lunedì 18 agosto 2025

Come funziona il9marzo.it. Lettera ad Adriano Serafino (www.sindacalmente.org)

Caro Adriano,



ho sperimentato meglio, pur essendo da anni un lettore - lo ammetto - come funziona o, meglio, "disfunziona" il9 marzo.it.
Come anche tu hai notato più volte, qui non si tratta di legittimità, ma di coerenza.
Come si fa ad ergersi a paladini della libertà di espressione e di associazione e poi censurare quando qualcuno scrive qualcosa di scomodo o di non accondiscendente alle fantomatiche tesi, per lo più anonime, della fantomatica redazione?
Nel mio singolo caso (ma se ne potrebbero citare decine di altri) ci sono due profili diversi: 
uno è lo scrivere di licenziamenti del tutto inventati (non sono inventate le probabili dimissioni, è vero che quelli del 9 marzo non sono grandi sindacalisti, ma almeno vagamente la differenza tra i due istituti la dovrebbero conoscere....); l'altro è quello di attribuirmi ripetutamente, lo ha fatto con sicumera e prosopopea sui social che i vecchietti del 9marzo disdegnano, anche Giampiero Bianchi, fantomatiche idee che sosterrebbero che la storia Cisl sia iniziata con Pierre Carniti e Pippo Morelli.

Io dico tutt'altro: Carniti e Morelli non erano due eretici, ma, come certamente convieni anche tu, possono essere considerati eredi pienamente legittimi della Cisl di Pastore. Tanto che Carniti fu allievo di Vincenzo Saba al Centro Studi di Firenze (come lo fu, ad esempio, il nostro caro e comune amico Alberto Tridente) e che Morelli fu allievo proprio di Mario Romani all'Università Cattolica di Milano e vinse poi la borsa di studio promossa proprio da Giulio Pastore in persona per il corso "esperti della contrattazione" che fu un unicum da non confondere con i corsi lunghi e i corsi contrattualisti del Centro Studi.


Con sicumera, il9marzo si erge al di sopra di tutto e di tutti e mi accusa anche di essermi svegliato tardi con le critiche (insieme ai leoni da tastiera anonimi ex Fai).
Tu che mi conosci meglio di loro, sai bene quale baggianata sia.
Tra l'altro, quando gli ex Fai erano al potere ed erano la Fai, quando mai si sono preoccupati di trasparenza, solidarietà e correttezza di linea?
Hanno avallato tutte le derive di Bonanni, tranne una timida, timidissima opposizione alla legge sulla rappresentanza che lo stesso Bonanni, in una delle sue alterne fasi unitarie, aveva promesso alla Cgil.
Altro che le tette al vento di Eskimo di Guccini, qui siamo al nudo integrale!
E non è un gran vedere, sinceramente.

Francesco

domenica 17 agosto 2025

LA STRANA SCELTA DI NON ADERIRE ALLO SCIOPERO GENERALE DEL 17 AGOSTO E LE VOCI DEI SINDACATI PALESTINESE E ISRAELIANO ALL’ULTIMO CONGRESSO NAZIONALE DELLA CISL


Come ha scritto Michele Giorgio su Il Manifesto, quando è entrata nella sede dell’Histadrut, Einav Zangauker, nota rappresentante del Forum delle famiglie degli ostaggi, si aspettava la piena adesione della principale federazione sindacale israeliana. Invece, l’Histadrut non ha aderito allo sciopero generale indetto per il 17 agosto per protestare contro la continuazione della guerra voluta da Benyamin Netanyahu e l’approvazione, da parte del governo, di un piano per l’occupazione di Gaza city. 

«Se uno sciopero – non solo per un giorno, ma più lungo – potesse porre fine alla questione, fermare la guerra e riportare indietro gli ostaggi, lo proclamerei con tutte le mie forze. Ma non è così», si è difeso Arnon Bar-David, presidente dell’Histadrut, impegnandosi solo a creare le condizioni per la partecipazione allo sciopero, senza conseguenze, di singoli lavoratori.

