Scrivo queste non poche parole, che auspico possano essere lette tutte con attenzione e pazienza, da un luogo bellissimo e significativo della mia città, Parma.
Mi trovo a pochi metri dal torrente omonimo, declinato al
femminile, quello che, nell'agosto 1922, come noto in tutto il mondo fermò
(vittoriosamente, anche se purtroppo solo provvisoriamente) le squadracce nere
di Italo Balbo, con le barricate popolari e antifasciste.
La mia Parma dell’anarchico Guido Picelli, che tante volte
ho provato a confrontare con il libertario pistoiese Silvano Fedi, ucciso in un’imboscata
fascista a soli ventiquattro anni.
Picelli fu, invece, assassinato nel 1937 mentre combatteva
le forze preponderanti del caudillo Francisco Franco in Spagna. Ancora oggi non si è
riusciti a stabilire se caduto a seguito di probabile, naturale piombo fascista
o vittima, invece, di un perverso “fuoco amico” stalinista.
In un momento familiare complicato, doloroso, difficile, di
quelli che ti tolgono il respiro e il battito, sono stato accolto in un
luogo che orgogliosamente, in questo tempo strappato ed escludente, accoglie,
la casa Wonderful World, contigua alla sede mondiale dei missionari saveriani,
fondati a Parma, nel 1895, dal beato Monsignor Guido Maria Conforti.
Un luogo che mi ha formato, fin da bambino, spiritualmente e
politicamente, educandomi alla bellezza della mondialità e al tentativo, sempre
imperfetto, sempre caduto, della testimonianza civile e cristiana.
Qui mi sono sentito più a casa che a casa, fra fucili spezzati e
barricate in rivolta, consapevole della complessità e della molteplicità, non
priva di contraddizioni, di queste due immagini che campeggiano ai diversi
piani della casa Wonderful World.
Perché i fucili, “non per bellezza” nelle barricate
antifasciste c’erano eccome, certo come rivolta civile e “partigiana ante
litteram”, che coinvolse contro la barbarie e la violenza fasciste, proprio
come la Resistenza ventuno anni dopo, anarchici, cattolici, preti, socialisti,
mazziniani, liberali e comunisti, cittadini e cittadine comuni, “senza tessera”.
Soprattutto scrivendo del coraggio molteplice, differente, ma convergente, delle barricate di Guido Picelli o del movimento nonviolento italiano, quello che conobbe tra le sue guide Giuseppe “Beppe” Gozzini, primo obiettore di coscienza cattolico alla leva militare, non ho proprio nessuna voglia di strumentalizzare alcunchè.
Giuseppe Gozzini, un folle opportuno che, nel novembre 1962, proprio
a Pistoia, mise in gioco la sua vita e pagò un prezzo altissimo per il suo
coraggio e la sua testimonianza.
Gozzini pagò con il carcere e con il manicomio l’essere un
irregolare perché fece obiezione di coscienza esattamente dieci anni prima che
venisse promossa e approvata una legge che, pur tra mille difficoltà e
pregiudizi, l’obiezione di coscienza alla divisa degli eserciti almeno non la
vietasse.
L'obiezione era incredibilmente vietata in Italia, esattamente come il divorzio, esattamente come l'aborto.
E dobbiamo questo primo imperfetto atto di civiltà legislativa
di matrice costituzionale su quel delicato e complesso tema a un altro
cattolico, un partigiano in armi e combattente, un “capo” militare, come
Giovanni Marcora.
Ben prima, durante i lavori dell’Assemblea Costituente, era
stato Giuseppe Dossetti a riflettere e a dibattere, senza trovare sbocchi e
convergenze possibili, sul diritto di resistenza, individuale e collettivo, di
fronte alle leggi ingiuste, a quelle che perpetuano, direbbe il filosofo
Giorgio Agamben, non la democrazia compiuta, ma uno “stato di eccezione”.
Quelle che non costruiscono, tassello dopo tassello, speranza dopo speranza,
respiro dopo respiro, rivolta dopo rivolta, libertà, giustizia e democrazia.
