lunedì 21 settembre 2026

LA CITTA' DELLA LOGGIA P2 O DELLA PACE PACE? LA SCELTA DI MARICA E QUELLA DI GIOVANNI. DI FRANCESCA E MIA. SIATECI OGGI (prima parte...)

                  

Ci sono articoli e riflessioni che non vorresti mai "dover" scrivere.

Mai. 

Quello che state leggendo, soprattutto nella seconda parte che verrà, è uno di questi.

Vi chiedo pertanto di fare uno sforzo a cui non siamo più (vale anche per me) abituati.

Fate un respiro lungo, allontanate il cellulare, a meno che non lo stiate usando per leggere queste mie parole.

Provate a immaginare, a modo vostro, ma con l'intento di avvicinarvi il più possibile al reale, con il sudore della concretezza, quello che state leggendo.

Pensate ai volti, ai sorrisi che non ci sono più, ma che sono stati, alle scelte, al dolore, al dubbio e alla ricerca della verità in un mare oscuro di menzogna.

Non accontentatevi, non accontentiamoci mai del si dice, del pregiudizio, di quanto ci è più comodo e funzionale, di quanto ci appaga e magari ci "paga".

Provate, per favore, nel leggere questo racconto sincero a immergervi nella "rivoluzione del silenzio", abbassate i rumori di fondo, cercate di entrarci in questa storia vera, certo raccontata da un modesto co-protagonista, con il suo personale sguardo.

Una storia concreta, fatta di speranza e di merda, di impegno e di violenza, di desiderio, aspirazione, ricerca di Pace e di ipocrisia, vigliaccheria, conformismo, odore, puzzolente, e anche un po' mafioso, di clan.

Anche perchè si tratta di una vicenda che, sappiatelo, ovuque stiate leggendo questo mio scritto, vi riguarda.

Ci riguarda. Tutte e tutti.

Riguarda i meccanismi della democrazia e della partecipazione, ma anche il desiderio di giustizia, si collega all'etica nella cosa pubblica, che non sempre coincide perfettamente con la legge, ma è qualcosa di più grande, di più ambizioso, certo, mai perfetto.

Moralità, non significa, infatti, facile, comodo moralismo.

Quando ho aperto gli occhi su alcuni aspetti e su alcuni poteri della città che mi ospita, Pistoia, la città del maestro venerabile Licio Gelli, dove, certo passando anche per Arezzo, è nata e si è sviluppata la loggia massonica eversiva P2, l'ho fatto per mio interesse personale e antico, ma anche perchè ne sono stato colpito, quasi casualmente.

Colpito come da un pugno sferrato con le borchie tra le dita, niente di teorico o di estatico, ci tengo a chiarirlo.

In una città, Pistoia, che si è autoproclamata, autocelebrata ieri "città della Pace", purtroppo non ho potuto partecipare direttamente, in un tempo terribile di guerra e riarmo, che, però, non può limitarsi ai gesti simbolici e pubblicitari.

Certi valori, certe "idee forza", certe lotte nonviolente, che sono fondamentali gesti e stili di Vita e di Governo, si vivono in prima persona, non si (auto)proclamano.

E, proprio come sembra affermare il sindaco Giovanni Capecchi, non si può parlare di Pace con la guerra nel cuore, annientando il dialogo, frantumando, distruggendo, smembrando le persone.

Spezziamoli davvero i fucili, viviamola davvero, nel tempo e nella cultura, non per finta o per postura, la fiaccola della Pace, Pace.

Non credo, sia chiaro, che Pistoia sia una città molto più massonica, omertosa, corrotta, che ne so, di Siena, ma, certamente essa, proclami di Pace o meno, ha dentro di sè alcuni germi di violenza e complicità pervasiva che è difficile anche spiegare, riuscire raccontare senza essere travolti.

E' più facile, purtroppo, approfondire, testimoniare senza essere creduti, come è successo anche a Tina Anselmi.

Anselmi fu guida, lei democristiana, della commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2 su incarico e intuizione soprattutto del socialista Sandro Pertini e della comunista Nilde Iotti.

Scriveva nei suoi diari "segreti", Tina Anselmi, partigiana, (non scrivo "staffetta", è riduttivo...), nominata (finalmente...) per prima, Ministra donna della Repubblica esattamente cinquanta anni fa, nel 1976:

"La P2 è stata una grande abbuffata di potere, nutrita della cultura consolidata in luoghi storicamente, superbamente maschili: massoneria, chiesa, esercito, mafia e polizia."

Che la P2 fosse una bruttissima storia prettamente maschile, che una grande madre della Repubblica aveva contribuito a scoperchiare lo dimostra, indirettamente, anche la lettura della lista dei Ministri del Governo Forlani, in carica nel marzo 1981, quando furono trovati gli elenchi della loggia P2 a Castiglion Fibocchi.

Da questi elenchi, come è ampiamente noto in città, risulta, tra i tanti, anche Ilvo Capecchi, potente politico, accademico e banchiere pistoiese, peraltro presidente, per oltre dieci anni, della nota, allora localmente potentissima, anche se oggi ormai estinta, banca cittadina.

Nel marzo del 1981, quando, con una modalità certo, con il senno di poi un po' sospetta vennero trovati i famosi (e vistosamente parziali...) elenchi, il Governo della Repubblica era un quadripartito Dc, Psi, Psdi, Pri (mancavano i liberali...).

I Ministri contando anche il marchigiano Arnaldo Forlani che, poco più di dieci anni dopo, da segretario della Democrazia Cristiana, verrà annichilito, durante il processo Cusani, in diretta Tv da Antonio Di Pietro, allora paladino di Mani Pulite, vedeva, al suo interno, ventuno ministri.

Ventuno uomini.

Zero donne.

Zero.

Scriveva, ancora, Tina Anselmi: "Basta una sola persona che ci governa sia ricattata o ricattabile perché la democrazia sia a rischio…"

E poi: "Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4".

Nelle pagine dei diari viene descritta dalla Anselmi l'amarezza di dover subire continue e limacciose accuse di essere: "ossessionata da Gelli" e minacce (le fecero trovare del tritolo vicino a casa).

