"Ma davvero tu credi in G.?
Sei proprio un illuso. Anzi, se continui così, mi sa che non ti faranno più nemmeno scrivere sul "giornale" online.
E avranno ragione, sei troppo schierato. Non va bene.
Pensa che quando c'è stato da indignarsi, da fare qualcosa per ridare bellezza all'illuminazione del centro del nostro borgo, noi G. non l'abbiamo mai visto, nè sentito.
Per mesi.
L'abbiamo cercato più volte, ma è sempre sparito. Quando serviva, quando c'era da prendere parola, non c'era mai. Disperso.
Penserai che impegnarsi contro l'illuminazione totalmente sbagliata che, con la scusa dell'introduzione dei Led e del risparmio energetico, era stata realizzata dall'amministrazione di destra a Castello sia stata una piccola cosa, una lotta secondaria.
E, invece, per me e per molti/e del paese non lo è mai stata: noi crediamo nella bellezza, nella cultura e non pensiamo che difendere le "tradizioni", certo, guardando al futuro, sia qualcosa di conservatore, ma di conservativo che è cosa ben diversa.
Il nostro è il borgo di Policarpo Petrocchi che, oltre che un letterato e un poeta, era un agitatore sociale, anzi, soprattutto un organizzatore sociale.
A partire dalle condizioni concrete delle persone, dal lavoro sfruttato, dello scarto diremmo oggi, delle miniere, magari, Policarpo ha saputo costruire e favorire percorsi operosi, quelle società di mutuo soccorso che davano "Onore" all'essere e nell'essere comunità.
Pur in un piccolo centro di quasi montagna come il nostro.
Per questo, in quei mesi, difendevamo la bellezza, senza, ovviamente, rinunciare all'ecologia.
Ma G., che magari pensava già di candidarsi e che comunque presiedeva, ormai da tempo, il Parco Letterario di Castello, noi in quei mesi, non lo abbiamo proprio mai visto.
Peraltro l'amministrazione di centrodestra, dopo le proteste e le petizioni, ci mise poi una pezza, di fatto riconoscendo l'errore e sistemando le cose peggiori, ricucendo la ferita provocata nell'ecosistema del borgo.
E oggi, chi può, ed è in grado di salire a Castello, cittadino o turista che sia, è nelle condizioni di apprezzare la bellezza della natura, il parco letterario, le fontanelle, l'intelligenza del bosco, l'armonia delle case.
Quando scende la sera, all'arrivo del tramonto, può di nuovo anche cogliere, nel progredire del buio, la bellezza della luce, delle luci.
I fari da campo sportivo o da torre di controllo di un aeroporto cargo, del tutto fuori posto in un borgo medioevale del primo Appennino tosco-emiliano che aveva piazzato l'amministrazione Tomasi, avrebbero magari spinto che, ne so, a scriverci una canzone di scherno e di protesta, quel cantautore, quel "poeta sociale", di cui oggi tutti/e sentiamo la mancanza.
Ma no, noi G. lo abbiamo rivisto riapparire solo a problemi risolti.
Speriamo almeno che, se diventa sindaco, come è probabile, riesca a farci arrivare il metano a Castello di Cireglio. Non c'è tempo di raccontarla, ma quella è, davvero, una storia infinita.
Comunque, per favore, Francesco, non farti illusioni. Io G. lo voterò, è comunque credo il meno peggio, ma non perdo tempo a seguirlo in campagna elettorale come fai tu.
Non gli credo. Non gli credere. Non credere in lui.
G. non è un "poeta sociale" come sembra apparire e come ti sei bevuto tu, è un bravo ed efficace, all'inizio convincente, piazzista di se stesso.
Nella vita come nella politica".
Quando ascoltai telefonicamente queste parole, il 10 maggio scorso, mancavano esattamente due settimane alle elezioni amministrative di Pistoia e mi trovavo, comodamente seduto, all'aeroporto di Bilbao, di ritorno da un bellissimo cammino di fatica e di fede, ma anche di opportuno silenzio attraverso alcune, stupende tappe del Cammino di Santiago del Nord, prevalentemente attraverso i Paesi Baschi.
Un cammino che è probabilmente il più duro, ma anche il meno battuto, dove puoi perderti da solo nel bosco durante una tempesta di vento e di pioggia, cadere rovinosamente nel fango, come è successo a me, ma alla fine ritrovare un aiuto, una guida e un letto caldo, non lontano dall'Oceano.
Di quella telefonata, giunta alla fine del cammino e prima di una nuova, figurata, ben più terribile, rivelatoria e ancora non terminata tempesta, tutta pistoiese, ricordo persino il divano verde pallido dove ero seduto e il sapore dolciastro della macedonia di frutta che avevo ordinato, impaziente per le circa due ore di ritardo del mio volo.
Ma, tempeste a parte, come essere davvero, anche sulle orme sapienti di Policarpo Petrocchi, poeti, agitatori, organizzatori sociali?
E' una domanda che proverà ad essere non solo risolta, ma vissuta a Verona, dal 21 al 25 ottobre prossimi, proprio durante il Festival dei "Poeti Sociali" (quelli/e veri/e).