La delusione di Zangauker e del resto della delegazione del Forum è stata forte. Non ha il peso di un tempo, ma l’Histadrut – colonna portante del movimento sionista e della creazione di Israele, un tempo maggior datore di lavoro del paese pur essendo un sindacato – resta sempre importante. 

La mancata adesione, scrive ancora Michele Giorgio, è stata un colpo basso per gli organizzatori dello sciopero generale. Essa conferma che solo una porzione dell’opinione pubblica, del mondo del lavoro e dell’imprenditoria contesta la linea della guerra ad oltranza a Gaza di Benyamin Netanyahu.

Nonostante la mancata adesione del sindacato lo sciopero ha avuto un’adesione enorme e ha portato due milioni di israeliani e israeliane in piazza.

Ho riascoltato gli interventi del sindacato palestinese ed israeliano pronunciati in occasione del ventesimo congresso confederale Cisl, nella giornata inaugurale del 16 luglio scorso (è possibile trovarli qui, a partire dal minuto 23.30: https://www.youtube.com/watch?v=-3Y_S7k-8oY )

Due interventi diversi, ma indicativi.

L’intervento della segretaria confederale del sindacato palestinese Pgftu ha denunciato “l’occupazione sionista”.

Ha parlato di genocidio e pulizia etnica in corso dal 1917, citando il prezioso lavoro, per le Nazioni Unite, dell’italiana Francesca Albanese, candidandola al Premio Nobel per la Pace.

L’esponente della più grande confederazione sindacale palestinese ha delineato una realtà di discriminazione, razzismo e fascismo, ricordando l’impegno del suo sindacato per la creazione di uno stato indipendente.

Ha stilato, poi, un parallelo tra la situazione attuale e le violenze del regime fascista in Italia e di quello boero in Sudafrica, elencando le violenze gravissime, in particolare sui bambini, e il crollo del sistema sanitario.

Ha, inoltre, parlato della guerra contro i giornalisti e dell’enormità del numero dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.

Il sindacato in Palestina sta faticando duramente – ha detto - i diritti sono in totale regresso, viste le dimensioni sociali, politiche ed economiche dell’occupazione israeliana, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.

È intervenuta, poi, sulla politica di “cantonalizzazione” del governo israeliano che ha lasciato i villaggi palestinesi isolati gli uni dagli altri, con gravissime difficoltà per i lavoratori e le lavoratrici palestinesi per raggiungere i propri posti di lavoro, anche qui con un parallelo con il Sudafrica dell’apartheid.

Ha ricordato le aggressioni, le percosse nei check point e la perdita di moltissimi posti di lavoro, vista anche la mancanza del rilascio dei permessi, in piena violazione delle norme dell’Ilo.

Lotta per i diritti quindi: nel pieno dell’occupazione. Diritti ad una vita decorosa, all’umanità, alla giustizia sociale.

Ha chiesto di ascoltare la voce del popolo palestinese e di fermare il genocidio. Per una Palestina libera.

Un intervento accorato, sincero, scuotitore di coscienze, quello della sindacalista palestinese, anche se ha, oggettivamente, ignorato la collega israeliana, seduta a pochi metri da lei.

È poi intervenuta un’altra sindacalista, giovane responsabile delle relazioni internazionali della confederazione Histadrut.

Ha ricordato che Histadrut non rappresenta solo ebrei e cittadini israeliani, ma tutti i lavoratori e le lavoratrici, a prescindere dalla loro religione, etnia, orientamento sessuale.

Ha parlato dell’importanza di percepire la voce delle donne, tutte le donne e dell’importanza dell’inclusione dei migranti e delle persone con disabilità.

Si è, poi, incentrata sull’istruzione e sulla formazione professionale necessarie, perché: “la conoscenza è potere”.

