mercoledì 11 marzo 2026

DANILO NELLA CITTA'. QUANDO DOLCI INSEGNAVA AGLI OPERAI DI MILANO (ALTRECONOMIA)

Sono stato sempre molto affascinato dalla figura di Danilo Dolci, tanto da scriverne più volte su Via Po, l'inserto culturale di Conquiste del Lavoro, a partire dal tema dei suoi celeberrimi: "scioperi alla rovescia", praticati soprattutto in Sicilia.

Sono stato quindi molto colpito da questa perla "milanese" ritrovata, recentemente  presentata e "recensita" da Nicola Villa sulla bella rivista Altreconomia: https://altreconomia.it/danilo-nella-citta-quando-dolci-insegnava-agli-operai-di-milano/?fbclid=IwdGRjcAQbSM1jbGNrBBtIU2V4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHrYEnsYjPWOTF40xcWH-brJyhDFN2aCLV1hM03J2YejE_33OaRx7BTOMmKaT_aem_IpcBbqRCVqcPhbCvfkVwoA


Un giovane Danilo Dolci a lavoro nei campi, probabilmente a Nomadelfia come volontario, primi anni Cinquanta

Il libro fantasma “L’ascesa alla felicità”, riedito dopo settant’anni di oblio, svela il volto inedito di un giovane Danilo Dolci che, come studente di Architettura a Milano, già sperimentava la maieutica tra gli operai di Sesto San Giovanni. L’intervista a Giuseppe Barone, già collaboratore di Dolci e membro del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci


Tutti conosciamo l’icona di Danilo Dolci: scrittore, poeta e sociologo; il “Gandhi di Sicilia”, l’uomo che con la forza della nonviolenza e lo “sciopero alla rovescia” sfidò la mafia e l’inerzia dello Stato nel secondo Dopoguerra. 


Ma prima del sociologo, prima dell’attivista capace di mobilitare le piazze siciliane, esisteva un altro Dolci. Era un giovane brillante, uno studente di Architettura al Politecnico di Milano, un educatore che cercava a Milano, o meglio oltre la periferia, a Sesto San Giovanni una via per conciliare la tecnica, la spiritualità e la giustizia sociale. Per decenni, quel periodo della sua vita è rimasto avvolto in una sorta di nebbia documentale, custodito in un’opera dimenticata: “L’ascesa alla felicità”. 


Pubblicato originariamente in sole 200 copie ciclostilate da una piccola tipografia per i suoi studenti-operai, il libro era diventato un mito bibliografico, un testo citato ma introvabile, che sembrava destinato all’oblio. L’anno scorso il libro è tornato disponibile grazie a una ricerca negli archivi e alla meritoria Spazio cultura edizioni l’ha rieditato, con una nuova introduzione di Giorgio Carlo Schultze e le note di Giuseppe Barone, di Amico e di Daniela Dolci. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Barone, già collaboratore di Dolci e coordinatore  del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci, autore della biografia pubblicata da Altreconomia e curatore della bibliografia (“La forza della nonviolenza” Dantes e Descartes 2004). Il suo ultimo libro è “Danilo Dolci educatore di comunità fragili” (Editoriale Scientifica 2025).

Barone, partiamo dalla riscoperta di un’opera quasi “fantasma”. Partiamo dalla vicenda editoriale. Il libro è rimasto irreperibile per oltre settant’anni. Come è avvenuta questa riscoperta?
GB È una storia affascinante che ci porta alle radici del percorso di Danilo. Siamo nell’immediato Dopoguerra, un momento difficile per il nostro paese e anche per l’editoria italiana. Questo libro, pubblicato dalla piccola casa editrice milanese Tamburini (specializzata in testi tecnici), è di fatto un ciclostilato rilegato, stampato in sole 200 copie. Non era un libro pensato per il grande pubblico, ma aveva una funzione pratica, educativa: serviva agli studenti-operai di Sesto San Giovanni ai quali Danilo faceva lezione. Erano giovani che spesso non avevano libri in casa, e Danilo voleva fornire loro materiali su cui riflettere. Il volume è poi scomparso dalla circolazione. Circa 27 o 28 anni fa, mentre lavoravo alla bibliografia degli scritti su Dolci, ne individuai una copia alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Recentemente, grazie anche all’entusiasmo di amici come Giorgio Schultze e Nicola Macaione, abbiamo contattato la biblioteca. Il volume era in condizioni fragili, rischiava di sfaldarsi, ma la Biblioteca è stata molto collaborativa e ne ha estratto una copia in sicurezza. Così oggi possiamo nuovamente sfogliare questo testo che documenta il “Danilo prima di Danilo”.

