriso sul quel cartellone, ma l'abbiamo anche sempre interpretato non con un'ottica punitiva di lavoratori in divisa, ma col fatto che una società sana, come obiettivo, necessiti di meno polizia (meno repressione) e più democrazia (più vivere condiviso e cooperativo).

Anche la nascita e la storia del sindacato unitario di polizia, il Siulp, poi smembratosi avvicinandosi alla Cisl ed oggi pallida e grigia caricatura (almeno a mio avviso) di quanto è stato, ci racconta di un contributo democratico fondamentale, sorto proprio in reazione agli eccessi degli "stati di eccezione", avvenuti durante il terrorismo e che la società democratica italiana, a partire dalla sinistra sindacale trasversale alle tre confederazioni, abbia saputo portare avanti una visione alternativa alla repressione.

Io ho conosciuto, non a caso, Luigi Notari, in occasione della premiazione al piccolo, ma prestigioso festival della letteratura di Langhirano della mia biografia su Pippo Morelli ("Sapere, libertà, mondo"), grande sindacalista della Fim, della Cisl e della Flm, già direttore del mitico (e altrettanto oggi desolantemente decaduto) Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, nonchè segretario generale della Cisl Emilia Romagna.

Ebbene, non a caso, la firma di Pippo Morelli contro gli eccessi antidemocratici della repressione  e della polizia, durante gli anni di piombo, pur nella ovvia e ferma condanna senza tentennamenti della vergogna del terrorismo rosso e nero, c'era sempre ed era sempre la prima.

Il libro di Luigi Notari non è più in terza fila nella mia libreria.

Oggi, dopo Rogoredo e prima del Referendum sulla giustizia, è permanentemente nel mio zaino ed ispira, da poliziotto, sindacalista e democratico, ogni mio gesto, ogni mio pensiero di resistenza e contro-informazione. 

A mio figlio Jacopo voglio, con tutte le mie forze, con tutta la mia ferita, lasciare un'Italia e un mondo migliori, non cimiteri di guerra e di repressione violenta: "al di sotto della legge".

Francesco Lauria

P.S. La registrazione di una interessante presentazione del libro di Luigi Notari, risalente al 2016, può essere ritrovata a questo link:

https://www.exasilofilangieri.it/al-della-legge-conversazione-polizia-democrazia/

domenica 22 febbraio 2026

23 FEBBRAIO: UNIVERSITA' DI BOLOGNA, DALLE 150 ORE A UN ALTRO MONDO E SINDACATO POSSIBILI! (E NECESSARI).

"Lauria non dovrebbe più scrivere libri. Si occupa solo di sindacalisti di estrema sinistra, e poi i suoi libri non vendono nemmeno".

E' noto che questa conversazione sia avvenuta il 14 luglio scorso, il giorno del mio compleanno, in una importante sede sindacale, a due giorni dal congresso nazionale della Cisl, e che l'autore di queste frasi sia uno degli "esecutori" della svolta a destra (destra, destra si intende) della Cisl.

Coerente con questo atteggiamento quando, a fine settembre 2025, venne dall'Università di Bologna la richiesta di presentare e discutere la terza (terza) edizione del mio volume sulle 150 ore per il diritto allo studio, il direttore del Centro Studi Nazionale Cisl di Firenze, Marco Lai, mio superiore diretto, non rispose nemmeno all'ateneo, non autorizzò, nè negò la trasferta: semplicemente la boicottò con il suo ingombrante silenzio.

Siccome, ovviamente, avevo rivendicato di voler far rispettare i miei diritti come lavoratore e come cittadino. venne, a tirarlo fuori di impaccio, la mia incredibile, vergognosa, ritorsiva e, sinceramente, ridicola sospensione cautelativa dal lavoro.

Alle 24 dell'8 ottobre terminavo paradossalmente a Copenhagen la mia terza missione internazionale di seguito per conto della Cisl (e prima anche a nome di Cgil e Uil, penso al Consiglio di Amministrazione del Cedefop a Salonicco pochi giorni prima) e pochissime ore dopo mi trovavo, nonostante avessi risposto punto per punto per ore alle pretestuose e penose contestazioni disciplinari, addirittura in regime di sospensione cautelativa, istituto peraltro nemmeno previsto dal contratto dei dipendenti Cisl di cui ero stato, peraltro, rappresentante eletto fino a pochi mesi prima, per quasi quattro anni.

