lunedì 28 settembre 2026

"IL PROGRAMMA DEL PANE E' COME LIEVITA LA POESIA". UN'OSTINATA, RESILIENTE, COMBATTIVA, NONVIOLENTA SPERANZA. NONOSTANTE TUTTO.

Ieri sera si è tenuto l'ultimo incontro di questa stagione delle libere "letture di Pace sotto il tiglio" nel piccolo parco di Via Paganini a Pistoia.

In realtà, eravamo pochi/e, e, a differenza di altre volte, non c'erano assessori, vip, fotografi e, insieme a lui, mancava anche il solito faro militante di Giovanni Fedi che, normalmente, agevola le letture nel buio.

Sono comunque venuti fuori, da persone diversissime tra loro, emozioni, poesie, racconti di vita profondissimi e condivisi con rata empatia.

Anche da chi ha solo ascoltato.

Da chi doveva prendere un treno presto la mattina dopo verso Firenze perchè impegnata nelle pulizie degli alberghi di lusso dell'overtourism, pur essendo plurilaureata, ma madre sola e straniera, a chi ha raccontato, in poesia, la solitudine di un significativo infortunio sul lavoro e la totale mancanza di solidarietà di capi e colleghi, a chi veniva, proprio come me, da un'infinità di fango e false accuse e ha saputo mantenere sapienza e speranza, contenendo la rabbia, coltivando la fede.

Abbiamo parlato dell'imminente gemellaggio con la città palestinese di Gerico, della proiezione al cinema del film Naza, dei registi israeliani pacifisti, obiettori, culturalmente opportuni disertori delle politiche genocidiarie del Governo Netanyahu,

Nel giorno della condanna dei suoi persecutori, abbiamo anche ricordato Giulio Regeni che, in Egitto, studiava da ricercatore il sindacato e ne è stato vilmente e definitivamente tradito.

Abbiamo condiviso insieme, a partire dalle condizioni concrete di lavoro, come, ad esempio i decenni vissuti in una piccola e precaria azienda di confezioni, che il sindacato non possa essere succube dei governi, di qualsiasi colore politico essi siano, o di datori di lavoro inaffidabili, di qualsiasi potere, ma debba impersonare la pietra dello scandalo, ma anche essere risolutore concreto di problemi e diseguaglianze.

Il sindacato, parola che significa "fare, essere insieme giustizia" può e deve, invece, rappresentare quel binomio di "profezia e innovazione fin nei margini della città del lavoro", esortato da Papa Francesco nel giugno del 2017, a latere di un congresso sindacale.

Tutto questo avveniva la settimana dopo la sua raccolta preghiera sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani a Bozzolo e a Barbiana.

Io c'ero in Vaticano ad ascoltare Papa Francesco, ero a non molti passi da lui.

Ricordo le mie lacrime di commozione ascoltando le sue bellissime, franche, sferzanti parole e la scelta, intima, di non tradirle mai le ragioni del lavoro e dei lavoratori e delle lavoratrici.

A partire dai e dalle più fragili, anzi dai più fragili nelle zone e nei settori più fragili.

Una scelta coerente con le affermazioni contenute negli interventi degli allievi di Don Milani, Maresco Ballini e Michele Gesualdi, ragazzi cresciuti e diventati sindacalisti, durante il "mitico" congresso nazionale della Cisl del luglio del 1969, quello della controversa relazione della segreteria intitolata: "potere contro potere", della scelta dell'unità sindacale e dell'adozione, primi fra tutti, della rivoluzionaria incompatibilità tra cariche sindacali e politiche.

Gesualdi e Ballini, frutti generativi della semina di don Lorenzo a Barbiana e, prima, a San Donato di Calenzano, esortarono la confederazione, a pochissimi mesi dall'autunno caldo, a dare priorità ai lavoratori poveri, sfruttati, "diseredati", rispetto ai "privilegiati" e ad aprire, come sindacato, scuole popolari diffuse in ogni territorio, in ogni piccolo paese.

