martedì 15 settembre 2026

LA VOCE DEI LAVORATORI NON SI LICENZIA. STORIA DI SIMONE, MARGHERITA, DELIO, DELL'ACCA E... MIA. TUTTI/E A MILANO IL 19 SETTEMBRE!

Simone Vivoli è, dal 1989, un lavoratore ex Sip, poi Telecom, adesso Tim

Da trent'anni svolge attività sindacale è stato eletto più volte Rsu ed Rls (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza.

Recentemente, non una, ma due volte (si lo so, è agghiacciante, ma non sorprendente) da Tim.

Simone Vivoli, che opera e vive a Firenze, è, oltre che lavoratore e rappresentante dei lavoratori, anche un sindacalista.

E', infatti, componente della segreteria nazionale della Flmu-Cub, la gloriosa sigla sindacale nata, tra il 1991 e il 1992, dalla storica e importantissima esperienza della Fim Cisl di Milano, guidata a suo tempo, da Piergiorgio Tiboni, sulle orme di Pierre Carniti (soprattutto del primo Pierre Carniti).

Le contestazioni disciplinari e poi i due licenziamenti, chiaramente ritorsivi, discriminatori, illegittimi sono dovuti al fatto che Simone Vivoli ha svolto, con generosità e gratuità, attività sindacale in un contesto, aziendale e settoriale, a livello nazionale, in cui le tutele si riducono sempre di più.

Il salto tecnologico digitale, ormai, fortemente legato all'intelligenza artificiale e all'uso massivo dell'algoritmo, viene riversato sulle persone che lavorano comprimendone dignità e diritti.

La sua colpa? 

Aver usato la mail aziendale per dare alcuni informazioni sindacali e lavorative (non contro l'azienda!) a lavoratori non più direttamente Tim, ma provenienti dall'ex azienda di stato e, in seguito, a seguito del percorso che ho ricostruito in calce a questo articolo, esternalizzati ad un Fondo Straniero.

Una fine esemplificativa per un ex azienda di Stato privatizzata, peraltro nota per azioni invasive di controllo potenzialmente lesive della privacy.

Simone Vivoli, nell'intervista rilasciata al canale Youtube Rosso Fastidio, ci parla anche dei cicli contrattuali che, come lavoratore delle telecomunicazioni, ha accompagnato, pur nella riduzione delle tutele e nell'aumento, direi inevitabile e pienamente legittimo, della vertenzialità individuale aziendale.

Il doppio licenziamento del sindacalista di livello nazionale (lavoratore Sip, Telecom, Tim da quasi quarant'anni) è stato, ovviamente, già impugnato e ci sono già state azioni di sciopero, petizioni e presidi cui anche io ho volentieri e con piena convinzione e solidarietà partecipato.

La storia di Simone si intreccia con quella altrettanto cruenta e inquietante del licenziamento della coordinatrice delle Rsu all'ospedale San Raffaele di Milano di Margherita Napoletano e di Delio Fantasia, sindacalista Flmu Cub alla Stellantis di Cassino.

La vicenda, gravissima, anche perchè legata alla tema della sanità e della salute (anche qui privatizzata...) di Margherita Napoletano è riassunta in maniera sintetica nella breve intervista che ho svolto con lei all'ospedale San Raffaele, durante il presidio permanente in suo supporto:

Qui la sua gucciniana "rivolta tra le dita".

https://www.youtube.com/shorts/g8oYUyKA9vw

In forme diverse, la vicenda di Simone Vivoli, ricorda anche con la mia, anche per l'azione in due tempi dell'azienda (evidentemente non pienamente convinta delle sue prime, gravi, attività, a mio parere, palesemente ritorsive).

Chi si fosse "perso" la mia storia la trova riassunta, con inconsueta sintesi, in questa mia intervista a Francesco Zambelli a Radio Onda d'Urto, intitolata: "Licenziamento per Ingiusta Causa": https://www.youtube.com/watch?v=2FbPtHxAPsw&t=330s

Tornando a Simone Vivoli, la sua è una storia personale e collettiva che si intreccia con le trasformazioni societarie nel mondo della telefonia e di internet, fino alla recentissima operazione di Poste Italiane su una Tim scorporata che ho ricostruito in calce all'articolo.

La repressione democratica, come in tutto il mondo, si riversa anche sulla democrazia nei luoghi di lavoro, sull'agibilità della rappresentanza e dell'azione sindacale, sia essa legata alla vertenzialità individuale che alla contrattazione collettiva.

E' un tema che riguarda tutti e tutte, a partire dai più fragili.

Ho ovviamente nella mente e nel cuore, per fare un esempio particolarmente me caro, i lavoratori della logistica della filiera tessile dello scarto nella piana pratese e sestese.

Ho ancora dentro, pur con la soddisfazione legata alla successiva soluzione positiva della vertenza avvenuta grazie all'azione eccezionale, caparbia, eroica dei lavoratori e del Sudd Cobas, l'eco della pelle dei manifestanti strappata, violata, trascinata via, sull'asfalto bollente mentre veniva assaltato dai padroncini il presidio sindacale a Seano.

Avveniva non in Colombia, non in Israele, non in Pakistan, ma sotto i nostri occhi, tra Campi Bisenzio e Prato, quest'estate.

Per tutto questo è stata convocata una importante manifestazione prevista per sabato 19 settembre dalle ore 10 a Milano, con partenza da Via Palestro.

Non possiamo mancare se vogliamo difendere la democrazia nel lavoro e in generale in questo Paese.

E più in generale in tutto il mondo nella repressione e nella militarizzazione permamente.

Per le adesioni alla manifestazione è possibile scrivere a: osr.cub@gmail.com

Intanto massima solidarietà, condividendone la condizione umana, professionale, sindacale a Simone, Margherita, Delio... e, certamente, anche ad altri che condividono la nostra difficile, dolorosa condizione.

Qui il link all'intervista integrale di Simone Vivoli:

https://www.youtube.com/watch?v=ry9_6G8suQ8

Per rialzarsi bisogna prima cadere!

Francesco Lauria


Breve storia (non gloriosa) di Telecom Italia e Tim.

🔎 La Privatizzazione (1997)

Nel mese di ottobre del 1997, sotto il primo governo guidato da Romano Prodi, l'allora Ministero del Tesoro realizzò quella che fu definita "la madre di tutte le privatizzazioni" in Italia.