L’obiettivo – ha detto - è “l’umanesimo nel posto di lavoro” in un ambiente sicuro e pacifico da raggiungere attraverso: “l’unità nelle lotte”.

Quando i lavoratori si uniscono – ha sottolineato – vincono.

I lavoratori vogliono I’impegno per la lotta per la pace e si uniscono nella preghiera per la fine della guerra a Gaza.

Ha poi ricordato la tragedia del 7 ottobre come causa dell’attuale situazione nella regione e il ruolo di Hamas (“persecutore del popolo palestinese, sindacato Pgftu compreso).

Ha parlato di Hamas come nemico del mondo, non solo di Israele, di Hamas come affamatore del popolo palestinese.

Ha sottolineato che Histadrut: “non è il governo israeliano”, ma che si oppone al terribile: “governo Netanyahu”, vuole il rilascio degli ostaggi, la fine della sofferenza dei civili innocenti di Gaza, la ripresa del processo di pace.

Ha aggiunto: “noi non semineremo mai semi di odio e di ostilità tra lavoratori e sindacati israeliani e palestinesi, proteggeremo i diritti dei lavoratori palestinesi e vogliamo collaborare con i sindacati palestinesi”.

I lavoratori palestinesi, ha aggiunto, sono il ponte per costruire la pace, insieme al valore dei contratti collettivi, della formazione professionale, della salute e sicurezza nei posti di lavoro.

Un impegno per tutti i lavoratori e per raggiungere la pace attraverso uno stato palestinese da costruire assieme allo stato di Israele: due popoli, due stati.

Va trovato un denominatore comune – ha aggiunto - tra i sindacati israeliani, palestinesi, italiani, europei, mondiali, attraverso i negoziati e il dialogo.

Il sindacalismo – ha detto – deve fungere da modello contrario rispetto ai politici: “paralizzati e paralizzanti”.

I sindacati – ha continuato - sono i rappresentanti reali delle: “radici della pace”. 

Non c’è altra soluzione che una pace costruita sulla fiducia reciproca tra palestinesi ed israeliani.

Solo insieme – ha detto – si possono cambiare le cose, a partire dal lavoro.

Dobbiamo scegliere di non essere nemici, ma pragmatici costruttori di futuro.

Le guerre dividono – ha concluso – mentre i sindacati uniscono. Democrazia, libertà, diritti umani sono il fulcro della nostra azione di unità e solidarietà.

Abbracciate la speranza, ha gridato la sindacalista, la pace, tutti noi!

Un intervento oggettivamente bellissimo, di prospettiva, di dialogo.

Che stride, però, con la dissennata scelta di Histadrut di non aderire allo sciopero generale del 17 agosto.

Concludo citando il bel lavoro del blog Sindacalmente, intitolato: “Esiste un’altra Israele” che raccoglie le voci di pace della società civile israeliana: https://sindacalmente.org/content/esiste-unaltra-israele/ 

Non stanchiamoci mai di promuovere voci di pace e di dialogo, anche e soprattutto a partire dal lavoro.

Francesco Lauria


"Si faccia avanti chi sa crescere il grano". Storia, attualità e futuro delle 150 ore, tra riformismo e rivoluzione.

                                                                                               “Forse si muore oggi – senza morire.

Si spegne il fuoco al centro.

Sanguinano le bandiere. Generale è la resa.

Ciò che nasce ora crescerà in prigionia.

Reggete ancora porte invisibili dell’alleanza

bastioni di sereno. Puntellate il bene

che si sfalda in briciole e cartoni.

Il popolo è disperso. In seno ad ognuno cresce

il debole recinto della paura – la bestia spaventosa.

A chi chiedere aiuto? E’ desolato deserto il panorama.

Si faccia avanti chi sa fare il pane.

Si faccia avanti chi sa crescere il grano.