Si scoprirà che a firmare questa infame sospensione (cosa che si rifila di solito a chi è sospettato di "danneggiare" gli impianti, io operavo principalmente in regime di smart working con mezzi miei) fu tra l'altro il sig. Danilo Battista, dirigente Cisl, già Presidente del Caf  Cisl Nazionale, che, da me deferito ai probiviri, risulterà incredibilmente NON ISCRITTO all'organizzazione.

Grazie all'invito reiterato dell'ateneo e alla caparbietà del prof. Emanuele Leonardi il 13 ottobre svolgevo presso palazzo Hercolani a Bologna la mia lezione in un contesto doppiamente surreale, ovviamente da privato cittadino.

La situazione "originale" era duplice: avevo, ovviamente, dovuto togliere dalle slide tutti i riferimenti alla Cisl e al fondo 150 ore conservato presso il Centro Studi Nazionale Cisl a San Domenico, ma soprattutto, in solidarietà al popolo palestinese, la notte prima tutto il palazzo dell'ateneo era stato occupato dalle studentesse e dagli studenti.

Tutte le lezioni (anche loro :-) ) quindi erano state sospese.

Già dalla mattina presto, inizia così prima in solitaria, poi con Emanuele Leonardi il dialogo con gli studenti che, nel frattempo, organizzavano attività alternative a quelle previste ufficialmente dall'ateneo.

Il palazzo dell'Università era pieno di colori, di musica, di pensiero e di pensieri.

Mi trovavo, lo ammetto, non a disagio, anzi.

Provo a spiegare alla "delegazione trattante" i contenuti della lezione e, convinti gli studenti, mi viene chiesto un titolo da scrivere sulla lavagna all'ingresso.

Mi torna in mente una definizione dello "zio" Bruno Manghi: "Il sapere non ha padrone".

Il titolo è convincente, viene approvato dai ragazzi, scritto subito sulla lavagna.

L'aula è ampia e anche alcuni amici sindacalisti di Bologna della Cisl vengono a portarmi la loro solidarietà (e, segnalati, la pagheranno ovviamente cara...)

Dentro di me c'è un grande dolore, ma anche una grande determinazione, cerco di onorare quel contesto, quella mobilitazione, quella Speranza e quella giusta Rabbia contro il genocidio del popolo palestinese a Gaza.

Non sta a me dirlo, ma credo di aver fatto una bella lezione, in cui ho messo dentro tutto: la storia contrattuale di una conquista operaia divenuta progressivamente diritto di cittadinanza (anche nel suo declino...), i fondamenti culturali e ideali, gli ispiratori e le ispiratrici della scommessa del diritto allo studio, l'intreccio tra radicalità e riformismo, le diverse sfaccettature delle 150 ore: poesia, prosa, bisogni concreti e ideali, pane e rose.

Lunedì 23 febbraio ritorno quindi a Bologna, sempre con il Prof. Emanuele Leonardi, in un altro corso universitario, di nuovo a raccontare e a discutere la straordinaria vicenda delle 150 ore per il diritto allo studio, uno strumento che ha portato un titolo a quasi due milioni di lavoratori e di lavoratrici, ma che ha rappresentato molto, molto di più.

Racconterò di come non ci fosse niente di male, per un operario senza la terza media, di aspirare ad imparare ad esempio a: "suonare il clavicembalo", di un sindacato potente, a partire dai metalmeccanici, che non si limita a negoziare il salario, ma che creativamente mette in campo la risorsa, tempo, la risorsa Vita, la risorsa Orizzonte di Senso.

Racconterò anche di come fosse importante comprendere l'organizzazione del lavoro, i meccanismi dello sfruttamento, le filiere globali della produzione.

Fabrizio De Andrè, come è noto, affermava che l'uomo privato dell'orizzonte di senso è come "un cinghiale che fa solo equazioni".

Domani approfondirò più specificamente il nesso tra le 150 ore e la mobilitazione fondamentale per la salute e la sicurezza, che porterà, nella prima metà degli anni Settanta, anche alla nascita di Medicina Democratica.

Un primordiale possibile, non del tutto consapevole ed esplicito, approccio di "ecologia operaia", visione e tutela primaria, concreta della Vita, del futuro.

Nel frattempo, come è noto, la Cisl mi ha licenziato per "ingiusta" causa.

Un licenziamento ritorsivo, gravatorio, discriminatorio, nullo, politico, un po' come quello della maschera alla Scala, licenziata in tronco solo per aver pronunciato le parole: "Palestina Libera!"

Un licenziamento, il mio, peraltro reso retroattivo, perchè, violando leggi e contratti, (ovviamente anche questo aspetto è già stato impugnato) la Cisl mi ha tolto lo stipendio che mi doveva dal 9 al 23 ottobre.