Non si contavano, espliciti od occulti, anche gli attacchi personali, affrontati però con la fermezza di ex partigiana: «Questo Paese - affermava l'ex combattente Gabriella - non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non nascerà un nuovo senso del dovere».

I diari di Tina Anselmi non testimoniano quindi una paranoia, un po' isterica, un po' femminile, ma la lucida sofferenza di una donna delle istituzioni che ha visto da vicino il "retrobottega oscuro, nero" della Repubblica, pagando il prezzo politico dell'isolamento per non aver accettato compromessi con la propria coscienza e con il proprio senso del dovere e di una democrazia nata dalla lotta partigiana e dalla Resistenza.

Un prezzo che la portò a non essere rieletta nel 1992 perchè la Democrazia Cristiana, un attimo prima del suo tracollo, aveva deciso di punirla per la sua ostinata onestà, negandole il consueto collegio elettorale, candidandola a "perdere".

D'altronde Francesco Cossiga, da Presidente della Repubblica (e non dimentichiamo il suo ruolo di Ministro dell'Interno durante il quarto Governo Andreotti che gestì, tra collusioni e depistaggi, il c.d. "caso Moro") ebbe, incredibilmente, ad affermare all'inizio degli anni Novanta:

"Di questa questione della P2 non mi sono mai impicciato, non so di cosa si tratti, non mi sento vincolato dalle risultanze della Commissione parlamentare..."

Una frase perfettamente echeggiata dall'attuale Ministro della Giustizia, l'ex magistrato "nero" Carlo Nordio, durante la campagna per il referendum sulla riforma della magistratura, in gran parte perfettamente coincidente con il Piano di Rinascita Nazionale della P2.

Senza pudore, come è noto, Nordio affermava di non conoscere minimamente i contenuti, peraltro arcinoti, del Piano stesso.

Andando oltre la Anselmi, ma con infinita e indelebile gratitudine nei suoi confronti, aggiungo anche che non parlo della P2 a Pistoia per sentito dire.

Ormai oltre dieci anni fa, mi sono trovato, per puro caso e con la un po' sana incoscienza dell'immigrato di recente insediamento, a trattare l'acquisto di una casa nella zona ex Permaflex, a Gello, in Via Vecchia Montanina.

Mi interfacciavo direttamente, come tecnico sia condominiale che di parte, con Osvaldo Gori, anziano geometra, grande, fraterno amico di Licio Gelli, che aveva anche contribuito a salvare dalla fucilazione da parte dei partigiani durante la Resistenza (non c'è tempo di approfondire la controversa interazione di Gelli con i partigiani pistoiesi, in particolare nell'epico episodio delle Ville Sbertoli...)

Una società pistoiese, proprietaria di parte dell'ex Permaflex, peraltro, si chiamava (e credo ancora si chiami) non so se per un omaggio o, semplicemente, per uno scherzo beffardo della storia, proprio: "Sviluppo 2". 

Gori, pur malato e quasi privo di voce, era un uomo ancora di grande potere nella Pistoia allora ancora governata dal centrosinistra e dal Pd.

Il geometra "numero 50" dell'ordine di Pistoia, mi ricordava spesso che, ad esempio negli anni Novanta, nei periodi in cui il suo sodale riusciva ad essere libero dagli arresti domiciliari a Villa Wanda, Gelli, con lui, tornava trionfalmente nella sua città natale e: "i vigili, per farlo passare, fermavano sempre il traffico".

Non ho modo, ovviamente, di verificare queste affermazioni, riferite a me e ad altri, con un sorriso compiaciuto di chi si è, credo, sempre sentito dalla parte giusta della storia, ma posso dire di aver tastato in prima persona che, ancora nel 2014, prima della sua morte e di quella di Gelli, non nel 1981, Osvaldo Gori, a Pistoia, fosse ancora molto potente.

Ci sarebbe poi da ricostruire latitanze, arresti, fughe, evasioni di Gelli, incredibilmente colpito da condanne lievissime, peraltro fatte scontare con la piuma e principalmente dal comodo divano di Villa Wanda.

Licio Gelli, come è notorio, è scomparso nel dicembre del 2015 e ha testardamente voluto funerali assolutamente pistoiesi, celebrati presso la Misericordia.

Pochi sanno, inoltre, che Gelli, come ha più volte ricordato un suo grande fan, lo scrittore viterbese Mirko Crocoli, autore del volume, non privo di interesse, pur se indubbiamente e dichiaratamente dalla parte di Gelli: "Loggia P2. Una storia unica", abbia progressivamente donato, cimeli, documenti e ricordi all'Archivio di Stato di Pistoia, sito in Piazzetta Scuole Normali 2. (E questo due non ce lo leveremo proprio mai di torno...).

Colpisce pero, con amarezza, la prefazione al libro di Crocoli di Salvatore Augello che si spinge ad affermare che la P2 con ogni probabilità: "mirava al tentativo di riproporre in Italia quello che Videla aveva imposto agli argentini: un processo di riorganizzazione nazionale".

Stiamo parlando di una delle dittature più feroci dell'Occidente, che ha prodotto decine di migliaia di decaparecidos, spesso gettati vivi nell'Oceano dagli aerei militari e dati in pasto ai pescecani.

Una dittatura che ha rubato bambini e bambini, i figli e ormai oggi nipoti delle coraggiosissime, ostinate "pazze" di Plaza de Mayo.

Non è stato un caso, quindi, che in piena campagna elettorale, solo due giorni dopo l'incontro sull'immigrazione del 13 maggio che si era svolto presso la Libreria Lo Spazio, sia stata da me proposta e organizzata, attraverso l'Associazione Sognare da Svegli, proprio a Pistoia, presso il circolo Arci di Capostrada, l'anteprima nazionale del nuovo docufilm sulla strage neofascista e di Stato di Piazza della Loggia.

Non è, ovviamente, un caso, poi, che il docufilm, che si può visionare gratuitamente qui:

https://www.arcoiris.tv/scheda/it/91868/addC si intitoli: "La loggia del silenzio".