·       La fusione preventiva (1994): Prima della vendita sul mercato, lo Stato unificò sotto l'unica sigla "Telecom Italia" le preesistenti cinque società pubbliche di telecomunicazioni: SIP, Iritel, Italcable, Telespazio e SIRM.

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·       L'incasso da record: L'operazione portò nelle casse dello Stato circa 26.000 miliardi di lire, liberando quasi interamente la quota pubblica per rispettare i parametri di bilancio europei legati all'ingresso dell'Euro.

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·       L'instabilità del controllo: A differenza di altre aziende privatizzate (come Eni o Enel), lo Stato italiano scelse di non mantenere una quota di controllo strategico a lungo termine. Questo espose la società a continui e radicali cambi di proprietà:

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      1999: L'Invasione della cosiddetta "razza padana" guidata da Roberto Colaninno con l'OPA di Olivetti (con un carico significativo di debiti riversati sull’azienda).

2001: Il passaggio della mano al gruppo Pirelli di Marco Tronchetti Provera. 

      Anni successivi: L'ingresso di grandi soci stranieri come la spagnola Telefonica e la francese Vivendi.

🤝 Gli Accordi Sindacali Storici e Recenti

La gestione del personale in Telecom Italia è sempre stata un termometro delle relazioni industriali in Italia, passando da fasi di forte tensione a intese innovative per ammortizzare i mutamenti tecnologici e le ristrutturazioni aziendali.

·       Dalla tutela pensionistica ai primi esuberi: Già all'inizio degli anni '90 i sindacati lottarono per preservare i diritti pensionistici dei dipendenti statali nel passaggio al contratto privato. Con l'avvento della privatizzazione e della concorrenza, le sigle sindacali dovettero gestire pesanti piani di riorganizzazione e ammortizzatori sociali.

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·       I Contratti di Solidarietà: Per tutelare i posti di lavoro di fronte alle forti ristrutturazioni e alla cessione degli asset di rete, l'azienda e i sindacati (Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil) hanno fatto ricorso massiccio ai contratti di solidarietà. Ad esempio, l'accordo quadro valido fino a fine 2026 prevede riduzioni dell'orario di lavoro compensate dall'integrazione salariale del Fondo Bilaterale di Settore, salvaguardando il perimetro occupazionale.

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·       L'innovazione sul Lavoro Agile: TIM è stata tra le prime grandi aziende italiane a regolamentare lo smart working su larga scala. Gli accordi sindacali più recenti definiscono i parametri del lavoro agile strutturato e tutelano la qualità della vita lavorativa anche per settori complessi come il Customer Care.

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·       Piani di uscita volontaria ed esodi: Nel 2026, le intese sindacali si sono concentrate sulla gestione degli esuberi derivanti dalla separazione della rete (NetCo/FiberCop), introducendo scivoli pensionistici e percorsi di accompagnamento volontari fino a 60 mesi grazie al supporto dell'INPS.

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Integrare, poi, la storia di TIM (Telecom Italia Mobile) all'interno di quella della capogruppo Telecom Italia significa ripercorrere un continuo processo di scissioni, fusioni e cambi di marchio. La traiettoria di TIM riflette l'evoluzione tecnologica italiana, passando da pioniera della telefonia mobile a brand unico del gruppo.

La nascita di TIM e il boom commerciale (1995-1996)

Subito dopo la nascita di Telecom Italia (1994), il management comprese che la telefonia mobile necessitava di una gestione dedicata e flessibile per competere sul neonato mercato regolamentato.

·       La scissione (1995): Il 28 giugno 1995 nacque ufficialmente TIM (Telecom Italia Mobile S.p.A.) tramite una scissione parziale delle attività radiomobili da Telecom Italia.

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·       La rivoluzione della TIM Card (1996): Nell'ottobre del 1996, TIM introdusse la prima carta telefonica prepagata e ricaricabile al mondo per la rete GSM. Fu un'innovazione commerciale di portata globale che trasformò il telefono cellulare da strumento d'élite a bene di consumo di massa, accelerando una crescita industriale senza precedenti.

La prima grande fusione societaria (2005)

Fino ai primi anni duemila, Telecom Italia (rete fissa) e TIM (rete mobile) erano due società distinte e quotate separatamente in Borsa, pur facendo parte dello stesso gruppo. La situazione cambiò drasticamente dopo l'arrivo della gestione Pirelli (Marco Tronchetti Provera).

·       L'OPA del 2005: Nel tentativo di accorciare la catena societaria e, soprattutto, di attingere direttamente alla straordinaria cassa e liquidità generate dalla telefonia mobile, Telecom Italia lanciò un'Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) per riassorbire il 44% di TIM quotato sul mercato.

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·       L'esplosione del debito: L'operazione costò decine di miliardi di euro. Finanziata massicciamente a debito tramite pool bancari, portò l'esposizione finanziaria complessiva di Telecom Italia a sfiorare i 47 miliardi di euro, condizionando pesantemente la capacità d'investimento del gruppo negli anni a venire. TIM perse l'autonomia societaria ma mantenne il proprio marchio commerciale per la telefonia mobile.

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·       Il Rebranding: Telecom diventa TIM (2015-2016)

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Per vent'anni, i consumatori hanno associato il marchio Telecom Italia al telefono fisso di casa (la storica scia rossa) e TIM al telefonino. Nel biennio 2015-2016 l'azienda decise di semplificare radicalmente la propria identità.

·       Il marchio unico (2015): Sotto la guida dell'Amministratore Delegato Marco Patuano, il gruppo decise di far convergere tutti i servizi (fisso, mobile e internet) sotto il solo marchio TIM, mandando progressivamente in pensione il nome Telecom Italia per le offerte commerciali.

·       Il cambio di denominazione (2019): A livello societario e istituzionale, la trasformazione si completò definitivamente nel 2019, quando la holding mutò ufficialmente il proprio nome in Gruppo TIM.

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·       Lo scorporo della Rete: La fine dell'operatore integrato (2024-2026)

L'ultimo e più drastico capitolo di questa storia integrata è lo smantellamento del modello societario verticale nato negli anni '90.