Quattro mesi esatti sono passati dal quel giorno infame.

Sarei falso se negassi la rabbia, l'indignazione, il dolore profondissimi che vivono dentro di me.

Non tanto rispetto alle persone, ma nei confronti, ovviamente, all'organizzazione.

Un'organizzazione che si ostina, a sprezzo del ridicolo, a definirsi sindacato.

Ma anche una realtà in cui ho militato, prima che lavorato, per circa venti anni.

Una vita, o quasi.

A latere della mia prima lezione sulle 150 ore sono stato anche accusato pubblicamente da qualche dirigente zelante di: "deriva estremista" solo perchè avevo affrontato questo bellissimo argomento.

Chi, somaro, non conosce la propria storia, non costruirà, non vivrà il proprio futuro, perchè galleggia immobile in un presente privo di senso, orizzonte, prospettiva, dignità, umanità.

Privo di Speranza, sogno che si fa da svegli, come ci ricordava Pierre Carniti, indimenticabile segretario generale di una vera Cisl e, prima di una vera Fim.

Appuntamento a Bologna, per chi vuole, Lunedì 23 febbraio alle ore 15, questa volta non a Palazzo Hercolani, ma in via Zamboni 38 (Aula Tibiletti, secondo piano) nell'ambito del corso universitario: "Ecologia Politica e Filosofia del Lavoro".

IL SAPERE CONTINUA A NON AVERE PADRONE!

OLTRE L'INDIFFERENZA COSTRUIAMO  INSIEME NUOVI PERCORSI DI STUDIO, IMPEGNO, CONSAPEVOLEZZA.

NUOVI ORIZZONTI DI LOTTA E DI MOBILITAZIONE.

PER UN ALTRO MONDO E PER UN ALTRO SINDACATO POSSIBILI.

E NECESSARI...

Francesco Lauria

sabato 21 febbraio 2026

“E NON PECCARE PIU'". LA VERITA' E LA GRAZIA (di Jessica Todaro - La Barca e il Mare).


La prima domenica di Quaresima non può che aprirsi con riflessioni su tentazioni e peccato.

Don Umberto Cocconi, commentando Matteo 4, 1-11, ci chiede: "se il tentatore si accostasse a noi, che cosa ci proporrebbe? Su che cosa ci provocherebbe?

Io so che uno dei miei grandi punti deboli, delle mie grandi tentazioni è il giudizio sull'altro/a.

Una serie di fortunate circostanze mi hanno fatto imbattere in Jessica Todaro, una dirigente della Cub, Confederazione Unitaria di Base, dai mille colori, vissuti e interessi, che ha scritto importanti e opportune riflessioni sul peccato nell'ambito del rapporto tra verità, grazia e perdono, pubblicandole sulla sua rubrica in un sito davvero prezioso: "La Barca e il Mare".

“E NON PECCARE PIU'. LA VERITA' E LA GRAZIA (di Jessica Todaro)

L’incontro tra l’adultera e Gesù con il mirabile congedo di Gesù alla donna: Va’ e non peccare più, offre lo spunto a Jessica Todaro per riflettere sul rapporto tra la verità - il peccato dell’adultera - e il perdono - totalmente gratuito, che Gesù le dona. 

E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. 

Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più» (Giovanni, 8, 7-11)

“Neanch’io ti condanno" 

Nel Vangelo di Giovanni troviamo una frase di Gesù che vibra come una corda tesa tra due poli: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. 

È una delle scene più potenti delle Scritture. 

Una donna colpevole di adulterio, una folla pronta ad aggredirla, una tensione morale che si taglia con il coltello. 

Mentre la dirigenza politica e spirituale ebraica rumoreggia per lapidarla, Gesù non scaglia pietre, non umilia e non espone al pubblico ludibrio. 

Questa è la Grazia: il perdono concesso per amore anche quando immeritato, la sospensione della condanna, la possibilità di rinnovarsi e ricominciare. 

 “Va’ e non peccare più” 

La frase, però, non finisce lì, ma prosegue inequivocabilmente: “Va’ e non peccare più.” 

Questa è la Verità: la richiesta di cambiamento, la chiamata alla responsabilità, l’affermazione che ciò che è stato fatto non è semplicemente “una scelta personale”, ma un peccato, cioè un atto che ferisce se stessi e gli altri e che devia inevitabilmente dalla pienezza per cui siamo stati creati. 

Grazia e Verità sono come due ali: senza una, non si vola. 

Coesistono e si equilibrano nella complessità del fallace agire umano. 