Due anni prima c'erano state, quasi contemporanee, la scomparsa di Don Lorenzo e l'uscita di Lettera a una professoressa, l'incendio positivo del sapere dal basso, della messa in discussione dell'approccio gentiliano e gerarchico all'istruzione, a partire da quella degli adulti, poi il '68 degli studenti e si preparava l'insurrezione, la rivolta sociale nelle fabbriche del 1969 che avrebbe portato, tra l'altro, all'adozione dello Statuto dei Lavoratori, la concretizzazione della Costituzione repubblicana nel mondo del lavoro.

Il sindacato confederale italiano, di là a poco, sarà co-protagonista della lotte dei ciechi ("lotte da orbi") e dei disabili contro le scuole differenziali e segregazioniste, proprio quelle scuole che l'estrema destra dell'Afd vuole incredibilmente reintrodurre oggi, nel 2026, in Germania, favorendo la violenza e la discriminazione dei penultimi contro gli ultimi.

Il sindacato, luogo, per don Lorenzo, dove "cercare un fine, praticare l'amore e dare un senso alla vita", produrrà, poi, quella grande poesia sociale, quell'immenso processo di emancipazione popolare, operaia, profetica, concreta e diffusa che sono state le 150 ore per il diritto allo studio.

Alla fine della serata nella quale, di nuovo, avevo ricordato Simone Weil con le sue "Lettere sulla condizione operaia" e quel suo: "Il popolo ha bisogno di poesia come del pane", mi è stato chiesto, da figura molto significativa della cultura della città di Pistoia, grande traduttrice e romanziera, come facessi, ancora, a resistere.

E mi è stato raccontato delle violenze da lei subite dopo la scelta, decenni e decenni fa, di uscire a Pistoia, da sinistra, dalla grande e rassicurante chiesa e curia del Partito Comunista Italiano, da sempre al governo e al potere in città.

Ho risposto che faccio miei i versi della poetessa sudafricana Trishula Rachna Patel in "The Real Africa".

Una poesia dove non mancano i lamenti per la condizione precaria e la schiacciante presenza di avidità e corruzione, ma dove, tuttavia, si afferma che la risposta si trova: "nel caldo sole che puoi sentire bruciare dentro di te".

Non è la morte, mai, infatti ad avere l'ultima parola, Trishula ci spiega poeticamente che sono sempre in gioco la resilienza e la speranza nella vita per il domani.

Dobbiamo, però, intenderci su cosa sia l'autentica speranza.

Una speranza intesa, infatti, solo come semplice mezzo per avere fiducia che le cose miglioreranno da sole, che un giorno, forse in paradiso, le cose andranno bene... non è speranza autentica. Per dirla con Karl Marx, si trasforma in "oppio dei popoli". 

La vera speranza è fondata sulla spiritualità coscientizzante della liberazione e si situa tra il "già" e il "non ancora", nella solidarietà fraterna con tutti e tra tutti i corpi spezzati.

Sono proprio quei corpi spezzati, frantumati, vilipesi, derisi, umiliati, violentati a comunicarci che il senso ultimo della nostra esistenza, umana, spirituale e politica si fonda proprio su una speranza che è impegno condiviso e quotidiano, "feriale" ad essere promotori di vita per tutti/e.

Se, come ha scritto la coraggiosa letterata pistoiese Lia Tosi, nel curare le opere di Osip Emil’evic Mandel’štam, facendo, non so se consciamente, eco a Simone Weil:  "Il programma del pane è come lievita la poesia", la musicista sudafricana Vicky Sampson ci ricorda, invece che:

"Nel mio sogno (africano) c'è un nuovo domani. Il mio sogno è un sogno che possiamo inseguire".

Da svegli.

Proprio come ci ricordava sempre, citando Aristotele, l'indimenticabile Pierre Carniti, "sindacalista da marciapiede".

Uno di noi che ha: "piantato alberi e costruito altalene".

Francesco Lauria

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