Cominciamo da qui”

                                                                                                                                        Maria Gualtieri

Mai avrei pensato, due anni fa, quando decisi di aprire con la citazione tratta da un suo testo, la terza edizione, riveduta ed ampliata, della mia monografia dedicata alle 150 ore per il diritto allo studio, che, in questa torrida estate 2025, avrei ricevuto mail minacciose scritte con il Lei, da Claudio Arlati, formatore cislino, Presidente di Sindnova, esponente di Ial regionali e nazionale, docente dell'Università di Padova, possibile futuro direttore del Centro Studi di Firenze (anche se lui, con, a mio parere scarsa credibilità smentisce) e chi più ne ha più ne metta.

Si sa, però, che non sempre alla bravura tecnica e culturale, si accompagnano coraggio e schiene dritte, ed io, nella primavera-estate 2025, di mancanza di coraggio e di schiene torte, ne ho sperimentate molte. Troppe.

Tornando a noi, vorrei concludere il ciclo di scritti di riflessione sulla Cisl trattando proprio delle questioni connesse al testo le 150 ore per il diritto allo studio, pubblicato nel 2011, 2012, 2023 da Edizioni Lavoro.

E' un testo che è stato segnalato e raccomandato dalla Rai (trasmissione Passato e Presente, Paolo Mieli e professoressa Simonetta Soldani) e presentato, a suo tempo, presso la defunta Tv Cisl Labor Tv da me, Bruno Manghi, Franco Bentivogli ed Ester Crea

Il sottotitolo del libro è: "Analisi, memorie, echi, di una straordinaria esperienza sindacale".

Le 150 ore per il diritto allo studio sono incluse nella grande e variegata storia dell'educazione e dell'emancipazione degli adulti attraverso il sapere, indagate nel profondo, con ricerche d'archivio e realizzazione di numerose interviste ai protagonisti.

È corretto, in questo complesso 2025, chiederci ancora che senso abbia oggi continuare a ricordare le 150 ore, in un tempo inedito di pandemie, guerre, lavoro da remoto, pervasività dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, pillole formative digitali spesso fruite individualmente. Un tempo in cui, se non tutte, molte delle bandiere che hanno contraddistinto il Novecento, anche sindacale, sembrano ammainate.

Che cosa ancora ci racconta questa singolare, visionaria, plurale esperienza di risparmio contrattuale dove, in una fase espansiva, si è data una direzione nuova ad una quota di salario, e si è sperimentato un coraggioso e non scontato «investimento contrattuale» e di cittadinanza, oltre che su se stessi?

Come ricordavo già in occasione della prima edizione del libro, il fatto che la memoria di questa rilevante esperienza si sia in parte perduta è legato alla ragione       che essa fu una pratica costruttiva e non conflittuale: si ricordano, infatti, più facilmente gli aspetti drammatici di divisione e di contrapposizione, rispetto alle dinamiche collaborative. In questo oblio non sono coinvolte solo le 150 ore, ci sono anche altre importanti vicende: si pensi, ad esempio, a tutto il lavoro comune tra il sindacato unitario, i delegati e le cliniche del lavoro in tema di nocività e salute e sicurezza, oggi sostanzialmente dimenticato.

Scriveva dieci anni fa Pierre Carniti, ricordando Pippo Morelli, uno dei protagonisti delle 150 ore, in occasione della sua scomparsa: “il 19 aprile 1973 veniva firmato il contratto nazionale dei metalmeccanici che consentiva la fruizione di un massimo di 150 ore di permessi retribuiti, con il fine di favorire la crescita culturale dei lavoratori, una loro migliore partecipazione alla vita sociale e, per chi ne fosse sprovvisto, il conseguimento del titolo di studio di scuola media inferiore. Una grande influenza su quella battaglia ha avuto il testo di don Milani e dei ragazzi di Barbiana: “tu conosci trecento parole, il tuo padrone tremila. Anche per questo lui è il tuo padrone”.