Forse per comodità, forse per educazione, si fa spesso una curiosa scelta di campo, per cui si sceglie di favorire la prima metà della frase e si mette in sordina la seconda. 

È facile appoggiarsi alla meravigliosa gratuità della Grazia, di un Gesù sempre sorridente, accogliente, che non giudica mai, che convalida ogni scelta in nome dell’autenticità individuale. 

L’idea di dire a qualcuno “stai sbagliando, non farlo più” appare socialmente inaccettabile, quasi violenta. 

Parlare di peccato suona arcaico, oppressivo e offensivo. 

Eppure, senza Verità, la Grazia si svuota 

Se non esiste più il peccato, che senso ha il perdono? 

Se tutto è giustificabile, se ogni desiderio è sacro in quanto “mio”, allora la Grazia diventa semplice approvazione - un abbraccio che non chiede nulla. 

L’amore che non chiede nulla, però, non trasforma, ma conferma. 

Sull'onda della cultura moderna del positive mindset, in questo contesto si inserisce anche il mantra del “segui il tuo cuore”. 

È il cuore, si dice, a sapere cosa è giusto per te! 

Ed ecco che le emozioni diventano bussola morale, il sentirsi bene diventa il bene, e la scomodità diventa il male. Cristo, invece, dice: crocifiggi la tua carne e i tuoi desideri, lascia tutto e segui me. 

Il cristiano è chiamato a dire: non io, Signore, ma tu; non la mia volontà, ma la tua. 

Il cuore, meraviglioso e fragile 

Il problema è che il cuore umano non è un oracolo infallibile. 

È meraviglioso, ma anche fragile e incline all’autoinganno. 

Le emozioni sono importantissimi indicatori, ma non giudici supremi, perché possono condurci tanto alla generosità, quanto all’egoismo. 

Possono ispirare il sacrificio, ma anche giustificare la vanità. 

Seguendo solo ciò che “sentiamo”, rischiamo di legittimare qualsiasi impulso, positivo o negativo. 

Siamo tutte, tutti fallaci e imperfetti. 

Tutti abbiamo bisogno tanto del Perdono, quanto del Bene a cui aspirare. 

La Grazia, privata della Verità, diventa mollezza. 

Una carezza pietosa che evita la ferita, ma anche la chirurgia necessaria. 

La Verità introduce una parola scomoda: la responsabilità. 

Ci rende responsabili non solo di fronte ai nostri errori, ma anche (e soprattutto) della riparazione degli stessi, del rinnovamento di sé, del cambiamento. 

Ammettere l'esistenza della Verità implica riconoscere che non tutto ciò che desidero è buono per me o per gli altri, e che esiste un bene oggettivo verso cui tendere, anche quando non coincide con il mio egoismo. 

Dire a qualcuno “non peccare più” oggi sembra impensabile, perché viene percepito come una lesione della libertà individuale. 

Presuppone che la libertà sia capacità di orientarsi verso il bene, e non semplice espressione del desiderio. 

Eppure, paradossalmente, è proprio la Verità a rendere la Grazia potente. 

Se Gesù avesse detto solo “non ti condanno”, la donna sarebbe rimasta prigioniera del suo passato. 

Il “va’ e non peccare più” apre un futuro migliore; è la fiducia che il cambiamento sia possibile. 

Abbiamo un’altra possibilità 

Una società che parla solo di accettazione rischia di produrre individui fragili, incapaci di tollerare la critica, allergici al sacrificio. 

Una società che parla solo di verità senza grazia, al contrario, diventa crudele, giudicante, spietata. Il cristianesimo sa tenere insieme entrambe. 

Grazia: siamo perdonati, abbiamo un'altra possibilità. 

Verità: siamo chiamati a cambiare, ad assumerci la responsabilità di fare buon uso della possibilità offerta. 

Tra queste due parole si gioca la maturità della persona, spiritualmente, socialmente e psicologicamente. 

È un equilibrio difficile, una tensione dinamica, come quella tra il cuore e la ragione, tra la compassione e la giustizia. 

Eppure, è proprio in questa tensione che l’essere umano cresce, smette di essere schiavo delle proprie pulsioni e inizia a diventare davvero libero. 

"Non io, Signore, ma tu. Sia fatta la tua volontà, non la mia". 


Jessica Todaro, classe 1993, laureata in scienze giuridiche, ha conseguito un master in sicurezza informatica. Sposata. Da oltre dieci anni attiva nella cooperazione internazionale, ha collaborato in progetti tra Africa, Kurdistan, Ucraina e Palestina. Si interessa dei movimenti sociali e lavora come sindacalista per la CUB a Milano.