La vendita della rete fissa (2024): Il 1° luglio 2024 è stata finalizzata la cessione della rete infrastrutturale fissa (NetCo) al fondo americano KKR, confluita in FiberCop.

·       L'attuale assetto: Con questa storica separazione, il Gruppo TIM ha cessato di essere il monopolista proprietario della rete in rame e fibra. Oggi opera sul mercato prevalentemente come Service Company (ServCo), concentrandosi sulla fornitura di servizi di connettività e digitali ai clienti finali (Consumer ed Enterprise) e mantenendo sotto il proprio controllo la rete mobile e i Data Center.


L’OPAS di Poste Italiane su TIM

Nel settembre 2026 si è poi conclusa con successo la storica Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane su TIM.

·       Il controllo del gruppo: Al termine della prima finestra di adesione (11 settembre 2026), Poste Italiane ha superato gli obiettivi iniziali conquistando il 66,6% del capitale di TIM.

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·       Il rilancio decisivo: Per superare le iniziali prudenze dei grandi fondi d'investimento, il consiglio di amministrazione guidato da Matteo Del Fante ha eliminato la clausola di soglia minima e ha alzato la componente in denaro a 1,97 euro per azione (oltre al concambio azionario).

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·       La nascita di un colosso nazionale: L'integrazione darà vita a un gigante industriale da circa 27 miliardi di euro di ricavi e 150.000 dipendenti. L'obiettivo strategico dichiarato dai vertici Poste Italiane è blindare la sovranità digitale del Paese e guidare lo sviluppo delle infrastrutture legate all'Intelligenza Artificiale.

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·       Prossimi passi: Dal 21 al 25 settembre 2026 si aprirà una finestra di riapertura dei termini per le adesioni residue, dopodiché inizieranno le attività operative per fondere le due strutture.

lunedì 14 settembre 2026

"...COL TIMONE ARRISCHIARE DI SAPERE COME TAGLIARE IL MARE". BUON PRIMO GIORNO DI SCUOLA RAGAZZE E RAGAZZI!

"(...) Ora comincia un tempo impegnativo, giorno per giorno.

Cominceranno le corse, gli autobus, le mamme che vi portano...

E' l'occasione di un allenamento per la vostra vita e per la vostra storia.

Vale la pena allenarsi bene. 

Perchè la vita non ci fa sconti. 

Ci chiede occasioni di crescita.

Chi chiede una radicalità

Ci chiede di rinunciare a noi stessi per andare incontro all'altro/a.

Inoltre la scuola è il tempo dell'amicizia, della fraternità...

(...) Si vince, infatti, in questa gara che è la Vita, solo l'uno insieme all'altro. 

Mai da soli.

Poi ci sarà anche la vostra specifica storia, la vostra professionalità in divenire, quello per cui vi state preparando.

Custodite la bellezza di approfondire. 

Non siate ragazze e ragazzi di superficie.

Non accontentatevi di quanto è scontato, scaricato in fretta da internet, andate in profondità, cogliete il valore delle cose, lo starci nelle cose, nella cultura.

C'è un detto scout che dice:

"Le cose più belle della vita non passano dalla testa, ma dai piedi"

Camminate, ragazzi e ragazze, nella cultura e nella sua fraternità. 

Buona scuola!"

Il Vescovo Augusto, persino sui social, persino con una forse discutibile musica di sottofondo, ha il pregio, raro, di essere opportuno, nell'ascolto, quanto nella parola, nella postura del pensiero, quanto nella relazione, aperta, con l'altro/a.

Non parla di sè, del proprio primo giorno di scuola o di seminario, o, che ne so, del proprio orsacchiotto, si mette subito nei panni dei ragazzi e delle ragazze, dei protagonisti della storia e della scuola.

Certo quanto sono importanti anche gli insegnanti, il personale scolastico, i genitori, i fratelli e le sorelle. I nonni,

Ma il messaggio è proprio per te, ragazzo, ragazza che hai finito il "tempo lungo, importante, bello delle vacanze" e ora inizi un cammino diverso: non da solo, non da sola.

Come ci ha detto Augusto ieri il tempo della vita, ma anche quello della scuola non sempre è facile.

Quindici anni fa esatti, decisi di inaugurare la prima edizione del mio libro sulle 150 ore per il diritto allo studio (la scuola da... adulti, lavoratori, lavoratrici e non solo...) con una poesia, non la più famosa, di Danilo Dolci, intitolata: "Il dio delle zecche".

Recita così:

"Quando le raffiche della burrasca

crescono

deve inventare l'angolo, ogni tratto,

a cui la furia sommergente infonda

forza avanzante -

col timone arrischiare di sapere

come tagliare il mare".

La scuola, mi piace usare questa immagine del grande pedagogo triestin-siciliano, protagonista di Pace del nostro Novecento, forse troppo inavvertito, è come un timone collettivo.

Quel timone che, per usare, un po' traslate, le parole di Don Lorenzo Milani è l'occasione, collettiva, ma solitaria, faccio eco di Monsignor Mascagna, di spostare anche di un centimetro verso il bene comune, con l'intelligenza condivisa, il destino del mondo.

Non un destino astratto, ma quello di ciascuno e ciascuna di noi.

Ascoltavo commosso i compagni e gli insegnanti di Lorenzo Andreotti, il giovane pistoiese portato via da una fulminea, inesorabile, terribile, inaspettata malattia, un anno fa, proprio mentre stava per iniziare il proprio ultimo anno di scuole superiori al Liceo Forteguerri.

L'occasione era l'intitolazione a lui della sala Polivalente di Naturart e mi venivano in mente, ancora, le parole di Don Lorenzo, questa volta sugli educatori, sugli insegnanti:

"Non colui/colei che trasmette nozioni, ma che "intercetta" il futuro dei ragazzi e delle ragazze e accende in loro il desiderio di sapere".

Grande era il desiderio di sapere di Lorenzo Andreotti, lo scrivo senza alcuna retorica, ma nella certezza della verità, così come infinito, mai sazio era il suo desiderio di condividere con gli altri questo sapere, frammento essenziale, invisibile agli occhi, di un mosaico collettivo e gratuito del Bene.

La rivoluzione educativa di don Milani, ma anche di Danilo Dolci e delle 150 ore per il diritto allo studio, scompagina schemi e ruoli prefissati, gerarchici.