L’ex segretario generale della Cisl, nel 2013, a quarant’anni dalla conquista contrattuale delle 150 ore, aggiungeva con tono amaro:

“Purtroppo quello delle 150 ore, insieme all’intero apporto sindacale nell’educazione e formazione degli adulti, è uno dei temi rimossi dalla memoria e dall’impegno sindacale. Perciò ricostruire orizzonti ideali, modalità, percorso declino di quella decisiva esperienza collettiva che, dai metalmeccanici si estese a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, e che ha coinvolto negli anni oltre un milione e mezzo di lavoratori, incidendo fortemente sulle loro conoscenze, sulle loro vite, sul movimento sindacale e sull’istituzione scolastica, non è un semplice esercizio di nostalgia".

Un esempio terribile della mancanza di memoria e di cultura mi è stato fornito alcuni mesi fa dal segretario generale di un'importante federazione di categoria della Cisl che, alla domanda di un'operatore su cosa fossero state le 150 ore, rispose: "Quella è roba della Cgil..."

In realtà la grande esperienza delle 150 ore fu il culmine di un grande sforzo unitario, di un'ibridazione culturale di massa che vide protagonisti assoluti Pierre Carniti, Bruno Trentin e Giorgio Benvenuto.

Non solo un'esperienza metalmeccanica, non si può dimenticare il grande contributo dei nascenti sindacati confederali degli insegnanti, in primis, ovviamente, della scuola media.

Certo le 150 ore non furono un'esperienza estemporanea: hanno un prima e un dopo.

Nella Cisl una interessante e precorritrice esperienza fu quella dell'Iscla, istituto promosso a seguito del congresso confederale del 1965, su iniziativa di Mario Romani e di cui ho scritto in plurime occasioni, anche recentemente, nel volume collettaneo, curato da Aldo Carera per Edizioni Lavoro, "Lessico sindacale. La lezione e l'attualità di Mario Romani".

I recenti strali (da lui guasconamente definiti "consigli") di un ex della Cisl come Giampiero Bianchi sul mio presunto considerare la storia della Cisl come iniziata con Carniti (una follia di chi Bianchi ha il copyright, ma che è stata ridicolmente recentemente ripresa dai suoi "amici" del blog di gossip sindacale "Il9marzo") mi hanno fatto ricordare una sua recensione della prima edizione del 2011 del volume sulle 150 ore.

La recensione fu pubblicata in un periodico della Fai nazionale, non ricordo quale.

Anche lì Bianchi, pur riconoscendo, bontà sua, qualche merito al libro, mi dava del pericoloso bolscevico e, sostanzialmente, liquidava anni e anni di ricerca (il volume nasce, infatti, dall'evoluzione paziente della mia tesi di dottorato).

I cosidetti "romaniani" della Fai che fu (e, per quel che riguarda Bianchi, transfuga anche se ora in pensione, della Uila che è...) dimenticavano, da più realisti del re, che il loro mentore aveva, da prorettore dell'Università Cattolica, nel 1973-1974, collaborato pienamente alla diffusione delle 150 ore nell'ateneo, proponendo anche un cartellino apposito per i corsisti.

Quello, però che più importa e capire bene cosa furono (e anche come declinarono) le 150 ore per cogliere spunti di attualità e di generazione di futuro.

Tornare a guardare alle 150 ore in un’ottica di formazione continua, mantenendone inalterato lo spirito e le idee forza alla base, richiede, infatti, di avere sempre a disposizione una dote di tempo per il diritto allo studio al fine di affrontare al meglio lo sviluppo del proprio percorso lavorativo e di cittadinanza.

Un’ipotesi che permane nell’alveo della dimensione contrattuale, ma che può prevedere sistemi di sostegno legislativo, anche dal punto di vista fiscale, prefigurerebbe un incremento progressivo della dotazione delle 150 ore con la possibilità di un aumento di pari passo con l’anzianità aziendale (sul modello del trattamento di fine rapporto e senza escludere un apporto, oltre che delle         aziende, anche dei lavoratori, a partire dai residui di ferie e permessi non utilizzati).