Chi era quel giovane Dolci nella Milano del Dopoguerra?
GB Era un giovane prossimo alla laurea in Architettura. Per pagarsi gli studi insegnava alle serali e collaborava con studi di ingegneria; aveva persino elaborato progetti pubblici, sebbene non potesse firmarli. La sua strada sembrava tracciata verso la professione tecnica o la carriera accademica. Invece, “L’ascesa alla felicità” documenta la crisi che si produce in quel tempo: i rovelli, le ansie e i dubbi che lo porteranno a lasciare tutto, a non discutere la tesi e ad aderire all’esperienza di Nomadelfia, per poi approdare in Sicilia. In quegli anni Danilo viveva stabilmente a Milano, frequentava il Politecnico (dove conobbe Bruno Zevi, con cui legò per tutta la vita) e si avvicinò a realtà come la Corsia dei Servi, animata da David Maria Turoldo e Camillo De Piaz. Era alla ricerca di un cristianesimo lontano dall’ortodossia, più attento alla dimensione sociale. 

Colpisce molto l’eclettismo filosofico di questa prima opera: accanto ai testi sacri cristiani troviamo la Bhagavadgītā, Marco Aurelio, Bertrand Russell. Possiamo considerarlo il primo esperimento di quella “maieutica reciproca” che diventerà il suo marchio di fabbrica?
GB Assolutamente sì. Anche se Danilo non parlava ancora di “maieutica”, l’intuizione era già radicata. Franco Alasia, che diventerà per molti anni il suo principale collaboratore, racconta lo stupore di quegli operai nel trovarsi di fronte un insegnante che, invece di spiegare le cose, poneva domande ed era interessato alle loro risposte. Che educava non solo a riflettere e esprimersi, ma anche all’esercizio della democrazia. La scelta di testi così diversi dimostra la sua enorme curiosità, ma soprattutto il metodo: quei brani non erano lì per essere imparati, ma per interrogare il lettore. C’era già l’idea fondamentale che ogni persona -operaio, contadino o bambino- ha un pensiero che va riconosciuto e valorizzato. Danilo capisce fin da subito che le risposte ai problemi non devono essere calate dall’alto da “pochi scaltri dominatori”, ma vanno cercate insieme. E c’è anche la consapevolezza che ogni risposta è “provvisoria”, legata al suo tempo, proprio come l’occhio umano che Danilo definirà in una sua poesia un “miracolo, condizionato, provvisorio”.

Tra le influenze della sua formazione, hai citato Ernesto Buonaiuti, teologo, uno dei pochi accademici che non giurò fedeltà al regime fascista agli esordi e fu espulso dall’università. Quanto ha pesato sul suo pensiero?
GB Molto, unitamente a altre figure di attivisti e pensatori “irregolari”. Danilo a Roma aveva seguito le lezioni di Buonaiuti, prima che il professore fosse colpito dalla scomunica vitandi, la forma più dura di repressione ecclesiastica: i suoi libri erano all’indice, nessuno poteva parlargli o salutarlo. Per un giovane come Danilo, che sentiva una forte tensione religiosa ma rifiutava le gerarchie asfissianti, Buonaiuti rappresentò un esempio potente. Questo ci aiuta a comprendere la sua ricerca di una religione fatta di “progetti” e azioni concrete sulla terra, piuttosto che di sguardi rivolti al cielo. Ritroviamo questa matrice nelle prime esperienze comunitarie, come a Nomadelfia, con don Zeno Saltini, o al “Borgo di Dio” in Sicilia: rifiuto della proprietà privata, condivisione, lavoro manuale. Un ritorno ideale alle prime comunità cristiane, prima che il suo percorso evolvesse verso una laicità più matura.

Un giovane Dolci probabilmente volontario a Nomadelfia

Per chiudere, vedi un filo rosso che collega questa prima opera all’ultima fase della sua vita, penso a testi come “La legge come germe musicale”?

GB Ci sono fili rossi che percorrono tutta la sua opera. Uno è sicuramente l’idea della progettazione partecipata, dal basso. Come per la nuova sede di Nomadelfia, progettata ascoltando le esigenze della comunità, o il centro educativo di Mirto, dove chiese ai bambini di 4, 5 anni come volevano la loro scuola (e loro risposero “con il fiume e gli animaletti”, e così è stato). L’educazione per Dolci è un processo permanente che coinvolge tutti. Un altro filo è il concetto di comunicare. Già in questo testo giovanile c’è il germe della distinzione tra “trasmettere” e “comunicare” che svilupperà dopo. La comunicazione di massa per lui era un ossimoro, perché la massa è inerte. La vera legge della vita è la comunicazione intesa come scambio, reciprocità e crescita comune.

Grazie Giuseppe. Prima di salutarci, so che ci sarà un’occasione imminente per parlare di questi temi.

GB Sì, ci sarà il festival “Palpitare di Nessi”, giunto alla sua terza edizione e dedicato proprio a Dolci e a questi argomenti, con una prima giornata a Palermo e poi tre giorni a Trappeto, dal 25 al 28 giugno. Il tema di quest’anno sarà “Disobbedienza e legalità”. Avremo ospiti come Lorenzo Guadagnucci, Mimmo Lucano, Enrico Calamai, Davide Enia, Duccio Facchini, Antonio Marchesi di Amnesty International, Ettore De Conciliis, autore degli straordinari murales del Borgo, e molti altri ancora. Sarà un’occasione per riflettere a più voci, con mostre fotografiche, concerti, spettacoli teatrali, tavole rotonde e momenti di incontro in quei luoghi così significativi.

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