Fu, quella di Brescia, una strage davvero infame, vigliacca che ha visto, ormai è storia, il coinvolgimento della P2 e di Licio Gelli, oltre che di incredibili e terribili connivenze degli apparati deviati dello Stato e il probabile supporto della Nato, un cui comando si trovava nella vicina e nerissima Verona.

E non è stato un caso che siano stati presenti fisicamente a Pistoia, con me, la giornalista Daniela Preziosi, co-autrice del docufilm e Giovanni Bachelet, portavoce del Comitato della Società Civile per il No alla riforma "piduista" della magistratura, il cui padre Vittorio, già presidente nazionale dell'Azione Cattolica, fu ucciso dalle Brigate Rosse mentre era vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Vittorio Bachelet fu poi sostituito, e non fu certo un caso, proprio, da un piduista.

Non è stato , poi, un caso che Manlio Milani, Presidente del Comitato delle Vittime (o meglio dei "caduti") di Piazza della Loggia e della Casa della Memoria di Brescia, abbia indirizzato, sempre tramite me (scusate, ma quando ci vuole ci vuole...) un messaggio alla città di Pistoia, patria di Licio Gelli.

Lo trovate qui: "Non distruggere i sogni", il saluto a Pistoia di Manlio Milani:

https://sognaredasvegli.blogspot.com/2026/05/non-distruggere-i-sogni-la-lettera-ai.html

Infine, non è stato un caso che Benedetta Tobagi, anche lei "figlia" dell'orrore del terrorismo rosso, abbia inviato un filmato sempre alla città di Pistoia, sempre in occasione dell'evento del 15 maggio scorso.

Eccolo: "Perchè ricordare Brescia", il video di Benedetta Tobagi per l'iniziativa del 15 maggio scorso:

https://www.youtube.com/watch?v=5oeYmSeEX4k 

Stiamo parlando della stessa iniziativa che è stata beceramente boicottata da molti/ein città e in primis, immagino per mera immaturità e ignoranza, trattenendo le locandine che, imprudentemente, gli erano state affidate, da Alessio Dolfi, attuale membro del gabinetto del sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi (che invece intervenne all'iniziativa, va riconosciuto...).

Chiudo con tre elementi legati alla Resistenza, di ieri, di oggi e di domani...

1) "Continuiamo la lotta per una società più giusta". Una mia intervista a Franco Castrezzati, il sindacalista ed ex partigiano che stava parlando dal palco in Piazza della Loggia, a nome del comitato unitario antifascista, durante lo scoppio della bomba, scomparso recentemente all'età di 99 anni:https://cislbrescia.it/wp-content/uploads/2014/05/Continuiamo-a-lottare-per-una-societ%C3%A0-pi%C3%B9-giusta.pdf

2) L'invito all'incontro di oggi sulla Resistenza delle donne, alle ore 18, al circolo Acli di Montemagno (Quarrata) con la presentazione del volume della storica Margherita Becchetti: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/non-per-bellezza-martedi-22-settembre.html

3) Una riflessione finale di Tina Anselmi, per me non semplice perchè, nella giornata internazionale della Pace, ci interroga sull'uso delle armi, tratta dal libro, da lei curato insieme alla mia amica Anna Vinci: "Storia di una passione politica" che, proprio come oggi a Montemagno, ci racconta che: "per cambiare il mondo bisogna esserci":

"Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciassette, giovane, come tante, nella Resistenza.

Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità.

Nella normalità trovammo la forza per opporci all'orrore, il coraggio, a volte mi viene da dire la nostra beata incoscienza.

E così alla morte che ci minacciava, che colpiva le famiglie, gli amici, i paesi, rispondemmo con il desiderio di vita.

Bastava aprire la porta di casa per incrociare il crepitare delle armi, le file degli sfollati, imbattersi nella ricerca dei dispersi, partecipare all'angoscia delle donne in attesa di un ritorno che forse non ci sarebbe mai stato: ma le macerie erano fuori, non dentro di noi.

E se l'unico modo di riprenderci ciò che ci avevano tolto era di imbracciare il fucile, ebbene l'avremmo fatto.

Volevamo costruire un mondo migliore non solo per noi, ma per coloro che subivano, che non vedevano, non potevano o non volevano guardare. (...)"

Francesco Lauria

P.S. Sì, ovviamente, nella seconda puntata, per chi avrà la gentilezza e la curiosità di leggere, parlerò di Marica Setaro, Giovanni e Francesca Capecchi e di me. O, meglio, di quello che ne resta.

domenica 20 settembre 2026

"NON PER BELLEZZA". MARTEDI' 22 SETTEMBRE A MONTEMAGNO LA PRESENTAZIONE DEL VOLUME DI MARGHERITA BECCHETTI SULLA RESISTENZA DELLE DONNE.

Si svolgerà martedì 22 settembre, dalle ore 18, al circolo Acli di Montemagno (Quarrata) l'incontro/dibattito di presentazione del libro della storica emiliana Margherita Becchetti: 
"Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana".

Il libro, edito da Mup, propone con capacità di sintesi e chiarezza una profonda rilettura critica del ruolo delle donne nella Resistenza italiana, provando a scardinare i pregiudizi di genere che per decenni hanno ridotto la partecipazione femminile a un mero "contributo" secondario.

Anche il termine di "staffetta partigiana", pur celebrato dalla quasi omonima canzone di Vinicio Capossela, valorizza un termine oggettivamente "perimetrale", spesso volutamente riduttivo: una staffetta, se uomo/maschio, veniva, infatti, normalmente chiamata: "ufficiale di collegamento".

Il libro di Margherita Becchetti adotta la prospettiva della storia di genere per restituire piena centralità politica ed esistenziale alle donne partigiane, evidenziando anche le complessità del loro rapporto con i compagni uomini.

Il titolo del volume si ispira a una celebre dichiarazione della partigiana Elsa Oliva. Nella primavera del 1944, salendo in montagna per unirsi a una formazione partigiana, la Oliva mise subito in chiaro le cose con gli uomini del distaccamento e dichiarò che non fosse lì per fare la serva o per cercare un fidanzato, ma pretese un'arma, specificando che l'avrebbe tenuta «non per bellezza». 