Va valutata una fruizione individuale che non escluda una dimensione collettiva di contesto nell’ambito di diversi obiettivi di fondo: dall’investimento sulle competenze non necessariamente professionalizzanti, a percorsi di formazione interna e reskilling, fino a strumenti che intreccino l’outplacement nell’ambito delle ristrutturazioni aziendali e in affiancamento agli assegni di ricollocazione.

Il discorso sarebbe lungo. 

Vorrei concludere con una considerazione semplice e, in questo caso, sintetica, giusto per non irritare gli "amici" del blog di gossip "Il9marzo" che non hanno tempo di leggere e comprendere testi complessi e magari un po' articolati/argomentati.

Furono le 150 ore un'esperienza rivoluzionaria o riformista?

La mia risposta, dopo quindici anni e più di ricerca, è: entrambe le cose.

Per dirla con Vittorio Foa, furono la capacità di vedere oltre, oltre anche la forza imponente del sindacato di quegli anni.

Di suscitare domande, non solo di fornire risposte.

Di uscirne "insieme" , avrebbe detto don Lorenzo Milani, non da soli.

Le 150 ore nacquero, certo, da una grande spinta rivoluzionaria, ma anche da esigenze concrete, come la necessità delle madri (e di qualche padre...) di aiutare i propri figli nei compiti a casa.

Nacquero dall'aspirazione di saper vedere, voler vedere l'aurora.

Ogni giorno.

Sognando forse l'alba della rivoluzione in qualche caso (roba comunque anche da Cisl, non solo da Cgil!)

Ma soprattutto, come affermava Pierre Carniti (ora sì, lo cito, tiè!) di: "tentare l'impossibile, per fare il possibile".

Questo per me è il sindacato (tutto).

Questo per me è, e sarà, sempre e per sempre la Cisl.


Francesco Lauria


IL "9 MARZO", GUCCINI E L'ESKIMO FUORI STAGIONE. LA CAPACITA' DI SAPER SCEGLIERE IN TEMPO E ALCUNI ESTRATTI DI STORIA CISLINA...


Esistono in Cisl, ormai in entrambi i casi da oltre dieci anni, due modi diversi di coagulare pubblicamente pensieri e riflessioni diciamo: "non necessariamente in linea".

Il primo è un sito che, fino a circa un anno fa, raccoglieva articoli e commenti sostanzialmente anonimi, occupandosi prevalentemente di gossip giornalistici, scandali e accuse varie a un dirigente o all'altro.

Da un po' di tempo qualche articolo almeno viene firmato (anche con pseudonimi). Tutto legittimo, per carità, ma profondamente discutibile, a mio personale parere.
Il 9 marzo, il cui sottotitolo è: "per l'autogoverno delle categorie" nasce qualche tempo dopo il commissariamento (operato all'epoca dall'attuale sottosegretario melonian-salviniano Luigi Sbarra) della federazione cislina della Fai, rea di aver rifiutato, legittimamente, ampiamente, in un congresso nazionale molto movimentato e notturno, l'accorpamento con gli edili, promozionati oltremisura da Raffaele Bonanni, nel 2014.

Per una coincidenza della storia, pochissimo tempo prima, del concitato congresso Fai dell'Ergife, a Roma, era avvenuto proprio il cambio definitivo tra Annamaria Furlan e Raffaele Bonanni a seguito di notizie, prevalentemente anonime, diffuse capillarmente in tutte le sedi regionali Cisl che riportavano gli astronomici e prematuri dati pensionistici dello stesso Bonanni.
Prima Bonanni fu liquidato con la carica di direttore del Centro Studi di Firenze (partecipò a due corsi di formazione, uno era diretto da me) e responsabile anche al G20, delle attività internazionali Cisl, attività che aveva, peraltro, sempre duramente affossato. Poi, all'apparire di ulteriori appendici dello scandalo su tutti i media, fu definitivamente dimissionato da tutto.
E' stato giustamente notato che Furlan fu stranamente accompagnata da Luigi Sbarra nella notte al congresso dell'Ergife.
E' vero che Sbarra era un abbastanza importante segretario confederale, ma è anche vero che la segreteria confederale tutta era stata autodimissionata e la sola Furlan, all'epoca dei fatti congressuali, FaivsFilcavsCisl era stata eletta.