Di fronte a questi giganti, potrei citare per non mancare anche
un fiero anticlericale socialista come Lelio Basso, non posso usare parole
melliflue, magari scritte per fare bella figura, per mostrarmi opportunamente
moderato, equilibrato, cerchiobottista, cattolico, però progressista, sferzante,
ma, per una volta, caritatevole.
Senza possederla mai io penso però che la verità vada sempre ricercata, con onestà e umiltà.
Nella vita come nella politica, che senza mai coincidere sono fortemente intrecciate, perché, come spiegava Aldo Moro e, come ha detto perfettamente Francesca Capecchi in consiglio comunale, la politica ha dei limiti e ad essa vanno posti dei limiti.
Lunedì 12 ottobre, a tarda sera, mentre intervenivano i consiglieri comunali Francesco Branchetti, Francesca Capecchi, Lavinia Ferrari (e altri/e) e, in solo in parte, la vicesindaca Stefania Nesi, io non mi trovavo fisicamente in consiglio comunale, ma avevo lasciato i banchi deputati agli iscritti dell’ordine dei giornalisti della Sala Sant’Agata, destinati ad accogliere la stampa senza che mai sia stato disposto negli anni un servizio di accreditamento.
Mi sono trasferito progressivamente a Pistoia da Roma, dove
vivevo e lavoravo, tra il 2010 e il 2012, ero già giornalista iscritto all’ordine da anni.
Perché non ero in consiglio comunale mentre iniziava un
dibattito, quello sui “bambini e le bambine mai nati/e”, che mi interessava e
riguardava nel profondo, per vari motivi?
Perché un’ora e mezzo prima, appena entrato in consiglio e
nella sala giornalisti, senza alcun motivo, veniva inviato un vigile urbano
(che, pur piuttosto giovane, mi aveva visto già diecimila volte come
giornalista nella Sala Sant’Agata) per identificarmi e controllare il mio
tesserino.
Non c’era, lo chiarisco, alcun motivo né legale, né di buon
senso per farlo, e, soprattutto per non controllare ed identificare contestualmente
anche gli altri giornalisti che erano nella sala con me.
Peraltro nella sala a volte c’è un po’ di confusione,
girovagano frequentemente e, almeno apparentemente, almeno per me senza motivo, il social
media manager del sindaco Alessio Dolfi e il portavoce Gabriele Acerboni,
spesso disturbando, almeno me, non in quanto tali, ma in quanto elementi di
confusione, la cui presenza lì sinceramente è difficile da spiegare, se non per
condizionare/indirizzare i giornalisti (che se avessero bisogno potrebbero
sempre chiamarli o farli chiamare).
Ieri, almeno in quel momento e nei pochissimi minuti in cui
ero stato in consiglio comunale, non c’era stata alcuna confusione o disturbo,
Dolfi bontà sua non c’era e Acerboni, pur girovagando con il suo sguardo per me
sempre minaccioso e un po’ triste, anche se in vita nostra mai abbiamo
scambiato nemmeno una parola, non era entrato, a differenza del solito, nella
sala Sant’Agata, fermandosi più volte, sempre girovagante come in una ronda, ma
silenzioso, apparentemente un po’ truce, sulle piastrelle contigue.
Mi è stato poi detto, da fonti autorevoli, che il portavoce
del sindaco (non il social media manager personale del sindaco che esiste praticamente
solo nel comune di Pistoia) ha sempre diritto di “vagabondaggio” in consiglio
comunale.
Sarà.
Tornando a noi, ho esibito subito il mio consunto e antico
tesserino di giornalista, e, pur sentendomi duramente e intimamente intimidito
e discriminato, non sono stato allontanato da nessuno.
Mi è stato poi detto dal vigile della Polizia Municipale su
indicazione del Presidente del Consiglio Comunale Paolo Tosi, che i
giornalisti non possono parlare e interloquire mai con i consiglieri,
cosa che da persona, a mio parere, scarsamente democratica quale è Tosi, mi
risulta essere, posso sbagliare, per ora solo un suo convinto desiderio,
non un regolamento in essere.
La mia “identificazione” era stata ben notata da molti/e soprattutto
dai banchi dell’opposizione, sconcertando tutti/e anche perché di lì a poco mi
sono dovuto allontanare per la Messa dell’oratorio e doposcuola Carlo Acutis
(era l’anniversario della santificazione di questo giovane prematuramente
scomparso) che stava per iniziare nella vicinissima Chiesa di San Bartolomeo.