Si tratta di un aneddoto che ben riassume lo spirito del libro: la rivendicazione di una scelta di lotta consapevole, determinata e paritaria.

Prendendo a prestito i sei capitoli del saggio è possibile enucleare alcune parole chiave che potranno essere approfondite dai lettori e dalle lettrici del libro: 

Scegliere;

Trasgredire;

Pregiudizi;

Senza armi (non ci sono contraddizioni con la frase di Teresa Oliva);

Il male;

Crescere.

Un tema chiave del volume, non sempre presente nei libri sulla Resistenza, è l'analisi del post-Liberazione. 

Nonostante la tardiva conquista del diritto di voto (di cui ricorre quest'anno l'80° anniversario), l'esperienza liberatrice della Resistenza non si tradusse immediatamente in una reale emancipazione sociale delle donne nel dopoguerra. 

Molte partigiane vennero spinte a tornare alla "normalità" domestica e i loro meriti furono silenziati o minimizzati dalla memoria pubblica ufficiale, dominata da una narrazione prevalentemente maschile che, fin dalle sfilate del 25 aprile, spesso le escluse forzatamente dalla partecipazione o pretese che si dovessero vestire, in maniera "ben pensante", da infermiere.

Anche se va ricordato che una delle foto iconiche della Resistenza italiana, utilizzata anche da Benedetta Tobagi per il suo splendido libro: "La Resistenza delle donne", una foto "femminile e armata" è notoriamente un'immagine pistoiese.

Ad organizzare l'incontro del 22 settembre prossimo sono le Acli Provinciali di Pistoia e Regionali della Toscana, la sezione Anpi di Quarrata, il Circolo Acli di Montemagno e l'Associazione Sognare da Svegli, con il patrocinio della Città di Quarrata,

Insieme a Becchetti, autrice del volume, a partire dalle ore 18, ci saranno il  giornalista pistoiese Maurizio Gori che modererà l'incontro, Francesco Lauria, Presidente dell'Associazione Sognare da Svegli, la ricercatrice dell'Istituto Storico della Resistenza di Firenze e della Toscana Giada Kogovsek, la Presidente Regionale delle Acli toscane Elena Pampana. 

sabato 19 settembre 2026

"LA VOCE DEI LAVORATORI NON SI LICENZIA!" COMIZIO PIAZZA DELLA SCALA A MILANO.

Intervento di Francesco Lauria (Cub, già rappresentante dei lavoratori della Cisl nazionale, licenziato, ritorsivamente e discriminatoriamente, a ottobre 2025) alla manifestazione nazionale convocata in solidarietà a Margherita Napoletano (sindacalista e coordinatrice delle Rsu, licenziata dall'Ospedale privato San Raffaele di Milano), Simone Vivoli (segretario nazionale Flmu-Cub, licenziato, due volte, a Firenze da Tim), Delio Fantasia (sindacalista Cub, licenziato a Cassino da Stellantis).

https://www.youtube.com/watch?v=lRV7zjP9oFs&t=20s

Alcuni estratti dell'intervento...

"Abbiamo appena ascoltato insieme la canzone: "I cento passi".

Io vengo da Pistoia, la città della P2 e di Licio Gelli. (...)

C'è un'alternativa all'economia di guerra che sfrutta, licenzia, uccide. L'alternativa siamo noi: pane e rose, ponti e barricate, poesia e prosa, desideri e bisogni, conflitto e Pace. 

Noi prendiamo parola!

Con il pensiero e il cuore a Gaza, noi siamo Voce collettiva contro il silenzio dell'indifferenza, dell'ipocrisia, del conformismo.

Siamo di fronte a una democrazia sempre più svuotata, militarizzata, non accetteremo mai una politica che non fa politica e sindacati (gli altri sindacati) che non fanno più sindacato.

Noi siamo scandalo, siamo alterità! 

Siamo, insieme, giustizia!

Uniamo le lotte! 

L'alternativa siamo NOI!!!".

Per maggiori informazioni e approfondimenti qui il racconto del viaggio verso Milano e del perchè di una lotta e di una speranza condivise per chi e con chi avrà 18 anni nel 2030...

https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2026/09/this-i-promise-you-te-che-avrai-18-anni.html

"Camminando si apre il cammino..."

venerdì 18 settembre 2026

"THIS I PROMISE YOU". LOTTARE PER TE (CON TE?) CHE AVRAI 18 ANNI NEL 2030... SVEGLIARCI INSIEME ALL'AURORA.


La sveglia è puntata alle 4.35 del mattino.
Sabato 19 settembre.

Con un po' di eccesso di ansia (e inevitabile sfiducia rispetto ad Autolinee Toscane) avevo, infatti, deciso di prendere, con anticipo, il primo bus del mattino verso la stazione di Pistoia.
Quello delle 5.27...

Destinazione Milano: manifestazione nazionale: "La voce dei lavoratori non si licenzia", promossa, insieme a decine e decine di realtà, dal sindacalismo di base: CUB, Confederazione Unitaria di Base e USI (lo storico sindacato anarchico o, almeno, un pezzo...)

Milano è la città dell'ospedale privato San Raffaele, Gruppo San Donato, che ha licenziato ritorsivamente l'ingegnera biomedico Margherita Napoletano, Rls e coodinatrice delle Rsu, ma anche la città dove hanno sede gli uffici di Tim che, sempre ritorsivamente, ha licenziato (due volte!) Simone Vivoli, Rsu e segretario nazionale Flmu Cub.
E oggi non dimentichiamo nemmeno il licenziamento del sindacalista Cub Delio Fantasia, "fatto fuori" da Stellantis a Cassino.

Oggi è il quindicesimo compleanno di mio figlio Jacopo.
Come per tanti genitori sembra ieri quando lo tenevo in braccio sostenendolo con una mano, mentre ora è più alto di me, un colosso di adolescente che mi da non poco filo da tessere...