Ad ogni modo questo è il9marzo.it si chiama così (bontà loro) a memoria della data di un ricorso (perso) contro la confederazione.
Va riconosciuto che, soprattutto quando scrive sul sito (sotto mentite spoglie) Giovanni Graziani, c'è anche un certo taglio giornalistico brillante, tra le varie porcherie.

Vi è poi un secondo portale totalmente diverso.
Se il 9 marzo, culturalmente (volendo usare termini generosi il 17 di agosto) si rifà all'esperienza storica della Fisba e di Mario Romani (soprattutto l'ultimo Mario Romani aggiungerei io), l'altro sito: Sindacalmente (www.sindacalmente.org) nasce prevalentemente dal contributo di fimmini torinesi, alcuni purtroppo scomparsi, come Alberto Tridente e Toni Ferigo.
Sindacalmente è stato da sempre molto attento ai temi internazionali (non solo sindacali) ed è una lettura istruttiva, equilibrata, ricca, piacevole.
Lo consiglio a tutti. Ma proprio a tutti, anche ai dirigenti più in linea che ci siano...
Soprattutto quando NON collabora con il 9 marzo.

Ora il 9 marzo, dopo che erano apparsi alcuni commenti e altri commenti dei commenti, anche miei, mi ha dedicato ieri l'onore di un intero articolo.
Non è la prima volta che si occupano di me, di solito appaiono insulti a casaccio su come faccio il formatore, mi si da dell'estremista di sinistra o, addirittura, mi è stato imputato di aver curato un libro Giulio Pastore (peraltro molto diffuso e usato nella formazione sindacale cislina) senza aver inserito un contributo, non si sa a quale titolo, di Savino Pezzotta.

Ieri nel contributo diciamo anonim-redazionale "Bisogna saper scegliere in tempo" https://www.il9marzo.it/?p=10608 hanno fatto un gran minestrone, pur imputando i minestroni al sottoscritto.

Hanno ricordato due precedenti "epurazioni" (tra le tante) al Centro Studi di Firenze.
La prima, almeno a suo dire, capitata nel 1960 addirittura a Gino Giugni, reo di essere troppo socialista e troppo poco cattolico, ma forse anche di essere diventato consulente, all'epoca, anche dell'Intersind.
Di Gino Giugni ho promosso, presso il Centro Studi, la conservazione della raccolta degli appunti delle lezioni di un grande sindacalista: Maresco Ballini, il primo degli allievi di Don Lorenzo Milani (fin da Calenzano, prima di Barbiana) ad essere diventato sindacalista.

La seconda epurazione avrebbe riguardato lo stesso Mario Romani, che ruppe con Bruno Storti alla vigilia del mitico congresso del "potere contro potere" del luglio 1969.
Un congresso storico in cui il mio "mito" Carniti (all'epoca, pochi lo ricordano, in tandem con il suo ex compagno di corso al Centro Studi Franco Marini) perse di pochissimo nei numeri, ma riuscì a far passare cosucce come l'incompatibilità assoluta tra cariche sindacali e politiche e una generosa apertura all'unità sindacale organica (fortemente avversata, invece, da Mario Romani e dalle federazioni di categorie rimaste a lui fedeli, in primis agricoli ed elettrici).
Insomma paragoni illustri.

Ho provato a spiegare agli "amici" del 9 marzo (e anche ad altri) che io non sono vittima di alcuna epurazione.
Sono in Via della Piazzola dall'ottobre 2012 (al Cesos dal luglio 2005, in Via Po, con incarichi che ricopro in parte tutt'oggi, dal giugno 2007).