Nulla di ideologico, per carità, molto di umano, vivo, vissuto.

Silenzio che diventa voce, esilio che si fa casa, bene fragile e comune, da costruire insieme.

Pensando alle paure da affrontare e alla necessità di radicalità del nostro tempo che ci ha proposto il nostro Vescovo Augusto, vengono alla mente l'inizio e la fine di un testo di una poetessa romagnola, Mariangela Gualtieri:

"Forse si muore oggi - senza morire.

Si spegne il fuoco al centro. (...)

A chi chiedere aiuto? (...)

Si faccia avanti chi sa fare il pane.

Si faccia avanti chi sa crescere il grano.

Cominciamo da qui".

Si, cominciamo da qui: "accorgiamoci di essere vivi/e".

Buon primo giorno di scuola ragazze e ragazzi, "magnifica umanità".

anzi Buona Scuola in generale, perchè non è l'istante, ma il percorso, il cammino ad essere importante.

Ci troveremo, ancora, insieme, "col timone,

ad arrischiare di sapere come tagliare il mare"...

Camminando, si apre il cammino!

Francesco Lauria

P.S. Nell'immagine il "Santo Scolaro", presente nella Chiesa di Barbiana e debitore alla storia del Piccolo Principe, realizzato dai ragazzi e dalle ragazze di quel minuscolo punto di infinito che avevano appreso l'"arte povera" del mosaico da alcune suore tedesche...

domenica 13 settembre 2026

IO, CAPECCHI (GIOVANNI), MONICA BELLUCCI, IL TRIANGOLO, L'IKEA, L'ODORE DI BRUCIATO E... I RIBELLI HOUTHI!

Dopo essere stato alla Messa domenicale delle otto del mattino alla Chiesa di San Paolo, nel centro di Pistoia, sarei dovuto tornare a casa per proseguire nella stesura lavorativa di un progetto europeo di imminentissima scadenza.

Le politiche di impatto generazionale e la relativa strategia dell'Unione Europea mi aspettavano, pronte, sulla mia scrivania.

E, invece, no.

Il demone del consumo mi ha inesorabilmente preso e ho deciso, senza nemmeno risalire in casa, di dirigermi sicuro verso Sesto Fiorentino, destinazione Ikea.

L'obiettivo di acquisto: un modesto scaffale, peraltro con una scelta improbabile e discutibile di colore: lilla chiaro.

D'altronde devo ancora finire di svuotare la cantina del mio appartamento, piena di scatoloni di libri provenienti dal mio ufficio dismesso di Fiesole, presso il Centro Studi Nazionale della Cisl, dove ero dotato di enormi e assolutamente piene librerie provenienti dalla, altrettanto dismessa, biblioteca del Centro.

Lo scaffale non sarebbe stato certo decisivo, ma mi avrebbe permesso, almeno, di disfare una scatola, forse una e mezzo delle quaranta rimanenti.

Preso da questo ambizioso e risolutivo progetto, ho imboccato sicuro l'autostrada, orgoglioso anche di aver risparmiato sette secondi al casello con il mio nuovo Telepass, "robe" da Partita Iva.

Mi trovavo sulla mia Dacia Sandero Gpl Blu, km circa 160.000, acquistata usata un paio di anni fa a 94.000, sopravvissuta a mille complicazioni, problemi, imprevisti.

Un po' in garanzia.

E un po' no.

Già vedevo all'orizzonte le scritte gialle in campo blu della multinazionale svedese e la fila della domenica mattina di fedeli soldati del consumo.

Come il sottoscritto.

Nelle settimane precedenti avevo contato sul cruscotto della Dacia ventuno diverse spie accese (manco a Las Vegas...) e due volte in cui la macchina da sola aveva cambiato da Gpl a benzina (rischiando di farmi rimanere a piedi per mancanza di carburante).

Avevo anche fissato il controllo con l'officina, ma il pienone post ferie mi aveva spinto in là: 23 settembre...

Confidavo che il problema fosse solo di un pervasivo contatto elettrico, d'altronde come fa una macchina, pur popolare, pur usatissima, pur a Gpl (che, comunque, di questi tempi fa risparmiare parecchio...) ad aver problemi rispettivamente per:

- ripartenza in salita;

- rischio blocco motore;

- funzionamento iniezione;

- radar anteriore non attivo;

- Esc (qualcuno/a sa cosa sia? magari un suggerimento in dialetto???);

- raffreddamento non operativo; 

- anomalia elettronica (così in generale...);

- controllo filtri antinquinamento;

- preriscaldamento delle candelette... etc.

Fosse apparsa, ad esempio, anche una spia gialla, che ne so: "pare che i ribelli Houthi abbiano preso il controllo del tuo vano motore e vogliano un riscatto", non ci avrei fatto particolarmente caso...

Una più, una meno...

Tra le varie cose non funzionanti della mia Dacia, oltre a una portiera che non si apre da dentro (mica ci vogliamo fermare agli aspetti elettrici eh...) c'è anche la porta Usb per caricare il cellulare.

Che sulla Dacia Sandero, macchina del popolo, un po' come le vecchie Trabant della Ddr, è una sola, invece della gemella ricca, la Renault Clio che ne ha due...

Non è un particolare secondario, lo vedrete tra poco.

Già dall'uscita di Messa, dove, a causa della Prima Lettura, della lettera di San Paolo, del Vangelo, mi aveva preso un'ansia da perdonatore seriale, mi ero messo a dialogare su Facebook con una cara persona che, pur con garbo e gentilezza, è un dispensatore compulsivo e pressochè automatico di complimenti, elogi, encomi a Giovanni Capecchi e a tutta la sua giunta extralarghissima...

Salvatore è una cara persona, ma io credo sinceramente che consideri, quasi in forma messianica, Giovanni Capecchi come un intreccio perfetto tra Maria Montessori, Martin Luther King e... Monica Bellucci!

E poi, come ha detto giustamente il sacerdote dall'altare durante la Messa, il perdono, per essere solido e duraturo, non vive di un momento, ma alimenta un percorso...

Già mi immagino un fiorente business del futuro, le statuette di Capecchi in stile Padre Pio pistoiese, da piazzare durante il tour in oltre trenta date nei vari quartieri e frazioni del Comune di Pistoia.