Non sempre è facile lo ammetto, capirli i sogni di un adolescente, stare sul filo che, salvaguardando la protezione, non sconfina nell'oppressione e nel dialogo tra sordi.

Come penso sia normale, specialmente oggi, ma ovviamente non solo, il mio pensiero principale è lui che, nel 2030, avrà diciotto anni, compiuti da qualche mese...

Di anni Simone Weil ne aveva solo dieci in più di Jacopo (oggi) quando scrisse, nel 1934: "Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale".

Io le porto spesso con me come un talismano o, forse, come il tatuaggio che non ho, mentre sono costretto ad attraversare l'immenso ammasso di menzogne che circonda la parola "società".

Nella società, termine che ci sembra ovvio, consueto, inevitabile come le corse saltate dei bus di Autolinee Toscane, in particolare all'inizio delle scuole, si cela una "realtà segreta e imponente", che agisce su di noi e spesso non viene riconosciuta.

Simone Weil ci spiega con naturale chiarezza che l'uomo si è emancipato dalla servitù alla natura solo per sottomettersi a un'oppressione ancora più oscura, capricciosa e incontrollabile: quella realizzata dalla società stessa.

Scrive Weil: "sembra che l'uomo non riesca ad alleggerire il gioco delle necessità naturali senza appesantire nella stessa misura quello dell'oppressione sociale, come per il gioco di un equilibrio misterioso".

La riflessione di questa grande e fragile donna svela, nei meccanismi del potere come in quelli della produzione e dello scambio, altrettanti volti di una stessa idolatria.

E allora di fronte alla Speranza della Lotta che cosa si trova di fronte a noi?
 "Abbiamo l'immagine inscalfibile, concreta, non ideologica, non idolatrica del Bene, in rapporto al mondo".

Sosteniamo uno sguardo che ci induce a: "sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell'idolo sociale, il patto originario dello spirito con l'universo".

Se vogliamo, con Walter Benjamin, superare il "capitalismo come (falsa) religione" dobbiamo testimoniare ed essere altro, essere scandalo, contestazione e sguardo consapevoli.

La nostra lotta per te, meglio con te, Jacopo, che avrai diciotto anni nel 2030 è immergersi in una vitalità travolgente, in una spinta di Speranza.

Il capitalismo come falsa religione, come ha spiegato benissimo il prof. Gabriele Gozzi durante un incontro, presso il Seminario di Pistoia, intitolato: "Dio o Mammona?", è un "carro armato iniquo".


Ormai l'economia militarizzata, che comprime i diritti di cittadinanza e nel lavoro, persino quello sindacalizzato, sta facendo della guerra non una eccezione, ma la propria prassi ordinaria.

Siamo al record assoluto di spese militari (undici anni di crescita ininterrotta...) e, se è vero che Stati Uniti, Russia e Cina, rappresentano ancora il 51 per cento di questa cifra enorme, l'Europa è il luogo in cui la spesa militare cresce di più.

Le organizzazioni militari, come la Nato, stanno, gradualmente, sostituendo i Parlamenti, viviamo in un'enorme e crescente diseguaglianza che porta con sè ingiustizia, alienazione, estraniazione, a partire dal lavoro, ma senza fermarsi ad esso.

Qual è, dunque, Jacopo la nostra "rivolta tra le dita"?

E' chiaro che si parte da una rivolta individuale, intima, sempre più consapevole.

Ma essa si deve trasmettere alle comunità e alle strutture politiche.

Usando un linguaggio evangelico, ma che Alexander Langer è riuscito, con la sua capacità profetica, a trasformare in universale, dobbiamo realizzare una integrale: "conversione ecologica".

Peraltro che il capitalismo sia una struttura di peccato, come sempre ha ricordato Gozzi nel Seminario di Pistoia, ce lo ha detto non quel "comunista" irriducibile di Papa Francesco, ma il controverso Papa Pio XI nella sua enciclica "Quadragesimo Anno". Rileggere per credere...

Quali sono le scelte che ci avvicinano alla Verità del Bene e ci allontanano dalla Menzogna del Male?

La prima è porre un freno all'individualismo conformista e all'indifferenza complice.
La seconda è testimoniare e tessere relazioni con integrità e coerenza. Senza pretendere di "possedere" subito tutte le risposte, ma rimanendo, costantemente, in ricerca. 

Papa Francesco, questa volta sì, proprio lui, nell'ambizione a un cambiamento davvero radicale, ci parlava di un "cuore" che per praticarlo deve essere gioioso, felicemente integro.
Nonostante tutto.

Solo così si superano i discorsi astratti e si accende la fiamma dell'alternativa.

Perchè un'alternativa è possibile, necessaria, urgente, non vorremo certo dare ragione, quarantacinque anni dopo, a Ronald Reagan e Margareth Thatcher?

Certo dobbiamo pretendere di poter costruire un sindacato e una politica che non siano marionetta che non mentano a lavoratori e popolo, che non si riducano a: "tombe dell'arrivismo".

Per sognare, Jacopo, insieme a te, che avrai diciotto anni nel 2030 e potrai, con il tuo voto (e, ovviamente, non solo!) provare a cambiare davvero la storia, dobbiamo uscire dai "luoghi mortiferi", non essere mai catturati/e dallo sguardo e dall'atmosfera del potere e del dominio.

Viviamo, siamo travolti, infatti,  da un potere che non ha, in realtà potere, perchè recita e da una classe politica e sindacale, senza politica e sindacato.

Allora con Margherita, Simone, Delio e tanti altri/e, sindacalisti autentici, oggi sono sul treno.

 Ho visto fiorire, Jacopo, l'alba dell'aurora su questa "terra del tramonto".


Ti ho dedicato Jacopo, nel sussurrarti da lontano buon compleanno, pur nelle nostre difficoltà, nelle mie difficoltà, ogni respiro e ogni battito, ogni fessura, feritoia di luce mentre lasciavo Firenze, per l'erba e il cemento della mia pianura.

Il dialogo, strumento, spartito di Pace, non è semplice, noi lo sappiamo.
Ma è necessario.

Il dialogo, però, non annulla il conflitto, la rivolta, la lotta, il fuoco della Speranza.
Il principio e il fine di ogni Speranza.