Mentre mi trovavo a Messa con gli altri volontari,
distogliendomi dal raccoglimento, continuavano ad arrivarmi dai banchi del
consiglio comunale e anche da fuori (le voci, in una cittadina, corrono…) messaggi
telefonici preoccupati che mi chiedevano, increduli, che cosa fosse successo,
anche perchè erano state notate figure assimilabili alla Digos e Paolo Tosi era stato
sentito affermare, forse con loro, che era dovuto intervenire proprio perché:
“qualcuno disturbava i consiglieri comunali”.
A quel punto mi sono chiesto: e come li avrei disturbati io,
con la telepatia, o perché forse, visto che Tosi è storicamente un esponente
della destra renziana, portavo una sciarpa indigena e della pace, p magari solo
perché esistevo? Perché respiravo?
Quando si nega persino il respiro alle persone, ai cittadini
onesti, sinceramente si nega, si violenta, si stupra la democrazia che
faticosamente è stata conquistata strappandola alla guerra e al nazifascismo.
Si dimostrano un analfabetismo e una rozzezza istituzionali da
far arrossire Donald Trump e il suo pessimo rapporto con i giornalisti
indipendenti (perché credo sia chiaro anche ai bambini che le mie rivelazioni
giornalistiche sullo "zerista" Paolo Tosi a lui, comprensibilmente, non abbiano fatto
piacere. Basta leggere qui e non vale il fatto che oggi 14 ottobre 2026 le
rendicontazioni delle spese elettorali dei consiglieri comunali, peraltro, in spregio
della legge mi risulta non ancora di tutti/e siano fruibili: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/paolo-tosi-lo-zerista-e-la-non.html
).
Proprio per questo mi sono rivolto informalmente alla Digos, che era effettivamente presente, con discreta evidenza, lunedì in consiglio comunale.
Anche perché
provavo dentro di me un profondo annichilimento, proprio come quando mi trovo
su un autobus su un treno con un amico o un conoscente o uno sconosciuto di
pelle scura, e il biglietto e il documento vengono controllati solo a lui e non
a me.
Ho esposto pacatamente i fatti, quello che mi risultava dai
primi testimoni, messo insieme i fili di quello che gravissimamente, almeno a
mio parere, era successo.
Non voglio e non posso usare qui quello che mi è stato
comunicato informalmente dalla Digos, anche perché sono in corso valutazioni
deontologiche, relative all’ordine nazionale dei giornalisti e, ovviamente, di
natura legale.
Si vedrà se sono stati violati o meno norme, prassi,
regolamenti e/o leggi. Quello che riscontro, almeno dal mio punto di vista
personale e soggettivo, è un nichilismo perverso dei valori, una rozzezza
superficiale dei ruoli istituzionali, in teoria di garanzia di tutti e di
tutte, anche perché il quadro e il contesto dei fatti avvenuti mi paiono chiari,
lampanti, evidenti e confermati, dopo attenta e puntuale verifica, da più
fonti, anche di diverso colore politico.
Ho poi ascoltato attraverso i canali digitali, con
ventiquattro ore di ritardo, gli interventi sul dibattito, delicatissimo, in
merito alle comunicazioni sui bambini e le bambine mai nati/e.
Mi sono quindi perso, almeno in diretta, i diversi
interventi, strumentali ed autentici, paradossali e opportuni, che si sono
svolti in consiglio comunale, mentre difendevo non me stesso, ma la democrazia e
la libertà di informazione, in una città “paludosa” come Pistoia, che
evidentemente, non da ora, libera e democratica proprio non è.
Una libertà e una democrazia che, in forma molteplice, sono
state difese e poi riconquistate con le barricate antifasciste e con la
Resistenza partigiana, armata e non armata, ma anche allargate e approfondite attraverso l’obiezione di coscienza e figure profetiche, coraggiose, come
Giuseppe Gozzini, oggi scomparso. Un Gozzini che Pistoia, al di là di qualche
boutade interessata e strumentale sappiamo tutti di chi, ha sostanzialmente
dimenticato, coperto vergognosamente di oblio.