Come diceva l'antico adagio, anche di bertinelliana memoria: "Dall'Orsigna a Bottegone, dal Manzanarre al Reno..." 

No, forse sto facendo un po' di confusione.

Ma ve lo immaginate quanto si svilupperebbe, fiorente, il collezionismo?

Chi brandirebbe una statuina di Giovanni Capecchi a Villa di Baggio, chi a Bonelle, chi, rarissima, a Villa di Sopra... Chi in versione Condor...

E gli scambi...? Ti do due Capecchi a Bottegone con Giusti, io te ne do tre in Vaticano con il cardinale Mattia Nesti...!

Io uno, in versione speciale estiva, con Olimpia Banci all'isola d'Elba...

E così via...

L'impegno di Salvatore, di gran lunga superiore all'Istituto Luce, alla Pravda o, che ne so, non vorrei però esagerare, alla più recente linea editoriale di Report Pistoia (o Q, come si chiama ora) mi aveva un po' indiposto(forse esageratamente, lo ammetto) e avevo già velocemente abbandonato i propositi perdonanti nei confronti del sindaco e dei suoi collaboratori/collaboratrici...

Per rispondere colpo su colpo, come al solito.

Avevo addirittura fermato la mia simpatica Dacia blu in un'area di sosta per non contravvenire al codice della strada e stavo per postare il mio 5443esimo commento critico/ostile alla Giunta considerando solo quelli di questa domenica mattina.

Ero riuscito a trovare un 344esimo sinonimo di "male assoluto" per il componente di gabinetto (il suo ruolo si chiama così, che ci volete fare...) Alessio Dolfi ed ero risalito anche ad alcuni avi di Giovanni Capecchi nella preistoria che, pare, avessero cacciato un mammut senza regolare licenza (ma la cosa è da dimostrare, i documenti che lo attestano, dopo così tanto tempo, sono un po' rovinati...)

All'improvviso il messaggio terribile: "questo telefono si spegnerà tra dieci secondi".

Nove.

Otto.

Sei.

Tre.

Riesco, in zona cesarini, a postare il controverso certificato di morte del mammut e mi trovo nudo, senza telefono cellulare. Settembre 2026.

Passata l'uscita di Sesto, ormai diretto verso l'Ikea comincio a sentire un po' di puzza, manco mi trovassi, che ne so, a Capannori.

Tra me e me penso: "ho fatto proprio bene a prendere posizione contro il raddoppio dell'inceneritore, tecnologia obsoleta e la Piana, come dicono i miei amici di Montale, ha già dato!"

Continuo a pensare (penso troppo, lo so...): "questo odore sembra proprio l'odore di bruciato di un motore..."

Proprio come se ci fossero problemi di iniezione, un po' come le mie spie (non quelle della Ddr, non siamo al Centro Studi...)

Smetto di pensare.

La macchina si ferma nel punto più inadatto del mondo, appena prima della rotonda che porta all'Ikea, in piena corsia di mardia, in uno dei punti più trafficati del mondo, paragonabile, che ne so, alla tangenziale di Singapore o alla superstrada più centrale di New York...

Niente anche l'acceleratore non da più segni di vita, si incanta.

Cominciano a suonarmi.

Metto le quattro frecce.

Scendo. 

Devo essere così impacciato che, dall'altro senso di marcia, due signori fiorentini si fermano e, pietosi, mi danno una mano.

Metto il triangolo (che, nello sfilarlo dalla custodia mi cade, pure, su un piede...)

Ho il cellulare scarico, molto comodo per uno, come me, fermo e fumante, in pieno traffico.

Per farla breve. riesco, aiutato da diverse persone, in una commovente catena umana di cellulari in prestito, a contattare il carro attrezzi dell'assicurazione che, devo ammettere, arriva anche prima del previsto (è anche vero che la mia macchina ferma si vedeva, credo, fin dall'Abetone... non avevo fatto, forzatamente, mio malgrado, un parcheggio timido).

Liberatomi della maledetta Sandero, appropriatomi dei miei soliti millecinquecento libri al seguito, non mi rimaneva che caricare il cellulare per definire meglio le regole di ingaggio con l'assicurazione.

E qui entrano in gioco, di nuovo, la globalizzazione, il capitalismo, etc.

Scopro l'esistenza della catena Tecnomat. D'altronde la Dacia lì di fianco si era fermata.

Uno di quei posti adatti alle persone opposte al sottoscritto che, quando riesce semplicemente a sostituire una lampadina, si sente la reincarnazione di Leonardo Da Vinci.

Il negozio all'ingrosso per uomini veri, roba da patriarcato Mediterraneo alla Vannacci, è un formicaio.

In una specie di gabbia trasparente ci sono le tute arancioni del servizio clienti.


Scopro anche che la Tecnomat, ci sono pubblicità persino in bagno, fa "partecipare i dipendenti agli utili".

La cosa andrebbe indagata bene, anche per mia deformazione sindacale, ma non ho tempo.

Sfodero il mio sorriso migliore, misto ad un po' di vittimismo e scelgo la mia tuta arancione a cui chiedere il favore di caricare il cellulare (non avevo nemmeno il caricabatterie).

La risposta mi atterrisce:
"Non è previsto dalle nostre procedure".

Raramente una parola, in vita mia, mi era sembrata più respingente, burocratica.

Dietro la tuta arancione ci sono almeno una decina di cellulari in carica, ma, saranno, probabilmente, aziendali.

Il mio sguardo triste da Calimero ferito, la lacrima finta che sta per scendere dall'occhio destro fanno breccia.

"Sento i responsabili..."

Quel plurale un po', mi atterrisce, ma attendo con pazienza e speranza (d'altronde non avevo particolari alternative..)

La telefonata è lunghissima, già mi vedo il signor Tecnomat che ascolta la mia storia, fin dalla preistoria del trisavolo di Giovanni Capecchi e dal mammut....

Chissà, mi chiedo, se a prendere la decisione finale sarà un umano o, ormai, un algoritmo?

Lo sguardo pietoso della mia tuta arancione mi rassicura.

Permesso speciale, specialissimo, assegnato allo "sfigato dell'anno"!
Pare che metteranno la cosa nel loro bilancio sociale, ma va benissimo, il cellulare è in carica.