Penso agli operari dell'Acca a Seano, al loro accordo, certo su cui vigilare, dopo la lotta.

Alla loro carne sull'asfalto rovente del nostro capitalismo dello scarto.

Questa mattina non sono con te, Jacopo, ma ti porto con me, dentro di me, di fronte a me.

Come quando abbiamo scherzato, in Val Badia, questa estate, fotografandoci mentre guardavamo differenti orizzonti.

Ma anche con sguardi diversi e felicemente molteplici, anche "dopo la pioggia", il mondo, l'unico che abbiamo, è uno.

Prendersi cura del mondo, "non uccidere", non solo con i fucili o con i droni, ma anche con l'economia di morte, è imperativo categorico ed, insieme, scelta libera e di gioia.

Perchè, come ci ha spiegato Bruno Trentin che, certamente, aveva letto Simone Weil: "la libertà viene prima".
Ma non è libertà su, è libertà con, libertà per, libertà da.

E' Pace, parola, progetto, sguardo. oggi, allo stesso tempo vero e rivoluzionario.

Stiamo sui margini, Jacopo, sulla soglia, valorizziamo l'innovazione creativa, il sogno, quello fatto da svegli.

Buon compleanno Jacopo, amore mio, vita mia, sogno incarnato, futuro.


Questo ti prometto: "This I promise you".
Non perderò, non perderemo mai la Speranza e lo sguardo di una lotta nonviolenta...

Che alla morte preferisce la Vita,
Che veglia, "sentinella nella notte",
Che è preghiera e rivolta,
Ponte e barricate,
Pane e Rose,
Poesia e Prosa,
Desiderio e Bisogno.
Utopia e progetto.
Orizzonte e passo.
Alba e tramonto.

Che è felice di svegliarsi presto, alle 4.35 o anche prima.
Per immergersi nel sogno condiviso e reale, concreto, quotidiano dell'Aurora...

This I Promise You.
Babbo, come dite voi toscani, Francesco

THIS I PROMISE YOU (Richard Marx)

Oh, oh
When the visions around you
Bring tears to your eyes
And all that surrounds you
Are secrets and lies
I'll be your strength
I'll give you hope
Keeping your faith when it's gone
The one you should call
Was standing here all along
And I will take you in my arms
And hold you right where you belong
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
I've loved you forever
In lifetimes before
And I promise you never
Will you hurt anymore
I give you my word
I give you my heart (give you my heart)
This is a battle we've won
And with this vow
Forever has now begun
Just close your eyes (close your eyes) each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
'Til the day my life is through
This I promise you
This I promise you
Over and over I thought (over and over I thought)
When I hear you call
Without you in my life, baby
I just wouldn't be living at all
And I will take you in my arms (I will take you in my arms)
And hold you right where you belong (right where you belong)
'Til the day my life is through
This I promise you, babe
Just close your eyes each loving day (each loving day)
And know this feeling won't go away (no)
Every word I say is true
This I promise you
Every word I say is true
This I promise you
Ooh, I promise you

giovedì 17 settembre 2026

"TI PROTEGGO IO". TRASPARENZA, O SINDACATO E POLITICA SONO MORTI. ESSERE COERENTI NON E' UN LUSSO MORALISTA. CANTIAMO UN CANTO NUOVO: "PER QUELLO A CUI SIAMO CHIAMATI". (prima parte...)

"Non ti preoccupare caro Francesco, finchè ci sarò io attorno a questo Palazzo tu non corri alcun rischio, ti proteggo io..."

Ricorderò sempre questa frase di "Gigi Bonfanti", parmigiano come me, potente segretario confederale nazionale della Cisl, in passato braccio destro del segretario generale Sergio D'Antoni, infine segretario generale della potente federazione dei pensionati del sindacato di Via Po.

Il Palazzo in questione era, appunto, la sede confederale Cisl di Via Po a Roma, un ex bellissima palazzina liberty, stravolta e sommersa di cemento armato negli anni Settanta (Pierre Carniti ha fatto anche qualche errore...)

Per capire il contesto di quella frase, occorre sapere che io, che di padrini e madrine ero proprio volutamente sprovvisto, avevo scontato, a partire dal luglio 2005, oltre sei anni di precariato, tra il Cesos (il Centro di Studi Economici e Sociali, promosso dalla Cisl e ora chiuso) e la confederazione stessa.

Arrivato poco dopo la defenestrazione violenta, per alcuni "congiura di palazzo" che aveva eliminato senza appello il segretario generale Savino Pezzotta, pochi mesi dopo che un congresso nazionale lo aveva riconfermato con il 93% dei voti, fin da subito, in Via Po, non avevo mai fatto parte dei "vincenti".

Bonfanti, pur mio concittadino, anche per la differenza anagrafica, l'avevo conosciuto direttamente a Roma e il segretario confederale e poi generale aggiunto con cui lavoravo e di cui, a un certo punto, ero considerato il braccio "sinistro" (in senso politico...) veniva dalla, allora, gloriosa storia dei metalmeccanici e, pur essendo venuto pericolosamente a patti con la destra interna, imperiale e stravittoriosa, di Raffaele Bonanni, era visto, costantemente, con sospetto e come un pericoloso "comunista" da esorcizzare e, il prima possibile, allontanare.

Il fatto, poi, che fosse (sia) considerato da tutti/e una persona competente e laboriosa, come ha ampiamente dimostrato nell'unico mandato parlamentare che il sistema ottuso dei partiti del centrosinistra e in particolare il Partito Democratico, gli ha concesso, costituiva una vera e propria, pietra dello scandalo.

Il mio "capo" era uno, per di più, che si era laureato da adulto (a Padova, Università vera...) e che, tanti anni prima, per carità, aveva discusso una tesi con dei pericolosi rivoluzionari, vicini a quella sinistra extraparlamentare che, in quei tempi, aveva la Cisl (ancora pluralista e ben meno irreggimentata della Cgil...) come la propria principale casa sindacale.