E' vero, nel momento di tensione con la segreteria generale Cisl, mi sono stati tolti alcuni corsi, ma mi sono anche stati quasi subito restituiti.
E' vero anche che ho fatto gli scatoloni, più che altro per un moto di repulsione interiore, ma il mio ufficio al primo piano è pienamente operativo, tanto che la Cisl, con il mio coordinamento, ha, per esempio, da pochissimo vinto un nuovo progetto europeo.

Scrive il 9 marzo, questa volta dicendo una verità e una bugia,: "Di conseguenza i libri di Lauria (uno di quelli per i quali la storia vera della Cisl comincia con Carniti, e che in funzione del mito di Carniti rilegge Pastore e Romani) che erano stati lodati e apprezzati, ma non necessariamente letti, dai massimi dirigenti, all’improvviso non lo sono più".
Anche su questa ultima frase nelle prossime settimane ci saranno sorprese, ma diamo tempo al tempo...

Non è assolutamente vero invece, che, per me, la storia della Cisl cominci con Carniti, come mi ha accusato sconsideratamente ieri anche un amico del 9 marzo, Giampiero Bianchi.
Io affermo solo, con migliaia di altri, che Carniti (esistono peraltro, come ho spiegato ieri, più Carniti nel corso dei decenni...) non rappresenta un'eresia, un incidente della storia cislina, ma che, come Pippo Morelli, peraltro, è un figlio assolutamente legittimo di quella storia, avendo anche contribuito ad inverare alcune idee forza, come appunto la piena autonomia sindacale e, udite, udite, "amici" del 9 marzo, la vera "verticalizzazione" della Cisl con la presa di vigore e reale indipendenza delle federazioni di categoria.
Carniti, poi, nelle campagne di Castel Leone, nasce come agricolo, non come metalmeccanico, ma è una lunga storia...

Il 9 marzo poi mi "dedica" una canzone del mio maestro Francesco Guccini.
Eskimo parla però di una domenica in settembre.
Oggi siamo in una domenica, ben più calda, di agosto.
Insomma, usando impropriamente il maestro che, in questi giorni, villeggia, come ogni anno, a Pavana, sulle colline al confine tra Toscana ed Emilia, vicino alla mia terra d'adozione pistoiese, gli anonimi detrattori mi accusano, sostanzialmente, di essere un vigliacco che si sveglia troppo tardi e che, direbbe Guccini gira; "con le tette al vento".
Nelle 14 quartine di Eskimo c'è grande e bellissima poesia.
Non sporcherei il genio di Guccini per polemiche di bassa lega.
Non sprecherei, "amici" del 9 marzo, Guccini e nemmeno un eskimo usato, per me.
Solo, magari, rileggetevi i miei (questa volta brevi) scritti del 2010-2012 su Mario Romani e l'esperienza culturale dell'Iscla Cisl, per cui intervistai (probabilmente la sua ultima intervista prima di morire) Vincenzo Saba.
Rileggetevi il testo, aggiornato, pubblicato un mese fa in Lessico Sindacale, a cura di Aldo Carera, non di Che Guevara.

Sulle accuse di mancato o di tardivo coraggio, non vi seguo proprio.
Chi mi conosce davvero sa quanti prezzi ho pagato in vent'anni per mantenere coerenza, schiena dritta e visione.
Rischiate, invece, come alcuni dirigenti periferici di Via Po, di essere "più realisti del re".

Penso alla vicenda delle 150 ore per il diritto allo studio da voi e da Giampiero Bianchi considerata esperienza colpevolmente rivoluzionaria in eskimo (non so se nuovo o malandato) ed, invece, come racconta Bruno Manghi, felicemente accolta, all'epoca degli eskimi, dallo stesso Mario Romani, allora pro rettore dell'Università Cattolica di Milano.
Ma di questo parleremo nella prossima puntata...
Cordialità (ma non troppo!)

Francesco Lauria