Mangio qualcosa al bar senza attentare troppo alla mia dieta e aspetto.

Leggo, nel frattempo, un po' del libro: "La partecipazione come agente trasformativo" della poliedrica e creativa Elena Ferro, segretaria della Camera del Lavoro di Torino.

Il cellulare è di nuovo operativo, posso pianificare il, non semplice, rientro verso Pistoia.

Mentre aspetto per almeno un'ora il taxi fornito dall'assicurazione della Dacia (verso la stazione di Sesto, non fatevi strane idee...) penso tra me e me.

Che cosa stavo facendo un attimo prima che si spegnesse il telefono e che si fermasse, con, peraltro, inevitabili danni, la macchina?

Le spie stile Las Vegas erano settimane che si accendevano come al Luna Park.

La risposta è inevitabile: "stavo postando il mio milionesimo commento critico su Giovanni Capecchi e la sua Giunta".

Penso a Salvatore e ai tanti grandi appassionati che attribuiscono al sindaco capacità messianiche, poteri taumaturgici, escatologici, sovrannaturali.

Torno all'indietro con la memoria.

Il dito si ritrae dal tasto.

Il messaggio critico numero 54.437bis della domenica mattina non viene postato.

Come in un sogno la mia macchina prosegue verso l'Ikea e il pacchianissimo scaffale lilla chiaro (che nemmeno quelle radicalone temerarie di "Non una di meno", avrebbero il coraggio, secondo me, di comprare...)

Insomma, se nei prossimi giorni non mi vedrete criticare la mancata convocazione di una commissione consiliare sui rifiuti a causa di improbabili impegni dei componenti Pd, o l'ultimo videopost di Dolfi-Capecchi da Villa di Baggio-Tosiland, sapete perchè!

Se mi vedrete mettere, in modo davvero inconsulto, un like, che ne so, ad un post di Alessandro Errigo, capogruppo della Lista Capecchi (alla Lista no, ma solo perchè non pubblica più nulla dal 23 maggio, loro che dovevano rivoluzionare il modo di fare politica a Pistoia...) sapete il perche!

Quasi quasi una statuetta con Giovanni Capecchi che ne so, patrono di Viale Adua, me la compro anche io.


Magari la faccio anche benedire dal Vescovo Mascagna e certificare dal Prefetto.

Di questi tempi, per di più con i ribelli Houthi in giro (e metti che magari si alleino con i terribili riformisti del Pd...), non si sa mai...!

Continua?

Francesco Lauria

venerdì 11 settembre 2026

LORENZO: LA MIA VOCE, LA GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE. CANTARE E DANZARE, USCIRE IN MARE APERTO. "PER CAMBIARE IL MONDO BISOGNA ESSERCI".

LORENZO: LA MIA VOCE,

LA GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE.

Mentre fai colazione,

mangi una mela,

ti piace una torta

la vuoi comperare.

Mentre prepari il pranzo

per King, il tuo cane

o gusti un gelato

per il tuo piacere.

Non dimenticare

le colombe

che chiedono il pane.

Mentre annaffi il giardino,

leggero ti muovi

col piede a sfiorare

gigli e boccioli.

Mentre ti fai una doccia

perché oggi è festa

e vuoi profumare

dai piedi alla testa.

Non dimenticare

chi attende

ogni goccia dal cielo...

Voglio sulla mia bara,

sette spighe di sole

niente fiori né viole,

voglio, invece, danzare.

La mia voce risale,

dagli abissi del mare

la poesia è la mia patria

il mio tetto è il "cantare".

Mentre liberi un canto

Di rime per trovare un senso

A questo soffrire.

Mentre alzi un cartello

Per dire il Governo

ha sbagliato

E non può rimediare.

Non dimenticarti in silenzio

Chi è obbligato a restare.

Mentre apri la porta di casa

E tua madre ti vede,

saluta, sorride,

Mentre attendi con ansia

Tua moglie rientrare

E quanto ritorna

ti sembra Natale.

Non dimenticare

Chi è ancora 

sta lì

ad aspettare…

In valigia ho un maglione,

porterò alla mia fine,

Dentifricio e profumo

Non mi posson mancare.

Morte aspetta un momento

Mia sicaria del cuore.

Vorrei prendere un libro

Poi son pronto ad andare.

Mentre conti le stelle

Racconti una storia

a tuo figlio

che non vuol dormire.

Mentre sganci

una bomba

con il tuo aeroplano

su un bimbo

che gioca in cortile,

Non dimenticare,

non dimenticate,

non dimentichiamo

Chi vuole la Pace,

Chi chiede la Pace!

Babbo,

Voglio sulla mia bara

Sette spighe di sole

Niente fiori né viole.

Voi potete danzare.

La mia voce risale

dagli abissi del mare

La poesia

è la mia patria

Il mio è tetto

È il "cantare".

Sono Lorenzo…

Il mio tetto

è tremare.

Il mio tetto

è pregare.

La mia “luna”

La nostra “luna”

è Fengari.

La mia Voce

è Amare…

(Tratto da un testo originale di Francesco Camattini, con alcune, piccole

 modifiche/integrazioni mie, ma, soprattutto, di Lorenzo... 

I versi sono liberamente debitori  alla poesia "Pensa agli altri". Uno dei

 componimenti più celebri del grande poeta palestinese Mahmud Darwish).

https://www.youtube.com/watch?v=R8pgO2hQJ58 )

"Jacopo, ma tu me lo racconteresti un tuo ricordo di Lorenzo?"

"Babbo, mi ricordo un episodio durante il lungo in viaggio in treno verso Termoli. Eravamo con la squadra dell'H2Sport, avevamo quasi raggiunto i campionati di nuoto.

Mi ricordo che il treno, all'improvviso, ha fatto una brusca frenata, stavo cadendo.

E mi ricordo che Lorenzo c'era, era lì a sostenermi. Non sono caduto grazie a lui".

Questa conversazione ha, ormai dodici mesi meno un giorno, perchè questo è il lasso di tempo che ci separa dai partecipatissimi e commoventi funerali di Lorenzo Andreotti, studente del liceo Forteguerri di Pistoia, volontario della Maic, scacchista, nuotatore, musicista e tanto, tantissimo altro.

La malattia inesorabile, terribile, beffarda di Lorenzo è durata sostanzialmente un mese.