Il titolo/tema di quest'anno è assolutamente centrale: "Pace, volto dell'umano" e tutto il programma della rassegna multiculturale, dai molti linguaggi e dalle "molte fedi", può essere recuperato a questo link: www.poetisociali.it
Oltre ogni tempesta, come ci ha insegnato Luciano Tavazza, padre del "volontariato politico" italiano, sappiamo che "l'autentico volontario (ma potremmo scrivere anche poeta sociale) è (...) colui/colei che fa complessivamente della sua vita un servizio. Che sceglie da che parte stare".
E questa scelta, cantiere dei sogni possibili, non è qualcosa da prendere a cuor leggero, da improvvisare estemporaneamente.
Come ci ha insegnato un ragazzo, un poeta sociale autentico di questa strappata Pistoia, Lorenzo Andreotti, scomparso prematuramente in un istante, a soli diciotto anni: "per cambiare, bisogna esserci per il mondo, a partire dalla grandezza delle piccole cose".
Sono tre le parole che, nel dialogo tra Parola e Politica, possono guidarci:
Riconoscere
Mettere in crisi
E, solo dopo:
Scegliere.
Chiediamocelo: dove sentiamo che la nostra parola, ma soprattutto la nostra voce, la nostra testimonianza di Vita conta davvero? E risuona nella complessità dell'incontro di Pace con l'altro/a?
Fratel Arturo Paoli ci ha insegnato che "camminando s'apre il cammino" e che talvolta occorrere arrendersi, abbracciando: "la pazienza del nulla" nel deserto che ci parla. Che ci chiama.
Se viviamo la crisi dell'orizzonte, ma anche della quotidianità della politica, se ne siamo feriti, offesi, violentati, frantumati, noi non possiamo perdere nè la Speranza, nè la Radicalità, nè la Gioia dell'impegno, come diceva sempre Papa Francesco.
Oggi, che sembra avvinarsi, davvero, l'Apocalisse e non dobbiamo averne paura, ma essere pronti, senza tiepidezza, con umiltà, senza superficiale e improvvisata arroganza.
Risuonano le parole del testo di Giovanni, proprio nell'Apocalisse:
"Conosco le tue opere: tu non se nè freddo nè caldo (...) poichè sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici "Sono ricco, mi sento arricchito; non ho bisogno di nulla", ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo.
Ti consiglio di comprare da me oro purificato dal fuoco (...) e vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista. Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò con lui, cenerò con lui, ed egli con me" (Ap, 3, 15-20).
Ora qualcuno penserà che queste siano parole per G.
Sia io che lui siamo credenti e sappiamo bene che i cristiani non sono esentati dalla responsabilità storica; al tempo stesso, però, tutti i loro progetti, le loro mediazioni, i loro tentativi di presenza devono essere portati davanti alla croce per essere giudicati.
Ma no, non sono così presuntuoso.
Come ci ricorda correttamente don Luigi Epicoco commentando il Vangelo di questa domenica, (giorno 104 dell'era di G.) Matteo 21, 26-32, ci offre una parabola che, come sempre, non parla a noi, parla di noi.
Di me. Di te che leggi. Di tutti/e e di ciascuno/a.
Scrive Don Luigi Maria, illuminante come sempre, persino più delle nuove luci di Castello di Cireglio...
"Gesù ha sempre una maniera efficace di coinvolgere i suoi ascoltatori attraverso il racconto delle parabole. L’errore che a volte noi facciamo è quello di pensare di essere solo degli spettatori che guardano la storia pronti a cavarne fuori solo una morale.
La verità però è un’altra: ogni parabola in realtà non solo parla a noi, ma parla di noi.
Noi non siamo solo uno dei personaggi, ma siamo tutti i personaggi di quel racconto. In noi ci sono vari aspetti che Gesù mette in scena tirando in ballo figure apparentemente diverse e contrastanti fra di loro, ma non è forse vero che tutti noi siamo abitati da atteggiamenti contrastanti?
Esattamente come il racconto della breve parabola di oggi: “«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?»”.
Il racconto è semplice: il secondo figlio dice di no, si ribella esplicitamente al Padre, ma ad un certo punto accade dentro di lui un cambiamento, un pentimento che gli cambia prospettiva e scelte.
Il primo, invece, risponde subito di si. Egli sembra voler compiacere il padre, ma in fondo al cuore non ha nessuna voglia nemmeno lui di andare a lavorare nella vigna. Infatti alla fine, pur avendo detto di si non ci va.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Domanda Gesù. Ovviamente tutti rispondono prontamente il secondo. Ma Gesù non si accontenta della risposta esatta, svela invece le carte:
“E Gesù disse loro: «In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.
Essere religiosi - conclude Epicoco - può essere solo un’apparenza per compiacere Dio, ma ciò che conta è quello che scegliamo nel cuore al di là dell’apparenza".
G. ascoltiamo e scegliamo insieme, provando ad esserlo davvero poeti sociali, la "Pace, volto dell'umano".
La verità, molteplice come la vita, le vite, ma concreta.
Non la vacuità, semplice ma bestemmia, dell'apparenza.
Proviamo a ricucire le ferite.
Nella luce di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo.
Non serve, per ora, salire di nuovo a Castello di Cireglio.
Francesco Lauria





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