In piena armonia e ascolto reciproco mi ero trovato fuori
dalla porta del consiglio, insieme agli agenti della Digos che erano lì, invece,
proprio per ascoltarli quegli interventi sui bambini e le bambine nati/e; a
seguito del pandemonio mediatico e social, anche nazionale, che si era
scatenato dopo le dichiarazioni del lunedì precedente da parte della consigliera di Avs-Sce-Possibile Lavinia
Ferrari.
Ho potuto recuperare in differita e digitalmente i vari
interventi solo ventiquattro ore dopo, da Parma, la mia casa, la mia città,
così avranno fatto anche gli agenti della Digos (un po’, lo ammetto, mi sento anche
in colpa…)
Degli interventi che si sono susseguiti e che ho recuperato successivamente, con l’eccezione della bravissima, profonda, risarcente vicesindaca Stefania Nesi, che ho ascoltato, almeno in parte dal vivo, parlerò in un’altra riflessione.
Cercando di pormi sempre alla ricerca ostinata della verità
e senza mai pretendere possederla interamente.
In sintesi (come spesso mi viene giustamente richiesto) caro
Paolo Tosi (& friends…) concludo non con parole mie, ma di Gianni Rodari,
che ti/vi lascio.
Raccontano lo stesso concetto che provai a trasmettere a
Mauro Pompei qualche settimana fa presso la sua libreria Lo Spazio mentre lui
mi riferiva (senza prenderne le distanze, come un passante…) di una da lui
definita: “guerra senza alcuna esclusione di colpi nei miei confronti”, una
guerra non politica, ma del tutto personale da parte di una sua amica, una consigliera
comunale di maggioranza.
Allora non così conosciuta come oggi.
Una guerra, peraltro, delineata, sempre da Pompei non da me,
come senza regole, senza morale, senza principi.
E forse Mauro aveva anche ragione, perché, in realtà, non
esistono guerre, di alcun tipo, con regole, morale o giusti principi.
Non esistono mai “guerre giuste”.
Faccio eco e lascio
la parola a Gianni Rodari che scrive, ovviamente, molto meglio di me.
E, infatti, io non mi sento, nonostante tutto, in guerra
contro nessuno e, soprattutto, nessuna...
Di fronte a un ravvedimento, di fronte al riconoscimento completo
della verità, sono pronto a perdonare non domani, ma oggi, ieri.
Come dissi anche, a suo tempo e più volte, al “passante
irresponsabile” Mauro Pompei e a un suo amico e collega, apparentemente più buono e saggio, di Verona.
I fucili, almeno oggi, nel rovente, disperante 2026, vanno sempre
spezzati.
Possiamo, dobbiamo, nella profondità e nella cura dello sguardo, dei nostri sguardi, essere tutti/e “disarmati/e e disarmanti”.
Cercare e scegliere la Pace, diversi, plurali, molteplici, ma innamorati della Vita e dell’Amore
non della cieca rabbia.
Non della cieca guerra…
Scriveva Gianni Rodari nel suo celebre “Promemoria”:
“Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte
né per mare né per terra:
per esempio, LA GUERRA”.
Anche la guerra senza quartiere alle persone, quella che le “frantuma”,
cari Paolo e Mauro/Mario.
E ve lo dico a partire proprio dai miei limiti e dalle mie
imperfezioni. Dai miei sbagli.
Aiutiamoci, insieme, tutti e tutte a migliorare, a
migliorarci.
A costruire, con pazienza e tenacia, un mondo e una Pistoia future, possibili,
auspicabili, veramente gentili, non per finta o per narrazione elettorale strumentale.
Dove la parola ricorrente sia ACCOGLIENZA, non RESPINGIMENTO…
Io ci CREDO ancora.
Francesco Lauria, iscritto, da tempo immemore, all’ordine
nazionale dei giornalisti (non alla P2) con tessera numero: 133244. Uno che scrive articoli,
racconti e poesie persino sui tovaglioli di carta, al ristorante.
E che il bavaglio, lo imparò a suo tempo Agostino Fragai a Ramini-Bonelle, non sa nemmeno che cosa sia.
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