Nessun appello, un soffio di una sera di fine estate lo ha portato terrenamente via.

Fulmineo lo ha sottratto ai suoi genitori, a suo fratello, agli amici, alle tante persone con le quali faceva volontariato, inserito anche in un percorso di Fede, ai compagni della scuola e della squadra, ai suoi scacchi, ai tasti neri e bianchi della sua tastiera,, ebano e avorio, al bellissimo cane King.

Quando, ieri sera, sono salito sul palco principalmente per dare coraggio e forza a Ylenia, l'allenatrice di Lorenzo, Jacopo e dei ragazzi e ragazze dell'H2 sport che, insieme a centinaia e centinaia di persone affollavano la sala polivalente del Naturart Village, mi tremavano le gambe.

Io che non ho mai paura di nulla, che parlo in pubblico fin da quando ero bambino, ieri tremavo senza difese di fronte alla bellezza d'infinito, alla luce che irradiava su ciascuno e ciascuna, questo ragazzo.

Ho cercato, per fare forza a me, lo sguardo di Paolo, il babbo di Lorenzo.

Ho misurato in lui l'essere sbriciolati dalla tragedia e dal dolore, provvisoriamente annientati.

E' però, nelle tantissime iniziative che sono state raccontate ieri sera, nella sala Polivalente di Naturart Village della Giorgio Tesi Group che, dopo anche la benedizione del Vescovo di Pistoia Augusto Mascagna, è diventata la sala "Lorenzo Andreotti", noi non abbiamo trovato solo il "fare" volontariato, il "fare del bene".

Abbiamo incontrato un "bene che nasce".

Noi, tutti e tutte noi, abbiamo ritrovato la storia di Lorenzo, il suo essere ed esistere, la sua voce attraverso una musica che è anche struggente preghiera.

I sogni, i sorrisi, l'esserci sempre di Lorenzo, come anche su quel treno per Termoli. I sassi.

Già, quei sassi che vengono portati sulle cime delle montagne, prevalentemente del nostro Appennino, con scritta una frase di Lorenzo che ce lo racconta, come un tatuaggio ricordandoci: "la grandezza delle piccole cose".

Negli occhi di Paolo e di Gianmarco, fratello di Lorenzo, divenuto inaspettato studente di Medicina dopo la tragedia e che oggi, con determinazione, responsabilità e coraggio, presiede l'associazione: "Fengari - In Cammino con Lorenzo" abbiamo ritrovato il dolore e la ferita, ma anche la rinascita.

La resurrezione di Lorenzo.

Fengari, in greco moderno, significa "luna" e, coerentemente con questo stupendo giovane ragazzo pistoiese, è stato scelto come nome dell'associazione in sua memoria e in suo futuro, come simbolo di luce e di speranza.

Potrei scrivere a lungo di quante cose sono state fatte in un anno da chi ne ha voluto ricordare e onorare la memoria: dalle sculture, alle borse di studio, di quanto è stato vissuto da Lourdes a Cutigliano, fino alla dedica del campo estivo che si conclude oggi. dei ragazzi e delle ragazze del Liceo Forteguerri.

Ma voglio fare eco, risonanza delle parole di ieri sera di don Diego Pancaldo, Presidente e assistente spirituale della Fondazione Maic, amico e insegnante di religione di Lorenzo, al liceo.

Don Diego ci ha raccontato tanti aspetti di un percorso di volontariato, studio e spiritualità iniziato da giovanissimo, approfonditosi, rafforzatosi nel tempo.

Ci ha raccontato del luglio 2025 e dell'accompagnamento da parte di Lorenzo, un mese prima del sorgere della malattia, due prima della morte, di un ospite disabile piuttosto anziano e "impegnativo" della Fondazione Maic, durante il soggiorno comunitario al mare, di due settimane.

Ma ci ha raccontato anche del "mistero di Lorenzo", il suo esserci per il mondo ogni giorno, a partire da chi gli era prossimo/a.

Esserci alle lodi mattutine delle otto, poi in un servizio fedele che era diventato amicizia spontanea e riconoscente, perchè il Bene moltiplica il Bene, fino alla Messa delle sette e un quarto della sera.

Ha paragonato la figura di Lorenzo a quella, bellissima, tragica e dolcissima di Etty Hillesum (1914-1943).

In soli ventinove anni di vita, prima di essere inghiottita come Anna Frank dal buio del lager, Etty Hillesum ci ha lasciato un eccezionale tesoro di pensiero sulla vita offesa, su Dio, sul male e sulla bellezza, sulla speranza che non si rassegna.

Una vita breve e intensissima, una testimonianza folgorante.

Etty, proprio come Lorenzo, ci illumina e ci interroga.

Ci chiama. 

Ci chiede di essere compagni e compagne, "cum panis", coloro, credenti e non credenti non importa, che spezzano il pane insieme.

Lorenzo ed Etty, anche tramite la bellezza del volontariato, quello vero, non paternalismo caritatevole, ma scommessa, condivisione e occasione di Vita, ci mettono di fronte all'imprevisto della Fede.

E ci invitano ad uscire all'aperto.

Proprio come hanno fatto, pur feriti nell'anima, Paolo e Giancarlo e, in modo diverso, intimo, ne sono certo anche la mamma di Lorenzo.

Non esiste, infatti, Resurrezione senza Crocifissione, con lo smarrimento profondo che tutto questo comporta.

"Oltre l'invisibile, c'è un abisso di energia" come cantano i Gen Rosso.

Si è parlato ieri di Lorenzo, citando Papa Francesco, come di un: "santo della porta accanto".

E ci è stato raccontato come in un tema, imperfetto, Lorenzo avesse colto le mille sfumature che Papa Leone XIV, eletto da soli sei giorni, riusciva ad utilizzare per definire e promuovere la Pace.

Non ci serve, però, mitizzare questo ragazzo che, come tutti gli adolescenti, avrà avuto anche le sue cadute, le sue difficoltà, le sue ferite.

La sua imperfezione che era, certamente, anche continuo "divenire".

Non ci serve "allontanare" Lorenzo dai suoi amici, dalle sue comunità, metterlo in una teca di cristallo, magari con qualche reliquia.

Fugacità di un attimo, battito del ciglio, levità di un angelo: come possiamo sussurrare, annunciare, ricordare?