Certo, nel frattempo, avevo anche avuto modo di concludere, proprio pochi giorni prima del mio colloquio con Bonfanti, il dottorato di ricerca presso l'Università di Modena e Reggio Emilia.

La mia piccola storia è semplice, anche se sono passati ormai più di sedici anni da quel colloquio: ero salito, su indicazione del mio "capo", al piano nobile (il quinto, con tanto di vista su Villa Borghese) del Palazzo per sancire e firmare l'agognata e, direi, sacrosanta, assunzione a tempo determinato come quadro direttivo.

Un'assunzione che sarebbe dovuta arrivare dopo una sequela, lunga, di contratti annuali a progetto, sempre meno adatti a uno, come il sottoscritto, che, nel lavoro sindacale, aveva ormai assunto responsabilità, anche formali, nazionali ed europee e cominciava anche ad avere a che fare, nell'interlocuzione quotidiana sulle leggi sul mercato del lavoro, la formazione, l'istruzione, l'apprendistato, la lotta al lavoro sommerso, con parlamentari (di ogni schieramento) e, in alcuni casi, anche con Ministri.

Chi volesse compiere un gesto eroico (e inconsulto) e infliggersi il racconto della mia storia professionale (come hanno fatto, in realtà, in migliaia, incuriositi dal c.d. "caso Lauria", frettolosamente definito il "sindacalista anti Meloni, fatto fuori da Daniela Fumarola") la trova "riassunta" qui: https://fiesolebarbiana.blogspot.com/2025/11/pane-e-rose-mestiere-e-missione-sapere.html


Tornando a noi, scesi dal quinto piano al primo di Via Po, furibondo, incredulo, sconvolto.

Invece dell'assunzione a tempo indeterminato e dell'inquadramento promesso e meritato (avevo anche concluso, con il massimo del giudizio, il dottorato di ricerca) mi ero ritrovato uno spelacchiato e nemmeno tanto remunerativo, contratto a progetto di sei mesi.

Sei mesi. Uno yogurt, quasi, dura di più.

Ricordo che tornai dal mio "capo", feci presente i miei diritti (ma lui, incolpevole era considerato, ormai, in uscita, quasi da espellere...) e ottenni dalla direzione di sede, battendo i pugni sul tavolo, in extremis, almeno, un piccolo, piccolo, piccolo aumento retributivo.

La frase, apparentemente rassicurante e protettiva, di Gigi Bonfanti si situava nel contesto che ho descritto.

Avrebbe dovuto rassicurarmi, ma non lo fece.

Io, che sono da sempre un "rompicoglioni" (affettuosa e assolutamente corretta definizione del sociologo cislino e mio "padre" sindacale, Bruno Manghi), non mi sentivo per nulla protetto da quella affermazione.

Perchè io, che avevo un profilo tecnico e non politico, avrei dovuto stare tranquillo per la protezione, peraltro mai richiesta, di un alto dirigente?

Perchè non dovevano contare le tante alzatacce alle cinque del mattino, l'aver girato varie volte l'Italia (come altri colleghi/colleghe per carità...) ad ogni riforma del lavoro (e, in quegli anni se ne susseguivano tante), perchè non contavano i tanti articoli scientifici, l'aver rappresentato, con successo, in svariati contesti stranieri la Cisl, il massimo titolo di studio conseguito, i mille e mille comunicati stampa, circolari etc. etc. etc.

Perchè doveva contare solo, esclusivamente, non la lealtà all'organizzazione, ma la fedeltà ai singoli dirigenti apicali?

La frase, in sè affettuosa e anche generosa, direi rispetto a me disinteressata, di Gigi Bonfanti che mi stimava molto e a cui stavo, pur nella nostra radicale, direi assoluta diversità, pure simpatico, mi aveva fatto venire in mente la confidenza del mio primo capo: un altro ex metalmeccanico, un intellettuale, operaio e sindacalista, autodidatta, come Domenico Paparella.

Uno che era in grado di farti correggere pervicacemente anche il modo in cui scrivevi il tuo nome e cognome (e che spiegava sempre, assertivo, ai tassisti la strada che dovevano fare, come raccontò, con ironia, al funerale di Domenico il prof. Guido Baglioni, in occasione della prematura scomparsa, dovuta, da ex saldatore adolescente, a Genova, a una maledetta e antica fibra/scheggia di amianto che aveva causato, dopo oltre trent'anni, un inesorabile mesotelioma)

Ma Domenico Paparella era anche un fine intellettuale e un grande e competente lavoratore, che era sempre il primo, la mattina presto dopo la corsa a Villa Borghese, a entrare al lavoro e l'ultimo ad andarsene. Un dirigente che aveva, con severa e affidabile etica francescana, sempre e comunque, una parola sola.

Paparella mi disse, di fronte ad una mia scelta di vita che mi avrebbe portato via dal Cesos per approdare, appunto in Via Po, chiamato da Bruno Manghi:

"Mi raccomando Francesco, mantieni sempre una seconda possibilità/strada. Non significa tenere il piede in due scarpe, ma il sindacato, te lo dico per esperienza personale, è spietato, non perdona. Devi sempre, sempre, pur sapendo stare alle regole di una grande organizzazione, preservare una cosa sola: la tua libertà. La tua libertà di pensare e di agire, Ma soprattutto di essere".

Ho ripensato tante volte, con nostalgia, a Domenico.

Mi sono impegnato, a fondo, per custodirne la memoria e il pensiero.

Come quando, per la redazione del volume in sua memoria, ho incontrato gli "ex ragazzi" dell'Istituto per Ciechi, il David Chiossone di Genova.

Domenica Paparella fu il sindacalista della Fim, insieme ad un collega comunista della Fiom, che offrì il proprio importante sostegno e la propria competenza ai ragazzi del Chiossone in rivolta.

A quella grande "lotta da orbi", come il titolo del libro che poi l'ha raccontata, che contribuì, in maniera fondamentale, a superare le scuole differenziali e separate per ciechi e disabili in Italia.

Quelle stesse scuole differenziali che, in Germania, l'estrema destra dell'Afd vorrebbe oggi, ignobilmente, sventuratamente, reintrodurre.