Prendiamoci Lorenzo sulle spalle e nel cuore.

Senza interpretare, ma lasciandoci attraversare dai suoi sogni, pur nel dolore, inevitabile e duraturo, del distacco.

Ascoltiamo, ripetiamo, custodiamo dentro, una frase del profeta Isaia che lui stesso aveva scelto e che tanto ha stupito e ammirato il Vescovo di Pistoia Augusto:

"Il più piccolo diventerà un migliaio.

Io, il Signore, affretterò le cose a suo tempo".

Ylenia ieri sera ha rivelato a tutti e a tutte una cosa che io non sapevo.

Due anni prima di vincere le gare Lorenzo non sapeva nuotare. 

Un po' come i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine che, con Don Lorenzo (il nome risuona...) Milani, abitavano la piccola scuola di Barbiana, alle pendici del Monte Giovi.

Per superare la paura di nuotare, costruirono, insieme, una piscina, peraltro imperfetta e un po' storta.

Nella piscina, che ancora oggi si trova Barbiana, proprio verso le pendici del monte da cui scende la fonte dell'acqua, si imparava a nuotare, si sorrideva, si sognava, si amava.

Si viveva e superava insieme la paura di affogare, di non farcela, di non essere adeguati/e.

A Termoli o in altri luoghi, due anni dopo Lorenzo, che poco prima non sapeva nuotare, vinceva le medaglie.

Non aveva questo come obiettivo principale, proprio come quei ragazzi figli di poveri mezzadri e che mai, nella loro vita, avevano visto il mare.

La storia, la vita di Lorenzo ci dicono, anche, che non sempre serve e si può toccare per primi il bordo della piscina.

Che la meta è il cammino.

Che ogni bracciata è respiro, attimo immenso, infinito.

Gratitudine e gratuità senza difese, senza tempo eppure nella storia, nella nostra storia e nella nostra Vita.

Perchè, soprattutto, Lorenzo c'era.

C'è.

Ci sarà sempre.

E noi, grati e grate, non possiamo non esserci, non "stare" con lui.

Avvolto e avvolti nel suo Mistero.

Cercatori/cercatrici mai stanchi di infinito, riconoscenti a una Vita trafitta, che sconfigge la tenebra, la morte, che ci riscalda e ci cura dal vento forte e dalla pioggia battente.

Lorenzo a me pare come la piccola imbarcazione del quadro impressionista del pittore francese Claude Monet, intitolato: "Barca a vela, effetto sera".

Ha lasciato questa terra, come ci hanno ricordato Paolo, Giancarlo e don Diego, infatti alla sera, poco dopo le ore venti.

Eppure quel quadro, come ci suggerisce don Gianluca Zurra, già assistente giovanile dell'Azione Cattolica, potrebbe essere ribattezzato: "Uscire all'aperto" o, forse, ancora meglio, "Rinascita".

A differenza di molte altre opere, anche più conosciute di Monet, in cui tutti i dettagli, cose e persone, vengono sfumati, come se fossero avvolti da un velo nebbioso, in "Barca a vela, effetto sera", l'imbarcazione è, invece, ben delineata. 

Non c'è posto, infatti, per la nebbia: la barca che prende il largo, come Lorenzo e noi con lui, trova la propria identità, come i ragazzi e le ragazze di diciotto anni o poco più, l'età di Lorenzo al momento della sua scomparsa.

Delinea i propri contorni, lasciandosi cullare dalle onde, muovendo verso un orizzonte che ricerca sfumature di serenità, bellezza e Vita.

Quel quadro e quei colori furono realmente dipinti da un Monet riconoscente nell'ottobre del 1885, dopo giorni e giorni di pioggia, buio, tempesta.

Lorenzo è quindi, per noi, senza caricarlo di aspettative, ma non sfuggendo all'incontro con lui e con la sua storia autentica: una possibilità di cambiamento e, per chi crede, di conversione.

Un "autore e perfezionatore" della Fede. Di "molte fedi", in realtà.

Non ci rassicura Lorenzo, il suo dramma, la sua perdita sono di fronte a noi e ignorarle sarebbe come tradirlo.

E' però è lì a dirci, un po' come Padre Ernesto Balducci, che il tramonto (la sera che lo ha portato via...) e l'alba hanno colori molto simili.

Che le sfumature dell'aurora, se rimaniamo svegli, come ci hanno insegnato Cervantes, Dossetti e Guccini, possono albeggiare dopo i giorni di buio.

Non possiamo controllare tutto: l'imprevisto, il rischio della Fede sono di fronte a noi.

Scompaginano le carte, stracciano le agende, ridefiniscono, stravolgono le nostre priorità.

Lorenzo, con la sua storia, con la sua Vita, ci invita, laicamente, ad essere discepoli e, allo stesso tempo testimoni.

Una possibilità e una scelta che, se le vogliamo vivere insieme, continueranno ad alimentarsi del suo sguardo, dei suoi sogni, delle sue note.

Strumenti di Pace.

Per tutto questo, e concludo, ci dice Lorenzo-Leonida bisogna lottare senza risparmiaci, cercare un fine, donare la vita, non rinunciando, quando serve, ad una lancia nonviolenta

Proprio come quella che sta nel logo dell'associazione "Fengari-In Cammino con Lorenzo".

Quando serve, infatti, "per cambiare il mondo, a partire dalla grandezza delle piccole cose", bisogna esserci", bloccare il passo e, allo stesso tempo, aprire varchi, costruire ponti, valicare fiumi, oltrepassare confini, spezzare fucili, fare scudo con il proprio corpo e con la propria anima.

Non avere paura e nuotare. Anche in mare aperto.

Nuotare fin che ce n'è, fino all'ultimo respiro, all'ultimo soffio, gustando l'ultimo sorso di acqua fresca, come ha fatto Lorenzo un giorno prima di morire.

Non avere paura, senza ubrìs, nemmeno se, come gli spartani di Leonida, si è in trecento di fronte a trecentomila.

"Dove due o più di due sono riuniti nel mio nome, io, sono con loro..."

E Lorenzo, non da solo, c'è.

Ci sarà.

Sempre e per sempre.

Ora, imperfetti e storti,

tocca a noi.

Francesco Lauria