L'ho immaginato tante volte, Domenico, con il suo grande quaderno ordinato, segnare, una ad una, le richieste, le aspirazioni dei ragazzi, e aiutarli nel vittorioso negoziato seguito poi al conflitto.

Gli ultimi degli ultimi, come raccontato nel film: "Rosso come il cielo", avevano vinto, i fragili fra i fragili, avevano affermato la loro soggettività, si erano visti riconosciuti, con la fatica e con la lotta, la loro dignità, al di fuori di ogni paternalismo.

Dignità di persone e di cittadini. Di studenti.

Il sindacato, allora potentissimo, eravamo all'inizio degli anni Settanta, aveva saputo guardare fuori da sè, farsi positivamente contaminare, era stato visionariamente e concretamente in grado di ascoltare, accompagnare, sostenere, sollevare.

Uscire dalla logica di potenza, dalla zona di confort.

Le sirene delle acciaierie e delle fabbriche sul lungomare e sulle colline di Genova, avevano salutato, come le campane di una chiesa laica e diffusa, la vittoria dei ragazzi del Chiossone. 

Dei ragazzi, ma anche di Domenico, ormai promosso da Pierre Carniti verso Roma e verso la segreteria nazionale della Fim Cisl e, poi, dell'Flm, il potente sindacato unitario dei metalmeccanici.

Oggi a Parma, verrà inaugurata, dalla segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, la sala Ermenegildo "Gigi" Bonfanti.

Bonfanti è scomparso, improvvisamente, circa cinque anni fa, mentre era sulla nave che lo avrebbe portato, per le ferie estive, in Sardegna.

Lui medico, con di fronte la figlia medico, si è accasciato mentre si allacciava una scarpa, nel porto di Livorno.

Non c'è stato nulla da fare.

Aveva lasciato da tempo il palazzo di Via Po 21 in cemento armato.

Ma io, nel giugno del 2025, solo due mesi prima l'esplodere, urbi et orbi, del c.d. "caso Lauria", solo quattro mesi prima il mio infame e ritorsivo, illegittimo licenziamento, ho svolto, con responsabilità e impegno, un particolare compito, assegnatomi da Edizioni Lavoro, la casa editrice della Cisl.

Ho redazionato (e ci ho messo molto, molto del mio) il volumetto di Alberto Aibino (anche lui parmigiano...): "Gigi Bonfanti. Il medico e il sindacalista illuminato".

Prima che qualcuno dica, consapevolmente mentendo, che io "millanto", basta andare a pagina 2 del libro, c'è scritto.

L'inaugurazione della sala Bonfanti, presso la Cisl di Parma, avviene pochi giorni dopo un fatto cruento e, per me, anche se non mi riguarda direttamente, un "calcolo" terribile, spietato, dolorosissimo, pur in un contesto complesso.

Molto spesso non mi trovavo d'accordo, sindacalmente, con Gigi Bonfanti. 

Avevamo anche stili diametralmente opposti, io pauperistico e proletario, viaggiando sempre in seconda classe e, se ci fosse stata una terza, in terza classe, lui sempre raffinato, ai confini del lusso.

Ma sono certo, certissimo che, protezioni e simpatie a parte, lui non avrebbe mai parlato, come altre dirigenti apicali della Cisl, di un "sindacato che può, senza tanti problemi, frantumare le persone".

Il sindacato, quello vero, con tutti i suoi limiti e i difetti, le persone le tutela, le organizza, le innalza, le protegge (per davvero), ne ha cura, le mette in relazione.

Le ascolta.

Non le frantuma. Nemmeno lo meritassero, magari un po'.

Pensateci oggi in Via Lanfranco, a Parma, cari/e dirigenti sindacali, giovani rampanti e volpi attempate, prime, seconde, terze e quarte file, mentre mangiate le tartine, fate gossip nei corridoi, celebrate, ipocritamente, un potere che non è più, ma che vi ha protetto, disinteressatamente e non.

Pensate alle promesse tradite, al desiderio e al diritto di rinascita frantumato, ad una seconda possibilità negata.

Non parlo di me.

Pensate al silenzio dell'etica del vostro brusio e del vostro volgare gozzovigliare, magari dopo aver ascoltato distratti, una, almeno per voi, benedizione vacua e insincera.

In questi lunghi, difficili mesi ho imparato che la persona, ogni persona, anche se frantumata, annientata, vilipesa, vittimizzata, ignorata, violata, derisa, diffamata, calunniata, anche se essa stessa può sbagliare, commettere degli errori, sopravvive, intera, alla propria ferita, anche senza doverla cancellare.

Una cicatrice può fare male, anche nella memoria, e la mia è dolore quotidiano, intenso, inesorabile, indelebile.

Ma di fronte agli occhi dell'altro, dell'altra, alla ferita dell'altro, dell'altra, si riscopre il senso profondo della parola sindacato, "sun dike": "fare, essere giustizia insieme".

Anche e soprattutto nelle difficoltà, nel pozzo nero.

Quello in cui non ti chiama e non ti sente nessuno/a. Per convinzione o, più probabilmente, per interesse, per conformismo, per vigliaccheria.

E lotterò, senza moralismo, ma con moralità.

Senza aver paura o vergogna della sconfitta e della caduta, imparando dai ragazzi del Chiossone, lotterò con tutte le mie forze. Tutte.

Per il riconoscimento della dignità. Non solo della mia.

E' scritto nella prefazione dell'antologia di Padre David Maria Turoldo: "Amare":

"Cantate al Signore un canto nuovo, proclama il Salmo 149, il canto, cioè, definitivo e perfetto. Ma Agostino ricorda (Discorso 34) che soltanto l'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il canto è espressione di gioia e d'amore: solo chi è innamorato della vita nuova - la vita che ci è stata donata da Colui che ci ha ha amato per primo - può cantare il canto nuovo. E l'unica preoccupazione deve essere quella della coerenza.

Ecco, tu dici, io canto. Tu canti, certo, lo sento che canti. 

Ma bada che la tua vita non abbia a testimoniare contro la tua voce".

Francesco Lauria